sabato 31 dicembre 2011

Icaro Tv. Anelli, due morti per futili motivi

Ragazzo ebreo manifesta contro Israele (e finisce male)

La sionista NAACP: trappola per gonzi per i neri americani



LA NAACP[1] E IL “LIBERALISMO NON ECONOMICO”[2]

“Il liberalismo non economico” fu una filosofia sviluppata dall’ebreo bianco Joel Spingarn, a lungo presidente della NAACP, che prevedeva il progresso sociale e politico dei neri ma non il loro progresso economico.

“Ci vollero cinquant’anni di pressioni gomito a gomito, da parte di questi cosiddetti ebrei per addomesticare Du Bois e fargli sostituire, nella edizione del 1952 del suo libro, il termine ‘ebreo’ con quelli di ‘straniero’ e di ‘immigrato’, occultando così la presenza ebraica nella economia sudista post-schiavista”.

Del dr. Ridgely A. Mu’min Muhammad

Nation of Islam Research Group[3]  

Volume 2, numero 43, 2011

Finalcall.com

Joel Spingarn

Il liberalismo non economico” fu la filosofia guida delle attività della prima Naacp (National Association for the Advancement of the Colored People), che aveva come obbiettivo l’accettazione sociale dei neri ma non la nostra crescita economica. L’Onorevole Elijah Muhammad ammonì i neri che i bianchi non ci avrebbero mai insegnato “la scienza del business”, e così il “liberalismo non economico” fu la filosofia sviluppata dall’ebreo bianco Joel Spingarn, a lungo presidente della NAACP, per il progresso sociale e politico dei neri ma non per il loro progresso economico.

Questa filosofia era in diretto contrasto con gli obbiettivi di progresso economico e politico del Niagara Movement, che ha subìto la prevaricazione degli storici che scrivono sulla NAACP: loro vi fanno credere che essa fu lo sviluppo diretto del Niagara Movement, che era stato segretamente fondato da 29 neri, i quali dichiararono nella loro Dichiarazione di Principi del 1905 che “protestiamo in modo particolare contro la mancanza di pari opportunità per noi nella vita economica; nelle regioni agricole del Sud tutto ciò equivale a peonaggio[4] e a virtuale schiavitù; in tutto il Sud essa tende a distruggere il lavoro e le piccole imprese…”. Questi neri dimostrarono che i neri del Sud lottavano per l’indipendenza economica propugnata dall’Onorevole Elijah Muhammad. In realtà, alla data del 1910 i neri avevano acquistato oltre 16 milioni di acri[5] di terra, la maggior parte nel Sud, ma le conquiste terriere dei neri declinarono pesantemente dopo l’avvento della NAACP, poiché questa organizzazione rese più sicure per i neri le città del Nord, facilitando perciò la Grande Migrazione dal Sud.

I fondatori del Niagara Movement

Quando W. E. B. Du Bois[6] portò una donna bianca, Mary White Ovington, nel Niagara Movement, i membri fondatori come William Monroe Trotter ruppero e si allontanarono, per poi fondare la National Equal Rights League (NERL)[7] , composta da soli neri. Ora, questo William Trotter era un fratello che aveva ricevuto un bachelor’s degree[8] in finanza bancaria internazionale dall’università di Harvard, ottenuta Magna Cum Laude nel 1895, e proseguì conseguendo a Harvard il suo Master nel 1896. Ma non poté mai intraprendere una carriera nel settore bancario.

Ora, questa stessa donna bianca, Mary White Ovington, una cronista di New York, rintracciò Du Bois nel 1906, e lo presentò poi a 300 altri “liberal” bianchi di New York, che poi fondarono la NAACP nel 1910. Du Bois fu il solo esponente, tra i 29 fondatori del Niagara Movement, ad unirsi ad una NAACP dominata dai bianchi. Questi primi leader bianchi della NAACP includevano ricchi ebrei: mercanti, rabbini, economisti, studiosi, giornalisti e altri, come Jacob Schiff, Julius Rosenwald, Joel Spingarn, il rabbino Stephen Wise, tutti a spingere in modo ipocrita per il “liberalismo non economico”.

Jacob Schiff

Ad esempio, uno di questi dirigenti ebrei della NAACP, Jacob Schiff, fu socio dirigente della banca Kuhn, Loeb and Company, a Wall Street. Schiff divenne anche direttore di molte altre corporation, incluse la National City Bank di New York, la Equitable Life Assurance Society, la Wells Fargo & Company, e la Union Pacific Railroad.

Egli avrebbe potuto assumere e fare da guida a William Monroe Trotter, che aveva due titoli in finanza internazionale a Harvard, ma Schiff, invece, spalleggiò Du Bois, quando costui dirigeva la rivista The Crisis[9]. Schiff decise di non aiutare l’uomo che avrebbe potuto condurre i neri all’indipendenza economica e al potere, ma decise invece di guidare un altro nero verso il ruolo di più eloquente contestatore della condizione dei neri.

W. E. B. Du Bois fu uno dei nostri grandi scrittori neri che viaggiò lungo il Sud e scrisse The Souls of Black Folk[10] nel 1903. Il libro era molto radicale per l’epoca e faceva persino notare la grande influenza nel Sud degli ebrei, dove essi sfruttavano i neri mediante il sistema della “mezzadria” del cotone, vendendo loro nel contempo manufatti scadenti prodotti dai loro cugini del Nord. Secondo The Secret Relationship Between Blacks and Jews, Volume 2 (d’ora in avanti “TSRv2”), Du Bois si affermò a Dougherty County, in Georgia, una zona agricola e residenza di diecimila neri, i quali superavano di numero i bianchi in una proporzione di cinque a uno. Tuttavia, secondo il rapporto governativo della Industrial Commission on Immigration (1901) “Nove decimi dei negozianti di Dougherty County sono commercianti ebrei – ebrei in parte russi e tedeschi, ma in massima parte ebrei polacchi”.

Le sue osservazioni e i fatti indussero W. E. B. Du Bois ad affermare: “A Dougherty [County], l’ebreo è l’erede del padrone di schiavi”,  poiché i neri di tutto il Sud caddero vittime del sistema di peonaggio del debito chiamato “mezzadria”, che i cosiddetti ebrei del Sud istituirono e usarono a loro vantaggio per rendere i neri i più poveri dei poveri, e nello stesso tempo per rendere la classe dei mercanti ebrei di cotone i più ricchi dei ricchi. Questi ebrei utilizzarono il cotone prodotto a mezzadria per avanzare da venditori ambulanti a negozianti a banchieri a finanzieri internazionali. Questi ebrei mantennero questo programma economico per ottenere ricchezza per loro stessi, mentre indirizzavano i neri verso una strategia di “liberalismo non economico”.

Secondo “TSRv2”, dopo la pubblicazione di The Souls of the Black Folk nel 1903, i dirigenti della NAACP, Jacob Schiff e il rabbino Stephen Wise, assunsero Du Bois come direttore della rivista della NAACS Crisis e poi fecero pressioni su di lui affinché cambiasse diversi passaggi del suo libro che parlavano di questa nefanda attività economica ebraica. Ci vollero cinquant’anni di pressioni gomito a gomito, da parte di questi cosiddetti ebrei, per addomesticare Du Bois e fargli sostituire, nella edizione del 1952 del suo libro, il termine “ebreo” con quelli di “straniero” e di “immigrato”, occultando così la presenza ebraica nell’economia sudista post-schiavista, un fatto che costoro volevano che non venisse denunciato. Du Bois era una scrittore che aveva avuto una visione di prima mano di ciò che gli ebrei stavano facendo nel Sud, ma adesso la sua penna si era compromessa, mentre le voci originali del Niagara Movement erano state emarginate. In che modo, e attraverso quali mezzi costoro lo “pressarono” può essere un’indagine su come un popolo con un piano ed un’agenda occulta possano sviare anime non sospettose e fiduciose dai loro interessi più vitali.

Per quale motivo finanzieri come Jacob Schiff e il rabbino Stephen Wise spesero così tanto in tempo ed energie per sviare la mente di un nero, Du Bois, mentre ignoravano ed emarginavano un altro nero, Trotter? Jacob Schiff fu uno degli uomini più importanti che, da dietro le quinte, fecero eleggere Presidente Woodrow Wilson nel 1912, e che poi lo spinsero a firmare la legislazione del 1913 che istituì il sistema della Federal Reserve.

Un altro ebreo eminente, e dirigente della NAACP, il rabbino Stephen Wise, che fondò nel 1897 la Federation of American Zionists, divenne uno dei più fidati consiglieri di Wilson. Si tratta dello stesso Wilson che avviò l’epurazione indiscriminata dei neri dalle cariche governative, e che impose l’isolamento dei superstiti, mantenendo le cariche dei neri solo quando i bianchi non avevano obiezioni al riguardo.

Mentre i dirigenti ebrei della NAACP modificavano il destino economico e il sistema finanziario dell’America non ebrea, “TSRv2” ha rivelato che essi nel contempo promossero e acclamarono l’avanzamento dei white supremacists[11], che consacrarono la propria vita a garantire che i neri non avrebbero mai superato in nessun modo la condizione del lavoro servile. Essi [gli ebrei] sostennero nel Sud giornali come il Raleigh News and Observer, che divenne un “organo malvagio e vendicativo di istigazione al ‘negro’” della white supremacy. Mentre questi dirigenti ebrei della NAACP corteggiavano i white supremacists, nello stesso tempo controllavano la direzione della lotta dei neri contro questi stessi white supremacists, guidando attentamente i neri lontano dallo sviluppo economico – che è un diritto degli esseri umani – verso una qualche sorta di “liberazione sociale”.

Potenti forze ebraiche hanno usato la NAACP per cambiare in modo efficace il clima sociale delle città del Nord, che vennero aperte ai neri del Sud, i quali, nella “grande migrazione” verso il Nord lasciarono le loro fattorie per diventare i servi dell’elite del Nord e degli operai bianchi – immigrati dall’Europa – delle sue fabbriche. Gli ebrei bianchi del Sud avevano fatto la loro fortuna nel Sud con il cotone prodotto a mezzadria e con la conquista del mercato dei neri, e, essendosi trasferiti nelle città del Nord per impiantarvi le loro fabbriche di abbigliamento, si erano portati appresso i loro “schiavi virtuali” neri.

Perciò, il “liberalismo non economico” fu un prodotto dei bianchi ipocriti e degli imbroglioni che con il nero si mascheravano da amici, che ci videro entrare nella strada intelligente dello sviluppo economico, ma che hanno sostenuto i nemici della nostra ascesa economica e ci hanno spinto verso la landa desolata e il vicolo cieco della liberazione sociale insieme alla loro classe subalterna di bianchi.


Il dr. Ridgely A. Mu’min Muhammad è economista agrario. Può essere contattato a: drridge@bellsouth.net

[La pubblicazione del saggio del dr. Muhammad in questa sede non implica l’approvazione di tutte le sue opinioni]



[1] National Association for the Advancement of Colored People («Associazione Nazionale per la Promozione delle Persone di Colore»): “è una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti. Fu fondata il 12 febbraio 1909 in aiuto degli afro-americani. La sua sede principale è a Baltimora, nel Maryland, ma ha altri uffici in numerosi stati degli Usa” (http://it.wikipedia.org/wiki/National_Association_for_the_Advancement_of_Colored_People ).
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2011/11/zionist-naacp-sucker-trap-for-american.html
[3] Gruppo di ricerca della Nazione dell’Islam.
[4] Ecco cosa scrive il VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA Treccani alla voce “Peonaggio”: Particolare forma di lavoro forzato e di servitù involontaria, virtualmente perpetua e trasmissibile di padre in figlio, diffusa per secoli soprattutto nei paesi americani di dominazione spagnola (Messico, Perù, Ecuador, ecc.) e derivata dal costume, introdotto dai conquistatori, di anticipare denaro agli indigeni in varie circostanze esigendo in corrispettivo che lavorassero la terra per retribuzioni minime fino a estinzione del debito.
[5] Acro: misura che equivale a 4046 metri quadri.
[7] Lega Nazionale per Pari Diritti.
[8] Laurea di primo grado.
[10] Le anime del popolo nero, vedi la relativa voce (in inglese) di Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/The_Souls_of_Black_Folk
[11] Sostenitori della supremazia dei bianchi.

venerdì 30 dicembre 2011

Come gli israeliani trattano gli immigrati africani

Immigrati illegali dall'Eritrea protestano, a Tel Aviv, contro il rifiuto delle autorità israeliane di garantire loro lo status di rifugiati

ISRAELE STUDIA PIANI PER DETENERE MIGRANTI ILLEGALI[1]

Di Joel Millman e Joshua Mitnick

The Wall Street Journal – 15 novembre 2011 p. A15

(Estratti)

…La legge israeliana cosiddetta di Prevenzione dell’Infiltrazione. Originariamente promulgata nel 1954 per mortificare i palestinesi che cercavano di tornare nelle loro case…è una legge che il governo ora vuole modificare per permettere detenzioni triennali senza processo dei migranti illegali che entrano dall’Africa passando per la penisola egiziana del Sinai.

…Preoccupata di conservare una maggioranza ebraica, Israele ha guardato con ostilità alla possibilità di concedere ai palestinesi i diritti del “ritorno”. C’è in Israele grande preoccupazione che troppi residenti non ebrei erodano il cuore etnico della società.

…In tutto Israele più di 40.000 africani hanno carte di identità che li definiscono come sotto “rilascio condizionale” – una forma di arresto domiciliare che proibisce loro di lavorare. La definizione esonera il governo dall’alloggiarli e dal nutrirli e nel contempo gli evita di garantire loro lo status di richiedenti asilo. Tesfamariam Tekeste, ambasciatore dell’Eritrea in Israele, considera la disposizione “condizionale” una farsa. La proibizione del lavoro espone i lavoratori eritrei allo sfruttamento di datori senza scrupoli, mentre la povertà costringe gli africani a dormire nei parcheggi cittadini o a prendere in affitto tuguri dai signori dei bassifondi…

Oggi, l’emergenza dei quartieri africani in città come Eilat, Ashdod e Tel Aviv, è per molti allarmante. “Guardate Tel Aviv”, dice Ya’kov Katz, del partito religioso Unione Nazionale, che lamenta il fatto che la città stia già sperimentando in qualche quartiere una variante della “fuga dei bianchi”. Entro cinque anni, avverte, “Tel Aviv diventerà una città africana”.

Katz approva la nuova legislazione, che prevede più denaro per completare una recinzione di sicurezza lungo il confine di Israele con il Sinai, e nuovi fondi per completare una città prigione dove gli “infiltrati” possano essere tenuti fino a tre anni senza processo (Fine della citazione).



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2011/11/how-israelis-handle-african-immigrants.html

AUX ORIGINES DU SIONISME CHRETIEN (Documentaire)

Defamation (Vostfr)

Defamation.mp4

giovedì 29 dicembre 2011

Guerra alla Libia e movimento contro la guerra


PERCHÉ IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA HA SVILUPPATO COSÌ POCO SLANCIO NELL’OPPORSI ALLA GUERRA CONTRO LA LIBIA?[1] 

Di Carlos Martinez, 13 luglio 2011 

Questa sera sono andato ad una protesta fuori del Parlamento [a Londra] che chiedeva la fine dei bombardamenti contro la Libia. La protesta era organizzata congiuntamente dalle associazioni Campaign for Nuclear Disarmament[2] e Stop the War Coalition[3]. 

Era surreale. Queste due enormi organizzazioni di sinistra non sono state capaci di organizzare più di circa 35 persone per protestare a Londra contro la partecipazione del nostro governo al brutale attacco contro la Libia. 

Perché il movimento contro la guerra ha sviluppato così poco slancio nell’opporsi alla guerra contro la Libia? Due milioni manifestarono contro la guerra in Iraq; come è possibile che una protesta contro la guerra in Libia non possa radunarne più di 35? 

Penso che vi siano alcune ragioni. Sicuramente la più importante è che la classe dirigente inglese è unita nella sua voglia di sbarazzarsi di Gheddafi e di mettere le mani su una maggiore quantità di petrolio libico. Una parte molto significativa della classe dirigente inglese era contro la guerra in Iraq, per un certo numero di ragioni. Questa divisione diede un grande impeto al movimento contro la guerra, poiché la Stop the War Coalition trovò un potente alleato nella stampa liberal. A mio giudizio, è cruciale che il movimento contro la guerra rifletta seriamente sul perché è diventato troppo dipendente da questo alleato (un alleato il cui sostegno si è rivelato sempre infido e inattendibile).  

Secondo, c’è stata una campagna di demonizzazione condotta contro Gheddafi e il suo governo incredibilmente efficace. Questa character assassination[4]  non è rimasta limitata alla fanatica stampa di destra ma si è anche affermata nei media “progressisti”, “liberali” e “socialisti”. E, anche se le cronache dei presunti crimini di Gheddafi sono state additate, da organizzazioni rispettabili come Amnesty International e Human Rights Watch, come totalmente distorte e inattendibili, pochi hanno avuto l’onestà di ritrattare le menzogne lanciate solo poche settimane fa. Ancora, c’è una lezione che deve essere appresa: dobbiamo istintivamente diffidare di ciò che la stampa imperialista ci dice. Vi furono le character assassinations contro Patrice Lumumba, Samora Machel, Ho Chi Minh e molti altri: quando impareremo a capire che questa criminalizzazione e questa demonizzazione fanno parte della propaganda della politica estera dell’occidente?

Terzo, c’è stata una grossa confusione sulla situazione in Libia. Molte persone hanno pensato che la rivolta era semplicemente uno sviluppo di ciò che stava succedendo in Egitto (come è stato dipinto sulla stampa), e perciò hanno fornito ai cosiddetti ribelli un sostegno acritico. Molte poche persone sono riuscite a studiare o a capire il significato dei legami dei ribelli con le agenzie di intelligence occidentali.

Quarto, le persone sono state colte alla sprovvista dall’idea di una no-fly zone. Ci siamo fatti infinocchiare a sostenere una guerra sulla base che avremmo semplicemente impedito a Gheddafi di “bombardare il suo popolo”. È sperabile che noi tutti si abbia appreso che “no-fly zone” equivale a dire “brutali bombardamenti di civili”.

Quinto, c’è stato un grosso fallimento di leadership da parte dei movimenti di resistenza che per molti anni hanno condotto in Medio Oriente la lotta contro l’imperialismo. Di conseguenza, molti buoni anti-imperialisti sono cascati nel gioco “divide-et-impera” della NATO.

Infine, l’esistenza di George W Bush come Presidente degli Stati Uniti è stata curiosamente efficace nel senso di stimolare la resistenza all’impero. Obama non funziona certo allo stesso modo (il che senza dubbio fa parte del perché è diventato Presidente!).

Tra l’altro, questa sera i manifestanti più appassionati erano i 7-8 libici che sono venuti. Come allarmante (ma non insolito) esempio dell’atteggiamento paternalistico della sinistra occidentale, un dirigente di Stop the War ha chiesto loro di mettere via le immagini di Muammar Gheddafi. Ora, Gheddafi vi può piacere o non piacere, ma come potete chiedere ai patrioti libici, che protestano contro il bombardamento del loro paese, di non esprimere sostegno al loro capo di stato? Gheddafi è il capo simbolico della resistenza a questa crociata dei nostri tempi, e perciò merita il sostegno di tutti coloro che si oppongono alla guerra. Non vi chiedo di prendere posizione sulla natura del sistema politico libico, o sul ruolo di Gheddafi nella politica mediorientale nel corso dei decenni, ma sicuramente è incontestabile sostenere coloro che guidano la resistenza alla guerra coloniale! Altrimenti, qual è il significato della popolare espressione “unità antimperialista”? Sarei portato a credere che quelli di Stop the War siano oltremodo preoccupati che i “sostenitori” liberal (che hanno già mostrato il loro vero volto) si allontanino.

Vi sono per noi molte lezioni da imparare da tutto questo, e spero che la gente si riservi il tempo per qualche riflessione autocritica. Senza questo, non c’è speranza di progredire.

Commento di Andrea Carancini

Una frase, tra le altre, va rimarcata dell’articolo suddetto:

"Anche se le cronache dei presunti crimini di Gheddafi sono state additate, da organizzazioni rispettabili come Amnesty International e Human Rights Watch, come totalmente distorte e inattendibili, pochi hanno avuto l’onestà di ritrattare le menzogne lanciate solo poche settimane fa".

In Italia, tra questi pochi sicuramente NON c’è stata Giulia Innocenzi (vedi al riguardo il mio post Giulia Innocenzi tornatene alla LUISS!: http://andreacarancini.blogspot.com/2011/06/giulia-innocenzi-tornatene-alla-luiss.html ). All’epoca, ricordavo, tra l’altro, la sonora smentita della menzogna più eclatante della pupilla di Santoro: quella sul presunto uso da parte di Gheddafi delle bombe a grappolo. Il sito PeaceReporter aveva infatti rivelato:

LIBIA: ECCO CHI HA USATO LE BOMBE A GRAPPOLO A MISURATA - Gli ordigni sono della Nato, che ammette l'uso degli ordigni banditi e per i quali la Clinton aveva accusato Gheddafi ( http://it.peacereporter.net/articolo/28797/Libia,+ecco+chi+ha+usato+le+bombe+a+grappolo+a+Misurata)

Ora però sarebbe ingiusto additare l’allieva senza ricordarne i maestri, dal “Fatto Quotidiano” alla “Stampa” di Torino.

Ecco cosa scriveva, in un servizio, tuttora disponibile in rete, il corrispondente della “Stampa” Mimmo Càndito il 16 aprile 2011:

Le truppe di Gheddafi usano le bombe a grappolo…che fanno strage senza misura” (A Misurata tutti a terra mentre scoppiano i missili: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/398139/ ).

Ed ecco un trafiletto non firmato, mai rettificato, del “Fatto Quotidiano” apparso a p. 11 del 10 aprile 2011:

Gheddafi spara bombe a grappolo contro Misurata


Ecco qual è, anche in Italia, la vera natura della stampa liberal.


[2] Campagna per il disarmo nucleare
[3] Coalizione stop alla guerra
[4] Il termine italiano corrispondente è, secondo il vocabolario Ragazzini 2011, “campagna diffamatoria”. Ho preferito mantenere l’originale, perché rende meglio il ruolo omicida del giornalismo embedded.

Vincenzo Vinciguerra: Nemici della patria VI


CONCLUSIONI

Non si ricostruisce la storia tragica, del dopoguerra italiano senza porre l'accento sul ruolo che in esso hanno ricoperto le For­ze armate.

Divise dagli eventi politici dell'8 settembre 1943, le Forze ar­mate hanno ricostituito la loro unità scoprendo la necessità di porsi al servizio della potenza egemone, gli Stati uniti d'Ameri­ca.

Sconfitte in una guerra convenzionale, hanno ottenuto la rivin­cita partecipando ad una guerra politica che, via via, si è tra­sformata con il loro concorso determinante in una nuova guerra civile, questa volta fra comunisti ed anticomunisti.

Sradicato in nome dell’antifascismo il senso di appartenenza ad una Nazione, per la cui sconfitta militare si opera in nome di ideologie astratte e di corposi e concreti interessi stranieri, l'Ita­lia "rossa" fa decidere a Josip Stalin e al comitato centrale del Pcus se iniziare o meno una guerra civile nella penisola, e quella anticomunista la conduce agli ordini del National security council americano.

Dalle Forze armate sarebbe state lecito attendersi un'azione tesa ad arginare la frattura politico-ideologica all'interno del Paese, viceversa saranno proprio le gerarchie militari a solleci­tare la classe dirigente democristiana ad alimentare lo scontro con i comunisti.

Questi ultimi, i cui dirigenti erano certamente al servizio esclusivo dell'Unione sovietica, hanno rappresentato una minaccia solo perché i loro avversari hanno curato il loro interesse di mantenere ad ogni costo il potere ponendosi, anch'essi, al ser­vizio di un 'altra potenza straniera, gli Stati uniti.

Non c'è traccia di italianità nella politica degli uni e degli altri.

L’Italia è un mezzo per i politici di entrambi gli schieramenti, mai il fine.

Se questa è stata la scelta dei dirigenti politici al potere, la casta militare ha giocato la carta antinazionale della partecipazione al nuovo conflitto mondiale fra le due potenze vincitri­ci della Seconda guerra mondiale, alimentando la paura fisica e politica dei democristiani ai quali si è presentata, come l’unica for­za in grado di fermare la marcia della "quinta colonna” sovietica nel Paese.

L’anticomunismo militare ha ottenuto, con la sua intransigenza e determinazione, di non finire alla sbarra per le sue gravissime responsabilità nella conduzione della guerra, di ricostituire la propria unità, di collocarsi come la garanzia per gli Stati uniti e la Nato che l’Italia sarebbe rimasta sempre al loro fianco, a prescindere dalle scelte dei governi.

La garanzia militare ha dato, sul piano interno, fiducia alla classe politica democristiana e laica anticomunista e, nello stes­so tempo, ha rassicurato gli alleati internazionali che su di essa hanno contato per impedire ai codardi politici di cedere al Parti­to comunista uno spazio politico sempre maggiore.

La scelta americana di affrontare lo scontro con l’Unione sovie­tica sul piano militare ha trasformato il mondo in un campo di bat­taglia in cui gli eserciti hanno assunto, nel tempo, un’importanza sempre maggiore e, spesso, decisiva.

Sono le Forze armate ad aver garantito agli Stati uniti la tenu­ta dell’America latina contro il progredire del comunismo, coco­me in Asia, in Africa, e nella stessa Europa meridionale, quella che la nascita dello Stato di Israele ed il conflitto medio-orien­tale che ne è seguito ha portato in prima linea.

La Turchia, ha sempre visto le Forze armate imporre con la for­za le ragioni americane e dell’Alleanza atlantica; la Grecia ha conosciuto il colpo di Stato del 21 aprile 1967; la Francia, ha visto il pronunciamento militare del 13 maggio 1958; la Spagna ed il Portogallo hanno avuto regimi autoritari sostenuti dalle proprie Forze armate.

In Italia, le Forze armate, nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni Sessanta quando si è raggiunto 1apice del pericolo, hanno sempre oscillato fra la speranza di poter ripetere il 25 luglio 1943, il "colpo di Stato istituzionale" con un presiden­te della Repubblica o del Consiglio al posto di Vittorio Emanuele III, e la tentazione di imitare i loro colleghi francesi che, il 13 maggio 1958, da Algeri avevano imposto alla Francia il loro candidato alla presidenza della Repubblica, Charles De Gaulle.

In un Paese in cui i dirigenti politici sono mezze calzette e un De Gaulle non c'era, la speranza di ripetere il 25 luglio è svani­ta il 12 dicembre 1969, il resto è stata una lotta sorda e sordi­da per mantenere sotto pressione la Democrazia cristiana facendo intravedere la possibilità di giungere alla formazione di governi diversi da quelli formati dagli uomini dello scudocrociato, magari con un atto di forza, ma nel rispetto della legalità costituziona­le.

Se si vorrà, infine, accettare la realtà di un Paese che stato obbligato a vivere in uno stato di guerra permanente, allora sarà necessario riscrivere la storia delle Forze armate italiane nel dopoguerra per inserirle a pieno titolo fra i protagonisti della tragedia che la Nazione ha vissuto e di cui, ancora oggi, paga le conseguenze.

In un Paese in cui la classe politica dominante e la casta mili­tare, teoricamente alle sue dipendenze, si sono in realtà contese la fiducia del potente alleato-padrone americano sulla pelle degli italiani, la magistratura, nel suo complesso, non può esistere co­me potere indipendente.

La governativa magistratura italiana ha, quindi, partecipato al rapporto amore-odio fra la dirigenza politica democristiana e la casta militare facendo quello che pretendeva la prima senza lede­re gli interessi della seconda.

Non. è mai stato redatto un elenco di ufficiali delle Forze armate inquisiti - e poi regolarmente assolti o prosciolti con varie formule - per i fatti "eversivi" degli anni Sessanta e Settanta, ed è dovero­so ricordarne qui alcuni, insieme ad altri che non sono mai entra­ti ufficialmente nelle inchieste giudiziarie perché ritenuti di grado troppo elevato per essere infastiditi dai piccoli impiegati del codice penale, notoriamente fortissimi con i deboli e debolissimi con i forti.

Si nota subito come i massimi vertici militari, se in Italia ci fosse stato un vago sentore di giustizia, avrebbero dovuto essere chiamati alla sbarra.

Difatti, compaiono nelle cronache giudiziarie i nomi di Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell'Esercito; Duilio Fanali, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica; Eugenio Henke, capo di Stato mag­giore della Difesa ed ex direttore del Sid; Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Difesa; Giovanni De Lorenzo, capo di Stato maggiore dell'esercito, già direttore del Sifar e comandante gene­rale dell’Arma dei carabinieri; Luigi Forlenza, comandante genera­le dell'Arma dei carabinieri; Giuseppe Rosselli Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.

Inoltre, sono da segnalare i nomi dei generali Ugo Ricci, Luigi Salatiello, Antonino Giglio, Giulio Macrì, Filippo Stefani, Cacciò, Zavattaro Ardizzi, Giovanbattista Palumbo, l'ammiraglio Antonio Mondaini, il tenente generale del Genio navale Dario Paglia, l'ammira­glio Gino Birindelli, il generale di Squadra aerea Giulio Cesare Graziani, il generale Arnaldo Ferrara.

A partire dal generale Giovanni Allavena sono stati inquisiti nel corso degli anni tutti i direttori del servizio segreto mili­tare per fatti attinenti alla guerra politica: Vito Miceli, Mario Casardi, Giuseppe Santovito, Fulvio Martini.

Lunghissimo è, poi, l'elenco degli ufficiali di grado inferiore che sono passati, man mano, per gli uffici giudiziari e per le au­le dei tribunali.

Le accuse rivolte a tutti costoro variano dalla partecipazione a presunti "colpi di Stato" (Borghese, Rosa dei venti, Sogno) a depistaggi, a progettazioni perfino di attentati stragisti come quello di Trento del 18 gennaio 1971, alla tutela degli interessi stranieri come nel caso dell'abbattimento dell’aereo"Argo 16" nel cielo di Marghera il 22 novembre 1973, o del Dc-9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980.

Sono le pagine del disonore militare che una forsennata ed inte­ressata propaganda svolta da tutte le forze politiche, tramite i loro giornalisti, ha cercato invano di cancellare.

Accanto alle poche ma significative condanne passate in giudica­to, ci sono tante assoluzioni e proscioglimenti che anche un profa­no della materia processuale nota che sono stati dettati dalla ra­gion di Stato e dalla pavidità di chi ritiene che la giustizia sia una parola vana.

Nella ricostruzione della guerra politica italiana non si può fingere che ci siano stati "incidenti di percorso", "deviazioni" ed "infedeltà”.

I nomi dei protagonisti militari sono agli atti, l’elenco delle organizzazioni create dalla Forze armate, da esse ispirate, ad esse fiancheggiatrici è stato redatto.

È paradossale che si sia preteso fino ad oggi che una guerra definita, inizialmente, "psicologica", poi "non ortodossa”, infi­ne divenuta "a bassa intensità", che ha provocato centinaia di vit­time, migliaia di feriti e decine di migliaia di incarcerati e con­dannati, sia stato solo un affare politico e non militare, nel quale al limite sono stati coinvolti i soli servizi segreti militari e civili e i corpi di polizia, Pubblica sicurezza e carabinieri, dimenticando che questi ultimi sono sempre stati parte integran­te della Forze armate.

La guerra politica in Italia non è stata diretta da politici tecnicamente sprovveduti, da mestatori ed affaristi, da neofascisti di scarso livello intellettivo ed infimo livello morale, da avven­turieri alla Sogno o alla Pacciardi, ma da professionisti della guerra che hanno ritenuto funzionale, ad un certo momento, riven­dicare quel peso politico che il loro ruolo ed i loro "meriti” rendevano non più procrastinabile nel tempo.

È amaro constatare come l'Arma dei carabinieri sia stata ele­vata con il concorso determinante degli ex comunisti a quarta Ar­ma delle Forze armate, quando viceversa avrebbe dovuto essere ri­dimensionata per il ruolo tragico ricoperto nella guerra civile italiana del secondo dopoguerra.

Oggi, è l’Arma dei carabinieri a ricattare i politici imponendo con totale ed ostentato disprezzo verso la popolazione e la giu­stizia che un suo generale, condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, rimanga al suo posto di comando[1].

Ci sono voluti venti e più anni per assolvere tutti gli ufficia­li dell'Aeronautica finiti alla sbarra per la tragedia di Ustica, ma alla fine anche quest’Arma ha avuto la sua soddisfazione.

L'intreccio fra politica e militari, fatto di reciproci ricatti, non permette che sia fatta luce né giustizia, su una guerra che ci si ostina ancora a negare, spacciandola per "terrorismo".

Per negare alle Forze armate italiane nate dalla sconfitta mi­litare, da una guerra civile, dal bagno di sangue della primavera del 1945, la qualifica di "italianità", per additarle come ne­miche della Nazione e del nostro popolo, non contiamo sulle parole ma sui fatti, non quelli descritti negli atti processuali e nei documenti di archivio, ma quelli iscritti sulle lapidi dei tanti italiani che sono rimasti uccisi per gli interessi di una potenza straniera tutelati da una classe politica e da una casta militare mercenarie.

[1] Vinciguerra si riferisce qui al generale Giampaolo Ganzer, comandante dei ROS: http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_12/ganzer-condanna_77348dd8-8db1-11df-a602-00144f02aabe.shtml. Su Ganzer si veda anche l’articolo Il generale Giampaolo Ganzer e la lunga scia di omicidi, suicidi strani e false inchieste:  http://www.agoravox.it/Il-Generale-Giampaolo-Ganzer-e-la.html