martedì 30 novembre 2010

Operazione Wikileaks: la cyberguerra di Obama

Il gossip di queste ore sulle presunte “rivelazioni bomba” di Wikileaks mi danno il destro di fare un aggiornamento sulla questione Berlusconi-South Stream.

Innanzittutto, diffidare di Wikileaks: è possibile, se non probabile, che si tratti dell’ennesima operazione false flag del governo americano. In questo senso, la definizione del Ministro Frattini relativa alla diffusione degli ultimi file quale “11 settembre della diplomazia[1] mi sembra, sia pure involontariamente, azzeccata (fatta la tara, naturalmente, della fandonia – propalata dal Ministro – sulla “vulnerabilità” dei sistemi di sicurezza americani).

Già a suo tempo, Webster Tarpley aveva parlato, a proposito della presunta attività “controinformativa” di Wikileaks, di “manipolazione mediatica in stile CIA”[2].

Tutto ciò sembra quadrare con le osservazioni espresse nelle scorse ore dall’hacker Fabio Ghioni, intervistato dal Giornale, secondo cui è impossibile che Assange e Wikileaks “facciano tutto da soli” e che Wikileaks non ha mai pubblicato documenti della CIA ma solo del Pentagono e del Dipartimento di Stato[3].

Per questo, mi sembra un po’ sospetto, da parte di Beppe Grillo, presentare Assange come una sorta di giustiziere informatico dei panni sporchi dei vari governi[4]. Un blogger smaliziato come lui, il quale giustamente fa rilevare che “le potenze internazionali, con gli Stati Uniti in prima fila, stanno muovendo le loro pedine sullo scacchiere della penisola come fecero nel 1992, che le mafie saranno ripagate per l’eventuale lavoro sporco, che la massoneria sta scegliendo i sempreverdi uomini nuovi”, dovrebbe prendere in considerazione, quanto meno come ipotesi, che le "rivelazioni" targate Wikileaks facciano parte del gioco in corso, con gli Stati Uniti nel ruolo delle presunte vittime, all'insegna del ben noto "chiagni e fotti".

Motivo in più per diffidare anche di Beppe Grillo, tenuto conto del suo spin doctor: la Casaleggio Associati[5].

Insomma, è verosimile che la guerra di Obama contro Internet di cui si è parlato anche in Italia nei mesi scorsi[6], faccia parte di una più ampia guerra informatica del governo americano a sostegno del proprio declinante impero, in cui l’Operazione Wikileaks avrebbe un ruolo analogo a quello avuto negli anni scorsi dall’11 settembre, nonostante il livello deludente delle informazioni diffuse finora.

Visto infatti che, come si dice, in cauda venenum, per quanto riguarda le vicende di casa nostra forse il peggio deve ancora venire. Come riportano in queste ore i giornali, il segretario di Stato Hillary Clinton aveva chiesto a suo tempo ai suoi ambasciatori a Mosca e a Roma di informarla su “eventuali business comuni” di Putin e Berlusconi. Notizie da utilizzare eventualmente per inceppare l’ingranaggio del gasdotto South Stream.

Le preoccupazioni in proposito del premier sono quindi giustificate:

“«
Figuriamoci ha detto a un ministro che lo ha cercato ad Arcore – se qualche pm in vena di protagonismo adesso non proverà a mettermi in mezzo». L’incubo è finire indagato sulla base dei documenti americani, che magari potrebbero contenere notizie di reato. Oppure vedere il nome di qualche suo collaboratore, di quelli che più hanno seguito il dossier Mosca, finire «in pasto ai giornali e alla magistratura»[7].

Timori giustificati anche alla luce di quanto sta capitando a Finmeccanica, azienda leader italiana nell’alta tecnologia, attualmente nel mirino di ben 5 (!) procure[8]. Traversie cui non sembra estraneo il solito Cefis-Tremonti:

“I nemici del presidente [Guarguaglini] non attendevano altro: gli americani, Giulio Tremonti, e pure la Lega, che vuole da tempo più potere nelle scelte aziendali, hanno cominciato a diffondere la voce che Guarguaglini fosse «al capolinea», mentre Emma Marcegaglia ha subito bloccato la sua nomina (data per certa) al vertice di Confindustria”[9].

Segnalo, sul caso Finmeccanica, l’eccellente articolo La floscia spada della prode Gabanelli all’assalto di Finmeccanica[10], pubblicato nei giorni scorsi dal blog “Conflitti e strategie”. E, in particolare, la sagace risposta alle maliziose critiche della conduttrice di “Report” all’acquisto, da parte di Finmeccanica, della DRS Technologies Inc, società statunitense d’importanza strategica nella tecnologia degli armamenti. L’autore del pezzo riporta l'accusa della Gabanelli – “Guarguaglini, pagando la DRS 3 miliardi e mezzo di euro, ha gravato i suoi successori di un debito ingente da estinguere sino al 2022” – e giustamente osserva:

“Singolare impostazione, peraltro: si valuta un affare di questa portata economica (ed a volerne tacere quella strategico-politica), non quale investimento patrimoniale di Finmeccanica in immobilizzazioni, generatore o meno di reddito futuro (semmai era questo l’aspetto da stimare), bensì quasi come un debito personale di Guarguaglini, che lo stesso avrebbe scaricato sui suoi successori-persone fisiche. Bocciata in ragioneria, e per di più nei suoi fondamentali, dottoressa Gabanelli”.

È curioso notare come il genere di rimprovero della Gabanelli sia lo stesso, a quanto pare, addebitato da Tremonti al malcapitato Guarguaglini:

“Qualcuno dice che Tremonti non avrebbe mai digerito il modo con cui Guarguaglini avrebbe condotto l’operazione di acquisizione di Drs, l’azienda Usa leader nel settore dei servizi e dei prodotti elettronici per la difesa. Drs è costata alla semi-pubblica Finmeccanica 5,2 miliardi di dollari e il numero uno di via XX Settembre - alle prese con la tenuta dei conti dello Stato - si sarebbe lamentato con i suoi collaboratori della scarsa informazione, da parte di Guarguaglini, sulla “costosa” acquisizione di Drs”[11].

Rammento che all’epoca, l’analista militare Andrea Nativi concordava sul fatto che “L’acquisto, a fine 2008 di Drs Technologies è stato azzeccato: Drs si sta «pagando da sola» grazie ai suoi risultati e si è rivelata un buon affare anche sul piano finanziario, visto l’andamento dei cambi.Consente, infatti, l’accesso con un volto «americano» al più importante mercato della difesa, tra l’altro sempre più protezionistico”[12].

Tempi cupi per Finmeccanica: sempre a detta di “Conflitti e strategie”, “Tremonti ha prospettato la necessità di un ripiegamento di Finmeccanica sul mercato interno, con un correlativo ridimensionamento sullo scenario internazionale”. Ridimensionamento di cui certo non si era parlato prima delle suddette indagini penali.

Qualcuno vorrebbe replicare lo stesso giochetto con il gasdotto South Stream. Sull’argomento, è uscita oggi un’interessante intervista a Massimo Ciancimino (che si è occupato in passato di business del gas) sul Fatto Quotidiano[13], che a domanda (“Hillary Clinton, secondo Wikileaks, chiede se Berlusconi abbia interessi in comune con Putin nell’energia. Lei cosa ne pensa alla luce della sua esperienza?”) risponde:

“Il contratto dell’Eni per l’importazione del gas è un segreto di stato e il margine di guadagno è enorme. Secondo me Berlusconi sta aiutando società a lui vicine e non mi stupirei se ci fosse una fondazione russa finanziata da qualche impresa coinvolta nell’affare”.

Al di là della sfortunata esperienza personale di Ciancimino – della quale mi dolgo sinceramente, e non è un’espressione di circostanza – è chiaro che giornali come il Fatto (che considerano il gas russo “un’antica maledizione della politica italiana”[14]) fanno di tutto per dare l’imbeccata giusta a qualche altra solerte procura.

Sulla vicenda Putin-Berlusconi, peraltro, già nel 2007 Maurizio Blondet parlava delle “mega-tangenti da assegnare a Putin e alla sua controparte italica (nel settore petrolifero funziona così)”[15]. Personalmente, tangenti del genere, data l’importanza epocale del progetto in questione, non mi scandalizzano affatto. A chi si scandalizzasse, propongo di meditare su un altro fattore, ben altrimenti preoccupante, la cui esistenza viene regolarmente sottaciuta dai moralisti italiani al servizio dello zio Sam: i cittadini italiani sul libro paga della CIA.

Quelli pagati per perseguire l'interesse degli Stati Uniti a discapito dell'interesse nazionale.

Ne parlò a suo tempo l'importante libro di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi L’assassinio di Enrico Mattei[16], da cui venne tratta la sceneggiatura del film di Francesco Rosi Il caso Mattei. Dal libro in questione, cito un brano dell’intervista rilasciata al giornalista Franco Prattico del settimanale Vie Nuove (4 gennaio 1968), dall’ex direttore della rivista Paris Review, David Humes (p. 170):

“Gli agenti della CIA sono dappertutto, anche qui in Italia. Sono nel posto che meno vi aspettereste. Riescono a reclutare informatori in qualsiasi ambiente. Tra gli intellettuali e gli studenti hanno trovato anche la strada della droga: basta abituare un ragazzo a fumare l’hascish per poterlo ricattare tutta la vita e farne uno strumento. Qui da voi, in Italia, a Roma, ce ne sono centinaia: nei vostri ministeri, nella polizia, nell’esercito e anche in certi ambienti di opposizione”.
[1] http://www.ilgiornale.it/esteri/wikileaks_frattini_e_l11_settembre_diplomazia_i_pm_roma_valutiamo_se_ci_sono_estremi_reato/usa-politica-berlusconi-wikileaks-reato-file-11_settembre-procura/28-11-2010/articolo-id=490127-page=0-comments=1
[2] http://www.youtube.com/watch?v=i_noXUq4anc
[3] http://www.grey-panthers.it/2010/11/la-rassegna-stampa-wikileaks-il-vero-volto-dei-potenti/
[4] http://www.beppegrillo.it/2010/11/27/wikileaks_e_la_fuga_di_notizie.html
[5] http://temi.repubblica.it/micromega-online/grillo-e-il-suo-spin-doctor-la-casaleggio-associati/
[6] Vedi, ad esempio: http://www.stampalibera.com/?p=14373 , come pure: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=34737
[7] “Le rivelazioni? Mi sono fatto una risata. Sono solo giudizi di una funzionaria Usa”, in la Repubblica, lunedì 29 novembre 2010, p. 4.
[8] http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sistema-finmeccanica/2128186
[9] Ibidem.
[10] http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23647147/la-floscia-spada-della-prode-gabanelli-allassalto-di-finmeccanica-di-e-ricciardi
[11] http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/304291/
[12] http://www.ilgiornale.it/economia/asse_boeing-finmeccanica_lelicottero_obama/08-06-2010/articolo-id=451357-page=0-comments=1
[13] p. 5.
[14] La definizione è di Giorgio Meletti nell’articolo “AFFARI “CANAGLIA””, a p. 4.
[15] Maurizio Blondet, STARE CON PUTIN?, Effedieffe Edizioni, Milano 2007, p. 194.
[16] Ristampato in seconda edizione a cura di Paolo Cucchiarelli, SELENE EDIZIONI, Milano, 2005.

lunedì 29 novembre 2010

Luigi De Magistris era meglio come magistrato

Qualche giorno fa Luigi De Magistris ha rilasciato un’intervista assai significativa – ASPETTIAMOCI UNA NUOVA STAGIONE DI BOMBE. INTERVISTA A LUIGI DE MAGISTRIS[1] - che segna un punto di non ritorno rispetto al suo precedente ruolo istituzionale. Se infatti, quando era magistrato, De Magistris aveva il merito di indagare a 360 gradi, adesso, da politico, colpisce solo a 180 gradi.

Per capirci, è giusto - nella detta intervista - puntare il dito sul rapporto tra mafie e poteri occulti. È giusto riferirsi alla “delegittimazione a mezzo stampa, alla violenza morale, ai proiettili istituzionali, al cosiddetto uso illegittimo del diritto” (chiaro il riferimento, oltre che al suo caso personale, a quello di magistrati come Gabriella Nuzzi[2], che stavano indagando proprio sulla sottrazione subita a suo tempo da De Magistris delle sue inchieste). Giusta anche la menzione delle “cricche” e dell’inchiesta sulla P3, una vicenda “che è inquietante soprattutto perché vede coinvolti un numero enorme di magistrati che rivestono ruoli apicali”.

Quando però De Magistris attribuisce[3] la deriva criminosa in questione ai “poteri deviati” e alle “massonerie deviate” (evidentemente contrapposte a massonerie “per bene”) si capisce che ha ormai passato il guado della politica politicante.

Proprio uno come De Magistris, che a suo tempo condusse un’inchiesta da paura[4] sul massone NON deviato Giancarlo Elia Valori (e che per questo ha subìto il trattamento di cui sopra) dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che la suddetta espressione non è solo fuorviante ma anche mistificante. Ma non li vede, De Magistris, i personaggi che festeggiano regolarmente Valori alla presentazione dei suoi libri[5]? Avi Pazner, Gideon Meir, Elio Toaff, Riccardo Di Segni, Paolo Savona…: “deviati” anche loro? Via, siamo seri!

Trovo poi decisamente unilaterale attribuire, come fa l’ex magistrato, la corruzione presente nelle istituzioni - che è trasversale per definizione (come dimostrarono a suo tempo proprio le inchieste “Why Not”[6] e “Toghe lucane”[7]) - unicamente allo schieramento berlusconiano, al quale De Magistris arriva addirittura ad addossare il pericolo di una nuova strategia della tensione!

Qui l’europarlamentare dimostra, oltre ad una seria inadeguatezza di analisi, anche quella perdita di obbiettività rimproveratagli recentemente da Clementina Forleo:

“Come vedi”, così gli scrive la nota giudice – “dunque, non è solo un problema “tuo” quello di difendersi a vita per essere stati “scomodi”. Con l’amara differenza che nel mio caso, come nel caso di Carlo Vulpio, gli attacchi di cui parli – come i vergognosi e omertosi silenzi sugli stessi – vengono proprio da persone con cui hai preso ad accompagnarti e da ambienti che hai preso a reputareamici””[8].

De Magistris sbaglia ad imputare a Berlusconi il rischio di una nuova violenza stragista. Quella violenza, storicamente, in Italia, è sempre arrivata su imput di quegli ambienti ovattati, altolocati, magari vellutati che, ormai è notorio, Berlusconi lo detestano. Ambienti come quello, tanto per intenderci, della sede NATO di Bruxelles che, tra le varie sale, ne ha una dedicata proprio a Federico Umberto D’Amato[9], il capo di quell’Ufficio Affari Riservati del Viminale indissolubilmente legato alla detta strategia della tensione[10].

De Magistris sbaglia a interpretare in chiave unicamente italiana (e berlusconiana) il tema del rapporto politica-mafia, ignorando a bella posta gli storici legami di quest’ultima con il governo americano e con la NATO. Il tema meriterebbe una trattazione ad hoc. Qui bastino due esempi, uno storico e uno d’attualità.

Esempio 1. Nel paragrafo “La seconda guerra mondiale”, inserito nella voce “Cosa Nostra” di Wikipedia[11], leggiamo:

“Durante la seconda guerra mondiale, numerosi boss italoamericani, in carcere negli USA (Lucky Luciano e Vito Genovese, per citare i più noti), furono contattati dai servizi segreti americani, chiamato all'epoca OSS (Office of Strategic Service), per essere impiegati con la promessa della libertà al fine di assicurare agli alleati il controllo sull'isola. Non furono contattati solo boss americani ma anche italiani, come Vincenzo Di Carlo, Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo.
Questi contatti avevano lo scopo di facilitare lo sbarco alleato sulle coste siciliane e successivamente, quando il controllo dell'isola era affidato agli alleati, a mantenere l'isola stabile dal punto di vista politico. In particolar modo, quando l'isola tornò sotto il controllo italiano, la mafia fu utilizzata, e quindi involontariamente le si permise di riprendersi dopo l'era di Mori, in funzione anti-comunista”.

A parte il termine “involontariamente”, il resto è ineccepibile. La detta “funzione anticomunista” è proseguita poi nei decenni successivi, con il carico di sangue che conosciamo.

Esempio 2, di stretta attualità. De Magistris ha citato le “recenti intimidazioni ai magistrati calabresi e allo stesso Procuratore della Repubblica”. Forse gli è sfuggito che, proprio nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata calabrese, il mese scorso la Polizia ha rinvenuto – durante un’operazione nel quartiere “Archi Cep” di Reggio Calabria – 400 munizioni da guerra, la cui gran parte portava il marchio NATO[12]. Non so a De Magistris, ma a me, quando ho letto dell’episodio in questione, la memoria, chissà perché, è corsa alle casse di munizioni siglate NATO dell’arsenale di Castelfranco Veneto, quello legato alla strage di Piazza Fontana[13].

Tra questi due estremi cronologici, abbiamo 60 anni di “misteri” – i cosiddetti “misteri” italiani – in cui la connection mafio-massonico-atlantica è una costante. Riferire i primi due termini dell’intreccio omettendo regolarmente il terzo (le ingerenze americane) non è corretto da parte di De Magistris e di chi, come lui, sembra ossessionato solo dalla malefatte di Berlusconi.

Inoltre, i termini equivoci "poteri deviati" e "massonerie deviate" perpetuano un analogo equivoco, quello degli immancabili “servizi deviati”.

A proposito di questi ultimi, mi sono spesso chiesto: ma non sarà che la locuzione “servizi deviati” è un paralogismo messo avanti per evitare, in modo preventivo, che l’opinione pubblica associ le predette stragi ad altolocate cariche istituzionali? Perché, come si sa, i primi referenti dei servizi, per lo meno dal 1977, sono i Presidenti del Consiglio: sono loro ad essere responsabili di eventuali deviazioni, quanto meno oggettivamente (principio della responsabilità oggettiva). Guarda caso, l’unico giudice che a suo tempo ebbe l’ardire di associare esplicitamente il nome di un Presidente del Consiglio (Rumor) ad una strage (quella di Piazza Fontana) subì dai suoi colleghi un trattamento non dissimile da quello citato all’inizio di questo pezzo.

Sto parlando di Guido Salvini[14].

Comunque, visto che siamo in tema, desidero esprimere la mia personale gratitudine di cittadino a Gianni Letta: da quando è lui ad avere la delega dei servizi, questi ultimi hanno smesso di essere “deviati”. Non architettano più stragi (al massimo qualche patacca: il finto documento di Santa Lucia sulla casa di Montecarlo[15], il finto attentato a Belpietro). Le ultime stragi italiane sono avvenute, infatti, in coincidenza di governi tecnici (Ciampi) o paratecnici (Amato), non certo sotto le presidenze berlusconiane.

Qualcuno a questo punto, come ha fatto ieri Beppe Grillo sul suo blog, potrebbe imputare a Letta (e a Berlusconi) la responsabilità del famigerato Nigergate[16], la produzione cioè dei falsi documenti serviti a suo tempo a George W. Bush come giustificazione dell’aggressione all’Iraq del 2003. Se la cosa fosse vera sarebbe gravissima ma, trattandosi di campagna di stampa lanciata all’epoca da “Repubblica” – proprietà di quel Carlo De Benedetti che lo stesso Beppe Grillo afferma essere “uomo degli americani”[17] - la cautela è d’obbligo. Tanto più che un esperto di intelligence quale Gianni Cipriani ha definito la presunta patacca del SISMI “inverosimile” e una “ritorsione americana per il caso Calipari e – più in generale – per la gestione della vicenda ostaggi in Iraq, che ha fortemente irritato Washington”[18].

In quell’occasione, “Repubblica” attribuì direttamente al governo la responsabilità dei (presunti) illeciti del SISMI. Evidentemente, l’unico Presidente del Consiglio per cui non vale il paralogismo dei “servizi deviati” è proprio Berlusconi, l’unico – per i suoi accusatori – per il quale vale sempre il principio che “non poteva non sapere”.

In realtà, da questo punto di vista - Gianni Letta, come detto, si è dimostrato una sicurezza - mi sembra che, più di Berlusconi, bisognerebbe temere i suoi nemici. Certo, se Berlusconi dovesse perdere la Presidenza del Consiglio, perderebbe anche il controllo dei servizi, e allora il discorso potrebbe cambiare…

[1] http://www.antimafiaduemila.com/content/view/31755/78
[2] http://toghe.blogspot.com/2009/01/gabriella-nuzzi-lascia-lanm.html . Vedi anche l’intervista alla dr. Nuzzi: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12864/78/
[3] “Penetrazioni che avvengono con il sorriso, con la cravatta, con la carta di credito, con i professionisti e con la borghesia mafiosa. Penetrazioni invisibili e per questo difficili da quantificare, ma sicuramente enormi. E a fare da collante sono i poteri deviati, le massonerie deviate e i poteri occulti”.
[4] http://andreacarancini.blogspot.com/2009/12/oliviero-diliberto-il-komunista.html
[5] http://archiviostorico.corriere.it/2007/maggio/22/Toaff_imam_Bernabei_per_libro_co_8_070522001.shtml
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Why_not
[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_de_Magistris
[8] http://carlovulpio.wordpress.com/2010/11/14/lettera-aperta-di-clementina-forleo-gip-di-cremona-allex-pm-di-catanzaro-ora-eurodeputato-idv-rinviato-a-giudizio-per-omissione-di-atti-dufficio-non-aver-indagato-su-altri-magistrati-di-lecce-e/
[9] http://blog.paperogiallo.net/2010/05/lo_sbirro_gourmet.html
[10] http://masaghepensu.splinder.com/post/22793520/SPIE+DI+CASA+NOSTRA...+++Dall
[11] http://it.wikipedia.org/wiki/Cosa_Nostra
[12] http://forum.politicainrete.net/regno-delle-due-sicilie/82996-la-nato-arma-la-mafia.html
[13] http://www.reti-invisibili.net/piazzafontana/
[14] http://archiviostorico.corriere.it/1998/febbraio/11/Stragi_decise_Usa_Rumor_sapeva_co_0_9802118306.shtml
[15] http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/la-stamperia-di-stato-di-saint-lucia-il-documento-tulliani-e-una-patacca/64006/
[16] http://it.wikipedia.org/wiki/Nigergate
[17] http://www.beppegrillo.it/2010/11/27/wikileaks_e_la_fuga_di_notizie.html
[18] http://www.giannicipriani.it/Articoli/03_novembre_2005.htm

domenica 28 novembre 2010

Klaus: il futuro dell'eurozona non prevede la democrazia

L’EURO SOPRAVVIVERA’ A PREZZO DELLA STAGNAZIONE E DELLA PERDITA DELLA DEMOCRAZIA, DICE KLAUS

ČTK25 Novembre 2010[1]

Praga, 24 Novembre (CTK) – L’euro sopravviverà ai problemi attuali, ma a prezzo della realizzazione di un’unione politica e di bilancio, che condurrà ad una perdita dei principi democratici, ha detto ieri a Praga il Presidente ceco Vaclav Klaus, durante un dibattito all’Università di Scienze Economiche.

Tutto ciò sarà accompagnato in Europa da una stagnazione economica a lungo termine, ha detto Klaus.

“L’euro continuerà a esistere e non ho ragione di congetturare se ciò avverrà nello stesso numero di paesi, la cosa non è importante”, ha aggiunto.

“Ma avverrà a prezzo di grandi trasferimenti fiscali e distribuzioni intercontinentali, il che significa la realizzazione dell’Unione Fiscale Europea (EFU) e l’allontanamento dai principi della democrazia, e cioè a vantaggio dell’Unione Politica Europea (EPU)”, ha detto Klaus.

“Tutto ciò sarà pagato con una stagnazione a lungo termine dell’economia europea”, ha aggiunto.

È possibile che l’unione politica e di bilancio funzionerà, secondo Klaus.

“Ma senza democrazia e a prezzo della realizzazione di un governo europeo centrale autoritario”, ha aggiunto.

Ma Miroslav Sevcik, della Facoltà di Economia Nazionale all’Università di Scienze Economiche, ritiene che l’eurozona nella sua forma attuale cesserà di esistere nel giro di 10 o 15 anni.

“Una soluzione ottimale sarebbe lo smantellamento dell’eurozona esistente e la preparazione di un nuovo progetto economico in cui sarebbe presente solo il cosiddetto “hard core”, e cioè la Germania, l’Austria, il Belgio, l’Olanda, e il Lussemburgo”, ha detto Sevcik.

Klaus ha detto che l’idea che l’eurozona crollerà è solo un’illusione.

“I politici europei sono pronti a pagare qualunque prezzo per sostenere il progetto dell’euro”, ha detto.

Klaus ha fatto notare il fatto che oggi nelle riunioni della UE si discute solo della graduale realizzazione di una politica di bilancio comune.

Ma la realizzazione della cosiddetta EFU sarà un processo lungo durante il quale la sovranità dei bilanci sarà sottratta in modo progressivo ai paesi.

Klaus ha ripetuto anche che il progetto dell’euro è in primo luogo un progetto politico – rischioso – e solo in secondo luogo un progetto economico, e che durante la sua realizzazione i meri argomenti e teorie economici non verranno presi in considerazione.

[1] http://www.praguemonitor.com/2010/11/25/euro-will-survive-cost-price-stagnation-loss-democracy-klaus-says

Gli ultimi sviluppi sul caso Williamson-Nahrath

Ecco gli ultimi sviluppi del caso Williamson-Nahrath, che abbiamo ricevuto ieri da fonte attendibile.

Caso Williamson-Nahrath
venerdì 26 Novembre 2010

Una nota esponente del revisionismo aveva assistito in Germania al processo del giovane Kevin Käther, dove aveva potuto vedere all’opera l’avvocato Nahrath. Al suo ritorno, questa persona informa Mons. Williamson, gli descrive l’ottima prova di quest’avvocato e gli consiglia di assumerlo. “That is the man for you!” (È l’uomo che fa per voi!). Il Vescovo contatta l’avvocato, che accetta l’incarico. Mons. Williamson, che ignora totalmente i coinvolgimenti politici, passati e presenti, dell’avvocato, non si aspetta assolutamente la reazione dei media e la campagna di demonizzazione che si scatenerà di lì a poco.

Egli quindi contatta quello che fino ad allora era stato il suo avvocato, Matthias Lossmann, per metterlo al corrente della propria scelta. Costui si rifiuta di collaborare con un avvocato di destra. Mons. Williamson lo ringrazia, e gli ritira l’incarico.

L’avvocato Nahrath informa la giudice, signora Eisvogel, giovedì 18 Novembre, sul suo fax personale, che l’avvocato Lossmann ha rinunciato all’incarico e che è lui ad averlo sostituito. La giudice comprende il cambiamento e accetta di rinviare il processo in modo che Nahrath possa studiare le carte.

Esattamente 30 minuti dopo lo scambio di fax con la giudice, Nahrath riceve una telefonata dallo “Spiegel” che gli chiede cosa sta succedendo. Chi dunque poteva sapere che l’avvocato Nahrath era stato assunto se non Lossmann e il collega di quest’ultimo Krah, i cui buoni rapporti con lo “Spiegel” non sono un sergeto? La stampa si getta sul caso e lancia una campagna di demonizzazione.

Quando la notizia dell’incarico al nuovo avvocato esplode sui media, Mons. Fellay, da Roma dove si trova, contatta un sacerdote in Irlanda quello stesso giovedì sera: “[Mons. Williamson] ha assunto un avvocato neo-nazista, lo dovrò espellere!”. Il sacerdote si propone per andare, l’indomani, da Williamson per cercare di ricomporre la situazione. Williamson fa colazione con il sacerdote e, nel primo pomeriggio di venerdì, invia a Mons. Fellay una email in cui dichiara che, per il bene della Fraternità e solo per questo, rinuncia a perseguire il proprio appello davanti alla giustizia tedesca, e che di fronte alla minaccia di espulsione rinuncia dunque ad avvalersi di Nahrath. Aggiunge che se Menzingen (sede della Fraternità) vuole pagare l’ammenda, ciò sarebbe una gentilezza. Risposta immediata di Mons. Fellay: “Deo Gratias! Pagheremo l’ammenda”.

Il giorno successivo, sabato 20 Novembre, malgrado questo scambio di email con cui Mons. Williamson aveva rinunciato sia all’avvocato che all’appello, Mons. Fellay fulmina in pubblico e umilia il suo Vescovo davanti al mondo intero con la pubblicazione su Internet – su DICI, l’organo ufficiale della Fraternità - del famoso comunicato della Casa Generalizia , firmato dal padre Thouvenot, segretario generale della medesima Fraternità[1]. Mons. Williamson contatta allora di nuovo Mons. Fellay – sempre per email – per dirgli che rinuncia all’avvocato ma continua con l’appello; tale decisione viene accettata dal superiore, che riconosce al Vescovo il diritto di difendersi.

Il lunedì successivo, 22 Novembre, Mons. Williamson cerca invano per tre volte di telefonare a Mons. Fellay per avere delle spiegazioni sul comunicato di Thouvenot. Viene quindi a sapere, da un altra email della Fraternità, che Mons. Fellay ha fatto queste dichiarazioni pubbliche perché il mondo sappia che la Fraterenità non ama i neonazisti! In tutta questa vicenda, Mons. Williamson non è mai riuscito a parlare con Mons. Fellay.

In seguito all’intervento del sacerdote venuto dall’Irlanda il venerdì, seguito il giorno dopo dal brutale e inatteso ultimatum del padre Thouvenot, Mons. Williamson si è separato dunque, in termini amichevoli, dall’avvocato Nahrath. Benchè tali decisioni possano apparire come una capitolazione, il seguente proverbio non esprime forse la filosofia del Vescovo: “A willow will bent whereas an oak will snap and break” (il salice si piega, la quercia si spezza e si rompe)? Questo per dire che Mons. Williamson si è sottomesso perché non vuole farsi espellere dalla Fraternità: in realtà, pensa che può fare del bene più dentro che fuori. Nonostante la questione del revisionismo sia molto importante, restare nella Fraternità per lui è vitale. Aveva scelto Nahrath in buona fede, poiché la persona che lo aveva consigliato era convinta che era questo l’avvocato che ci voleva, sia per il suo valore professionale che per l’esperienza. Lungi dall’aspettarsi le reazioni immediate e violente dei media.

Ieri, venerdì 26 Novembre, Mons. Williamson ha affidato il proprio mandato ad un nuovo avvocato. Costui è politicamente neutro e la sua presenza non dovrebbe “offendere” nessuno. Ha inoltre un’eccellente reputazione professionale. Avendo accettato l’incarico, deve nel frattempo prendere conoscenza delle carte e poi contattare la giudice. A quel punto verrà fissata la nuova data del processo d’appello.
[1] http://andreacarancini.blogspot.com/2010/11/mons-williamson-nomina-un-altro.html

sabato 27 novembre 2010

Sylvia Stolz sotto processo il 2 Dicembre 2010

Martedì 16 Novembre ha avuto luogo, davanti alla terza camera della Corte di giustizia degli avvocati (Consiglio di disciplina?) della Baviera, l’udienza di appello riguardante l’interdizione professionale di 5 anni inflitta nel 2008 all’avvocato tedesco Sylvia Stolz, la “Giovanna d’Arco tedesca”: per aver voluto, nel corso della sua difesa del tedesco-canadese Ernst Zündel, dimostrare l’esattezza delle convinzioni revisioniste da lei condivise con il suo cliente, era stata condannata, il 14 Gennaio 2008, a 3 anni e mezzo di prigione per istigazione all’odio razziale e a 5 anni d’interdizione professionale; era stata imprigionata subito dopo la pronuncia della condanna.

Sylvia Stolz aveva chiesto che l’udienza del 16 Novembre venisse rinviata ad una data successiva alla sua uscita dal carcere, prevista per l’Aprile del 2011, tenuto conto del fatto che costei in carcere non dispone di alcun documento per imbastire la propria difesa. Ma questa richiesta le è stata rifiutata. È dunque Ludwig Bock, che l’aveva già difesa nel processo del Gennaio 2008, che ha dovuto ancora assicurare la sua difesa.

L’udienza del 16 Novembre – che avrebbe dovuto aver luogo a porte chiuse – è iniziata alle ore 10 e 35 e, dopo un quarto d’ora abbondante, il presidente Franz Lutz ha autorizzato l’ingresso di una dozzina di persone, tra le quali il giornalista Tobias-Raphael Bezler.

L’avvocato di Sylvia Stolz ha presentato una nuova richiesta di rinvio che, dopo l’intervento del procuratore, è stata respinta dal presidente. Dopo di che ha avuto luogo l’interminabile lettura del giudizio di prima istanza. Sylvia ha avuto la possibilità di esporre le ragioni per le quali ha presentato appello.

La prossima udienza avrà luogo giovedì 2 Dicembre 2010, alle ore 10 nella sala 336/III del Tribunale degli avvocati (?) della Baviera, Prielmayrstr. 5, a Monaco.

Ricordiamo l’indirizzo della prigioniera:

Avvocato Sylvia Stolz
JVA
Münchener Str. 33
D-86551 Aichach
Germania

venerdì 26 novembre 2010

Al-Qaeda: al servizio dell'occupazione della Palestina

LA TEMPISTICA DEL MASSACRO DI CRISTIANI IN IRAQ DA PARTE DI AL QAEDA SCELTA PER AIUTARE GLI ISRAELIANI[1]

Nota di Michael Hoffman: un giorno, probabilmente in un lontano futuro, vi sarà una rivelazione pubblica sui media che “Al Qaeda” è un’operazione sotto falsa bandiera, creata, guidata e diretta ai vertici da certe agenzie di intelligence occidentali.

Il massacro di cristiani da parte di Al-Qaeda: facilitare e spalleggiare l’occupazione della Palestina

Di Maidhc Ó Cathail/ Dissident Voice
[2]/ 20 Novembre 2010

Se dovessimo credere alla voce di quelle registrazioni di Osama bin Laden, il fantomatico leader di Al-Qaeda sarebbe profondamente preoccupato per la Palestina. Eppure, l’azione della rete terroristica che lui presuntamente ancora dirige, smentisce anche troppo spesso le sue proteste di preoccupazione per i suoi “fratelli” sotto l’occupazione israeliana.

Il massacro di cristiani iracheni nella chiesa di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad induce anche a interrogarsi sulle affermazioni che il gruppo “ha un grande senso del tempismo”. Il massacro dei fedeli cattolici è avvenuto solo una settimana dopo che i leader ecclesiastici di tutto il Medio Oriente avevano vigorosamente condannato l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele.

Più di 200 esponenti di 14 chiese diverse si erano riuniti a Roma per un sinodo papale al fine di esprimere la preoccupazione per l’esodo dei cristiani dalla regione. Tuttavia, come ha osservato un commentatore, “Ripetutamente, hanno rivolto il dibattito…verso la questione palestinese”.

Nel loro comunicato finale, i vescovi hanno esortato la comunità internazionale ad applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a intraprendere “le necessarie misure legali per porre fine all’occupazione dei vari territori arabi”. È significativo il fatto che abbiano accusato l’occupazione israeliana di aver provocato tensioni che hanno condotto all’esodo dei cristiani dal Medio Oriente.

In una successiva conferenza stampa, l’arcivescovo responsabile della commissione che ha redatto il comunicato, Cyrille Salim Butros, ha respinto tutte le giustificazioni bibliche per il progetto sionista. “Il concetto di terra promessa non può essere usato come base per la giustificazione del ritorno degli ebrei in Israele e per l’espulsione dei palestinesi”, ha detto. “Le sacre scritture non dovrebbero essere usate per giustificare l’occupazione della Palestina da parte di Israele”.

Prevedibilmente, Tel Aviv non è stata punto soddisfatta di questa seria sfida alla legittimità del preteso stato ebraico. Il giorno seguente, il vice-Ministro degli Esteri Danny Ayalon ha rilasciato una dichiarazione di condanna del vescovo. Il sinodo, ha detto, era stato “monopolizzato da una maggioranza anti-israeliana”, che lo aveva ridotto a “forum per attacchi politici contro Israele nella migliore tradizione della propaganda araba”. In particolare, il suo governo era “inorridito” dai “vergognosi commenti” dell’Arcivescovo Butros, descritti come “una calunnia contro il popolo ebraico e lo Stato di Israele”.

Una settimana dopo, l’Anti-Defamation League cercava di portare Papa Benedetto XVI dalla parte di Israele. Esprimendo condoglianze per le uccisioni di Baghdad, i leader dell’ADL hanno chiesto al Papa di “fare fronte comune per eliminare ogni forma di terrorismo compiuto in nome della religione” e di “servirsi dell’autorità morale della Chiesa per impedire che Israele sia fatto diventare un paria dai suoi nemici”.

Ma con l’occupazione israeliana sottoposta ad una tale censura da parte di Roma, era un momento davvero strano - da parte di dichiarati sostenitori della causa palestinese - per massacrare dei cattolici in Medio Oriente. In realtà, molti musulmani iracheni hanno dei “sospetti” sull’opaca scelta dei capi di al-Qaeda di prendere di mira persone “fondamentalmente estranee” allo scontro settario scatenato nel paese dopo l’invasione.

In realtà, se c’è qualcuno che ha tratto vantaggio dal massacro nella chiesa è stato Israele. Questo attacco contro la minoranza cristiana, che ricorda gli attacchi contro gli ebrei iracheni da parte del movimento sionista clandestino negli anni ’50, è stato chiaramente concepito per indurre costoro a fuggire dal paese in cui hanno vissuto per due millenni in relativi pace e benessere.

L’eliminazione di una presenza cristiana dalla regione a maggioranza musulmana eliminerebbe il modello della coesistenza quale alternativa attuabile alla visione del mondo basata sullo “scontro di civiltà”. “Concentrando l’attenzione su un conflitto diretto ed eterno tra l’occidente e l’Islam”, sostiene M. Shahid Alam nel suo nuovo libro, la tesi dello scontro mira ad “assolvere Israele dall’accusa di fungere da principale fonte e vettore di tale conflitto”.

Inoltre, il massacro dà credito alla narrativa israeliana sul motivo per cui i cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente. In un rapporto del 2006 della Foundation for the Defense of Democracies - fanaticamente pro-Israele – intitolato “L’esodo dei cristiani dal Medio Oriente”, Jonathan Adelman e Agota Kuperman concludevano: “Il singolo fattore più importante di questa emigrazione è l’Islam radicale”.

Ironicamente, era stato un rappresentante di Baghdad a suggerire, nel sinodo, un modo per incoraggiare i migranti dal Medio Oriente a tornare in Palestina. L’Arcivescovo armeno Emmanuel Dabbaghian ha proposto che ogni vescovo dovrebbe fare una visita annuale in Terra Santa. “Il flusso di pellegrini in Terra Santa”, ha detto, “convincerebbe coloro che sono emigrati a tornare nella loro patria”. Dato il timore per “la minaccia demografica araba”, un tale sviluppo sarebbe visto con angoscia da Tel Aviv.

“Israele, lo Stato ebraico, è fondato su una maggioranza ebraica, decisiva e stabile, di almeno il 70%”, ha scritto Michael Oren, l’ambasciatore di Israele negli stati Uniti, in un articolo del 2009 sulla rivista Commentary. “Qualunque soglia più bassa, e Israele dovrà decidere se essere uno stato ebraico oppure uno stato democratico”. Eppure, tutto ciò è un miglioramento, rispetto all’”almeno l’80% di ebrei” che David Ben-Gurion riteneva necessario per “uno stato attuabile e stabile” alla vigilia della premeditata pulizia etnica dei cristiani e dei musulmani palestinesi.

In contrasto con gli sforzi di al-Qaeda per creare un abisso tra l’Islam e il cristianesimo, la solidarietà in Palestina tra le due religioni più grandi del mondo pone una vera minaccia all’occupazione israeliana. Sabeel, un movimento ecumenico di base dei cristiani palestinesi, fondato sulla teologia della liberazione, nella sua “Dichiarazione di Gerusalemme sul sionismo cristiano” afferma “che i palestinesi sono un popolo solo, sia musulmano che cristiano” e respinge “tutti i tentativi per sovvertire e dividere la sua unità”.

Il massacro della chiesa di Baghdad non può forse essere visto anche come un tentativo di “sovvertire e dividere” l’unità dei palestinesi? Con “fratelli” come Al-Qaeda, chi ha bisogno di nemici?

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2010/11/al-qaedas-massacre-of-christians-in.html
[2] http://dissidentvoice.org/2010/11/al-qaeda%E2%80%99s-christian-massacre-aiding-and-abetting-the-occupation-of-palestine/#more-25238

I figli di Bernard Schaub cacciati dalla scuola perchè il padre è revisionista

Il sito Altermedia[1] ci informa che i figli del revisionista svizzero Bernard Schaub, alunni di una scuola tedesca vicina al suo domicilio svizzero, sono stati messi alla porta, senza indugi. La ragione è chiara, spiega il genitore: le autorità scolastiche sono venute a sapere chi è il loro padre.

Schaub non chiama in causa gli insegnanti, che amano i suoi figli e che da loro sono amati, ma le autorità scolastiche, che si sono ritenute obbligate a rispettare le consegne del politicamente corretto in vigore. Suo figlio, traumatizzato dall’espulsione, ha degli incubi in cui viene fucilato da soldati stranieri…

Bernard Schaub chiede che sia dato a questo caso scandaloso tutta la pubblicità possibile e spera che siano in molti a manifestare la propria indignazione presso la scuola in questione ma – prega – soprattutto non sotto forma di lettera anonima, che avrebbe un effetto controproducente. Ecco l’indirizzo della scuola:

Freie Waldorfschule Schopfheim
Schlierbachstraße 23
D-79650 Schopfheim
Principal Thomas Wehkamp, tel. 07622/66684922
wehkamp@waldorfschuleschopfheim.de
[1] http://de.altermedia.info/general/brd-sippenhaft-beide-kinder-von-bernhard-schaub-fliegen-von-waldorfschule-in-schopfheimsud-schwarzwald-26-11-10_57054.html

giovedì 25 novembre 2010

Libero Infostrada boicotta il blog Andrea Carancini

Pare che il mio blog abbia un discreto numero di lettori ma forse, proprio per questo, suscita crescenti ostilità. Da qualche tempo stanno succedendo strane cose. Il mio provider di posta elettronica, Libero, mi rimanda regolarmente indietro i messaggi quando vi inserisco dei link ai pezzi del blog. Ho provato a reclamare per iscritto senza ricevere risposta. Ho provato quindi a reclamare a voce ma l’operatore mi ha detto che, per l’apposito reclamo, dovrei formulare uno di quei famigerati numeri a tariffa esorbitante – quelli che iniziano per 899 – che negli ultimi anni sono stati l’incubo di tanti italiani truffati dalle bollette gonfiate. Grazie Infostrada (ma l’authority delle telecomunicazioni è informata di questa prassi?)!

Ma anche i motori di ricerca non scherzano. Altavista, ad esempio, sul quale fino a qualche mese fa comparivano a mio nome oltre 35.000 pagine, mi ha praticamente cancellato: pur di non nominarmi, quando vi si digita “Andrea Carancini”, compare quasi esclusivamente il mio quasi omonimo Carandini. Non c'è che dire, siamo circondati da gaglioffi.

Lannes: La NATO riversa bombe e missili nell'Adriatico

GLI ARSENALI MOBILI DELLA MORTE: LA NATO RIVERSA BOMBE E MISSILI NELL’ADRIATICO

Un giornalista italiano sostiene che la NATO deposita rifiuti tossici nell’Adriatico

Global Research, 22 Novembre 2010[1]

La NATO si sbarazza di bombe e missili nel mare Adriatico, con rifiuti tossici che potrebbero raggiungere le spiagge croate e italiane, ha ammonito un giornalista italiano.

Gianni Lannes sostiene che la NATO e il governo italiano non dicono la verità quando affermano che questi materiali – bombe e missili non utilizzati nelle missioni militari – sono depositati in sei zone pre-determinate.

Queste zone si estendono lungo l’Adriatico da Trieste, a nord, a Santa Maria di Leuca, a sud.

L’articolo avverte dell’esistenza di un grande arsenale che si trova a sole cinquanta miglia dalle coste istriane. Si dice che siano depositate lì le bombe della seconda guerra mondiale e le bombe utilizzate dalla NATO durante il bombardamento della Serbia nel 1991.

La concentrazione di gas mostarda, fosforo, e altre sostanze chimiche tossiche è spaventosa, ammonisce Lannes. Egli chiama i depositi “arsenali mobili della morte”, in quanto sono sensibili alle correnti dell’acqua.

In Italia è stato di recente osservato un gran numero di morti di tartarughe e di delfini. L’agenzia di stato italiana Icram – che sta monitorando il fenomeno – dice che molte delle carcasse trovate contengono bruciature e profonde ferite.

Il libro di Lannes, basato sulle sue indagini, uscirà presto, scrive il quotidiano Jutarnji List.
[1] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=22042 . Sull'argomento ho trovato un precedente qui: http://www.abanet.it/papini/balcani/pattumiera.htm

mercoledì 24 novembre 2010

Treblinka campo di transito? L'allusione di Nolte

Come si sa, Ernst Nolte viene solitamente etichettato con l’appellativo di storico “revisionista”. In realtà, non è così: Nolte è un (grande) storico mainstream. Basti pensare, per rendersene conto, alla distanza che separa – su un argomento cruciale come le origini della seconda guerra mondiale – due libri come Nazionalismo e bolscevismoLa guerra civile europea 1917-1945, di Nolte e Le origini della seconda guerra mondiale, di un autore lui sì davvero revisionista come A. J. P Taylor.

Certo, il “revisionismo” attribuito a Nolte, anche dai suoi avversari, è del genere “rispettabile” (come del resto quello attribuito a De Felice): niente a che vedere con gli impresentabili “negazionisti”. Eppure Nolte, che non penso ami definirsi “revisionista” – e che rimane comunque uno sterminazionista convinto – ogni tanto ha delle uscite effettivamente curiose, per un accademico in vista come lui, in cui affiora un’imprevista stima per i detti “negazionisti”.

Ho già segnalato in passato, come esempio emblematico, la definizione da lui data – nel volume Controversie[1] - di Carlo Mattogno, quale “scienziato serio”:

“Ogni « negazione di Auschwitz » da parte di scienziati seri, come ad esempio Carlo Mattogno, non nega del resto la realtà di assassinii di massa degli ebrei o degli zingari; mette in dubbio esclusivamente la sua causalità a opera di una decisione del vertice dello Stato, quindi di Hitler, e nega la possibilità tecnica delle uccisioni nelle camere a gas…”.

Definizione oltremodo significativa – e coraggiosa! - alla luce del fatto che nei provvedimenti giudiziari che in Germania puniscono il reato di “negazionismo” la relativa letteratura è qualificata immancabilmente di “pseudoscientifica[2].

Tempo fa ho scoperto un altro riferimento inusitato dello storico tedesco, che sembra essere passato finora del tutto inosservato. Il riferimento in questione si trova in una nota a piè di pagina del volume ESISTENZA STORICAFra inizio e fine della storia?[3] – straordinaria summa-sintesi di storia universale, dalla preistoria ai giorni nostri.

La nota è la numero 24 relativa al capitolo 40 (pp. 668-669). La riproduco per intero per meglio inquadrare il contesto della detta affermazione (i grassetti sono miei):

“Chi ha letto l’esposizione di Christopher Browning sugli assassini del battaglione di riserva 101 e sulla sua collaborazione immediatamente collegata con la deportazione del ghetto di Myedzyrzec, riterrà impossibile che Treblinka abbia potuto essere per gli Ebrei interessati una stazione di smistamento sulla via di una residenza nell’Est (Christopher R. Browning, Ganz normale Männer. Das Reserve-polizeibataillon 101 un die «Endlösung» in PolenUomini del tutto normali. Il battaglione della polizia di riserva 101 e la «soluzione finale» in Polonia, Reinbek 1996. Orig. 1992). Nondimeno dovrebbe andare da sé che singoli dati devono essere scientificamente esaminati tenendo presenti eventuali inesattezze ed esagerazioni e che con ogni probabilità la realtà dell’annientamento è inferiore ai postulati di un’ideologia dell’annientamento. Storici americani farebbero bene a prendere in esame una delle primissime pubblicazioni comparsa nei Vierteljahresheften für Zeitgeschichte, che conferma a suo modo pienamente i fatti e tuttavia chiarisce quale schok abbia costituito la «Soluzione finale» anche per governatori come Kube e Lohse, che pur erano vecchi soldati e convinti antisemiti, e come quindi non sia sufficiente il «semplice» antisemitismo per far capire che cosa sia mai stato il genocidio (Helmut Heiber: «Aus den Akten des Gauleiters Kube» - «Dagli atti del governatore Kube», in Vjh. F. Ztg. 4, 1956, pp. 67-92). Nella misura in cui il libro di Daniel Jonah Goldhagen, Hitlers willige Vollstrecker. Ganz gewöhnliche Deutsche und der Holocaust (I volonterosi carnefici di Hitler – Milano 1996), Berlin 1996, si basa sulla ricerca non è molto di più di un debole doppione del libro di Browning, poiché mira agli effetti emozionali. Per quanto concerne la dichiarazione di Jean-Marie Le Pen, un politico francese, per cui «Auschwitz» sarebbe stato un dettaglio nella seconda guerra mondiale, non è possibile negare che essa sia giusta, se si pensa che «dettaglio» significhi soltanto «evento singolo», in contrapposizione ad «evento complessivo». In questo senso però anche la svolta di Stalingrado e persino le dichiarazioni di guerra dell’Inghilterra e della Francia erano «dettagli nella seconda guerra mondiale». Non si deve quindi respingere l’ipotesi che il significato più corrente sia stato normativo. Un’affermazione giusta in linea di principio può essere falsa se essa viene fatta con intenzione di disprezzo o se viene grossolanamente isolata. Tuttavia non limitarsi a rimettere al suo posto sul piano argomentativo un’affermazione giusta e tuttavia falsa o deviante, ma punirla con mezzi giuridici, deve essere considerato come uno sfogo di una «giustizia ideologica».

Per quanto dissimulata e quasi nascosta nella mole della nota, tra circonlocuzioni e digressioni, Nolte però l’ha buttata lì: Treblinkastazione di smistamento sulla via di una residenza nell’Est”. Treblinka come campo di transito, quindi, e non di sterminio (tantomeno di “puro sterminio”): è la tesi storiografica più eretica del 20° secolo (e del 21°), talmente eretica che non la sostiene neppure David Irving (il cui revisionismo è limitato ad Auschwitz).

Talmente eretica che si ha paura persino di menzionarla (e infatti, gli storici di solito neppure la menzionano).

È la tesi, appunto, dei predetti “negazionisti”, già espressa nel lontano 1976 dall’epocale opera di Arthur Butz The Hoax of the Twentieth Century[4] [L’inganno del Ventesimo secolo] e quindi sviluppata all’inizio di questo decennio, sulla base di certosine ricerche d’archivio, da Carlo Mattogno e Jürgen Graf con il volume che appunto si intitola Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?[5] [Treblinka. Campo di sterminio o campo di transito?].

Intendiamoci, con questo non voglio certo ascrivere Nolte tra le fila dei famigerati “eretici” di cui sopra (anche se gli occhiuti inquisitori del pensiero che vegliano sulla vulgata non aspettano altro): il contesto del brano - anche rispetto al testo principale - rimane sterminazionista; eppure, il fatto che lo studioso abbia nominato l'innominabile dà da pensare: forse ha ragione Sergio Luzzatto quando scrive che “la conoscenza storica si nutre di tutto, persino di negazionismo”[6]. In questo, l’illustre contemporaneista sembra riconoscere – almeno implicitamente – che il vituperatissimo revisionismo, se lo si esamina con obbiettività, non è quella spazzatura che i media vorrebbero far credere: che può essere “food for thought”, cibo per la mente.

Un cibo di cui, ogni tanto, hanno bisogno anche grandi studiosi come Ernst Nolte, per non soccombere al clima irrespirabile in cui sono costretti a vivere in un paese come la Germania.

[1] Corbaccio, Milano, 1999, p. 13.
[2] Ecco, ad esempio, come la BBC riferisce del famoso caso Zündel: “Durante il suo processo nella città tedesco-occidentale di Mannheim, è stato accusato di utlizzzare metodi “pseudoscientifici” per cercare di riscrivere la storia riconosciuta dell’Olocausto nazista in 14 testi scritti e pubblicazioni in rete” (http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6364951.stm ).
[3] Le Lettere, Firenze, 2003.
[4] Disponibile in rete in edizione aggiornata: http://vho.org/dl/ENG/Hoax.pdf
[5] Disponibile in rete anche in lingua inglese: http://vho.org/dl/ENG/t.pdf . Una presentazione del libro da parte dello stesso Graf è disponibile in traduzione italiana: http://ita.vho.org/005treblinka.htm
[6] http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-10-17/shoah-vera-falsa-decide-063906.shtml?uuid=AYI6D3aC

martedì 23 novembre 2010

Dal Risorgimento è nato il fascismo, anche quello ebraico

Sabato scorso è uscito sulla prima pagina del Foglio, un interessante articolo di Marina Valensise – GARIBALDI DA BUTTARE – che rende conto di due libri, uno uscito da poco e uno che uscirà nel prossimo gennaio, dello storico Alberto Maria Banti. Quello già uscito è costituito da un’antologia di testi – Nel nome dell’Italia, Laterza editore – che intende dimostrare “quanto sia lontano, posticcio e polveroso il Risorgimento, e quanto controversa l’idea di nazione che esso veicolò fin dentro il ventennio mussoliniano”. La tesi più clamorosa[1]: “Le leggi razziali, in fondo, non sono che la gemmazione coerente del fatto che la nazione è sangue e suolo per i fascisti, così come lo era stata per i liberali”.

Quello che andrebbe aggiunto a quest’analisi è che dall’idea risorgimentale di nazione presero le mosse non solo i fascisti ma anche i fondatori del sionismo. Proprio due anni fa, uscì sul Corriere della Sera un articolo parimenti interessante[2]C’È UN LEGAME TRA SIONISMO E RISORGIMENTO – in cui lo storico Bruno Di Porto ricordava che «Uno dei primi a individuare un modello nell’Italia di Mazzini fu Moses Hess: nel 1862 pubblicò “Roma e Gerusalemme”, libro ammirato anche da Theodor Hertzl». Aggiungeva il Di Porto che «Hess guardava alla Roma di Mazzini e Garibaldi come a un esempio, sostenendo che come si era svegliata l’Italia doveva svegliarsi il popolo ebraico».

Ma c’è di più: sempre secondo l’articolo in questione, “Mazzini piacque non solo a Hess, ai sionisti e alla corrente principale del sionismo, detta «generale» o “«liberale». Fu apprezzato anche da quella «revisionista»: «Mazzini e Garibaldi influirono pure su Vladimiro Jabotinski, russo diventato leader della destra sionista», proprio quella destra sionista che, negli anni ’30, fece parlare a William Zukerman di una “minaccia del fascismo ebraico”[3]. Che abbia ragione Mondher Sfar quando, chiosando[4] il detto articolo di Zukerman, scrive che il sionismo è stato il “primo movimento politico razzista europeo, sul modello del quale si crearono i movimenti nazista e fascista della prima metà del nostro secolo”?

La tesi è forte ma non sembra così infondata: pensiamo, ad esempio, alla Brit HaBirionim[5] (L’Alleanza degli Uomini Forti), la fazione clandestina, dichiaratamente fascista, del Movimento Revisionista il cui fondatore e leader indiscusso era appunto Jabotinski. Dalla voce di Wikipedia relativa alla detta fazione, apprendiamo che “l’ideologia ufficiale dell’organizzazione era il massimalismo revisionista, modellato sul fascismo italiano. Essa si proponeva di creare uno stato corporativo fascista…Esortò il Movimento Revisionista Sionista ad adottare i principi fascisti di Benito Mussolini in Italia per creare tra gli ebrei un integralista “nazionalismo puro”. Il Massimalismo Revisionista rifiuta il comunismo, l’umanismo, l’internazionalismo, il liberalismo, il pacifismo e il socialismo; condannò i sionisti liberali perché lavoravano solo per gli ebrei della classe media piuttosto che per la nazione ebraica come tale…La psicologia del movimento era evidenziata dal motto di ‘conquista o muori’”.

Dalla voce Wikipedia relativa al Sionismo Revisionista[6] apprendiamo poi che l’Irgun – il braccio armato del partito di Jabotinski – e la sua filiazione Lehi (tra i cui capi troviamo il futuro Primo Ministro israeliano Yitzhak Shamir) “furono influenzati dal nazionalismo romantico del nazionalista italiano Giuseppe Garibaldi”. Leggiamo anche che “nel 1940, il Lehi propose di intervenire nella Seconda guerra mondiale a fianco della Germania nazista per ottenere il suo aiuto nel cacciare l’Inghilterra dalla Palestina del Mandato [britannico] e per offrirle assistenza nell’”evacuare” gli ebrei d’Europa”.

D’altra parte, per tornare alle radici risorgimentali del fascismo, le osservazioni di Banti vennero anticipate a suo tempo non solo da Bertrand Russell (il quale constatava “il piano inclinato della cultura che aveva fatto scivolare gli italiani dalla predicazione mazziniana risorgimentale alla ‘ammirazione dei grandi battaglioni mussoliniani’”[7]) ma dallo stesso Palmiro Togliatti (“la tradizione del Risorgimento vive nel fascismo, ed è stata da esso sviluppata all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini sulla funzione dell’Italia nel mondo”[8]).

Quindi, le “relazioni pericolose” che il sionismo ebbe a suo tempo non solo con il fascismo italiano ma addirittura con il nazionalsocialismo tedesco – relazioni su cui esiste una bibliografia sottaciuta ma seria[9] - non furono casuali ma nascevano da un’indubbia affinità ideologica: non è quindi sbagliato, in riferimento al sionismo, parlare di fascismo ebraico, anche perché è proprio la sua corrente più oltranzista – il sionismo russo – ad essere quella non solo storicamente dominante ma attualmente egemone in Israele, anche da un punto di vista demografico (“si parla della presenza di circa un milione di immigrati russi trasferitisi in Israele in seguito al 1990”)[10].

A chi avesse dei dubbi in proposito, consiglio la lettura del fondamentale Una minaccia internastoria dell’opposizione ebraica al sionismo, del professor Yakov Rabkin[11].
[1] Le sottolineature in grassetto sono mie.
[2] http://archiviostorico.corriere.it/2008/novembre/24/legame_tra_sionismo_Risorgimento__co_9_081124051.shtml
[3] http://andreacarancini.blogspot.com/2009/10/la-minaccia-del-fascismo-ebraico.html
[4] Ibidem
[5] http://en.wikipedia.org/wiki/Brit_HaBirionim
[6] http://en.wikipedia.org/wiki/Revisionist_Zionism
[7] http://www.centrostudilaruna.it/mazzinipatriotascomodo.html
[8] Ibidem.
[9] Ad esempio i volumi di Lenni Brenner The Iron Wall [Il muro di ferro] (http://www.marxists.org/history/etol/document/mideast/ironwall/index.htm ) e Zionism in the Age of the Dictators (http://www.marxists.de/middleast/brenner/ ) nonché il recente volume di Andrea Giacobazzi Asse Roma-Tel Aviv-Berlino (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788884742568/Asse_Roma-Tel_Aviv-Berlino/Giacobazzi_Andrea.html ).
[10] http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/israele-la-strana-convergenza-con-la-russia

[11] Disponibile presso l’editore Ombre Corte, Verona, 2005: info@ombrecorte.it

lunedì 22 novembre 2010

Treblinka: il tragicomico dilemma di Caroline Sturdy Colls

ARCHEOLOGA FORENSE INGLESE SI PROPONE DI CONFUTARE I “NEGAZIONISTI “ DI TREBLINKA

Di Thomas Kues, 13 Novembre 2010[1]

Sul sito web dell’Università di Birmingham troviamo la seguente presentazione di una giovane archeologa forense chiamata Caroline Sturdy Colls[2]:
Caroline fa parte di una piccola squadra di specialisti in Inghilterra che lavorano nell’ambito dell’archeologia forense. Caroline ha lo stomaco forte e non ha paura di infangarsi – il che aiuta quando lei lavora con la Polizia inglese su casi ‘senza cadavere’ - a quanto pare non è qualcosa di così attraente come appare nelle serie televisive CSI o Waking the Dead!

Caroline è stata recentemente una delle rare persone cui è stato permesso di entrare nella tomba egizia, da poco scoperta, KV63[3], nella Valle dei Re, e sta attualmente lavorando ad un progetto per identificare le vittime dell’Olocausto seppellite nelle fosse comuni in Polonia”.

Le fosse comuni olocaustiche che la signora Colls sta cercando di identificare sono in realtà quelle del “campo di sterminio puro” di Treblinka II. Questo è stato messo in chiaro da un film che può essere scaricato dalla medesima pagina web. Presento a seguire una trascrizione di quanto detto dalla stessa signora Sturdy Colls (grassetti miei):

L’archeologia forense è la raccolta delle prove da utilizzare in un caso giudiziario. Può essere qualunque cosa, dall’indagare un singolo omicidio ad un genocidio o ai crimini di guerra.

È difficile credere che non vi sia stata nessuna ricerca sistematica dei sei milioni di vittime morte nell’Olocausto.

Qui a Treblinka vennero uccise 800.000 persone e i loro corpi non sono mai stati trovati. È giunto il momento di cominciare a cercare.

Sono uno scienziato e se ovviamente provo le stesse emozioni di chiunque altro quando leggo delle atrocità commesse durante l’Olocausto, ho bisogno di poter fare il mio lavoro in modo obbiettivo. Così, qualche volta, ho bisogno di far tacere tali emozioni, e lasciare che le prove parlino da sé.

Vi sono alcuni negazionisti dell’Olocausto assai rumorosi che utilizzano falsa archeologia per sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto. Ecco perché è così importante che utilizziamo le tecniche scientifiche più aggiornate. Tutto ciò può essere fatto, e dovrebbe essere fatto”.

I miei commenti:

  1. Per qualunque osservatore razionale è davvero “difficile credere” che non vi sia stata “nessuna ricerca sistematica” dei corpi dei presunti sei milioni di vittime dell’Olocausto. Poiché è un fatto scontato che nei casi di omicidio gli inquirenti del crimine facciano del loro meglio per procurarsi prove tecniche e forensi e, soprattutto, i resti fisici della vittima, si sarebbe indotti a pensare che una tale ricerca sistematica dei corpi – come pure dell’arma del crimine: i resti delle presunte camere a gas omicide – fosse stata condotta già all’epoca dei processi di Norimberga. Come mai, signora Sturdy Colls, nessuna indagine tecnico-forense del genere venne condotta in questo caso di (presunto) omicidio di 6 milioni di persone?

  2. La signora Sturdy Colls dovrebbe parimenti chiedersi: come è possibile che nessuno sia riuscito a localizzare i resti di 800.000 persone presuntamente sepolte all’interno di un’area di pochi ettari?[4]

  3. Se la signora Sturdy Colls si fosse data la briga di leggere davvero la letteratura revisionista dell’Olocausto sui campi dell’Aktion Reinhardt pubblicati negli ultimi dieci anni saprebbe che la critica in questione alla storiografia olocaustica ortodossa dei presunti “centri di sterminio” di Belżec[5] e Sobibór[6] si basa sulle indagini condotte in questi siti dal rinomato archeologo polacco professor Andrzej Kola. Anche se Kola paga pedaggio al credo olocaustico, le sue pubblicazioni non lasciano dubbi che l’immagine storiografica ortodossa di questi campi è insostenibile, che i presunti edifici delle camere a gas non sono mai esistiti, e che il numero delle persone che morirono e che sono seppellite in questi siti è molto più piccolo di quello sostenuto dagli storici dell’Olocausto. In realtà, i risultati della ricerca di Kola a Sobibór si sono rivelati così imbarazzanti per i difensori della storiografia ufficiale che l’articolo in cui vennero presentati (nel 2001) non è mai stato ufficialmente tradotto. È stato solo grazie alle studio da me pubblicato insieme a Jürgen Graf e a Carlo Mattogno che i lettori non di lingua polacca hanno finalmente appreso della loro esistenza. A tale riguardo, è emblematico che il principale esperto mainstream di Sobibór, Jules Schelvis, (che attualmente compare tra i querelanti (Nebenkläger) al Processo Demjanjuk di Monaco) nelle edizioni aggiornate del suo – per il resto approfondito – volume Sobibór. A History of a Nazi Death Camp [Sobibór. Storia di un campo nazista della morte], uscite dopo il 2001[7] non spende neppure una parola sulla ricerca del prof. Kola – e ciò, nonostante il fatto che Schelvis, che sta in contatto con diversi musei e istituti polacchi sull’Olocausto[8], non può non esserne al corrente. Sicuramente, la signora Sturdy Colls non insinuerà che la ricerca del prof. Kola sia “archeologia falsa” o che lui sia in combutta con i malvagi “negazionisti”.

  4. Spero davvero che la signora Sturdy Colls sia realmente in grado di svolgere il suo lavoro con obbiettività, nonostante la sua conclusione a priori che a Treblinka vennero uccise 800.000 persone. Riguardo a ciò, dovrebbe dare ascolto alle parole degli archeologi Isaac Gilead, Yoram Haimi e Wojciech Mazurek: “È generalmente riconosciuto che una delle sfide che gli archeologi si trovano di fronte è la dicotomia manufatto/testo. […] Se le contraddizioni sono apparenti e reali, parliamo di spazi tra o all’interno del manufatto e del testo, delle discrepanze, che possono rivelare ulteriori aspetti finora sconosciuti […]. Tuttavia, per stabilire se in un dato caso le discrepanze esistono, dovrebbero essere attentamente riesaminate la natura e la qualità delle prove, sia dei dati archeologici che storici[9]. O, in parole povere: se la storiografia costituita viene contraddetta da solide prove archeologiche allora deve essere riesaminata e quindi scartata o riscritta. Anche se i futuri risultati della signora Sturdy Colls dovessero sostenere l’ipotesi revisionista di Treblinka quale campo di transito piuttosto che l’ipotesi ortodossa del “campo della morte”, il suo dovere scientifico sarebbe di presentarli apertamente e senza falsificazioni. Avvertenza: la signora Sturdy Colls dovrebbe stare attenta a non annunciare pubblicamente nessun risultato “scomodo” prima di essere tornata sana e salva in Inghilterra, visto che la Polonia punisce il “negazionismo” con pene fino ai 3 anni di prigione[10]. Forse sarebbe meglio, allora, procedere come il professor Kola: pagare il pedaggio necessario, e lasciare che i risultati parlino da soli. Nel 2007-2008, i tre archeologi suddetti (Gilead, Haimi e Mazurek) cercarono di fare quello che Kola non era riuscito a fare: trovare a Sobibór il presunto edificio della camera a gas. Si avvalsero a tal fine di esperti in geofisica, di metal detector ad alta definizione, di un gradiometro magnetico, di un misuratore di conduttività del terreno, di un radar di rilevazione del terreno, di foto aeree, e di strumenti di mappatura GPS – esattamente delle “tecniche scientifiche più aggiornate” di cui parla la signora Sturdy Colls. Nonostante il fatto che la squadra fin dall’inizio “sapeva grosso modo dov’era ubicata la camera a gas”, e che l’area che dovevano perlustrare ammontava a meno di 3 ettari, dovettero concludere nel 2009 che “l’ubicazione delle camere a gas è una questione complessa che deve essere risolta, un obbiettivo importante della futura ricerca archeologica a Sobibór[11]! Sul numero dell’Agosto 2010 del Reader’s Digest Yoram Haimi lo disse in modo anche più bruscamente: “Stiamo ancora cercando le camere a gas”[12]. Altra avvertenza: è facile fare la figura degli stupidi se ci si aggrappa a dei dogmi scientificamente indifendibili!
Posso solo augurare alla signora Sturdy Colls buona fortuna nel suo lavoro, che è precisamente il genere di tentativo che noi revisionisti auspichiamo. Nel frattempo le consiglio di leggere lo studio di Carlo Mattogno e Jürgen Graf Treblinka: Extermination Camp or Transit Camp?[13], e in particolare i capitoli sulle precedenti indagini forensi e sulle presunte sepolture e cremazioni di massa (pp. 77-110, 137-157).


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revblog.codoh.com/2010/11/uk-forensic-archeologist-sets-out-to-refute-treblinka-deniers/#more-1367



[4] Secondo la mappa tracciata da Peter Laponder il “campo della morte vero e proprio” di Treblinka II occupa un’area di circa 3 ettari: http://www.deathcamps.org/treblinka/pic/bmap12.jpg

[5] Carlo Mattogno, Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History, Theses & Dissertation Press, Chicago 2004, pp. 71-96. In rete: http://vho.org/dl/ENG/b.pdf . Carlo Mattogno, Bełżec e le controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp: http://ita.vho.org/BELZEC_RISPOSTA_A_MUEHLENKAMP.pdf

[6] Jürgen Graf, Thomas Kues, Carlo Mattogno, Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, TBR Books, Washington D. C. 2010, pp. 107-162. Vedi anche: T. Kues, “New ‘Memorial Center’ Planned for the Sobibór Death camp”, in rete: http://www.revblog.codoh.com/2010/08/new-memorial-center-planned-for-the-sobibor-death-camp/

[7] J. Schelvis, Sobibór. A History of a Nazi Death Camp, Berg Publishers, Oxford 2007; J. Schelvis, Vernietigingskamp Sobibór, De Baatafsche Leeuw, Amsterdam 2008.

[8] Vedi J. Schelvis, Sobibór. A History of a Nazi Death Camp, op. cit., p. xiv. La tavola 2 nella sezione fotografica non numerata successiva alla p. 144 mostra lo stesso Schelvis sul monumento commemorativo di Sobibór in un’immagine del 2006.
[9] I. Gilead, Y. Haimi, W. Mazurek, “Excavating Nazi Extermination Centres”, Present Pasts, Vol. 1, 2009, p. 22.

[11] J. Graf, T. Kues, C. Mattogno, Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, op. cit., pp. 162-167.

[12] Leonard Felson, “The Secrets of Sobibor: An Oral History”, Reader’s Digest, Agosto 2010, in rete: http://www.rd.com/your-america-inspiring-people-and-stories/the-secrets-of-the-sobibor-death-camp/article183235.html

[13] Theses & Dissertation Press, Chicago 2004, in rete: http://vho.org/dl/ENG/t.pdf