mercoledì 29 febbraio 2012

Yasmeen El Khoudari: buon giorno da Gaza!


Dalla mia amica facebook (e blogger di talento) Yasmeen El Khoudary[1], ricevo e inoltro il seguente messaggio:

Goodmorning from Gaza J

A lei devo la conoscenza delle seguenti splendide foto di questa martirizzata città (pubblicate nell’album della comunità facebook Gazawi[2] Gaza’s avant garde beauty, La bellezza d’avanguardia di Gaza).





Il porto marino di Gaza di notte

La lettera di Gian Franco Spotti alla Gazzetta di Parma sui Viaggi della Memoria

Gli studenti delle superiori di Parma e provincia in partenza per Dachau
  
Egregio Direttore,
leggendo le due pagine intere dedicate ai commenti degli studenti che hanno fatto visita di recente al campo di concentramento di Dachau, vengono molti sospetti e, allo stesso tempo, sentimenti di forte disapprovazione.
A parte lo sperticarsi dei vari protagonisti in cupi e tristi stati d'animo, sarebbe interessante sapere che cosa è stato loro raccontato e quanto essi siano in grado di collocare questi racconti in una determinata realtà senza approfondire le varie fonti, ivi incluse quelle d'archivio alle quali è stato tolto il sigillo di segretezza in tempi relativamente recenti.
Fare il processo a un imputato, sia esso un singolo individuo, un gruppo, una classe dirigente o persino un'intera nazione, avvalendosi della sola accusa e abolendo ogni forma di difesa, è molto facile e la condanna è scontata.
Quando poi, molti anni dopo, si scopre che il condannato è innocente perché sono emerse le prove che lo scagionano, in una normale causa civile o penale le nuove prove acquisite darebbero il diritto alla riapertura del processo.
Nel caso di alcuni eventi che riguardano l'ultimo conflitto mondiale, questo non avviene perché è semplicemente proibito. Così il condannato innocente rimane in carcere a vita e, una volta deceduto, le sue colpe ricadono sui figli, nipoti e pronipoti fino alla fine dei tempi.
Di casi analoghi ne abbiamo avuti diversi in tempi recenti: le armi di distruzioni di massa di Saddam che tutti giuravano che avesse e poi il tutto fu smentito ufficialmente, ma intanto l'Irak fu distrutto.
Oppure la bufala dei neonati che sarebbero stati tolti dalle incubatrici e gettati per terra dai soldati irakeni in un ospedale del Kuwait. Anche questa menzogna è stata poi smentita.
Queste sono solo due "perle" in un oceano di imposture.
Le domande ora sono:
1) gli studenti sono pronti a credere a tutto ciò che viene loro propinato con le fette di salame sugli occhi e senza un minimo di domande, di analisi critica ecc. ?
2) quanta buona fede riteniamo si possa attribuire agli insegnanti delegati a trasmettere
la "memoria" ?
3) visto che questi pellegrinaggi hanno luogo da una dozzina di anni, mentre prima,
sebbene fossimo più prossimi ai tempi dei fatti in questione, non se ne parlava quasi
mai, a chi giova questo lavaggio del cervello arrivato così tardivamente?
Per gli insegnanti forse è troppo tardi, ma agli studenti bisognerebbe dire: ponetevi delle domande serie, non restate in superficie ma scavate in profondità e.....aprite gli occhi!
Chiedere non è difficile, se non altro per non morire ignoranti!
Saluti
Gian Franco Spotti
Soragna (Parma)

Il fez e la kippah, il nuovo libro di Andrea Giacobazzi


Scheda del libro

L’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane può dire ch’essa non ha, in tutta la sua azione, mai dimenticato i due scopi per cui è sorta: quella di operare per l’Ebraismo nel quadro degli ordinamenti e del Regime d’Italia, e quello di operare per l’Italia in seno all’Ebraismo.
(Il Presidente dell’Unione F. Ravenna ai Presidenti delle Comunità Israelitiche)
Anch’egli afferma l’identità del movimento sionista con certi aspetti del fascismo: l’entusiasmo dei giovani, il fuoco sacro che li anima e che li spinge a sacrificarsi per il bene della Patria.
(Il Console italiano a Basilea parlando del dirigente sionista V. Jacobson )
Il fascismo ebraico si formerebbe con la costituzione d’un primo nucleo in Palestina. Il quale svolgerebbe la sua azione secondo le circostanze iniziando, con un’opera di penetrazione prudente, la diffusione dei concetti della base programmatica.
(Base programmatica del fascismo palestinese, ebraico e mondiale)

DIVERSE DECINE DI NUOVI DOCUMENTI. Questo libro si propone di rendere disponibile ed accessibile al pubblico un’ampia e dettagliata raccolta di testi riservati, comunicazioni segrete, scambi epistolari, estratti di giornali degli anni ’20, ’30 e ’40 commentati, spiegati e collegati fra loro in base agli argomenti trattati.  L’opera è incentrata su un passaggio tanto interessante quanto controverso della storia del ‘900: le buone relazioni e le collaborazioni che hanno avuto luogo tra il mondo ebraico -sionista e l’Italia fascista. Nello scorrere i documenti si incontrano personaggi che hanno fatto la storia del secolo scorso. Sebbene possano apparire inconciliabili tra loro, le classi dirigenti fasciste, ebraiche e sioniste non mancheranno in alcune circostanze di ammirarsi, applaudirsi, cercando di relazionarsi fra loro e arrivando a costruire interessanti collaborazioni. La struttura del testo rende molto agevole la lettura.

Ciò che è necessario sapere

·         Le ricerche che hanno portato alla stesura di questo libro sono iniziate nel luglio 2010.

·         La prefazione del libro è stata scritta dal Prof. Stefano Fabei, storico e autore di numerosi saggi.

·         L’autore – Andrea Giacobazzi – ha scritto il “Il fez e la kippah” come rielaborazione della tesi di Master post-laurea. (Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente, Università di Teramo). Nel 2010 aveva già pubblicato L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv.

·         Il libro contiene circa 150 documenti e più di 300 note a piè di pagina.

·         Vista la grande mole di documenti esaminati (decine di faldoni), quelli pubblicati rappresentano una selezione.

·         La quasi totalità dei documenti riportati proviene dall’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri italiano. Ad essi si aggiungono alcune citazioni di testi accademici relativi all’argomento in esame.

·         I documenti sono stati pubblicati in seguito a regolare autorizzazione del Ministero.

Andrea Giacobazzi (Reggio Nell’Emilia, 1985) dopo aver conseguito la laurea specialistica in “Relazioni internazionali ed Integrazione europea” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha frequentato il Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente. Ha già pubblicato “L’ASSE ROMA-BERLINO-TEL AVIV. I rapporti internazionali delle organizzazioni ebraiche, dell’organizzazione sionista e del movimento sionista revisionista con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista”.
http://ilfezelakippah.wordpress.com/

martedì 28 febbraio 2012

Giornata di studi su Nicola Zitara - Nola 2012

Precisazioni sull'ultima condanna di Le Pen


Dalla nostra corrispondente Bocage ricevo e volentieri traduco:

“In Francia, almeno, l’occupazione francese non fu particolarmente inumana, anche se vi sono state delle pecche, inevitabili in un paese di 550.000 chilometri quadrati”. Questa frase costerà 37.000 euro (sì: 37.000 euro) al suo autore e a quelli che l’hanno pubblicata! Come d’abitudine, la stampa francese annuncia le ammende ma dimentica…il resto! Ecco perché diffondiamo le precisazioni rilevate sul numero del 24 febbraio del settimanale colpevole, “Rivarol” (1 rue d’Hauteville, 75010 Parigi.

Processo sull’occupazione tedesca: accuse alleggerite, condanne confermate[1]

Il 16 febbraio, l’ex undicesima chambre della corte d’appello (oggi denominata pôle 2 chambre 7) ha emesso la sua sentenza nell’affare detto dell’occupazione tedesca in Francia. Jean-Marie Le Pen è stato condannato a tre mesi di prigione con la condizionale e a 10.000 euro di ammenda per complicità in contestazione di crimini contro l’umanità [!!], Camille Galic, in qualità di direttrice della pubblicazione, a 5.000 euro di ammenda per contestazione di crimini contro l’umanità [sic] e il vostro servitore [Jérôme Bourbon] a 2.000 euro di ammenda per contestazione di crimini contro l’umanità [ancora sic].
L’associazione di Serge Klarsfeld, che aveva per prima presentato querela, è stata giudicata irricevibile, poiché il suo presidente non era stato autorizzato dal suo consiglio di amministrazione ad adire le vie legali. Ma malgrado questa irricevibilità che, come aveva riconosciuto in udienza la sostituta [procuratrice], avrebbe dovuto logicamente implicare la nullità di tutta la procedura, le altre associazioni, che si erano costituite parte civile solo all’udienza – il termine della prescrizione era dunque stato abbondantemente superato – sono state giudicate ricevibili. Il MRAP, la Ligue des droits de l’homme e la Fédération National des déportés et internés, résistants et patriotes (FNDIRP) hanno percepito ciascuna 5.000 euro di danni e interessi, vale a dire 15.000 euro in tutto. D’altronde, la corte ha ordinato la pubblicazione del testo della condanna sul “Figaro” a spese dei condannati nei limiti di 5.000 euro. In totale, nel civile e nel penale, i tre condannati dovranno versare 37.000 euro, il che è considerevole. È sorprendente che somme così grosse siano state mantenute, quando l’iniziatrice della querela, l’Association des Fils et Filles de déportés juifs de France, è stata giudicata irricevibile (…).
Come ha detto molto bene Jean-Marie Le Pen, si tratta – a due mesi dalle presidenziali – di una decisione eminentemente politica. Le Pen, Galic e il vostro servitore si sono rivolti in cassazione, e il talentuoso avvocato di “Rivarol”, François Wagner, sta preparando una nuova Question Prioritaire de Constitutionnalité (QPC) [Questione Prioritaria di Costituzionalità] sulla legge Gayssot. (…).

Jérôme Bourbon
FINE


[1] Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.rivarol.com/Billet.html

Luca Tadolini: Sulla Commemorazione della Battaglia di Fabbrico


Da Luca Tadolini ricevo e volentieri pubblico:

Sulla Commemorazione della Battaglia di Fabbrico: 27 Febbraio 1945



Anche quest’anno, Lunedì 27 Febbraio dalle ore 10 alle ore 12, nello spirito della Riconciliazione Nazionale,  una delegazione del Centro Studi Italia e dell’Unione Combattenti della Repubblica Sociale Italiana si recherà presso Villa Taparelli Feretti, in via Don Antonio Pozzi, a Fabbrico, per rendere omaggio ai Caduti.

*

Per capire cosa avviene a Fabbrico ogni 27 Febbraio, bisogna ricordare che in questo comune, caso più unico che raro, la Festa del Patrono, San Genesio, è stata sostituita con la commemorazione della Battaglia partigiana.

Ecco i fatti: il 26 Febbraio 1945, uno sgangherato camioncino della Brigata Nera di Novellara, alla ricerca di vetture da requisire, cade in un agguato a Villa Ferretti. Nello scontro i fascisti hanno la peggio ed il milite Lino Luppi, 19 anni, rimane ucciso. Peggior sorte tocca ai prigionieri: Domenico Cocchi, 22 anni, viene quasi decapitato con una raffica a bruciapelo, il Capitano Ianni, 38 anni, con il ventre squarciato da una bomba a mano, inneggia al Duce mentre lo fucilano. Si infierisce con crudeltà sul giovanissimo Sanferino, 18 anni di Novellara, annegato in un pozzo nero tra urla strazianti udite dai vicini.

Alla violenza partigiana, risponde una follia tutta “repubblichina”: nella notte nebbiosa il portone della caserma fascista di Reggio si spalanca e ne esce un piccolo nero esercito di ragazzini. A vendicare Sanferino i fascisti inviano la “Giovanile”, quasi soldati-bambino con il teschio sul berretto alla sciatora, senza esperienza di guerra. Una squadra di esperti reduci di Jugoslavia, della Guardia Nazionale, li accompagna a piedi e di notte verso Fabbrico. Arrivati all’alba, i giovani militi estraggono dal pozzo nero il corpo di Sanferino, lo appoggiano nudo sul selciato nel centro del paese, con una mitragliatrice di fianco, e chiamano in strada gli abitanti: esigono la restituzione del corpo del Capitano Ianni. Nessuna risposta: con 21 ostaggi partono per Novellara lasciando un termine di 14 giorni per restituire le salme di Ianni e Cocchi, pena la rappresaglia.

Nel campo ribelle, gli uomini di partito preferiscono lasciare che la spirale attentato\rappresaglia faccia il suo corso, ma i partigiani chiedono di attaccare per salvare gli ostaggi. Un consigliere militare alleato traccia su un foglio il piano di battaglia.

In colonna, i fascisti tornano verso Reggio, ma nello stesso posto del giorno prima, a Villa Ferretti, cadono in una nuova imboscata. Una mitraglia partigiana spazza il rettilineo, gli ostaggi sono lasciati tutti andare, solo uno cade ucciso. I militi sono in un campo allo scoperto, girano il berretto perché il teschio riflette il sole e li rende bersagli: bisogna barricarsi nella Villa Ferretti. Il veterano Dante Scolari, mostra ai ragazzi della Giovanile, come aspettare l’attimo del cambio munizioni per attraversare di corsa la strada. Non è facile: il primo, Franco Volpato, 17 anni, indeciso, viene falciato, un altro giovane si ferma ad aiutarlo e rimane ucciso, è così ancora uno, finchè sulla strada si forme un tragico mucchio: muoiono lo studente di medicina, Giancarlo Angelici, 20 anni, Ugo Fringuelli, 18 anni, Giuseppe Ghisi, 16 anni, Corinto Baliello 19 anni. Dalla disperazione il loro ufficiale, il tenente Ostilio Casotti, muore caricando i partigiani all’arma bianca. Anche i fascisti hanno una mitraglia Breda, ma il milite che porta il treppiede è colpito e cade in un canale. I partigiani si fanno avanti, accumulano sterpi per dar fuoco a Villa Ferretti, trasformata in ridotto nemico,  ma il vento cambia. Da Rolo entra in scena un  reparto di fanteria germanico con autoblinde: il giorno prima, due staffette tedesche catturate alla prima imboscata, erano state passate per le armi. I partigiani svaniscono, lasciando sul campo la mitragliatrice e i corpi di tre caduti: Piero Foroni, 23 anni, Leo Morellini 31 anni ed il milanese Bosatelli Luigi. Viene trovato il foglio con le istruzioni in inglese; l’unico ostaggio ucciso, Genesio Corgini,  è suocero del fratello di un milite che si stava correndo per aiutarlo; il milite Luigi Spoto, eroicamente morto con il treppiede, ha in tasca anche la tessera da partigiano. Il corpo del Capitano Ianni, omerico motivo della contesa, non verrà mai trovato: forse è stato anch’esso immerso nei liquami.

Negli anni ’90, in tanti aiutarono a ricostruire questa storia, ex fascisti e partigiani, parenti delle vittime e abitanti del posto, uomini di Chiesa.

Poi da anni, e anche domani mattina, davanti alla Villa Ferretti  gli ex combattenti dell’UCRSI,  i famigliari dell’ACDRSI, insieme ai più giovani del Centro Studi Italia, sostano in ricordo dei  Caduti. Arriva anche il corteo da Fabbrico diretto al cippo dei partigiani, poche decine di metri più in là. Il parroco si ferma davanti all’elenco dei caduti della Rsi e poi a quelli partigiani, e benedice entrambi. Viene suonato l’Inno Nazionale e tutti lo seguono. Qualche politico ogni anno spera nell’estremismo e nella provocazione, ma rimane sempre deluso.  Il tutto si svolge con severa serenità, e con discrezione dal corteo si stacca sempre qualcuno che viene a rendere omaggio anche agli altri caduti, perché la guerra è finita e sono tutti Italiani.

Luca Tadolini (Centro Studi Italia)







lunedì 27 febbraio 2012

Un'altra olo-bufala di "Repubblica": il presunto originale del Protocollo di Wannsee

Da Carlo Mattogno ricevo e volentieri pubblico il seguente contributo su uno dei tanti sfondoni olocaustici di "Repubblica" (sul Protocollo di Wannsee si veda anche l'articolo di Gilad Atzmon pubblicato qui a suo tempo: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/10/il-protocollo-di-wannsee-e-le-menzogne.html).

Un'altra olo-bufala di Repubblica

Nel sito la Repubblica.it è apparso un breve articolo intitolato “Così il Reich pianificò lo sterminio degli ebrei
esiste ancora una copia del protocollo” che è stato presentato con queste parole: «Il documento uscito dalla riunione segreta del 20 gennaio 1942 sulla “soluzione finale” fu trovato per caso dopo la sconfitta del nazismo, fotocopiato e riprodotto in vari testi didattici, ma si pensava che l'originale non esistesse più. Invece c'è. E Welt online ha pubblicato quelle agghiaccianti 15 pagine dattiloscritte. Dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI»[1]. Ecco il testo:

«BERLINO - Esiste ancora una copia del protocollo della riunione segreta in cui, il 20 gennaio 1942, alti ufficiali delle SS e dignitari d'alto rango del Partito nazionalsocialista (Nsdap) e dell'amministrazione del Terzo Reich discussero e organizzarono con precisione e metodicità industriale il genocidio del popolo ebraico. Per decenni, è stato custodito come documento storico negli archivi dello Auswaertiges Amt, il ministero degli Esteri tedesco. Il documento fu trovato per caso, dopo la disfatta dell'Asse, da ufficiali delle forze armate americane, e consegnato ai giudici del processo di Norimberga, la grande istruttoria degli Alleati contro i criminali nazisti. Fu più volte fotocopiato e riprodotto in testi storici e scolastici, ma si pensava che l'originale non esistesse più. Invece eccolo qui: in quelle 15 pagine dattiloscritte ingiallite dal tempo, pubblicate da Welt online 1 (edizione digitale del quotidiano liberalconservatore vicino al governo Merkel) oggi tutti, soprattutto i giovani, possono ritrovare la prova schiacciante della Shoah. E' l'ennesima smentita ai negazionisti, ai nostalgici e agli storici revisionisti che spudoratamente affermano che l'Olocausto sarebbe stato inventato a posteriori dai vincitori della seconda guerra mondiale (Usa, Regno Unito, Urss, la Polonia del governo in esilio a Londra, la Francia libera di De Gaulle e i molti Paesi e movimenti di resistenza loro alleati). Nossignore: tutto vero, confermato ancora una volta dalla lettura di quell'agghiacciante documento».

Repubblica dà l'ennesima prova della sua macroscopica ignoranza storica. Premetto che questi solerti censori non hanno neppure capito che la fonte che pappagallescamente citano,  WeltOnline, non menziona affatto una nuova scoperta di presunto “originale” del protocollo della conferenza di Wannsee,  ma si riferisce invece alla vecchia scoperta, risalente al marzo 1947! E proprio per questo viene chiamato in causa lo scopritore, Robert Kempner[2].
L'articolo in questione  pubblica la prima pagina del protocollo con questa precisazione: «FOTO: POLITISCHES ARCHIV DES AUSWÄRTIGEN AMTES». Ossia il documento è appunto quello che «è stato custodito come documento storico negli archivi dello Auswaertiges Amt».
Si tratta del documento noto da decenni, la «16. Ausfertigung», ossia la sedicesima copia del protocollo. Come una sedicesima copia possa costituire l'originale, lo sanno solo gli “esperti” di Repubblica!
Sorvolo sulle loro altre farneticazioni  circa il significato del documento, sulle cialtronerie   riguardo a una pretesa «smentita ai negazionisti» e su vaneggiamenti vari, come la storiella dell' Olocausto che  «sarebbe stato inventato a posteriori dai vincitori della seconda guerra mondiale». Come si può prendere seriamente gente che è incapace perfino di capire le fonti che cita? 

Carlo Mattogno.

La sedicesima copia del protocollo di Wannsee pubblicata come "l'originale" da Repubblica


L'Italia che chiede pietà: l'"acquario" di Pomigliano


L’Italia che chiede pietà.
Più chiede pietà e più viene bastonata.
Conviene davvero chiedere pietà?
Ecco cosa viene fatto dire agli operai della Fiat di Pomigliano quando non riescono a reggere i ritmi di produzione: “Sono un uomo di merda”.
http://sodeadestra.comunita.unita.it/2012/02/22/sono-un-uomo-di-merda/
Una situazione da campo di concentramento (e non a caso, qualcuno a suo tempo, proprio prendendo spunto da Pomigliano, ha parlato di "fabbrica come universo concentrazionario", vedi l'articolo Testo integrale Fiat di Pomigliano: Dna antioperaio: http://www.matteobartocci.it/2010/06/22/testo-integrale-fiat-di-pomigliano-dna-antioperaio/).
Tutto ciò con l'assenso silente e/o compiaciuto del regime che ci governa.
Dunque non è vero che "ricordare", alla maniera giudaica, è necessario "affinché certe situazioni non si ripetano MAI PIU'".
Una riprova non solo dell'inanità ma della pericolosità (per la sua orwelliana svalutazione dei fatti) della propaganda olocaustica, fulcro ideologico delle odierne postdemocrazie (la definizione è di Serge Latouche).

Charles Chaplin in "Tempi moderni", 1936: in tv non si vede più e non è un caso


sabato 25 febbraio 2012

Berlusca incassa il salvacondotto in cambio della resa sul South Stream


Un commento volante alla sentenza Mills, in cui Berlusconi è stato prescritto nonostante il parere contrario della pubblica accusa:


Forse tale sentenza va letta alla luce dell’annuncio, l’8 settembre scorso (data fatidica), del salvacondotto giudiziario per il cavaliere annunciato da Buttiglione:


Come forse va letto alla medesima luce l’ammonimento del CSM contro Ingroia (e contro tutti quei PM come Ingroia riottosi - "Sono un partigiano della Costituzione", aveva dichiarato a suo tempo il PM palermitano - rispetto ai nuovi equilibri):


E, guarda caso, l’annuncio di Buttiglione coincide perfettamente, in termini temporali, con la resa di  Berlusca sul gasdotto South Stream,  con il ridimensionamento dell’Eni a vantaggio di francesi e tedeschi, conformemente ai desiderata atlantici:


Tout se tient, madama la marchesa…


Ancora condannato Le Pen per l'intervista a Rivarol del 2005



JEAN-MARIE LE PEN CONDANNATO PER CONTESTAZIONE DI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ

La corte conferma la condanna del fondatore del partito di estrema destra Front National, che aveva detto che l’occupazione nazista non fu “particolarmente inumana”

Angelique Chrisafis, 16 febbraio 2012[1]

Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito di estrema destra Front National, è stato condannato per contestazione di crimini contro l’umanità, avendo detto che l’occupazione nazista non fu “particolarmente inumana”.

Una corte di appello di Parigi ha confermato la condanna, sospesa, a tre mesi di prigione e a 10.000 euro di ammenda (8.283 sterline) comminata a Le Pen nel 2009.

Le Pen aveva detto nel 2005 al settimanale di estrema destra Rivarol: “In Francia, almeno, l’occupazione tedesca non fu particolarmente inumana, anche se vi fu un certo numero di eccessi – inevitabili in un paese di 550.000 chilometri quadrati”.

Egli aggiunse: “Se i tedeschi avessero attuato esecuzioni di massa in tutto il paese, come sostiene la saggezza popolare, allora non avrebbero avuto nessun bisogno di campi di concentramento per detenuti politici”.  

Aiutate dal governo collaborazionista di Vichy, le autorità tedesche deportarono più di 70.000 ebrei francesi nei campi della morte durante l’occupazione dal 1940 al 1944. Migliaia di civili francesi morirono per le rappresaglie dell’esercito tedesco. La Francia ha delle leggi severe contro la negazione dell’Olocausto[2] e la contestazione di crimini contro l’umanità.

Le Pen ha detto che si sarebbe appellato alla suprema corte della Francia, e ha criticato i giudici per aver emesso la decisione in un periodo elettorale.

Sua figlia Marine Le Pen[3], che ora guida il Front National, è attualmente al terzo posto nella corsa presidenziale. In un sondaggio pubblicato mercoledì da Harris Interactive, lei è ora al 20%, con Sarkozy al 24%, e il favorito, il socialista François Hollande al 28%.

Le elezioni avranno luogo in due turni in aprile e in maggio.

FINE DELL’ARTICOLO DEL GUARDIAN

Di tale isterica condanna mi sono già occupato nei seguenti post:


La mordacchia francese: confermata la condanna di Le Pen: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/01/la-mordacchia-francese-confermata-la.html


Nonché nel testo La repressione del revisionismo olocaustico in Europa: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres8/ACrepressioneleg.pdf

A tutti gli interessati, buona lettura!


P. S. A chi si scandalizzasse per la soprastante vignetta, consiglio la lettura del post
I giudei: nemici giurati della società aperta:
http://andreacarancini.blogspot.com/2011/07/i-giudei-nemici-giurati-della-societa.html



venerdì 24 febbraio 2012

A tu per tu con… Andrea Giacobazzi - Stato & Potenza

A tu per tu con… Andrea Giacobazzi - Stato & Potenza

Quella foto della liberazione di Dachau falsificata dal U. S. Holocaust Memorial Museum


IL U. S. HOLOCAUST MEMORIAL MUSEUM FALSIFICA UNA FOTO PER RASTRELLARE FONDI

Dallo Smith’s Report n°62, febbraio/marzo 1999[1]:

Leggendo un recente appello di raccolta fondi del US Holocaust Memorial Museum, il ricercatore CODOH[2] Richard Widmann ha individuato una foto che ritiene di aver riconosciuto. Scattata qualche tempo dopo la liberazione americana di Dachau, l’immagine mostra detenuti in salute che salutano allegramente sotto una bandiera americana messa su un pennone di fortuna.

C’era solo un problema, però: la didascalia del Museo recita:

“Ex detenuti di Dachau festeggiano, il 30 aprile del 1946, il primo anniversario della loro liberazione issando per gratitudine una bandiera americana fatta in casa. National Archives, Washington” – ma Widmann ritiene che sia datata solo pochi giorni dopo la presa di Dachau.

La foto ha interessato a lungo i revisionisti, ed è apparsa in pubblicazioni sia standard che revisionistiche, incluso il libro Innocent at Dachau di Joseph Halow (dalla pagina 156). I revisionisti hanno interpretato questa e altre foto analoghe di Dachau e di altri campi liberati, che mostrano la buona salute e il buon morale di molti detenuti, come contrastanti con i tentativi di dipingere le vittime devastate dal tifo e da altre epidemie quale risultato tipico e deliberato della politica tedesca.

Widmann si è chiesto se poteva essersi sbagliato. E quale poteva essere stato lo scopo dell’USHMM nel mettere sulla foto una data erronea e ingannevole. L’appello, naturalmente, era per raccogliere fondi, per contribuire a fare in modo che, secondo le parole dell’USHMM, “tutte le generazioni a venire ricorderanno l’Olocausto”. Delle dozzine di foto dell’Olocausto che compaiono nell’appello, quella dei detenuti che issano la bandiera americana coincide in parte con una che ritrae “sopravvissuti di Buchenwald” ebrei riuniti sotto la bandiera israeliana.

[…]

Quando il USHMM ricorda l’”Olocausto”, possiamo essere certi che, come Norman Finkelstein ha definito il termine, “l’’Olocausto’ è in realtà il resoconto sionista” di ciò che è accaduto agli ebrei durante la guerra. Quando il USHMM si appresta a raccogliere fondi da contributori volontari (invece che dai contribuenti americani da cui riceve una gran parte dei propri finanziamenti), ricorre innanzitutto a sionisti ricchi.

[…]

La foto di Dachau? I tipi che hanno messo assieme questa operazione di raccolta fondi attentamente studiata avevano bisogno di una bandiera americana, ma di una più piccola, per mostrare tutto ciò, sì. Anche gli americani hanno la loro importanza – ma sappiamo tutti chi comanda.

Che dire però della data in questione? Widmann, lavorando congiuntamente a Joseph Halow, che fece lo stenografo nei processi per i crimini di guerra di Dachau, ha identificato la foto come numerata 207745, grazie alla copia della collezione personale di Halow. L’originale sta nei National Archives di Washington D. C., e reca un timbro con la data sul retro.

Lo staff dei National Archives ha confermato che la foto fu davvero scattata il 30 aprile del 1945, e non nel 1946 come sostiene il museo. C’è da stupirsi della temerarietà del Museo nel pensare che tutti sarebbero stati ingannati da una truffa che induceva a credere che i “sopravvissuti” fossero tornati a Dachau un anno dopo e che, per giunta, si fossero rimessi i loro panni di carcerati.

Anche così, l’immagine di una folla di detenuti in salute a Dachau subito dopo la liberazione va in senso contrario agli sforzi di propaganda del Museo. Dopo tutto, lo stimolo principale per i gentili che visitano il Museo è il nesso tra la presa dei campi da parte degli americani – in mezzo alle scene di orrore “a tutta prova” – e l’ordine di Hitler camere a gas-sterminio-Olocausto. E così, mantieni la foto, falsifica la didascalia, cambia la data e che i fatti vadano al diavolo!

Il USHMM ammette di raccogliere fondi “per cambiare il modo di pensare delle persone”. Falsificare i fatti – anche in modi meschini come descrivere e datare falsamente una foto relativamente trascurabile – è un modo indegno di cambiare il pensiero delle persone. È più compatibile con la propaganda, l’”autocritica”, il lavaggio del cervello, e altri metodi totalitari per controllare – e per cambiare – “il modo in cui le persone pensano”, di quanto lo sia con i valori democratici della libera ricerca, senza compromessi, della verità. E se il Museo non si fa scrupolo a fornire una descrizione falsa di quest’immagine, perché non dovrebbe falsificare prove più importanti della leggenda dell’Olocausto?    



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.fpp.co.uk/Auschwitz/docs/fake/USHMMDachauFake.html

giovedì 23 febbraio 2012

Antonio Mazzeo Blog: Le guerre future con l’AGS e i droni di Sigonella

Antonio Mazzeo Blog: Le guerre future con l’AGS e i droni di Sigonella: La Sicilia sacrificata sull’altare del dio di tutte le guerre. Quelle di oggi e quelle future. Negli oceani, in cielo, in terra. Guerre sat...

"Morte al cristianesimo"! I cristiani della Palestina sotto attacco


FOTOGRAFIE: LA SCRITTA “MORTE AL CRISTIANESIMO” VERNICIATA A SPRUZZO SU UNA CHIESA DI GERUSALEMME NELL’ATTACCO DENOMINATO “PRICE TAG”[1] [“Cartellino del prezzo”]

Martedì, 21 febbraio 2012


Vandali hanno verniciato a spruzzo “Gesù è il figlio di una puttana”, e hanno bucato le gomme di un’auto parcheggiata nella congregazione battista di Narkis Street a Gerusalemme.


Il pastore Chuck Kopp osserva le scritte verniciate a spruzzo con i messaggi di odio: “Cartellino del prezzo”, “Vi crocifiggeremo”, “Gesù è morto” e “Morte al cristianesimo”.


La scritta “Cartellino del prezzo” verniciata a spruzzo sulla proprietà della congregazione battista di Narkis Street. 

“Gesù è il figlio di una puttana”, “Vi crocifiggeremo”, “Gesù è morto” e “Morte al cristianesimo” sono i messaggi lasciati dai vandali che hanno attaccato oggi la congregazione battista di Narkis Street a Gerusalemme Ovest. Nell’attacco sono state anche bucate le gomme di diverse auto parcheggiate all’interno del complesso.

Le foto suddette sono state scattate dal collaboratore di Electronic Intifada Ryan Rodrick Beiler[2].

La scritta “Cartellino del prezzo” è stata verniciata a spruzzo sulla proprietà diverse volte, in riferimento alla “punizione che i coloni esigeranno di fronte ad ogni tentativo del governo israeliano di tenere a freno gli insediamenti nella Cisgiordania occupata”, come riferisce oggi l’agenzia Reuters[3].

La Reuters ha aggiunto: “Due settimane fa, scritte analoghe sono state scarabocchiate sul Monastero della Croce, dell’undicesimo secolo, ubicato anch’esso a Gerusalemme Ovest”, ma nessuno era stato fermato per tale attacco.

The Electronic Intifada ha riferito di tali attacchi; il mese scorso, una donna della città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, ha proseguito lo sciopero della fame per protestare per la violenza dei coloni contro la sua famiglia e la sua proprietà[4].

Tali attacchi avvengono su entrambi i lati della Linea Verde – la linea dell’armistizio del 1949 che segna il confine tra Israele e la Cisgiordania. L’anno scorso, Jillian Kestler-D’Amours riferì[5] per Electronic Intifada che i leader della comunità palestinese di Israele protestavano per l’inerzia del governo israeliano nell’affrontare i crescenti attacchi in Israele contro i palestinesi.

“Siamo davvero preoccupati. Adesso queste persone attaccano i luoghi sacri; domani potrebbero danneggiare anche le persone”, ha detto Sami Abu Shehadeh, residente a Jaffa e membro del consiglio comunale di Tel Aviv-Jaffa, a Electronic Intifada.

Un grazie a Dena Shunra per aver tradotto dall’ebraico le scritte sui muri delle foto.
FINE DELL'ARTICOLO DI ELECTRONIC INTIFADA.

Che cioia essere amici di "Israele"!