lunedì 28 febbraio 2011

Recep Tayyp Erdogan, pietra d'inciampo dei nazisionisti

Cosa pensare degli attuali rivolgimenti in Africa e in Medio Oriente? Difficile parlare con cognizione di causa, tant’è che due giornalisti americani a me cari, Webster Tarpley e Michael Hoffman, su questo argomento si trovano esattamente agli antipodi. Tarpley ha infatti fatto propria la posizione complottista (le rivoluzioni in corso sono “colorate” ed eterodirette da Obama)[1] mentre Michael sostiene si tratti di rivolte vere, non truccate[2]. La situazione in effetti non è facile da decifrare ma, secondo me, un punto fermo c’è e si chiama Erdogan. In questi giorni convulsi, in cui gli avvoltoi dell’”occidente” si preparano a gettarsi sulla Libia sguarnita dalla guerra civile, il leader turco è stato uno dei pochi, insieme a Putin[3], ad esprimere preoccupazioni dettate dal buon senso e dall’umanità, e non dalla cupidigia di potere

“La gente sta già lottando per trovare il cibo, come nutrirete il popolo libico? Le sanzioni, e l’intervento farebbero precipitare il popolo libico, che deve già fronteggiare la fame e la violenza, in una situazione ancora più disperata. Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché agisca con coscienza, giustizia, legalità e valori umani universali, e non per sollecitudine dettata dal petrolio”, ha detto[4].

Sì, la Turchia di Erdogan è un punto fermo in mezzo ai cambiamenti in corso, e non solo perché l’asse con Teheran si sta rinsaldando sempre più[5]: se, come si continua a dire, le attuali rivolte nel mondo islamico nascono da bisogni “laici”, e non dal fondamentalismo religioso, allora i popoli dell’area non potranno non guardare con interesse a un leader come Erdogan, vero musulmano moderato, a differenza di quelli che in Occidente la Israel lobby vorrebbe spacciarci come tali:

Permettete alle persone di vestirsi come vogliono, rispettatele tutte e preservate la loro libertà perché spezzare i cuori è qualcosa di peggio che demolire la Kaaba[6]”, dichiarava un anno fa il leader del Partito AK, sottolineando la sua opposizione a ogni forma di discriminazione basata sullo stile di abbigliamento[7].

E ancora: “Il Partito AK ha combattutto contro ogni forma di discriminazione e ha incoraggiato la partecipazione delle donne in politica. ‘Alle donne in cerca dei loro diritti noi lasciamo le porte aperte’”. “Sono stati finanziati gli studi a circa 350.000 ragazze e le donne investitori sono state incoraggiate mediante particolari crediti bancari”. “Le donne producono molto di più assumendo ruoli attivi in ogni campo”, ha osservato Erdogan[8].

Ce n’è a sufficienza per allarmare i nazisionisti di ogni latitudine…Che Dio lo protegga!  


[3] “Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha ammonito i paesi occidentali contro il tentativo di intromettersi nel mondo arabo per cercare di imporre la democrazia”: http://rt.com/news/ten-day-protest-lybia/

[5] “A Teheran, Ahmadinejad e Gül hanno ribadito che i due paesi intendono aumentare il volume dei loro scambi commerciali bilaterali, che attualmente ammontano a 10 miliardi di dollari, fino a 30 miliardi”: http://www.todayszaman.com/news-235649-in-iran-gul-hails-people-power-in-middle-east.html
[8] Ibidem

domenica 27 febbraio 2011

Adolf Hitler: il Perdente del XX secolo

IL GRANDE ERRORE DI HITLER A DUNKIRK: PERCHÉ?[1]

Di Samuel Ashwood, 22 ottobre 2005

Riguardo alla situazione strategica di Dunkirk, vengono date poche altre spiegazioni, ma in questo articolo, propongo di presentarne una molto trascurata, ma di cui vi sono solide prove.

Dopo la guerra, B. H. Liddell Hart, uno dei più importanti storici militari del 20° secolo, autore di opere, tra le altre, di strategia militare e sulle due guerre mondiali, colse l’opportunità di incontrare, e di interrogare, molte figure chiave dello sforzo bellico tedesco. Nel 1948, se ne uscì con un libro basato su queste conversazioni, intitolato The Other Side of the Hill [L’altro lato della collina], pubblicato anche in certi luoghi con il titolo The German Generals Talk [I generali tedeschi parlano]. Raccomando vivamente questo libro a tutti gli studenti di storia militare. Vi vengono trattati molti argomenti, dalle campagne [militari], al complotto contro Hitler che culminò nel tentativo di omicidio del 20 luglio 1944, ai contrasti tra Hitler e lo stato maggiore, alle opinioni di idoleggiati ufficiali come Erwin Rommel, alle opinioni dei principali nemici della Germania durante la guerra.

In questa fondamentale opera storica viene esaminata anche Dunkirk. Per delineare il contesto: dopo la vittoria sulla Polonia del 1939, Hitler propugnò un attacco immediato contro la Francia sul fronte occidentale, non sapendo che la Francia, che in primo luogo era stata riluttante ad entrare in guerra, non aveva intenzione di condurre un’offensiva contro la Germania, ma aveva progettato una campagna difensiva, probabilmente con lo scopo ultimo di vincere un’altra guerra di logoramento. I primi piani di guerra di Hitler e dello Stato Maggiore erano inquadrati in questa strategia, e in realtà non includevano nessun obbiettivo oltre quello della conquista di certi punti di valore strategico, che avrebbero permesso loro di proseguire la guerra navale e aerea contro l’Inghilterra. All’inizio, Hitler non aveva progettato nessuna vittoria totale, come quella ottenuta in Polonia. Ma dopo numerosi rinvii dell’offensiva, dovuti a un complesso di circostanze, Hitler alla fine adottò l’ambizioso piano del brillante ufficiale Erich von Manstein. L’”Operazione Colpo di Falce” fu il capolavoro che mise la Francia fuori combattimento in poche settimane. Potenti forze corazzate tedesche tagliarono in due la presuntamente impenetrabile Foresta della Ardenne, belga e francese, e arrivarono sulla costa a tutta velocità, tagliando fuori gran parte dell’esercito francese, e l’intero BEF[2]. Il successo di questo piano è ben conosciuto. Capeggiati da uno dei più grandi geni della guerra corazzata, Heinz Guderian, i tedeschi tagliarono in due le difese francesi, respinsero pochi contrattacchi, e raggiunsero il mare, tagliando fuori migliaia di militari francesi inviati in Belgio, insieme all’intero contingente inglese. Gli alleati sconfitti e demoralizzati si ritirarono lungo la costa, e presto l’unico porto a offrire una via di fuga fu Dunkirk. Gli inglesi e i francesi distrutti si ritirarono verso questo punto.

Gli aggressivi generali tedeschi volevano inseguire il loro nemico sconfitto proprio fino a Dunkirk, e catturare tutto il carniere. Ma, con loro grande frustrazione, Hitler impartì l’ordine di fermarsi. All’inizio, qualche comandante tedesco cercò di ignorarlo, ma Hitler reiterò l’ordine, e le vittoriose forze corazzate furono fermate per tre giorni, permettendo agli inglesi e ai francesi di fuggire per mare, nonostante fossero bersagliati dalla Luftwaffe.

Perché l’ordine insensato di fermarsi, quando il nemico era sconfitto, e senza nessuna possibilità di arrestare il potente esercito tedesco? In seguito, Hitler fornì differenti scuse per il suo errore madornale. Al feldmaresciallo von Kleist, disse: “Non volevo mandare i carri armati nelle paludi delle Fiandre-e gli inglesi non torneranno a casa in questa guerra”. Ad altri, spiegò che era preoccupato per la rottura meccanica di molti carri armati, e che voleva disporre di sufficienti forze corazzate per finire di isolare i francesi.

Ma il 24 maggio 1940, mentre la campagna era ancora in corso, Hitler espresse un motivo più profondo, più politico, ai membri dello staff del feldmaresciallo Gerd von Rundstedt. Tutto ciò venne riferito dal generale Blumentritt a Liddell Hart, e ritengo necessario citare ampiamente la narrazione di Blumentritt:

“Hitler era di ottimo umore, e ammise che il corso della campagna era stato un ‘indubbio miracolo’, e ci espresse l’opinione che la guerra sarebbe finita in sei settimane. Dopo di che avrebbe voluto concludere con la Francia una pace ragionevole, e la strada sarebbe stata quindi libera per un accordo con l’Inghilterra.

“Egli poi ci sbalordì parlando con ammirazione dell’Impero Inglese, della necessità della sua esistenza, e della civiltà che l’Inghilterra aveva portato nel mondo. Egli osservò, con un’alzata di spalle, che la creazione del suo Impero era stata ottenuta mediante mezzi che spesso erano duri, ma ‘dove si pialla vi sono trucioli che volano’. Egli paragonò l’Impero Inglese alla Chiesa Cattolica, dicendo che entrambi erano elementi essenziali di stabilità nel mondo. Disse che tutto ciò che voleva dall’Inghilterra era che riconoscesse la posizione della Germania sul continente. La restituzione delle colonie perdute della Germania era desiderabile ma non essenziale, e si sarebbe persino offerto di sostenere l’Inghilterra con delle truppe se questa fosse stata coinvolta in qualche difficoltà da qualche parte. Egli osservò che le colonie erano innanzitutto una questione di prestigio, poiché non potevano essere tenute in tempo di guerra, e pochi tedeschi potevano stabilirsi ai tropici.

“Egli concluse dicendo che il suo scopo era di fare la pace con l’Inghilterra su una base che questa considerasse compatibile con il proprio onore”.

Un racconto incredibile che, tuttavia, quadra con l’ammirazione che Hitler espresse per l’Inghilterra nel Mein Kampf. Hitler offrì due volte la pace all’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, e, secondo Liddell Hart, mostrò anche un’atipica timidezza nel progettare un’invasione dell’Inghilterra, una volta che Churchill aveva messo in chiaro che la sua nazione non avrebbe accettato la pace. Uno strano atteggiamento da assumere in guerra, per un leader, certo, ma allora, Hitler era un uomo strano con strane idee, e una personalità molto complessa.

Il racconto del generale Blumentritt è confermato da Leon Degrelle, delle Waffen SS belghe, che Hitler ammirava moltissimo, e con il quale occasionalmente si confidava. Durante una discussione con il suo Fuhrer, Degrelle afferma: “Parlammo dell’Inghilterra. Gli chiesi bruscamente: “Perché mai non ha finito gli inglesi a Dunkirk? Tutti sapevano che li avrebbe potuti annientare”. Rispose: “Sì, trattenni le mie truppe e permisi che gli inglesi tornassero in Inghilterra. L’umiliazione di una tale sconfitta avrebbe dopo reso difficile trattare con loro la pace”.

Qualcuno potrebbe contestare la testimonianza di Degrelle, poiché fu uno dei pochissimi in assoluto che cercarono di difendere Hitler dopo la guerra. Ma Liddell Hart sostiene che uomini come Blumentritt non avevano ragioni plausibili per inventare una storia del genere, e avrebbero in realtà impressionato più favorevolmente i propri vincitori dipingendo se stessi come quelli che avevano cercato di difendere  la sicurezza e la sopravvivenza degli inglesi. Invece, raccontarono la storia che i generali volevano schiacciare gli inglesi per sempre, e finire la guerra, mentre il tentennamento di Hitler costò loro una grande, forse decisiva, vittoria. Se tutto ciò è vero, mette in discussione l’idea che Hitler voleva conquistare il mondo intero. Io ho sostenuto, e le prove, per bocca dello stesso Hitler, sembrano confermarlo, che la sua meta era di costituire l’egemonia tedesca sul continente europeo, e liberarsi dalle interferenze straniere (in particolare da quelle inglesi). Ma ognuno ha le sue idee su questo argomento. La storia di Dunkirk apporta nuove importanti prove alla discussione.

Naturalmente, è difficile trovare una risposta definitiva, a causa della diversità dei pareri. Così, invece di lasciare il lettore con le mie impressioni personali, concluderò con le parole di B. H. Liddell Hart, che terminò la sua trattazione di Dunkirk con queste frasi affascinanti: “Questo suo atteggiamento verso l’Inghilterra era determinato solo dall’idea politica, che lui aveva a lungo coltivato, di assicurarsi la sua alleanza? O era ispirato da un più profondo sentire che si impose in questo momento cruciale? C’erano dei fattori complessi nella sua formazione tali da suggerire che avesse un sentimento misto di amore-odio verso l’Inghilterra simile a quello del Kaiser? Qualunque sia la spiegazione vera, possiamo almeno essere contenti del risultato. Perché le sue esitazioni giunsero in soccorso dell’Inghilterra nel momento più critico della sua storia”.      


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.virtuemag.org/articles/hitlers-grand-error-at-dunkirk-why
[2] British Expeditionary Force, Corpo di Spedizione Britannico.

Luglio 1935: quando la British Legion si incontrò con Hitler

IL VIAGGIO NAZISTA DELLA BRITISH LEGION RIVELATO DALLE FOTO D’ARCHIVIO[1]

Una delegazione della British Legion si incontrò con Adolf Hitler nel 1935, mostrano delle foto scoperte di recente.

Le 148 immagini stavano in un album goffrato da una svastica scoperto da un impiegato.

Esse mostrano veterani inglesi della prima guerra mondiale festeggiati dai tedeschi, e il leader della delegazione – maggiore Francis Fetherston-Godley – che stringe la mano del vice di Hitler, Rudolf Hess.

La visita ad un campo di concentramento non venne fotografata, ma il resoconto venne incluso nell’archivio della Legione.

L’addetto stampa della Legione, Liam Maguire, scrivendo al Daily Mail[2], ha detto che non poteva quasi credere ai suoi occhi quando ha esaminato l’”enorme, fitto libro rosso col dorso rinforzato – con una svastica metallica sul frontespizio”.

Ha trovato l’album nella sede della Legione a Londra mentre stava cercando un documentario.

L’album, con le immagini che lui ha descritto come destinate probabilmente a “scioccare molti”, venne donato dal Terzo Reich come ricordo del viaggio.

I cinque membri della Legione (conosciuta ora come the Royal British Legion) si incontrarono con Hermann Goering, capo della Luftwaffe.

Vennero scattate foto di ex militari sulla sedia a rotelle che facevano il saluto nazista mentre il corteo con la delegazione sfilava con la bandiera britannica, e immagini della delegazione presso le tombe di guerra del Commonwealth in Germania.

Maguire ha scritto: “Tuttavia, c’è una parte del viaggio che non venne registrata nell’album, ma che è stata documentata negli archivi della Legione – la visita della delegazione a Dachau, il primo campo di concentramento nazista”.

“Gli archivi mostrano che videro delle celle d’isolamento. All’epoca, gli ebrei venivano già imprigionati lì – ‘emigrati ebrei ritornati, sotto osservazione’, recitano i documenti della Legione, insieme a ‘fannulloni’, ‘professionisti del crimine’ e ‘moralmente pervertiti’.

Alcuni membri della delegazione cenarono anche con Heinrich Himmler, che aveva istituito il campo di concentramento e che era capo delle SS.

Missione di pace

Tornati in Inghilterra, vi furono anche delle preoccupazioni che la visita sarebbe stata usata come propaganda dalla Germania.

Sono stati anche scoperti spezzoni del viaggio, dai ricercatori che stavano lavorando ad un documentario per Discovery History.

Secondo la Legione, il viaggio venne fatto “per promuovere stretti legami con le organizzazioni tedesche dei veterani e per promuovere la pace. Presso i popoli d’Europa c’era un disperato desiderio che la Grande Guerra non venisse mai ripetuta, e i veterani in modo particolare ritenevano di avere un ruolo da esercitare nella preservazione della pace”.

Una visita di contraccambio venne fatta in Inghilterra nel settembre 1938 da 800 ex militari tedeschi – il giorno in cui l’allora Primo Ministro Neville Chamberlain volava per incontrare Hitler nel suo fallito tentativo di negoziare la pace.

Gli spezzoni della visita tedesca a Londra includono un raro filmato d’archivio in cui gli ospiti fanno il saluto nazista durante una gita in barca di piacere sul Tamigi.

sabato 26 febbraio 2011

L'antisemitismo di Hitler: il libro di Ralf Georg Reuth conferma la tesi di Nolte

Pubblico la traduzione di questo articolo perché la tesi dello storico Ralf-George Reuth sulla genesi dell’antisemitismo di Hitler conferma quanto scrisse a suo tempo Ernst Nolte – in NAZIONALISMO E BOLSCEVISMO – La guerra civile europea 1917-1945[1], nonché, più recentemente, Michael Kellogg con il suo THE RUSSIAN ROOTS OF NAZISM – White Emigrés and the making of National Socialism, 1917-1945[2].

UNO STORICO HA SCOPERTO ALLA FINE LA VERA RAGIONE DELL’ODIO OSSESSIVO DI HITLER PER GLI EBREI?[3]

Di ALAN HALL, 19 giugno 2009

L’odio ossessivo di Adolf Hitler per gli ebrei venne scatenato dalle sue esperienze successive alla prima guerra mondiale, secondo un nuovo libro.

Il rinomato storico Ralf Georg Reuth sostiene che il dittatore li incolpò sia della rivoluzione russa che del crollo dell’economia tedesca.

La tesi è in totale contrasto con le precedenti teorie che l’antisemitismo di Hitler nacque nelle stradine di Vienna quando fu uno spiantato all’avanguardia fino al 1914.

Certi storici hanno persino congetturato che lui stesso fosse in parte ebreo – o anche che sua madre morì a causa di un medico ebreo incapace.

‘Hitler’s Jewish Hatred; Cliché and Reality’ [L’odio per gli ebrei di Hitler; cliché e realtà] ricorre a numerosi archivi per individuare le ragioni dietro l’Olocausto, che reclamò sei milioni di vite.

Reuth sostiene che quello che era probabilmente il fanatismo, all’epoca condiviso da molti, della piccola borghesia, si tramutò dopo il 1919 nell’odio omicida di Hitler.

All’epoca, quasi la metà di tutte le banche private tedesche erano di proprietà di ebrei, la Borsa Valori era dominata da agenti di cambio ebrei, quasi la metà dei giornali della nazione erano diretti da ebrei come pure l’80% delle catene di negozi.

Diventò di moda attribuire la sconfitta della guerra ai finanzieri ebrei.

Ma Hitler, secondo Reuth, incolpò gli ebrei anche delle rivoluzione russa, citando la fede di Leon Trotsky, come pure quella di Marx, le cui teorie lui [Trotsky] seguiva e anche Lenin, che era ebreo per un quarto.

Quando quell’anno venne proclamata per breve tempo a Monaco una repubblica sovietica, sostiene Reuth, il dado venne tratto da parte di Hitler per demonizzare gli ebrei quali responsabili dei mali del mondo intero.

“Con la prima guerra mondiale persa e la Germania nella rovina economica, con la minaccia della rivoluzione, lui giunse a considerare gli ebrei come i soli responsabili del capitalismo speculativo, che provocò acute miserie e sofferenze quando vacillò, e del bolscevismo”, ha detto Reuth.

“Questi due eventi furono fondamentali nel formare le sue idee sugli ebrei e il suo successivo piano di ucciderli tutti”.

“Egli accettò le dicerie e i mormorii che incolpavano i capitalisti ebrei di aver pugnalato la Germania alle spalle”.

“Poi vide che molti ebrei ebbero un ruolo preminente nella breve repubblica sovietica costituita a Monaco nel 1919, per combattere contro tutto ciò per cui il nazionalista Hitler militava”.

“I due eventi, insieme alla rivoluzione russa, si fusero per trasformarli, nella sua mente, in capri espiatori di qualunque cosa”.

“Ma tutto ciò fu solo dopo la prima guerra mondiale, non prima. Io mostro che lui a Vienna aveva molti conoscenti ebrei, nonostante abbia scritto nel Mein Kampf  che era rimasto disgustato dallo spettacolo degli ebrei che aveva visto lì”.

Reuth ricorre a una profusione di materiale d’archivio per mostrare come Hitler si nutrì degli intellettuali del momento per formare il proprio credo.

Egli cita il romanziere Premio Nobel Thomas Mann che nel 1919 scrisse che lui identificava la rivoluzione bolscevica in Russia con gli ebrei.

Ernst Nolte, storico berlinese, espose questa teoria oltre 20 anni fa in un saggio cui all’epoca non venne dato molto credito.

Reuth è un rinomato biografo dell’era nazista che ha scritto un libro acclamato sul capo della propaganda del Terzo Reich Josef Goebbels.    

A Gaza il nome di Mubarak più facile da sradicare della sua eredità

A GAZA IL NOME DI MUBARAK È PIÙ FACILE DA SRADICARE DELLA SUA EREDITÀ[1]

Di Mohammed Omer, The Electronic Intifada, 21 febbraio 2011

RAFAH, Striscia di Gaza Occupata (IPS) – È stato abbastanza facile rinominare l’ospedale infantile Mubarak di Gaza in ospedale al-Tahrir. Non altrettanto facile è il compito di gestire pazienti che per le proprie cure hanno bisogno di attraversare il confine egiziano.

Attraversare il confine, anche per cure mediche, è sempre stato un compito arduo. Durante il periodo delle rivolte è stato praticamente impossibile, sebbene il nuovo governo dell’Egitto mostri segni di indulgenza.

Vi sono state alcune attenuazioni nelle restrizioni di movimento, e alcuni segni che il confine sarà aperto martedì per permetterne l’attraversamento a 300 persone. La priorità verrà data ai casi clinici urgenti, hanno detto a IPS funzionari delle forze dell’ordine di Gaza.

Venerdì, l’esercito egiziano ha riaperto il suo passaggio del valico di Rafah per permettere a qualche palestinese di entrare nella Striscia di Gaza.

Il cambio del nome dell’ospedale di Khan Younis nella Striscia di Gaza è simbolico, ma mostra le nuove speranze che il governo di Hamas a Gaza nutre di migliori relazioni con il nuovo governo egiziano. Molti a Gaza ritengono che sotto l’ex presidente Hosni Mubarak l’Egitto abbia sostenuto a lungo il blocco israeliano di Gaza.

Il cambio di regime in Egitto potrebbe significare speranza per centinaia di pazienti di Gaza che hanno bisogno di uscire dalla Striscia per le cure.

La nuova dicitura dell’ospedale è “in onore di Piazza Tahrir al Cairo e della rivoluzione egiziana che ha avuto luogo lì di recente”, dice il dr. Yousef al-Mudallal, direttore del personale del Ministero della Salute di Gaza.

L’ex presidente palestinese Yasser Arafat aveva dato all’ospedale il nome di Mubarak quando venne istituito nel 1999. Questa è la prima volta a Gaza che un’istituzione governativa cambia di nome.

Vicino a questo ospedale si trova l’ospedale Nasser, dal nome dell’ex presidente Gamal Abdel Nasser. L’ospedale al-Tahrir è ora considerato parte dell’ospedale Nasser, specializzato in cure pediatriche, neonatali e della maternità, come pure in fisioterapia.

La maggior parte dei palestinesi hanno festeggiato a Gaza la rimozione di Mubarak. Ma la chiusura totale del confine è stata disastrosa per i pazienti di questi e di altri ospedali.

Tra i malati che ne hanno fatto duramente le spese c’è Mona Yassin, 43 anni, diagnosticata di un cancro al seno. Era andata in un ospedale del Cairo poco prima che iniziasse la rivoluzione. “Ho speso le 8.000 sterline egiziane [1.260 dollari americani] che avevo messo da parte per le cure”, ha detto. Non ha più soldi, né per tornare, né per rimanere. Lei e alcuni membri della famiglia avevano affittato un appartamento al Cairo.

“Ora, non posso né tornare a casa né continuare il trattamento”, ha detto a IPS. Suo marito nel frattempo ha ricevuto la notizia che se lui non può ritornare, passando per Rafah, perderà il lavoro, con cui sostiene la famiglia, che comprende sette figli.

Hamed Afana, 42 anni, è morta in Egitto mentre era in attesa di cure. Il corpo di Afana è stato riportato indietro, per essere sepolta a Gaza, attraverso i tunnel scavati sotto il confine Egitto-Gaza.

Quando IPS ha chiamato per verificare la situazione di questo caso, una guardia di confine ha detto che secondo i documenti in suo possesso il corpo ora sepolto di Afana è ancora all’estero.  

Dall’epoca dell’attacco contro la flottiglia di aiuti umanitari destinati a Gaza, il 31 maggio scorso, il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto è stato parzialmente aperto solo per sei categorie di persone, che comprendono i bisognosi di cure mediche, gli studenti iscritti all’estero e i pochi con permessi di soggiorno all’estero.

Durante la chiusura del valico, il governo di fatto di Hamas ha strettamente controllato il confine. “Stiamo controllando il confine e non permetteremo a nessuno di entrare senza permesso”, ha detto Ayyoub Abu Shaar.

Abu Shaar ha detto che un allentamento delle restrizioni è necessario “per i casi umanitari di Gaza…perché vi sono casi molto urgenti in attesa di cure mediche all’estero.

Ogni giorno, attraversano il confine dai 300 ai 500 palestinesi, principalmente persone bisognose di cure mediche, e studenti che vanno all’estero.

Il funzionario palestinese dr. Ghazi Hamad dice che sono in corso negoziati per tenere Rafah aperta in modo permanente.

Molti palestinesi di Gaza vedono l’Egitto come la porta di Gaza verso il mondo, e vi sono grandi attese che il nuovo governo aiuti a far cessare l’assedio di Gaza con un atteggiamento più clemente sul valico di confine di Rafah.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article11818.shtml

venerdì 25 febbraio 2011

Nell'Egitto del dopo Mubarak le proteste continuano

LE PROTESTE DEI LAVORATORI AUMENTANO IN TUTTO L’EGITTO[1]

Venerdì, 25 febbraio 2011

Le proteste dei lavoratori sono continuate ieri in vari governatorati[2] mentre centinaia di minatori dell’oasi di Bahariya[3] hanno tenuto dei sit-in per protestare per le scadenti condizioni di vita. Anche circa 50 lavoratori del Ministero dei Beni Religiosi [Waqf[4]] hanno chiesto aumenti di stipendio e dozzine di sorveglianti agricoli temporanei hanno continuato a protestare per ottenere l’impiego permanente.

A Port Said[5], centinaia di residenti del villaggio di Radwan hanno chiesto indagini sulle violazioni riguardanti la vendita di terreni assegnati a studenti laureati (nell’ambito del progetto di Mubarak per giovani laureati) senza autorizzazione ufficiale.

A Beni Suef[6], 1000 tra neolaureati, lavoratori, e insegnanti hanno protestato per il secondo giorno in fila davanti all’edificio del Ministero dell’Istruzione del governatorato. Hanno chiesto opportunità di lavoro vero e permanente. I dimostranti hanno cercato di prendere d’assalto l’edificio ma le forze dell’ordine li hanno fermati. I dimostranti si sono radunati sulla via Saleh Salem, una delle principali strade cittadine che conducono alle strade principali circostanti, e hanno bloccato il traffico. Hanno minacciato di assaltare il sindacato degli insegnanti e di mettere a fuoco l’edificio del Ministero dell’Istruzione se le loro richieste non fossero state accolte.

Ad Alessandria, decine di impiegati del centro di ricerche mediche dell’Università di Alessandria hanno organizzato una protesta di fronte agli uffici amministrativi dell’università. Hanno chiesto contratti permamenti per gli impiegati temporanei, salari più alti, e riforme amministrative immediate per fare pulizia “degli avanzi del vecchio regime”.

Dozzine di residenti del villaggio Nadha di Amriya hanno protestato di fronte alla fabbrica di carbone. I dimostranti si sono lamentati per le emissioni provenienti dalla fabbrica che, dicono, hanno provocato malattie nei residenti. Inoltre, gli studenti della scuola secondaria hanno organizzato una protesta di fronte alla moschea Qa’id Ibrahim, chiedendo di non essere equiparati agli studenti delle scuole professionali al momento della richiesta di iscrizione all’università. Hanno anche chiesto che gli esami siano rinviati a causa degli attuali tumulti.

A Suez[7], i circa 1.200 lavoratori delle aziende siderurgiche nazionali egiziane hanno bloccato la via Al-Adabiya-Ain Sokhna. I lavoratori hanno detto che le agenzie preposte non sono ancora intervenute per risolvere i loro problemi con l’amministrazione e venire incontro alle loro richieste. I lavoratori dell’azienda egiziana Amiron per tubi in acciaio hanno continuato per il quarto giorno consecutivo il loro sit-in nella sede dell’azienda, sperando di ottenere migliori condizioni economiche e lavorative, e una partecipazione agli utili dell’azienda. A Kafr El-Sheikh[8], i conducenti di autobus della città di Desouk hanno continuato a scioperare per protestare contro i costi crescenti della loro assicurazione.

A Daqahlia[9], 1.500 coltivatori hanno protestato contro i provvedimenti del Ministero dei Beni Religiosi. Il ministero aveva illegalmente venduto terreni a commercianti e uomini d’affari in un’asta pubblica. I coltivatori erano affittuari dei terreni da più di 70 anni.

A Damietta[10], decine di impiegati dei distretti sanitari di Farsco e di Zarkaa hanno tenuto una protesta, chiedendo aumenti delle indennità, la ristrutturazione dei salari, e la rimozione del manager amministrativo del distretto.

A Menoufiya, 50 donne parenti dei detenuti della prigione statale di Shibin al-Kom, hanno protestato di fronte al complesso delle corti di giustizia per chiedere che i loro congiunti siano rilasciati o che venga loro permesso di visitarli in prigione.

A Qaliubia[11], circa 300 autisti hann preso d’assalto l’edificio del governatorato, distruggendo il portone principale. Sono saliti al secondo piano, hanno occupato le sale e hanno circondato gli uffici del governatore Adli Hussein.

Ad Asssuan[12], 700 lavoratori della compagnia mineraria Al-Nasr di Edfu[13] hanno presentato un memorandum al sindacato nazionale dei minatori, l’Egyptian Trade Union Federation and the Holding Company for Mining Industries, chiedendo il ritiro della fiducia al presidente del collegio sindacale e del comitato sindacale degli impiegati. I lavoratori hanno chiesto un nuovo comitato amministrativo temporaneo composto da lavoratori.

A Ismailia[14], un certo numero di membri della camera di commercio hanno chiesto lo scioglimento dell’attuale consiglio di amministrazione.

In risposta agli scioperi dei lavoratori, il Ministero della Sanità ha distribuito una circolare amministrativa ai distretti sanitari dei governatorati annunciando che le proteste sono inaccettabili e che con i gruppi che protestano non ci sarà nessuna trattativa.

Il ministero ha confermato che ha costituito un comitato supremo per esaminare i problemi e le proposte di soluzione degli impiegati, per cercare di proteggere le agenzie statali e assicurare la continuità delle loro funzioni.

Da quando ha preso il potere, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha diffuso diverse dichiarazioni facendo appello ai cittadini di cessare gli scioperi e le proteste e di tornare al lavoro.
      

Come le Br diventarono atlantiche III

3. Un parà tra i rapitori del giudice[1][2]

I sospetti vennero sollevati per la prima volta nel giugno del 1976, quando il settimanale Tempo pubblicò un servizio sui retroscena del sequestro del giudice genovese Mario Sossi, rapito il 18 aprile del 1974, durante l’accesa campagna referendaria sul divorzio. Secondo il settimanale, nel corso del rapimento del magistrato, il capo del Sid Vito Miceli aveva organizzato una riunione con i suoi più stretti collaboratori per spiegare il piano che aveva ideato per liberare l’ostaggio: gli agenti segreti avrebbero dovuto a loro volta rapire Giovan Battista Lazagna, il partigiano che era stato coinvolto nelle indagini sui Gap di Feltrinelli, portarlo in una località isolata e costringerlo con ogni mezzo a confessare dove le Br tenevano prigioniero Sossi. L’elemento strano di tutta la vicenda era però rappresentato dal fatto che Lazagna era del tutto all’oscuro della vicenda del sequestro e, naturalmente, non poteva essere a conoscenza di nulla. Una circostanza che venne riferita al settimanale da un ufficiale del Sid che era stato presente alla riunione. «Lazagna, che non lo conosceva, non ci avrebbe mai potuto indicare il nascondiglio in cui era tenuto Sossi. Questo nascondiglio sarebbe stato invece “scoperto” da qualcuno che già lo conosceva. Una volta individuato, il covo sarebbe stato accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi e il cadavere di Lazagna»[3].

Alle accuse gravissime contenute nel servizio faceva seguito un’intervista al generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’ufficio D del Sid, che parlò del vero volto delle Brigate rosse. «Nell’estate del 1975…avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio…sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili, anche per censo e cultura, e con programmi più cruenti…Questa nuova organizzazione partiva con il proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere…Arruolavano terroristi da tutte le parti, e i mandanti restavano nell’ombra, ma non direi che si potessero definire di “sinistra”»[4]. Le parole del generale sembravano proprio riferirsi a qualcosa che somiglia come una goccia d’acqua al misterioso e discusso Superclan, la strana struttura che aveva come punto di riferimento nella [sic] scuola di lingua Hyperion di Parigi. Alcuni giorni dopo l’intervista, il giornalista di Tempo Lino Jannuzzi convocò una conferenza stampa per sostenere che i brigatisti erano stati addestrati nella base di Capo Marrargiu, in particolare nella tecnica dell’attentato alle gambe[5].

Come tanti altri messaggi cifrati, anche quelle rivelazioni si sono dimostrate sostanzialmente veritiere e, dopo quasi quindici anni, sono emerse le prove della presenza degli agenti segreti nell’organizzazione terrorista. Persone la cui identità non era mai stata svelata e che, all’interno delle Br, hanno svolto ruoli ben più importanti di quelli affidati ai due infiltrati ufficiali, Silvano Girotto e Marco Pisetta, agenti provocatori che svolsero tutto sommato compiti marginali, nonostante a Girotto sia stato attribuito il totale merito dell’arresto di Curcio e Franceschini.

Una prima ammissione sulle massicce infiltrazioni verrà fatta dal generale Giovanni Romeo, ex capo dell’ufficio D del Sid, che il 22 novembre 1990 deponendo in seduta segreta davanti alla commissione Stragi, parlerà degli uomini del suo reparto «inseriti all’interno delle Br». «L’onorevole Staiti di Cuddia delle Chiuse mi ha chiesto che cosa abbiamo fatto in materia di antiterrorismo come reparto D. Abbiamo seguito l’intera problematica del terrorismo in modo molto attento, ottenendo risultati o insuccessi come hanno fatto tutte le altre forze di polizia. Posso soltanto dire – ed è per questo che ho chiesto la seduta segreta perché vi sono uomini che potrebbero ancora pagare caro – che quando furono arrestati per la prima volta Franceschini e Curcio l’operazione era del servizio. Dopo la fuga dal carcere di Casal Monferrato di Curcio, protetto dalla moglie, egli fu arrestato una seconda volta a Milano insieme a Nadia Mantovani in via Maderno e tutta l’operazione di preparazione, ad eccezione della parte finale compiuta dai carabinieri, è stata condotta nel corso di svariati mesi dal reparto D il quale ha rischiato uomini e ha operato in maniera veramente eccellente. Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D lo aveva già fatto; ed è per questo che è pervenuto a quei risultati. Se questa informazione verrà fuori molti uomini potranno correre pericoli»[6]. Gli uomini ai quali si riferiva il generale, ovviamente, non potevano essere né Girotto né tantomeno Pisetta. L’ex capo dell’ufficio D aveva fornito la prova di un’attività molto più profonda dei servizi dentro le Br che, come vedremo, era già stata rivelata, seppur di sfuggita, in un libro di memorie scritto nel 1988 dal generale dei carabinieri Vincenzo Morelli, esperto di terrorismo e, per un periodo, collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Anche durante l’operazione Sossi, dunque, i servizi segreti controllavano le mosse dei brigatisti, tanto da poter conoscere con esattezza il luogo dove il magistrato era tenuto prigioniero. Ma oltre a controllare, gli infiltrati cercavano anche di influenzare la strategia dei terroristi e di renderla il più possibile «omogenea» con altri interessi politici. E quando il meccanismo non procederà secondo i piani previsti, gli stessi servizi segreti non esiteranno ad arrestare i due capi storici delle Br, diventati un ostacolo per lo sviluppo cruento del terrorismo selettivo. Una decapitazione che coinciderà stranamente non con una crisi, ma con un rilancio delle Brigate rosse, che assumeranno sempre di più quella fisionomia disegnata dai teorici del Field manual.

Le indagini sul sequestro del giudice Sossi, nonostante le rivelazioni del 1976, non furono mai approfondite. Altrimenti i giudici avrebbero scoperto che nel gruppo brigatista che portò a compimento l’operazione, c’era anche una persona, il cui nome non è mai comparso nel corso delle inchieste sul terrorismo rosso, che sembra corrispondere a tutte le caratteristiche del «brigatista atlantico» descritte dal settimanale Tempo su suggerimento del generale Maletti. Il nome di battaglia di questo personaggio è «Rocco»[7], ex paracadutista, grande esperto di armi ed esplosivi, perfetto conoscitore della tecnica della gambizzazione[8].

Iscritto al Pci, proprietario di un negozio nell’hinterland milanese, «Rocco» era entrato in contatto con le Br nel 1971, poco tempo dopo l’operazione Pirelli-Lainate. E proprio durante la fase di approccio con i terroristi rossi, un puntuale attentato aveva distrutto la sua auto. Un curioso parallelismo con l’attestazione di «rivoluzionario» che ebbe Silvano Girotto, ripetutamente indicato in maniera strumentale come un pericolo pubblico dalle colonne del Candido diretto da Giorgio Pisanò perché fosse accreditato nell’ambiente dei terroristi.

Nelle Br «Rocco» non ha svolto un ruolo secondario, tanto da partecipare in maniera operativa a quella che venne considerata all’epoca la più grossa e clamorosa azione dei brigatisti. L’ex parà si era conquistata stima e considerazione per la sua ottima preparazione militare e per le capacità organizzative espresse. La sua iscrizione al Pci rappresentava poi una sorta di immunità dai sospetti che poteva suscitare un rivoluzionario con un passato da parà e buone conoscenze tra fascisti e funzionari di polizia. Del resto «Rocco» non aveva mai nascosto di essere stato un paracadutista, di essere stato addestrato in Toscana e in Sardegna e di essere introdotto, proprio per il suo passato militare, nei circoli della destra. Si offrì anche di andare per conto dell’organizzazione in un locale di Milano poco distante da piazza Piola, frequentato dai fascisti, a raccogliere informazioni. Esperto nell’uso del pugnale, assai abile nel maneggiare le pistole e nella tecnica del ferimento alle gambe, la sua specialità era quella di fabbricare le bombe avendo a disposizione poco esplosivo e utilizzando qualsiasi materiale. Proprio come sapeva fare benissimo il templare Pierlugi Ravasio, un altro ex paracadutista, addestrato a Capo Marrargiu, la cui figura comparirà nel corso dell’ultima inchiesta sul sequestro Moro. All’interno dell’organizzazione «Rocco» si era anche dimostrato particolarmente efficace nel saper trovare armi e munizioni. Alfredo Buonavita, quando si pentirà in carcere e comincerà a raccontare tutto quello che sapeva sulle Br, arrivato al sequestro Sossi «dimenticò» stranamente di fare il nome di «Rocco» e, per far corrispondere il numero dei brigatisti coinvolti con quanto accertato dalla magistratura, chiamò in causa anche Mario Moretti che, al contrario, era del tutto estraneo alla gestione materiale del sequestro, ma si era limitato a prendere parte alle riunioni dell’esecutivo che si svolgevano alla cascina Spiotta per discutere l’andamento politico e organizzativo dell’operazione.

Brigatisti strettamente sorvegliati

Il sostituto procuratore di Genova Mario Sossi, grande accusatore nel processo a carico dei componenti del gruppo XXIII ottobre, viene rapito alle 20.50 del 18 aprile 1974 davanti alla sua abitazione di via Forte dei Giuliani, mentre torna dall’ufficio. Un gruppo di sei brigatisti, tra cui «Rocco», lo aggredisce e lo carica a forza su un furgone, mentre due passanti che hanno assistito alla scena cercano di intervenire ma vengono allontanati sotto la minaccia delle pistole. I terroristi fuggono con l’ostaggio sul furgone e su una 127, senza sparare un solo colpo.

Chiamato «dottor manette», iscritto durante l’università al Fuan, l’organizzazione missina, i brigatisti erano convinti di aver catturato un simbolo di quel potere che loro volevano combattere. Racconterà Alberto Franceschini, uno degli ideatori dell’operazione: «Sossi era stato il pubblico ministero contro Mario Rossi e la banda XXII Ottobre, aveva chiesto e ottenuto l’ergastolo. Aveva diretto processi contro compagni, ordinato perquisizioni, era il giudice della ‘controrivoluzione’, del progetto delle destre di arrivare al golpe bianco. Avevamo individuato anche i protagonisti principali di questo grande progetto: i leader democristiani di allora, Fanfani, Andreotti, Taviani, ministro dell’Interno, genovese. Così Sossi andava bene anche per questo: lo vedevamo…come l’uomo di Taviani, l’uomo del grande progetto nella magistratura»[9]. Non c’è dubbio che l’«obbiettivo» Sossi fosse stato individuato autonomamente. Ma sia le fasi della preparazione che dell’esecuzione e infine della gestione del rapimento saranno strettamente sorvegliate da alcuni settori dei servizi segreti che lasceranno fare e, in qualche caso, si adopereranno perché il progetto brigatista non fosse troppo ostacolato. Lo stesso Mario Sossi, una volta liberato, diede l’impressione di essersi accorto dell’esistenza di questo meccanismo perverso.

Un episodio strano si veirificherà proprio la sera stessa di [sic] sequestro. La A 112 sulla quale Alberto Franceschini e Pietro Bertolazzi trasportavano l’ostaggio rinchiuso in un sacco alla «prigione del popolo» che si trovava a Tortona, era stata intercettata ad un posto di blocco dei carabinieri. Il percorso da Genova a Tortona era di circa 70 chilometri. I brigatisti avevano previsto che la sera del sequestro tutte le strade si sarebbero riempite di polizia e carabinieri e avevano deciso quindi di far precedere la A 112 con a bordo Mario Sossi da una 128 guidata da Margherita Cagol. «Mara» avrebbe dovuto segnalare con una ricetrasmittente legata allo specchietto retrovisore l’eventuale presenza di pattuglie. A metà percorso la moglie di Renato Curcio era stata fermata ad un posto di blocco e non aveva fatto in tempo ad avvertire i suoi compagni. Franceschini e Bertolazzi quindi si trovarono davanti ad un carabiniere che con la paletta aveva fatto loro cenno di accostarsi. Racconterà Franceschini: «Io rallento come per obbedire e poi accelero di colpo. Il carabiniere si butta di lato e dallo specchietto vedo la macchina di Mara[10] ferma: le stanno controllando i documenti…Mara l’hanno sicuramente arrestata: è difficile per lei spiegare il possesso di una ricetrasmittente»[11]. Margherita Cagol invece era stata incredibilmente lasciata andare.

Inquietante è anche un episodio che si era verificato il giorno precedente il sequestro. L’operazione doveva scattare esattamente 24 ore prima, ma nel giorno previsto Sossi, che era sempre stato puntuale all’uscita dal palazzo di giustizia e al ritorno a casa, per chissà quali motivi non era rientrato. Fu per questo che i brigatisti decisero di rimandare il sequestro e per non viaggiare con la A 112 imbottita di armi fino a Tortona, decisero di parcheggiare la macchina in un paesino poco distante dalla città, a Torriglia. Arrivarono nella piazza principale, scesero dalla A 112, lasciando le armi nel portabagagli, ripartendo sulla 128. Tornarono a prendere l’auto il giorno dopo. Ma nella notte, quella macchina parcheggiata lì da alcuni sconosciuti aveva suscitato la curiosità di qualche avventore dell’unico bar della piazzetta. Erano stati chiamati i carabinieri che dopo aver controllato l’auto non fecero nulla. Così la A 112 che sfondò il posto di blocco in cui era stata bloccata la Cagol, era quella già identificata dalle forze di polizia qualche ora prima.

Il rapimento del magistrato provocherà un’ondata di reazioni sdegnate, compresa quella dei lavoratori genovesi che sciopereranno in segno di protesta. Il Corriere della Sera parlò di «atto deliberato di provocazione»[12]; anche la sinistra sostenne la tesi dell’azione provocatoria per condizionare gli esiti del referendum sul divorzio. Titolerà il Manifesto: «I provocatori fascisti che hanno rapito Sossi minacciano di ucciderlo fingendo un ricatto politico. E’ la stessa mano della strage di stato che ora sfrutta la tensione del referendum»[13]. Il commento dell’Unità non sarà molto diverso, anche se conteneva alcuni elementi di analisi che in seguito risulteranno fondati. «Si vuole seminare il terrore per cercare di far passare come necessaria una soluzione tirannica. A ciò serve anche, non dimentichiamoci mai, la utilizzazione di sigle e di camuffamenti diversi: dalle Sam alle sedicenti Brigate rosse…Che le centrali provocatorie siano in azione è cosa nota. Che le sedicenti Brigate rosse saltino fuori nei momenti più delicati per favorire la reazione, è altrettanto evidente. Ciò che appare incredibile è che tutte le polizie italiane non riescano a fermare questi professionisti della provocazione. O vi è una macroscopica inefficienza oppure vi sono omertà e compiacenze ben gravi. Nessuno può credere sul serio alla “imprendibilità” delle sedicenti Brigate rosse»[14]. In effetti le Br erano tutt’altro che inafferrabili. Il Pci, però, allora non sembrava rendersi conto che il fenomeno brigatista era nato in maniera spontanea, anche se discretamente protetto e orientato da alcuni settori dello stato. La tecnica della provocazione era molto più sottile e conteneva anche margini di rischio. Tant’è che la liberazione di Sossi e le successive dure prese di posizione del giudice trasformarono l’operazione in una sconfitta, seppur momentanea, del potere atlantico. Una lezione che non verrà dimenticata quattro anni dopo, quando si farà in modo di non far tornare vivo Moro dalla prigione del popolo.

L’elemento anomalo del sequestro Sossi era stato proprio il giudice. Dopo essere rimasto praticamente muto per tre giorni, soprattutto per il grande spavento, il magistrato cominciò a parlare – raccontano i brigatisti – a manifestare un profondo rancore verso il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani e i dirigenti della polizia genovese oltre a un certo disamore anche verso i carabinieri, ai quali era legato soprattutto tramite l’amicizia con il capitano Luciano Seno, con il quale si esercitava nel tiro con la pistola. Nella prigione brigatista Sossi si sentiva abbandonato tanto da dire: «So che la mia vita, per lo Stato, non vale nulla. Però nella mia attività di magistrato mi sono capitate tra le mani inchieste particolarmente delicate che ho insabbiato per ordini superiori e di cui conosco bene gli estremi. Se ve le racconto e voi le rendete pubbliche forse riusciamo a salvarci tutti»[15]. Si parlò, tra carcerieri e giudice, di un traffico di armi e diamanti con una nazione africana che avveniva con la complicità del dirigente dell’ufficio politico della questura di Genova, Umberto Catalano e dei titolari dell’armeria Diana, Renzo Traverso e Giuseppe Lantieri[16]. Un traffico al quale non sarebbe stato estraneo lo stesso ministro Taviani. Quelle rivelazioni furono quasi subito rese pubbliche dalle Br. Avrebbero rappresentato il primo degli imprevisti dell’operazione. Subito dopo il rilascio e anche successivamente, Sossi smentirà con decisione di aver mai dato informazioni. Sosterrà, al contrario, che i brigatisti erano già a conoscenza di molte cose.

«L’ostaggio deve essere ucciso»

Secondo i brigatisti, nella prigione del popolo il giudice non si era limitato a raccontare di quel traffico, ma aveva anche parlato di due militanti di Lotta Continua che lavoravano per conto dell’ufficio politico della questura di Genova e non aveva risparmiato critiche feroci nei confronti dello stesso ministro dell’Interno, di Catalano e del procuratore Francesco Coco. Questa circostanza indusse i terroristi a cambiare in parte il programma. Racconterà sempre Franceschini: «Prima del sequestro avevamo discusso, con i compagni delle ‘forze regolari’, un porgramma di massima che prevedeva la richiesta di scambio tra Sossi e i compagni della XXII Ottobre e la eliminazione fisica del prigioniero se l’obbiettivo non fosse stato raggiunto. Il presupposto du questa nostra linea era la certezza che uno come Sossi, che avevamo visto spietato nelle sue vesti di pubblico ministero, non avrebbe mai collaborato»[17]. Il magistrato, invece, aveva anche insistito per scrivere un biglietto e chiedere al sostituto procuratore di turno di sospendere le ricerche: «Pregoti in assoluta autonomia, ordinare immediata sospensione ricerche, inutili et dannose. Stop»[18]. Quel messaggio, una volta recapitato, suscitò una polemica tra la polizia che avrebbe voluto proseguire le indagini e la magistratura che le bloccò. Il 30 aprile, dopo la ripresa delle ricerche della polizia, il magistrato fece arrivare alla famiglia un altro biglietto dai contenuti analoghi: «Non sono soltanto io responsabile dei miei errori. Ogni indagine e ricerca è dannosa»[19]. Sossi, intanto, continuava a rispondere alle domande dei suoi carcerieri.
«Brigatista – Dicci quello che vogliamo e poi…
Sossi – Ma io forse non mi sono spiegato. Voi pensate che io vi consideri degli aguzzini; vedo bene che mi trattate con cura, la sofferenza è più psicologica.
Brigatista – Pensa un po’ se tu fossi condannato all’ergastolo! Secondo te dovevano dare l’ergastolo a tutti e quattro i compagni della XXII Ottobre. Perché non hai dichiarato che l’ergastolo a Mario Rossi è ingiusto? Non lo hai mai detto. E’ giusto secondo te?
Sossi – Dovevo passare di qui per capire quanto sia afflittiva la detenzione»[20].
Mentre era in corso il sequestro, il 2 maggio le Br uscirono nuovamente allo scoperto. La mattina fecero un’irruzione nella sede torinese del Centro studi sturziani rubando registri ed elenchi; la stessa operazione venne ripetuta in serata a Milano, nella sede del Comitato di resistenza democratica, dove il segretario, Vincenzo Pagnozzi, fu costretto a consegnare i documenti. Fu quella un’azione molto più importante di quanto i brigatisti ritenessero. Durante la «perquisizione proletaria» i brigatisti si impossessarono dell’elenco degli amici di Edgardo Sogno, che proprio in quel periodo era in piena attività per preparare il golpe bianco della svolta presidenzialista. Una copia degli elenchi in seguito fu nascosta nel covo di Robbiano di Mediglia e venne ritrovata quando la base venne scoperta dai carabinieri; l’altra sarà ritrovata nella borsa di Alberto Franceschini il giorno del suo arresto. Poi i documenti rapinati al Crd di Milano – protestarono i brigatisti al processo – spariranno misteriosamente. Ma non sarà questo l’unico episodio strano di quelle perquisizioni: tra il materiale sottratto dalle Br a Torino c’era anche una lettera scritta il 30 dicembre 1973 dall’avvocato Giuseppe Calderon e indirizzata al presidente dei centri sturziani, Giuseppe Costamagna. Quella lettera verrà poi ritrovata nell’abitazione dello stretto collaboratore di Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, come se l’anticomunista fondatore di Pace e libertà avesse un canale privilegiato per intrattenere rapporti con le Br o con parte di loro[21].

Il giorno successivo alle due perquisizioni brigatiste, la Cassazione stabilì che le indagini sul sequestro del magistrato fossero affidate al tribunale di Torino e la questura di Genova offrì una taglia di 20 milioni per avere informazione [sic] sui rapitori di Sossi. Un’offerta generosa, dal momento che in alcuni settori dell’apparato di sicurezza si conosceva benissimo il luogo dove Sossi era tenuto sequestrato. Poi, alla mezzanotte del 4 maggio, il nuovo comunicato delle Br con la richiesta di scambiare il giudice con Mario Rossi, condannato all’ergastolo, e altri sette componenti della XXII Ottobre: Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Gino Piccardo, Cesare Maino e Aldo De Scisciolo[22]. Le Br avevano espresso un giudizio sul processo che si era concluso con una serie di condanne durissime per i componenti della banda: «Macchinazioni…progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano-Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del Sid (Dall’Aglio-Saracino[23]) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano)»[24]. I prigionieri, era scritto nel comunicato, avrebbero dovuto essere trasferiti o in Corea del Nord o a Cuba o in Algeria. In realtà i brigatisti avevano già preso accordi con l’ambasciata cubana presso la Santa Sede che si era dichiarata disponibile a ricevere i detenuti liberati. La manovra fu poi bloccata in extremis dal Pci che convinse Fidel Castro a recedere dai suoi propositi permettendo anche un contratto per una fornitura di trattori[25].

La richiesta di scambiare gli ostaggi avrebbe provocato un terremoto e il paese e la classe politica si sarebbero divisi sull’opportunità di cedere o meno al ricatto. Il capo dell’ufficio politico della questura, Umberto Catalano, avrebbe atteso le 19 di domenica 5 maggio per rendere noto il testo del comunicato Br e la mattina successiva il ministro Taviani avrebbe dichiarato: «E’ assurda l’ipotesi di trattativa o patteggiamento con i criminali»[26]. Le polemiche erano già cominciate. Anche il procuratore generale Francesco Coco era del parere che la richiesta delle Br fosse inaccettabile. «Non presenterò mai un’istanza di libertà provvisoria per i detenuti della XXII Ottobre»[27]. Furono ore convulse: la moglie del magistrato, Grazia Sossi, invierà messaggi al papa e al presidente della Repubblica Giovanni Leone, mentre dal carcere brigatista continueranno ad arrivare i biglietti scritti dal magistrato: «Lo Stato che mi ha lasciato privo di tutela esponendomi a gravi rischi personali, ha ora il dovere di tutelarmi»[28]. Mario Sossi scriverà altri messaggi, finché il 17 maggio le Br lanceranno il loro ultimatum, minacciando di uccidere l’ostaggio se entro 48 ore i prigionieri della XXII Ottobre non fossero stati liberati: «Ci assumiamo tutte le responsabilità di fronte al movimento rivoluzionario affermando che, se entro 48 ore – a partire dalle ore 24 di sabato 18 maggio – non saranno liberati gli otto compagni della XXII Ottobre secondo le modalità del nostro comunicato numero 4, Mario Sossi verrà giustiziato»[29].

Proprio in quelle stesse ore il capo del Sid Vito Miceli aveva convocato la riunione per decidere l’azione di forza che, secondo quanto fu rivelato due anni dopo, sarebbe servita ad eliminare Sossi e i suoi carcerieri. Alcuni giorni prima il tenente colonnello Sandro Romagnoli aveva addirittura convocato nella sede del Sid i collaboratori fascisti Maurizio Degli Innocenti e Torquato Nicoli e aveva chiesto a quest’ultimo di attivare «Saetta» e dargli qualche notizia su Sossi. La situazione diventava di ora in ora più pesante; dalla prigione del popolo il magistrato aveva cominciato a comportarsi in maniera incontrollabile e l’operazione rischiava di trasformarsi in un’arma puntata contro la normalità atlantica.

Il «partito della morte» era entrato parallelamente in azione anche all’interno delle Br. I terroristi in quei giorni avevano cominciato a discutere animatamente tra di loro sul che fare. Dal loro punto di vista il sequestro si era dimostrato un successo politico e la liberazione di Sossi avrebbe comunque costituito una maniera per alimentare quelle che i brigatisti definivano contraddizioni del sistema. Due terroristi, invece, si battevano animatamente perché il giudice fosse giustiziato. Erano Mario Moretti e «Rocco». A loro giudizio le Br avrebbero semplicemente dovuto attuare quanto avevano proclamato nei loro comunicati. Una linea che sarebbe stata riproposta da Moretti durante il sequestro Moro. Racconterà Valerio Morucci nel suo memoriale consegnato a suor Teresilla Barillà: «Ciò che si era stabilito fin dal settembre-ottobre era che questa volta, se lo stato non avesse accondisceso alla richieste [sic] delle Brigate rosse, non si sarebbe ripetuto un caso Sossi e che quindi l’ostaggio sarebbe stato ucciso»[30].

Allo scadere dell’ultimatum le richieste dei brigatisti sembrarono essere accolte: la Corte d’assise d’Appello presieduta da Beniamino Vita aveva deciso di concedere la libertà provvisoria ai detenuti indicati e il nulla osta per il passaporto in cambio del rilascio di Sossi. Ma interverrà Coco che impugnerà la sentenza e presenterà ricorso in Cassazione mentre il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, affermerà in parlamento che il governo non era disposto a rilasciare i passaporti per l’espatrio. Per ultime, il 23 maggio, le autorità cubane dichiareranno di non voler accogliere i detenuti della XXII Ottobre e negheranno anche ospitalità nell’ambasciata presso la Santa Sede. I brigatisti si consultarono ancora: la proposta di Mario Moretti e di «Rocco» di assassinare il sostituto procuratore venne respinta anche perché in base ad alcuni segnali raccolti all’esterno, i terroristi temevano che in quei giorni si potesse verificare un golpe fascista o bianco. Il giudice venne rilasciato a Milano dopo poche ore. Pieno di rancori, diffidente, sembrava un’altra persona. Dopo la sua liberazione scoppierà un secondo caso Sossi, alimentato anche dalle prese di posizione del giudice.

Il magistrato impazzito
Una volta libero, il magistrato comincerà a comportarsi in una maniera del tutto inusuale, come se temesse di poter essere ucciso, ma questa volta non per mano delle Br. Atteggiamenti che lasceranno pensare, e Sossi lo scriverà successivamente nel suo libro sul seuqestro in una forma più esplicita, che egli avesse avuto la netta sensazione che il sequestro potesse rientrare in un disegno più vasto, di cui i terroristi erano una componente in parte inconsapevole. Una sensazione non del tutto errata.

Quando il magistrato fu lasciato in un giardino pubblico di Milano, invece di rivolgersi immediatamente a polizia e carabinieri, decise di mantenere l’anonimato e di raggiungere in treno Genova. Anzi, già prima della liberazione aveva chiesto ai suoi rapitori di truccarlo per essere meno riconoscibile. Una volta a Genova, poi, Sossi non telefonerà a casa, sapendo di avere la linea sotto controllo, ma si rivolgerà ad un amico per essere accompagnato nella sua abitazione. Lì chiederà la protezione della Guardia di finanza. Dirà il magistrato nella sua prima intervista: «Un’indagine di quel tipo io l’avrei affidata alla Guardia di Finanza. Soprattutto perché questo corpo ha dimostrato, di recente, una efficienza e una delicatezza nell’inchiesta che altri non hanno avuto. Possedendo una preparazione che ritengo eccezionale, la Finanza avrebbe potuto portare avanti l’inchiesta in maniera diversa. Senza pericoli per nessuno, insomma, mentre di recente ci sono stati, al contrario, episodi molto discutibili, a questo proposito. Quello che è mancato è stato essenzialmente un lavoro di spionaggio, o se vogliamo di controspionaggio, che certo avrebbe portato a risultati utili senza mettere a repentaglio l’incolumità delle persone»[31]. Un palese atto di sfiducia verso le tradizionali forze dell’ordine, alimentato anche dalle dichiarazioni polemiche che il magistrato rilascerà nei giorni successivi e che provocheranno una irritata reazione dell’apparato istituzionale che lo accuserà di essere impazzito. La stessa cosa che sarebbe accaduta ad Aldo Moro. E di analogie tra i sequestro Sossi e il rapimento del presidente della Dc ve ne saranno molte, a partire dalla polemica sulla disponibilità dello stato a trattare per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Spiegherà il magistrato: «Di fronte al rifiuto per la mia vita ho avuto uno sconforto grandissimo ed un’immensa amarezza: io ho servito lo Stato per sedici anni giorno e notte, trascurando la famiglia, e pensavo di avere diritto a qualcosa di più. D’altra parte c’era già stato il precedente dei fedayn sorpresi a Fiumicino[32] con il razzo e rimessi in libertà senza tante storie per paura della rappresaglia dei loro compagni»[33]. La stessa vicenda che sarà ricordata da Moro durante la sua prigionia: «Anche in Italia la libertà è stata concessa con procedure appropriate a Palestinesi per parare gravi minacce di rappresaglia capace di rilevanti danni alla comunità…allora il principio era stato accettato»[34].

Dopo il suo rilascio Sossi aveva paura, ma «non certo delle Brigate rosse»[35]. Rileggendo la storia del suo sequestro si può immaginare a chi si riferisse. Più difficile capire l’origine di un inquietante riferimento, che si dimostrerà profetico, fatto dal giudice in un’intervista al Corriere della sera: «Hanno detto che Taviani mi voleva morto…Non posso né confermare né escludere. Certo è che non desideravo morire, e tanto meno per un governo di centrosinistra avviato al compromesso storico…mi sono convinto che se si fosse trattato di Moro avrebbero ugualmente detto: “ma sì! L’onorevole Moro è un soldato, si deve sacrificare”»[36]. Il «soldato» sarà puntualmente sacrificato nel giro di quattro anni, e solo tredici anni dopo la sua morte nelle inchieste giudiziarie si affacceranno i sospetti di una regia «parallela» durante i 55 giorni; quella stessa regia parallela che era in azione nel corso dell’operazione Sossi. Il giudice ripeterà i suoi dubbi un anno dopo l’assassinio di Aldo Moro. «Poiché sono assolutamente convinto del carattere artificioso della guerriglia rivoluzionaria nostrana, non ho il minimo dubbio nell’individuare gli strateghi di queste operazioni in agenti segreti di potenze straniere»[37].

Di messaggi e di accuse, dunque, il giudice Mario Sossi ne aveva lanciate molte. Contro il dirigente dell’ufficio politico della questura Catalano: «Avrebbe potuto comportarsi diversamente, ma questo discorso mi porterebbe su argomenti scottanti dei quali non posso parlare»[38]; contro il procuratore generale Coco che si era opposto alla scarcerazione dei detenuti della XXII Ottobre: «Avrei fatto l’impossibile per salvargli la vita, mobilitando tutte le forze per questo»[39]; parlando di alcuni documenti contenuti nella borsa che aveva con sé la sera del sequestro e che erano finiti nelle mani dei brigatisti: «Temo, soprattutto, quello che le Brigate rosse sanno. Intendiamoci, non per quello che ho detto io. Ci sono persone che hanno ragione di temere, in questo momento, e lo sanno benissimo, anche perché io glilo ho fatto sapere per mezzo di portavoce autorevoli. A questo proposito, però, non chiedetemi di più, perché non potrei rispondervi. Così come non vi posso dire molto della valigetta che avevo con me quando sono stato rapito e che non mi è stata restituita…dentro c’erano documenti…carte importanti, anche e specialmente dopo il furto avvenuto alla procura della Repubblica, relative a fatti già emersi o che potevano emergere»[40].

Il giudice Sossi sembrava essersi perfettamente reso conto di quanto era accaduto, forse perché, come sostenne il funzionario di Ps Umberto Catalano, intratteneva rapporti con il Sid: «Devono avere combinato delle cose assieme»[41]. Sossi aveva intuito che la sua vita era stata messa in pericolo, assai prima che la notizia del blitz organizzato dal Sid fosse nota. Dopo la liberazione aveva dimostrato di aver paura di polizia e carabinieri e si era detto sicuro dell’esistenza di «provocatori»: «Mi sono reso conto che certi atti che arrivano a noi magistrati sono diversi da come dovrebbero essere e noi non possiamo saperlo. Mi sono reso conto che ci sono contatti di vertice, che ci sono provocatori, che ci sono infiltrati di cui non sapremo mani niente»[42]. le indagini su quell’episodio saranno concluse senza che la vera storia del sequestro Sossi saltasse fuori.


[1] Antonio Cipriani, Gianni Cipriani, SOVRANITÀ LIMITATA – Storia dell’eversione atlantica in Italia, Edizioni Associate, Roma, 1991, pp. 212-225.
[2] I grassetti nel testo sono miei. A partire dalla nota 3, tranne la nota 7, le note sono quelle originali del libro.
[3] Tempo del 20 giugno 1976.
[4] Ibid.
[5] Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, cit., p. 248.
[6] Audizione del generale Giovanni Romeo, in Atti commissione Stragi.
[7] Nota di Andrea Carancini: negli anni successivi alla pubblicazione del libro da cui è tratto questo capitolo, il nome di “Rocco” è venuto fuori: si tratta di Francesco Marra (http://www.google.it/search?hl=it&q=francesco+marra+brigate&btnG=Cerca ).
[8] Sulla correttezza del neologismo gambizzare e i suoi derivati ci sono diverseopinioni. Adriano Sofri nel libro L’ombra di Moro (p. 180) ricorda che durante i lavori della commissione d’inchiesta, Raniero La Valle chiese di correggere il termine gambizzare con colpire alle gambe. Aggiunge Sofri: «Si dovrebbe andare in esilio da un paese in cui si dice (e si fa) gambizzare». In realtà, al di là delle condivisibili obiezioni di gusto, non si tratta di un barbarismo ma di un termine ormai comunemente accettato dalla lingua italiana. Cfr. Zanichelli, Dizionario etimologico della lingua italiana: «Gambizzare: ferire alle gambe con un’arma da fuoco il presunto avversario in un’azione terroristica».
[9] Alberto Franceschini, Mara, Renato e io, cit., p. 86.
[10] Mara era il nome di battaglia di Margherita Cagol.
[11] Franceschini, Mara, Renato e io, cit., pp. 90-91.
[12] Corriere della Sera, 21 aprile 1974.
[13] Citato in Remigio Cavedon, Le sinistre e il terrorismo, cit., p. 135.
[14] L’Unità, 22 aprile 1974.
[15] Franceschini, Mara, Renato e io, cit., p. 99.
[16] Il traffico di armi era diretto in Congo e faceva capo a un genovese, ex confidente dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Di tutto questo, però, non c’era traccia nel procedimento istruito da Sossi a carico di Renzo Traverso, Giuseppe Lantieri, Walter Bonafini, Carlo Piccardo e Ferdinando Alessi, imputati di «traffico clandestino di armi». Uno degli imputati aveva ricevuto 3 mitra Mab, ufficialmente inservibili, dal capo dell’ufficio politico della questura, Umberto Catalano, per «incastrare» alcuni componenti della banda XXII Ottobre. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dopo la sua liberazione Sossi parlò sibillinamente di quell’indagine: «Ho solo tentato di condurla». 
[17] Franceschini, Mara, Renato e io, cit., p. 95.
[18] Settegiorni, 5 maggio 1974.
[19] Epoca, 1 giugno 1974.
[20] Citato da Cantore, Rossella, Valentini, Dall’interno della guerriglia, cit., p. 83.
[21] Cfr. Gianni Flamini, Il partito del golpe, cit., vol. III, tomo II, p. 537.
[22] Al processo nel quale Sossi aveva sostenuto la pubblica accusa Mario Rossi fu condannato all’ergastolo; Giuseppe Battaglia a 32 anni e 2 mesi; Augusto Viel a 24 anni e 4 mesi; Rinaldo Fiorani a 25 anni e 4 mesi; Silvio Malagoli a 16 anni; Gino Piccardo a 17 anni e 2 mesi; Cesare Maino a 15 anni e 8 mesi e Aldo De Scisciolo a 10 anni e 4 mesi.
[23] Il colonnello dei carabinieri Tito Dallaglio comandava il controspionaggio della Liguria; il capitano Saraceno era il suo vice.
[24] Gente, 6 giugno 1974.
[25] Cfr. Franceschini, Mara, Renato e io, cit., p. 99.
[26] Settegiorni, 12 maggio 1974.
[27] Panorama, 16 maggio 1974.
[28] Epoca, 1 giugno 1974.
[29] Comunicato numero 6 delle Br pubblicato su Paese Sera del 19 maggio 1974.
[30] Memoriale di Valerio Morucci, allegato agli atti del processo Moro quater.
[31] Sandro Ottolenghi, Sossi confessa, in L’Europeo, 6 giugno 1974.
[32] Il 5 settembre 1973, su segnalazione dei servizi segreti israeliani, erano stati catturati ad Ostia cinque terroristi arabi che avevano progettato di abbattere con un razzo un aereo della EL AL in partenza da Fiumicino. Il 17 novembre i cinque erano stati condannati a cinque anni di carcere e subito rilasciati su cauzione. Due di loro vennero poi riportati in Libia, via Malta, a bordo dell’aereo Argo 16. l’operazione era stata affidata al capitano del Sid Antonio Labruna.
[33] La Stampa del 29 maggio 1974.
[34] Relazione sulla documentazione rinvenuta in via Monte Nevoso, in Commissione Stragi, p. 106.
[35] Sandro Ottolenghi, Sossi confessa, cit.
[36] Corriere della sera, 28 maggio 1974.
[37] Mario Sossi, Nella prigione del popolo, Milano, Editoriale Nuova, p. 59.
[38] Corriere della sera, 28 maggio 1974.
[39] La Stampa, 29 maggio 1974.
[40] S. Ottolenghi, Sossi confessa, cit.
[41] L’Espresso, 19 maggio 1974.
[42] S. Ottolenghi, Sossi confessa, cit.