sabato 31 marzo 2012

Andrea Giacobazzi: foto gallery


Dedichiamo volentieri ad Andrea Giacobazzi, giovane e valente storico, autore dei libri “L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv”[1] e “Il fez e la kippah”[2], una meritata foto gallery. Buona visione!


















11 settembre, il dettaglio


Oops! Ragazzi, avete regolato questa bomba un filino troppo presto!

venerdì 30 marzo 2012

Freda: il don Benedetto Ciampitti di Piazza Fontana

Freda in una recente immagine

L’intervista a Franco Freda su Piazza Fontana ripresa da Ugo Tassinari sul suo blog:


Il revisionista Franco Freda, pur convinto – e innegabilmente meritorio[1] – revisionista dell’Olocausto, costretto però dal suo coinvolgimento personale su Piazza Fontana a reiterare il concetto, fuorviante e antirevisionista, di “mistero”.

Si confrontino, sulla differenza tra il concetto di segreto e quello di mistero, le affermazioni revisionistiche di Serge Thion e di Paolo Cucchiarelli, con l’uscita melodrammatica di Freda nella detta intervista.  

Serge Thion:

“In questa guerra delle parole, che non conosce tregua (date un’occhiata ai vostri giornali), il revisionista ha dei valori più alti che non quello della guerra, sia essa fra nazioni, fra classi sociali o fra cosmologie religiose; crede che vi sia una verità dei fatti sociali, politici, economici, alla quale il lavoro [intellettuale], realizzato in accordo con il metodo storico, permette di avvicinarsi. Noi viviamo in un mondo di segreti: non, come vorrebbe una facile caricatura, in un mondo di complotti (conspirancy teories), ma di segreti. L’apparato statale è quello che impone ogni sorta di segreti ad ogni sorta di documenti”[2].

Paolo Cucchiarelli:

“Piazza Fontana e l’omicidio di Moro, protagonista politico anche nel 1969, rappresentano i due pilastri dei cosiddetti « misteri italiani ». Tuttavia, non di misteri si tratta. In un paese come l’Italia, affetto da una profonda debolezza civile, politica e statuale, i « misteri » sono i segreti che hanno potuto invecchiare grazie alla condivisione tra più soggetti. Sono i segreti condivisi che, più o meno tacitamente contratti, vengono occultati, elusi, spinti ai margini della cronaca, di modo che tutte le omertà, i compromessi, le operazioni inconfessabili vi si solidificano all’interno. Questo segreto della Repubblica ha retto – contaminando decenni della nostra storia – solo perché ognuno ha avuto una quota di convenienza a non rivelarlo. Chi agì per personale tutela, chi per tornaconto, chi per scelta morale, chi per obbligo, chi per la fede nella preminenza della politica su tutto, verità compresa: le differenti motivazioni – alcune nobili, altre misere, molte orride – hanno portato al medesimo risultato. Cos’è d’altra parte la politica se non convergenza di interessi?”[3].

Condivido pienamente il contenuto delle due citazioni, a parte l’osservazione – riguardo al testo di Thion – che, a mio avviso, viviamo anche in un mondo di complotti, non solo di segreti (i complotti sono un elemento essenziale della politica).

Ecco invece la dichiarazione di Freda:

“Se si volesse parlare con onestà, occorrerebbe dire che Piazza Fontana è un mistero. Invece Giordana e i suoi hanno fatto di tutto pur di addomesticare il mistero, ridurlo, adattarlo. Non allo schermo, ma alle loro dimensioni. Occorrevano un Sofocle, un Euripide e davvero allora il mistero avrebbe trovato le sue parole”.

Sofocle? Euripide?

Secondo me invece, per capire il “mistero” di Freda bisogna tener presente il don Benedetto Ciampitti de Le terre del Sacramento di Francesco Jovine…



[1] È infatti a Freda che dobbiamo la pubblicazione in Italia di alcuni fondamentali studi di Carlo Mattogno nella collana “Visione e revisione storica”: http://www.edizionidiar.it/indice-collane/visione-e-revisione-storica/

[2] In Breve storia del revisionismo (a pagina 3 del testo in pdf):  http://revurevi.net/Teheran/STbrevestoria.pdf
[3] In Il segreto di Piazza Fontana, Ponte alle Grazie, 2009 (prima edizione), pp. 9-10.

FascinAzione: Striscioni #razzisti, processo per #Boccacci e altri tre di #Militia

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Libia: il CNT sta massacrando le minoranze etniche, nel silenzio totale dei media (video)

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giovedì 29 marzo 2012

Crimini NATO in Libia: lo sterminio della famiglia di Khaled al Hamedi


Dalla pagina Facebook di Lizzie Phelan leggo il seguente interessante commento (traduzione rapida):

COPYRIGHT KHALED AL HAMEDI. Questa è una foto di Gamal Abdel Nasser con Khweldi al Hamedi, che prese parte, con Muammar Gheddafi, al gruppo rivoluzionario iniziale che rovesciò il fantoccio coloniale Re Idris nel 1969.

A causa di ciò, la NATO ha falsamente accusato suo figlio Khaled di aver organizzato una milizia durante la crisi e ha distrutto la sua casa con 8 missili la notte della festa di compleanno di suo figlio. Uccidendo 15 persone, inclusa sua moglie incinta e due bambini piccoli.

Non c’erano prove per tali asserzioni: Khaled è un tecnico che guida un’associazione accreditata presso le Nazioni Unite, la International Organisation for Peace Care and Relief, ha fatto da mediatore nei conflitti in Palestina, Sarajevo e altrove e le sue credenziali come uomo di pace sono ben note. Anche se la loro ridicola tesi fosse vera, non vi sono giustificazioni per il macabro massacro di tutta la sua famiglia.

Khaled continua a operare per la giustizia, questi sono i suoi siti web:






Francesco "baro" Barilli: “Romanzo di una strage”: il mio giudizio

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FascinAzione: Piazza Fontana, neanche Giordana fa propria la tesi di Cucchiarelli della doppia bomba

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La Germania vende a Israele il sesto sottomarino Dolphin


ISRAELE RINGRAZIA LA MERKEL PER IL SESTO SOTTOMARINO DOLPHIN

Di Ofira Koopmans, 21.03.12[1]

Tel Aviv (dpa[2]) – Israele ha ringraziato mercoledì la Cancelliera tedesca Angela Merkel per aver venduto al paese il sesto sottomarino Dolphin[3] ad un prezzo agevolato.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha inviato alla Merkel una lettera di ringraziamento, affermando che il vascello d’avanguardia “ci aiuta a far fronte alle immense esigenze di difesa durante questi tempi turbolenti e contribuirà grandemente alla sicurezza di lungo periodo dello stato ebraico”, ha detto a dpa il suo portavoce, Mark Regev.

Israele e la Germania hanno firmato mercoledì il contratto per la vendita, durante una cerimonia nella residenza dell’ambasciatore israeliano a Berlino, alla presenza del Ministro della Difesa Ehud Barak e del Segretario di Stato tedesco presso il Ministero federale della Difesa Rudiger Wolf, ha riferito una dichiarazione del governo.

Barak ha detto che l’accordo “riflette la profondità del legame tra Israele e la Germania, come pure la chiara dedizione del governo tedesco alla sicurezza dello stato di Israele”.

Il quotidiano economico israeliano Globes[4] ha riferito che il sottomarino verrà consegnato entro il 2018. Alla consegna, sarà uno dei sottomarini più avanzati del mondo, e costituirà l’arma più costosa acquistata dalle Forze di Difesa di Israele, per un costo di 400 milioni di euro. La Germania finanzierà un terzo del costo, è stato detto.

Israele ha attualmente tre sottomarini nella sua flotta, è stato detto. Il quarto e il quinto dei sottomarini Dolphin sono in avanzato stato di costruzione nei cantieri tedeschi, e si prevede che arriveranno alla metà del 2013 e nella seconda metà del 2014.    

mercoledì 28 marzo 2012

Jo Ann Wescott: la protesta globale per la Palestina


La mia amica facebook Jo Ann Wescott ha condiviso sul social network alcune belle foto sulla protesta globale contro le barbarie dell’entità sionista in Palestina che a mia volta condivido volentieri qui. Buona visione! 

Protesta per la Palestina a Minneapolis, U. S.


Protesta per la Palestina a Cardiff, Galles J


Protesta per la Palestina a Gerusalemme


Protesta per la Palestina a Giacarta, Indonesia


Protesta per la Palestina a Hyderabad, Pakistan


Protesta per la Palestina a Dearborn, Michigan, U. S.


Protesta per la Palestina in Yemen


Protesta per la Palestina in India


Protesta per la Palestina a Copenhagen


Protesta per la Palestina a Washington, D. C.


Protesta per la Palestina in Bosnia


Commento di Andrea Carancini: che dire, quando si vedono immagini come la seguente il meno che si possa dire è che le proteste sono giustificate!

http://www.americanintifada.com/photos11/03-28-02.htm

ALQAEDA-LIBIA



(Un grazie per la segnalazione delle vignette a Guillaume Fabien e a Yvonne Di Vito).

martedì 27 marzo 2012

Mohamed Merah in Israele: domande senza risposta


MOHAMED MERAH IN ISRAELE: DOMANDE SENZA RISPOSTA

Di Gilles Mounier, domenica 25 marzo 2012[1]

In Israele non entra chi vuole! Mohamed Merah, allora ventiduenne, vi è andato, senza problemi. Incredibile, ma vero. In effetti, un ufficiale superiore americano  di stanza a Kandahar, in Afghanistan, dove Merah è stato arrestato nel novembre 2010, ha rivelato al quotidiano Le Monde[2] che figurano sul suo passaporto dei timbri d’ingresso in Israele, in Siria, in Iraq e in Giordania. Da fonti di polizia “molto ben informate”, il sito israeliano francofono JSSNews[3] precisa che egli è atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dove, dopo dei “controlli di sicurezza d’intensità normale, ha ricevuto un visto turistico nello Stato ebraico per un periodo di tre mesi”. Domande: come ha potuto Mohamed Merah superare i controlli israeliani? Cosa è andato a fare in Israele, dove sarebbe restato solo “qualche giorno[4]? come ha potuto, in seguito, entrare in Siria con un timbro israeliano sul suo passaporto?

Interrogatori abusivi

A meno di essere riconosciuti come di religione ebraica, bisogna sapere che i visti turistici israeliani sono concessi ai francesi solo dopo aver subìto un interrogatorio serrato agli aeroporti di partenza o di arrivo. A Roissy, degli agenti del Mossad, sospettosi, interrogano a lungo i viaggiatori, talvolta per quasi un’ora. Portare un nome musulmano è insormontabile. I militanti della causa palestinese o dei diritti umani vengono, la maggior parte delle volte, respinti! I poliziotti chiedono la ragione del viaggio in Israele, chi vi si conosce: nomi e indirizzi. Alla domanda “trasportate delle armi, un coltello, della droga”, il minimo tremito della voce viene notato. Dei passeggeri hanno diritto al controllo della loro cassetta delle lettere, e a delle domande sui loro contatti. Altri devono giustificare i loro movimenti bancari. Al minimo sospetto, l’ingresso può essere rifiutato. All’arrivo a Tel Aviv, ci risiamo … e guai se una risposta differisce appena da quella data all’aeroporto di partenza.

Dopo la frontiera, secondo l’interesse che il Mossad nutre per il turista, un visitatore che viaggia da solo deve aspettarsi di essere seguito, di subire dei controlli improvvisi, di avere i propri bagagli discretamente perquisiti nel suo hotel. Certi militanti palestinesi che sono stati lasciati entrare volontariamente, si sono ritrovati con della droga o con un arma nella loro valigia. Per loro, il destino è il seguente: collaborare o essere incarcerati.

Secondo Bernard  Squarcini, capo della DCRI[5] (ex DST), Mohamed Merah è stato brevemente interrogato a Gerusalemme, “possessore di un coltellino”, poi rilasciato[6]. Arrestato qualche mese più tardi in Afghanistan per “infrazione al codice della strada”, verrà rimandato in Francia dopo una decina di giorni passati in una prigione americana. Figurava in seguito nella “no-fly list” statunitense. Nel 2011, Merah andrà in Pakistan, nella zona tribale del Waziristan, rifugio di apprendisti jihadisti … e di spie.

Visti misteriori

Numerosi paesi arabi rifiutano l’ingresso ai visitatori che hanno un visto israeliano sul loro passaporto. Questo è il caso della Siria e del Libano. La Giordania e l’Egitto che hanno relazioni diplomatiche con Israele, li accettano, l’Iraq anche, dopo il 2003, ma senza riconoscere Israele. Dopo il suo soggiorno in Israele, Mohammed Merah poteva andare in Giordania, per il ponte Allenby, che oltrepassa la Giordania, e forse in seguito in Iraq, ma in Siria certamente no. Avrebbe dovuto passare per Cipro e avere un passaporto arabo, il che non era il caso. Su questo punto, le dichiarazione dell”ufficiale superiore americano” e di Bernard Squarcini non sono attendibili. Bisogna seguire altre piste, meno frequentate.

lunedì 26 marzo 2012

Il dibattito su Dresda non morirà


IL DIBATTITO SU DRESDA NON MORIRÀ[1]

Di Tom Kuntz, 25 febbraio 2010

L’idea del giorno: sessantacinque anni dopo i bombardamenti di Dresda[2] e di altre città tedesche durante la seconda guerra mondiale, si inasprisce il dibattito sulla possibilità che l’intenzione fosse quella di uccidere il maggior numero possibile di civili.

Storia – Un anno fa, questo blog mise in rilievo un’intervista[3] con uno storico inglese che sosteneva che la distruzione di Dresda, di cui la settimana scorsa ha segnato il 65° anniversario, avesse una chiara giustificazione logica militare, poiché era un centro di comunicazioni e di transito. “Continuo a non essere convinto che massimizzare le vittime civili, piuttosto che vincere la guerra con ogni mezzo necessario”, era l’obbiettivo principale, aveva detto Frederick Taylor.

Ma recentemente in The New Statesman, Leo McKinstry ha accuratamente vagliato degli archivi[4] che, sostiene, contraddicono le pertinaci smentite del governo inglese che l’uccidere civili in massa fosse lo scopo primario dei raid aerei bellici sulle città inglesi:

«È emblematica una relazione, ora negli archivi dell’Università di Cambridge, scritta nell’agosto 1941 dal direttorio operativo dei bombardamenti del ministero dell’aria. Vi si sosteneva che l’obbiettivo dei futuri attacchi inglesi doveva essere “la popolazione nelle proprie case e nelle fabbriche, e i servizi come l’elettricità, il gas e l’acqua da cui la vita industriale e domestica dipendono”. Avendo a cuore questo argomento, il direttorio trovò poi sostegno per tali teorie nel bombardamento di Coventry [1940] da parte della Luftwaffe [tasso di mortalità: 600 morti]. Per la maggior parte degli inglesi, questo attacco era stato un crimine. Per lo Staff dell’Aria, fu un’ispirazione. L’attacco a Coventry, sosteneva la relazione, fu “uno dei raid di maggior successo compiuti dall’aviazione tedesca su questo paese”, con una tonnellata di alti esplosivi e di bombe incendiarie per ogni 800 abitanti”. “Se il Comando Bombardieri potesse compiere un raid delle dimensioni di quello di Coventry ogni mese, il risultato sarebbe uno stato di totale panico nell’ovest industrializzato della Germania”, come pure “una considerevole perdita di vite, e distruzioni e danni su vasta scala alle case dei lavoratori”».

McKinstry aggiunge che Sir Arthur “Bomber” Harris, che diresse con gusto i devastanti raid dell’aviazione inglese,  vedeva “gli eufemismi e i sotterfugi che i suoi superiori usavano per occultare la realtà” come un insulto agli uomini eroici sotto il suo comando. L’ufficiale scrisse nel 1943: “Lo scopo del Comando Bombardieri dovrebbe essere affermato pubblicamente e senza equivoci. Questo scopo è la distruzione delle città tedesche, l’uccisione dei lavoratori tedeschi, e la distruzione della vita civilizzata in tutta la Germania”. 


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://ideas.blogs.nytimes.com/2010/02/15/the-dresden-debate-wont-die/?hp
[2] Me ne sono già occupato nei seguenti post:
Il bombardamento incendiario di Dresda
64 anni fa, l’inferno di Dresda
David Irving: la verità sui bombardamenti di Dresda
Kurt Vonnegut: Il sangue di Dresda
Quelle pile di scarpe che provano l’Olocausto dei tedeschi (non quello dei giudei):

domenica 25 marzo 2012

Schindler's List o Swindler's Mist? La recensione di Michael Hoffman


SWINDLER’S MIST [LA NEBBIA DELL’IMBROGLIONE]: UNA RECENSIONE CRITICA DEL FILM “SCHINDLER’S LIST” DI STEVEN SPIELBERG[1]

La nebbia dell’imbroglione: la truffa di Spielberg in “Schindler’s List”

Di Michael Hoffman, 1994

Quello che segue è il riassunto di un articolo più esaustivo: “Swindler’s Mist”, già pubblicato nella newsletter revisionista di Michael A. Hoffman II. http://www.hoffman-info.com

“Schindler’s List”, la menzognera calunnia anti-tedesca dell’illusionista di Hollywood Steven Spielberg, è basata su un romanzo – e cioè su un’opera di fiction – intitolato, nella sua prima edizione, “Schindler’s Ark” [L’arca di Schindler], dello scrittore australiano Thomas Keneally (il titolo del libro è stato poi modificato per farlo coincidere con il titolo del film).

Il libro di Keneally è pieno di errori. Ad esempio, nel capitolo 33 sostiene che quando i russi arrivarono a Lublino/Majdanek svelarono il segreto dei centri di sterminio scoprendo

“forni contenenti ossa umane e oltre 500 fusti di Zyklon B. La notizia venne pubblicata in tutto il mondo, e Himmler … era disponibile a promettere agli Alleati che le gasazioni degli ebrei sarebbero cessate”.

In realtà, tutti i grandi campi di concentramento tedeschi avevano impianti di cremazione, tutti atti a cremare ossa umane. Tutti i campi di concentramento tedeschi usavano lo Zyklon B come agente di disinfestazione salvavita per uccidere i pidocchi, portatori del tifo.

Se la scoperta dei russi è una prova dello sterminio, allora tutti i campi di concentramento tedeschi erano “campi di sterminio”, una tesi che, per quanto il grande pubblico lo ignori, non è sostenuta da nessuno storico della seconda guerra mondiale, né ebreo né non ebreo.

 Inoltre, Heinrich Himmler non ammise mai con gli Alleati che i tedeschi stavano gasando gli ebrei. In realtà, egli condannò le accuse come propaganda degli Alleati.

Vi sono certi aspetti del libro di Keneally che Spielberg ha omesso dal film. Keneally menzionò che Schindler lavorò per il potente ebreo ungherese Rudolf Kastner.

In Schindler’s List non troverete questa informazione perché nel 1944 Kastner aiutò Eichmann a deportare centinaia di migliaia di ebrei ad Auschwitz, in cambio di un trattamento favorevole per i sodali di Kastner. Il fatto della collaborazione di alto livello tra nazisti e sionisti era troppo imbarazzante per essere incluso nel film filo sionista di Spielberg.

Sebbene vi fossero ordini agli amministratori [dei campi], da parte del governo nazionalsocialista, che i detenuti non dovevano essere brutalizzati, i campi stessi variavano da luoghi di detenzione ben amministrati e fondamentalmente decorosi a luoghi assolutamente infernali, a seconda, soprattutto, per ogni campo, del livello dei comandanti nazisti.

Alcuni comandanti, come Amon Goeth e Karl Otto Koch, erano poco più che dei criminali mentre altri, come Hermann Pister, erano incorruttibili e dirigevano le proprie strutture nel modo più umano possibile compatibilmente con le circostanze, data la scarsità di cibo e medicine nella Germania bellica sottoposta ai bombardamenti a saturazione delle forze aeree alleate.

Vi sono molti casi di tentativi, da parte dell’esercito tedesco, di assicurare condizioni umane nei campi di concentramento. Ad esempio, nel 1943 il giudice delle SS Konrad Morgen, dell’Haupt Amt Gericht (SS-HAG) venne incaricato di indagare e perseguire i comportamenti brutali messi in atto a Buchenwald.

Morgen riuscì così bene a correggere le condizioni lì che Himmler gli concesse un personale più numeroso e un’illimitata autorità di indagine sui campi. L’obbiettivo successivo delle indagini di Morgen furono il campo di Krakau-Plaszow e il suo comandante Amon Goeth, il supermalvagio del film di Spielberg.

In Schindler’s List tutta l’indagine di Morgen è stata ridotta ad una scena in cui viene fatto un fugace riferimento al fatto che i libri mastri di Goeth sono stati “controllati”. Quasi un battito di ciglia.

La cruciale verità che Steven Spielberg ha nascosto agli spettatori è che nel settembre del 1944 Goeth venne arrestato dall’Ufficio Centrale della Magistratura delle SS e imprigionato, con accuse di furto e omicidio ai danni dei detenuti del campo di concentramento.

Spielberg conosceva certamente questo fatto, poiché tale arresto è menzionato nel capitolo 31 del libro di Keneally, su cui si presume che il film sia basato.

[Una verifica dell’arresto e/o dell’incriminazione del Comandante Goeth da parte delle SS può essere fatta nel libro “Jewish Resistance in Nazi Occupied Eastern Europe” [La resistenza ebraica nell’Europa orientale occupata dai nazisti] di Reuben Ainsztein, a p. 845; nell’affidavit dell’Obersturmbannfuhrer Kurt Mittelstaedt, capo della Magistratura Centrale delle SS a Monaco e immediato superiore di Morgen; e nella testimonianza dello stesso Morgen (vedi il volume 42, “Serie blu”, dell’IMT[2], p. 556)].

Spielberg sbianchetta le colpe dell’OD (Ordnungdienst: la polizia ebraica del ghetto), che lavorò con i nazisti. Sebbene vengano occasionalmente mostrati a corrompere e ad aiutare i nazisti nel controllo delle masse ebraiche, il loro ruolo principale nel film è quello di spettatori e di controllori del traffico. Nella vita reale, però, molti poliziotti OD erano killer spietati.

Verso la fine del film, si vede Schindler che riceve per regalo dagli ebrei che ha salvato un anello d’oro con iscrizione. Ci viene detto che l’iscrizione è tratta dal Talmud: “Colui che salva una sola vita, salva il mondo intero” (tale citazione compare anche sui manifesti che reclamizzano Schindler’s List nei negozi di video e nelle scuole: a quanto pare questa frase è stata scelta come motto del film dai suoi promotori).

La frase ha un tenore simpaticamente affettuoso e umanistico, c’è solo un problema: non è ciò che il Talmud dice. Il vero versetto del Talmud recita: “Chiunque preservi una sola anima di Israele, a lui le Scritture riconoscono come se avesse salvato un intero mondo (Trattato Sanhedrin 37°). Il Talmud elogia solo la messa in salvo delle vite ebraiche[3].

Molto è stato costruito sulla presunta “natura conciliativa” di Schindler’s List a causa del fatto che esso mostra esattamente due tedeschi (il signor e la signora Schindler) che si comportano in modo onesto. Ma esso ritrae qualunque membro dell’esercito tedesco come se fosse o un mostro o un robot omicida. La perpetuazione di questo stereotipo è propaganda di odio.

Se un regista musulmano facesse un film che ritrae solo due ebrei benevoli e poi l’intero esercito israeliano come costituito da mostri e automi omicidi, i media americani ed europei lo condannerebbero senza dubbio come autore di un odioso stereotipo ai danni dell’esercito israeliano nel suo complesso. La perspicacia dei media non è così acuta quando si tratta di scoprire i meccanismi dell’odio spielberghiano nascosti dietro la maschera dei diritti umani.

“Schindler’s List” è più sofisticato di qualunque altro film di propaganda olocaustica, in quanto realizzato dal regista di Hollywood di maggior successo, uno che è abbastanza intelligente da dare ai suoi cattivi certe caratteristiche quali il dubbio interiore, l'insoddisfazione e la stanchezza. Ma il film è nondimeno storicamente fraudolento. Nel preparare una difesa contro le accuse di mistificazione dei revisionisti riguardo alle camere a gas, il signor Spielberg ha perpetrato a sua volta una mistificazione. 


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revisionisthistory.org/shindler.html
[2] International Military Tribunal

sabato 24 marzo 2012

Al Jazeera perde giornalisti per la sua faziosità


L’ESODO DA AL JAZEERA: IL CANALE PERDE GIORNALISTI A CAUSA DELLA FAZIOSITÀ[1]

Al Jazeera colpita dalle clamorose dimissioni di un’ondata di impiegati chiave che lasciano lamentando censure e faziosità, a causa della comunicazione unilaterale chiesta dalla televisione.


“La posizione aggressiva del Qatar verso Assad ha condotto ad una sfilza di dimissioni nel canale televisivo di informazioni del paese, Al-Jazeera. Coloro che se ne sono andati parlano della faziosità della televisione che, dicono, è diventata uno strumento per bersagliare il regime siriano. Paula Slier , di RT [Russia Today] parla di queste accuse.

RT riferisce:

(RT) – il canale televisivo del Qatar Al Jazeera è stato colpito da clamorose dimissioni. Impiegati chiave della sua sede di Beirut si sono a quanto pare dimessi a causa della posizione “faziosa” cui la televisione si attiene.

Al Jazeera ha perso di recente diversi impiegati chiave nella sua sede di Beirut: l’amministratore delegato Hassan Shaaban si è dimesso, ha riferito domenica il giornale libanese Al Akhbar. Tutto ciò fa seguito ad una serie di dimissioni dello staff di tale sede, inclusi il corrispondente Ali Hashem e il produttore Mousa Ahmad.

Mentre si sa poco sulle dimissioni di Hassan Shaban, se non che ha lasciato a causa della faziosità del canale nel trattare la Primavera Araba – in particolare riguardo agli eventi in Siria e in Bahrein – vi sono più informazioni concernenti il corrispondente Ali Hashem.

Quest’ultimo si è dimesso martedì scorso e le email divulgate dagli hacker siriani mostrano la sua frustrazione per la politica del canale nel trattare gli eventi in Siria. Il giornale libanese Al Akhbar ha citato una fonte della televisione che dice:

Potete controllare le email che ha spedito alla sua collega Rula Ibrahim per conoscere la sua posizione, che è cambiata dopo che la televisione si è rifiutata di mostrare le foto che aveva scattato dei combattenti armati mentre si scontravano con l’esercito siriano a Wadi Khaled. Al contrario, gli hanno dato addosso definendolo uno shabeeh [lealista]”, ha detto la fonte.

Si dice anche che il reporter sia rimasto deluso per il rifiuto del canale di trattare la rivolta in Bahrein. “[In Bahrein] abbiamo visto le immagini di un popolo massacrato  dalla ‘macchina di oppressione del Golfo’, e per Al Jazeera il nome del gioco in questo caso è stato il silenzio”, ha detto la fonte.

Hassan Shaban e Ali Hashem non sono i soli impiegati di Al Jazeera delusi dalla politica del canale al punto di arrivare alle dimissioni. Le ultime settimane hanno visto anche le dimissioni di Moussa Ahmad, il produttore del canale a Beirut. Ahmad ha accusato Al Jazeera di faziosità e ha detto che il canale ha totalmente ignorato il referendum in Siria sulla nuova costituzione.

Secondo la fonte del giornale, l’esodo dello staff di Al Jazeera è causato dal fatto che la maggior parte dei suoi reporter vengono da prestigiose scuole di giornalismo che insegnano ad essere contro la comunicazione faziosa, e che, come inviati sul campo, vedono da sé stessi la verità.

Il giornalista e scrittore Afshin Rattansi, che in passato ha lavorato per Al Jazeera, ha detto a RT che, “purtroppo”, il canale è passato dall’essere il canale rivoluzionario della regione in favore della trasparenza, alla voce unilaterale della posizione del governo del Qatar contro Bashar al-Assad:

E’ davvero inquietante sentire come Al Jazeera sia ora diventato l’attore regionale della politica estera nel modo che alcuni probabilmente direbbero che è quello esercitato dalla BBC e altri per decenni”, ha detto. “Se Al Jazeera araba assume una posizione pro-guerra a causa del governo del Qatar, tutto ciò è davvero nefasto”.

Questi giornalisti però hanno coraggio a dire ‘senti: non è questo il modo in cui dobbiamo trattare questo argomento. Lì vi sono esponenti di Al-Qaeda”. Rattansi ha così concluso: “Il modo in cui Al Jazeera araba ha trattato la questione della Siria è totalmente unilaterale”.

Il giornalista e pacifista Don Debar, che ha parimenti lavorato ad Al Jazeera, ha confermato che tale televisione è stata pesantemente diretta dal governo del Qatar nella sua politica editoriale:

Tutto ciò va avanti dall’aprile 2011. Il capo della sede di Beirut se n’è andato, molte altre persone se ne sono andate a causa della faziosità e della mano spudorata del governo nel dettare la politica editoriale sulla Libia, e ora sulla Siria”.

La notizia dell'attentato di Aleppo pubblicata da Al Jazeera 16 ore prima dell'effettiva esplosione...
     


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale  è disponibile all’indirizzo: http://blog.alexanderhiggins.com/2012/03/12/al-jazeera-exodus-channel-losing-staff-bias-94271/