Guido Salvini: Office at Night


Il giudice Guido Salvini, uno dei pochi magistrati che stimo – noto fra l’altro per le due storiche sentenze-ordinanze[1] sull’eversione stragista – ha inviato nei giorni scorsi a me e ad altre persone interessate al suo lavoro, una versione ridotta, in formato pdf, del suo libro OFFICE AT NIGHT – Appunti non ortodossi di un giudice, recentemente pubblicato dalle Edizioni GettaLaRete:
http://www.gettalarete.it/libri/book/4-giustizia/12-office-at-night-.html
Il pdf lo potete leggere qui:
http://www.scribd.com/doc/183189225/Guido-Salvini-OFFICE-AT-NIGHT-Appunti-non-ortodossi-di-un-giudice-versione-ridotta
Sono pagine la cui ispirazione di fondo, almeno a me, ha ricordato La solitudine del riformista, il libro del compianto economista Federico Caffè.
Dal libro di Salvini, riproduco qui l’INTRODUZIONE:
Anni di indagini e di vita all’interno del Palazzo di giustizia di Milano possono essere, per chi sa usarlo, un osservatorio privilegiato sulla città e sulla magistratura, un’ istituzione quasi “sacrale” di cui dall’esterno è facile percepire le luci ma meno le ombre. La scrivania prende vita e, come nell’incisione di Maurits Escher, si fonde in un continuum con la città, un unico piano in cui libri e codici, e anche una pipa, si affacciano su una strada, case e persone.
Intorno alle indagini, ai processi, alle prese di posizione pubbliche delle associazioni dei magistrati, in genere risposte alle iniziative “ostili” della politica, esiste una zona non illuminata che non può essere scritta nelle sentenze e che viene taciuta nei dibattiti pubblici sulla giustizia.
Ho provato allora ad affidare a qualche articolo queste esperienze, quello che in una sentenza non avrei potuto scrivere e nelle sentenze altrui non avrei letto e le riflessioni sui meccanismi del nostro mondo, date magari per scontate in privato, ma che scompaiono, per immediata autocensura, negli interventi pubblici. Qualche idea non sistematica ma personale, non “dovuta” a nessuno e  priva di vantaggi, sulla giustizia, i processi di terrorismo, la laicità delle istituzioni. Il prodotto spontaneo di tanti fascicoli letti e di discorsi della magistratura “ufficiale” ascoltati e anche dei messaggi, dei rumori di fondo che vengono da una città prima azzurra e ora arancione. Qualche articolo sulla giustizia che probabilmente non mi varrà lodi e promozioni. La magistratura ha molti e anche troppi meriti. Valgano per tutti, dopo il terrorismo, le inchieste sul radicamento della ‘ndrangheta anche nel Nord e sulla nuova corruzione dei pubblici poteri. Ma questi meriti hanno avuto anche un effetto perverso. Anche senza raccontare lo scadimento della qualità umane che si è registrato negli ultimi vent’anni, invidie, piaggeria, arrivismo e una buona dose di arroganza soprattutto quando si ha di fronte l’utente “piccolo”, la conseguenza principale è stata considerarsi gli unici e perfetti depositari della verità.
La trasformazione più profonda è avvenuta nel ruolo assunto dal Csm ben diverso da quello immaginato dalla Costituzione di semplice organo di alta amministrazione che gestiva concorsi e le carriere dei magistrati, divenuto col tempo istituzione semi-politica e semi-legislativa in grado di esprimere indirizzi generali di politica giudiziaria e nel contempo titolare di una sorta di diritto di veto sulle proposte di legge. Con in più l’Anm, che ne produce integralmente i consiglieri, e che ne duplica le funzioni, esternazioni quotidiane e minacce di sciopero comprese. Nel Csm le “correnti”, “partiti” dei giudici, inossidabili con la loro nomenklatura e la loro forza organizzativa, vero centro decisionale della magistratura dove l’autonomia del singolo magistrato, il primo dei valori, muore e a cui è consigliabile iscriversi. Funzionano infatti da “acceleratori di diritti” veri o presunti per i loro iscritti e sono in grado di trasformare in eccellente un magistrato mediocre purché militante in una di esse e a portarlo all’agognato incarico direttivo. Forse in un Paese dove politica e amministrazione sono largamente delegittimate l’assunzione di questo ruolo è stata sociologicamente inevitabile.
Ma non si può volere contemporaneamente l’una e l’altra cosa. Se si vuole mantenere il ruolo di “dirigenza politica” della magistratura e talvolta di potere autoreferenziale a qualcosa bisogna pur rinunziare. Ad esempio a nominare i capi degli uffici e ad esercitare la Giustizia disciplinare che spesso colpisce non i reprobi ma i dissidenti e i  “riottosi”. Tali decisioni non sopportano accordi e mercanteggiamenti di forze organizzate in debito o in credito con i candidati. Sorteggiare quindi i consiglieri del Csm, dato che le correnti continuerebbero comunque ad esistere nell’Anm , o in alternativa sorteggiare tra una selezione di candidati idonei i capi degli uffici spezzando così il lavorio dei tanti che dedicano buona parte del loro tempo a preparare la scalata ai concorsi e costruirsi i migliori rapporti con i capi corrente. Il gioco non varrebbe più la candela: fine d’incanto delle manovre di corridoio. E a corollario il problema della separazione della carriera della magistratura da quella della politica, forse ancor più attuale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, dato che il servizio in magistratura è visto sempre più spesso non come un impegno di lunga durata, non solo nei grandi processi ma anche in quelli piccoli che non fanno notizia, ma come un trampolino di lancio per incarichi esterni e carriere politiche che proprio nelle correnti trovano i rapporti e le relazioni giuste per decollare.
Altri articoli nascono dall’esperienza nei delitti di terrorismo che più di altri coinvolgono la coscienza del giudice perché non lo introducono in un mondo di “delitti gratuiti” in cui alcune potenzialità più alte dell’uomo si trasformano nelle azioni più vili.
La pretesa dell’assassino Cesare Battisti di dipingersi come un perseguitato politico in Italia condannato senza garanzie, scenario di cui è riuscito a convincere il Brasile, un paese, in cui, nonostante molti progressi, la polizia commette ancora esecuzioni extralegali anche di ragazzini.
L’omicidio a Milano in via De Amicis del brigadiere Antonino Custra, durante un attacco ripreso dalla fotografia di uno sparatore incappucciato e a braccia tese, divenuta un’icona negativa di quegli anni. Un caso risolto 15 anni dopo, individuando in quella stessa fotografia, come nel film Blow-up, il secondo fotografo che, celato da un albero sul lato opposto della strada, stava fotografando il primo e lo sparatore. Nascoste in un libro nel suo studio c’era una serie di 28 negativi, mai scoperti che ritraevano l’intera scena dell’omicidio.
Ma anche la storia dell’impegno della magistratura contro il terrorismo ha la sua metà oscura, che si vorrebbe ma non si deve dimenticare.

L’assassinio di Walter Tobagi, certamente non frutto di un complotto come sosteneva Craxi, ma un delitto che forse si poteva prevenire ponendo attenzione alle confidenze che un Carabiniere era riuscito ad ottenere da un informatore. Un passo falso degli investigatori, non un complotto, in cui però la magistratura, per un eccesso di tutela e di difesa ad ogni costo della perfezione delle proprie indagini, non ha mai avuto il coraggio di acquisire il pacco delle relazioni dell’informatore che giacciono a tutt’oggi in un archivio dell’Arma dei carabinieri. Giungendo sino a condannare per diffamazione i giornalisti che ne avevano denunciato l’esistenza, con una sentenza che contrasta con il diritto di informazione e quello dei cittadini a conoscere senza censure la storia di quegli anni. Ancora più deludente e non giustificato dalla concitazione dei momenti più caldi della lotta al terrorismo è stato il metodico abbandono, non trovo espressione più adeguata di questa che sfiora l’ossimoro, delle indagini su piazza Fontana. Un’indagine prigioniera da oltre vent’anni non più dei Servizi segreti e delle “forze oscure”, come sarebbe naturale pensare, ma di un blasonato ufficio giudiziario, la Procura della Repubblica di Milano. Prima, per quasi dieci anni le ha ignorate, poi ha profuso la maggior parte del suo impegno ad attaccare il giudice istruttore (era questo in gioventù il mio mestiere), poi si è resa invisa o ha dimenticato tutti i possibili testimoni non riuscendo a portare nulla alle indagini. Infine negli ultimi anni, ostinatamente, si è rifiutata di rispondere seriamente alla richiesta dei familiari delle vittime di riaprire le indagini, attività che sarebbe stata, sulla scia della medesima attività avviata dai colleghi di Brescia per piazza della Loggia a costo zero. Con la conseguenza se non l’obiettivo di giungere alla fine biologica delle indagini e cioè la morte di tutti i testimoni.
Le vicende  che racconto nell’intervista, quella di Giovanni Ventura, lasciato morire, come molti altri possibili testimoni, in Argentina senza essere nemmeno contattato e dell’agenda dimenticata che avrebbe quasi certamente cambiato l’esito del processo su piazza Fontana sono solo due di quelle per cui un tempo la sinistra avrebbe gridato all’insabbiamento ed io ora chiamerei, più tecnicamente, malpractice giudiziaria. Qualche articolo, scritto come gli altri di getto, riguarda i rapporti tra le istituzioni e le religioni e tra l’Islam in primo luogo e i diritti dei “diversi”.
La presenza del vicesindaco di Milano al Ramadan del 2012, espressione della bizzarra idea per cui le amministrazioni comunali dovrebbero ossequiare e di fatto sponsorizzare un credo, non a caso quello della comunità politico-religiosa che alza di più la voce e che si muove, islamici “moderati” compresi, con l’obiettivo finale di sostituire al cittadino, figlio dell’Illuminismo, il credente controllato in ogni aspetto della sua vita civile dai suoi capi religiosi. Un passo indietro nell’affermazione della laicità delle amministrazioni. Come se non bastasse il tributo già offerto quotidianamente alla Chiesa Cattolica con l’introito quasi intero dell’8 per mille, le esenzioni fiscali e il sostentamento statale degli insegnanti di religione, frutto di un Concordato che nessun partito salvo i Radicali, ha il coraggio di mettere in discussione.
Intanto scivola via senza l’attenzione nemmeno dei nostri dei giuristi, ed era il caso di ricordarla in un articolo, la coraggiosa sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che impedisce l’espulsione di due appartenenti al credo Ahmadi, piccola dissidenza pacifista dell’Islam, per sottrarli alle violenze cui sarebbero soggetti in Pakistan. Una lampadina che ricorda ai ciechi come in quel paese e in gran parte dei paesi del Medio Oriente siano perseguitati con sistematicità i “diversi”: minoranze religiose, apostati e non credenti, gay, artisti, blogger, giornalisti e donne, sino alla grottesca cancellazione in Arabia Saudita delle figure femminili dai cataloghi pubblicitari dell’Ikea.
Una situazione non troppo diversa dal vecchio apartheid del Sudafrica che in altri tempi avrebbe spinto la comunità internazionale all’embargo mentre oggi non provoca alcun cenno di protesta né nella destra del libero mercato né nella sinistra affascinata dal “fascismo verde” islamico e non crea alcun imbarazzo a concludere contratti ed affari. E ancora, in tema di laicità, una riflessione sul caso Eluana e sul diritto a decidere sulla nostra vita e sulla sua fine. Una scelta per cui la società politica tarda a munire tutti noi di una legge razionale ma che spesso anche ciascuno di noi, come individuo, tende dentro di sé a rimandare: “ci sarà un domani per pensarci”.
Accanto al sindaco di Milano che sponsorizza il Ramadan, racconto di un altro sindaco, questa volta di centrodestra che, con una distorsione speculare, vieta un centro spirituale buddista, forse del tutto immemore che l’Unione Buddista Italiana, a differenza dell’Islam, ha stipulato definitivamente con lo Stato italiano l’Intesa prevista dall’art. 8 della Costituzione oltre a sottoscrivere la “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione” che comporta la condivisione integrale dei valori democratici della Costituzione. Infine a piazza Fontana è dedicato l’ultimo articolo, scritto ad oltre quarant’anni da quel 12 dicembre, che racconta anche la storia censurata della tardiva comparsa della Procura di Milano nella ricerca sulla strage e del naufragio volontario dell’inchiesta che ben presto ne è seguito. Ho pubblicato buona parte di questi articoli grazie alla disponibilità offertami dal quotidiano “Il Riformista”, scomparso purtroppo nel 2012. Un quotidiano parte del mondo progressista ma soprattutto una voce critica al suo interno che non aveva timore di dire qualcosa di non politicamente corretto.
Forse per me un legame sotterraneo con l’antica militanza, ai tempi del liceo Manzoni, nel Movimento Socialista Libertario, una via di mezzo tra la vecchia anarchia e i radicali, piccolo e inviso tanto al mondo benpensante quanto agli stalinisti del Movimento Studentesco e agli analoghi gruppi settari. Ho intitolato questa raccolta di articoli Office at Night, il titolo di un quadro di Edward Hopper non tra i più noti che rappresenta un uomo solo, nel suo ufficio, di sera, intento a leggere alcuni fogli alla sua scrivania.
Anch’io ho scritto quasi sempre a tarda sera nel Palazzo ormai deserto quando le carte che mi erano passate dinanzi, i processi, le sentenze e gli articoli di quel tempo sulla giustizia si condensavano in un piccolo flusso di idee, frutto del punto di osservazione sul mondo in cui mi trovavo: la mia vecchia stanza al settimo piano del Tribunale da cui si vede il tramonto sui tetti di Milano fino alle guglie del Duomo e in mezzo, luogo immaginario, piazza Fontana.
Guido Salvini 
febbraio 2013



“Ancora più deludente e non giustificato dalla concitazione dei momenti più caldi della lotta al terrorismo è stato il metodico abbandono, non trovo espressione più adeguata di questa che sfiora l’ossimoro, delle indagini su piazza Fontana. Un’indagine prigioniera da oltre vent’anni non più dei Servizi segreti e delle “forze oscure”, come sarebbe naturale pensare, ma di un blasonato ufficio giudiziario, la Procura della Repubblica di Milano”.


[1] Quella del 1995, disponibile qui: http://www.scribd.com/doc/79469031/SENTENZA-ORDINANZA-di-Guido-Salvini-del-1995-sull-eversione-stragista-degli-anni-70
e quella del 1998, disponibile qui: http://www.strano.net/stragi/tstragi/salvini/