lunedì 31 ottobre 2011

Questo è Paolo Gentiloni


Questo è Paolo Gentiloni, il soporifero ministro delle Comunicazioni dell’ultimo governo Prodi, quel governo che, pur non proprio indimenticabile, è stato autore di due decisioni che pesano ancora oggi:
  1. La decisione di autorizzare la base americana del Dal Molin[1];

  2. La decisione di opporsi, fino al punto di farsi rappresentare in giudizio dall’avvocato dello Stato, al (sacrosanto) ricorso dell’imprenditore televisivo Francesco Di Stefano alla Corte di Giustizia Europea (per vedersi riconosciuto il diritto a trasmettere con le frequenze abusivamente occupate da Rete 4)[2].
Francesco Di Stefano
Quel Paolo Gentiloni che all’epoca, nonostante la fama di liberal, nella proposta di riforma del sistema radiotelevisivo da lui presentata non si degnò neppure di menzionare Europa 7, la tv di Di Stefano[3].


E allora, dirà qualcuno? Che c’era da aspettarsi da Gentiloni, uno che nel corso della sua  carriera ha fatto persino il portavoce del sindaco di Roma Rutelli[4], il Cicciobello del potere[5]?

Eppure – lo credereste? – trent’anni fa, o giù di lì, Paolo Gentiloni era un bravo giornalista d’inchiesta.

Non solo (a partire dal 1984) diresse una rivista seria (il mensile La Nuova Ecologia) ma, udite udite, nel 1980 fu co-autore – insieme ad Alberto Spampinato e ad Agostino Spataro – di un ottimo volumetto, MISSILI E MAFIA – La Sicilia dopo Comiso[6] (con pregevole prefazione di un Achille Occhetto non ancora fulminato sulla via della Bolognina[7]), decisamente pionieristico nell’indagare quello che è il vero Quarto Livello della mafia (che non è quello cui si riferisce l’omonimo libro[8] del pur valido cronista Maurizio Torrealta, ma il rapporto che si instaura sul territorio tra le basi NATO e la criminalità mafiosa - il livello tabù, quello che i numerosi professionisti dell'anti-mafia non nominano mai).

Da giornalista anti-mafia d’avanguardia a garante, da ministro, della pax televisiva (mafiosa) tra il centro-sinistra e il centro-destra: decisamente, il faccione perennemente insonnolito di Gentiloni è emblematico di una parabola non solo personale (sarebbe ingiusto puntare il dito solo su di lui che almeno, a differenza di certi suoi coetanei – penso innanzitutto a Chicco Testa – ha conservato un po’ di garbo) ma di un’intera generazione.

Eccolo, il declino dell’Italia degli ultimi 30 anni. L’unica carriera politica consentita dal sistema è quella che rientra nella definizione che una volta diede del proprio percorso Vittorio Sgarbi: una fondamentale rinuncia alle grandi ambizioni.

Quattro amici al bar[9]: eccolo, il vero inno nazionale dell’Italia!


Aggiornamento dell'8 maggio 2012: in questo momento su RAI3 è in onda Omnibus, la trasmisione di Andrea Vianello, in cui ascolto l'ex pacifista Paolo Gentiloni difendere il governo Monti!!! A chi fosse interessato ad un aggiornamento, 30 anni dopo, delle tematiche trattate nel libro di Gentiloni del 1980, suggerisco la consultazione dell'importante blog (e del relativo libro) di Antonio Mazzeo, http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/


 


JOE FALLISI SULLA LIBIA (CONFERENZA PUBBLICA)

YVONNE DE VITO SULLA LETTERA DI GHEDDAFI (CONFERENZA PUBBLICA)

INTERVENTO DI MOGOCHEF CONFERENZA PUBBLICA

domenica 30 ottobre 2011

Il rabbino Dov Lior e la verità sul razzismo del giudaismo ortodosso

I rabbini Yaakov Yosef e Dov Lior
IL RABBINO DOV LIOR E LA VERITÀ SUL RAZZISMO DEL GIUDAISMO ORTODOSSO[1]

Il razzismo del rabbino Lior non è colpa sua

Di Salman Masalha, Haaretz, 4 luglio 2011

(A quest’articolo segue il commento di Michael Hoffman)

Lo scrittore Salman Masalha
Prima di tutto, permettetemi di dire questo: in quanto discendente di uno dei figli di Noè che ha violato ogni sorta di proibizioni, sono reo di ogni sorta di morte. La scelta offerta a quelli come me è di tre tipi: morte mediante spada, morte mediante lapidazione o morte mediante strangolamento. Nel suo La legge dei Re, Mosè Maimonide (il Rambam) specifica che per aver violato le leggi noachidi sono reo di morte mediante spada, a meno che non abbia fatto sesso con una donna ebrea maritanda, nel qual caso verrò lapidato a morte; altrimenti, se è già sposata, dovrò essere strangolato.

Tratto questa questione alla luce della tempesta [mediatica] per la detenzione, a scopo di interrogatorio da parte della polizia, del recalcitrante rabbino Dov Lior, che non si era presentato a colloquio, nonostante le ripetute richieste delle forze dell’ordine.

Non capisco tutto questo chiasso in merito. Nessuna delle affermazioni razziste attribuite ad un rabbino o ad un altro…sono nuove…Al riguardo, va detta la nuda verità.

Vi sono alcune anime bene intenzionate, nel caso siano totalmente ingenue, pronte a citare versi come “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Costoro cercano di indorare la pillola presentando qualche aspetto positivo della religione. Ma si dimenticano che “il tuo prossimo” si riferisce solo ad un altro ebreo.

Per non parlare di “Haviv hadam shenivra b’tzelem” (“Diletto l’uomo creato nell’immagine”), che è citato incessantemente come presunta prova di umanità in senso lato dell’umanesimo in generale e del giudaismo in particolare. Anche qui, ci si riferisce soltanto agli ebrei.

Secondo i saggi, solo Israele, gli ebrei, sono chiamati “adamo”, “e non le nazioni del mondo”.

Il rabbino Avraham Yitzhak Hacohen Kook (“Haro’eh”) ha fornito una convincente spiegazione ai suoi fedeli: “La differenza tra l’anima israeliana, la sua indipendenza, il suo intimo desiderio, la sua aspirazione, le sue caratteristiche e il suo temperamento, e l’anima di tutte le altre nazioni, è più grande e profonda della differenza tra l’anima di un essere umano e l’anima di una bestia”.

Cosa potremmo eventualmente aggiungere a questi caldi sentimenti?

Tutti i più grandi esperti dell’halacha (la Legge giudaica) seguono questa concezione. Per voler fare un esempio, ecco la spiegazione del rabbino Judah Loew ben Bezalel (il Maharal): “La perfezione della creazione, che si riferisce in particolare all’essere umano, si applica a Israele e non alle nazioni”.

Egli aggiunge che il rango di Israele in confronto alle altre nazioni è paragonabile al livello dell’essere umano in confronto agli animali non parlanti.

Se questa è la situazione, allora perché vi sono così tanti politici e auto-proclamati difensori della legge che danno addosso al rispettato rabbino del movimento religioso nazionale? Dopo tutto, il rabbino “illuminato” non ha inventato la ruota. Ha solo appeso i panni sporchi in pubblico. I politici populisti sfoggiano i loro panni sporchi in ogni occasione disponibile nelle loro apparizioni sui media coperti (vedi alla voce: democrazia ebraica), e ai loro occhi il rabbino è colpevole di diffamazione…

POSTILLA DI MICHAEL HOFFMAN

Judaism Discovered: l'opus magnum di Michael Hoffman
L’autore di questo articolo sta iniziando a confutare in dettaglio, riga per riga, la propaganda rabbinica sul presunto senso di uguaglianza e sul presunto amore universale del giudaismo. Decostruire il doppio modo di parlare rabbinico, decifrare i testi e la complessa ermeneutica di evasività e di inganno che li sottende, è lo scopo principale del libro del sottoscritto, Judaism Discovered [Il giudaismo svelato].

Ai goyim viene detto spesso che il rabbino Hillel era un tipo onesto, al pari del suo contemporaneo Gesù Cristo. Siamo stati informati che Hillel insegnava che “Ciò che è sgradito a te, non lo fare ad un altro: questa è tutta la Torà”.

Coloro che ci dilettano con questa tenera storiella “dimenticano” di menzionare che la regola aurea di Hillel si applicava solo ai giudei (sebbene egli si riferisse presuntamente a un gentile).

Il feroce razzismo del giudaismo ortodosso sta alla base di tutti i testi rabbinici, dall’alfa all’omega, dalla Mishmah al Kitzur Shulchan Aruch. In un’epoca come quella di internet, il rabbino Dov Lior è fin troppo onesto nelle sue espressioni contro i gentili. Di conseguenza, il falso “Israele” è imbarazzato dalla sua sincerità e per salvare le apparenze bisogna far vedere che lo si trascina in tribunale. Non è niente di più di una trovata pubblicitaria per salvare la faccia. I rabbini israeliani che insegnano il perverso razzismo talmudico con modi più sofisticati e segreti vengono lasciati liberi di costruire più yeshiva, finanziate da contante sionista americano e “cristiano” sionista.

Nota al testo: abbiamo riportato solo degli estratti del testo di Salman Masalha, che comprende anche una concione generale contro il “monoteismo”, che sciupa seriamente la sua ricerca altrimenti lodevole. Cosa desidera costui come alternativa al monotesimo, un ritorno al paganesimo? Il credo nella verità di un unico Dio e della Legge proclamate da Gesù Cristo non conduce all’odio. È il fondamento di una civiltà etica.

CENTINAIA DI PERSONE PROTESTANO A GERUSALEMME PER L’ARRESTO DI ANZIANI RABBINI

Di Yair Ettinger
Haaretz (giornale israeliano), 4 luglio 2011

Centinaia di persone si sono riunite lunedì notte di fronte alla Corte Suprema di Gerusalemme per una protesta di massa contro gli arresti di anziani rabbini che sono stati brevemente detenuti per istigazione dopo aver approvato un opuscolo religioso che giustifica l’uccisione dei non ebrei.

Centinaia di funzionari di polizia hanno stazionato lunedì nei pressi della Corte Suprema di Gerusalemme in previsione di proteste potenzialmente violente.

Due anziani rabbini che avevano approvato il libro Torat Hamelech (La Torà dei Re) – che tra le altre cose predica in favore dell’uccisione dei bambini arabi – il rabbino Dov Lior e il rabbino Yaakov Yosef, figlio di Ovadia Yosef, leader spirituale del [partito] Shas, sono stati di recente brevemente detenuti per accertamenti. I due hanno parlato al raduno, insieme a circa venti leader anziani del sionismo religioso, nel corso dell’evento denominato “In onore della Torà”.

“Dobbiamo ringraziare i responsabili degli arresti, altrimenti staremmo ancora dormendo”, ha detto il rabbino Yaakov Yosef durante il raduno, spiegando che il suo arresto ha risvegliato gli attivisti della destra.

I manifestanti sono rabbini e studenti delle yeshiva, alcuni dei quali spiegano che non approvano il libro Torat Hamelech ma che si oppongono all’umiliazione dei rabbini e della Torà.



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2011/07/rabbi-dov-lior-and-truth-about-orthodox.html

sabato 29 ottobre 2011

Lettera di Gian Franco Spotti a Johanna Sigurdardottir, Primo Ministro islandese


Egregia Sig.ra Primo Ministro,

Lei sarà probabilmente stupita che un comune cittadino italiano Le scriva.

Visitai l'Islanda la prima volta nel Maggio del 1999 ed ho un meraviglioso ricordo di essa. Spero tornare a visitarla presto.

Le scrivo però queste poche righe per esprimere a Lei, al Suo Governo ed al popolo islandese le mie congratulazioni per le coraggiose decisioni senza precedenti prese per evitare il totale crollo della Vostra economia e la relativa colonizzazione finanziaria alla quale l'Islanda sarebbe sicuramente stata sottomessa.. Un esempio che ogni paese europeo dovrebbe seguire.
Il continente europeo, ed in particolare la sua parte meridionale, è socialmente, economicamente, politicamente e spiritualmente in decadimento e si deteriora ogni giorno di più.

Nel caso dell'Italia essere entrati nella UE e nell'Euro-moneta è stata una disgrazia. Spero che l'Islanda non sia attratta dal farne parte.

Auguro a Lei e alla Sua Nazione tutto il bene.

Distinti Saluti


----- Original Message -----
From:
Sent: Friday, October 28, 2011 10:43 AM
Subject: RE: Congratulations

Dear Mrs. Prime Minister,

you may probably find unusual an ordinary italian citizen writes you.

I visited Iceland in May 1999 for the first time and I have a wonderful memory of it.
Hope to visit it soon again.

But I want to drop you these few lines to offer you, your government and the people of Iceland my best congratulations for the unparalleled and bold decisions taken to avoid the entire collapse of your economy and the relevant financial colonization Iceland would have been undoubtfully subjected.
An example that any other european country should follow.
The european continent, particularly in the southern part of it, is socially, economically, politically and spiritually in decay and deteriorates day by day.

In the case of Italy entering the EU and the Euro currency was a misfortune.
I hope Iceland will not be attracted to join.

Wish you and your Nation all the best.

Kindest Regards

Gian Franco Spotti

Commento di Andrea Carancini:

...E non dimentichiamoci di quella volta in cui (nel 2004) l'Islanda tolse, fornendogli asilo politico, il mitico Bobby Fischer dalle grinfie del Dipartimento di Stato americano, che ne aveva chiesto l'estradizione al Giappone, quel Bobby Fischer reo di aver infranto nel 1992 l'embargo contro la Jugoslavia per giocare a Belgrado con Boris Spasskij la rivincita del campionato del mondo del 1972, uno "sgarro" che rischiava di costare a Fischer una decina di anni di galera, e che il governo americano gli fece pagare comunque carissimo, costringendolo all'esilio.
L'Islanda: una nazione di uomini e di donne, non un paese di caporali come l'Italia.

Robert James Fischer, detto Bobby (1943-2008), genio degli scacchi, umanista e...revisionista dell'olocausto!
  

JOE FALLISI DENUNCIA LA GUERRA IN LIBIA (conferenza pubblica): intervent...

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venerdì 28 ottobre 2011

JOE FALLISI: DENUNCIA LO STATO CONTRO LA GUERRA IN LIBIA (CONFERENZA PUB...

Vincenzo Vinciguerra: l'arma giudiziaria

Giulio Andreotti e Claudio Vitalone

L’ARMA GIUDIZIARIA

Di Vincenzo Vinciguerra

Da anni siamo asfissiati da una campagna propagandistica che vuole contrapposti il potere giudiziario e quello politico.

In realtà, da anni assistiamo allo spettacolo di uno scontro fra qualche personaggio politico di primo piano (Silvio Berlusconi) e una parte della magistratura.

Tanto chiasso serve a radicare nell'opinione pubblica il convincimento
che, in questo Paese, operi da sempre una magistratura indipendente dal potere politico.

Il potere giudiziario, viceversa, è stato sempre un'arma a disposizione di quello politico.

In un documento, ancora inedito, poniamo in evidenza lo scontro negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta, fra le Forze armate, vigili garanti per conto dell'Alleanza atlantica e degli Stati Uniti, e quei settori della Democrazia cristiana accusati di cedimento al comunismo, interno ed internazionale.

Come si è difesa la dirigenza democristiana dall'assedio militare, sostenuto dall'estrema destra (Msi), dalla destra moderata (Pli) e dai socialdemocratici?

In un modo semplice e micidiale: usando come un'arma la magistratura.

Torvaianica: il luogo del delitto di Wilma Montesi
L'uso politico delle inchieste giudiziarie, in Italia, non è una novità a partire dal processo per l'oro di Dongo, finito con un nulla di fatto, dopo che Palmiro Togliatti aveva obbligato i parlamentari comunisti ad approvare l'inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione, per proseguire con quello per l'omicidio di Wilma Montesi, che era servito a regolare certi conti interni alla Dc, e
così via fino a contare un lungo elenco di vertenze giudiziarie aperte su ispirazione politica.

Quando la pressione militare appoggiata da buona parte dell'anticomunismo politico italiano, guidato dai socialdemocratici di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi, ha rischiato di far saltare gli equilibri politici e di ridimensionare il proprio potere, la Democrazia cristiana è partita all'offensiva.

La strage di piazza Fontana
Il tempo strettamente necessario per raccogliere le informazioni in grado di chiarire le responsabilità politiche ed organizzative degli attentati del 12 dicembre 1969, e un consigliere  comunale democristiano, Guido Lorenzon, si  rivolge ad un avvocato democristiano per accusare il suo amico Giovanni Ventura di concorso nella strage di piazza Fontana.

L'accusa finisce sul tavolo del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, per straordinaria coincidenza amico personale di Giulio Andreotti, che si muoverà con la determinazione di chi si nutre di certezze ed è consapevole di conoscere la verità.

Nel mese di ottobre del 1972, dopo aver appreso da Pino Rauti la verità sulla matrice ideologica fascista dell'attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, Giorgio Almirante lo interpreta come una gravissima provocazione contro il suo partito e si rivolge ad Arnaldo Forlani con il quale ha un colloquio ilcui contenuto è mantenuto segretissimo.

Il 5 novembre 1972, però, a La Spezia, Arnaldo Forlani pronuncia un discorso il cui messaggio è recepito dai soli iniziati:

Junio Valerio Borghese
"E' stato operato - afferma il segretario nazionale della Dc – il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi...Questo tentativo disgregante, che è stato portato con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno ma anche in ordine internazionale, questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso".

Forlani sceglie con cura le parole: "destra reazionaria" non indica il neofascismo, che potrebbe essere identificato nel Movimento sociale italiano, ma un coacervo di forze politiche, economiche e militari che godono anche di sostegno in campo internazionale.

L'accento sul "tentativo ancora in corso", è una minaccia esplicita che sottintende una reazione da parte del potente partito di maggioranza.

Su quale terreno si sia sviluppata la reazione democristiana ce lo dicono i fatti e le date.

A Roma, si dà impulso all'inchiesta sul presunto "golpe Borghese" del 7-8 dicembre 1970, affidata all’ufficio "D" del Sid, al comando del generale Gianadelio Maletti.

Già il 16 gennaio 1973, il capitano Antonio Labruna, diretto collaboratore di Maletti, inizia la registrazione dei colloqui con Remo Orlandini, il cui patrimonio conoscitivo sul "Fronte nazionale" ed i suoi collegamenti interni ed internazionali è quasi alla pari con quello del principe Junio Valerio Borghese.

La lapide che ricorda le vittime dell'attentato di Bertoli
I1 17 maggio 1973, a Milano, un confidente del Sid, Gianfranco Bertoli, attenta alla vita del ministro degli Interni, Mariano Rumor.

La risposta non tarda a giungere: il 18 luglio 1973, la Questura di Padova stila il primo rapporto sulla "Rosa dei venti", l'organizzazione composta da civili e militari che ha come simbolo, quello della Nato.

Ormai è guerra aperta, non per la pubblica opinione confusa dalla denuncia del “pericolo fascista" di cui si fa primo portatore Aldo Moro, fra gli "oltranzisti" dell'anticomunismo nazionale ed atlantico civile e militare e i "moderati" fiduciosi nei loro metodi gesuitici per addomesticare il Pci.

E' una guerra segreta nella quale s'inserisce l'inchiesta condotta dal compagno-magistrato Luciano Violante, a Torino, questa volta contro uno dei miti della Resistenza anticomunista, Edgardo
Sogno.

Tre inchieste a Roma, Padova e Torino, ed un unico obiettivo: rispondere con il tintinnio delle manette al tintinnio di sciabole dei militari e dei loro alleati politici.

Tutte e tre le inchieste, difatti, hanno una caratteristica comune, quella di indagare sulle Forze armate ai massimi livelli.

Il processo per il Golpe Borghese
Una minaccia esplicita che si traduce anche in mandati di cattura, arresti, rinvii a giudizio ma che sarà fatta rientrare semplicemente riunificando le tre inchieste in una sola di cui sarà competente 1'andreottiano Tribunale di Roma, il quale, piegata la resistenza militare, procederà ad una raffica di scarcerazioni e proscioglimenti, fino all'assoluzione finale perfino dei rei confessi.

Di questa lotta sorda e sordida fra una parte della Democrazia cristiana ed e i suoi fedelissimi negli apparati dello Stato da un lato, e parte delle gerarchie militari e dei servizi di sicurezza civili e militari dall’altro, conosciamo per ora il sangue versato di cittadini innocenti ed estranei alla contesa.

Dal 1967-68 in avanti, la lotta politica in Italia non è stata, quindi, fra due attori, anticomunisti e comunisti, ma si è sviluppata, feroce e senza esclusione di colpi, all'interno dell'anticomunismo nazionale ed internazionale.

Per quarant'anni si è venduta al popolo italiano la "bufala" del "terrorismo fascista" e delle “trame nere". Ora è giunto il momento di invitare quanti storici si ritengono persone serie di procedere ad una ricostruzione verritiera degli eventi degli "anni di piombo".

Mario Tedeschi, qui con Gianna Preda
Sull'uso politico delle inchieste sull'attentato di Peteano di Sagrado, riaperta dal Sismi guidato dal generale Giuseppe Santovito, iscritto alla loggia P2 e fedelissimo dell'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, per colpire Giorgio Almirante e favorire Mario Tedeschi e il suo partito, "Democrazia nazionale", e su "Gladio", per obbligare Francesco Cossiga a dimettersi, ispirata dall'allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, torneremo in modo dettagliato.

Per ora, ci limitiamo ad osservare che l'indipendenza della magistratura italiana è una leggenda metropolitana, così come la sua ansiosa ricerca della verità.

E, in quanto a Giulio Andreotti e compari democristiani, è il caso di notare come, per quanto esperti manipolatori di giudici e di inchieste giudiziarie, sono finiti travolti dall'arma che hanno utilizzato per mezzo secolo con assoluta spregiudicatezza: la magistratura, che li ha eliminati, per conto terzi, dalla scena politica con le inchieste su Tangentopoli e mafia.

Chi di codice penale ferisce, a volte, di codice penale perisce.
Chi di codice penale ferisce...

giovedì 27 ottobre 2011

La politica di Alexander Lukashenko: i fatti

Alexander Lukashenko insieme a Hugo Chavez

Da Gian Franco Spotti ricevo e volentieri pubblico questo testo. A seguire una mia postilla.

SOCIAL-NAZIONALISMO: IL PENSIERO POLITICO DI ALEXANDER LUKASHENKO
(BIELORUSSIA)

Data: 27 Agosto 2011

A cura di: Matthew Raphael Johnson

Fonte: The Occidental Observer (USA)

Quì noi partiamo dal presupposto che la mentalità, le tradizioni ed il modo di vita della gente non possono essere cambiati dall’oggi al domani. Devono proprio essere cambiati? Non è possibile buttare popoli non preparati nell’abisso del mercato “  (Alexander Lukashenko, 2002)

“ Ancora una volta ci siamo sentiti parte di quell’insieme che è il popolo della Bielorussia. Una cosa è certa: una nazione sana sta per essere formata nel nostro paese. Sana non solo fisicamente, ma anche spiritualmente “ (Alexander Lukashenko, 2009)


Alexander Lukashenko è oggi probabilmente il politico più calunniato al mondo. Le ragioni non sono difficili da scoprire. Contrariamente alle chiacchiere sulla sua presunta “ tirannia “, Lukashenko è sotto attacco a causa del suo successo.

Va detto che, in verità, la Bielorussia ha più partiti di opposizione importanti di quanti ve ne siano negli USA; ha anche una stampa che in parte è di proprietà dello stato, ma anche molti giornali legali di opposizione, in parte finanziati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Tuttavia il suo successo non è basato su questo.

Lukashenko viene sacrificato perché ha dimostrato il successo economico del modello social-nazionalista, o ciò che lui definisce il modello del “ mercato sociale “ in opposizione al capitalismo liberista.

Non c’è dubbio che questo modello ha forti associazioni nazionali, è generalmente pro-Russia e guarda verso Est per il suo futuro economico, piuttosto che verso l’occidente malato terminale.

La Bielorussia fu uno dei più essenziali componenti della vecchia Unione Sovietica. Ha un istruzione elevata, con specializzazioni in elettronica, trasporto carburanti e raffinazione. Ciò la rende altamente strategica ed una minaccia per il debole occidente.

La Bielorussia è una terra sconosciuta alla maggior parte degli americani, perfino a quegli americani che si spacciano per “esperti” di affari internazionali.

Questo è anche uno dei motivi per il quale l’elite occidentale, incluso l’ex candidato alla presidenza John MacCain, hanno fatto dell’attacco alla Bielorussia uno degli aspetti principali della loro vita politica. (Ad esempio il Weekly Standard esalta la figura di un economista sullo stile di Ayn Rand che vorrebbe come presidente della Bielorussia; Michele Brand invece denuncia su Counterpunch  il furioso attacco alla Bielorussia). Il paese ha la stessa dimensione del Kansas, con poca diaspora in America. Pare che la sola ragione razionale per i costanti attacchi a questo piccolo paese sia quella che serve per attaccare la Russia , uno spauracchio neo-conservatore, semmai ve ne è stato uno.

Istruzione russa, tecnologia petrolifera e metanifera, istituti scientifici e risorse naturali possono essere il solo razionale motivo per questo costante martellamento di attacchi retorici.

Il fatto che la Russia e la Bielorussia abbiano visto una sostanziale crescita economica e incrementi nella capitalizzazione finanziaria, mentre l’occidente sembra sprofondato per sempre nel debito e nel decadimento sociale, è un qualcosa che sconcerta i “conservatori americani del mercato libero“.

Poco tempo fa McCain pare abbia rivelato il contesto economico delle sue spesso farneticanti accuse alla Bielorussia, in un suo recente viaggio nei Paesi Baltici: “noi apprezziamo la decisione presa dall’Unione Europea nell’adottare il divieto di visto d’ingresso, ma pensiamo che si debba arrivare a sanzioni economiche sulle compagnie energetiche bielorusse che sovvenzionano quel regime per opprimere il proprio popolo“. Infatti, ogni volta che emerge una discussione sulla Bielorussia nella vita politica di McCain, dietro si annidano sempre le risorse energetiche.

McCain ha ricevuto decine di milioni di dollari da compagnie petrolifere in America, Israele, Paesi Bassi e Gran Bretagna, e sono il pretesto o almeno la ragione finanziaria per questa strana ossessione.

Eletto nel 1994, Lukashenko ha picchi di popolarità che i politici occidentali si sognano o che comunque invidierebbero. Dal 1994 la spettacolare crescita economica bielorussa, la diversificazione produttiva, il surplus commerciale e la bassa disoccupazione hanno mantenuto la popolarità del presidente alle stelle, in genere attorno al 60/70% dei consensi.

Di recente, l’Organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75% e questo nell’autunno del 2010. Pertanto le accuse di brogli elettorali sono una stupidaggine. Anzi, l’opposizione è altamente divisa, inefficace e profondamente insicura sui propri programmi.

Qual è la base della sua popolarità? E’ la sua consapevolezza che la Bielorussia ha bisogno di una politica economica che serva gli interessi nazionali. Mentre le economie di Russia e Ucraina vennero devastate e portate via dal paese dagli oligarchi agli inizi degli anni 90 con l’appoggio del Dipartimento di Stato, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Università di Harvard, la Bielorussia tenne in sospeso il programma di privatizzazione. Al Fondo Monetario Internazionale fu chiesto di lasciare il paese e, da quel momento, Lukashenko fu definito “l’ultimo dittatore d’Europa”. Non è una coincidenza che il grosso dell’opposizione americana nei suoi confronti venga dall’Università di Harvard, specialmente dalla facoltà di legge, incluso Yarik Kryovi, che ad un determinato momento lavorò per “Radio Liberty”, di proprietà di George Soros, e come avvocato per la Banca Mondiale. Il suo curriculum elenca i suoi impieghi per “clienti privati” dei quali non farà mai il nome. L’elite di potere vuole la testa di Lukashenko poiché diventa sempre più popolare fra la plebe del paese.

I risultati di Lukashenko sono eccezionali. Secondo le statistiche della Banca Mondiale, aggiornate al 2010, la Bielorussia evitò la recessione/depressione che ha stretto nella morsa l’occidente. Le banche bielorusse, per lo più di proprietà dello stato, incrementarono la loro capitalizzazione di almeno il 20% mentre  il contribuente occidentale era obbligato a tappare i buchi delle stesse banche che condannavano il governo di Minsk.

Dal 2001 al 2008 la media della crescita economica bielorussa era di almeno il 9%, quasi uguale a quella della Cina. Mentre le economie occidentali si contraevano nel 2010, l’economia bielorussa cresceva di circa il 6%, con un 10% di aumento nella produzione industriale ed un 27% di aumento nelle esportazioni. Il reddito reale, cioè il reddito adeguato all’inflazione ed al costo della vita, aumentò di circa il 7% nel 2010.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la disoccupazione bielorussa nel 1991 era dello 0%, ma andò al 4% nel 1996 quando la Russia e l’Ucraina furono messe in liquidazione dall’interno.

Sotto la ferma guida di Lukashenko nel fermare le privatizzazioni e nell’arrestare i banditi che tentarono di mettere in liquidazione l’economia, il Fondo Monetario Internazionale afferma che la disoccupazione nel 2008 scese all’1%. Le Nazioni Unite dicono la stessa cosa.

Senza esagerazione, questi dati, tutti da fonte avversaria, indicano che la dirigenza di Lukashenko fu ed è un successo. Questa è la ragione principale della sua popolarità e il motivo per il quale egli viene rieletto di continuo su basi regolari. Ma la domanda importante è: che cos’è che serve come base per la dirigenza di Lukashenko? La risposta è:  l’idea “ social nazionalista e di mercato sociale”. La dottrina ufficiale bielorussa sullo sviluppo dice:

La Bielorussia ha scelto di seguire la via dello sviluppo evolutivo ed ha rifiutato le disposizioni del Fondo Monetario Internazionale come la terapia shock e le privatizzazioni a valanga.

Dopo molti anni di lavoro creativo, è stato messo in atto il modello bielorusso di sviluppo socio-economico – il modello che combina i vantaggi dell’economia di mercato e l’efficiente tutela sociale. Il nostro concetto di sviluppo è stato elaborato restando in linea con la continuità storica e le tradizioni del popolo. Il modello bielorusso mira a migliorare l’esistente base economica anziché portare una rottura rivoluzionaria del precedente sistema.

Il modello economico bielorusso contiene gli elementi di continuità nel funzionamento delle istituzioni statali ovunque esso ha dimostrato la sua efficienza.

In altre parole, la visione di Lukashenko in questo caso è quella di una “ terza via “ fra il socialismo ed il capitalismo. Prende ciò che c’è di buono dal libero mercato, senza amministrare con forte statalismo ed evitando che la crescita economica vada a vantaggio dei soliti pochi. Ciò che il Marxismo ed il Capitalismo hanno in comune sono i loro risultati: totale disparità di potere, ricchezza ed accesso. Che sia il partito della classe oligarca, questi moderni e materialistici sistemi altro non servono che a far trasferire massicce ricchezze dal lavoratore all’oligarchia. Che questi oligarchi affermino di lavorare “per il popolo”, “il partito” o la “libertà americana”, non fa alcuna differenza. Il risultato è esattamente lo stesso.

In un incontro col suo Gabinetto e altre importanti persone del governo e delle forze armate nel Marzo 2002, Lukashenko riassunse le sue vedute politiche. Vale la pena citarne alcune:

Quali sono gli aspetti che distinguono il nostro modello?

Primo: forte ed efficiente autorità dello stato.  Salvaguardare la sicurezza dei cittadini,  assicurare giustizia sociale e ordine pubblico, non permettere l’espandersi del crimine e della corruzione è infatti il ruolo dello stato. Solo l’autorità forte è riuscita a trascinare l’economia bielorussa fuori dall’abisso economico.

I nostri vicini col tempo si sono accorti che se non c’è una forte gerarchia dell’autorità, la liberalizzazione dell’economia nel periodo di transizione porta instabilità sociale ed un inaudito disordine. Ne risulta una pubblica ingovernabilità.

In quanto a noi, avevamo all’inizio la chiara idea che la prematura espansione delle relazioni di mercato non ci avrebbero permesso di risolvere radicalmente nessuno dei principali problemi esistenti. Anzi, nuovi problemi sarebbero emersi, causati appunto dalla particolarità delle relazioni di mercato. Il consenso popolare si sbriciolerebbe portando conflitti ed instabilità. Ed è la stabilità politica una delle condizioni principali per la graduale integrazione nell’economia mondiale. La definirei come uno degli aspetti o delle conseguenze (chiamatele come volete) peculiari del modello di sviluppo dell’economia bielorussa.

Noi partiamo dal presupposto che la mentalità, le tradizioni ed il modo di vita della gente non possono essere cambiati dall’oggi al domani. Devono proprio essere cambiati? Non è possibile buttare popoli non preparati nell’abisso del mercato. Ci vogliono decenni per elaborare un nuovo panorama mondiale.

Il secondo aspetto peculiare del nostro modello sta nel fatto che il settore privato può e deve svilupparsi assieme al settore pubblico. Ma non a discapito degli interessi nazionali. Mi spiego: se sei un privato, ciò non implica il fatto che tu possa fare ciò che vuoi. Gli interessi nazionali, lo stato, devono essere la principale priorità ed il principale obiettivo per il lavoro di ogni cittadino, impresa o imprenditore la cui produzione sia basata sulla proprietà privata.


Questa non è una campagna di retorica, ma serve come base di politica di governo dalla metà degli anni 90.

Lo stato deve essere forte, onesto e guidato con competenza, perché l’alternativa sarebbe il controllo oligarchico e la sostituzione delle leggi statali in quelle private.

Lo stato mantiene un atteggiamento protettivo verso i suoi cittadini, un’idea originale in un epoca dove le elite occidentali hanno sistematicamente eroso gli interessi dei loro popoli, in particolare per quanto riguarda l’immigrazione. Mentre l’Unione Sovietica cadeva a pezzi, solo lo stato rimaneva a salvaguardare un minimo di principio del bene pubblico. La Russia di Eltsin sotto il controllo del Fondo Monetario Internazionale ne fu incapace, dimostrando l’incompetenza e la corruzione di queste agenzie multinazionali. Solo in Bielorussia questo stupro economico fu fermato.

L’ignoranza dei “sostenitori del libero mercato“ viene dimostrata dalle loro conoscenze sulla Russia.

Pensavano, attorno al 1990, che se il governo avesse rinunciato alla sua “mano invisibile”, tutto sarebbe andato bene. Ciò che non tenevano in considerazione erano le radicali disuguaglianze nell’accesso al potere. Quelli con buoni impieghi governativi, ricchezze da mercato nero e altre forme di “grigio” accesso al potere, erano esattamente quelli nella posizione migliore per prendere in mano il controllo. Sotto la debole dirigenza di Eltsin e del Fondo Monetario l’economia russa era ad un passo dalla sua scomparsa. Il lavoro di decenni del popolo russo fu liquidato e trasferito in America, Cipro, Israele ed America Latina nel nome della “libertà” e della “democrazia”.

Il “libero mercato” è uno slogan, un modo per legittimare  la già esistente distribuzione di potere. Non ci fu mai un vero e proprio tempo di “libero mercato”, ma anzi, esistette solo grazie alle furbizie da parte di coloro che riuscirono ad affermarsi durante la decadenza dell’Ancien Régime in Europa nel periodo dell’Illuminismo. Le vecchie tutele sociali del contadino e del cittadino medievale furono messe a parte in questa corsa oligarchica al progresso, al denaro e al potere.

La stessa cosa accadde in Russia ed Ucraina agli inizi degli anni 90. La debole dirigenza di governo significò la liquidazione del sistema statale, economico e legale. Nel suo discorso di Fine Anno 2009, Lukashenko aggiunse ulteriori dettagli a questo approccio di base:

Ci fu urgentemente consigliato di mettere l’economia al comando delle leggi del mercato mondiale di scambio. Ma decidemmo di non fidarci di queste tendenze volatili.

Noi non siamo coloro che hanno provocato la crisi di oggi che sta inviando onde d’urto in tutto il mondo. Anzi, la crisi è arrivata come il risultato di un qualcosa che siamo sempre stati determinati a combattere.

Le parole centrali sono: “Sottolineo: se sei un privato, questo non significa che tu possa fare tutto ciò che vuoi“. E’ la nazione che viene prima. La nazione qui è la tradizione bilingue della Bielorussia fra russo e bielorusso. E’ slavo-ortodossa e agraria. E’ basata su una fondamentale distribuzione egualitaria di terra e risorse nel nome della solidarietà etnica e nazionale. Progresso economico non significa niente se a beneficiarne sono solo pochi. Il nazionalismo implica solidarietà, specialmente in un piccolo e vulnerabile paese sotto costante attacco.

Gli aspetti più “etnici” della sua teoria politica sono esposti nel suo famoso saggio: “ Sulla Scelta Storica della Bielorussia “.

In genere lo scopo dello stato in questo insieme è di garantire un riparo sicuro ed un perpetrarsi  delle tradizioni specifiche dei popoli che vivono all’interno. Questo include la civiltà contadina, la vita urbana, le specifiche tradizioni etniche di polacchi, bielorussi e russi che vivono all’interno della Bielorussia. Il punto non è tanto quello che lo stato rappresenti una specifica tradizione nazionale, ma quello vitale di conservare le tradizioni nazionali dei popoli che vivono all’interno dei suoi confini. Non esistono stati etnicamente puri e quindi la miglior cosa che può fare uno stato è quella di tutelare le tradizioni etiche e le varianti regionali esistenti.

Nel suo discorso nell’Aprile del 2002 allo Stato dell’Unione, Lukashenko affermò:

I diritti e le libertà devono essere in armonia con le responsabilità delle violazioni delle leggi stabilite dallo stato.

Lo sviluppo dell’economia bielorussa implica non solo l’incentivazione alla piccola e media impresa (per quanto, come ho già detto, ciò deve e sarà incoraggiato). Storicamente l’industria bielorussa sta a significare grandi industrie. C’è solo una via percorribile: aggiornare e riattrezzare le grandi industrie esistenti così da produrre articoli competitivi di nuova generazione. Se guardate bene, in tutto il mondo si fondono imprese multinazionali. Perché dovremmo rovinare, dividere e distruggere le nostre gigantesche aziende di alto contributo? Bisogna dare loro fiducia. Nel portare avanti la sua politica lo stato deve, innanzitutto, fidarsi di questi giganti che ci hanno mantenuti e nutriti. Sono necessari enormi investimenti per questo, che non possono essere attratti senza cambiare la forma di proprietà.

La sua dottrina di “diritto sociale” è che non ci sono diritti astratti. Essi vengono contestualizzati in un modo di vita, quello del collettivo nazionale. Ad esempio nessuno ha il diritto di fare qualcosa che danneggi la vita economica del paese. I diritti, in occidente, sono parole insensate senza alcun significato. Esistono solo per mettere fine ad una discussione. Ad esempio, un uomo d’affari americano può dire: “ho il diritto di fare questo“ mentre cerca di far produrre merci in Cina.

Giustificare un tale presunto “diritto” è un'altra cosa, ma l’atto vero di reclamare un “diritto” di fare qualcosa mette la parola fine ad ogni discussione. Lukashenko chiede, non quali sono i vostri “diritti”, ma qual è la cosa “buona” da fare. Nessuno ha il diritto di minare il bene pubblico, specialmente per un tornaconto personale. Il punto focale della legge è di proteggere il lavoro dall’arroganza e dal culto feticista nel denaro della classe dirigente. Solo una dirigenza politica forte, capace di camminare sulle teste dei potenti, può modellare tali leggi.

Lukashenko e la Bielorussia hanno raccolto i frutti di questa politica.

Affrontando il furioso attacco occidentale, nel suo messaggio allo Stato dell’Unione nel 2006, Lukashenko non si è risparmiato, dicendo:

La linea di politica di sviluppo del paese da noi stabilita si è dimostrata essere giusta. Alte percentuali di crescita economica che la nostra economia sta dimostrando già da oltre 10 anni, ne sono un’ottima prova. Fate un confronto: la crescita annuale del nostro Prodotto Interno Lordo nell’ultimo programma quinquennale è stato del 7,5% contro un 3,5% della media mondiale.

I teorici occidentali non spiegano le ragioni di un tale successo, perché questo non rientra nel loro schema “democratico”.

Le ragioni comunque sono semplici. Non ci siamo appropriati indebitamente della ricchezza del popolo, non ci siamo indebitati. Confidando su noi stessi, abbiamo elaborato il nostro proprio modello di sviluppo basato su riforme  equilibrate e ben ponderate, senza privatizzazioni selvagge e terapie shock, conservando ciò che c’era di meglio nella nostra economia e nelle nostre tradizioni.

Nel contempo abbiamo imparato a lavorare sulla base di nuove condizioni di mercato, avvalendoci dell’esperienza in altre parti del mondo e tenendo in considerazione le moderne tendenze dell’economia mondiale.

Forte potere dello stato, forte politica sociale e fiducia nella gente, questo è quello che c’è dietro al nostro successo.

La democrazia liberale in occidente ha significato, in termine reali, il continuo trasferimento del lavoro dell’operaio americano nelle tasche delle banche e delle imprese multinazionali.

Quando le banche fallirono, queste chiesero triliardi di dollari agli stessi contribuenti per continuare a prestare. Molto di questo denaro andò oltre i confini e nelle tasche dei principali operatori come Goldman-Sachs.

Nelle elezioni del 2008, la Goldman spese gigantesche somme di denaro per entrambi i candidati. Chiunque avesse vinto nel 2008 avrebbe avuto la Goldman come suo principale beneficiario. Questa è la democrazia liberale e questo è in gran parte il motivo del fallimento americano.

Nel far fare le valige agli oligarchi occidentali, Lukashenko fece due cose: primo, egli si assicurò la popolarità ed il successo politico, mentre, secondo, si guadagnò l’odio della classe politica occidentale. Va notato che all’incontro del Bilderberg  del 2010, non un singolo russo o bielorusso fu invitato. Lo stesso avvenne nel 2011 (comunicazione personale di Jim Tucker).

Nel suo saggio “ Scelta Storica “, Lukashenko condanna la forma di Libero Mercato praticata dall’Unione Europea. Per lui, il campo di gioco è già a favore delle elites negli stati potenti dell’Unione. Nel 2003 Lukashenko scriveva che nella UE, stati come la Grecia o il Portogallo non potevano competere con paesi avanzati come la Germania o l’Inghilterra. I benefici che la Grecia prende dalla UE esistono esclusivamente nell’interesse delle classi dirigenti, mentre la gente soffre. Le merci tedesche o francesi invadono il mercato greco facendo fallire gli artigiani greci.

Quando Lukashenko usa il termine “indipendenza”, non lo si intende solo come uno slogan, ma come una realtà morale. Indipendenza significa indipendenza economica, entreremo nel mercato globale alle nostre condizioni e non a quelle delle banche. Indipendenza significa che, mentre la Bielorussia sarà sempre un popolo slavo e ortodosso, non verranno ignorati i temi di giustizia nella scelta degli alleati di Minsk. Non ci deve essere dipendenza da nessuno. La dipendenza da altri stati per l’energia, componenti industriali ecc. significa automaticamente che il popolo ha perso ogni potere sulla sua vita economica ed il suo benessere è esclusivamente nelle mani di altri, di stranieri.

In Bielorussia, il lavoratore sarà coinvolto a tutti i livelli nelle decisioni di natura economica ed avrà una parte di controllo sulla vita economica di cui gode.

Nella commemorazione del 60° anniversario del massacro di Katyn, nel 2003, Lukashenko disse:

Dobbiamo ancora analizzare ed imparare lezioni dagli attuali eventi. Ma già oggi è chiaro che il sistema dell’ordine mondiale è stato distrutto a causa della guerra in Irak, il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato ridotto a zero, il diritto internazionale è stato calpestato, il principio di non imposizione esterna a qualsiasi popolo nel suo sistema di governo e di potere è stato violato. Il popolo della Bielorussia condanna l’aggressione degli Stati Uniti d’America. Lo stesso fanno i popoli e gli stati del mondo, inclusi persino i più stretti alleati degli USA.

Lukashenko ha coerentemente caldeggiato le Nazioni  Unite come un mezzo per controllare il potere imperiale americano. Inoltre egli apprezza che le Nazioni Unite abbiamo incluso le nazioni più povere del mondo coinvolgendole nelle decisioni di politica estera. Lukashenko ha rifiutato ogni forma di governo globale, ma vede tuttavia di buon occhio il ruolo costruttivo di alcune organizzazioni internazionali nel tutelare i più deboli dai più forti. Egli sposa “il principio di non ingerenza esterna“ con forme di stato o di ideologia su di un popolo. Egli condanna la crociata ideologica americana per il petrolio, Israele e la dottrina oligarchica di “democrazia liberale”.

Lukashenko vede le crociate ideologiche non come interventi morali o manifestazioni di disinteressato umanitarismo, ma come pretesti per il rude potere oligarchico.

Nella teoria etica di Lukashenko, l’oligarchia è la peggiore forma di governo. Storicamente, da Novgorod a Venezia a New York, le oligarchie hanno usato il liberalismo, il “republicanismo” e la manipolazione dei media come pretesto per il loro personale potere.

Su una simile falsa riga, Lukashenko, nel suo discorso nel 2006 ai capi del corpo diplomatico presenti in Bielorussia,  dichiara:

Se parliamo di rispetto per gli stati, la loro indipendenza e sovranità, il loro diritto di scegliere il loro futuro, il diritto dei popoli di eleggere i loro leaders, il rispetto del diritto alla vita e al lavoro, paghe e salari equi, il diritto all’uguaglianza di tutti davanti alla legge, il diritto alla libertà di opinione e di espressione secondo la legge, non a discapito dei diritti di altri popoli, noi ci riconosciamo in questi valori. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non hanno il monopolio su questi diritti. La nostra nazione per questi valori ha pagato un prezzo molto più grande degli USA e della UE.

Come sempre Lukashenko mostra la distinzione fra un politico ed uno statista. Sono concetti come questo che hanno permesso a quest’uomo di diventare uno dei politici più popolari nel mondo slavo.
Ancora una volta, il Presidente bielorusso considera i “diritti” astratti né più né meno come pretesti per il crudo potere oligarchico. Gli Stati Uniti invadono i diritti e la sovranità di altri stati non per proteggere il popolo da “abusi dei diritti umani“ ma per servire gli interessi del suo settore privato iper-cresciuto ed eccessivamente ricco.

Mentre la stampa occidentale ripete continuamente l’errata affermazione che i media bielorussi sono “di proprietà statale“ , essi si conformano ad un’unica linea sugli argomenti più importanti, specialmente in politica estera. Inutile dire che il controllo oligarchico sui media occidentali è fin troppo noto da non meritare ulteriori commenti.

Il fatto che il Presidente della Bielorussia ritenga che l’ostilità occidentale sia dovuta a “influenze esterne”, fa decisamente pensare che egli si riferisca alle fonti etniche e finanziarie di potere. Ciò è importante poiché va dritto al centro delle sue idee sociali. Lo stato è una fonte di autorità morale e di bene pubblico. Quando questo stato viene catturato da elementi stranieri, allora diventa soltanto un’agenzia coercitiva dell’oligarchia.

Quindi, prendendola un po’ alla lunga, Lukashenko lancia l’accusa che gli stati occidentali non sono pubblici, ma sono piuttosto delle entità private. Se essi dovessero ritornare ad essere entità pubbliche, cesserebbero immediatamente le ostilità contro il sistema politico bielorusso.

CONCLUSIONE

Afferrando le idee politiche di Lukashenko, al di là delle distorsioni mediatiche, molti temi emergono ripetutamente:

1 – Un nazionalismo che mette in rilievo la sicurezza economica del suo piccolo paese.
      Etnicità e religione sono importanti perché servono come base di solidarietà per le
      principali preoccupazioni economiche della gente.

2 – Il continuo attacco sul “concetto astratto” dei “diritti umani” o della “libertà economica”.
      Siccome i concetti astratti possono significare qualsiasi cosa che l’interessato voglia, essi
      vengono usati come copertura nell’esercizio del colonialismo e dell’imperialismo
      economico.

3 – In casi di emergenze, come ad esempio il crollo delle economie russa e ucraina all’inizio degli
      anni 90, lo stato ha la responsabilità di assumere il ruolo di proteggere la popolazione
      dall’oligarchia e dagli attacchi esterni. Questo è ancora più evidente nel caso di stati più
      piccoli e vulnerabili.

4 – Nessuno stato può funzionare quando viene invaso dall’oligarchia e dall’ideologia del
      “libero mercato”. Questi si preoccupano solo dei beni privati, mentre lo stato serve
      esclusivamente il bene comune. Lo stato serve il bene comune nel momento in cui usa la
      sua autorità contro la concentrazione di potere economico e l’interferenza straniera egoista.

5 – Lo stato sottintende il suo ruolo solo alla luce dell’esperienza storica e delle tradizioni etniche
      del suo popolo.

6 – L’economia esiste per l’intero popolo. Se questa non serve in bene pubblico, non ha
      legittimità morale, indipendentemente da tutti i “diritti” che vengono menzionati all’opposto.

7 – Lo stato ha un legittimo ruolo economico sia nei media che nell’economia. Esso non ha alcun
      diritto di governarli in modo totalitario, ma, in particolare in periodi di tensione, ha il diritto
      di far sentire la sua voce. Un forte settore statale non è la stessa della “tirannia”.

8 – Non c’è alcuna vera distinzione morale fra controllo dello stato e controllo oligarchico

9 – I media sono una delle armi più potenti al mondo. Perciò andrebbero maneggiati come una
      qualsiasi altra arma. Le elites mediatiche sono spesso oligarchiche e centralizzate ed usano i
      loro imperi nel tentativo di controllarne altri. Un media libero pertanto è una versione mista,
      che permette diversi punti di vista. Questo è più probabile che avvenga in Russia o Bielorussia
      che negli USA.

10 – Nessun governo ha il diritto di ingerirsi negli affari interni di un altro. In particolare
        quando questa ingerenza è sfacciatamente di natura egoistica e serve esclusivamente
        gli interessi dell’oligarchia economica.

11 – “Il Popolo“ è un altro di questi concetti astratti che non significa niente. Usando la parola
        “Il Popolo” l’interlocutore deve riferirsi ad un determinato popolo, ad una lingua specifica,
        ad una tradizione storica, nonché ad un determinato contesto sociale.

12 – Giustizia internazionale, nel caso significasse qualcosa, si riferisce ad uno stato di cose dove
         ai gruppi etnici del mondo, alle razze e alle religioni viene data l’indipendenza di
         svilupparsi secondo la loro propria tradizione storica e non secondo gli slogan ideologici
         dell’attuale egemonia.

13 -  La giustizia internazionale implica anche enti internazionali obiettivi e politicamente
         neutrali che possano mediare su divergenze al di fuori di un agenda ideologica.
         Ciò è lontano dal “governo mondiale” e fa riferimento soltanto ad alcuni accordi che
         possono risolvere problemi internazionali in modo neutrale prima che questi portino allo
         scoppio di una guerra.

Matthew Raphael Johnson è uno scrittore professionista, un ex professore universitario specializzato in storia e teologia dell’Ucraina e della Russia.
La sua tesi di dottorato all’Università del Nebraska era sulla natura dei metodi scientifici come mezzo per una rivoluzione politica. Ha insegnato all’Università del Nebraska Lincoln e all’Università Mount St. Mary. E’ l’autore di 5 libri, di cui il più recente è: Populista Russo: La Teoria Politica di Vladimir Putin pubblicato dalla Barnes Review Press.
Ospita un programma radiofonico: Il Nazionalista Ortodosso sulla rete Reason Radio.

Traduzione a cura di: Gian Franco Spotti

Il "marito deficiente" di Carla Signoris: tempo fa ironizzava su Berlusconi perchè aveva fatto visita al "dittatore" Lukashenko. Nella neolingua orwelliana, chi difende lo stato sociale è un dittatore

POSTILLA

di Andrea Carancini

Non bisogna vergognarsi di un uso corretto del termine nazionalsocialista!

Nell’interessante articolo di Johnson un termine, riferito a Lukashenko, suscita la mia perplessità: quello di “socialnazionalismo”. In realtà, dal contesto dell’articolo in questione (“Il punto non è tanto quello che lo stato rappresenti una specifica tradizione nazionale, ma quello vitale di conservare le tradizioni nazionali dei popoli che vivono all’interno dei suoi confini. Non esistono stati etnicamente puri e quindi la miglior cosa che può fare uno stato è quella di tutelare le tradizioni etiche e le varianti regionali esistenti”) la concezione dello statista bielorusso sembra più vicina al socialismo nazionale degli esponenti della sinistra del NSDAP –  quella, per intenderci, di Otto e Gregor Strasser – che al nazionalismo sociale (“socialnazionalismo”) di Hitler.

Non sembri una questione di lana caprina.

Giustamente, gli esponenti della sinistra nazionalsocialista, sostenevano infatti che, nell’associazione dei due termini (nazionalismo e socialismo) l’accento andava posto sul socialismo:

«“Sì – disse Gregorio, che ascoltava serio [un burrascoso colloquio tra Hitler e Otto Strasser] – alla destra prenderemo il nazionalismo che per sua disgrazia ha sposato il capitalismo, dalla sinistra prenderemo il socialismo, la cui unione con l’internazionalismo è disastrosa. Così formeremo questo socialismo nazionale[1], forza motrice di una nuova Germania e di una nuova Europa”. Però – aggiunsi – l’accento in questa alleanza dovrà essere portato sulla parola socialismo. Non chiamate voi il vostro programma con una sola parola, nazionalsocialismo, signor Hitler? La grammatica tedesca ci dice che in questa specie di parole composte il primo elemento serve da qualificativo al secondo, che è l’elemento essenziale”»[2].

Aggiunse poi Otto Strasser (in un secondo burrascoso colloquio con Hitler):

«”Le vostre concezioni razziali…che voi avete preso in prestito al signor Rosenberg non distruggono solamente la grande missione del nazionalsocialismo, che sarebbe la costituzione di una “nazione” tedesca, ma sono ancora fatte per disgregare il popolo tedesco”»[3].

Come si sa, la sinistra capeggiata dai fratelli Strasser venne poi eliminata fisicamente da Hitler nel 1934, ma ciò non toglie che gli esponenti del nazionalsocialismo – nel suo significato letterale e genuino – erano i primi e non il loro aguzzino (e usurpatore).

La damnatio memoriae in cui è caduto tale termine non deve inibire l’uso del suo corretto significato.
Tornando a Lukashenko, utilizzare, per difenderlo, il termine “socialnazionalismo”, significa alimentare davvero quell’accusa di “dittatore” (e quindi, di “nuovo Hitler”) che l’oligarchia mondialista gli ha speciosamente appioppato.     

Riappropriamoci del significato delle parole: non ne lasciamo il monopolio ai “Maestri del Discorso!

[1] Grassetti miei.
[2] Otto Strasser, HITLER SEGRETO – Le rivelazioni del capo del Fronte Nero, Edizioni Gladio e Martello, Parma, 2011, pp. 5-6.
[3] Ivi, p. 69.