Maimonide (1135 – 1204)[1]
Moshe ben Maimon (acronimo Rambam) è ritenuto unanimemente una delle figure più significative della storia del pensiero ebraico e probabilmente il più grande codificatore di tutti i tempi.
Nato a Cordova, visse in Marocco, in Palestina e infine in Egitto, dove divenne medico della famiglia del Saladino e fu nominato Nagid (Principe) degli ebrei d’Egitto. Maimonide si occupò di teologia, filosofia e scienze naturali. Per via della sua cultura enciclopedica spesso le comunità della diaspora lo consultavano sui più svariati argomenti. Tra le sue opere ricordiamo la Guida dei Perplessi, l’Epistola agli ebrei dello Yemen, un commentario alla Mishnah e il (o la) Mishne Torah (Seconda Legge, Ripetizione della Legge) o Yad ha-hazaqah (Mano forte), un’imponente e sistematica codificazione della Halacha accolta, pur con qualche riserva, da molte comunità. Ancora oggi la sua autorità è riassunta dal detto: «Da Mosè a Mosè non c’è stato un altro Mosè».
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| Il vero insegnamento di Maimonide... |
Poiché una disamina della questione esula dalle finalità di questa ricerca, ci limitiamo a riportare una pagina illuminante di Jacob Posen (il titolo del paragrafo è: «L’idolatria cristiana»), che sintetizza efficacemente l’atteggiamento del «grande filosofo e teologo» ebreo verso la religione di Giovanni Paolo II: «A causa della sua dottrina della Trinità, Maimonide considera non monoteistica la religione cristiana…Nel Commentario alla Mishnah (Avoda Zara 1: 4) egli afferma invece che le “case di preghiera dei cristiani” sono senza il minimo dubbio da considerare luoghi di idolatria. Le statue di legno e di pietra che, erette nelle chiese, vengono adorate, sono idolatria. Per questa ragione è proibito fare affari coi cristiani la domenica e i giorni di festa religiosa, e ciò seguendo lo stesso criterio per cui la Mishnà interdice agli ebrei le feste pagane. Nella Mishnè Torah (Avoda Zara 9: 4) dice espressamente che gli “edomiti” (vale a dire i cristiani) sono da considerare idolatri. Essendo la domenica il loro giorno di festa, già dal giovedì non si dovrebbe nel paese di Israele commerciare con loro»[3].
La vera natura delle «vie della pace» che, secondo il Pontefice, sarebbero state praticate da Maimonide a beneficio dell’«umanità sofferente» appare chiaramente da quanto scrive David Banon nel suo studio sul messianismo ebraico. Dopo aver sottolineato che, secondo la prospettiva messianica di Maimonide, Israele ritroverà la sua sovranità politica e gli sarà resa la sua regalità, Banon cita un passo del commentario alla Mishnah, sul quale ritorneremo, in cui si dice che nell’èra messsianica tutte le nazioni si riconcilieranno con Israele. Ma subito dopo Maimonide spiega che cosa effettivamente si debba intendere per «riconciliazione»: tutti i paesi serviranno il Re Messia e chiunque oserà ribellarsi a lui sarà schiacciato e consegnato nelle sue mani[4].
[1] Da Gian Pio Mattogno, L’IMPERIALISMO EBRAICO NELLE FONTI DELLA TRADIZIONE RABBINICA, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2009, pp. 57-58. Nelle tre note successive seguo quelle originali del libro.
[2] Messaggio del Pontefice Giovanni Paolo II, in Messaggi di saluto delle Autorità in occasione del Centenario del Tempio Maggiore, Roma, 23 maggio 2004, pp. 3-4. In rete: http://www.nostreradici.it/sinag04-messaggiogpii.htm
[3] J. Posen, Maimonide e il messianismo, in «Lettera internazionale», genn.-giugno 1997, p. 34.
[4] D. Banon, Il Messianismo, Firenze, 2000, p. 34.


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