mercoledì 15 febbraio 2012

Jean-Claude Pressac: l'agente doppio del revisionismo

Jean-Claude Pressac

Jean-Claude Pressac, chi lo ricorda più?
Una ventina d’anni fa, il farmacista di La Ville-du-Bois, venne lanciato dai media francesi – con un’operazione in grande stile[1] – come la vera star della storiografia di Auschwitz, il punto di riferimento dell’approccio razionale e scientifico alla Soluzione Finale, lo studioso in grado di confutare i revisionisti sul loro terreno: quello delle argomentazioni tecniche.
Dieci anni dopo però, alla sua morte (nel 2003) a ricordarlo – con simpatia – furono solo alcuni revisionisti. Dai media che a suo tempo lo avevano incensato solo il silenzio di una paradossale damnatio memoriae.
Cosa era accaduto nel frattempo?
Era accaduta la scomunica, lanciata nel 1995 contro lo storico francese – ritenuto troppo audace nel predetto approccio – dal Grande Pontefice del Museo di Auschwitz, Francziszek Piper[2].
Eppure il suo libro più importante, Technique and Operation of the Gas Chambers, resta una pietra miliare, il lascito dell’unico storico di valore che la storiografia ufficiale di Auschwitz abbia mai avuto (praticamente introvabile nell'edizione cartacea, è stato digitalizzato dalla Mazal Library):

Domanda: quanti docenti universitari, quanti contemporaneisti lo conoscono?


Per ricordare degnamente Pressac, traduco a seguire l’omaggio resogli nel 2003 da Germar Rudolf:

L’AGENTE DOPPIO[3]
Germar Rudolf nel 2003
Di Germar Rudolf

Nel maggio del 1993 c’era un gran trambusto al Max Planck Institute per la Fisica dello Stato Solido[4] di Stoccarda. Uno dei suoi giovani candidati al dottorato era stato coinvolto in uno scandalo, che stava facendo notizia in tutta la Germania. Il nome del candidato era Germar Rudolf, l’autore di queste righe. La mia scandalosa attività consisteva nell’aver preparato, su richiesta dei difensori del Maggior Generale Otto Ernst Remer, un rapporto peritale sulle cosiddette “camere a gas” di Auschwitz, in cui ero giunto alla conclusione che era fisicamente impossibile che le gasazioni di massa avessero avuto luogo come riferito dai testimoni. Poco dopo la Pasqua del 1993, il Generale Remer aveva inviato migliaia di copie di questo rapporto a importanti politici, giuristi, storici, e ai vari media tedeschi. In conseguenza di ciò, tutti i lobbisti e gruppi di pressione immaginabili  chiesero che le mie attività di perito venissero fermate con ogni mezzo. In quella memorabile primavera, ricevetti nel mio luogo di lavoro diverse telefonate da parte dei vari media, il che non faceva piacere all’ufficio affari[5] dell’Istituto. L’identità dei chiamanti e il contenuto delle conversazioni non interessano qui, tranne una eccezione: quando il gentleman all’altro capo del filo si qualificò come Jean-Claude Pressac. Mi chiese il mio numero privato, che cortesemente gli rifiutai.

Gli proposi di comunicare con me per iscritto. A ciò, egli rispose che, per ragioni di sicurezza, preferiva non comunicare con me per iscritto, perché per lui sarebbe stato pericoloso. Poi mi avvisò di stare in guardia. In particolare, riguardo all’”Olocausto”, mi consigliò di non contestare tutti i suoi aspetti in modo complessivo. Disse che nel trattare l’”Olocausto”, la sola speranza di successo senza rischiare pericoli personali era di attaccarlo “a spizzichi”, un aspetto alla volta.   

Da quella conversazione telefonica, mi sono convinto che Jean-Claude Pressac riteneva che noi revisionisti abbiamo ragione, in linea di principio. Ma alla luce del potere schiacciante degli sterminazionisti giunse presto alla conclusione che il “sistema” doveva essere combattuto dall’interno. La sua apparente defezione in favore del “nemico” e il suo servizio alla causa dello sterminazionismo fu la sua versione della tattica del salame. Il suo piano era di usare il sistema per ottenere una concessione dopo l’altra.

L'ultima edizione del Rapporto Rudolf

Se consideriamo le sue pubblicazioni in ordine cronologico, è ovvio che ad ogni pubblicazione Pressac si avvicinava all’uno o all’altro aspetto del revisionismo. Il suo primo passo fu semplicemente di rendere possibile un dibattito pubblico sull’argomento; il secondo, di far riconoscere al “sistema” la priorità delle prove scientifiche rispetto alle testimonianze oculari; il terzo, di costringerlo a riconoscere le contraddizioni inerenti a tali testimonianze. Ad ogni nuova pubblicazione riduceva anche il numero delle vittime, mentre la sua valutazione delle testimonianze oculari diventava sempre più critica. Infine, dopo aver attaccato le fondamenta stesse del “Mito di Auschwitz”, volse la sua attenzione agli altri cosiddetti “campi di sterminio” (vedi p. 431[6]).

Dopo la pubblicazione del suo secondo libro nel 1993, si deve essere gradualmente spaventato, poiché le successive revisioni del libro gli portarono molti nemici. La sua conversazione telefonica con me non fu il solo luogo dove rivelò le sue paure. Carlo Mattogno riferisce che all’epoca [Pressac] ruppe tutti i contatti con lui. Il prof. Faurisson riferisce che [Pressac] fu prossimo al crollo durante il processo a Faurisson del 1995, quando implorò il giudice di esonerarlo dal rispondere alle domande di Faurisson:

Dovete capire che ho soltanto una vita. Dovete capire che sono solo nella mia battaglia”.

Si rifiutò di testimoniare perché vedeva chiaramente che era completamente isolato e che la sua vita era in pericolo. La sola spiegazione per tutto ciò è il fatto che una dichiarazione sincera di fronte alla corte francese avrebbe avuto dure conseguenze poiché sarebbe stata di tipo revisionista.

E così, anche se i suoi scritti sono scientificamente sospetti, Pressac è stato finora senza dubbio il revisionista di maggior successo da un punto di vista politico. In realtà, era il nostro agente doppio.

Grazie mille, Jean-Claude! 

L'ormai famosa porta di "camera a gas" di Auschwitz-Birkenau: presentata come prova delle gasazioni omicide durante il processo "Faurisson" e qualificata invece, correttamente, come "delousing chamber" (camera di spidocchiamento) nel libro di Pressac: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/pressac0049.shtml



[1] Vedi il paragrafo “La réception de Pressac” in SUR PRESSAC – Histoire de la nuit e du brouillard, di Serge Thion: http://www.vho.org/aaargh/fran/histo/STnb.html
[2] Vedi il paragrafo “La scomunica solenne della storiografia ufficiale” in Le ultime revisioni di Jean-Claude Pressac, di Carlo Mattogno: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/04/le-ultime-revisioni-di-jean-claude.html
[3] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://vho.org/tr/2003/4/Graf426-432.html
[6] Si riferisce alla ultima pagina dell’articolo di Jürgen Graf Jean-Claude Pressac and Revisionism: http://vho.org/tr/2003/4/Graf426-432.html

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao

Non è mio interesse vedere il messaggio pubblicato ma sapere che tu l’hai letto. È l’unico modo per comunicare.
Ho un amico scettico… e il suo scetticismo è di milioni, miliardi di persone.

Lo posto qui perché qui e nel messaggio precedente c’è PORTA DI CAMERA A GAS CON SALUTARE AVVISO DI PERICOLO…

La foto è istruttiva ma non immediata: la apprezza chi già conosce mentre lo scettico deve essere attratto e per comprenderla dovrebbe leggere qualcosa d’altro prima. Sempre che non prevalga il suo scetticismo…

Faccio riferimento all’intervista di Josef Ginzburg là dove dice a proposito della stella a sei punte
« “Oh, era un simbolo ebraico, allo stesso modo in cui era un simbolo babilonese. La stella a sei punte venne usata da molti popoli differenti. La legione tedesca Condor [10] la usava come insegna di grado in Spagna durante la guerra fascista dal 1936 al 1939. La vostra polizia americana usa spesso la stella a sei punte. Ma ancora negli anni ’30, per simboleggiare la nazionalità ebraica veniva usato il “Leone di Giuda”….»

Io ho cercato riscontro a tale affermazione e ho trovato solo articoli che rimbalzavano il tuo articolo …. in un articolo di Israel Shahak che tu citi si legge che « il simbolo si diffuse a macchia d’olio in tutte le comunità ebraiche, incluse le comunità non europee, perché i Rotschild avevano una grande reputazione tra gli ebrei dell’epoca » e lo scettico direbbe “ possibile che i nazisti (esoteristi come sono dipinti) non lo sapevano ?

È stato abbastanza facile trovare il simbolo nella polizia americana
http://www.policeguide.com/Timeline_of_American_Police/timeline_of_american_police.html
e guarda un può anche oggi nella polizia del Piemonte.
http://www.regione.piemonte.it/polizialocale/dwd/segni_dist.pdf

Il mio amico scettico direbbe “ con tutti i film americani di polizia visti chiunque avrebbe potuto dirlo “…

Il leone rampante nel link di wikipedia che riporta le bandiere della legione Condor ad uno scettico insegna poco… soprattutto quando quel leone è sparso nei casati nobiliare di tutt’Europa (es: Riccardo cuor di leone...) e pochi sanno del Leone di Giuda o anche sapendolo lo associano univocamente al Leone di Giuda.

Se però c’è una foto con insegna di grado in Spagna durante la guerra fascista dal 1936 al 1939….ovvero vedere assieme la stella a sei punte e il simbolo nazista diventa tutto più semplice perché l’associazione più semplice ed immediata è stella gialla a sei punti e forni crematori…

Questo sarebbe, a mio parere, più devastante delle verità della storica fotografia del bambino del ghetto di Varsavia con le mani alzate che per la storiografia è finito in un forno… o di questa porta .

Io non sono riuscito a trovare un simile riscontro…. Magari c’è già e io, neofita, non lo so…

Magari non sono un buon ricercatore ( conosco solo google )…

Sono veramente interessato e magari tu se già sai dove è la potresti pubblicare… oppure dato che sei più addentro queste storie potresti allargare ad altri la questione….

Se leggi questo messaggio per favore lasciami un tuo messaggio con OK di modo che lo capisca.

Un saluto Beppe - LacoonteCassandra