CONCLUSIONI
Non si
ricostruisce la storia tragica, del dopoguerra
italiano senza porre l'accento sul ruolo che in esso hanno ricoperto le Forze armate.
Divise dagli eventi politici dell'8 settembre 1943, le Forze armate hanno ricostituito la loro unità scoprendo
la necessità di porsi al servizio della potenza egemone, gli Stati uniti
d'America.
Sconfitte
in una
guerra
convenzionale, hanno ottenuto la rivincita
partecipando ad una guerra politica che, via via, si è
trasformata con il loro concorso determinante in una nuova guerra civile, questa volta fra comunisti
ed anticomunisti.
Sradicato in
nome dell’antifascismo il senso di appartenenza ad una Nazione, per la cui sconfitta militare si opera in nome di ideologie astratte e di
corposi e concreti interessi stranieri, l'Italia "rossa" fa decidere a Josip Stalin e al comitato centrale del
Pcus se iniziare o meno una guerra civile nella penisola,
e quella anticomunista la conduce agli ordini
del National
security council americano.
Dalle
Forze armate sarebbe state lecito attendersi un'azione tesa ad arginare la
frattura politico-ideologica all'interno del Paese, viceversa saranno proprio
le gerarchie militari a sollecitare la classe dirigente democristiana ad
alimentare lo scontro con i comunisti.
Questi
ultimi, i cui dirigenti
erano certamente al servizio esclusivo dell'Unione sovietica, hanno rappresentato una minaccia
solo perché i loro avversari hanno curato il loro
interesse di mantenere ad ogni costo il potere
ponendosi, anch'essi, al servizio di un 'altra potenza straniera, gli Stati uniti.
Non
c'è traccia di
italianità nella politica degli uni e degli altri.
L’Italia
è un mezzo per i politici di entrambi gli schieramenti, mai il fine.
Se
questa è stata la scelta dei dirigenti politici al potere, la casta militare
ha giocato la carta antinazionale della partecipazione al nuovo conflitto mondiale fra le due potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale,
alimentando la paura fisica e politica dei democristiani ai quali si è presentata, come l’unica forza in grado di fermare la marcia della "quinta
colonna” sovietica nel Paese.
L’anticomunismo militare
ha ottenuto, con la sua intransigenza e
determinazione, di non finire alla sbarra per le sue gravissime responsabilità nella conduzione della guerra, di
ricostituire la propria unità, di collocarsi come la garanzia per gli
Stati uniti e la Nato che l’Italia sarebbe
rimasta sempre al loro fianco, a prescindere dalle
scelte dei governi.
La
garanzia militare ha dato, sul piano interno, fiducia alla classe politica democristiana e laica anticomunista e,
nello stesso tempo, ha rassicurato gli alleati
internazionali che su di essa hanno contato per impedire ai codardi politici di
cedere al Partito comunista uno spazio politico
sempre maggiore.
La
scelta americana
di affrontare lo scontro con l’Unione sovietica sul
piano militare ha trasformato il mondo in un campo di battaglia in cui gli
eserciti hanno assunto, nel tempo, un’importanza sempre maggiore e, spesso,
decisiva.
Sono
le Forze armate ad aver garantito agli Stati uniti la tenuta dell’America latina contro il progredire del comunismo, così
come in Asia, in Africa, e nella stessa Europa
meridionale, quella che la nascita dello Stato di
Israele ed il conflitto medio-orientale che ne è seguito ha portato in prima linea.
La
Turchia, ha sempre visto le Forze armate imporre con la forza le ragioni americane e dell’Alleanza atlantica; la Grecia ha conosciuto il colpo di Stato del 21 aprile 1967;
la Francia, ha visto il pronunciamento militare del 13 maggio 1958; la Spagna ed il Portogallo
hanno avuto regimi autoritari sostenuti dalle proprie Forze armate.
In Italia, le Forze
armate, nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni Sessanta quando si è raggiunto 1’apice del pericolo, hanno sempre oscillato fra la speranza di poter ripetere il 25
luglio 1943, il
"colpo di Stato istituzionale" con un presidente della Repubblica
o del Consiglio al posto di Vittorio Emanuele III, e la tentazione di imitare i loro colleghi francesi che,
il 13
maggio 1958,
da Algeri avevano imposto alla Francia il loro candidato alla
presidenza della Repubblica, Charles De Gaulle.
In
un Paese in cui i dirigenti politici sono mezze calzette e un De Gaulle non c'era, la speranza di ripetere il 25
luglio è svanita il 12
dicembre 1969, il resto è
stata una lotta sorda e sordida
per mantenere sotto pressione la Democrazia cristiana facendo intravedere la
possibilità di giungere alla formazione di governi diversi da quelli formati
dagli uomini dello scudocrociato, magari con
un atto di forza, ma nel rispetto della legalità costituzionale .
Se
si vorrà,
infine, accettare la realtà di un Paese che stato
obbligato a vivere in uno stato di guerra permanente, allora sarà necessario riscrivere la storia delle Forze armate
italiane nel dopoguerra per inserirle a pieno titolo fra i protagonisti della
tragedia che la Nazione ha vissuto e di cui, ancora oggi, paga le conseguenze.
In
un Paese in cui la classe politica dominante e la
casta militare, teoricamente alle sue dipendenze, si sono in realtà contese la
fiducia del potente alleato-padrone americano sulla pelle
degli italiani, la magistratura, nel suo
complesso, non può esistere come potere
indipendente.
La
governativa magistratura italiana ha, quindi, partecipato al rapporto
amore-odio fra la dirigenza politica democristiana
e la casta militare facendo quello che pretendeva la prima
senza ledere gli interessi della seconda.
Non. è mai stato
redatto un elenco di ufficiali delle Forze
armate inquisiti - e poi regolarmente assolti o
prosciolti con varie formule - per i fatti
"eversivi" degli anni Sessanta e Settanta, ed è doveroso ricordarne
qui alcuni, insieme ad altri che non sono mai entrati
ufficialmente nelle inchieste giudiziarie perché ritenuti di grado troppo elevato per essere infastiditi dai piccoli
impiegati del codice penale, notoriamente fortissimi con i deboli e debolissimi
con i forti.
Si
nota subito come i massimi vertici militari, se in Italia ci
fosse stato un vago sentore di giustizia, avrebbero
dovuto essere chiamati alla sbarra.
Difatti,
compaiono nelle cronache
giudiziarie i nomi di Francesco Mereu, capo di Stato
maggiore dell'Esercito ; Duilio Fanali, capo di Stato maggiore
dell'Aeronautica; Eugenio Henke, capo di Stato maggiore della Difesa ed ex
direttore del Sid; Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Difesa;
Giovanni De Lorenzo, capo di Stato maggiore dell'esercito, già direttore del Sifar
e comandante generale dell’Arma dei carabinieri;
Luigi Forlenza, comandante generale dell'Arma dei carabinieri; Giuseppe Rosselli
Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.
Inoltre,
sono da segnalare i nomi dei generali Ugo Ricci, Luigi Salatiello, Antonino
Giglio, Giulio Macrì, Filippo Stefani, Cacciò,
Zavattaro Ardizzi, Giovanbattista Palumbo, l'ammiraglio Antonio Mondaini, il
tenente generale del Genio navale Dario Paglia, l'ammiraglio Gino Birindelli,
il generale di Squadra aerea Giulio Cesare Graziani, il generale Arnaldo
Ferrara.
A
partire dal generale Giovanni
Allavena sono stati inquisiti nel corso degli anni
tutti i direttori del servizio segreto militare per fatti attinenti alla
guerra politica: Vito Miceli, Mario Casardi, Giuseppe Santovito, Fulvio
Martini.
Lunghissimo
è, poi, l'elenco degli ufficiali di grado inferiore che sono
passati, man mano, per gli uffici giudiziari e per le aule dei tribunali.
Le
accuse rivolte a tutti costoro variano dalla, partecipazione a presunti
"colpi di Stato" (Borghese, Rosa dei venti, Sogno) a depistaggi, a
progettazioni perfino di attentati stragisti come quello di Trento del 18
gennaio 1971, alla tutela degli interessi stranieri come nel caso dell'abbattimento dell’aereo"Argo 16" nel cielo di Marghera il
22 novembre 1973, o del Dc-9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980.
Sono
le pagine del disonore militare che una forsennata ed interessata propaganda
svolta da tutte le forze politiche, tramite i loro giornalisti, ha cercato
invano di cancellare.
Accanto
alle poche ma significative condanne passate in giudicato, ci sono tante
assoluzioni e
proscioglimenti che anche un profano della materia
processuale nota che sono stati dettati dalla
ragion di Stato e dalla pavidità di chi ritiene che la giustizia sia una
parola vana.
Nella
ricostruzione della guerra
politica italiana non si può fingere che ci siano
stati "incidenti di percorso", "deviazioni" ed
"infedeltà”.
I
nomi dei protagonisti militari sono agli atti, l’elenco delle organizzazioni
create dalla Forze armate, da esse ispirate, ad esse fiancheggiatrici è stato
redatto.
È paradossale che si sia preteso fino ad oggi che una guerra definita, inizialmente, "psicologica",
poi "non ortodossa”, infine divenuta "a
bassa intensità", che ha provocato centinaia di vittime, migliaia di
feriti e decine di migliaia di incarcerati e condannati, sia stato solo un
affare politico e non militare, nel quale al
limite sono stati coinvolti i soli servizi segreti militari e civili e i corpi di polizia, Pubblica
sicurezza e carabinieri, dimenticando che questi ultimi sono sempre stati parte
integrante della Forze armate.
La
guerra politica in
Italia non è stata diretta da politici tecnicamente
sprovveduti, da mestatori ed affaristi, da
neofascisti di scarso livello intellettivo ed infimo livello morale, da avventurieri
alla Sogno o alla
Pacciardi, ma da professionisti della guerra che hanno ritenuto funzionale, ad
un certo momento, rivendicare quel peso politico che il loro ruolo ed i loro
"meriti” rendevano non più procrastinabile nel tempo.
È amaro
constatare come l'Arma dei carabinieri sia stata elevata
con il concorso determinante degli ex comunisti a quarta Arma delle Forze armate, quando viceversa avrebbe dovuto essere ridimensionata per il ruolo
tragico ricoperto nella guerra civile italiana del
secondo dopoguerra.
Oggi, è l’Arma dei carabinieri a ricattare i politici imponendo con totale ed ostentato disprezzo verso
la popolazione e la giustizia che un suo generale, condannato a 14 anni di
reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, rimanga al suo posto di
comando[1].
Ci
sono voluti venti e più anni per assolvere tutti gli ufficiali
dell'Aeronautica finiti alla sbarra per la tragedia di Ustica, ma alla fine
anche quest’Arma ha avuto la sua soddisfazione.
L'intreccio
fra politica e militari, fatto di reciproci ricatti, non permette che sia fatta luce né
giustizia, su una guerra che ci si ostina ancora a
negare, spacciandola per "terrorismo".
Per
negare alle Forze armate italiane nate dalla sconfitta militare, da una
guerra civile,
dal bagno di sangue della primavera del 1945, la
qualifica di "italianità", per additarle come nemiche della Nazione e del nostro popolo, non contiamo
sulle parole ma sui fatti, non quelli descritti negli atti processuali e nei
documenti di archivio, ma quelli iscritti sulle
lapidi dei tanti italiani che sono rimasti uccisi per gli interessi di una
potenza straniera tutelati da una classe politica e da una casta militare mercenarie.
[1] Vinciguerra si riferisce
qui al generale Giampaolo Ganzer, comandante dei ROS: http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_12/ganzer-condanna_77348dd8-8db1-11df-a602-00144f02aabe.shtml.
Su Ganzer si veda anche l’articolo Il
generale Giampaolo Ganzer e la lunga scia di omicidi, suicidi strani e false
inchieste: http://www.agoravox.it/Il-Generale-Giampaolo-Ganzer-e-la.html


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