domenica 31 ottobre 2010

Quando Rudolf Vrba ammise di non aver mai visto gasazioni omicide

FORNITA UNADESCRIZIONE ARTISTICA’

Sopravvissuto non vide mai vere gasazioni omicide

Di Dick Chapman, The Toronto Star, 24 Gennaio 1985[1]

Il sopravvissuto di un campo di concentramento ha ammesso ieri di non aver mai visto nessun gasato e che il suo libro su Auschwitz-Birkenau è solo “una descrizione artistica…non un documento per un tribunale”.

Rudolf Vrba [foto], attualmente professore assistente all’università di B. C., ha detto al processo Zündel che le sue descrizioni, scritte e illustrate, dei crematori e delle camere a gas di Auschwitz sono basate su “ciò che avevo sentito dire come probabilmente avvenuto”.

Zündel è accusato di aver intenzionalmente diffuso false notizie sull’Olocausto che mettono in pericolo o che potrebbero mettere in pericolo la tolleranza razziale o sociale.

L’avvocato difensore Douglas Christie ha contestato la prima testimonianza di Vrba, secondo cui aveva visto un soldato nazista delle SS munito di maschera antigas versare del gas tossico in un bunker seminterrato connesso ad un crematorio di Birkenau.

Vrba ieri ha ammesso di non essere mai stato dentro quel bunker, dopo che Christie aveva ipotizzato che quello visto da Vrba era il tetto di una camera mortuaria, non di una camera a gas.

Vrba ha anche ammesso che alcune delle migliaia di donne, anziani e bambini che a suo dire erano stati condotti al loro arrivo direttamente nelle camere a gas potevano essere diretti nei locali docce.

“Sì. Alcuni di loro in realtà andarono lì (nei locali docce) e la maggior parte andarono nelle camere a gas”, ha detto Vrba, che ha affermato che molti bambini vennero gasati a morte.

Vrba ha detto che i suoi disegni del 1944 della pianta di Auschwitz erano imprecisi e Christie ha ipotizzato che Vrba non sapeva neppure dove fossero ubicati i locali docce.

Christie ha detto che i nuovi arrivati dovevano marciare tra due crematori per arrivare ai locali docce, ma Vrba ha sostenuto che l’area in questione terminava in una “strada senza uscita” e che “nessuno uscì mai da lì tranne che sotto forma di fumo”.

Vrba, che fuggì dal campo nel 1944, con lo scopo di avvertire un milione di ebrei ungheresi del loro imminente sterminio, ha sostenuto di aver formulato una stima esatta (“con un margine di errore del 10%”) delle 1.765.000 vittime dello sterminio uccise fino a quel momento.

Ha detto che alcuni passaggi narrativi del suo libro I cannot forgive [Non posso perdonare] sono basati su resoconti altrui.

Una volta, Vrba ha detto che ci volevano 90 minuti per cremare un corpo, un'altra ha detto che ci volevano 20 minuti.

“Ho incluso anche informazioni che ho sentito da fonti attendibili”, ha detto Vrba, per spiegare i cambiamenti della sua versione successiva.

L’affidavit di Vrba del 1961 cita un documento del processo di Norimberga relativo alle camere a gas di Auschwitz e sostiene che esso conferma la [precedente] testimonianza di Vrba.

Quando Christie ha fatto notare che i documenti (del “governo nazista”) non dicono nulla riguardo alle camere a gas, Vrba ha risposto: “Potrebbe essere un errore di stampa”.

Vrba, il cui libro afferma che il numero totale dei morti di Auschwitz è di 2.500.000, ha testimoniato [in tribunale] che gli storici dell’Olocausto Raul Hilberg e Gerald Reitlinger sono stati limitati dalla “disciplina storica” quando hanno formulato stime più basse – 1 milione, e 850.000, rispettivamente – e non avevano il vantaggio delle esperienze di prima mano di Vrba.

Vrba ha anche detto che le stime crescenti sulla mortalità di Auschwitz nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale “mostrano precisamente che studiosi migliori con metodi migliori stanno migliorando costantemente le informazioni”.

Egli ha difeso gli “errori in buona fede” delle sue descrizioni di Auschwitz del 1944, da lui redatte due settimane dopo essere fuggito, dovuti alla “grande fretta” di avvertire gli ebrei.
FINE

Nota di David Irving: Va detto che Rudolf Vrba, alias Walter Rosenberg, non è un sopravvissuto qualsiasi: lui e un certo Wetzler sostennero di essere fuggiti dal campo nella primavera del 1944, e fu la loro orripilante testimonianza oculare, riveduta dai capi della comunità ebraica slovacca, che venne diffusa nel Novembre 1944 dal War Refugee Board di Washington (di fatto, da Henry Morgenthau che agiva da dietro le quinte, e contro la volontà dei due altri membri del Board, Henry Stimson e Cordell Hull).

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.fpp.co.uk/Auschwitz/docs/controversies/liars/Vrba/Vrba240185.html

sabato 30 ottobre 2010

Berlusconi: commissariato da Tremonti, in attesa degli alligatori

Non mi stancherò di ripeterlo: la ribellione dei finiani contro Berlusconi nasce su indicazione di Washington e il motivo è costituito da “quel minimo di politica energetica autonoma” portata avanti dal premier italiano[1].

L’origine atlantica del contendere rimane tuttavia in sordina, rispetto ai quotidiani clamori sul presidente del Consiglio, ma è stata confermata più volte da fonti autorevoli, sia pure con sfumature diverse. Si sono espressi in tal senso, tra gli altri, Aldo Giannuli[2], Bobo Craxi[3], Maurizio Molinari[4], Francesco Cossiga[5], Paolo Guzzanti[6], Mario Sechi[7], Paolo Barnard[8], Lucia Annunziata[9], Giulio Sapelli[10].

Le esternazioni del “massone democratico” Gioele Magaldi battono sullo stesso tasto, sia pure da un versante più esoterico:

“Berlusconi ha rapporti con tutti gli ambienti internazionali massonici. Il problema è che oggi questi rapporti sono in crisi. È il suo problema più grande: la parte maggioritaria (…) ritiene che Berlusconi sia diventato un problema per l’Italia e non una soluzione. Perché non offre un progetto strategico che possa essere in linea con l’idea massonica della società. Non ha fatto le riforme strutturali e ha attentato alle libertà fondamentali di uno stato democratico e occidentale”[11].

Insomma, a Berlusconi i nemici non mancano, e però sembra proprio che riusciranno ad avere partita vinta, stante l’innegabile inadeguatezza politica del diretto interessato. Un’inadeguatezza che alla fine ha indotto a odiarlo anche certi suoi sostenitori di un tempo[12].

Da parte mia, pur non lesinando critiche al personaggio in questione[13], non riesco ad odiarlo, per due motivi:

1. Perché i politicanti impegnati a toglierlo di mezzo non lo fanno per senso dello Stato ma perché vogliono dare l’assalto alla diligenza (con le famigerate “privatizzazioni”);
2. Perché essendo Berlusconi sulla lista nera di Washington (con precedenti quali Noriega, Craxi, Andreotti, Milosevic e Saddam) nessun sentimento come l'odio rischia di essere eterodiretto.

Ricordiamoci quanto detto a suo tempo da Salvatore Borsellino: “Dopo Andreotti, alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio”[14]. Purtroppo, il peggio sembra inevitabile, perché è chiaro che Berlusconi non farà l’unica cosa che lo potrebbe salvare: restituire alla politica il suo primato, ma nel vero senso della parola, facendo qualcosa di concreto per l’interesse generale del paese.

Un esempio, per far capire ciò che intendo:

Lo scandalo delle slot machine, quello in cui sono in ballo 98 miliardi di euro( !!!) di penali per evasione fiscale che la Corte dei Conti vorrebbe infliggere alle relative concessionarie[15]: un presidente del Consiglio degno di questo nome avrebbe fatto di tutto, ma proprio di tutto, per recuperare quei soldi. Se si fosse comportato da statista, almeno questa volta, Berlusconi avrebbe prosciugato l’acqua agli alligatori che, oltre a mangiarsi lui, si vogliono mangiare l’Italia. Mi riferisco, tra l’altro, alla ventilata macelleria sociale del cosiddetto “Patto di stabilità” caldeggiato dalla Germania e dall’Unione europea, che mira a imporre all’Italia un salasso da oltre 130 miliardi di euro in tre anni. Una prospettiva considerata catastrofica persino dall’economista del PD Stefano Fassina[16]. Eppure, Berlusconi ha lasciato che Tremonti (l’uomo degli americani[17] nel governo) corresse in aiuto dei concessionari, “rimodulando” la sanzione da 98 miliardi a 804 milioni di euro.

Sull’importanza del recupero di quei 98 miliardi per un’economia in sofferenza come quella italiana, ogni ulteriore commento è superfluo. Ma una cosa va detta: la restituzione di quei soldi all’erario avrebbe dato a Berlusconi un’immunità più forte di cento lodi Alfano, quella che deriva, appunto dal primato della politica.

E allora, il destino del premier appare segnato: continuare a subire il commissariamento strisciante di Tremonti, in attesa che le tre M (Mafia, Magistratura e Massoneria) facciano il lavoro sporco e riconsegnino il paese agli alligatori di cui sopra.

[1] http://andreacarancini.blogspot.com/2010/07/silvio-berlusconi-da-cesare-piccolo.html
[2] COMPLOTTO, DOPPIO COMPLOTTO E CONTROCOMPLOTTO…: http://www.aldogiannuli.it/?p=454; Gli Usa e Murdoch, ecco il complotto anti Berlusconi: http://www.ilgiornale.it/interni/gli_usa_e_murdoch_ecco_complotto_anti_berlusconi/22-06-2009/articolo-id=360563-page=0-comments=1
[3] Ci sono gli americani dietro Fini: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22662414/ci-sono-gli-americani-dietro-fini-a-cura-di-g-p
[4] Gelo con Washington: “Italia e Eni sono troppo amiche della Russia”: http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=9499284
[5] Silvio pesta i piedi agli Usa, ecco perché lo vogliono far fuori: http://qn.quotidiano.net/politica/2009/05/30/184698-cossiga_silvio_pesta_piedi_agli.shtml ; Per piacere agli inglesi Silvio cambi sarto: http://www.ilgiornale.it/interni/cossiga_per_piacere_inglesi_silvio_cambi_sarto/complotto-cossiga/08-07-2009/articolo-id=364770-page=0-comments=1
[6] Gli Usa hanno deciso di far cadere Berlusconi…: http://www.paologuzzanti.it/?p=1051
[7] La battaglia di TripoliAll’estero tifano per la crisi: http://www.iltempo.it/politica/2010/08/31/1195247-battaglia_tripoli.shtml
[8] Il Times e Berlusconi: macché Noemi: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=116
[9] L’ombra del complotto: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6003&ID_sezione=&sezione
[10] Berlusconi? Per lui lacura Andreotti”: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=25905
[11] SILVIO IL VENERABILEIn un libro un capo massone rivela: ha la sua loggia, ne fanno parte Previti e molti leader Pdl, in il Fatto Quotidiano, Martedì 28 Settembre 2010, p. 7.
[12] Salame? No, farabutto: "http://www.indebitati.it/attualita-e-politica/salame-no-farabutto-un-articolo-di-maurizio-blondet/
[13] http://andreacarancini.blogspot.com/2010/10/berlusconi-un-salame-anche-in.html
[14] http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&catid=2%3Aeditoriali&id=1620%3Aborsellino-mafia-e-stato-hanno-ucciso-mio-fratello&Itemid=4
[15] http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/pdf/2010101116864695.pdf
[16] «Il risultato per l’Italia è catastrofico – aggiunge Stefano Fassina – Ma questo approccio rischia di essere catastrofico per tutta l’Europa. Continuare a pretendere rigore senza politiche espansive, significa condannarci alla depressione» (Alla Ue non bastano le barzelletteCon il nuovo patto servono 100 miliardi, in l’Unità, 4 Ottobre 2010, p. 11).
[17] http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-713660/aspen-institute-italia-tremonti/

venerdì 29 ottobre 2010

Il sogno proibito di Joao Marques de Almeida

Qualcuno forse ricorderà l’articolo di Blondet del 2008 intitolato “L’Unione Europea «fusa» nella Nato”[1], in cui il giornalista riferiva dell’orwelliano progetto di trasformare la Nato (e la UE) in un “nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti”. Il mostro geneticamente modificato che ne sarebbe dovuto risultare, previsto per il 2009, non ha – fortunatamente - preso ancora corpo ma, a Bruxelles, gode tuttora di qualche altolocato sostenitore. Ecco cosa riferisce in proposito “Globalresearch”[2]:

CONSIGLIERE DI BARROSO PROPONE CHE LA UE ENTRI NELLA NATO

LISBONA: Joao Marques de Almeida[3], consigliere del Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Durao Barroso, ha detto venerdì che la migliore soluzione per l’accrescimento delle relazioni UE-Stati Uniti sarebbe che l’Unione Europea si unisca alla Nato.

Marques de Almeida è stato uno dei relatori del seminario organizzato dal National Defense Institute del Portogallo, a Lisbona.
(…)
Secondo Marques de Almeida, la difficoltà principale nelle relazioni NATO-UE è la questione dell’unificazione di Cipro. La Turchia ha il secondo più grande esercito dell’alleanza ma la divisione dell’isola di Cipro impedisce un miglior rapporto con la UE. Cipro è membro della UE.

Durante il prossimo summit NATO di Lisbona[4], nei giorni 19-20 di Novembre, il capo dell’organizzazione Anders Rasmussen proporrà l’accrescimento delle relazioni con la Turchia, un passo che potrebbe includere la presenza turca nella Agenzia europea per la difesa[5] con piena membership.
FINE
Ma, a proposito del detto summit, si annuncia un ulteriore scoglio, costituito proprio dalla Turchia: a quanto pare, Ankara non gradisce che le informazioni sullo scudo antimissile vengano passate a Israele[6]. Insomma, gli alacri mondialisti continuano a tessere le loro trame ma le crepe aumentano, invece di diminuire. Non mi sembra una cattiva notizia.

Walter Schreiber: costruivamo camere mortuarie, non camere a gas.

LA CONFESSIONE DELL'INGEGNERE SUL LETTO DI MORTE: COSTRUIVAMO CAMERE MORTUARIE, NON CAMERE A GAS

Di Werner Rademacher (2000)[1]

Chi è Walter Schreiber?

Walter Schreiber nacque nel 1908 e morì a Vienna nel 1999, all’età di 91 anni. Studiò ingegneria civile all’Università Tecnica di Vienna e lavorò dapprima alla costruzione della strada alpina in alta quota “Großglockner-Hochalpenstraße”, come assistente del direttore dei lavori. Dopo un prolungato periodo di disoccupazione, emigrò nel 1932 in Unione Sovietica, e lavorò alla costruzione di edifici per la refrigerazione e di stabilimenti per la produzione di bevande alcoliche – a Bryansk, Spassk, e Petrofsk, fino al 1935. Nel 1936 Schreiber andò in Germania, dove lavorò dapprima per la ditta Tesch e poi, dal 1937 al 31 Agosto 1945, per la ditta Huta. Schreiber fu impiegato come ingegnere superiore nella filiale di Kattowice dall’11 Gennaio 1943, fino all’evacuazione della Slesia superiore nel 1945.

Dopo la guerra, Schreiber lavorò per l’ufficio tecnico comunale di Vienna (Stadtbauamtsdirektion), per la Società delle Centrali Elettriche del Danubio Austriaco (Österreichische Donaukraftwerke AG), per la centrale elettrica Jochenstein (Donaukraftwerk Jochenstein AG) e per la Verbundgesellschaft di Vienna.

Perché è interessante Schreiber?

Cosa c’è di interessante nella vita professionale di questo ingegnere civile austriaco? Come ingegnere superiore nella filiale di Kattowice della sua ditta, fu anche responsabile delle costruzioni nel campo di Auschwitz e nei suoi sottocampi.

Egli venne intervistato nel 1998 dall’ingegnere Walter Lüftl, che era stato Presidente della Società Austriaca degli ingegneri civili fino al 1992. Riportiamo a seguire la parte dell’intervista di interesse storico:

Lüftl: In quali campi era attivo?

Schreiber: Come ingegnere superiore, controllavo i progetti civili della ditta Huta e trattavo con la Direzione Centrale delle Costruzioni delle SS. Controllavo anche le fatture della nostra ditta.

L.: Entrò nel campo? Come accadde?

S.: Sì. Si poteva camminare dovunque nelle strade del campo senza impedimenti e si veniva fermati dalle guardie solo all’entrata e all’uscita.

L.: Lei vide o sentì qualcosa riguardo a uccisioni o al maltrattamento dei detenuti?

S.: No. Ma si potevano vedere occasionalmente nelle strade del campo file di detenuti in condizioni generali di salute relativamente cattive.

L.: Cosa costruì la ditta Huta?

S.: Tra le altre cose, i crematori II e III con le loro grandi camere mortuarie.

L.: L’opinione comune (ritenuta ovvia) è che queste grandi camere mortuarie furono presuntamente camere a gas a scopo di sterminio.

S.: Dai piani che ci vennero forniti non risultava niente del genere. I piani particolareggiati e le fatture provvisorie da noi redatte si riferiscono a questi locali come normali seminterrati.

L.: Lei sa nulla di aperture praticate sui soffitti di cemento armato?[2]

S.: No. Non per quanto mi ricordi. Ma poiché questi seminterrati avevano, come scopo secondario, quello di fungere da rifugi antiaerei, dei fori di introduzione sarebbero stati contro-producenti. Avrei certamente disapprovato un tale adattamento.

L.: Perché vennero costruiti dei seminterrati così grandi, quando la falda freatica a Birkenau era tanto alta?[3]

S.: Non lo so. Ma le camere mortuarie avrebbero dovuto essere costruite in superficie sin dall’inizio. La costruzione dei seminterrati creò grandi problemi durante i lavori per quanto riguarda l’impermeabilizzazione dei muri.

L.: È possibile ipotizzare che lei sia stato ingannato e che le SS riuscirono a dotarsi di camere a gas grazie alla sua ditta senza che lei ne fosse al corrente?

S.: Chiunque sappia cos’è un cantiere sa che questo è impossibile.

L.: Lei era a conoscenza dell’esistenza di camere a gas?

S.: È naturale. Chiunque all’est sapeva di camere a gas di disinfestazione. Anche noi costruivamo camere a gas di disinfestazione, ma avevano un aspetto molto diverso. Costruivamo impianti di questo tipo e sapevamo come erano fatti, una volta realizzati. Come ditta costruttrice, spesso dovevamo fare delle modifiche a seconda dei meccanismi da installare.

L.: Quand’è che seppe che la sua ditta era stata ritenuta responsabile di aver costruito delle camere a gas per uno sterminio di dimensioni industriali?

S.: Solo dopo la fine della guerra.

L.: Non ne rimase molto sorpreso?

S.: Sì! Dopo la guerra contattai il mio ex superiore in Germania, e gli chiesi informazioni al riguardo.

L.: Cosa seppe?

S.: Anche lui ne venne a conoscenza dopo la guerra, ma mi assicurò che la ditta Huta di sicuro non costruì i seminterrati in questione come camere a gas.

L.: È ipotizzabile che siano state fatte delle modifiche in tal senso dopo la consegna delle planimetrie da parte della ditta Huta?

S.: Sicuramente sì, ma lo escluderei, a causa dei fattori temporali. Dopo tutto, avrebbero avuto ancora bisogno delle imprese di costruzione, le SS non potevano fare da sole una cosa del genere, anche con l’aiuto dei detenuti. In base ai requisiti tecnici necessari al funzionamento di una camera a gas, di cui venni a conoscenza solo in seguito, l’edificio da noi realizzato sarebbe stato totalmente inadatto a tale scopo, sia riguardo all’impiantistica che al funzionamento effettivo.

L.: Perché non ha pubblicato queste considerazioni?

S.: Innanzitutto, dopo la guerra avevo altri problemi. E ora non è più permesso.

L.: È mai stato interrogato come testimone su questa questione?

S.: Nessun ente, né Alleato, né tedesco o austriaco ebbe, per quanto mi risulta, alcun interesse per la costruzione dei crematori II e III, o per le mie altre attività nell’ex Governatorato Generale [la zona della Polonia occupata dai tedeschi]. Non venni mai interrogato su questa questione, sebbene le mie mansioni per la ditta Huta a Kattowice fossero risapute. Le menzionai in tutti i miei Curricula Vitae per le mie successive domande di lavoro. Ma siccome la conoscenza di questi fatti è pericolosa, non sentii mai il bisogno di diffonderla. Ma ora, dato che le menzogne diventano sempre più sfrontate e i testimoni d’epoca come me stanno lentamente ma inesorabilmente scomparendo, sono lieto che qualcuno voglia ascoltare e mettere per iscritto la verità dei fatti. È giunta l’ora, perché sono seriamente malato di cuore e posso morire in qualunque momento.

Siamo grati a questo testimone dell’epoca, che ci ha chiesto di pubblicare la sua testimonianza dopo al sua morte.

Altri testimoni dell’epoca, come l’ufficiale delle SS Höttle, morto anche lui nel 1999, portarono nella tomba la loro conoscenza sull’origine della menzogna dei sei milioni, senza neanche curarsi che la verità di cui erano a conoscenza venisse diffusa per lo meno dopo la loro morte.

Terremo alta la memoria dell'ing. Walter Schreiber.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.vho.org/tr/2004/3/Rademacher296-297.html
[2] Sulla questioni dei fori per l’introduzione dello Zyklon B nelle presunte camere a gas di Auschwitz, si veda il seguente saggio: http://ita.vho.org/convergenza%20o%20divergenza....htm
[3] Sul livello dell’acqua freatica a Birkenau, si veda il seguente saggio: http://ita.vho.org/010birkenau.htm

giovedì 28 ottobre 2010

Roberto Muehlenkamp bannato dall'ARC

ROBERTO MUEHLENKAMP BANNATO DALL’ARC[1]
http://www.deathcamps.org/

Roberto Muehlenkamp è stato identificato come membro di un conosciuto blog di odio[2] e gli è stato proibito l’accesso al sito web, alla biblioteca, all’archivio e alle risorse digitali dell’ARC.

Pregasi di ignorare tutti i link all’ARC nei post del blog firmati da Roberto Muehlenkamp.

Grazie,
ARC
[1] http://deathcamps.blogspot.com/2010/03/roberto-muehlenkamp-banned-from-arc.html .
[2] http://deathcamps.blogspot.com/2009/12/sergey-romanov-and-nick-terry-barred.html

Sergey Romanov e Nick Terry bannati dal sito Deathcamps.org


BANNATI A TEMPO INDETERMINATO![1]
SERGEY ROMANOV E NICK TERRY

Il gruppo dell’ARC[2] ha deciso all’unanimità di bannare a tempo indeterminato i seguenti individui:
Sergey Romanov e Nick Terry.
Non pubblicheremo i dettagli sulla loro messa al bando, basti dire che non sono graditi qui a http://www.deathcamps.org/ , né in nessuna delle associazioni a noi collegate. A motivo delle loro attività, essi sono stati parimenti bannati da ogni accesso alle biblioteche dell’ARC, agli archivi fotografici, e a tutte le risorse elettroniche gestite dal gruppo ARC.

L’ARC non ha NESSUN legame o contatto con questi individui, e se apprezziamo le migliaia di resoconti via email ricevuti sulle loro azioni disgustose, dobbiamo chiedervi di inviare quest’informazione alle autorità preposte.

Grazie,
ARC
[1] http://www.deathcamps.org/sergeyandnick.html
[2] Acronimo che sta per Aktion Reinhardt Camps, i campi dell’Azione Reinhardt (Sobibor, Belzec e Treblinka).

mercoledì 27 ottobre 2010

La petizione per l'abrogazione della legge Gayssot

PETIZIONE PER L’ABROGAZIONE DELLA LEGGE GAYSSOT E PER LA LIBERAZIONE DI VINCENT REYNOUARD[1]

La legge Gayssot, votata nel Luglio 1990, probisce il fatto di « contestare (…) l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità quali sono definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale [detto di Norimberga] annesso all’accordo di Londra dell’8 Agosto 1945 ». Oggi, 20 anni dopo, questa legge permette alla giustizia francese di mettere in prigione il francese Vincent Reynouard, padre di otto figli, per aver scritto un opuscolo di 16 pagine intitolato « Holocauste? Ce que vous cache… » [L’Olocausto? Quello che vi nascondono], nel quale egli contesta l’esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento nazisti. È in forza di una condanna nel 2007 da parte del tribunale di Saverne (Basso Reno) a un anno di prigione senza condizionale, confermata l’anno seguente dalla corte d’appello di Colmar – che gli infligge anche un’ammenda e dei danni-interessi per un totale di 60.000 euro – che Reynouard è rinchiuso nella prigione di Valenciennes (Nord).

Le posizioni politiche di Reynouard, che si dichiara nazionalsocialista, che difende una forma di razzismo e una versione radicale del cattolicesimo tradizionale, non fanno che porre in modo più chiaro la questione della libertà di espressione all’altezza dei suoi principi.

Una delle acquisizioni della Rivoluzione Francese è precisamente tale libertà di espressione. Se questa è limitata in caso di ingiurie, di diffamazione, di pornografia, di attentato alla sicurezza dello Stato o ai suoi simboli, di istigazione a delle azioni illegali immediate o di falsi allarmi, essa non lo è mai stata, nella Francia repubblicana, per delle opinioni scientifiche, storiche, filosofiche o religiose, quali che fossero. Si può legalmente pensare e dire ciò che si vuole sui regimi di Stalin, di Mao, di Pol Pot, di Mussolini e dello stesso Hitler, ma a condizione di evitare di parlare di ciò che ricade specificamente sotto i rigori della legge Gayssot. La stessa libertà legale esiste per ciò che concerne gli avvenimenti della Bosnia negli anni 1990, del Ruanda nel 1994 o dell’Armenia nel 1915 e, certo, per tutte le guerre e gli orrori presenti o passati, all’infuori di ciò che è stato giudicato a Norimberga.

Perciò questa legge è un’aberrazione assoluta rispetto ai principi del nostro diritto. Noi riteniamo che la legge non debba intervenire nella definizione della verità storica: in uno Stato libero, tale è la funzione degli storici. L’importante è, secondo la formula di John Stuart Mill, di lasciare che la verità e l’errore si affrontino ad armi pari, senza che una legge minacci di gettare in prigione una delle parti.

I firmatari di questa petizione chiedono di conseguenza l’abrogazione più rapida possibile della legge Gayssot e, a titolo provvisorio, la sua non applicazione, così come la liberazione di Vincent Reynouard.

Non si tratta, per i firmatari di questa petizione, di sostenere le idee di Vincent Reynouard ma di difendere il suo diritto ad esprimerle e, in tal modo, di difendere uno dei principi fondamentali della Repubblica francese.

Petizione lanciata su iniziativa di Paul-Eric Blanrue il 6 Agosto 2010
[1] http://blanrue.blogspot.com/2010/10/la-liste-des-signataires-de-la-petition.html . La petizione è stata chiusa oggi. Al seguente link è possibile leggere l’elenco dei firmatari: http://abrogeonslaloigayssot.blogspot.com/

martedì 26 ottobre 2010

Faurisson: "liquidazione" degli ebrei non significava "sterminio fisico"

Dal 23 Ottobre, proliferano in rete degli articoli che riprendono una “scoperta”[1] annunciata da un dispaccio AFP, come l’articolo a seguire del “Figaro”, uscito il 23 Ottobre, che faremo seguire da una risposta del professor Faurisson:

Shoah: implicata la diplomazia tedesca[2]

Il Ministero tedesco degli Esteri ha esercitato un ruolo molto più importante di quanto è stato finora ammesso nell’assassinio di milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale, rivela un rapporto scritto da storici cui diversi giornali hanno fatto oggi eco.
(…)
Negli archivi, gli storici incaricati di fare luce sul ruolo del ministero si sono in particolare imbattuti su dei giustificativi di viaggio del responsabile del servizio degli ebrei, Franz Rademacher [foto], che scrive come motivo di una trasferta a Belgrado: “Liquidazione degli ebrei a Belgrado e discussione con degli emissari ungheresi a Budapest”, racconta la FAS [Frankfurter Allgemeine Zeitung].
“Questa visione d’insieme (di ciò che accadde al ministero) è effettivamente sconvolgente”, ha precisato M. Conze. Questo rapporto, che deve essere pubblicato la settimana prossima con il titolo “L’amministrazione”, era stato commissionato nel 2005 dal capo della diplomazia dell’epoca, Joschka Fischer È stato redatto da 4 storici di fama [i cui nomi non sono stati forniti].
FINE
Una nostra corrispondente ha interrogato in proposito il prof. Faurisson ed ecco la sua risposta:

“Liquidazione” non significava “sterminio fisico”. Si trattava di espulsione organizzata. Non ho il tempo di fare una ricerca ma devo aver parlato, non so più dove, del libro di Henry Monneray[3], procuratore francese al processo di Norimberga e autore del libro “La Persécution des Juifs dans les pays de l’Est présentée à Nuremberg” (Centre de documentation juive contemporaine, 1949), libro notevole per il suo titolo (“persecuzione” e non “sterminio”) e per il suo contenuto. Si parla spesso dell’Auswärtiges Amt (AA)[4], di Ribbentrop, di Rademacher, di von Thadden, e non vi si trova nulla di anormale.

Al processo NMT [Nuremberg Military Tribunal] dell’AA, non è comparso nessun documento che attestasse altra cosa che una soluzione finale territoriale della questione ebraica (vedi il famoso memorandum dell’alto funzionario Martin Luther).
RF.

[1] Se ne è parlato anche in Italia: http://www.lettera43.it/articolo/1512/germania-le-verita-scomode.htm
[2] http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2010/10/23/97001-20101023FILWWW00525-shoah-la-diplomatie-allemande-impliquee.php
[3] Il professor Faurisson ha citato Monneray nei suoi Écrits révisionnistes (1974-1998), IV volumi, Pithiviers, 1999, e precisamente nel terzo volume, a p. 1032, e a p. 1384. In rete: http://www.aaargh.codoh.com/fran/livres/ECRITS3.pdf
[4] Il termine tedesco del Ministero degli esteri.

Spidocchiare i nuovi arrivati: un confronto tra Auschwitz e El Paso

A detta di Friedrich Paul Berg[1], le procedure di disinfestazione ad Auschwitz-Birkenau, Dachau e altrove, furono essenzialmente le stesse di quelle usate dagli Stati Uniti ad Ellis Island[2]. Lo stesso Berg mi segnala che una descrizione dettagliata di tali procedure venne fornita dal servizio sanitario nazionale americano nel 1919[3]. La differenza tra queste e quelle seguite dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale sta nel fatto che le prime, per disinfestare i vestiti, usavano il vapore invece dello Zyklon B.

A seguire presento la traduzione del testo del 1919:

SPIDOCCHIARE

Metodi usati dai funzionari del servizio sanitario nazionale

In riferimento all’interessante articolo sulla febbre delle trincee, pubblicato in un'altra pagina di questo rapporto, e in particolare alla luce della diffusione della febbre tifoide in varie zone dell’Europa, non sarà inutile descrivere brevemente le procedure di spidocchiamento normalmente effettuate dai funzionari della quarantena del servizio sanitario nazionale degli Stati Uniti. La procedura qui descritta è stata effettuata con successo nel contrasto al pericolo di introduzione del tifo a El Paso nell’inverno e nella primavera del 1916-17, e viene ancora effettuata lì con successo.

Tutte le persone che giungono a El Paso provenienti dal Messico, delle quali si ritenga probabile l’infestazione dai parassiti, vengono inviate in questa struttura per essere disinfettate.

Gli uomini e le donne vengono separati, gli uomini entrano in un lato dell’edificio e le donne con i bambini nell’altro. In locali appositi, tutti i vestiti vengono tolti e immessi da un’apertura del muro nella stanza di disinfezione, dove i mucchi di vestiti vengono messi nel carrello-camera a vapore predisposto per riceverli. Scarpe, cappelli, cinture, e altri capi danneggiabili dal vapore vengono calati da un’altra apertura in un grande cesto da biancheria e, se necessario, trattati con il cianuro.

Le persone che hanno denaro o oggetti di valore mettono tali oggetti in un sacchetto di cotone legato con una cordicella e provvisto di uno scontrino di ottone numerato. La copia di questo scontrino, allegata ad una tessera, viene data al proprietario, che se la cinge al collo mentre fa il bagno.

Dopo che tutti i vestiti sono stati tolti e trattati nella stanza della disinfezione, le persone nude passano davanti ad un guardiano, uomo o donna, a seconda del sesso, prima di entrare nei bagni. Questo guardiano ispeziona le teste per vedere se vi sono pidocchi. Se i pidocchi ci sono, i capelli degli uomini e dei bambini vengono tagliati con le forbici, e deposti su carta da giornale, che viene poi avvolta e bruciata. Alle donne che hanno pidocchi sulla testa viene applicata sui capelli una miscela di cherosene e aceto in parti uguali, con un asciugamano a coprire i capelli. L’acido acetilico diluito scioglie le uova dai capelli, e il cherosene uccide o tramortisce i pidocchi adulti, che vengono eliminati lavando la testa e i capelli con acqua calda e sapone. Se necessario, la procedura viene ripetuta per rimuovere tutte le uova.

Dopo essere stati ispezionati dal guardiano, viene spruzzata sui corpi da un serbatoio sopraelevato una miscela di sapone, quindi le persone vengono condotte ai bagni. Il serbatoio del sapone è un bidone da 5 galloni[4] con un beccuccio alla base, cui è collegato un tubo di gomma; un meccanismo simile a quello delle siringhe della fontana controlla lo spruzzo. Il sapone viene ottenuto bollendo una parte di scaglie di sapone in quattro parti di acqua e aggiungendo poi due parti di olio di cherosene. Tutto ciò si solidifica una volta freddo e una parte di questa gelatina di sapone viene aggiunta a quattro parti di acqua calda, ottenendone un buon sapone liquido con un costo molto basso.

Il guardiano sorveglia il lavaggio, e quando il bagno è finito le persone sottoposte al trattamento passano in altre stanze e aspettano i loro vestiti, che vengono loro restituiti dall’”apertura pulita” della camera a vapore. Sui mucchi dei vestiti non vengono apposti gli scontrini di identificazione; ognuno recupera il proprio fagotto.

Quando i vestiti ammucchiati vengono portati nella stanza di disinfezione, vengono messi tutti insieme nel carrello della camera a vapore la quale, una volta riempita, viene chiusa. Nella camera viene prodotto un vuoto che va da 10 a 15 pollici[5], e viene quindi introdotto il vapore bollente fino a quando il manometro indica 20 libbre[6], che dà una temperatura di 259° Fahrenheit. Questa viene mantenuta per 10 minuti, per assicurare la penetrazione di tutti i mucchi, dopo di che la camera viene aperta.

La produzione di un secondo vuoto di 10 pollici e il suo mantenimento per 10 minuti asciugherà i vestiti completamente, ma nel clima secco di El Paso non è necessario.

Dopo che le persone sono rivestite, passano in un’altra stanza, dove chiedono la restituzione di eventuali bagagli. Vengono ispezionate dal caposquadra dell’impianto, e vengono tutte vaccinate.

Il tempo richiesto per la sterilizzazione dei vestiti va da 25 a 35 minuti, dipende dalla quantità di vestiti nella camera. L’efficacia di questo procedimento è stata accertata inserendo un termometro dentro mucchi di vestiti situati in zone differenti della camera, in alto, in basso, in mezzo, alle estremità, fino a quando l’operatore ha appreso in modo esatto da tali test per quanto tempo trattare i vestiti. I pidocchi e le loro uova vengono uccisi da una rapida esposizione a 212° F., ma si ottengono facilmente temperature più alte e vengono mantenute per assicurare l’efficacia.

[1] Il cui sito web è: http://www.nazigassings.com/
[2] http://ita.vho.org/043_Crematorio_di_ellis_island.htm
[3] http://www.nazigassings.com/PDFs/DelousingElPaso.pdf
[4] Un gallone è pari a 4,54 litri.
[5] Pollice: misura lineare pari a 2,54 centimetri.
[6] Libbra: circa 454 grammi.

lunedì 25 ottobre 2010

Massimo D'Alema cameriere della Nato

Dal libro «Ditelo a Sparta» - SERBIA ED EUROPAContro l’aggressione della Nato, presentato nei giorni scorsi, ho deciso di pubblicare, con il consenso dell’editore, il pezzo del prof. Luciano Canfora (pp. 67-68):

LA SINISTRA EUROPEA VA ALLA GUERRA

Giustamente il «Corriere della Sera» del 15 Maggio scorso [1999] scriveva, nel giorno in cui gli F16 hanno massacrato un centinaio di kosovari, che la Nato sta perdendo, «oltre alla guerra dell’informazione, anche la faccia». In realtà, sta perdendo anche la guerra. Il paragone che viene in mente è quello di Hitler a Stalingrado: perde perché non vince. Ma la vera guerra, in questo conflitto, è quella Usa (e appendice Tony Blair) contro l’Europa e la Germania in primis. Sventura ha voluto che al vertice dei paesi europei si trovassero modesti manichini della cosiddetta sinistra (o ex sinistra, se si preferisce), ansiosi unicamente di apparire perfettamente atlantici. Fischer, ex verde, è il più coraggioso di questa nuova stirpe di camerieri: pur di apparire atlantico a diciotto carati, ha perso un orecchio a opera di un compagno di partito giustamente esasperato. Anche D’Alema non scherza. Non sappiamo però se sia pronto a sacrificare una o entrambe le orecchie per la Nato. Per ora si limita a governare con l’appoggio di Fini e Casini, e contro la propria maggioranza. Questa peraltro (Diliberto incluso) è capace unicamente di pigolii mesti e poco costruttivi. Il più concreto è Marini, non a caso un vero democristiano.

Non c’è ironia in questa definizione, ma schietta ammirazione per un partito che, quando fu al governo, seppe mantenere le distanze dal dominio americano. Un partito il cui presidente fu eliminato per opera della manovalanza Br perché gli Usa e la Cia, lo stesso Kissinger non so sopportavano più. Durante l’era democristiana la Nato non faceva affidamento sull’Italia: e questo ci rendeva un paese indipendente. Oggi la nostra dignità è calpestata come melma perché la spina dorsale di chi ci governa è ad angolo retto. Rimpiangeremo a lungo Andreotti e Craxi, e la loro libertà di giudizio sulla crisi di Sigonella.

In verità il camerierato atlantico del nostro presidente del Consiglio [D’Alema] deve avere radici psicologiche prima che politiche. Egli non ha un pensiero politico: adora la tattica come tale; i contenuti non hanno importanza. La sua stella polare non è Palmiro Togliatti ma Liborio Romano, immarcescibile ministro di Franceschiello. Eppure, anche ponendosi nell’ottica del presidente del Consiglio (solo metodo, i contenuti non importano), non si capisce ugualmente questo intenso e spontaneo camerierato. Oltre tutto non gli assicura nulla sul futuro parlamentare, stante la sicura vittoria del centro-destra alle prossime politiche. Anche la via del Quirinale è sbarrata, visto che la prossima volta si tratta di elezione diretta, per cui lo scontro sarà tra Pippo Baudo e Valeria Marini. Lui passerà alla storia come l’uomo dello schiaffo del Cermis. Non male.

È accaduto altre volte nella storia che una élite politica si lasciasse conquistare dalla propaganda avversaria e smettesse di credere in se stessa. Nel nostro caso la parola élite può sembrare eccessivamente complimentosa. La si adopera unicamente nel senso di professionisti della vita di partito, privi di competenze specifiche. È un altro aspetto del fenomeno che si è prima indicato come «tattica senza contenuti». Chi non pratica altro che la politica come tale, è pronto a tutto, anche a portare il proprio paese in una guerra di cui conosce benissimo la totale infondatezza e il carattere squisitamente criminale.

I massacri della Nato in Serbia e in Kosovo non hanno alcuna giustificazione umanitaria. Rispondono piuttosto, se proprio si vogliono prendere per buone le motivazioni “ufficiali”, a una mentalità mafiosa. Tu hai ammazzato quello lì, e io ti ammazzo i fratelli, i congiunti, la figlia ecc. Chi avrebbe immaginato che la nostra tanto decantata cultura politica sarebbe caduta così in basso?

domenica 24 ottobre 2010

Carlo Mattogno: considerazioni sul reato di "negazione della Shoah"

CONSIDERAZIONI SUL REATO DI “NEGAZIONE DELLA SHOAH”

di Carlo Mattogno

La  recente proposta di Pacifici ha riportato in primo piano, dopo il tentativo abortito della “legge Mastella”, la questione del reato di “negazione della Shoah”. La discussione che ne è seguita è palesemente monca, perché si affrontano da un lato ignoranti presuntuosi e forcaioli che non hanno la più pallida idea di che cosa sia il revisionismo storico, dall’altro paladini della libertà di espressione che non ne sanno parimenti nulla.. Gli uni e gli altri sono però concordi nello svilire il revisionismo a mero “negazionismo”, che ne è una semplice parodia denigratoria.
Il primo punto da chiarire è perché gli elementi più estremisti dell’ebraismo italiano vogliono una legge contro il revisionismo. Le motivazioni addotte, penosamente puerili, tradiscono la loro funzione di facciata. Il motivo vero è che in Italia non esiste una storiografia olocaustica; non esiste un libro olocaustico degno di figurare in una bibliografia estera[1]; non esiste un solo storico di rilevanza internazionale (di grazia, non si tiri in ballo il presunto “esperto” mondiale Marcello Pezzetti, le cui conoscenze su Auschwitz sono appena appena superiori a quelle dei liceali che accompagna in visita al campo); non esiste un centro di studi olocaustici serio.  In pratica, in Italia non esiste nessuno che possa contrastare in modo efficace il revisionismo. E  il Centro di Documentazione ebraica di Milano (che,  al massimo, è capace di catalogare atti, scritte e siti “antisemiti”) è il simbolo di questa impotenza.
La situazione è tanto tragica che, a tenere una lezione  “riparatrice” all’Università di Teramo, per rimediare ai presunti nefasti del prof. Claudio Moffa, è stata invitata nientemeno che Valentina Pisanty[2], la nota esperta in Cappuccetto Rosso, che all’estero sarebbe chiamata al massimo negli asili per raccontare le favole ai bimbetti. En passant, sono dodici anni che aspetto la sua risposta al mio studio L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty (Graphos, Genova, 1998)[3], la replica al suo tanto (ingiustamente) decantato L’irritante questione delle camere a gas (Bompiani, Milano, 1998). È davvero deprimente vedere come la nostra dottoressa si ostini ancora a ripetere ossessivamente per ogni dove le sue fantasiose congetture ormai arciconfutate da oltre un decennio.
Tempo fa ho lanciato agli “esperti” di La Repubblica questo invito:
«Agli olo-sproloquiatori di casa nostra, che non sanno neppure com’è fatto un archivio e non hanno mai visto un documento tedesco originale, rinnovo l’ invito:
Il mio studio di 715 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugliindizi criminalidi Jean-Claude Pressac e sullaconvergenza di provedi Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009), fresco frutto della mia “sconfitta” culturale, è a disposizione di tutti. Se è pseudostorico, se imbroglia le carte, se contiene deliranti bugie, se è insensato, dimostratelo. Se avete ragione, sarà semplicissimo sbugiardarmi pubblicamente, in più otterrete anche la vostra “vittoria” definitiva.  Ma se non lo fate, dimostrerete, altrettanto pubblicamente, di essere soltanto degli emeriti buffoni»[4].
Nel frattempo è uscito un altro mio studio importante, che aggiungo al dossier sulle camere a gas: Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati (Effepi, Genova, 2010)[5], 333 pagine, 60 documenti.
Rinnovo l’invito a tutti gli anti-“negazionisti” italiani: invece di proporre leggi assurde, confutate questi due libri: se non lo farete, dimostrerete di essere soltanto degli emeriti cialtroni.

Per istituire il reato di “negazione” della Shoah bisognerebbe anzitutto chiarire che cosa si intende per Shoah. La definizione comunemente accettata è quella esposta da Michael Shermer e Alex Grobman: «l’uccisione di sei milioni di persone, le camere a gas e l’intenzionalità»[6].
L’eventuale legge dovrà allora assume i 6 milioni come dato “innegabile”? In questo caso, tra l’altro, sarebbero fuori legge non solo Gerald Reitlinger, che postulò da un minimo di 4.194.200 a un massimo di 4.581.000 vittime[7], ma perfino lo storico olocaustico per eccellenza, Raul Hilberg, che ne assunse 5.100.000[8]. Risulta perciò evidente che la cifra dei “sei milioni” è tutt’altro che “innegabile”.

La situazione non è migliore per quanto riguarda il secondo punto, le camere a gas. Nella tabella che segue riassumo  lo stato delle conoscenze olocaustiche al riguardo:

campo di sterminio
Numero delle camere a gas

numero delle vittime
secondo l’Enzyklopädie des Holocaust
prove documentarie e/o materiali
Chelmno
2 o 3 “Gaswagen”
152.000-320.000
nessuna
Belzec
3, poi 6
600.000
nessuna
Sobibor
3
250.000
nessuna
Treblinka
3, poi 6 o 10
738.000
nessuna
                totale
23 o 28
1.740.000-1.908.000
nessuna


In pratica la storiografia olocaustica afferma  che nei suddetti campi di sterminio siano esistite da 23 a 28 camere a gas (fisse o mobili), in cui sarebbero stati gasati da 1.740.000 a 1.908.000 Ebrei senza che sussista la minima prova documentaria o materiale. Tutto è rimesso a testimonianze contrastanti del dopoguerra, spesso palesemente false.
Passiamo al campo di Auschwitz. Ecco il quadro della situazione relativo alle camere a gas provvisorie:

impianto
numero delle
camere a gas
prove documentarie e/o
materiali
«indizi criminali»
crematorio I
1
nessuna
nessuno
“Bunker 1”
2
nessuna
nessuno
“Bunker 2”
4
nessuna
nessuno


Con queste, le camere a gas per le quali non esiste nessuna prova documentaria o materiale salgono a 30-35.
Per i crematori di Birkenau, Pressac nel 1989[9] annunciò la scoperta di 39 «indizi criminali» (criminal traces), non «prove», si badi bene, così ripartiti:
crematorio II: 11
crematorio III: 7
crematori IV e V: 15.
Al numero summenzionato Pressac era giunto sommando anche le varie menzioni del medesimo indizio. In realtà, raggruppando nelle singole voci le numerose ripetizioni, gli «indizi criminali» si riducevano a 9. Nel 1993 egli aggiunse altri 6 indizi[10] e uno fu trovato successivamente da Robert Jan van Pelt[11].
Curiosamente (si fa per dire), nessun indizio relativo al crematorio II è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto da parte della Zentralbauleitung all'amministrazione del campo (31 marzo 1943). Secondo Pressac, questo crematorio avrebbe funzionato
«come camera a gas omicida e impianto di cremazione dal 15 marzo 1943, prima della sua entrata in servizio ufficiale il 31 marzo, al 27 novembre 1944, annientando un totale di circa 400.000 persone, in massima parte donne, vecchi e bambini ebrei»[12].
È vero che Pressac in seguito ha drasticamente ridimensionato questa cifra, ma è anche vero che van Pelt attribuisce a questo impianto ben 500.000 vittime.
La presunta camera a gas omicida del crematorio II avrebbe dunque funzionato per oltre 20 mesi, sterminando 500.000 persone, senza lasciare neppure un misero «indizio criminale»!
Per il crematorio III, nessun indizio è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell'impianto (24 giugno 1943). In questo crematorio, secondo Pressac, furono gasate e cremate  350.000 persone. Per i crematori IV e V l'indizio più tardo risale ad appena un paio di settimane dopo la deliberazione di consegna dell'impianto (4 aprile 1943). In questi due crematori, secondo Pressac furono gasate e cremate 21.000 persone. Dunque nei quattro crematori sarebbero state gasate 771.000 persone in oltre 20 mesi senza che al riguardo nell'archivio della Zentralbauleitung sia rimasto un solo «indizio criminale», mentre invece numerosi documenti attestano i guasti frequenti che si verificarono agli impianti di cremazione.
Nello studio già menzionato Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli «indizi criminali» di Jean-Claude Pressac e sulla «convergenza di prove» di Robert Jan van Pelt  ho esposto una critica totale e radicale delle posizioni di questi due storici.
Ma, a parte ciò, “negare” le camere a gas di un singolo campo di sterminio significa “negare la Shoah”? E “negare” una singola camera a gas di Auschwitz? Ciò, per quanto riguarda i primi quattro campi e i primi tre impianti di Auschwitz, significherebbe dare rilevanza di “innegabilità” a semplici  testimonianze (per di più contrastanti); per i crematori di Birkenau, elevare al rango di dogma indiscutibile interpretazioni personali errate, spesso fantasione e qualche volta perfino in aperta malafede.
E come la mettiamo col numero delle vittime? Il tribunale di Norimberga sancì la favola sovietica dei 4 milioni; dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Museo di Auschwitz lo ridimensionò a 1.100.000[13], ma stranamente sulle  targhe marmoree che prima  recavano la cifra dei 4 milioni fu poi iscritta quella di un milione e mezzo.
Qual è allora la cifra “innegabile”? Un milione e cento mila? Oppure un milione e mezzo? In entrambi i casi sarebbero fuori legge sia Jean-Claude Pressac, che dichiarò da 611.000 a 711.000 vittime[14], sia Fritjof Meyer, all’epoca caporedattore di Der Spiegel (Amburgo), che parlò di 510.000[15].
E che dire dell’attività degli Einsatzgruppen? A questo riguardo il revisionismo contesta:
1) che gli Einsatzgruppen avessero l’ordine di sterminare gli Ebrei in quanto Ebrei;
2) l’entità delle fucilazioni realmente effettuate.
Nessuno dei due punti può essere storicamente “innegabile”.
Al congresso di Stoccarda (3 a 5 maggio 1984) Helmut Krausnick si occupò  in modo specifico «delle testimonianze e degli indizi esistenti circa l'eventuale impartizione di un ordine di fucilazione degli Ebrei». Su questo tema egli dichiarò:
«Riguardo alle questioni relative a quando, dove, da chi e per quale cerchia di persone un tale ordine fosse stato trasmesso agli Einsatzgruppen, le deposizioni rese dopo la guerra non concordano – o non concordano più».
Indi aggiunse che
«più importante della questione di chi abbia trasmesso l'ordine di uccisione, è indubbiamente quella di sapere se e quando sia stato impartito, e a quale cerchia di persone»[16].
Se, da chi, quando, a chi! La storiografia olocaustica al riguardo brancola nel buio totale.
Per quanto riguarda la cifra delle vittime, nel libro edito da W. Benz Dimensione del genocidio appare una statistica comparata dei dati di G. Wellers, di G. Reitlinger, di R. Hilberg e dell’Enciclopedia dell’Olocausto. Riguardo  all’Unione Sovietica (attività degli Einsatzgruppen) in essa figura una cifra minima di 750.000 (G. Reitlinger) e una cifra massima di 2.100.000 (W. Benz)[17]. La “negazione” di quale cifra costituirebbe allora reato?

Il terzo elemento che definisce la Shoah è l’intenzionalità, ossia una volontà omicida concretizzatasi in un ordine di sterminio, il fantomatico Führerbefehl. Anche qui si naviga nelle tenebre. Come è noto, la corrente funzionalista o strutturalista ha fatto scempio delle ipotesi intenzionaliste propugnate a Norimberga, riducendo il presunto ordine di sterminio a un «cenno della testa» di Hitler o a una «lettura di pensieri concordanti» tra Hitler e i suoi gerarchi![18].
Sarà dunque reato “negare” qualcosa che, per ammissione di una corrente della storiografia olocaustica, non è mai esistito?

Il caso francese della famigerata legge Fabius-Gayssot (13 luglio 1990) illustra bene le acrobazie funamboliche in cui i giuristi locali si sono esibiti per tentare di sostanziare in qualche modo la legge antirevisionista. L’articolo 9 afferma infatti che «saranno puniti con le pene previste dalla sesta riga dell’articolo 24  coloro che avranno contestato, con uno dei mezzi enunciati all’articolo 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità quali sono definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale allegato all’accordo di Londra dell’9 agosto 1945 e che sono stati commessi sia dai membri di una organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell’articolo 9 del suddetto statuto, sia da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da una giurisdizione francese o internazionale»[19].
Ma l’articolo 6 dello statuto di Londra si limita semplicemente a definire formalmente i tre tipi di crimini da attribuire ai nazisti (crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità)[20]. Si potrebbe allora pensare che i giudici francesi si basino sul dibattimento e sulla sentenza del processo di Norimberga. Se ciò fosse vero, dovrebbero condannare anche chi nega che l’eccidio di Katyn fu commesso dai Tedeschi, chi nega che a Belzec l’uccisione avvenisse mediante corrente elettrica e a Treblinka per mezzo di “camere a vapore”, chi nega che le vittime di Auschwitz furono 4 milioni e quelle di Majdanek un milione e mezzo (la cifra ufficiale attuale è 78.000) e  anche chi nega che i Tedeschi usassero il grasso umano per fabbricare sapone. Tutte “verità” sancite a Norimberga.
Il riferimento al processo di Norimberga è fin troppo chiaramente pretestuoso, in quanto con esso si finge di introdurre un criterio di giudizio storico oggettivo, mentre invece l’interpretazione della legge è lasciata all’arbitrio del giudice.

Concludendo, “negare la Shoah” storicamente non significa nulla, perché, contrariamente a quanto credono gli ignoranti, essa non è un fatto, meno che mai un fatto univoco e innegabile, bensì una congerie straordinariamente complessa di interpretazioni di fatti reali, di affermazioni indimostrate e di supposizioni aleatorie.
Il reato di “negazione della Shoah”, senza un elenco preciso di tutti i suoi aspetti “innegabili”, sarebbe pertanto giuridicamente aberrante; esso costituirebbe per di più un becero atto di vero negazionismo: la negazione della libertà di opinione in campo olocaustico, l’unico campo storico che, negli intendimenti degli intolleranti fautori della legge,  dovrebbe essere sottratto a suon di galera alla critica.


                                                                                                                 Carlo Mattogno


23 ottobre 2010





[1] Coll’unica eccezione dell’opera di Liliana Picciotto Fargion Il libro della memoria (Mursia, Milano, 1991), che però è un semplice elenco di nomi.
[2] Teramo, contro le tesi negazioniste spunta una lezione “riparatrice”, in:
[3] In rete: edizione riveduta, corretta e aggiornata (2009): http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.
[4] La “Repubblica” del Delirio o i Teppisti della Disinformazione, in:
[5] La Prima Parte del libro presenta, sulla base di documenti ignoti alla storiografia ufficiale o da essa volutamente ignorati, una trattazione sulle condizioni di vita dei detenuti ad Auschwitz, con particolare riferimento all’assistenza sanitaria; dunque non solo non “nega” nulla, ma “afferma” aspetti  della vita del campo “negati” dalla storiografia ufficiale.
[6] Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 28.
[7] La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 612.
[8] La distruzione degli ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, pp. 1318-1319.
[9] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989
[10] J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.
[11] R.J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
[12] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of  the gas chambers, op. cit., p. 183.
[13] Franciszk Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Verlag des Staatliches Museum in Oświęcim, 1993.
[14] Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173
[15] «Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Neue Erkenntnisse durch neue Archivfunde», in: Osteuropa. Zeitschrift für Gegenwartsfragen des Ostens, n. 5, 2002, pp. 631-641.
[16] Eberhard Jäckel, Jürgen Rohwer (a cura di), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg. Entschlußbildung und Verwirklichung. Deutsche Verlags-Anstalt, Stoccarda, 1985, p. 91.
[17] Dimension des Völkermords. Die Zahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus”. R. Oldenbourg Verlag, Monaco, 1991, p. 16.
[18] Vedi al riguardo il mio studio Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica. Edizioni di Ar, 2009.
[20] Atti del processo di Norimberga, edizione tedesca, vol. I, pp. 11-12.