lunedì 30 aprile 2012
venerdì 27 aprile 2012
Veri e falsi revisionismi
Il falso revisionismo:
Il vero revisionismo:
Il falso revisionismo:
Il vero revisionismo:
Il falso revisionismo:
Il vero revisionismo:
Luca Tadolini: Sul 25 Aprile 2012
Da Luca Tadolini ricevo e pubblico il seguente comunicato. Da parte mia osservo che il 25 aprile dei partigiani (quelli veri, quelli epurati dalla pubblica amministrazione e dalle forze di polizia nell'immediato dopoguerra in favore dei quadri del vecchio regime, e questo per volontà proprio degli angloamericani) non è il 25 aprile degli attuali governanti.
La Riconciliazione
Nazionale non significa porre tutti sullo stesso piano,
perché le idee, le responsabilità, e lo
schieramento della Rsi e del Cln sono e rimarranno diverse. Tuttavia,
continuare un atteggiamento di logica di guerra, del “Guai ai vinti”, offende anche a Reggio
Emilia la dignità e l’indipendenza nazionale che non può ignorare la drammatica
guerra dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale dal 1940 ed una Guerra Civile
iniziata solo fra il 1943 ed il 1944, dopo la destituzione di Mussolini da
parte del Gran Consiglio del Fascismo, e l’ambigua parentesi di Badoglio, dove
“la guerra continua”.
Centro Studi Italia, Via S. Zenone 10, 42100 Reggio Emilia (recapito
348335490)
Sul 25 Aprile 2012
Quest’anno la data che rievoca il
25 Aprile 1945 arriva nella nostra Patria afflitta da una gravissima crisi
economica e politica. Questa situazione avrebbe dovuto consigliare alle
istituzioni locali di offrire un segnale di Riconciliazione Nazionale utile ad
affrontare la congiuntura italiana. Al contrario, in questo periodo, si assiste
ad un ritmo praticamente giornaliero a manifestazioni -anche con la partecipazione
di Ministri del governo “tecnico” Monti- che ricordano esclusivamente le gesta e le
perdite delle formazioni guerrigliere
che combatterono a fianco degli anglo-americani, ignorando i Caduti della Repubblica Sociale Italiana, e le
vittime delle violenze antifasciste. Si deve ricordare che in provincia di
Reggio Emilia dal settembre 1943
a tutto l’aprile 1945 furono 803 i Caduti della Rsi e le
vittime dei partigiani, ed almeno altri 216 italiani furono uccisi dal maggio 1945 in poi. In gran parte
reggiani. A questi devono aggiungersi le vittime dei bombardamenti
anglo-americani che colpirono senza distinzione la popolazione civile. Le
fucilazioni di Monteorsaro, Cerredolo di
Toano, il bosco di Cervarolo, la fornace di Ca’ de Caroli, Codemondo, Osteriola
di Rio Saliceto, Cernaieto,l’Argine del Crostolo, il Cavoun di Campagnola, Fosdondo,
il Castello Guidotti a Fabbrico, l’uccisione di sacerdoti, lo sterminio delle
famiglie Ghisi, Cigarini, Orlandini di
Sesso, i tanti dispersi, sono crimini di guerra che non possono essere ignorati
solo perché compiuti dall’antifascismo armato.
Offende la Civiltà italiana, e la più
elementare libertà culturale, anche imporre su questi fatti una cultura storica
impostata su una “storia ufficiale” fuori dalla quale ci può essere solo “revisionismo” da condannare.
In questo difficile frangente
l’Italia ha bisogno anche della sua Storia, ma questa deve essere lo specchio
in cui gli Italiani devono poter vedere la propria sincera immagine, che non
sempre coincide con chi si schierò con i vincitori dell’ultimo conflitto
mondiale.
Luca Tadolini
(Centro Studi Italia)
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| Il 25 aprile di lorsignori |
giovedì 26 aprile 2012
Germar Rudolf: aspetti della guerra biologica durante la seconda guerra mondiale
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| Germar Rudolf |
Di Germar Rudolf,
2005
Le armi di distruzione di massa – un termine che oggi
provoca in molte persone riflessi pavloviani, poiché il governo degli Stati
Uniti usa la paura dei suoi cittadini per attuare la propria politica imperiale
– vengono impiegate a partire dalla prima guerra mondiale. L’uso del gas tossico
sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale è stato descritto in
modo approfondito, e tutti sanno delle due bombe atomiche che hanno devastato
Hiroshima e Nagasaki. È risaputo anche che i tedeschi avrebbero avuto la
possibilità di usare nuove, devastanti armi chimiche – il Sarin e il Tabun – ma
che decisero di non usarle, a quanto pare perché Hitler era contrario alle armi
di distruzione di massa.
Un aspetto meno conosciuto è la guerra biologica intrapresa
sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale. Nel suo libro Biohazard[2], Ken
Alibek, che fu tra il 1988 e il 1992 il vice responsabile del programma di armi
biologiche dell’Armata Rossa, ha ricapitolato le sue esperienze e i risultati
delle sue ricerche negli archivi sovietici. Secondo le sue risultanze, i sovietici
avevano usato batteri che provocano la tularemia contro le unità di
combattimento della Wermacht durante la battaglia di Stalingrado del 1942[3] [4]. I sintomi
di questa malattia sono emicrania, nausea e febbre alta, che se non curati,
possono condurre alla morte. Sebbene questa malattia in Russia sia endemica,
con circa 10.000 casi ogni anno, essa ebbe uno scoppio improvviso nell’estate
del 1942 presso i soldati tedeschi, tale da indurre la campagna tedesca nella
Russia meridionale ad uno stop temporaneo. Ma in seguito la malattia si diffuse
nella popolazione civile, e anche dalla parte sovietica, il che spiega perché le
armi biologiche non sono così promettenti come sembrano a qualcuno.
Alibek riferisce che anche il tifo, a partire dal 1928, era
stato preso in considerazione dal governo sovietico per fungere da arma
biologica in caso di guerra. Sebbene ancora non si sa se questa malattia sia
stata diffusa dall’Armata Rossa, c’è un indizio che bacilli di tifo vennero
davvero usati come arma all’est contro le forze di occupazione tedesche: in
frequenti rapporti al segretariato congiunto degli stati maggiori combinati
delle forze alleate, il colonnello L. Mitkiewicz, ufficiale di collegamento
dell’esercito segreto polacco con questi stati maggiori, riferì sulle attività
del suo esercito segreto. Riproduciamo qui il rapporto datato 7 settembre 1943[5]. L’esercito
segreto polacco era comandato da Londra dal generale Sikorski, che rimase
ucciso in un incidente aereo a Gibilterra il 4 luglio 1943. Questo esercito
segreto polacco non va confuso con l’esercito di liberazione nazionale, che
venne costituito nel 1944 dai comunisti.
Anche se ci si deve aspettare che le cifre fornite in questo
rapporto siano esagerate, il fatto che i combattenti clandestini polacchi
abbiano inferto delle vittime alle forze di occupazione tedesche è
indubitabile, e anche se una tale guerra partigiana contro una potenza
occupante è illegale, non si può biasimare polacchi, da un punto di vista morale,
per aver intrapreso una tale guerra contro quella che ritenevano un’occupazione
illegale. Ciò che qui ci interessa, è la penultima pagina di tale rapporto, che
figura sotto il paragrafo “3. Attività di
rappresaglia”:
“Diffusione dei
microbi della febbre tifoidea e dei pidocchi vettori del tifo: in qualche centinaio di casi”.
Fritz Berg è stato il primo a descrivere in dettaglio gli
sforzi dei tedeschi per combattere il tifo[6] -- che
può essere probabilmente definito il killer principale dei campi di
concentramento tedeschi – e salvare così le vite anche a molti detenuti ebrei
dei loro campi.
Hans Jürgen Nowak e Hans Lamker furono i primi a far notare che i
tedeschi, nel 1943/44, presero una decisione sbalorditiva: durante la guerra, i
tedeschi avevano inventato i forni a microonde, che sfruttarono non solo per
sterilizzare il cibo, ma anche per disinfettare e spidocchiare i vestiti. La prima
unità di disinfestazione operativa a microonde venne progettata per essere
messa all’opera sul fronte orientale: per spidocchiare e disinfettare i vestiti
dei soldati tedeschi, la cui seconda minaccia più seria era costituita da varie
malattie infettive. Ma i tedeschi ripensarono alla loro decisione e, invece di
utilizzare la detta unità sul fronte orientale, alla fine la inviarono a
Auschwitz, per salvare le vite dei loro prigionieri, in massima parte ebrei[7]. Quindi,
quando si presentò la necessità di proteggere le vite minacciate dalle malattie
infettive, all’epoca era ovviamente più importante, per i tedeschi, salvare i
detenuti di Auschwitz, che venivano impiegati nelle industrie di guerra dell’Alta
Slesia, che salvare i propri soldati sul campo di battaglia.
Mentre i tedeschi combattevano disperatamente il tifo su tutti
i fronti, con tutte le tecnologie disponibili, per salvare le vite non solo dei
loro soldati ma anche quelle – per loro in una certa misura persino più
importanti – dei loro prigionieri, i nemici della Germania sfruttarono le
esplosioni delle epidemie di tifo in Germania e ne incolparono i tedeschi,
accusandoli di aver deliberatamente esposto milioni di persone innocenti a
questa malattia, fino a trasformare uno dei mezzi usati per combatterla – lo Zyklon
B – in un presunto mezzo di sterminio[8].
La verità è la prima vittima di ogni guerra.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://vho.org/tr/2004/1/Rudolf88-90.html
[2] Ken Alibek,
Steven Handelman, Biohazard. The Chilling True Story of the Largest
Covert Biological Weapons Program in the World – Told from Inside by the Man
Who Ran it [Pericolo biologico. L’agghiacciante storia vera del più grande programma segreto di armi biologiche del mondo – Raccontata dall'interno dall'uomo che lo diresse], Random House, New York 1999; vedi anche la recensione di Mark
Weber, “Secrets of the Soviet Disease
Warfare Program”, in Journal of
Historical Review, 18 (29), 1999, p. 32. In rete: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/18/2/Weber32.html
[3] Malattia
infettiva acuta, simile alla peste, molto diffusa nei roditori e trasmissibile all’uomo (n. d.
t.).
[4] Ken
Alibek, ivi, pp. 29-31.
[5] Record
Group (RG) [Gruppo di documenti] 218, Archives of the Joint Chiefs of Staff
[Archivi degli stati maggiori congiunti]; Box 701; “Geographic File 1942-1945, CCS 231.5 Poland (9/21/43) to CCS 381 Poland
(6/30/43), Sec 2”; cartella CCS 381 Polonia (6/30/43) Sec. [section,
sezione] 1, “Military Organization of
Poland as Factor in General European Planning [L’organizzazione militare
della Polonia come fattore della programmazione europea generale]. Sec. 1 “Correspondence from 6/30/43 thru 11/4/43”
[Corrispondenza dal 30 giugno ’43 al 4 novembre ‘43], rapporto datato 7
settembre 1943, dal colonnello Mitkiewicz al generale Dean; il testo di questo
rapporto venne pubblicato per la prima volta in traduzione francese con il
titolo “Le Rapport Mitkiewicz du 7
septembre 1943 ou l’arme du tiphus”, in Revue
d’Histoire Revisionniste, n°1, maggio-luglio 1990, pp. 115-128. In rete: http://www.vho.org/F/j/RHR/1/Mitkiewicz115-128.html
[6]
Friedrich Paul Berg, “Typhus and the Jews”
[Il tifo e gli ebrei], in Journal of
Historical Review, 8 (4) (1988), pp. 433-481. In rete: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/8/4/Berg433-481.html
[7] Hans Jürgen
Nowak, “Kurzwellen-Entlausungsanlagen in
Auschwitz”, in Vierteljahreschefte für freie Geschichtsforschung, 2 (2)
1998, pp. 87-105, in rete: http://www.vho.org/VffG/1998/2/Nowak2.html
]; Hans Lamker, “Die Kurzwellen-Entlausungsanlagen
in Auschwitz, Teil 2”, ibid. 2
(4) (1998) , pp. 261-273, in rete: http://www.vho.org/VffG/1998/4/Lamker4.html
. Il primo di questi articoli è stato tradotto in inglese e pubblicato come
parte dell’articolo di Hans Jürgen Nowak e Werner Rademacher “Some Details of the Central Construction
Office of Auschwitz” [Alcuni dettagli della Direzione Centrale delle
Costruzioni di Auschwitz], in Germar Rudolf (a cura di), Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], seconda edizione,
Theses & Dissertation Press, Chicago 2003, pp. 311-336 [il testo citato da
Rudolf corrisponde al capitolo 2 del detto articolo, in rete: http://vho.org/GB/Books/dth/fndNowak.html
]; vedi anche il breve riassunto di Mark Weber, “High Frequency Delousing Facilities at Auschwitz” [Apparecchi di
disinfestazione ad alta frequenza ad Auschwitz], in Journal of Historical Review, 18 (3) (1999), pp. 4-12. In rete: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/18/3/Weber4.html
[8] Su questo
vedi, ad esempio, Friedrich Paul Berg, “Zyklon B and the German Delousing Chambers”
[Lo Zyklon B e le camere di disinfestazione tedesche], in Journal of Historical Review, vol. 7, n°1, pp. 73-94. In rete: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/7/1/Berg73-94.html
mercoledì 25 aprile 2012
Lizzie Phelan: è la NATO che viola il cessate-il-fuoco in Siria
Domenica, 22 aprile 2012
TRASCRIZIONE
Un gruppo in
avanscoperta di osservatori delle Nazioni Unite ha visitato la provincia
siriana occidentale di Homs per monitorare il cessate-il-fuoco mediato dall’inviato
delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan.
Press TV ha condotto un’intervista con la giornalista
freelance Lizzie Phelan per approfondire l’argomento. Ecco la trascrizione dell’intervista.
Press TV: Dall’esterno,
vediamo che viene osservato un coprifuoco; ma se c’è un cessate-il-fuoco, perché
vediamo che scontri sporadici hanno ancora luogo? Cos’è che fomenta i disordini
dietro le quinte?
Phelan: Ultimamente,
il rappresentante siriano alle Nazioni Unite ha descritto in dettaglio come lì,
a partire dal 12 aprile, giorno del cessate il fuoco, vi siano state 593
violazioni da parte dei rivoltosi armati.
È davvero ironico che Susan Rice[2]
condanni alle Nazioni Unite il governo siriano, e che definisca già un
fallimento la missione. Naturalmente, questa è la missione che il suo paese
[gli Stati Uniti] aspettava, e per questo fallimento condanna il governo
siriano, quando i gruppi che il suo governo sostiene sono quelli che hanno
commesso più di 500 violazioni, i cui dettagli sono stati forniti al Segretario
Generale Ban Ki-Moon, a Kofi Annan e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite.
Così, è tutto molto chiaro, anche se gli Stati Uniti, le
potenze occidentali e la NATO sono in uno stato di confusione totale su cosa
fare in Siria. Da un lato, hanno votato per questa risoluzione – al Consiglio
di Sicurezza c’è stato naturalmente voto unanime per mandare più osservatori in
Siria – e allo stesso tempo essi la delegittimano.
È chiaro che hanno bisogno di una exit strategy dalla
Siria. E nello stesso tempo ancora spingono con i loro vani tentativi di un
cambio di regime in Siria.
Press TV: Vediamo che
la cosiddetta conferenza degli “Amici della Siria” dichiara che pagherà i
salari a quelli che combattono contro il governo di Assad, e vediamo anche l’invio
di armi in Siria. Qualcuno sostiene che il cessate-il-fuoco è solo una
copertura?
Phelan: Sì,
assolutamente. Tutto ciò è in totale violazione dei piani della risoluzione. Naturalmente,
non è il governo siriano che sta violando la risoluzione del cessate-il-fuoco,
ma sono i rivoltosi e la NATO che stanno violando il cessate-il-fuoco.
Davvero, bisognerebbe presentare una risoluzione alle
Nazioni Unite, e sono sicura che i russi e i cinesi hanno cercato di presentare
alle Nazioni Unite una risoluzione che condanni il sostegno ai rivoltosi all’interno
della Siria.
Ma, naturalmente, una tale risoluzione non avrebbe mai il
sostegno unanime richiesto alle Nazioni Unite che, naturalmente, prese come
tali sono una farsa e mostrano come queste Nazioni Unite non siano un’organizzazione
democratica perché essa limita il consenso al voto unanime – il che,
naturalmente, non è un consenso e permette, come abbiamo già visto, agli Stati
Uniti e ad altri membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di
distruggere la volontà della comunità internazionale votando contro le
risoluzioni che, per esempio, condannano Israele e sostengono Cuba, ecc.
Press TV: Nell’eventualità
che un’altra risoluzione sulla Siria venga redatta e ratificata, cosa
potrebbero fare in Siria queste forze delle Nazioni Unite, quanto possono
essere di aiuto?
Phelan: È molto importante avere degli
osservatori indipendenti sul terreno perché, da un lato, abbiamo i media dell’Occidente
e della NATO che forniscono la propria versione degli eventi. È emerso più volte che hanno inventato
eventi sul terreno in Siria.
D’altro lato, vi sono i media siriani controllati dallo
stato, che controllano canali come Al-Donia, che forniscono un’altra versione
degli eventi.
Così, è molto importante avere osservatori indipendenti sul
terreno come la missione di osservatori della Lega Araba.
Naturalmente, se fossi uno scommettitore, cosa che non sono,
punterei del denaro sul fatto che questa missione di osservatori verrebbe
disapprovata e che darebbe ragione, essenzialmente, all’analisi del governo
siriano secondo cui esso sta combattendo contro una rivolta armata sostenuta
dall’entità sionista e dalle potenze occidentali.
È come con gli osservatori della Lega Araba, che hanno dato
anch’essi ragione a questa analisi e che, a tale riguardo, hanno presentato il
loro rapporto. Che è stato poi respinto nella Lega Araba, essenzialmente dal
Qatar e dall’Arabia Saudita.
Sono sicura che se vi fosse un qualunque sforzo sincero da
parte degli osservatori sul terreno in Siria, verrebbe irriso da quelli come
Susan Rice, le potenze della NATO, Israele ecc. E vediamo che tutto ciò sta già
accadendo. Stanno già cercando di cancellare la missione degli osservatori. Penso
che il fatto che la stiano già attaccando così tanto dimostra che è qualcosa
che bisognerebbe sostenere.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://lizzie-phelan.blogspot.it/2012/04/lizzie-phelan-on-press-tv-nato.html
[2] L’ambasciatrice
americana presso le Nazioni Unite (n. d. t.).
martedì 24 aprile 2012
La manovra di Abelzi: la rivoluzionaria teoria neurologica dell'infarto miocardico
![]() |
| Il dr. Ugo Abelzi |
La rivoluzionaria teoria neurologica
dell'infarto miocardico
che permette di averne facilmente
ragione.
La manovra di Abelzi
Come
fermare un infarto da soli, senza aiuto di alcuno, senza medicinali, ovunque si
è
L'infarto miocardico non è una malattia
metabolica oscura e minacciosa, bensì un semplice incidente neurologico dovuto
all'attivazione a sproposito del meccanismo salvavita che impedisce in buona
parte dei casi a un individuo ferito di morire dissanguato.
Tale meccanismo di soccorso del corpo,
il processo che riduce o blocca un'emorragia in caso di ferita, si innesca
automaticamente ogni qualvolta il cervello riceve un doppio segnale di forte
dolore dalla zona ferita e di crollo della pressione sanguigna. Qualsiasi
cacciatore sa che la volpe che mette una zampa in una tagliola è capace di
troncarsela a morsi per poi fuggire su tre zampe. Se non fosse in grado di
chiudere l'afflusso di sangue alla zampa bloccata morirebbe certamente
dissanguata. L'infarto miocardico è causato dall'attivazione di questo
meccanismo nel caso che il doppio segnale di forte dolore e crollo della
pressione sistemica risulti all'organismo in partenza dalla zona cardiaca. È
già grave che l'organismo interrompa l'afflusso di sangue perché, se questo
stato viene protratto a lungo il soggetto interessato muore.
La situazione è ancora più tragicamente
beffarda se il doppio segnale (dolore e crollo della pressione) non parte in
presenza di una grave ferita. Ciò può accadere per qualsiasi forte
sollecitazione o incidente lungo il percorso tra la periferia del corpo e il
cervello. Pensate a una linea telefonica che colleghi due apparecchi: se uno di
essi squilla il corrispondente è autorizzato a pensare che la chiamata gli
arrivi dall'altro capo della linea. Questo avviene quasi sempre, ma vi può
essere il caso in cui la chiamata provenga da un operaio che la invia dalla
cima di un palo lungo la linea.
Così avviene nel caso dell'infarto. Il
segnale di dolore e di agitazione, determinante per il crollo della pressione,
può essere dovuto allo schiacciamento del o dei nervi che partono dalla zona
cardiaca e vanno al cervello. In un altro caso, anche se la zona è indenne, il
cervello interpreta il segnale come se essa fosse gravemente ferita e reagisce
nell'unico modo che conosce, togliendo cioè sangue alla zona cardiaca. I punti
nei quali ciò avviene sono i forami intevertebrali a sinistra della colonna
all'altezza delle prime vertebre dorsali. I nervi interessati si infiammano per
un pinzamento anche momentaneo e, esattamente come in una sciatica, attivano i
processi di infiammazione con dolore, gonfiore, calore, rossore e difficoltà
della funzione.
Attualmente l'infarto talvolta guarisce
malgrado le cure e non grazie a esse. È invece semplicissimo iperdistanziare i
corpi delle prime vertebre dorsali con la «manovra di Abelzi» che curva il capo
in avanti come avviene nel «bloccaggio Elson» della lotta. Per fermare un
infarto è sufficiente.
Un attacco di sciatica nella vita può
capitare a chiunque - e così è per l'attacco di cuore -, ma una volta
sdrammatizzato l'infarto possiamo considerare l'ipotesi che l'ischemia sia un
caso unico. Di solito essa non si presenta più. Non vi è bisogno di particolari
accorgimenti per impedire un ripetersi di attacchi, a parte, come si può
immaginare, semplici manipolazioni vertebrali per mantenere in buona forma la
colonna. Potrebbe anche capitare un secondo attacco, che tuttavia non ci
spaventerà per due ragioni: primo, stavolta i segni premonitori li conosciamo;
secondo, con la manovra di Abelzi superarlo è facile. In caso di recidive, la
migliore soluzione, definitiva e sicura, è un intervento chirurgico per
togliere eventuali ernie discali e magari sostituirle con protesi adeguate.
Il meccanismo salvavita che può
provocare l'infarto venne chiamato da William B. Cannon «fight or fly»
(combatti o fuggi). È grazie a esso se la fiera che combatte e viene ferita può
sopravvivere. Se il meccanismo è semplice, è anche semplice il modo di opporsi
con successo all'infarto. Inoltre la manovra di Abelzi è alla portata di
chiunque.
Tutto ciò che si sostiene sulla
malattia infarto è falso. È falsa l'etiologia. È falsa la patogenesi. È
aleatoria la diagnosi. È inutile e sbagliata la terapia.
L'infarto come malattia non esiste: è
solo un tentativo dell'organismo di salvarsi da un grave pericolo anch'esso
inesistente. Muoiono tuttavia le cellule di
una parte del cuore per un'assenza prolungata di flusso sanguigno.
La teoria etiopatogenetica che spiega
la malattia «infarto» non è minimamente cambiata da quando, nel 1799, Giovanni
Battista Morgagni la formulò. La triade angina-infarto-morte improvvisa è
universalmente riconosciuta da allora come provocata da una riduzione del
flusso nutritivo al muscolo cardiaco a causa di ostruzioni delle arterie
coronarie (ischemia asssoluta) o da uno squilibrio tra disponibilità di flusso
nutritivo e necessità metaboliche (ischemia relativa). In questi duecento anni,
la cardiologia non ha annoverato grandi progressi.
Rispetto alle enormi scoperte che la
medicina fa continuamente, essa è rimasta indietro. Non è adeguata ai progressi
del resto della medicina né per quanto riguarda la diagnostica né per quanto
riguarda la terapia. Per curare l'infarto si raccomanda di
fluidificare il sangue, e poco di più. Da ciò che leggerete potrete rendervi
conto che nulla - e sottolineo nulla - di ciò che si fa correntemente può avere
alcun effetto benefico su un infarto.
La malattia coronarica - angina,
infarto, morte improvvisa - non dispone in effetti, malgrado quanto si creda, nemmeno
di una terapia preventiva. Tutto ciò che si fa per prevenire l'infarto si basa
solo su superstizioni: si sostiene che per prevenire l'infarto si debba
combattere il colesterolo, il fumo, l'aumento di peso. Ma l'infarto ha origine
altrove.
Secongo l' Organizzazione Mondiale
della Sanità l'infarto miocardico dipenderebbe da una o più delle seguenti
cause: aterosclerosi coronarica, trombosi coronarica, aggregati piastrinici e
malattia dei piccoli vasi intramurali, spasmo coronarico.
Ciò è vero? No. Non si tratta infatti
di motivi dell'infarto, ma di modi in cui esso avviene. La causa è un'altra.
Giorgio Baroldi, dell'Istituto di
Fisiologia clinica del CNR dell'Università di Pisa, pubblicò nel lontano 1982
un eccellente saggio in cui smontava, una per una, tutte le affezioni
riconosciute universalmente come possibili cause della malattia coronarica.
Riassumiamo di seguito il pensiero di Baroldi:
La causa dell'infarto non è
l'aterosclerosi coronarica, che
è una forma di arteriosclerosi caratterizzata da un
ispessimento localizzato delle arterie (ateroma), capace di ridurre o impedire
del tutto il flusso ematico. L'aterosclerosi coronarica viene universalmente
considerata come causa dell' infarto miocardico. Nelle coronarie si
produrrebbero stenosi, anche non gravi, che rimarrebbero a lungo silenti. La
formazione di altre stenosi, o l'aggravamento delle preesistenti, o il semplice
aumento della richiesta metabolica, produrrebbe un'ischemia sintomatica
ingravescente, fino a che un'ulteriore occlusione darebbe luogo all' infarto
e/o alla morte improvvisa. Baroldi esaminò
duecentodiciassette casi e riscontrò che il 60% dei soggetti con gravi stenosi
a uno o più rami coronarici non mostrava infarto. Confrontando poi due gruppi,
il primo formato da soggetti sani deceduti per accidente e pazienti
aterosclerotici non cardiopatici deceduti per altra malattia e il secondo
costituito da pazienti morti per infarto cardiaco acuto o morte improvvisa,
arrivò alla conclusione che non esistevano differenze significative in termini
di grado e numero di lesioni tra aterosclerotici non cardiopatici e pazienti
deceduti per cardiopatia ischemica.
Inoltre anche i soggetti normali
presentavano con frequenza significativamente alta stenosi gravi. Dall'esame
del grado e del numero delle stenosi in cardiopatici ischemici deceduti al
primo episodio, egli osservò che la malattia poteva insorgere indipendentemente
dal grado e dall'estensione del danno aterosclerotico coronarico.
Che cosa significava ciò?
Angina o infarto, o morte improvvisa,
possono avvenire sia in presenza di stenosi non gravi, oppure in
presenza di una, due o tre stenosi gravi. Non esiste quindi una soglia oltre la
quale inizi la malattia.
In modo simile, l'autore scalzò tutte
le indicazioni date dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma allora...
Ma allora - se l'infarto non origina da
alcuna delle cause che abbiamo esaminato - perché avviene?
*
* *
La cardiologia non ha nemmeno mezzi
diagnostici predittivi. Essa è solamente in grado di riconoscere un infarto se
è avvenuto o se è in atto, ma non può dire a una persona se un infarto le verrà
nel giro di dieci minuti. Infiniti sono gli aneddoti che si raccontano su
pazienti che, usciti dallo studio del cardiologo con un rassicurante
elettrocardiogramma, dopo dieci minuti si sono accasciati a terra per un
infarto.
Il problema discende direttamente dal
tipo di esami che si svolgono per scoprire un infarto. Essi sono per loro
natura capaci di scoprire una lesione del tessuto cardiaco già avvenuta. Un
elettrocardiogramma fatto a pazienti con l'angina pectoris sarà del tutto
normale se il muscolo cardiaco non è già leso. Mostrerà un sopraslivellamento o
un sottoslivellamento del cosiddetto «tratto ST» solo se vi è già una lesione.
Ricordate che una lesione può essere presente anche nella semplice angina
pectoris. È qui che la diagnosi differenziale fra la triade - angina, infarto,
morte improvvisa - si avvicina a un vero e proprio imbroglio semantico.
Infatti, tutte le lesioni di tessuto cardiaco inferiori a un pollice (due centrimetri
e mezzo) non devono dirsi ancora «infarto». Così è anche per quanto riguarda
gli altri esami in uso: anche gli enzimi che si ricercano nel sangue, quelli
che derivano dalla distruzione di tessuto muscolare - quello cardiaco - possono
risultare positivi solo quando la distruzione è già avvenuta. Se è una grossa
distruzione, è infarto. Se è minore, è angina. L'argomentazione è piuttosto
rozza, in verità.
Ma il problema pratico più grave è,
proprio per quanto appena detto, che nessun esame è predittivo, nemmeno a breve
termine.
Occorrerebbe trovare il modo di
identificare la triade all'inizio, quando la malattia è ancora reversibile.
Oggi in quella fase non esiste una diagnosi strumentale differenziale che la
distingua da un'infinità di altri disturbi e malattie. Così moltissime volte i
sintomi vengono attribuiti a indigestione o malattie respiratorie e toraciche.
È solo dopo qualche tempo che ci si accorge dell'esistenza di un infarto. Ma è
ora che questo sistema medievale di lasciare che il paziente subisca un danno
irreversibile al cuore prima di diagnosticargli la malattia venga abbandonato.
Non è tutto. Della cardiologia
fa parte anche il più rozzo e anacronistico degli esami strumentali utilizzati
in medicina.
Abbiamo detto che un elettrocardiogramma
vale per il passato. Scopre un infarto avvenuto oppure in atto, ma non si
accorge dell'infarto che avverrà nel giro di cinque minuti. Non ha alcun valore
preventivo. Solamente la clinica può scoprire l'infarto che sta per sorgere:
quando il forte dolore di cui parleremo, a livello delle ultime vertebre
cervicali e delle prime vertebre dorsali, è avvertibile dal paziente, vi è
pericolo di angina o di infarto.
La cardiologia esistente è empirica e
primitiva. Uno dei più grandi cardiologi del
mondo, Demetrio Sodi Pallares, intervenendo a un congresso, affermò: «Cari
colleghi, ricordate che lo strumento più potente in vostro possesso è quello
che si può trovare fra i due auricolari del vostro fonendoscopio». Se in
cardiologia - come in tutto il resto della medicina - si vorrà ignorare la
clinica, e si cercheranno invece riscontri strumentali, i risultati saranno
imprecisi e praticamente inaffidabili. Ripeto: qualche minuto prima che un
paziente sia colpito da infarto l'elettrocardiogramma può risultare negativo.
Anche la prova più complessa, quella
dell'elettrocardiogramma sotto sforzo, è un'assurda barbarie. È come dire: non
siamo sicuri se sei a rischio d'infarto, per cui ti facciamo pedalare o correre
fino a quando non crolli; ma niente paura: se inizia un infarto smettiamo e ti
curiamo. Non è follia? Nel migliore dei casi è una prova inutile. Nel peggiore
dannosa, anzi equivale a un «giudizio di Dio» medievale. Infatti, se dà esito
negativo era inutile; se dà segno positivo è stata dannosa: significa che ha
scatenato il meccanismo della triade e può addirittura provocare un infarto al
povero paziente.
Sì, d'accordo, è un infarto che
avviene in ambito ospedaliero, ma dal punto di vista legale gli si provoca
egualmente un danno ingiusto e notevole. Mettere a rischio di infarto
una persona non è una pratica da medicina moderna, soprattutto se si pensa che
non tutti gli infarti oggi si possono fermare, anche con cure ospedaliere
immediate. La più antica regola della medicina recita: «Primum non nocere», per
prima cosa non nuocere. La pratica dell'elettrocardiogramma sotto sforzo,
invece, può nuocere gravemente. Ricorda infatti l'epoca in cui si buttava una
donna sospettata di essere una strega giù da un dirupo e si confidava in Dio.
Se sopravviveva, voleva dire che si trattava veramente di una strega. Se invece
la donna che si buttava giù non era una strega, moriva. Però in grazia di Dio.
Ritroviamo lo stesso principio più o
meno nella pratica dell'elettrocardiogramma sotto sforzo: esso si dimostra
utile solo se risulta positivo, ma se è positivo non lo si doveva eseguire.
Sarebbe ora di bandirlo dalle pratiche mediche, ma ciò è quasi impossibile,
perché la medicina, quando non riesce a trovare metodi di indagine e terapie
efficaci, tende ad adagiarsi sull'esistente.
* * *
Al giorno d'oggi, dovremmo forse
accettare di non saper diagnosticare una malattia e di non avere a disposizione
alcun metodo predittivo per riconoscerne l'imminenza? No. Esiste infatti un
metodo clinico, non strumentale, veloce e preciso, in grado di indicare che un
paziente è in pericolo. Qual è? È il cosiddetto «pincé-roulé» che
spiegherò più oltre.
L'infarto miocardico è dovuto ad una
inappropriata, errata attivazione del meccanismo di fight or fly che abbiamo
già nominato, il quale dovrebbe intervenire in caso di gravi ferite, con shock
emorragico, e che a volte si attiva a sproposito, anche in assenza di esse.
Shock è un termine inglese che significa urto,
scossa violenta. Vi sono vari tipi di shock. Quello emorragico si ha quando un
individuo è ferito e perde copiosamente sangue. Dal luogo della ferita parte,
verso il cervello, un segnale di dolore, che , se accompagnato anche da un calo
di pressione sanguigna, causa un grande allarme: l'organismo «sa» che sta
perdendo sangue ed attua immediatamente gli interventi del caso. Come prima
cosa blocca l'afflusso di sangue alla zona ferita. Cannon chiamò questo
meccanismo di emergenza fight or fly perché l' arresto dell'emorragia può
appunto consentire all'individuo, uomo o animale che sia, di «combattere o
fuggire». Questo meccanismo è potente, e può essere provvidenziale. Esso
funziona in tutte le condizioni, anche le più disperate, ma per farlo non può
che essere grossolano e rudimentale. Funziona anche quando vi sono lesioni
importanti al sistema nervoso periferico, addirittura quando i nervi non
esistono più (come nel caso di un arto strappato), ma paga la sua potenza a
caro prezzo: non è in grado di tener conto delle conseguenze. Organi che
rimangano privi di sangue per più di due ore o due ore e mezzo sono condannati:
moriranno. Così, se un meccanismo di emergenza funziona più di qualche ora, non
è diverso da una condanna a morte.
L'infarto miocardico è dovuto proprio al
provvedimento di emergenza che l'organismo attua per arrestare una grossa
perdita di sangue - in effetti inesistente - nella regione cardiaca, come
accadrebbe se si fosse feriti al cuore.
L'organismo sbaglia, scambiando un segnale di
dolore e di ipotensione per una ferita al cuore. Se l'organismo sbaglia, noi
facciamo di peggio: rispondiamo opponendoci - come se fosse una malattia - a
quello che invece è un disperato automatisno attivato per allontanare la morte,
che invece provocherà una ischemia al muscolo cardiaco, fermabile in pochi
istanti, con due dita, se solo capissimo che cosa sta succedendo.
E da questa tragedia dell'incomprensione traggono
origine le difficoltà che si incontrano quando si cerca di curare un
infartuato. È solo per caso, arriverei a dire, che le terapie che mettiamo in
atto possono avere effetto positivo. Infatti, tutto ciò che possiamo tentare
passerà al vaglio dell'organismo del paziente e, attraverso tale crivello,
emergerà solo ciò che secondo l'organismo segnalerà una tendenza alla
normalizzazione del circolo e ad una cessazione della (falsa) emorragia.
È difficilisssimo contrastare l'ischemia che il
corpo provoca, perché è un fenomeno con modalità ancestrali non modificabili.
Proprio a causa delle sue caratteristiche di salva-vita, esso si sostituisce a
qualsiasi normale meccanismo di regolazione, anteponendosi ai principi generali
dell'omeostasi che governano la vita. Non è possibile agire sugli effetti di
questo meccanismo. L'unica via per interromperne il funzionamento è quella di
intervenire a monte e interrompere i segnali di allarme. L'organismo reagisce
al dolore e all'ipotensione? Occorre agire su questi segni. Prima sul dolore,
se non è possibile contrastare lì per lì anche l'ipotensione. Appena questi
segni si ridurranno, cesserà lo stato di pericolo e la ragione dell'attivazione
del relativo intervento di emergenza.
Non giungono più segnali di grave ferita al cuore?
Bene, cessato pericolo: si può ripristinare il normale afflusso di sangue. Se
l'ischemia, protratta troppo a lungo, non avrà già provocato l'infarto, la
necrosi del cuore. Se il cuore funziona ancora.
Il meccanismo di estrema emergenza del
fight or fly, il quale permette all'individuo di arrestare l'afflusso di sangue
alla zona del corpo in cui si è aperta una ferita, è semplice, grosolano ma
efficace in tutte le situazioni che si possono presentare, a seguito, per
esempio, di un incidente o di un combattimento. Perché si attivi è sufficiente,
come abbiamo detto, che dalla zona ferita parta un segnale di forte dolore e
che cali la pressione arteriosa.
Dolore = ferita; calo di pressione =
perdita di sangue.
Il dolore è in grado di attivare un
riflesso di emergenza nelle condizioni più critiche: viene trasmesso da
neuroni, ma agisce anche quando i nervi sono lesi (come a seguito di un
combattimento) o addirittura troncati, cioè quando la comunicazione con il
sistema nervoso centrale non esiste più.
Insomma: tutte le forti emorragie
provocano segnali di forte dolore dalla zona ferita e calo della pressione
sanguigna sistemica.
Inversamente, ogni segnale di forte dolore
accompagnato da un brusco calo di pressione viene interpretato dall'organismo
come prodotto da una forte emorragia.
Le malattie sopravvengono in tre casi:
1) se qualcosa che dovrebbe essere nel corpo non c'è; 2) se c'è qualcosa che
non vi dovrebbe essere; 3) se vi è un errore dell'organismo il quale crede che
si stia verificando uno dei due casi precedenti.
Gli errori nella patogenesi delle
malattie sono frequenti. Errori, per esempio, sono alla base di tutte le
malattie autoimmuni. Un semplice errore è alla base, per esempio, della
sclerosi multipla (ma di questo parleremo un'altra volta, come direbbe Rudyard
Kipling).
Un errore di valutazione
dell'organismo è alla base dell'infarto miocardico acuto.
L'organismo crede di essere in
grave pericolo, ma non è così.
A questo punto, dobbiamo ammettere che
due importanti entità nosologiche hanno segni e sintomi simili. Prendiamo i
sintomi principali dell'angina, anticamera dell'infarto. Se i sintomi dolore,
sudorazione, agitazione, ansia, ipotensione permangono per non più di un quarto
d'ora, qualsiasi medico diagnosticherà un'angina pectoris. Se gli stessi
sintomi durano più a lungo, avremo l'infarto.
Ma anche uno shock emorragico presenta
gli stessi sintomi: dolore, sudorazione, agitazione, senso d'ansia,
ipotensione.
Ora, angina pectoris e shock
emorragico differiscono in qualche cosa? Sì. L'angina è una malattia, mentre lo
shock emorragico è un meccanismo di emergenza prodotto dall'organismo per
fronteggiare il pericolo di una malattia mortale, l'anemia acuta dovuta a un'emorragia.
Un riflesso nervoso è un'azione
involontaria causata dalla stimolazione di una terminazione nervosa periferica
(recettore) di una fibra nervosa (assone) afferente (sensitiva).
I riflessi costituiscono la base
dell’attività di tutto il sistema nervoso centrale. Essi si producono a tutti i
livelli dell’encefalo e del midollo spinale.
Come il neurone è l’ unità anatomica o
strutturale del sistema nervoso, così l’atto riflesso è l’unità fisiologica o
funzionale attraverso la quale in definitiva si realizza tutta l’ attività
nervosa. La base strutturale dell’atto riflesso è l’«arco riflesso». Questo,
nella sua forma più semplice, è costituito da: recettore, fibra nervosa
afferente, centro del riflesso, sinapsi, fibra nervosa efferente, effettore.
Nell'attivazione del meccanismo di
emergenza che porta all'infarto, si può riconoscere il classico arco riflesso,
che parte da recettori locali del dolore, sale attraverso un neurone
afferente (sensitivo) fino a un centro del riflesso ed ha sinapsi con almeno un
altro neurone, poi ridiscende attraverso una via efferente ad un effettore che
spasmizza le arterie che portano sangue alla zona ferita, riducendo il
passaggio di sangue fino, in molti casi, a bloccarlo completamente. Quasi
sempre, oltre ai neuroni afferente ed efferente, viene attivato anche il
sistema nervoso autonomo, a causa dell’entrata nel circolo sanguigno di
adrenalina, ormone del combattimento e dello stesso dolore. Il ramo afferente,
quello del nervo sensitivo schiacciato tra le vertebre, non farà giungere
l'impulso fino al Talamo, ma, nel punto più vicino alla sorgente del dolore che
comunichi con il sistema simpatico, entro il midollo spinale e il bulbo,
formerà con esso l'arco riflesso che spasmizzerà le arterie interessate. Per
questo motivo nell'infarto si troveranno sia punti dolenti alla palpazione
all'emergere delle radici nervose fra la seconda vertebra dorsale e la quinta,
sia altri punti sulle paravertebrali fra la terza vertebra cervicale e la
seconda dorsale. A tale livello si trova il centro del riflesso. Alla
manipolazione tra la seconda e la quinta dorsali sarà bene far precedere una
compressione di tipo shiatsu appunto sulla paravertebrale fra la terza
cervicale e la terza dorsale. In tal modo si interromperà l'arco riflesso più prontamente,
agendo su tutte e tre le sue componenti.
Questo meccanismo non è a prova di
errore. La situazione si fa tragica quando esso si attiva per una ferita al
cuore: non fa che ritardare di poco la morte. Ma la situazione è ancora più
beffardamente tragica quando questo meccanismo si attiva per sbaglio, solo
perché un dolore in regione cardiaca si presenta assieme a una improvvisa
ipotensione. Ciò succede infinite volte. Lo stesso forte dolore, o l'angoscia
che ne deriva, può causare un brusco calo di pressione.
E che origini può avere il forte
dolore in regione cardiaca?
Se il cuore è sano, può tuttavia
capitare che il nervo sensitivo che parte dal cuore segnali dolore se è
compresso in un punto qualsiasi tra la sua origine e il cervello, o tra la sua
origine e il più vicino centro del riflesso. Il punto più vulnerabile si trova
all'emergere della radice nervosa quando passa entro il forame intervertebrale,
prima di arrivare al midollo spinale.
Noi nasciamo con la colonna
vertebrale, composta di strutture ossee dure - le vertebre - inframmezzate da dischi
intervertebrali cartilaginei più teneri, con compiti di ammortizzazione e
anti-usura. All'interno dei forami intervertebrali vi è spazio più che
sufficiente per il passaggio dei nervi.
C'è però un problema: noi non siamo
stati creati per la stazione eretta. Da quadrupedi siamo diventati bipedi, ma
con una riduzione delle prestazioni del nostro corpo. Il peso del corpo che
grava sul bacino e i traumi continui derivanti dalla stazione eretta, dal
trasporto di pesi mediante gli arti superiori, logora le strutture della
colonna molto più del sostenibile. Queste strutture divengono relativamente
inadeguate e si deteriorano già in età giovanile. A cedere per primi sono i più
teneri dischi intervertebrali e le vertebre si avvicinano tra loro. Il
risultato più dannoso è che si riducono gli spazi che formano i forami
intervertabrali e i nervi che li occupano cominciano ad avere difficoltà in uno
spazio che con il passare degli anni diventa sempre più ridotto. Finché
cominciano i dolori di schiena. Tutti ne soffrono. È il grido di dolore dei
nervi compressi, che prima si infiammano solamente, poi cominciano a dare
problemi funzionali, come il blocco lombare, il famoso «colpo della strega».
Esso compare quando vi è una compressione delle quattro radici del nervo ischiatico.
Anche nel colpo della strega abbiamo l'attivazione di un arco riflesso, con
centro del riflesso a livello della VII-VIII vertebra dorsale.
Il problema è molto più grave se i
nervi schiacciati ed infiammati sono all'altezza delle prime vertebre dorsali.
In quel tratto si trovano i nervi che comandano le funzioni del cuore: la
contrattilità, la frequenza e, ahimè, l'apertura e la chiusura delle arterie
coronariche. Tutte le arterie pulsano, aprendosi e chiudendosi al ritmo
cardiaco. E tutte, per azione degli stessi nervi che le fanno pulsare, possono
chiudersi nel meccanismo antishock che blocca le emorragie.
Così un cuore sano sembra
all'organismo in grave pericolo. L'organismo chiude l'afflusso di sangue per
una emorragia inesistente e l'individuo muore. Per sbaglio.
Ma in che cosa consiste il punto
debole del meccanismo?
In qualsiasi individuo la periferia e
il cervello non sono a contatto diretto. Tra loro vi è un sistema di
trasmissione, che sul versante sensitivo in parte è formato dai nervi che dalla
periferia vanno al midollo spinale, poi si uniscono e vanno al cervello. In
ogni punto di tale percorso i nervi possono subire danni, che provocano errori
nei segnali veicolati.
Il punto più suscettibile di essere
danneggiato è quello in cui il nervo entra nella colonna vertebrale. La colonna
vertebrale è una struttura dalle possibilità incredibili. Nessun ingegnere
avrebbe potuto risolvere meglio il problema di progettare una struttura rigida
ma tanto flessibile da permettere movimenti complessi, capace di sostenere il
peso degli organi interni di un individuo, di proteggere durante tutta la sua
vita le linee di comunicazione tra periferia e centro dell'organismo. La
soluzione formata da piccoli segmenti ossei inframmezzati da dischi
ammortizzatori più morbidi, che al loro interno presentano un canale che
protegge le linee di comunicazione per gran parte del loro percorso, è una
soluzione superba.
Ma ha dei limiti. Il maggiore è dato
dai dischi di cartilagine inframmezzanti le più dure vertebre. Un quadrupede ha
meno problemi di un uomo: il peso del corpo grava sulle zampe, che sono rigide
e robuste. La colonna vertebrale di un animale non subisce gravi usure. Al
massimo, se il corpo dell'animale è lungo - come nel caso dei cani bassotti -,
la colonna si comporta come una catenaria - come i fili dei tralicci dell'alta
tensione, per intenderci - e l'animale tenderà a consumare i dischi
intervertebrali, composti dalla meno resistente cartilagine, nella parte
posteriore, cioè, per un quadrupede, quella superiore.
Per gli esseri umani, invece, la
colonna vertebrale è fonte di molti guai. La ragione di ciò sta nel fatto che
la costringiamo a svolgere un lavoro per il quale non è adatta: sostenere il
tronco, la testa e le braccia; con le braccia, poi, facciamo lavori faticosi,
portiamo pesi. La strapazziamo in un'infinità di modi. Risultato? È inevitabile
che essa abbia una vita più breve di quella del resto dell'organismo. Con il
passare degli anni cede. E cede, ovviamente, nella parte più debole: i dischi di
cartilagine, teneri, interposti fra le vertebre più dure, nati come semplici
ammortizzatori.
A mano a mano che le vertebre si avvicinano l'una
all'altra, i nervi che ne fuoriescono ad ogni livello hanno meno spazio a
disposizione. Verso i venti-venticinque anni cominciano i primi fastidi dovuti
allo schiacciamento dei nervi nei punti in cui emergono dalla colonna. Il colpo
della strega è una limitazione funzionale dovuta alla compressione, appunto, di
almeno tre nervi nella zona lombo-sacrale, con il risultato di forti dolori
alla schiena e alla gamba. I sintomi sono: forte dolore all'uscita dei nervi
dalla colonna, ma anche nel territorio innervato. Oltre al dolore vi è
agitazione, ansia e riduzione dell'afflusso di sangue (i piedi sono freddi).
Ora, immaginate che questa
compressione di nervi tra due vertebre si verifichi più su, in particolare nel
tratto fra la settima cervicale e la quarta dorsale.
Il risultato deve essere lo stesso. Al
sistema nervoso centrale (cervello o midollo spinale) giunge un segnale di
dolore, come per una ferita, misto ad ansia, agitazione e con ipotensione.
Risultato? Attivazione del fight or fly: subito, si ferma l'afflsso di sangue
al territorio di quel nervo che trasmette dolore, perché l'organismo appare in
grave pericolo. Ma non è così.
E se è il cuore a lanciare il segnale
dolore-ipotensione? Anche i nervi sensitivi in partenza dal cuore non si
sottraggono alla regola generale. Un segnale di forte dolore può giungere al
midollo spinale provenendo dalla zona del cuore. Che cosa può succedere? Nulla
cambia. Se il dolore è accompagnato - mimando lo shock emorragico - da
improvvisa ipotensione, anche qui l'organismo interpreta l'insieme dei due
sintomi come segno di uno shock emorragico in atto: l'individuo sembra ferito
al cuore e sembra che perda molto sangue, tanto da far cadere improvvisamente
la pressione. Provvedimenti? Ce ne è solo uno, il solito: chiusura immediata
dell'afflusso di sangue all'organo che sembra «ferito».
Ma se manca a lungo il sangue al
cuore, l'individuo muore sicuramente. Giusto, ma questa considerazione esula
dalle possibilità del meccanismo primitivo che governa l'organismo in quel
momento.
A questo punto, l'organismo è in
difficoltà. Se registra i sintomi che abbiamo visto, non può fare altro che la scelta
sbagliata. Il sistema nervoso conosce quei sintomi, ed essi significano
pericolo.
Il difetto di base di cui il sistema
nervoso soffre è che esso non è in grado di riconoscere gli errori di
trasmissione. A causa della sua natura, riceve i dati proprio come sono stati
trasmessi dalla periferia. Non è capace di riconoscere gli errori attribuibili
alle modalità di trasmissione. Ma gli errori esistono e sono comuni. Abbiamo
già fatto l'esempio della cattiva interpretazione di una chiamata sulla linea
telefonica. Qualche cosa di simile accade nella vita di tutti i giorni del
nostro corpo.
Se si ha la sciatica, il problema non
sta nel punto della gamba che fa male. In quel punto non vi è nulla di malato.
Il problema è più su, dove il nervo sciatico emerge dalla colonna vertebrale,
all'altezza delle ultime vertebre lombari. Eppure il dolore si avverte
indiscutibilmente lungo la gamba. Il guasto si trova lungo il tragitto del
nervo e invece il cervello lo crede originato al termine del tragitto stesso.
Il cervello, cioè, è costruito in modo da considerare sempre se stesso
collegato alla periferia in modo perfetto, al punto che non riconosce
l'esistenza degli errori di trasmissione. Ma, parafrasando gli slogan
pubblicitari di una grande casa automobilistica, se una cosa esiste, prima o
poi si guasterà.
E dov'è che la trasmissione di
sensazioni dalla periferia al sistema nervoso centrale può più facilmente
avvenire in modo sbagliato? All'emergere dalla colonna vertebrale, dove il
nervo esce dal midollo spinale e passa attraverso il forame formato dall'incavo
inferiore della vertebra sovrastante e l'incavo superiore della vertebra
sottostante. Normalmente i due mezzi fornici, distanziati fra loro dal disco
cartilagineo intervertebrale, sono sufficienti a permettere al nervo di uscire
indenne dalla struttura della colonna, ma con il procedere dell'età le cose
cambiano. I dischi intervertebrali, di consistenza più tenera, si usurano prima
delle vertebre. Ma quando essi si asssottigliano, gli spazi fra le vertebre si riducono.
E i nervi, che prima avevano lo spazio necessario, possono trovarsi compressi
nel forame divenuto insufficiente.
In qualsiasi momento, per le cause più
disparate (un movimento, una sottostante infiammazione del nervo), la
situazione puo` precipitare. Non c'è nemmeno bisogno, in verità, di traumi
diretti sul nervo. La semplice infiammaziove provoca «rubor, dolor, calor,
tumor, laesa functio», cioè rossore, dolore, aumento di temperatura, gonfiore e
alterazione delle funzioni. E il pericolo è proprio nel tumor, nel gonfiore. Il
nervo si gonfia, per infiammazione o per pinzatura tra due vertebre. Può essere
sufficiente un attimo perché si faccia troppo grosso per passare indenne nel
forame divenuto relativamente troppo stretto. Anche se un attimo dopo la
pinzatura cessa, ormai il nervo è diventato più grosso, non passa più indenne e
le pareti ossee del forame continuano a schiacciarlo impedendogli di
disinfiammarsi e di rimpicciolirsi. Bisognerebbe che il forame diventasse più
ampio del normale, per far sì che quel nervo, diventato più grosso del normale,
non ne toccasse più le pareti. Dolore, dolore che il cervello legge soprattutto
come proveniente dal territorio innervato, e solo secondariamente dal punto in
cui il nervo è compresso. È la stessa cosa che si presenta con la sindrome
dell'arto fantasma: la persona a cui è stato amputato un braccio continua ad
accusare dolore a un dito che non possiede più, cioè il nervo tranciato
continua a localizzare e trasmettere sensazioni - evidentemente provenienti da
altri punti del tracciato nervoso - come se provenissero ancora dal territorio
originariamente innervato.
È così che un cuore sano sembra
all'organismo in grave pericolo e un individuo muore. Per sbaglio.
La prima e più importante conseguenza
del fatto che la cardiologia non conosca la vera etiopatogenesi della malattia
infarto, è che le terapie che si intraprendono di solito in caso di infarto
miocardico acuto sono inadeguate e inefficaci. Se a volte un infarto si risolve
bene, ciò non è dovuto alle terapie, ma alla fortuna. Si può dire che l'infarto
si blocchi non grazie alle terapie correnti, ma malgrado esse.
* * *
Come abbiamo visto, non esistono
conoscenze etiopatogenetiche, non si sa come né perché avvenga l'infarto, non
si sa riconoscere l'infarto altro che quando ha già distrutto una parte del
cuore. Non lo si sa prevedere. Non lo si sa fermare, perché le terapie sono
quasi tutte inadeguate.
Possibile che ci si debba rassegnare
di fronte a questa palude di ignoranza? No. Se siete arrivati fin qui nella
lettura, avete già imparato molte cose sull'infarto: che cosa è veramente e
come si sviluppa. Avrete anche capito che non si deve averne paura: basta
conoscerlo.
Adesso vi dirò ancora alcune cose
semplici, le più importanti.
Abbiamo visto che la triade si innesca
per compressioni delle radici nervose all'uscita fra le vertebre C7-D3-D4,
sulla linea paravertebrale a sinistra. Bene: se vi è compressione dei nervi vi
deve essere infiammazione. Se vi è infiammazione, quei nervi - e la cute
sovrastante - devono presentare i segni classici di tutte le infiammazioni:
rossore, gonfiore, dolore, aumento di temperatura e danno alla funzione. Di
questi segni, il più facile da valutare è il dolore. Se toccate la cute del
dorso del paziente sulla linea paravertebrale, subito a sinistra della colonna,
nel tratto compreso fra quelle vertebre, potrete apprezzare la dolorabilità.
Prendete la cute fra le dita e arrotolatela nel «pincé-roulé», come fareste per
preparare una sigaretta. Tale manovra sarà dolorosa per il paziente. In più
potrete apprezzare il gonfiore del tessuto, l'edema del muscolo soprastante il
nervo infiammato. Se dolore ed edema sono forti, il meccanismo della triade è
in corso. A questo stadio un ecocardiogramma può essere ancora silente o rivelare
già un sopra o sottoslivellamento del tratto ST, ma non è il caso di attendere
riscontri strumentali più precisi: intervenite subito con la manovra di Abelzi.
Con la manovra si provoca una lieve
diastasi, cioè si distanziano lievemente tra loro, più del normale, tutte le
vertebre cervicali e le prime dorsali. La manovra è senza pericolo e ha lo
scopo di lasciare il tempo ai nervi infiammati e gonfi di disinfiammarsi e
rimpicciolire. Ciò avviene in meno di un minuto. Poi si può lasciare la presa,
con la sicurezza che il nervo così rimpicciolito non toccherà più le pareti del
forame intervertebrale.
Eseguite questa manovra per pochi
minuti, poi ricontrollate la cute sulle paravertebrali. Gli effetti si vedranno
immediatamente. Se i nervi vengono decompressi, basta mezzo minuto perché si
sgonfino e si disinfiammino. A quel punto, anche se le vertebre non rimangono
più lievemente sovradistanziate - come avviene durante la manovra -, non
impegneranno egualmente più i nervi perché nel frattempo questi, sgonfiatisi,
passeranno indenni atttraverso i forami che prima li comprimevano. Il dolore,
segno dell'infiammazione, cesserà immediatamente.
Riprovate il pincé-roulé: un lieve
indolenzimento residuo non ha importanza; se invece la cute si rivela ancora
dolorabile, continuate la manovra di Abelzi fino a quando il paziente non
accusa più dolore.
Ovviamente un controllo cardiologico
sarà necessario, ma aspettatevi risultati sbalorditivi: ci sarà esito negativo,
se siete intervenuti tempestivamente, quando la triade era ancora angina
iniziale; se invece l'intervento è stato più tardivo, si troveranno segni
d'infarto, la gravità dei quali dipenderà dal ritardo dell'intervento. In
quest'ultimo caso, vi sarà anche chi metterà in dubbio che vi sia stato un vero
rischio d'infarto. Molti probabilmente non si ricrederebbero nemmeno se il
numero degli infarti miocardici crollasse drasticamente in tutto il mondo.
In ogni caso, si deve evitare di
lasciare il paziente immobile a letto e si deve intraprendere una terapia
manipolativa alla colonna vertebrale affinché non si ripresentino più le
compressioni delle radici dei nervi.
Se provate i classici sintomi
dell'infarto, ossia dolore retrosternale, dolore alla spalla e al braccio
sinistri e dolore fra le scapole, non perdete tempo. Non sottovalutate questi
sintomi. Meglio agire per un falso allarme, che non agire e scoprire che era un
allarme vero. In ogni caso, sappiate che il pincé-roulé non sbaglia. Se è
positivo, si è attivata la triade. E se, d'altro canto, è attiva la triade - se
cioè la triade è in corso, si avrà dolorabilità sulla cute tra C6 e D4 a
sinistra, sempre.
Ormai sapete che cosa sta accadendo e
che cosa occorre fare. Dei nervi, all'emergenza dalla colonna vertebrale,
subito sotto il vostro collo, sono rimasti intrappolati fra le vertebre che li
comprimono. Con la compressione i nervi si sono gonfiati. Per riportare le cose
alla normalità non basta più ripristinare i normali rapporti anatomici, ma
occorre distanziare fra loro quelle vertebre un po' più del normale, fino al
punto che non comprimano, che non tocchino più i nervi che ormai da tempo sono
più gonfi del dovuto. Sarà sufficiente tenere le vertebre così distanziate per
qualche minuto: i nervi si disinfiammeranno, si sgonfieranno e ricominceranno a
funzionare correttamente. Se potete valervi dell'opera di un fisioterapista che
intervenga nel giro di poche ore, allertatelo. Altrimenti, chiamate il medico
e, nel frattempo, agite così: procuratevi un oggetto tondeggiante non cedevole,
come una palla da tennis o una bottiglia o un sasso; sdraiatevi a pancia in
alto su una superficie dura (non il letto), sul pavimento, sul marciapiedi,
ovunque voi siate, e ponetevi l'oggetto in mezzo alle scapole, subito a
sinistra della colonna vertebrale, quattro dita sotto la vertebra prominente
che indica l'inizio del tratto dorsale della colonna, proprio contro il punto
che vi fa male. Rimanete in tale posizione fino a quando il dolore cessa
completamente (ci vorranno almeno dieci minuti). Se non potete farlo, non
preoccupatevi: vi e`ancora un mezzo potente, sempre a vostra disposizione, che
è in grado di salvarvi: è la manovra di Abelzi.
Imparatela oggi... Vi può salvare.
Essa si può eseguire stando in piedi o da seduti.
Intrecciate le mani sulla nuca.
Piegate la testa verso il basso. State tranquilli, non potete farvi male in
nessun caso, con qualsiasi forza pieghiate la testa. Rimanete così fino a
quando non siano spariti tutti i dolori, e ancora per qualche minuto.
La manovra puà essere eseguita anche
da un soccorritore, che, in piedi, seduto o inginocchiato dietro al paziente -
anch'egli seduto per terra -, gli passa le braccia sotto le ascelle e intreccia
le proprie dita sulla sua nuca, mimando la presa che nella lotta libera si
chiama «Elson».
Tutto qui. Subito dopo, sottoponetevi
ai controlli di routine, che però indicheranno, nella peggiore delle ipotesi,
un infarto pregresso e ormai risolto. Se la manovra è stata tempestiva, non
sarà addirittura segnalato alcun danno.
Se un residuo di dolori dovesse
ripresentarsi, ripetete la manovra senza minimamente preoccuparvi. D'altra
parte, anche nel caso in cui abbiate avuto una sciatica può essere necessario
ripetere la manovra per avere i risultati migliori.
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| Il dr. Abelzi mentre visita un paziante |
Ugo Abelzi
Specialista in Neurofisiopatologia
Tel. +39 3494504509
e-mail: ugo.abelzi@tiscali.it
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