venerdì 30 aprile 2010

Un libro di Giorgio S. Frankel: "L'Iran e la bomba"

Giorgio S. Frankel

L'Iran e la bomba
I futuri assetti del Medio Oriente e la competizione globale

pagg. 12012 Il libro sarà nelle librerie a partire dal 28 aprile 2010 – È già disponibile per attivisti/organizzazioni.
Un testo breve ma di grande lucidità, utile a capire la posta in gioco di un possibile e imminente conflitto bellico.

Indice
Introduzione
1. L’atomica più lenta della Storia
2. Una scena strategica affollata: Iran, Israele, Stati Uniti e altri
3. La «lunga guerra» globale e l’Iran
4. Se L’Iran avrà l’atomica: equilibrio o catastrofe?
5. Israele, la bomba e la deterrenza globale

Attivisti/e e organizzazioni possono promuovere il libro acquistandolo direttamente dalla casa editrice al prezzo di 6 euro + spese di spedizione in contrassegno.
Inviare la richiesta a: info@deriveapprodi.org e cc a info@ism-italia.it
Costo complessivo:
per 6 libri 30 euro+4 di sped. = 34 euro
per 10 libri 60 euro+4 di sped. = 64 euro
oppure sollecitando le librerie frequentate a ordinarlo e/o organizzando presentazioni del libro.

Il libro
Da circa vent’anni gli Stati Uniti e parte delle potenze occidentali affermano che «l’Iran è prossimo ad avere armi atomiche e che è ormai solo una questione di pochi anni». Questi «pochi anni» sono generalmente cinque, ma i tempi previsti variano a seconda delle circostanze, mentre la data fatidica dell'ingresso dell’Iran nel club delle potenze nucleari viene via via spostata in avanti. A cosa risponde questa retorica a fronte della centralità della questione iraniana nello scacchiere politico mediorientale? Qual è il ruolo giocato dall’altra potenza atomica regionale, ovvero Israele?
Attraverso un’analisi geopolitica che passa al vaglio tanto gli appetiti occidentali per le risorse di gas e petrolio iraniane quanto la specifica collocazione dell’Iran a cavallo tra la sfera d’influenza cinese e quella russa, Frankel prova ad approfondire la questione dell’«atomica iraniana» scardinando ciò che lui stesso definisce una retorica di «propaganda». Gli scenari possibili sono infatti diversi e complessi: dall’apertura di un nuovo fronte militare oltre a quello afghano e iracheno all’introduzione di un possibile equilibrio del terrore basato sulla deterrenza.Un testo breve ma di grande lucidità, utile a capire la posta in gioco di un possibile e imminente conflitto bellico.

Giorgio S. Frankel
Giorgio S. Frankel, analista di questioni internazionali e giornalista professionista indipendente, si occupa di Medio Oriente e Golfo Persico dall’inizio degli anni Settanta. Negli ultimi anni ha scritto anche di Asia centrale, politica petrolifere internazionali, industria aerospaziale. In passato ha seguito a lungo i problemi strategici Est- Ovest, le questioni del Sudafrica e dell’Africa australe, oltre che della Turchia. Collabora a «Il Sole 24 Ore», al «Corriere del Ticino» e ad altri periodici, tra cui «Il Mulino» e «Affari Esteri». È docente al «Master in Intelligence» dell’Università della Calabria e ha insegnato in varie edizioni del «Master in Peacekeeping» dell’Università di Torino.

Dalla prefazione dell'autore
Per progettare e costruire le prime atomiche partendo quasi da zero, durante la Seconda guerra mondiale, gli americani impiegarono sei anni, se si fa iniziare la «corsa alla Bomba» con la celebre lettera di Albert Einstein al presidente Roosevelt, o molto meno – solo tre anni e mezzo – se si conteggiano i tempi dall’avvio vero e proprio del «Progetto Manhattan». A confronto, l’atomica iraniana ha avuto tempi così lunghi e un procedere così lento che non si può certo parlare di una «corsa alla Bomba» da parte di Teheran. Quell’atomica, in effetti, è stata in prima pagina, per così dire, per quasi vent’anni, e sempre data per imminente – una questione, si diceva ogni volta, ormai di pochi anni: dai tre ai cinque, secondo molte previsioni, o anche meno, secondo altre. Ma il fatidico giorno «X» dell’Iran nucleare ha continuato a fuggire in avanti. Ancora nel 2009 non si era certi che Teheran avesse effettivamente deciso di dotarsi di armi atomiche. Del resto, nel novembre 2007 le agenzie di intelligence degli Stati Uniti, in una valutazione («National Intelligence Estimate») del programma nucleare iraniano, dissero che, molto verosimilmente, Teheran aveva chiuso la parte militare del programma stesso già nel 2003, a causa delle pressioni internazionali.
Nel corso degli anni, numerosi «scoop» giornalistici e alcuni rapporti di vari centri di ricerca, soprattutto negli Stati Uniti, hanno parlato di prove concrete e decisive circa l’esistenza di un programma militare iraniano in uno stadio ormai avanzato. A questi si aggiungono, tra gli altri, anche occasionali rapporti di alcuni Comitati del Congresso degli Stati Uniti. Alcune «rivelazioni» sono poi risultate di fonte israeliana; sono quindi possibili casi di disinformazione e guerra psicologica. In linea di massima, gli «scoop» giornalistici, per quanto clamorosi, non sembrano avere avuto alcun seguito di rilievo per quanto riguarda la linea delle potenze occidentali e la politica dell’Aiea. Gli Stati Uniti hanno più volte minacciato azioni militari contro il programma nucleare iraniano, soprattutto dopo la guerra in Iraq. Israele ha parlato della possibilità concreta di un proprio attacco «preventivo», anche con armi atomiche, contro la «minaccia» nucleare iraniana fin dall’inizio degli anni Novanta. Israele, con la sua potenza nucleare (che alcune stime mettono al terzo o quarto posto nella graduatoria mondiale), è un fattore chiave della persistente emergenza iraniana a livello globale, mentre Russia e Cina hanno stretti rapporti con l’Iran e negano l’esistenza di un programma nucleare militare (molto probabilmente non sarebbero a favore di un Iran nucleare, ancorché alleato), gli altri paesi del Medio Oriente, Turchia compresa, sono in linea di massima orientati al dialogo anziché a uno scontro, l’Europa sarebbe favorevole a sviluppare i rapporti economici con l’Iran, mentre negli Stati Uniti la Casa Bianca, già con Bush, il Pentagono e il Dipartimento di Stato hanno in varie occasioni attenuato i toni verso l’Iran, a dispetto della retorica bellicista del Congresso e di molti politologi e teorici «neocon» che hanno sviluppato una sorta di ideologia intorno all’ipotesi di bombardare l’Iran. Le minacce israeliane, come ha scritto il politologo Trita Parsi, sono un «bluff», ma le conseguenze di un eventuale attacco sarebbero troppo pericolose per correre il rischio, e questo costringe le altre potenze a continuare le pressioni sull’Iran per tenere sotto controllo il fattore Israele. Queste considerazioni, e altre che ne conseguono o possono a esse connettersi, non implicano necessariamente un atteggiamento di simpatia politica verso il regime di Teheran, la sua ideologia e la sua politica interna. Bisogna però ricordare che intorno al 2003, prima e dopo la guerra in Iraq, coloro che dicevano che l’Iraq non aveva un arsenale di «armi di distruzione di massa» e non poneva una minaccia ai vicini e tanto meno al mondo venivano facilmente infamati come «amici» e sostenitori della dittatura di Saddam Hussein. Il punto è che quelle armi non c’erano e le prove della loro esistenza erano assolutamente false, mentre la successiva distruzione dell’Iraq è stata tragicamente vera e quasi irreversibile.
Ai tempi della guerra in Iraq la boutade di successo negli Stati Uniti era: «Tutti vogliono andare a Baghdad, ma gli uomini veri vanno a Teheran!», ovvero: «Dopo l’Iraq, il primo della lista è l’Iran». Il punto è che, a parte ogni considerazione sul regime di Teheran, un attacco all’Iran col pretesto delle sue (ipotetiche) armi nucleari potrebbe provocare uno shock petrolifero mondiale, destabilizzare come una catastrofe l’intero Medio Oriente e mettere Stati Uniti e Cina in una pericolosa rotta di collisione frontale. Questi e altri possibili eventi connessi potrebbero poi essere ricordati, in un lontano futuro, come i prodromi della terribile Grande guerra globale del secondo decennio del XXI secolo. In altre parole, quello che sembrava possibile all’America di George W. Bush alla vigilia della spedizione in Iraq, quando gli Stati Uniti erano «l’unica super-potenza globale rimasta al mondo», e non intendevano tener conto dell’Europa o della Russia, non sembra più possibile, se non con rischi altissimi, all’America di Barack Obama, una potenza in declino, impastoiata in una difficile guerra sul fronte Afghanistan-Pakistan, e che prevede di combattere in quelle zone del mondo una «Lunga guerra» che durerà altri cinquant’anni, mentre la Cina e l’Asia emergono come futuro polo del potere globale. I rapporti di forza a livello globale sono in pochi anni molto cambiati. Anche il Medio Oriente è cambiato, come si vede col rapido avanzare degli interessi della Cina nel Golfo Persico, le modernizzazioni della regione, il nuovo ruolo della Turchia, il dinamismo degli emirati del Golfo e altri sviluppi. Nel Medio Oriente esteso si gioca una partita decisiva per il futuro ordine mondiale e per definire i confini tra il potere asiatico che avanza e quello americano che retrocede. L’Iran è certamente un settore chiave di questa competizione globale.Come si vede, dunque, la questione della (ipotetica) atomica di Teheran ha molte sfaccettature, a cominciare da quella tecnologica e industriale, relativa alle effettive capacità iraniane in campo nucleare, che però non può essere qui esaminata. Tra le sfaccettature di carattere più propriamente politico, una di grande rilievo è la propaganda, che quando è ben condotta è difficile da individuare subito. Nei paesi occidentali, la propaganda permea ogni altro aspetto della questione iraniana, condiziona sempre più il linguaggio politico, e ha acquisito una dimensione e una veemenza senza precedenti nella storia recente. Un’altra sfaccettatura comprende le pressioni e le manovre diplomatiche, le ritorsioni economiche, le minacce militari volte a bloccare il programma nucleare iraniano.

L'allusione di Cardini al giampaolopansismo

"Durante la mia adolescenza e giovinezza, avevo in odio il fatto che si facesse di tutto per convincere la gente e insegnare nelle scuole che la liberazione dal nazifascismo era stata tutta e soltanto, o in massima parte, opera della resistenza partigiana, in particolare (così si diceva nella mia Toscana) di quella comunista e al massimo un pochino anche azionista. Siccome un po' di storia la sapevo, mi chiedevo: e i partigiani cattolici? E i poveri soldati "badogliani", quelli del regno del sud? E gli alleati, che erano stati quelli che sul serio avevano vinto la guerra? Poi, il vento è cambiato: ora sembra che i partigiani comunisti al massimo buttassero la gente nelle foibe o si dessero a infami e indiscriminate vendette perché a loro volta volevano instaurare il regno del terrore e la repubblica bolscevica asservita a Mosca, mentre tutti i meriti vanno agli altri, i cosidetti "bravi ragazzi venuti da Oltreoceano per liberarci"...Per contro, è obbiettivo che la vittoria sul nazismo si sia in gran parte dovuta proprio a Stalin e ai comunisti. Vogliamo celebrare la Liberazione? Benissimo: allora una parte della gloria e dell'onore vanno anche a Stalin. Piaccia o no".

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32063

giovedì 29 aprile 2010

Il segreto della guerra in Afghanistan: il traffico della droga

LA GUERRA AFGHANA: “NIENTE SANGUE PER L’OPPIO

Lo scopo militare segreto è di proteggere il traffico della droga

Di John Jiggens, 21 Aprile 2010[1]

Era normale, all’inizio della guerra contro l’Iraq, vedere slogan che proclamavano: “Niente sangue per il petrolio!”. La motivazione di facciata della guerra – i legami con Al Qaeda di Saddam e le sue armi di distruzione di massa – erano ovvie mistificazioni di massa, che nascondevano un programma imperiale molto meno digeribile. La verità era che l’Iraq era un importante produttore di petrolio e, nella nostra epoca, il petrolio è la risorsa più strategica in assoluto. Per molti era ovvio che il programma vero della guerra era il controllo imperialistico del petrolio iracheno. Questo venne confermato quando la compagnia petrolifera statale dell’Iraq venne privatizzata all’indomani della guerra in funzione degli interessi occidentali.

Perché quindi non ci sono slogan che dicono: “Niente sangue per l’oppio!”? Il primo prodotto dell’Afghanistan è l’oppio e la produzione di oppio è straordinariamente aumentata durante l’attuale guerra. L’azione in corso della NATO a Marjah è chiaramente motivata dall’oppio. Si dice che sia la principale area di produzione dell’oppio dell’Afghanistan. Perché allora la gente non pensa che il vero scopo della guerra afghana è il controllo del traffico dell’oppio?

Le armi di mistificazione di massa ci dicono che l’oppio appartiene ai talebani e che gli Stati Uniti stanno combattendo contro la droga così come contro il terrorismo. Tuttavia rimane il fatto singolare che il traffico di oppio dell’Asia orientale, negli ultimi 50 anni, ha percorso un tragitto da est a ovest, seguendo le guerre americane, e sempre sotto il controllo degli apparati americani.

Negli anni ’60, quando gli Stati Uniti combattevano in Laos una guerra segreta utilizzando l’esercito Hmong dell’oppio di Vang Pao[2] come suo mandatario, l’Asia sudorientale produceva il 70% dell’oppio illegale del mondo. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la produzione dell’Afghanistan, controllata dai signori della droga appoggiati dagli Stati Uniti, che fino ad allora aveva rivaleggiato con la produzione dell’Asia sudorientale, venne eliminata. Dal 2002, la produzione afghana di oppio, incoraggiata sia dai talebani che dai signori della droga appoggiati dagli Stati Uniti, ha raggiunto il 93% della produzione mondiale illegale: una prestazione senza confronti.

Il grafico riprodotto nell'illustrazione, tratto dal UN World Drug Report [Rapporto Mondiale sulle Droghe delle Nazioni Unite] del 2008, mostra la crescita sbalorditiva della produzione afghana di oppio seguita all'invasione americana.

Negli anni ’80, gli Stati Uniti sostennero in Afghanistan i fondamentalisti islamici, i mujaheddin, contro i sovietici. Per finanziarsi la guerra, i mujaheddin ordinarono agli agricoltori di coltivare l’oppio come pedaggio alla rivoluzione. Lungo il confine col Pakistan, i leader afghani e i cartelli locali, sotto la protezione dell’intelligence pakistana, gestivano centinaia di raffinerie di eroina. Quando la Mezzaluna d’Oro dell’Asia sudoccidentale eclissò il Triangolo d’Oro dell’Asia sudorientale come centro del traffico di eroina, fece alzare i tassi di tossicodipendenza in Afghanista, Iran, Pakistan e Unione Sovietica in modo vertiginoso.

Per nascondere la complicità statunitense nel traffico della droga, venne chiesto ai funzionari della Drug Enforcement Agency (DEA) di stare alla larga dai narcotraffici degli alleati degli Stati Uniti e dal sostegno da essi ricevuto dall’Inter Service Intelligence (ISI) del Pakistan e dai favori delle banche pakistane. Il compito della CIA era di destabilizzare l’Unione Sovietica per mezzo del sostegno all’islam fondamentalista all’interno delle repubbliche centro-asiatiche, e così sacrificarono la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. Il loro compito era di danneggiare i sovietici il più possibile. Sapendo che la guerra con la droga avrebbe accelerato il crollo dell’Unione Sovietica, la CIA facilitò le attività dei ribelli anti-sovietici nelle province dell’Uzbekistan, della Cecenia e della Georgia. Le droghe vennero usate per finanziare il terrorismo e le agenzie di intelligence occidentali usavano il loro controllo sul narcotraffico per influenzare i gruppi politici in Asia Centrale.

L’esercito sovietico si ritirò dall’Afghanistan nel 1989, lasciando sul campo una guerra civile - tra i mujaheddin finanziati dagli Stati Uniti e il governo sostenuto dai sovietici - che durò fino al 1992. Nel caos che seguì alla vittoria dei mujaheddin, l’Afghanistan scivolò in un periodo di guerra per bande in cui l’oppio crebbe in modo vigoroso.

Dal caos emersero i talebani, che si impegnarono a eliminare i signori della guerra e ad applicare un’interpretazione stretta della legge islamica (sharia). Presero Kandahar nel 1994, ed ampliarono il loro controllo dell’Afghanistan, conquistando Kabul nel 1996, e proclamando l’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Sotto la politica del governo talebano, la produzione di oppio in Afghanistan venne messa a freno. Nel Settembre del 1999, le autorità talebane emisero un’ordinanza che ordinava a tutti i coltivatori di oppio dell’Afghanistan di ridurre la produzione di un terzo. Una seconda ordinanza, promulgata nel Luglio del 2000, ordinava ai coltivatori di cessare del tutto la coltivazione dell’oppio. Ordinando la messa al bando della coltivazione dell’oppio, il Mullah Omar definì il traffico di droga “anti-islamico”.

Di conseguenza, il 2001 fu l’anno peggiore per la produzione globale di oppio nel periodo tra il 1990 e il 2007. Durante gli anni ’90, la produzione globale di oppio raggiunse la media di oltre 4.000 tonnellate. Nel 2001, la produzione di oppio precipitò a meno di 200 tonnellate. Sebbene non venne riconosciuto dal governo Howard, che se ne attribuì il merito, la penuria di eroina in Australia del 2001 era dovuta ai talebani.

Dopo l’attacco al Pentagono e alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001, gli eserciti dell’alleanza del nord, guidati dalle forze speciali statunitensi e sostenuti dalle bombe “daisy cutter”[3], dalle bombe a grappolo e dai missili anti-bunker, distrussero le forze talebane in Afghanistan. Il bando dell’oppio venne tolto e, con i signori della guerra sostenuti dalla CIA di nuovo al potere, l’Afghanistan divenne di nuovo il principale produttore di oppio. Nonostante i dinieghi ufficiali, Hillary Mann Leverett, ex addetto del National Security Council per l’Afghanistan, confermò che gli Stati Uniti sapevano che i ministri del governo afghano, incluso il ministro della difesa del 2002, erano coinvolti nel traffico della droga.

Schweich scrisse sul New York Times che “la narco-corruzione arrivò ai vertici del governo afghano”. Disse che Karzai era restio a combattere i grandi signori della droga nella sua roccaforte politica al sud, dove viene prodotta la maggior parte dell’oppio e dell’eroina del paese.

Il più importante di questi sospetti signori della droga era Ahmed Wali Karzai, il fratello del Presidente Hamid Karzai. Si è detto che Ahmed Wali Karzai abbia orchestrato la fabbricazione di centinaia di migliaia di schede elettorali fasulle per il tentativo di rielezione del fratello nell’Agosto del 2009. È stato anche ritenuto responsabile della presentazione di dozzine di cosidetti seggi elettorali fantasma – esistenti solo sulla carta – usati per fabbricare decine di migliaia di schede fasulle. Funzionari statunitensi hanno criticato il suo controllo “para-mafioso” dell’Afghanistan meridionale. Il New York Times ha riferito che l’amministrazione Obama si è ripromessa di prendere serie misure contro i signori della droga che permeano gli alti livelli dell’amministrazione del Presidente Karzai, e che ha fatto pressioni sul Presidente Karzai affinché allontanasse suo fratello dall’Afghanistan del sud, ma lui si è rifiutato.

“Karzai ci sta giocando come un imbroglione”, ha scritto Schweich. “Gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari per lo sviluppo infrastrutturale; gli Stati Uniti e i loro alleati hanno combattuto i talebani; gli amici di Karzai hanno avuto la possibilità di diventare più ricchi col traffico della droga. Karzai aveva per nemici dei talebani che hanno fatto profitti con la droga, ma aveva un numero anche maggiore di amici che l’hanno fatto”.

Ma chi ha giocato chi come un imbroglione?

È stato il Presidente fantoccio o i burrattinai che lo hanno insediato?

Come Douglas Valentine mostra nella sua storia della guerra alla droga, The Strenght of the Pack [La forza del branco], questa guerra infinita è stata una gara fasulla, un braccio di ferro tra due braccia dello stato americano, la DEA e la CIA; con la DEA che ha cercato invano di fare la guerra, mentre la CIA protegge i suoi apparati che commerciano con la droga.

Durante i secoli diciannovesimo e ventesimo, le potenze europee (soprattutto l’Inghilterra) e il Giappone usarono il traffico di oppio per indebolire e sottomettere la Cina. Durante il ventunesimo secolo, sembra che l’arma dell’oppio venga usata contro l’Iran, la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tutti costretti a fronteggiare tassi vertiginosi di tossicodipendenza e la penetrazione occulta degli Stati Uniti, mentre la guerra afghana alimenta la piaga dell’eroina dell’Asia Centrale.

"Le truppe in Afghanistan proteggono la nostra libertà qui da noi ... Oh aspetta, è un campo di papaveri ... non dimenticarlo mai"


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=18768
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Hmong
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/BLU-82

Fiamma Nirenstein infiltrata del 25 Aprile

Tradimenti a goggò?

Non piangetemi, non chiamatemi povero.
Muoio per aver servito un'idea.”
Willy Jervis
da Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi 1952

1. Un comunicato del ComitatoPalestina nel cuore

Le manifestazioni per il 25 aprile sono state turbate, oltraggiate e vilipese dall’invito a partecipare esteso a fascisti-sionisti e a sionisti-fascisti (pleonasmo number one?). Ne da conto puntualmente una presa di posizione del Comitato “Palestina nel cuore” che riportiamo in allegato.

2. C’è del marcio non solo in Danimarca?

Ci deve essere una grande confusione o, se preferite per gusto teatrale, ci deve essere del marcio non solo in Danimarca, in questa allegra e trucida commistione di opposti e contrari, di estremi e blasfemi.
Essere o non essere? Dubbio letale, gettato in un tombino. Scogito, ergo non sum! Non essere! Comandamento universo e omosex. Colossale svendita di bussole.
Guelfi e ghibellini, capuleti e montecchi, miscredenti (sempre di meno nei piani alti), agnostici (moltissimi, buona notizia questa, a livello giovanile!), e piedonne-piiuomini a lustrar scarpe del pastore deutch, ecclesiali adusi ad ogni abuso, obami screditatissimi malgrado discorsi cairioti, viltroni, ciglioni e lusconi, donne et homines dai costumi non difficilissimi, di ogni età e di ogni dimensione, anche lontano dal Café de Paris*, dal fascino sottilissimo, leggi tzipi (chi era costei? chiedere al riotta!), dal sorriso schizo-mascelluto (leggi un tony o una angela o il partnér di una bruni), sostenitori di guerre purché pacifiche (tutti a ossimoreggiare senza alcun loico costrutto), donatori di truppe, free of charge, ai karzai, grissini piemontesi in salmì, trote padane, lanzichenecchi, lerusse, patti repubblicani, pardon, repubblichini, bocchini, esportatori di democrazia (sic!), banchieri bancarottieri, giornalisti bugiardi di cremona, scrittori ridens, saviani israeliani, intellettuali-sacerdoti (!?!) rinchiusi in dimore riaperte in anni lontani.
L’elenco potrebbe continuare, con una mercedes senza più gomme e sorie (questa è per i piemontesi doc!), se il gadda, l’emilio, quello di eros e priapo, non dormisse da tempo all’estero, rifugiato, morale e politico, nel deserto dell’hoggar.
Tutta roba da museo-zoo dell’orripilante. E qui si potrebbe proseguire all’infinito, che non c’è angolo di questo paese che non ospiti una escrescenza o una escrezione capace di augmentare lo scemenziario nazionale, vedi il capitolo sindaci e resistenza, tutto ancora da scrivere, e ne vedremo sempre di più belle di istorie nell’immediato futuro.

3. Attualità del Gadda

«Italiani! Io vi esorto alle istorie!» Tra le quali ci guazzano di molte bugie, mi pare a me”. Oppure: “Ma te ti dimandi mai, o a vespero o a matutino, quanti di noi fussino o in facto sono e’ ladri? quanti i lor complici? quanti gli assassini e i predoni? quanti i concussori? quanti i bari? quanti i simoniaci e compromettitori, agli uffizi e alle chiese? quanti i maquero, sive parassiti a le poarine? quanti soltanto anche i poltroni, i giuggioloni, i pavoni beati a passeggio in sul Vittorio Emanuele? quanti i bevitori di bitter? quanti i cik-cik?”. Sempre oppure il Gadda: “il vigile dei destini principe ragghiare da issu’ balconi ventitre anni, palagiare la campagna brulla di inani marmi e cementi, e voltar gli archi da trionfo, anticipati alla cieca ad ogni sperato trionfo e assicurata catastrofe… L’Italia la era padronescamente polluta dallo spiritato: lo spiritato l’era imperialmente grattato e tirato a prurigine dal plauso di un poppolo di quarantaquattro milioni di miliardi d’animalini a cavatappi.”

4. Spiritati a goggò al Quirinale

Circolano spiritati a goggò, anche nel 2010 moltissimi, mentre il poppolo supera ora i sessanta milioni.
Ma sto poppolo ha ascoltato e meditato su la proposizione seguente emessa dal presidente, quello dal quale in passato furono amati i carri urss non dis-armati e ora quelli israel?
Così ebbe a dire, sabato 25 aprile 2010, di fronte gli esponenti delle Associazioni Combattentistiche e d'Arma: “I valori e gli ideali di libertà, di pace e di giustizia, che sono stati consacrati, sull'onda della Liberazione, nella Costituzione repubblicana, ispirano l'impegno del nostro paese nelle organizzazioni internazionali, nelle Nazioni Unite come, in particolare e più fortemente, nell'Unione europea, e quindi nelle missioni di stabilizzazione e di sostegno [sic!] allo sviluppo istituzionale ed economico-sociale [sic!] in aree di crisi, dal Libano, ai Balcani all'Afghanistan [sic!]). E in quelle missioni, in quelle terre le nostre Forze armate concorrono con il proprio decisivo apporto professionale e morale, ampiamente riconosciuto dagli alleati e dalle popolazioni, al conseguimento di obiettivi coerenti [sic!] con il retaggio della Resistenza [sic!]: ho detto ieri, con il retaggio più condiviso e duraturo della Resistenza e con gli indirizzi della Carta costituzionale.”

Che dire? L’immaginazione al potere!, sia pure in ritardo, secondo un maggio dimenticato?


4. Come tradire la Resistenza e la Costituzione

Se l’ANPI ritiene di dover invitare e di dover dare la parola at cani et porci, siamo già negli spazi sempre più illimitati della resa al revisionismo e all’opportunismo, del servilismo immorale, senza dimenticare quelli del ridicolo e del grottesco. E si potrebbe aggiungere dell’ipocrisia, del cinismo e della menzogna.
Ma se un presidente della repubblica arriva a stabilire una qualche connessione tra la Resistenza italiana e la presenza, al servizio dell’imperialismo e del neocolonialismo occidentale, delle nostre forze armate in aree di crisi, in barba dell’articolo 11** della Costituzione siamo al tradimento della Resistenza e della Costituzione.
Ma, as usual, nulla abbiamo capito, invece dell’importanza del tutto, il trionfo delle democrazie, vecchi come siamo e retrò e irascibili e altre cose che qui non vi stiamo a raccontare, che se no altrimenti rischieremmo di non chiudere questo logorroico pensiero.
L’unica democrazia in Medio Oriente, uno Stato coloniale, razzista e fascista poteva non essere presente a Roma il 25 aprile?
E chi poteva meglio rappresentarla se non una signora, colona israeliana, ma anche parlamentare italiana?
Non siamo noi l’unica democrazia del sud-europa?
Non siamo noi uno dei ponti, tra i più sgangherati in verità, tra la superpotenza canaglia, quella oltre l’atlantico, e Israele?

5. Dopo il 25 aprile il 1 maggio***

A qualcuno è già venuto in mente di far aprire il corteo dal presidente operaio, con la signora mercegaglia e il canadese (marchionne) et similia, accompagnati dagli amministratori delegati delle principali banche nazionali?

Alfredo Tradardi
ISM-Italia
Torino, 28 aprile 2010
*
Il Cafè de Paris è a Montecarlo, a sinistra guardando il Casinò!
**
Art. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

***
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Allegato 1
Il 25 aprile senza fascisti e sionisti alle nostre manifestazioni
Comitato “Palestina nel cuore”

A tutti gli antifascisti
Ai soci dell’ANPI
Agli iscritti all’ANPI giovani

Oggi a Roma il comizio convocato dall’ANPI a Porta San Paolo è stata l’occasione per assistere a una serie di gravissime provocazioni che come antifascisti e democratici non siamo disposti a tollerare e di cui chiediamo conto alla direzione dell’ANPI nazionale e romana.
Alla commemorazione del 25 aprile è stata invitata la neo-presidente della Regione Lazio Renata Polverini; un invito reso più grave dall’imminenza del 7 maggio, giorno in cui il blocco studentesco ha convocato la sua marcia su Roma insultando la storia di una città medaglia d’oro della Resistenza: un merito riaffermato nel corso degli anni dalle lotte antifasciste delle generazioni di giovani che si sono susseguite. Renata Polverini è parte di una coalizione politica reazionaria, promotrice di politiche classiste, razziste, clericali e omofobe.
Come se non bastasse, erano presenti e sono stati invitati sul palco esponenti dell’Associazione Romana Amici d’Israele, calata a Porta San Paolo con un delirante volantino inneggiante al sionismo e a Israele, e sventolando bandiere israeliane, tra cui faceva bella mostra di sè la bandiera dell’aviazione israeliana; l’aviazione israeliana l’anno scorso ha perpetrato – lo ricordiamo a chi se lo fosse dimenticato - il massacro di Gaza bruciando oltre 1400 vite in 20 giorni, e continua a bombardare quotidianamente la striscia di Gaza stretta in un assedio criminale. Cosa c’entrano questi sciacalli con la Resistenza? La nostra Resistenza ha combattuto per dare a tutti la possibilità di emanciparsi e di vivere in uno stato laico e ospitale: il sionismo è un’ideologia neocoloniale che mira alla supremazia del popolo ebraico e alla sopraffazione del popolo palestinese, negandogli il diritto alla vita, alla terra e alla libertà; “il problema è la natura etnica del sionismo: il sionismo non ha gli stessi margini di pluralismo che offre il giudaismo, meno che mai per i palestinesi. Essi non potranno essere mai parte dello stato e dello spazio sionista e continueranno a lottare” (da “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappè, docente israeliano rifugiatosi in Inghilterra, all’università di Exeter).
Contro la politica di apartheid dello stato israeliano in tutto il mondo sta crescendo una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni: “La stessa questione della uguaglianza è ciò che motiva il movimento per il disinvestimento di oggi, che ha come obiettivo la fine dell'occupazione israeliana da 43 anni e l'iniquo trattamento del popolo palestinese dal governo israeliano. Gli abusi che i palestinesi si trovano ad affrontare sono reali, e nessuna persona dovrebbe essere offesa da atti di principio, moralmente coerente e nonviolenta per opporvisi. Non è affatto sbagliato accusare Israele in particolare per i suoi abusi come non lo era accusare il regime dell'Apartheid in particolare per i suoi abusi”. (Desmond Tutu, arcivescovo emerito di Città del Capo).
L’ANPI ospita invece i sostenitori di Israele!
In mezzo a loro c’era non solo il neofascista Riccardo Pacifici ma anche la deputata del PDL nonché colona sionista israeliana Fiamma Nirenstein che si è dichiarata sorpresa dalla contestazione e così farnetica nel suo blog: “E' del tutto sconcertante assistere ad atteggiamenti di tale aggressività da parte di gente che ancora osa sventolare bandiere con falce e martello e soprattutto bandiere palestinesi nel giorno della Liberazione”.
Sono le nostre bandiere: non tollereremo mai più simili offese nè che una simile razzista abbia agibilità nei nostri cortei.
Chiediamo conto ai dirigenti dell’ANPI di queste scelte: è chiaro il vostro tentativo di voler riscrivere la storia e i valori dell’antifascismo, invitando personaggi come Renata Polverini, Fiamma Nirenstein e associazioni che sostengono uno stato guerrafondaio e razzista come lo stato di Israele. L’apologia di Israele non ha niente a che vedere con la lotta di liberazione, la politica di Israele contraddice apertamente l’articolo 11 della costituzione italiana (così spesso citato dall’ANPI): Israele ha sempre utilizzato la guerra e il terrore come strumento politico principale. E’ di questi giorni il decreto militare di espulsione emesso da Israele, che colpirà decine di migliaia di palestinesi residenti in Cisgiordania perché privi di documenti che Israele stessa si rifiuta di dargli.
Ci rivolgiamo ai giovani iscritti all’ANPI e a tutti gli iscritti all’ANPI perché si facciano promotori di una protesta presso i loro dirigenti, colpevoli di scelte che snaturano i valori di questa associazione!
Agli antifascisti: difendiamo i valori dell’antifascismo! Nessuno spazio per i sionisti e per i revisionisti! Ora e sempre resistenza a fianco dei popoli oppressi.

Roma, 25 aprile 2010

mercoledì 28 aprile 2010

Senza antifascismo niente revisionismo: lo dice Nolte

Da Ernst Nolte, NAZIONALISMO E BOLSCEVISMOLa guerra civile europea 1917-1945, Sansoni Editore, Firenze, 1988, pp. 21-22:

“Se Hitler avesse vinto la storiografia nell’Europa dominata dai tedeschi e certamente anche in gran parte del resto del mondo sarebbe consistita per secoli nella celebrazione delle azioni del Führer. Secondo tutte le stime umane una dehitlerizzazione sarebbe impossibile. Forse gli uomini – a prescindere dalle vittime delle quali non si parlerebbe – sarebbero più felici poiché sarebbero privati del bisogno di confrontare e di ponderare; certamente molti degli attuali antifascisti tardivi sarebbero convinti e stimati seguaci del regime. Solo per il pensiero storico e per le revisioni non vi sarebbe posto e quindi gli storici in questo sistema verrebbero considerati come antitipi e non avrebbero diritto all’esistenza”.

Belzec - la testimonianza di Chaim Hirszman

BELZECLA TESTIMONIANZA DI CHAIM HIRSZMAN

Di Thomas Kues, Febbraio 2010[1]

Si dice spesso che Rudolf Reder (che in seguito prese il nome di Roman Robak) fu il solo ebreo a essere sopravvissuto al “campo di puro sterminio” di Belzec. Questo, però, è sbagliato anche da un punto di vista sterminazionista, perché secondo la storiografia ortodossa vi furono in tutto sette sopravvissuti: Reder, Chaim Hirszman, Sara Beer, Hirsz Birder, Mordechai Bracht, Samuel Velser e “Szpilke”. Quest’ultimo compare solo nel resoconto di Reder. Sebbene Reder affermi di aver incontrato “Szpilke” a Lemberg dopo la guerra, e asserisca che costui visse in seguito in Ungheria, questo misterioso testimone degli ultimi giorni del campo non ha lasciato nessuna traccia storica.

Mentre per Sara Beer, l’esperto di Belzec Michael Tregenza ci informa (“Belzec – Das vergessene Lager des Holocaust”, in: I. Wojak e P. Hayes (curatori), “Arisierungim Nationalsozialismus, Volksgemeinschaft, Raub und Gedächtnis, Campus Verlag, Francoforte/New York 2000, p. 260) che venne trasferita insieme ad altre 20-25 “ebree” non nominate dal “campo della morte” a Trawmiki, e che sopravvisse anche ad Auschwitz e a Bergen Belsen per essere quindi liberata dalle truppe inglesi nell’Aprile del 1945; sembra che non abbia lasciato nessuna testimonianza sulla sua permanenza a Belzec. Birder, Bracht e Velser sono fondamentalmente degli sconosciuti.

Inoltre, secondo quanto è stato riferito, due donne chiamate Mina Astman e Malka Talenfeld sarebbero fuggite dopo aver trascorso solo qualche ora al campo, e sembra che le loro brevi impressioni siano solo di seconda mano (vedi Y. Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka..., p. 264). Solo due dei sopravvissuti, Reder e Hirszman, hanno lasciato dei resoconti testimoniali. Il primo pubblicò, nel 1946, il pamphlet Belzec di 74 pagine, in collaborazione con Nella Rost, e testimoniò anche davanti ad una commissione di indagine polacca e in coincidenza con il processo Belzec di Monaco del 1965. Mentre per il secondo, Carlo Mattogno ci informa (Belzec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research and History, p. 51) che:

“Il 19 Marzo del 1946, Chaim Hirszman comparve davanti alla commissione storica regionale di Lublino, ma venne ucciso il giorno stesso dopo che il suo interrogatorio era stato aggiornato. Perciò, abbiamo da parte sua solo una testimonianza molto breve (Zydowski Instytut Historiczny [Istituto Storico Ebraico] Varsavia, Rapporto n°1476). Per quanto riguarda il suo contenuto, è talmente irrilevante che non compare neppure nell’estratto delle testimonianze su Belzec presentato da Marian Muszkat nel rapporto ufficiale del governo polacco sui crimini tedeschi contro la Polonia”.

Tuttavia, nonostante la sua estrema brevità, è ovviamente di una certa importanza essendo il solo resoconto testimoniale, oltre a quello di Reder, lasciato da un ex prigioniero di Belzec. Il fatto che non venga praticamente mai menzionato né citato dagli storici dell’Olocausto è dovuto probabilmente alla sua predetta brevità e oscurità, ma non può essere totalmente escluso che abbia a che fare con il suo contenuto, e cioè con le dichiarazioni di Hirszman sui presunti stermini di Belzec.

Ytzhak Arad ci informa che Hirszman e altri due prigionieri non nominati fuggirono dal treno che li portava, nel Luglio del 1943, dallo smantellato campo di Belzec a Sobibor, presuntamente per essere uccisi lì (Belzec, Sobibor, Treblinka…, p. 265). La tesi ortodossa, secondo cui i detenuti superstiti di Belzec vennero portati a Sobibor per essere uccisi lì non quadra esattamente con il fatto suddetto che Sara Beer e altre detenute vennero inviate al campo di lavoro di Trawniki.

Mentre per il destino conclusivo di Hirszman, lo storico Martin Gilbert scrive (The Holocaust. The Jewish Tragedy, Fontana Press, Londra, 1987, p. 817) che:

“…Il 9 Marzo, uno dei due soli sopravvissuti del campo della morte di Belzec, Chaim Hirszman, fornì le prove a Lublino di quello che aveva visto nel campo della morte. Gli venne chiesto di tornare il giorno seguente per completare la deposizione. Ma mentre tornava nel proprio alloggio venne ucciso perché era un ebreo”.

Lo storico polacco Henryk Pajak afferma, tuttavia, che Hirszman venne ucciso non perché ebreo ma perché era un “funzionario attivo e pericoloso” del nuovo regime comunista (Konspiracja mlodziezy szkolnej 1945-1955, Lublino 1994, pp. 130-131, citato in Tadeusz Piotrowski, Poland’s Holocaust, McFarland 1998, p. 341, nota 306).

La testimonianza di Chaim Hirszman

Secondo la sua testimonianza, Hirszman venne deportato da Zaklikow, che stava nel distretto di Lublino, contea di Janow (Gilbert, The Holocaust, p. 304). Arad ci informa che un trasporto di 2.000 deportati ebrei partì da Zaklikow il 3 Novembre 1942 (Belzec, Sobibor, Treblinka…, p. 383). Gilbert riproduce la parte a quanto pare più rilevante della testimonianza di Hirszman come segue:

Venimmo fatti salire sul treno e portati a Belzec. Il treno entrò in una piccola foresta. Poi, tutto il personale del treno venne sostituito. Gli uomini delle SS dei campi della morte sostituirono i ferrovieri. Sul momento, non ce ne accorgemmo. Il treno entrò nel campo. Altri uomini delle SS ci fecero uscire dal treno. Ci portarono tutti insieme – uomini, donne, bambini – in una baracca. Ci venne detto di spogliarci prima di essere condotti al bagno. Capii immediatamente cosa ciò significava. Una volta spogliati, ci venne detto di formare due gruppi, uno di uomini e l’altro di donne e bambini. Un uomo delle SS, a colpi di frustino, mandava gli uomini a sinistra o a destra: alla morte, o al lavoro. Io venni selezionato per essere ucciso, allora non lo sapevo. Comunque, pensavo che entrambe le direzioni volessero dire la stessa cosa: la morte. Ma quando mi volsi verso la direzione indicata, un uomo delle SS mi chiamò e disse: ‘Du bist ein Militarmensch, dich konnen wir brauchen’ [Tu hai un portamento militare, potremmo usarti’]. A noi che eravamo stati selezionati per il lavoro, ci venne detto di rivestirci. Io e qualche altro uomo venimmo incaricati di portare la gente al forno. Mi vennero assegnate le donne. L’ucraino Schmidt, un tedesco etnico, stava all’ingresso della camera a gas e colpiva con un knut [una frusta nodosa] tutte le donne che entravano. Prima che la porta venisse chiusa, sparò pochi colpi col suo revolver e poi la porta si chiuse automaticamente e quaranta minuti dopo entrammo e trasportammo i corpi in una rampa speciale. Ai corpi tagliammo i capelli, che vennero stipati in sacchi e portati via dai tedeschi. I bambini vennero gettati nella camera semplicemente sulla testa delle donne. Trovai il corpo di mia moglie e dovetti tagliarle i capelli. I corpi non vennero seppelliti immediatamente, i tedeschi aspettarono fino a quando ne vennero radunati di più. Così, quel giorno non seppellimmo…”. (Gilbert, The Holocaust, p. 304).

Notiamo innanzituttoche Hirszman parla di “camera a gas” al singolare. In molte testimonianze oculari, “camera a gas” sta confusamente a significare un edificio contenente una o più camere a gas, ma a giudicare dalla descrizione molto breve di Hirszman abbiamo a che fare solo con una camera: i bambini vengono gettati dentro “la camera” e “la porta” si chiude automaticamente una volta che le vittime stanno dentro.

Secondo la storiografia ortodossa, l’edificio contenente le camere a gas usato a Belzec all’epoca consisteva di sei camere disposte a specchio su ognuno dei lati di un corridoio centrale. Non c’è ragione perché la porta di ingresso dell’edificio, rispetto alle porte delle singole camere, venisse “chiusa automaticamente” prima della gasazione. È anche rimarchevole che Hirszman usi il termine “kiln” (forno) come sinonimo di “camera a gas” mentre, nello stesso tempo, sostiene che l’edificio era camuffato da bagno.

La diceria sui capelli delle vittime tagliati dopo la loro morte va contro tutte le altre testimonianze disponibili. Potremmo confrontarla qui con la dichiarazione di Gerstein che alle donne i capelli venivano tagliati e stipati in sacchi di patate prima di entrare nelle camere a gas (vedi Henri Roques, TheConfessionsof Kurt Gerstein, IHR, Costa Mesa 1989, p. 30) o con l’analoga affermazione di Reder (vedi Rudolf Reder, “Belzec” in: Polin: Studies in Polish Jewry, volume 13, (2000), p. 274).

L’asserzione che il giorno dell’arrivo di Hirszman “i corpi non vennero seppelliti immediatamente” ma invece lasciati sul terreno e seppelliti solo quando “ne vennero radunati di più” è falsa per due ragioni. Primo, nessun altro testimone ha attestato questa procedura; la maggior parte sottintendono o affermano che i cadaveri venivano interrati subito dopo la gasazione nella fossa comune scavata per la circostanza, e quindi coperti con uno strato di sabbia. Secondo, è contraddetta dalle prove archeologiche fornite da Andrzej Kola. Dato un massimo teorico di 8 cadaveri per metro cubo, le circa 2.000 vittime (se dobbiamo fidarci della cifra di Arad) avrebbero occupato 250 metri cubi. Delle 33 fosse comuni identificate da Kola a Belzec, 10 (allo stato attuale) hanno un volume pari o minore di 250 metri cubi.

Non c’è perciò ragione di credere che le SS avrebbero aspettato un numero maggiore di cadaveri da smaltire prima di seppellirli. Inoltre, l’idea di lasciare all’aperto 2.000 cadaveri per un giorno o più sembra bizzarra. D’altro lato, la procedura descritta da Hirszman potrebbe essere realistica se le sole vittime del trasporto fossero state quelle poche morte durante il tragitto.

La testimonianza di seconda mano di Pola Hirszman

Il giorno dopo che Chaim era stato ucciso, il 20 Marzo del 1946, Pola, la moglie di Chaim, testimoniò su quello che suo marito aveva presuntamente visto a Belzec. Anche la sua testimonianza è conservata nell’archivio dell’Istituto Storico Ebraico di Varsavia. Gilbert scrive che “Le esperienze a Belzec di Chaim Hirszman vennero parimenti fissate nel 1946 dalla sua seconda moglie, Pola, alla quale le aveva spesso raccontate dopo la guerra (ibid., p. 305). Ovviamente, i resoconti di seconda mano sono più o meno irrilevanti come prova, ma daremo comunque uno sguardo a qualcuna delle sue dichiarazioni.

La testimonianza della signora Hirszman inizia con una tipica storia di atrocità su un trasporto che consisteva solo di bambini piccoli – fino ai tre anni di età – uccisi in un modo assolutamente improbabile:

Ai braccianti venne detto di scavare una grande buca in cui i bambini venivano gettati e sepolti vivi (ibid., p. 305).

Qui, davvero, non c’è molto da commentare. Lo stesso va detto per la storia successiva, su un prigioniero impiccato per un fallito tentativo di fuga; sul patibolo, il condannato profetizza la caduta di Hitler e del suo Reich. Ci viene anche detto che al campo era molto diffuso il tifo, e che anche Chaim contrasse il morbo ma riuscì a non essere “ucciso immediatamente” nascondendo il proprio stato ai tedeschi. Pola racconta anche una storia, che si trova con delle varianti anche nella tradizione di Treblinka e di Sobibor, su un ariano (in questo caso una donna ucraina) che arriva al campo per sbaglio e che viene poi gasato con gli ebrei, nonostante avesse mostrato agli uomini delle SS la propria vera identità. Poi, riguardo al campo, apprendiamo che:

Quando avevi varcato il cancello del campo, non c’era possibilità di uscirne vivo. Nemmeno i tedeschi, tranne il personale del campo, aveva accesso al campo” (ibid., p. 305).

Questa affermazione è contraddetta da diverse testimonianze oculari. L’ex membro del personale del campo Heinrich Gley dichiarò nel 1961 che un piccolo distaccamento di detenuti ebrei svolgeva i propri compiti molto lontano dal campo, e la testimone polacca Maria D. affermò nell’Ottobre del 1945 che alcuni ebrei al campo “avevano il diritto di lasciare il perimetro del campo” (Mattogno, Belzec…, p. 44). Secondo l’esperto ortodosso di Belzec Michael Tregenza, quattro paesani polacchi vennero impiegati nel campo vero e proprio, mentre – fatto assolutamente sbalorditivo – ad altri paesani venne permesso di entrare dentro il campo per scattare fotografie (ibid., p. 43).

Una delle storie raccontate da Pola riguarda gli ebrei impiegati all’esterno del campo:

Due ebree cecoslovacche lavoravano nell’ufficio del campo [ubicato all’esterno del campo]. Anch’esse non erano mai entrate nel campo. Godevano persino di una certa libertà di movimento. Spesso si recavano in città con gli uomini delle SS per sistemare diverse questioni. Un giorno venne detto loro che avrebbero visitato il campo. Gli uomini delle SS le accompagnarono per il campo e a un certo punto condussero le donne nella camera a gas e quando furono entrate la porta si chiuse dietro di loro. La fecero finita con loro, nonostante la promessa che sarebbero rimaste vive. (Gilbert, The Holocaust, pp. 305-306).

Questa storia chiaramente non ha molto senso. Da un lato, ci viene detto che alle due ebree era stato promesso che sarebbero rimaste vive, e perciò dovevano essere a conoscenza che a Belzec gli ebrei venivano sterminati – e lavorando nell’ufficio del campo non potevano di certo non capire la “vera natura” del campo (specialmente poiché questa era presuntamente ben conosciuta nella comunità di Belzec sin dall’inizio, vedi Mattogno, Belzec…, p. 43). Ma perché allora le donne sarebbero entrate stupidamente nella “camera a gas”? Inoltre, notiamo ancora il singolare attribuito alla “porta” usata nella descrizione della “camera a gas”.

Quando non erano impegnati a compiere uno sterminio indiscriminato, a seppellire vivi dei bambini piccoli o a far entrare con l’inganno delle segretarie nelle camere a gas, gli uomini delle SS del campo passavano il tempo rilassandosi con le proprie vittime:

I tedeschi ordinarono ai prigionieri di costruire un campo di calcio e la domenica si giocavano le partite. Gli ebrei giocavano con gli uomini delle SS, gli stessi che li torturavano e uccidevano. Gli uomini delle SS consideravano la partita un fatto di sport e quando perdevano non si lamentavano. (Gilbert, The Holocaust, p. 306).

Su questo punto, finalmente, abbiamo motivo di credere che Pola abbia raccontato la verità. L’uomo delle SS Werner Dubois disse nel 1961 durante un interrogatorio: “Accadde anche di organizzare una partita di calcio con 22 ebrei sul terreno di gioco” (citato in Mattogno, Belzec, p. 66). Le partite di calcio vennero confermate anche dal testimone polacco Tadeusz M., che osservò inoltre che i tedeschi avevano organizzato un’orchestra d’archi tra i detenuti (ibid., p. 44).

Conclusione

La testimonianza su Belzec di Chaim Hirszman è, certo, decisamente irrilevante a causa della sua brevità e della mancanza di dettagli ma è nondimeno illuminante. Nello spazio di poche righe il nostro testimone riesce a inserire diverse affermazioni che contraddicono l’immagine ortodossa del “campo della morte”. Inoltre, i ricordi di seconda mano di sua moglie non contribuiscono esattamente alla sua attendibilità. È un peccato che Hirszman non sia sopravvissuto per fornire una testimonianza più completa, poiché sarebbe sicuramente stata un’altra zappa sui piedi della storia di Belzec. Tuttavia, la scheggia impazzita della sua dichiarazione dovrebbe essere sufficiente motivo di imbarazzo per i difensori della fede nella pura Shoah.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_169.pdf

martedì 27 aprile 2010

Albert Einstein contro l'Irgun e la banda Stern

LETTERA DI ALBERT EINSTEIN, HANNAH ARENDT E ALTRI AL NEW YORK TIMES, 4 DICEMBRE 1948[1]

AI REDATTORI DEL NEW YORK TIMES

Considerazioni sulla visita di Menachem Begin, del Partito della Nuova Palestina, e sugli scopi di tale movimento politico

Tra i più inquietanti fenomeni politici dei nostri tempi c’è l’apparizione, nello stato di Israele nuovamente costituito, del “Partito della Libertà” (Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine - per organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale – ai partiti nazista e fascista. È stato costituito dai membri e dai seguaci dell’ex Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione – con sede in Palestina - terrorista, di destra e sciovinista.

L’attuale visita di Menachem Begin, leader di questo partito, negli Stati Uniti, è ovviamente calcolata per dare l’impressione nelle imminenti elezioni israeliane del sostegno americano al proprio partito, e per cementare i legami politici con gli elementi sionisti conservatori degli Stati Uniti. Svariati americani di fama nazionale hanno speso il proprio nome per dare il benvenuto alla sua visita. Non è pensabile che coloro che in tutto il mondo si oppongono al fascismo, se correttamente informati sui precedenti politici e sulle aspirazioni del signor Begin, possano associare i loro nomi e il loro sostegno al movimento che rappresenta.

Prima che sia compiuto un danno irreparabile – per mezzo di aiuti finanziari, di manifestazioni pubbliche a sostegno di Begin, e dell’impressione - in Palestina - che gran parte dell’America sostenga gli elementi fascisti d’Israele – l’opinione pubblica americana deve essere informata sui precedenti e sugli obbiettivi del signor Begin e del suo movimento.

Le dichiarazioni pubbliche del partito di Begin non rendono affatto conto della sua vera natura. Oggi, costoro parlano di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino a poco tempo fa sostenevano apertamente la dottrina fascista dello stato. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce la sua vera natura; è dalle sue azioni passate che possiamo prevedere ciò che potrà fare in futuro.

L’attacco al villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle vie principali e circondato da terreni ebraici, non aveva in nessun modo preso parte alla guerra, e aveva persino scacciato le bande arabe che volevano utilizzare il villaggio come loro base. Il 9 Aprile (New York Times) bande di terroristi hanno attaccato questo pacifico villaggio, che non era un obbiettivo militare dei combattimenti, hanno ucciso la maggior parte dei suoi abitanti – 240 tra uomini, donne e bambini – e ne hanno lasciati vivi alcuni per ostentarli come prigionieri lungo le strade di Gerusalemme. Gran parte della comunità ebraica è rimasta inorridita dal misfatto e la Jewish Agency ha inviato un telegramma di scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, lungi dal vergognarsi del loro atto, sono orgogliosi di questo massacro, lo hanno largamente pubblicizzato, e hanno invitato tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese ad osservare i cadaveri ammucchiati e la devastazione compiuta a Deir Yassin.

L’episodio di Deir Yassin dimostra la natura e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica costoro hanno predicato un miscela di ultranazionalismo, di misticismo religioso e di superiorità razziale. Come altri partiti fascisti, sono stati usati per interrompere gli scioperi, ed essi stessi hanno sollecitato la distruzione dei sindacati liberi. In loro vece hanno auspicato corporazioni sul modello fascista italiano.

Durante gli ultimi anni di sporadiche violenze anti-inglesi, l’Irgun Zvai Leumi e la banda Stern hanno inaugurato un regno di terrore nella comunità ebraica palestinese. Hanno pestato degli insegnanti, perché avevano parlato contro di loro, hanno sparato a degli adulti, perché non avevano permesso che i figli si unissero a loro. Con i metodi dei gangster – pestaggi, vetrine fracassate e continue rapine – i terroristi hanno impaurito la popolazione e preteso un pesante tributo.

Gli elementi del Partito della Libertà non hanno avuto nessun ruolo nei traguardi costruttivi della Palestina. Non hanno bonificato terre, non hanno costruito insediamenti, e hanno solo screditato le attività ebraiche di difesa. La loro opera in favore dell’immigrazione, tanto reclamizzata, è stata minima e rivolta principalmente a introdurre compatrioti fascisti.

Le contraddizioni acclarate

Le contraddizioni tra le dichiarazioni sfrontate fatte ora da Begin e dal suo partito, e le loro passate imprese in Palestina recano un segno totalmente diverso da quello di un normale partito politico. È il marchio inconfondibile di un partito fascista, per il quale il terrorismo (rivolto allo stesso modo contro ebrei, arabi e inglesi) e la distorsione [dei fatti] sono i mezzi, e lo scopo è lo “Stato Leader”.

Alla luce delle predette considerazioni, è fondamentale far conoscere in questo paese la verità sul signor Begin e sul suo movimento. È una tragedia che i vertici del sionismo americano si siano rifiutati di attivarsi contro i tentativi di Begin, o anche di informare i propri associati sui pericoli per Israele nel sostenere Begin.

I sottoscritti perciò colgono l’occasione per presentare pubblicamente pochi fatti salienti su Begin e sul suo partito; e per esortare gli interessati a non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, ALBERT EINSTEIN, HERMAN EISEN , HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, H. H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDENY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMANN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I. J. SHOENBERG , SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE.

New York, 2 Dicembre 1948

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.thirdworldtraveler.com/Dissent/Einstein_NYTimes_Israel.html

lunedì 26 aprile 2010

Simon Wiesenthal, falso "cacciatore di nazisti"

Letto sul quindicinale “Faits & Documents” (BP 254-09, 75424 Paris Cedex 09), n°294 del 15/4-15/5 2010, p. 11 (traduzione rapida):

Soprannominato il “cacciatore di nazisti”, Simon Wiesenthal viene duramente strigliato in “La Traque du mal”, di Guy Walters (Flammarion), dedicato alla caccia degli ex gerarchi nazionalsocialisti. Sintetizzando delle informazioni finora inedite in francese, esso dimostra l’enorme montatura costruita intorno a questo personaggio, trasformato in «icona della memoria»: falsi studi, false biografie, falsi titoli di studio, false attività nella resistenza, sopravvivenza più che miracolosa, biografia a geometria variabile, ecc. Esso dimostra ugualmente l’inesistenza dell’organizzazione denominata “Odessa”, semplice fantasma del dopoguerra.

FINE

Commento di una nostra corrispondente in Francia:

“Non abbiamo letto l’opera di G. Walters, sicuramente di grande interesse. Ma tutte le menzogne e gli imbrogli di Simon Wiesenthal sono stati smascherati da molto tempo – non solamente dai revisionisti – e le informazioni sull’argomento non sono “inedite in francese” ma…la rivista che le aveva pubblicate in francese si trovò, alla sua prima uscita, vittima di un’ordinanza del ministro dell’interno Pierre Joxe (sequestro del 2 Luglio 1990), ordinanza che ne proibiva la vendita ai minori, l’esposizione e ogni forma di pubblicità: si tratta della “Revue d’Histoire Révisionniste” (RHR)”.

Per leggere l’articolo, intitolato “Simon Wiesenthal, le faux ‘chasseur de nazis’”, è sufficiente consultare il seguente link: http://vho.org/F/j/RHR/5/Weber180-197.htm

domenica 25 aprile 2010

Resistenza e revisionismo: qualche puntino sulle "i"


Il 25 Aprile è una data fatidica che – a più di 60 anni di distanza dalla fine della guerra – continua a suscitare l'odio, ultimamente sempre più sfrontato, di una parte degli italiani. A questo proposito non posso non ribadire quanto da me scritto qualche giorno fa su Facebook:

“A me, questo sparare sui partigiani ogni volta che arriva il 25 Aprile fa pensare a quanto abbia preso piede in Italia il giampaolopansismo, che è non è genuino revisionismo ma la caricatura furbesca - e redditizia! - di quest'ultimo. Passare da Faurisson a Giampaolo Pansa (da un revisionista vero, criticabile ma eroico, ad uno fasullo come l'operazione commerciale che ha imbastito) come si passa dalla frutta al dessert rivela solo la natura regressiva della sempiterna piccola borghesia italica e italiota”.

Ho iniziato a scrivere questo blog, più di due anni fa, dopo una frequentazione più che decennale dei temi e degli argomenti del revisionismo storico. All’epoca, il progressivo apprendimento delle menzogne e dei misfatti dei vincitori della seconda guerra mondiale mi aveva portato – a me, che appartengo ad una famiglia di tradizioni antifasciste – a definirmi un “post-antifascista”. Questi due anni hanno rappresentato un esercizio quotidiano impegnativo ma stimolante di libertà intellettuale. Con il passare del tempo ci ho preso gusto, e questo mi ha portato a riflettere sulla predetta libertà, sulla mia condizione di privilegiato: ho pensato che non sono molti i paesi, anche nella “democratica” Unione Europea”, dove si possono pubblicare (almeno per ora!) articoli di revisionismo olocaustico.

Tutto ciò, piaccia o no, lo devo alla Costituzione italiana e al suo articolo 21, quello a suo tempo definito giustamente (dal suo punto di vista!) dal sionista Emanuele Fiano “un problema”[1]. Ma se in Italia c’è una Costituzione – questa Costituzione – anche questo lo devo, lo dobbiamo, ai partigiani, ai tanto vituperati partigiani. Anche a quelli comunisti.

Ripeto: questo blog nasce come una forma di resistenza umana al conformismo intellettuale. Oggi è un giorno di festa, almeno per me, e non avevo voglia di “resistere”. Anche oggi. Ma dovevo farlo, di fronte alle tante, troppe, banalità e soperchierie sulla Resistenza sentite e lette in questi giorni. Mi sono reso conto che, di fronte all’ignoranza (quasi mai incolpevole) dilagante nell’Italia di questi tempi, non bisogna dare nulla per scontato e che è necessario mettere qualche puntino sulle “i”, anche se si tratta di ovvietà.

Primo fatto: sì, la nostra Costituzione, quella che gli azzeccagarbugli del Banana vorrebbero stravolgere, la dobbiamo ai partigiani. Sembra un’ovvietà ma molti, troppi, tendono a dimenticarlo (persino illustri giornalisti come Massimo Fini[2]). Su questo, per rintuzzare la piccola borghesia di cui sopra, basta Wikipedia:

“La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica italiana. Infatti, l’Assemblea costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi delle rispettive tradizioni politiche e ispirandola ai princìpi della Democrazia e dell’Antifascismo”[3].

Essere grati ai partigiani per il privilegio di poter parlare e scrivere liberamente (ripeto: almeno finora!) significa essere “di sinistra”? Anche se fosse, qual'è il problema? Dice la mia (ex) amica Giovanna Canzano (tuttora in preda ad una perdurante fascinazione per l’estrema destra): «Ma come fai a essere di sinistra e, nello stesso tempo, revisionista? È un controsenso!».

No, non è un controsenso. Ricordiamo perché.

1. Il revisionismo dell’olocausto è un’epistemologia, non un’ideologia; in ogni caso non può essere “fascista”, perché le radici del fascismo affondano nella propaganda bellica della prima guerra mondiale (nella famigerata retorica degli "arditi"): il revisionismo come corrente storiografica nasce all’indomani della prima guerra mondiale - in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti - proprio per sbugiardare la predetta propaganda.
2. Paul Rassinier, il fondatore del revisionismo olocaustico, era socialista, medaglia d’argento della Resistenza, e teorico del pacifismo integrale. Quanto di più lontano, quindi, dai rancorosi che non hanno ancora digerito il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943.
3. I fascisti che sputano sui partigiani e nel contempo lamentano la sudditanza dell’Italia rispetto agli Stati Uniti non capiscono – o fanno finta di non capire – che la campagna contro i partigiani, iniziata da Giampaolo Pansa e portata avanti dai magliari del Banana, ha precisamente lo scopo di perpetuare la nostra dipendenza dagli Stati Uniti, liberandola da quei “se” e da quei “ma” rappresentati dall’eredità del patriottismo resistenziale.[4].
4. Qual è il messaggio essenziale del revisionismo olocaustico? Quello che le camere a gas omicide di Hitler sono inesistenti. Ciò significa, di per sé, riabilitare Hitler? Non più di quanto sostenere l’inesistenza della armi di distruzione di massa di Saddam significhi, di per sé, riabilitare il raìs iracheno. Si astengano quindi, i nostalgici del fascismo, dal voler ammantare di revisionismo il loro odio ideologico.
5. Questo è un blog radicalmente antisionista. Come tale, non può non essere antifascista visto che, per chi non l’avesse ancora capito, il sionismo è quel pezzo di fascismo uscito trionfatore dalla seconda guerra mondiale[5].

Grazie ai partigiani, dunque, abbiamo avuto la Costituzione. Chi li odia, dovrebbe riflettere sul fatto che la Germania – la cui Resistenza, per quanto meritoria, non ebbe la forza politica di quella italiana – non ha una vera Costituzione ma solo unaLegge fondamentale[6]. Per capire la differenza sostanziale, leggetevi l’articolo di Germar Rudolf da me tradotto a suo tempo[7].

Passiamo adesso alle critiche, infinitamente più dignitose, ma non prive di inesattezze, di Massimo Fini. Tali critiche, sono riassumibili nella seguente osservazione:

“Come fatto militare la Resistenza fu del tutto marginale all’interno di quel grandioso e tragico evento che è stato il secondo conflitto mondiale. Servì come riscatto morale per quelle poche decine di migliaia di uomini e donne coraggiosi che vi presero parte”[8].

Poche decine di migliaia? Non proprio. Leggiamo Wikipedia:

“Furono invece 40.000 i soldati che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu deportato in Germania e Polonia dopo l’8 Settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% degli ufficiali) rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione[9].

Pur militarmente circoscritta (anche se non così circoscritta, come pretende Fini) la Resistenza è stata un fatto, anche numericamente, grandioso. Certo, va celebrata senza trionfalismi, ma senza disconoscere il legame di sangue che ci lega a coloro che sono morti per noi. Viva i partigiani!



[1] Vedi l’intervista radiofonica concessa al giornalista RAI Massimiliano Giaquinto: http://www.radio.rai.it/radio1/inviatospeciale/archivio_2008/audio/is2008_11_22.ram
[2] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=31987
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Resistenza_italiana
[4] Il risvolto subdolo e sottaciuto della pubblicistica di Pansa sul "sangue dei vinti" è appunto quello di sdoganare gli ascari della predetta dipendenza: i neofascisti degli anni '70, quelli della trista strategia della tensione. Si veda ad esempio, nel libro di Pansa La grande bugia (Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006), l’elogio (alle pagine 416-434) di un personaggio come Giorgio Pisanò, giornalista legato al servizio supersegreto detto L’Anello che ebbe parte non piccola nella detta strategia: Stefania Limiti, L’ANELLO DELLA REPUBBLICA, Chiarelettere editore, Milano, 2009.
[5] Per la dimostrazione, si legga l’articolo La minaccia del fascismo ebraico, pubblicato a suo tempo su questo blog: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/10/la-minaccia-del-fascismo-ebraico.html
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_fondamentale_della_Repubblica_Federale_di_Germania
[7] http://ita.vho.org/040_Germania_situazione_da_incubo.htm
[8] Vedi nota 2.
[9] Vedi nota 3.

sabato 24 aprile 2010

La lettera di Jacques Vecker al ministro francese dell'istruzione

Il 28 Gennaio 2010, Jacques Vecker ha scritto al ministro francese della pubblica istruzione la seguente lettera (traduzione rapida), di cui ha autorizzato la diffusione non avendo ottenuto, dopo tale data, che una semplice ricevuta di ritorno:

Oggetto: Incontri nelle scuole

Signor Ministro,

ho l’onore di chiedere l’autorizzazione di proporre agli istituti scolastici degli incontri con gli allievi per arricchire, con la mia testimonianza, la visione che essi hanno della storia contemporanea. Ho 84 anni, e mi sembra utile proporre alle giovani generazioni il racconto delle esperienze che ho potuto fare durante gli anni della seconda guerra mondiale e in seguito. Il vostro ministero ha saggiamente fatto in modo che i protagonisti e le vittime possano trasmettere il loro messaggio. Mi sembra tuttavia che nel corso dell’ultimo mezzo secolo, e oltre, siano intervenute solo persone che hanno diffuso un messaggio accusatorio nei confronti dei vinti. Per senso di giustizia, e in conformità alla missione fondamentale dell’istruzione - che è di servire la cultura e l’obbiettività e di stimolare lo spirito critico – mi sembra indispensabile che altre voci possano farsi sentire.

Avevo 14 anni all’inizio della guerra e 19 quando finì. Ho conosciuto l’occupazione e vissuto 18 mesi in compagnia dei deportati ai lavori [forzati] nella Germania nazionalsocialista. Ho conosciuto l’occupazione sovietica e ho in seguito consacrato la mia carriera universitaria allo studio di questo periodo per cercare di capire ciò che aveva spinto l’umanità in questa orgia di distruzione.

Mi atterrò ai fatti e ai documenti d’epoca talvolta divergenti dalla storia ufficiale. Riferirò solo quello che ho visto con i miei occhi, ciò che ho davvero vissuto. Alain ha detto che l’oggettività è in realtà una soggettività disinteressata ma se l’interpretazione può essere soggettiva la ricerca esigente dell’esattezza e il confronto con i fatti avvenuti permettono di avvicinarsi alla verità.

Con la vostra autorizzazione prenderò contatto con i presidi che valuteranno l’opportunità dei miei interventi e dei gruppi di allievi interessati.

In attesa di una risposta favorevole vi prego di accogliere, signor Ministro, l’espressione della mia alta considerazione.

Jacques Vecker
Dottore in studi germanici
Château de Vaugran
30480 St Paul la Coste

venerdì 23 aprile 2010

Lo storico articolo di Murray Rothbard su Bobby Fischer

BOBBY FISCHER: IL LINCIAGGIO DELL’EROE CHE RITORNA

Di Murray Rothbard, Ottobre 1992[1]

Vent’anni fa, Bobby Fischer fu l’eroe dei media americani. Genio prodigioso degli scacchi, Fischer sconfisse il tentativo concertato dai più importanti grandi maestri sovietici di tenerlo fuori dal campionato del mondo. La sconfitta da lui inflitta all’allora campione, il grande maestro sovietico Boris Spassky, nel match di Rejkjavik, fu il brindisi del mondo intero; era il primo giocatore di scacchi americano che diventava il migliore del mondo. La vittoria di Fischer ravvivò gli scacchi negli Stati Uniti e in tutto il mondo, e riuscì a rendere i tornei un grande affare.

Bobby era un eccentrico, ma molti geni sono eccentrici, e praticamente ogni giocatore di scacchi di vertice condivide questa caratteristica. Come nel caso di molti geni, Bobby faceva molte richieste ai funzionari intorno a lui, nel suo caso i direttori dei tornei; da lontano, tali richieste sembravano puntigliose e un po’ matte. Non essendo state accolte, Bobby si ritirò dal mondo degli scacchi, e non giocò in pubblico per diciassette anni. Adesso, allettato da un compenso multimilionario assicurato da un uomo d’affari iugoslavo, Bobby, che continua a considerarsi l’imbattuto campione del mondo, ha accettato di misurarsi con il suo vecchio rivale Spassky: il primo che vincerà dieci partite sarà dichiarato il vincitore.

Si poteva pensare che i media avrebbero acclamato il ritorno del vivace, carismatico e memorabile Bobby. Gli americani, dopo tutto, sono dei sentimentali e amano i “ragazzi che tornano”, come ha capito Slick Willie[2]. Ma stranamente, il ritorno di Bobby è stato accolto da un’ondata frenetica e isterica di insulti da parte dei media che una volta lo ammiravano, e la truppa dei calunniatori è guidata da organi rispettabili come il New York Times e il Washington Post (dal Post in modo particolarmente velenoso). Gli altri organi informativi hanno debitamente seguito la linea stabilita dall’elite.

Esaminiamo qualcuna delle solite accuse.

1. Bobby è un “paranoico”, avendo detto [a suo tempo] che i grandi maestri sovietici ritardarono di un decennio la sua vittoria mondiale, cospirando in modo tale da pareggiare quando giocavano tra di loro, per riservare tutte le loro munizioni contro di lui. E tuttavia, anni dopo, il grande maestro sovietico Victor Korchnoi, ritiratosi, confermò in pieno le accuse “paranoiche” di Bobby.
2. Bobby fa richieste eccessive, gratuite, e pazzoidi ai direttori dei tornei. E tuttavia, praticamente tutte queste richieste presuntamente pazzoidi hanno finito per essere adottate, e gli esperti in materia incominciano a vederne i vantaggi. Ad esempio: furono le giuste accuse di Bobby contro il complotto sovietico a costringere le autorità internazionali degli scacchi a cambiare il modo in cui scelgono gli sfidanti del campionato, passando dai tornei (dove si possono precostituire i pareggi in modo deliberato) alle sfide ad eliminazione diretta. Bobby è stato anche un pioniere nel voler cambiare i cronometri dei tornei, per evitare che i giocatori siano costretti a battere il cronometro. Questa innovazione dimostrava una preoccupazione di principio per la qualità del gioco, poiché una delle caratteristiche di Bobby come giocatore di scacchi è che lui non è mai stato in difficoltà con il tempo.
3. Bobby, che ora ha 50 anni, è più vecchio, grasso e con meno capelli di quando era un giovane allampanato più di vent’anni fa. Ebbene, urca!, che accusa sconvolgente: ditemi, ragazzi, chi è che non è più vecchio, più grasso e con meno capelli venti anni dopo?
4. Bobby deve essere uno svitato, perché ha vissuto come un “eremita” nei diciassette anni appena trascorsi. Ebbene, essere un “eremita” dipende spesso dal punto di vista dell’osservatore. Nel caso di Bobby, sembra che significhi preservare la propria privacy dalla curiosità della stampa barracuda. È così pazzesco che una celebrità voglia che la stampa lo lasci in pace?
5. L’articolista del Washington Post, che ha raggiunto l’apice del delirio nel condannare pubblicamente il povero Bobby, ha sostenuto che siccome Bobby ha violato le assurde “sanzioni” delle Nazioni Unite contro la Iugoslavia, i suoi “rapporti col nemico” – in questo caso i serbi – potrebbero rendere Bobby soggetto ad una pesante ammenda e a dieci anni di prigione. Per aver giocato a scacchi?! L’articolista del Post ha scritto che la prigione per Bobby non sarebbe male, perché reggerebbe bene il confronto con i motel residenziali di Pasadena dove Bobby ha vissuto negli ultimi due decenni. Sono sicuro che questo articolista è uno di quei tipi pieni di compassione per i senza tetto. Cosa direbbero i suoi fan se avesse detto che la prigione è quello che ci vuole per i senza tetto, perché la prigione è meglio che vivere per strada? Se il tipo del Post non ha mai fatto affermazioni così “insensibili”, pensa davvero che vivere in motel dozzinali è peggio che essere senza tetto?
6. Bobby sta ora con una ragazza ungherese di 18 anni, anche lei scacchista nei tornei, che pensa che Bobby è il più grande. Fischer è stato pubblicamente condannato per il fatto di stare con una ragazzina da persone che paragonano questo fatto al quasi-incesto di Woody Allen!

E allora, perché questo isterismo sleale e sopra le righe contro Bobby? Ebbene, viene fuori che Bobby, che fuori dall’ambito degli scacchi è uno che pensa con la sua testa, è decisamente non Politicamente Corretto. A quanto pare, anche agli scacchisti non è permesso sconfinare oltre gli stretti limiti del Politicamente Corretto senza essere duramente puniti. Quando è stato interpellato sulle “sanzioni” contro di lui, Bobby ha eroicamente tirato fuori una lettera dell’Erario statunitense, che lo ammoniva che se avesse partecipato al match, avrebbe violato le sanzioni delle Nazioni Unite e sarebbe stato sottoposto all’ammenda e al carcere. Bobby ha accettato la sfida sputando eroicamente sulla lettera dell’Erario e dichiarando di non riconoscere in realtà la sovranità delle Nazioni Unite, e che il mondo sarebbe molto migliore senza le Nazioni Unite. Bobby ha quindi ingigantito la sua devianza dalle norme accettate condannando il sionismo come razzismo, e dichiarando che “il bolscevismo è una maschera del giudaismo”. Lo sbalordito giornalista ha fatto notare che, da giovanotto nato a Brooklyn da famiglia ebraica, Fischer è lui stesso un ebreo sottoposto alla “legge ebraica”, perché sua madre è ebrea. Ci si chiede perché la stampa americana presuntamente laica tratti la “legge ebraica” come se fosse la legge della patria; accorderebbero costoro la stessa venerazione, mettiamo, alla legge musulmana?

Così, eccoci di fronte all’importante domanda: diremo che le persone di successo, di ogni ceto e professione, dovranno sottoscrivere – per mantenere le proprie posizioni – tutta la raffica della correttezza politica? Prima di pagare o consultare un dentista, un attore, un astronomo, un lanciatore di baseball, un compositore, li sottoporremo ai parametri della correttezza politica, li interrogheremo spietatamente, e ci assicureremo che ognuno di loro stia in regola sugli ebrei, i neri, i gay, gli ispanici, i disabili, i diritti degli animali, e su dozzine di altre questioni del giorno? Sottoporremo chiunque, a prescindere dalla sua occupazione, al Letto di Procuste?

Dovremo dire, metaforicamente, e anche letteralmente, se verrà arrestato per “violazione delle sanzioni”: liberate Bobby Fischer e tutti i prigionieri politici?

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.lewrockwell.com/rothbard/ir/Ch58.html
[2] Slick Willie è un soprannome che in questo contesto sembra riferirsi all’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: http://en.wikipedia.org/wiki/Slick_Willie

giovedì 22 aprile 2010

Gli attacchi a Papa Benedetto: complotto umano o maledizione divina?

GLI ATTACCHI A PAPA BENEDETTO: COMPLOTTO UMANO O MALEDIZIONE DIVINA?

Di Michael Hoffman, 8 Aprile 2010[1]

Nel corso dei secoli molti simulatori sono penetrati a fondo nelle viscere della Chiesa cattolica romana. Alcuni di questi hanno persino occupato il trono papale; altri si sono accontentati di essere il potere dietro quel trono.

Il Re Enrico VIII ricevette la prima giustificazione teologica per il suo divorzio da Caterina di Aragona dalla fraternità neoplatonica insediata in Vaticano; all’infuori della detta fraternità, emerse John Dee, il mago protestante che, utilizzando la scaltrezza ermetica e cabalistica del mago cattolico-romano Marsilio Ficino, fornì a William Cecil le chiavi del controllo delle menti e le tecniche di persuasione di massa che gli valsero la conquista del potere in Inghilterra, grazie a quella dea Iside rediviva conosciuta storicamente con il nome di Regina Elisabetta I.

Molti pochi credenti cattolici intravedono talvolta questa realtà occulta, e quando hanno il privilegio di riceverne una fugace visione, la rifuggono, tanto minacciosa è per il cesarismo papale cui si prostrano come i sudditi pagani di Kubla Khan. Gesù Cristo non è venuto per istituire un’obbedienza pavida e servile nei confronti di semplici uomini, per quanto possano essere minuziosamente agghindati o adorati. Egli è venuto per salvare le anime, che resta la legge suprema, una legge osservata solo da pochi uomini di chiesa, come il defunto arcivescovo Marcel Lefebvre, che sfidò Paolo VI e Giovanni Paolo II esattamente per questa ragione.

Dietro le quinte delle chiese cattoliche e protestanti in competizione tra loro esiste un filo d’oro, un ponte iridato – se volete – che unisce gli iniziati di entrambi i campi, i quali, credendo di possedere i poteri divini che derivano dalla gnosi segreta del Corpus Hermeticum, si pongono al di sopra della morale da loro pubblicamente predicata, al di là del bene e del male, e sono uniti nel condurre il genere umano verso un destino “più alto”, senza la conoscenza o il consenso di coloro che vengono guidati[2]. Questo è l’antico comando dell’imperio pagano-occulto.

Poco prima dell’ultimo scandalo sulla pederastia all’interno della Chiesa cattolica romana, un esorcista pontificio aveva annunciato che il diavolo era attivo in Vaticano, persino ai più alti livelli. Prima di questa rivelazione, non proprio inaspettata, Papa Benedetto XVI aveva compiuto il terzo dei suoi pellegrinaggi in sinagoga, l’ultimo dei quali – il 17 Gennaio 2010 – proprio a Roma, dove questo Giuda papale ha espresso tutto il suo incoraggiamento ai farisei ivi riuniti.

Ultimamente, ha designato un membro della società segreta dell’Opus Dei a capo della potente diocesi di Los Angeles, California, dopo che il Cardinale Roger Mahoney – questo favoreggiatore degli abusi contro i bambini e ostruzionista della giustizia – si sarà ritirato il prossimo anno con la pensione intatta e con tutti gli onori ecclesiastici accordati a un tale patrono della pederastia.

Certi automi cattolici sono insorti, biasimando un presunto “complotto mediatico” del “gossip” contro il papa. Ma i guai capitati a questo pontefice sono un complotto umano, o una maledizione di Dio?

Quanto a lungo i vassalli di Roma pensano che Dio venga schernito da papi che fanno causa comune con i discendenti ideologici e spirituali di coloro che lapidarono, misero le mani addosso e cospirarono all’omicidio del Suo Divino Figliolo?

Papa Giovanni Paolo II, il moderno campione della sinagoga – e primo papa della storia a entrare nel suo recinto come un supplice – trascorse gli anni finali del suo pontificato come un gobbo, sbavando saliva sul petto. A meno che si penta e faccia ammenda, Papa Benedetto XVI non potrà sfuggire all’ira di Dio più del suo predecessore.

Se Benedetto ora è sotto assedio, può darsi che sia la ricompensa per il suo tradimento del Vangelo di Gesù Cristo, nonostante il suo rilancio provvisorio della vecchia Messa in latino, da lui integrata nell’ibrida Chiesa neo-cattolica dell’Olocaustianità, con cui Auschwitz viene fatta diventare molto più sacra del Calvario, un tradimento rivoluzionario reso tollerabile dal fatto che è accompagnato dall’incenso tridentino e dal canto gregoriano.

Gli sprovveduti malamente ingannati che fanno causa comune con questo pontefice farebbero meglio a pensare quale destino potrebbe essere loro riservato se non cambieranno la loro fedeltà da Benedetto a Gesù.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2010/04/attacks-on-pope-benedict-conspiracy-of.html
[2] Ricordiamo a tal proposito il prezioso studio di Carlo Alberto Agnoli, La massoneria alla conquista della Chiesa: http://www.aaargh.codoh.com/fran/livres8/massoneriaechiesa.pdf