sabato 30 aprile 2011

L'Egitto avverte Israele: non interferite con l'apertura del confine di Gaza

L’EGITTO AVVERTE ISRAELE: NON INTERFERITE CON L’APERTURA DEL VALICO DI CONFINE DI GAZA[1]

L’apertura di Rafah sarebbe una violazione dell’accordo raggiunto nel 2005 tra Stati Uniti, Israele, Egitto e Unione Europea; funzionari israeliani dicono al Wall Street Journal che gli sviluppi in Egitto potrebbero colpire la sicurezza nazionale di Israele

Di Haaretz Service, 30.04.2011

Il capo di stato maggiore delle forze armate egiziane, il generale Sami Anan ha ammonito Israele a non interferire con il piano dell’Egitto di aprire in modo permanente il valico di confine di Rafah con Gaza, sostenendo che la questione non riguarda Israele, ha riferito sabato Army Radio[2].

L’Egitto ha annunciato questa settimana che intende aprire in modo permanente il valico di confine con Gaza entro i prossimi giorni.

Questo annuncio indica un cambiamento significativo nella politica riguardante Gaza, che prima della sollevazione egiziana veniva attuata di concerto con Israele. L’apertura di Rafah permetterà il flusso di persone e di beni dentro e fuori di Gaza senza il permesso o la supervisione israeliani, come è stato finora.

Un funzionario israeliano ha detto venerdì al Wall Street Journal che Israele è preoccupata dai recenti sviluppi in Egitto, sostenendo che potrebbero colpire la sicurezza nazionale di Israele ad un livello strategico.

Il blocco di Israele su Gaza è stata una politica attuata di concerto con la polizia egiziana per indebolire Hamas, che governa la striscia dal 2007.

L’apertura di Rafah sarebbe una violazione dell’accordo raggiunto nel 2005 tra Stati Uniti, Israele, Egitto e unione Europea che permette ai controllori della UE l’accesso al valico. I controllori dovevano rassicurare Israele che armi e militanti non sarebbero entrati a Gaza dopo la loro uscita dal territorio nell’autunno del 2005.

Prima della sollevazione dell’Egitto e della destituzione del leader di lungo corso Hosni Mubarak, il confine tra Egitto e Gaza era stato chiuso ermeticamente. Il passaggio veniva occasionalmente aperto per periodi limitati.   


[2] La radio dell’esercito israeliano: http://en.wikipedia.org/wiki/Army_Radio_(Israel)

PeaceReporter - Israele, Stato confusionale

PeaceReporter - Israele, Stato confusionale

venerdì 29 aprile 2011

Lo stato italiano: stragista dei suoi cittadini e bombardatore dei vicini

Per il ragionamento che sto per fare, è utile ripartire dall’editoriale di oggi di Marco Travaglio: La guerra lampo dei fratelli Marx[1]:

“Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista…ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd…impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”.

Ho sottolineato in grassetto la precisazione che il detto trattato è stato ratificato anche con i voti del Pd. Eppure, a chiosare la sfacciata liquidazione del medesimo (che, addirittura, come ricorda ancora Travaglio, “ci siamo dimenticati di disdettare”) e da parte del governo in carica e del presidente della Repubblica, due autorevoli esponenti del Pd se ne sono uscite con le seguenti dichiarazioni:

Anna Finocchiaro
Anna Finocchiaro: “Di fronte al responsabile richiamo che oggi il Presidente della Repubblica
ha rivolto alle forze politiche e alle istituzioni, ricordando la natura e
le ragioni dell' impegno italiano nella crisi libica, suonano stonate e
inaccettabili le parole di Antonio Di Pietro»[2].

Marina Sereni
Marina Sereni: “La scelta annunciata dal Presidente del Consiglio di partecipare ai
bombardamenti di obiettivi militari in Libia è la conseguenza obbligata
della nostra appartenenza alla Nato ed è coerente con il ruolo geostrategico
dell'Italia nell'area»[3].

Il feroce servilismo di queste parole ha fatto sollevare più di un sopracciglio, pur in un paese da tempo assuefatto al peggio come l’Italia. Personalmente, osservo che:

1. Tutto ciò non è che l’ennesima nauseante conferma di quella perdita dell’indipendenza nazionale, in diritto e in fatto, e, soprattutto, della perdita dell’onore, e dell’Italia e della nostra classe dirigente – come rimarcò all’epoca Vittorio Emanuele Orlando – che perdura dal 1947, e cioè dal momento della ratifica del Trattato di pace[4].

2. A conferma di ciò mi permetto di suggerire di leggere le dette dichiarazioni (oltre che, naturalmente, le ultime scelte governative) alla luce di quanto successe 15 anni fa dopo la scoperta dell’”archivio parallelo della Via Appia”. Ve lo ricordate? Era quello in cui furono trovate le carte irregolari dell’Ufficio Affari Riservati. 15 anni…un’altra Italia, in cui c’era ancora una (flebile) speranza di trovare giustizia per le stragi che hanno insanguinato il paese, speranza che però proprio allora venne impietosamente delusa.

Primo esempio, dall’articolo Gli assenti di piazza Fontana,[5] di Fabrizio Ravelli:

"Nel ' 95 - continua Salvini - l' arrivo di un nuovo ministro dell' Interno (Napolitano, ndr) aveva suscitato grandi speranze sull' ammodernamento di quel settore. Le attese sono state un pochino deluse". Per ritrovare archivi "dimenticati" c' è voluto uno storico, il professor Aldo Giannuli consulente della Commissione Stragi. Ed è lo stesso Giannuli a denunciare una "pesante interferenza dell' esecutivo nell' attività della magistratura". È un attacco al ministro della Giustizia Diliberto. Quando il procuratore generale presso la Cassazione ha impugnato il proscioglimento dello stesso Salvini, sotto processo disciplinare, Diliberto s' è associato: "Un atto discrezionale - accusa Giannuli - Qual è il significato politico di tale gesto? A noi sembra che oggettivamente finisca per presentarsi come una pronuncia dell' esecutivo sul merito di un' istruttoria penale e, quel che è più grave, proprio nel momento in cui inizia la fase dibattimentale di quel processo"[6]. Salvini era stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver utilizzato un agente dei servizi in una fase dell' indagine. "Non ha temuto il ministro - prosegue Giannuli - che il suo atto potesse essere avvertito come una pressione indiretta sul collegio giudicante?". Chi si arruola amaramente fra gli sfiduciati è lo stesso Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi: "Secondo me non riusciremo mai a fare giustizia fino in fondo - dice - Franco Freda e Giovanni Ventura sono protetti dallo scudo dell' assoluzione, Delfo Zorzi è irraggiungibile, Carlo Maria Maggi è vecchio e malato. A 30 anni di distanza la giustizia è sempre un surrogato".

Napolitano ministro dell'Interno
Secondo esempio, dall’articolo Pinelli, Napolitano e il Corriere della sera: una polemica imprevista[7], tratto dal sito del prof. Giannuli:
“Si capisce quindi l’imbarazzo, pochi mesi dopo, quando scoppiò la questione dell’archivio irregolare della Via Appia in cui erano custodite le carte degli Affari Riservati. Napolitano rassicurò l’opinione pubblica che tutto sarebbe stato chiarito e ne sarebbe stata data completa informazione. A questo scopo, nominò una commissione di inchiesta amministrativa che, fra l’altro, ascoltò pure chi vi parla. La commissione ci impiegò diversi mesi e, alla fine, stese una lunghissima relazione che il Ministro inviò tempestivamente in Commissione Stragi. Ma, la relazione venne segretata e per la sua consultazione vennero adottate misure senza precedenti. Sino a quel punto,  i documenti riservati –e per tali si intendeva solo quelli di istruttorie penali ancora in corso- non potevano essere riprodotti in fotocopia, ma erano liberamente consultabili da commissari e consulenti che potevano prendere appunti. In quella occasione venne stabilito, su esplicita richiesta dell’ente originatore, che parlamentari e consulenti  potessero prenderne visione ma, compilando un apposito modulo sul quale riportare l’orario di inizio e di fine della consultazione preciso al minuto, senza poter prendere alcun appunto ed in presenza di uno dei carabinieri in servizio presso la Commissione che doveva controllare sulla applicazione integrale delle precedenti disposizioni.
La relazione venne rapidamente sepolta in un cassetto e non se ne parlò più. Ovviamente, la delicatezza del tema richiedeva doverose cautele, ma che fine aveva fatto l’impegno ad informare l’opinione pubblica sulla vicenda? Così come si perse per strada la proposta avanzata da più parti di una ricognizione generale sul ministero, per appurare quali e quanti altri fondi archivistici fossero stati abbandonati nei vasti scantinati del Viminale. E, infatti, dopo qualche tempo, spuntò un ulteriore gruppo di fascicoli accantonati nel vano morto sotto alcune scale, dove avrebbe dovuto esserci un deposito di scarpe. Né mi risulta che a tutt’oggi sia stata fatta tale ricognizione per cui non è affatto da escludere che, in un vecchio archivio di deposito, magari insieme a pratiche di pensione o atti amministrativi, ci siano anche scaffali occupati da ben altra documentazione.  Si poteva lavorare meglio”.

C’è da meravigliarsi, allora, con questo background, che quelli arrivati a occupare le massime istituzioni della Repubblica approvino, approvati dai propri corifei, le stragi NATO in corso in Libia?


I giovani egiziani per manifestazioni "Million Man" a sostegno dei palestinesi

I GIOVANI EGIZIANI INVOCANO MANIFESTAZIONI “MILLION-MAN”[1] A SOSTEGNO DEI PALESTINESI[2]

28 aprile 2011

Un appello per manifestazioni “million-man” a sostegno dei palestinesi è stato fatto dalla Egypt’s Coalition of the Youth of the Revolution [Unione dei giovani della rivoluzione egiziana]. La prima manifestazione, che si dovrà tenere ad Alessandria il 13 maggio, chiederà anche l’apertura del confine egiziano di Gaza per gli aiuti alimentari, medici e umanitari; i manifestanti si dirigeranno verso il consolato israeliano della città.

Secondo il giornale egiziano Al-Shorouk, le proteste intendono mettere pressione sullo Stato sionista chiedendo che il governo egiziano blocchi l’esportazione in Israele del gas naturale, poiché gli israeliani lo utilizzano per produrre attrezzature militari usate contro i palestinesi. I manifestanti chiederanno anche la revisione degli accordi di Camp David, al fine di rimuovere il conseguente favoritismo verso lo Stato sionista.

L’unione dei giovani ha detto che si coordinerà con vari gruppi politici per preparare un certo numero di convogli di aiuti medici e umanitari da inviare a Gaza. Si avrà cura che le proteste siano pacifiche, in modo particolare quelle vicine al valico del confine di Rafah.

C’è il rischio, ha detto un portavoce, di uno scontro tra l’esercito egiziano, che sta proteggendo i confini nazionali, e i rivoluzionari. Un tale scontro distoglierebbe i partecipanti dal loro obbiettivo principale, che è “di mettere pressione al regime al potere in Egitto affinché prenda una posizione ferma sulla questione dell’esportazione del gas in Israele, che può essere importante per indebolire la potenza militare israeliana”.

Fonte:

giovedì 28 aprile 2011

L'enigma del berretto frigio dell'iniziato

L’ENIGMA DEL BERRETTO FRIGIO DELL’INIZIATO

Di Michael Hoffman, 10 marzo 2011[1]

Non capita spesso di questi tempi di vedere il berretto frigio rosso dell’iniziato indossato da una persona importante, in questo caso da un eroe della Resistenza Francese: Stéphane Hessel.

Il berretto frigio era indossato dagli insorti della massonica Rivoluzione Francese, nel diciottesimo secolo. Le sue antiche radici nel costume rituale occulto vengono raramente menzionate.

Quelli che hanno letto il mio libro Secret Societies and Psychological Warfare [Società segrete e guerra psicologica] conoscono il mio interesse a individuare la “magia” rituale pubblica e civile, che, insieme al Linguaggio Oscuro, costituisce uno strumento principe della Criptocrazia per la manipolazione recondita dell’umanità.

Il berretto frigio è alla radice di alcuni dei più singolari e sacri copricapi cerimoniali dell’occidente.

Il dio Mitra indossava un berretto frigio rosso. Nel secondo volume della sua fondamentale opera The Rosicrucians: Their Rites and Mysteries [I Rosacroce: i loro riti e i loro misteri] (1870), Hargrave Jennings optava, in quanto classico berretto del dio Mitra, per l’origine comune del Berretto Frigio; per essere, tale Berretto Frigio o Mitraico, l’origine della mitra sacerdotale di tutte le fedi. Il berretto frigio veniva indossato dal sacerdote durante il sacrificio. Se era indossato da un maschio, aveva la sua cresta, o punta, sporgente in avanti.

Jennings ci informa che il Berretto Frigio è una foggia antiquaria estremamente occulta; viene dalla più remota antichità. Viene mostrato sul capo della figura sacrificante nella famosa scultura chiamata il “Sacrificio Mitraico” del British Museum a Londra.

Quando un Berretto Frigio, o Berretto Simboleggiante, è di colore rosso sangue, simboleggia la cappella o punta del fallo, sia del fallo umano che di quello simbolico. Ha le sue origini nel rito della circoncisione; è un emblema del rito della circoncisione, e rappresenta il lembo [prepuzio] asportato del fallo come un trofeo o berretto della “libertà” sul capo del membro della società segreta, o babbeo.        

Il Berretto Frigio sta come segno del sacrificio. Il sacrificatore, nel gruppo scultoreo del “Sacrificio mitraico”, tra i marmi del British Museum, ha un Berretto Frigio sul capo. Egli esegue l’atto di colpire il toro con un pugnale, che è l’ufficio del sacerdote immolante.

Il doge Leonardo Loredan
Il bonnet conique [berretto conico] è la mitra del Doge di Venezia. Cinteotl, un dio messicano del sacrificio, indossa un tale berretto ricavato dalla pelle della coscia di una vergine sacrificata. Quest’acconciatura è modellata come la cresta di un gallo. Anche il berretto Scotch Glengarry, quando si osserva con attenzione, sembra essere “incazzato”.

Oltre al “bonnet rouge”, la mitra papale e altre mitre e copricapi conici derivano il loro nome dai termini “Mitradico”, o “Mitraico”, e l’origine dell’intera classe di nomi è Mitra, o Mithra.

Qual è la soluzione del moderno enigma del Berretto Frigio?

Le "tricoteuses" col berretto frigio
È questa: quando il “berretto della libertà”, il berretto frigio dell’iniziato, sollevava il suo prepuzio reciso nella Francia rivoluzionaria, quando coloro che lo portavano si scappellavano simultaneamente, verso gli sguaiati urrà della folla parigina, le teste umane venivano tagliate dalla ghigliottina.

Forse, non è un gran che come enigma: è piuttosto una beffa confidenziale.   


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2011/03/riddle-of-phrygian-cap-of-initiate.html

mercoledì 27 aprile 2011

I campi dell'Aktion Reinhardt: l'insostenibile narrativa ufficiale

Odilo Globocnik nel 1938
GASARE, BRUCIARE E SEPPELLIRE: LE RELATIVE CAPACITÀ ATTRIBUITE AI CAMPI DELL’AKTION REINHARDT

Di Thomas Dalton[1]

Mettiamo il caso, parlando in via ipotetica, che qualcuno voglia progettare e attuare un procedimento sistematico per lo sterminio di centinaia di migliaia di persone, in un periodo di tempo breve, utilizzando gas venefico. Come potrebbe riuscirvi? Questo è il problema che deve essersi presentato a certi individui di alto rango del regime nazista, verso la fine del 1941 – se dobbiamo credere alla versione convenzionale dell’Olocausto.

O forse fu molto tempo prima. In realtà, i media occidentali riferivano da diversi anni prima che i tedeschi volevano “sterminare” gli ebrei. Il 16 agosto 1933, il New York Times scrisse che “600.000 [ebrei] in Germania hanno la prospettiva di uno sterminio certo (p. 11)”. Tre anni dopo quello stesso giornale dibatteva una petizione che condannava le “intollerabili sofferenze di milioni di ebrei nell’olocausto europeo”, e chiedeva “misure energiche per salvare questi milioni di sventurati dalla totale distruzione” (31 maggio 1936; p. 14). Nel 1938, il London Times scrisse della “terribile persecuzione degli ebrei in Germania”, rimarcando che la Germania era “un paese che sembrava disposto…a sterminare una parte della sua popolazione” (14 dicembre; p. 11). Nel giugno del 1940, il New York Times riferì che “sei milioni di ebrei sono destinati alla distruzione”, e che essi erano di fronte al “pericolo della distruzione fisica” (25 giugno; p. 4). Dico subito che, nonostante tali dicerie, non abbiamo prove chiare che né Hitler né nessun altro dei nazisti al vertice cercassero di uccidere milioni di ebrei; sembra invece che il loro piano fosse la deportazione e l’espulsione, assieme a vaste misure di lavori forzati.

Ma presupponendo che essi volessero lo sterminio fisico, prendiamo in considerazione la prospettiva di qualche sconosciuto individuo di medio livello delle SS a cui era stato dato il compito di progettare uno schema rapido ed efficiente di sterminio. Probabilmente, costui si trovava ad operare a Lublino, e faceva riferimento a Odilo Globocnik, quando nell’ottobre 1941 arrivò da Himmler l’”ordine verbale” di mettere a punto un tale sistema. Il nostro amico deve essersi trovato in un terribile pasticcio: come ci ricorda Raul Hilberg, non c’era né un piano né un budget per una tale attività[2]. Né c’era alcun ordine scritto, da parte di Himmler, Goebbels, Hitler, o di qualsiasi altro. A quanto pare, gli era semplicemente stato detto di “farlo succedere”, o qualcosa del genere (chiunque abbia mai lavorato in un grande apparato burocratico può sicuramente capire la situazione del poveruomo).

Alla fine del 1941, il Reich aveva visto un enorme aumento del numero di ebrei sotto il suo controllo. Ad un certo punto degli anni ’30, vivevano nella Germania vera e propria 600.000 ebrei, sebbene con l’avvento di Hitler ne fuggivano a migliaia ogni anno. Con l’Anschluss dell’Austria nel marzo del 1938, ne entrarono nel Reich altri 200.000 – ma anche molti di questi fuggirono. Tutto ciò non era certo motivo di preoccupazione per la classe dirigente nazista; loro non desideravano maggiormente che mandare via gli ebrei. Fu a questo punto, in realtà, che vennero fuori i primi piani concreti per espellerli. Goebbels scrisse nel suo diario dell’11 aprile che “Il Führer vuole gli ebrei totalmente cacciati dalla Germania. In Madagascar, o in qualche altro posto. Giusto!”[3].     

Con la rapida presa di possesso tedesca della Polonia nel settembre 1939, altri 1.700.000 ebrei finirono sotto il controllo nazista. Insieme ai circa 250.000 che ancora vivevano in Germania e in Austria, il totale arrivava a circa 2 milioni. Vennero fatti circolare alcuni progetti su come affrontare il crescente problema ebraico, inclusi il progetto Nisko (per una riserva ebraica in Polonia), la deportazione di massa o la ghettizzazione, e il piano Madagascar.

Mentre si formava l’alleanza dell’Asse e la guerra si allargava, i tedeschi conquistarono ulteriori territori (i Paesi Bassi, all’inizio di maggio 1940, la Francia, alla metà di giugno) insieme a migliaia di altri ebrei. Longerich riferisce (2010: 163-164) che le stime interne allora effettuate crebbero da 3.25 milioni alla fine di giugno, a 4 milioni alla metà di agosto, fino a circa 6 milioni (!) alla fine del 1940. E così, nel 1941, la classe dirigente nazista si ritrovò con il problema rappresentato da 6 milioni di ebrei[4].

Di questo totale, circa un terzo – per la precisione: 2.284.000 – risiedeva nei cinque distretti della Polonia conosciuti come Governatorato Generale[5]. Secondo la storiografia ortodossa, Globocnik e la sua squadra vennero incaricati di “sterminarli”. Questo piano è stato chiamato Aktion Reinhardt (AR) da coloro che sostengono tale tesi, e secondo costoro riguardò principalmente la costruzione di tre campi nella Polonia sudorientale: Belzec, Sobibor e Treblinka. Se dobbiamo credere al Museo Americano dell’Olocausto, essi alla fine riuscirono ad uccidere 1.700.000 persone nell’arco di circa 18 mesi[6].

Ma torniamo al nostro sfortunato uomo delle SS. Quando fosse arrivato nell’ottobre 1941 l’ordine verbale, egli avrebbe immediatamente iniziato dei piani per costruire le installazioni di sterminio. Così, cerchiamo di ricostruire il suo percorso mentale. Al nostro uomo viene dato l’ordine vago di uccidere sistematicamente, per poi smaltire, oltre 2 milioni di persone in un certo breve (ma non precisato) periodo di tempo. Diciamo che il tempo assegnatogli quadrava con la durata reale – i 18 mesi – in cui i campi furono operativi, e che lui stimasse di uccidere queste persone in un anno e mezzo. Così doveva progettare un sistema per uccidere, in totale, qualcosa come 130.000 ebrei al mese, o circa 4.200 al giorno, per 18 mesi giusti (inverno incluso, naturalmente).

Dei molti metodi di uccisione a lui disponibili (arma da fuoco, annegamento, soffocamento, assideramento ecc.), il nostro uomo decide inspiegabilmente di gasarli con il monossido di carbonio delle esalazioni di motori diesel. Tralascio qui tutte le assurdità di questo metodo[7], e ipotizzo in via puramente teorica che [tale metodo] potesse funzionare, e che potesse uccidere locali pieni di persone, nel giro di, diciamo, 30 minuti.   

Progettare un solo grande campo di sterminio sarebbe in qualche modo rischioso, così supponiamo che lui decida per due campi – buoni per avere una struttura di supporto, in caso di bisogno. Probabilmente, entrambi avrebbero una conformazione simile, e ognuno sarebbe destinato a gestire metà del compito, vale a dire, circa 2.100 persone al giorno. Così, egli progetta una struttura standard di gasazione a monossido di carbonio: un edificio con tre camere, ognuna, diciamo, di metri 4x5. Supponendo (prudenzialmente) 5 persone per metro quadro, ogni camera poteva gasare 100 persone; così, 3 camere possono gestire 300 persone alla volta.

Allora il nostro uomo calcola un ciclo temporale di due ore – 30 minuti per caricare (simultaneamente) le tre camere, 30 per la gasazione, e un’ora per rimuovere i 300 corpi. Lo sgombero sarebbe relativamente facile: nessun velenoso Zyklon B nelle vicinanze, niente maschere antigas, solo aprire le porte e trascinare via i cadaveri. Calcolando sette di tali cicli al giorno – una giornata di lavoro di 14 ore circa, si ottiene il desiderato tasso giornaliero di 2.100. È uno schema perfetto: due semplici campi costruiti in località remote lungo linee ferroviarie, nessun altra struttura richiesta, il lavoro fatto in un anno e mezzo.

Ah, aspettate…ancora una cosa: lo smaltimento dei cadaveri. Duemila cadaveri al giorno sono tanti. Richiederebbero diversi acri di fosse comuni per contenerli tutti, e anche questo nasconderebbe le prove, ma non le distruggerebbe. Meglio costruire convenienti, e capienti, crematori. Sapendo che ci vuole un’ora per cremare completamente, fino alle ceneri, un corpo, il nostro progettista avrebbe bisogno di 100 muffole (camere di cremazione), che operino 20 ore al giorno, per gestire il carico. Prendiamo Auschwitz. Lì i crematori più grandi – i Krema II e III – avevano ognuno 15 muffole. Così, il nostro uomo ha bisogno dell’equivalente di sette crematori come il Krema II per eseguire il lavoro. In ognuno dei campi. E di coke per alimentarli. Ciò per quanto riguarda l’affermazione “nessun budget, nessun progetto”.

*****

Sono tutte ipotesi, ma secondo la versione tradizionalista della storia, deve essere accaduto qualcosa del genere. Confrontiamo ora tutto ciò con i “fatti” così come sono presentati dagli esperti.

Belzec viene, presuntamente, concepita come abbiamo ipotizzato: un edificio con tre camere. Le dimensioni delle camere, tuttavia, sono controverse – o 12 o 32 metri quadri per camera, a seconda dei testimoni. L’ortodossia sostiene che i tedeschi potevano stipare 10 persone per metro quadro, riuscendo così a gasare o 360 o 960 persone per ogni ciclo. Con un ciclo di due ore, e operando 24 ore su 24 – come asseriscono gli esperti – Belzec poteva così uccidere fino a 4.320 (o 11.520) persone al giorno.

Sobibor venne progettato in modo molto simile, tranne il fatto che – per qualche ragione sconosciuta – le tre camere erano ognuna di 16 metri quadri. Con calcoli analoghi, il campo poteva uccidere 5.760 persone al giorno.

I due campi messi assieme, allora, producevano 10.000 (o 17.300) morti al giorno, al massimo.

Confrontate questi numeri con il detto compito: una cifra combinata di 4.200 cadaveri al giorno. Un’esagerazione, potreste dire. O forse il nostro uomo era solo prudente. Dopo tutto, le camere a gas sono poco costose. Tuttavia, siamo rimasti finora nell’ambito del possibile.

Ma esaminiamo quest’altro assillante problema: quello dello smaltimento dei cadaveri. Secondo i testimoni, né Belzec né Sobibor avevano neppure un crematorio. Decisero invece la soluzione delle sepolture di massa: per nove mesi pieni nel primo dei due campi, per cinque nel secondo. Poi, cambiarono idea, e decisero di riesumare e bruciare, all’aperto, tutti i cadaveri seppelliti – con una media di oltre 3.000 corpi al giorno. L’incoerenza di tutto ciò parla da sé[8].

Così, a condizione di ignorare il problema (insormontabile) dello smaltimento, i due campi nelle loro (presunte) configurazioni iniziali, sembrano poter facilmente assolvere il compito. La loro capacità è del 200-400% superiore a quella richiesta per fare il lavoro in 18 mesi. Tutto ciò suggerisce che i nazisti avrebbero avuto la possibilità di accelerare le cose, di ultimare il raccapricciante progetto in nove mesi, o forse persino in sei, se la situazione lo avesse richiesto.

Ma le cose presero una svolta bizzarra solo pochi mesi dopo. Piuttosto che affrontare l’enorme problema dello smaltimento, Globocnik e la sua squadra presero invece due decisioni inspiegabili: (1) aumentarono la capacità di gasazione di entrambi i campi, e (2) decisero di costruire un terzo campo (Treblinka), di eguale capacità (tre camere), sempre però senza capacità di smaltimento.

L’assurdità di questa situazione è difficile da sottovalutare. La decisione di costruire Treblinka fu presa probabilmente in marzo o aprile (la costruzione iniziò in maggio), e la decisione di raddoppiare il numero delle camere di Belzec arrivò poco dopo[9]; lì, nel giugno del 1942, furono in funzione sei camere. E appena un mese più tardi, forse in luglio, la squadra di nazisti optò per raddoppiare le camere di Sobibor e, nello stesso tempo, per arrivare a sei (o forse a 10, dipende dai testimoni) camere di dimensioni doppie a Treblinka – che aveva appena iniziato a essere operativa.

Così, a settembre la situazione delle gasazioni era davvero sconcertante. Supponendo un’attività di 24 ore su 24, Belzec avrebbe potuto gasare 14.000 persone al giorno (se il lettore pensa che stia esagerando, consideri questa affermazione dell’Holocaust Encyclopedia del 2001, a p. 178: “Belzec fu il primo campo a essere dotato di camere a gas permanenti, che avevano la capacità di uccidere 15.000 persone al giorno”), Sobibor, 11.500. e Treblinka, supponendo solo le sei grandi camere (32 metri quadri), una sbalorditiva media giornaliera di 23.000. La somma totale: 49.000 gasazioni al giorno, massima capacità. Al mese, tutto ciò arriva a quasi 1.500.000. E tutto questo senza neanche una muffola.

Ricordiamo, ancora una volta, il compito da assolvere: 4.200 [cadaveri] al giorno, o 130.000 al mese. Con il tasso suddetto, l’intero Governatorato Generale sarebbe stato svuotato di ebrei in 6 settimane, e l’intera zona di influenza del Reich – i 6 milioni – liquidata in quattro mesi[10].

Due ulteriori punti: primo, anche se i numeri suddetti vengono ridotti, non cambia l’assurdità della situazione. Ad esempio, se noi calcoliamo un abbondante ciclo temporale di 3 ore, e solo sei cicli al giorno, nel settembre 1942 la capacità combinata sarebbe stata ancora di quasi 25.000 [cadaveri] al giorno, o di circa 730.000 al mese – più di cinque volte la capacità richiesta.

Secondo: se noi confrontiamo le capacità con le (presunte) gasazioni effettive, il livello di esagerazione diventa sempre più evidente.

  • Belzec ebbe un picco mensile di gasazioni (agosto 1942), in cui vennero liquidate 4.300 persone al giorno; in tutti gli altri mesi non si superarono mai le 2.700 unità giornaliere. E tuttavia la sua capacità era di oltre 14.000 al giorno.
  • Il picco delle gasazioni di Sobibor vi fu proprio all’inizio, durante la fase delle sue tre camere, quando raggiunse un picco di 670 gasati al giorno – contro la sua capacità iniziale di 5.760. Dopo l’ampliamento a sei camere, la gasazione effettiva cadde sotto i 400 al giorno, pur se la capacità aumentò a 11.500.
  • A Treblinka, la capacità giornaliera di 23.000 (o di 38.400, supponendo 10 camere) è paragonabile a una cifra “effettiva” media di 4.900 al giorno nei primi quattro mesi di operazioni. Ma durante il 1943, le cifre giornaliere non superarono mai il numero di 1.000: un mero 3-4% della capacità.

Tutto ciò comporta una ben misera pianificazione da parte della squadra di Globocnik – per non parlare della stupenda svista di non avere nessun piano per lo smaltimento dei corpi. Supponendo, cioè, che fossero vincolati allo sterminio.

È più probabile, naturalmente, che i tre campi furono installazioni di disinfestazione e strutture di transito. Essi sarebbero stati costruiti per disinfestare e ospitare temporaneamente gli ebrei e altri coscritti ai lavori forzati che erano in viaggio verso i campi di reinsediamento o i ghetti nei territori sovietici conquistati ancora più a est. Le “camere a gas” citate dai testimoni sarebbero state sia vere docce, o camere di disinfestazione per vestiti e biancheria. Ci si poteva aspettare solo un piccolo numero di morti accidentali, e così non c’era bisogno di piani per grandi quantità di corpi da smaltire – per quanto il numero reale potesse aver superato quelli previsti.

Proprio come ad Auschwitz, i campi dell’Aktion Reinhardt ebbero un’incredibile super-capacità di “camere a gas”, e un’incredibile sotto-capacità di crematori (o di altri piani appropriati di smaltimento). Nessuno avrebbe pianificato in modo intenzionale un tale schema. Così, vi sono tante più ragioni per sospettare che qualcosa nella narrativa convenzionale sia davvero sbagliata.

Fonti

Berg, F. 2003. “Diesel Gas Chamber: Ideal for Torture, Absurd for Murder” [La camera a gas diesel: ideale per torturare, assurda per uccidere]. In Germar Rudolf (curatore), Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto].

Dalton, T. 2009. Debating the Holocaust: A New Look at Both Sides [Discutere l’Olocausto: un nuovo sguardo a entrambe le parti]. Theses and Dissertation Press.

Dalton, T. 2010. “Goebbels on the Jews”. Inconvenient History, vol. 2, n°1.

Graf, J., Kues, T., e Mattogno, C. 2010. Sobibor: Holocaust Propaganda and Reality. TBR Books.

Hilberg, Raul. 2003. The Destruction of the European Jews. Yale University Press.

Longerich, P. 2010. Holocaust: the Nazi Persecution and Murder of the Jews [Olocausto: la persecuzione e l’omicidio nazista degli ebrei]. Oxford University Press.

Piper, F. 1994. “Gas chambers and crematoria”. In Gutman and Berenbaum (curatori), Anatomy of the Auschwitz Death Camp [Anatomia del campo della morte di Auschwitz].


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.inconvenienthistory.com/archive/2011/volume_3/number_1/gassing_burning_and_burying.php
[2] “Quello che iniziò nel 1941 fu un processo di distruzione non progettato in anticipo, non organizzato a livello centrale da nessuna agenzia. Non c’erano piani né budget per misure distruttive” (New York Newsday, 23 febbraio 1983; Parte II, p. 3). E ancora: “Il processo di distruzione…non prese il via, tuttavia, da un progetto di base….Il processo di distruzione fu un’operazione attuata passo a passo, e l’amministratore poteva raramente provvedere a più di un passo alla volta” (The Destruction of the European Jews [La distruzione degli ebrei europei], 2003; pp. 50-51.
[3] Per molti altri esempi del genere dal suo diario, vedi il mio articolo “Goebbels on the Jews” [Goebbels sugli ebrei] (Dalton, 2010).
[4] Il numero esatto degli ebrei sotto l’influenza tedesca è molto difficile da confermare. Come nota Longerich, la cifra dei ‘sei milioni’ deve avere incluso tutti i territori alleati, le regioni coloniali e così via. È significativo il fatto che esso non includeva nessun ebreo russo, poiché quell’offensiva non iniziò fino al giugno 1941. A quanto pare, allora, al picco rappresentato dall’inizio del 1942, i tedeschi devono avere avuto accesso a 7 milioni di ebrei o anche più.
[5] Secondo la versione tedesca dell’Encyclopedia of the Holocaust; vedi la citazione in Graf e altri (2010: 244).
[6] Sito web del US Holocaust Memorial Museum, enciclopedia in rete, voce “Operation Reinhard”. Proprio come i tre campi erano effettivamente veri, anche l’Aktion Reinhardt era vera. Essa prese il nome da Fritz Reinhardt, Staatssekretär del Ministero delle Finanze, che organizzò l’amministrazione e la logistica della raccolta degli averi delle persone deportate e le trasmise al Ministero delle Finanze affinché venissero utilizzati a beneficio del Reich. In quanto i tre campi erano “centri di raccolta” per i lavori forzati e per i programmi di reinsediamento [degli ebrei deportati] gran parte dell’Aktion Reinhardt venne in realtà condotta in questi campi, ed essi potevano essere stati in un certo qual modo progettati e costruiti per tale scopo.
[7] Vi sono molti problemi a questo riguardo, inclusi: (1) i motori diesel producono concentrazioni molto basse di monossido di carbonio; (2) c’erano fonti molto più semplici ed economiche di CO che motori di qualunque genere, e che producevano concentrazioni più alte; (3) è difficile pompare gas di scarico in un volume chiuso (stanza); (4) non ci sono prove forensi che confermino il fatto che tale metodo sia stato applicato. Vedi Berg (2003) per i dettagli.
[8] Per una dettagliata spiegazione dei problemi posti dalle cremazioni all’aperto, vedi il mio libro Debating the Holocaust [Discutere l’Olocausto] (Dalton 2009), pp. 140-144.
[9] L’aumento reale della capacità, in base all’area di superficie, equivaleva a un fattore o di 3.3 (presupponendo le tre camere originali più piccole) o di 1.25 (rispetto a quelle più grandi). Ulteriore anomalia: ci viene detto che le tre camere originali di Belzec vennero smantellate; perché non lasciarle sul posto, insieme alle nuove camere, se era davvero richiesta una maggiore capacità? 
[10] Sebbene, naturalmente, all’epoca dell’espansione nell’autunno 1942, un milione di ebrei russi fosse stato già fucilato, e un altro milione ucciso nei campi e nei ghetti, in base al resoconto tradizionale. Così, non ci sarebbero stati 6 milioni attorno da gasare.

martedì 26 aprile 2011

Riduzione della pena per Gerd Honsik?

Il poeta revisionista Gerd Honsik, 69 anni, padre di tre figli, arrestato il 23 agosto 2007 in Spagna e quindi deportato in Austria, non sarebbe dovuto uscire, di norma, che nel 2013 (come ho scritto a suo tempo)[1]. In una lettera indirizzata ad un corrispondente e datata 19 aprile, egli annuncia che in seguito al ricorso da lui inoltrato presso la Corte d’appello di Vienna, la sua pena è stata ridotta di un anno e mezzo, il che – a quanto pare – dovrebbe permettergli di uscire alla fine del 2011 (il che, equivarrebbe comunque a oltre 4 anni di carcere per delitto d’opinione).

Civili Britannici per la pace: nessun bombardamento di Gheddafi nell'occidente libico

Effetti degli attacchi NATO in Libia
PACIFISTI CONSTATANO CHE NON EBBE LUOGO UN BOMBARDAMENTO NELLA PARTE OCCIDENTALE DELLA LIBIA DA PARTE DELL’ESERCITO DI GHEDDAFI[1]

TeleSUR, 20.04.2011

Il gruppo “Civili Britannici per la pace” in Libia e altri attivisti provenienti da Francia, Germania, Tunisia e Italia, hanno constatato in maniera evidente che non ci fu un bombardamento da parte dell'esercito di Muammar Gheddafi nell’Occidente Libico, come riferito dai media internazionali. D’altro canto hanno avuto modo di verificare gli effetti delle bombe NATO.

L’inviato speciale di Telesur a Tripoli, Rolando Segura ha parlato con alcuni membri di questo gruppo britannico che hanno condotto ricerche per diversi giorni in varie parti del paese occidentale del Nord Africa.

"Uomini e donne vanno alla ricerca dei fatti, della verità e della giustizia, per otto giorni, spostandosi in Libia di casa in casa da parte con la macchina fotografica in mano" ha detto il giornalista mercoledì.

Un residente di Tripoli, ha detto alle telecamere Telesur che loro non vogliono la violenza e hanno espresso il loro desiderio di avanzare le loro richieste ad alcuni ufficiali della Lega Araba come l'emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani e al presidente Nicolas Sarkozy " per i danni che hanno causato alle nostre famiglie, non vogliamo la violenza preferiamo parlare" ha detto.

Nel frattempo, i pacifisti non hanno trovato alcuna prova o testimonianza del presunto bombardamento del governo in tre regioni di Tripoli e in altre città menzionate nella risoluzione delle Nazioni Unite contro la Libia.
Un membro di “Civili Britannici per la pace”, ha detto che "i problemi interni in Libia non sono nostri problemi, non sono problemi internazionali". In relazione ai bombardamenti NATO e della coalizione imperialista ha detto che "devono fermare questi attacchi, così non si proteggono i civili".
Da parte sua, David Roberts, uno dei capi del gruppo, ha detto che si è recato nelle parti del paese che i media internazionali definiscono come scenari in cui hanno avuto luogo gli attacchi delle forze di Gheddafi senza verificare nessun fatto comprovato.

"Siamo venuti a vedere e riferire del bombardamento che ha avuto luogo ieri sera (Martedì), del sorvolo degli aerei e dei feriti per determinare lo stato della situazione", ma non è riuscito a raccogliere immagini o dati degli eventi di cui sopra.

Il giornalista Rolando Segura, ha ricordato che "la pace e il dialogo sono state le parole pronunciate dalla maggioranza della gente", ma quando i pacifisti hanno reso pubblico tutto questo la stampa internazionale mise in dubbio l'indagine.

Sukane Chard, leader del gruppo si chiedeva "perché i media britannici non hanno indagato su William Hague (ministro degli Esteri britannico) e perché non gli è stato chiesto perché ha detto - il secondo giorno della ribellione – che (Al Muammar) Gheddafi era andato in Venezuela, perchè non ci sono state indagini sulla materia?"

"Per molti giornalisti accreditati a Tripoli, “Civili Britannici per la pace” sarebbe frutto di propaganda del governo", ha detto da parte sua, l'inviato speciale di Telesur.

Ishmahil Blagrove, un documentalista indipendente ha detto che "la pace è il messaggio che noi portiamo qui, la pace è l'iniziativa che vogliamo fa avanzare, come è possibile proporre la pace per fare propaganda?” ha chiesto.

Gli attivisti richiedono, come la gente e il governo libici l’indagine in loco di una commissione internazionale indipendente per accertare i fatti.
FINE

Postilla di Andrea Carancini di Venerdì 29 aprile 2011

Oggi Marco Travaglio, giornalista criticabile quanto si vuole ma molto preciso, di solito, nella ricostruzione dei fatti, ha ricapitolato su il Fatto Quotidiano ("La guerra lampo dei fratelli Marx") le tappe della farsesca, oltre che ignobile, entrata in guerra dell'Italia contro la Libia. Tutto esatto, mi sembra, tranne un punto. Il seguente:

"Quando esplode la rivolta, col trattato italo-libico in tasca, [Gheddafi] si sente in una botte di ferro almeno con noi. E bombarda tranquillo i civili".  

Alla luce di tale affermazione, forse è opportuno integrare il servizio di TeleSUR con i tre video caricati su Youtube proprio dai British Civilians for peace in Libya (un grazie a Joe Fallisi per la segnalazione). Allora, Travaglio, chi è che bombarda i civili in Libia, Gheddafi o la NATO? Pongo l'interrogativo, non perchè abbia una tesi precostituita da difendere ma perchè, di fronte alla solita coltre di disinformazione (quasi) a senso unico, recepisco, pur con il mio modestissimo peso, l'invito di Debora Billi: "bilanciamo" (http://petrolio.blogosfere.it/2011/04/libia-bilanciamo.html)!
Parte prima: "Aerei della NATO sospettati di aver bombardato un ospedale a Misdah":
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Parte seconda: "Aerei NATO sospettati di aver bombardato aree civili":

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Parte terza: "Aerei NATO sospettati di aver bombardato aree civili":

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