mercoledì 31 marzo 2010

"Il sapone umano è mio e ci faccio quello che voglio"!

IL B’NAI B’RITH VUOLE UN'INDAGINE SULLA DICERIA DEL SAPONE FATTO CON UNA VITTIMA DELL’OLOCAUSTO[1]

MONTREAL – Abraham Botines sarà il primo a dirti che non ha idea se il pezzo di sapone dell’era nazista con impressa una svastica da lui posseduto è fatto davvero di resti umani.

Ma il proprietario di un negozio di curiosità eclettiche in un quartiere alla moda di Montreal non chiede scusa per la sua volontà di vendere l’oggetto – una rarità che ha provocato una piccola tempesta nella comunità ebraica.

Botines, un ebreo nato in Spagna che manda avanti il bizzarro negozio dal 1967, ha detto venerdì che nessuno dei suoi familiari vuole tenersi la saponetta o altri controversi articoli del tempo di guerra.

Così, il combattivo negoziante ha deciso, data l’’ età avanzata e la salute in declino, che è giunto il momento di vendere la saponetta da lui acquistata a caro prezzo da un soldato canadese in pensione.

“Ho 73 anni, e collezionavo oggetti dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale perché appartengo a quel periodo”, ha detto Botines venerdì in un’intervista nel negozio pieno di roba.

“Nel corso della mia vita ho posseduto un sacco di oggetti curiosi – cose difficili da trovare – e i miei figli non hanno nessun interesse per le mie cose”.

Ma Botines è irremovibile sul fatto che lui vende un pezzo da collezione, non un’ideologia di odio.

Dopo che i giornalisti hanno iniziato ad affluire nel negozio venerdì mattina, il controverso pezzo di sapone è stato messo via.

Botines dice che ora può essere visto solo da collezionisti seri o da quelli disponibili a sganciare il prezzo di partenza richiesto di 300 dollari.

“Il sapone è mio e sono libero di farci quello che voglio”, ha detto.

È stata la CBC[2] ad aver inizialmente riferito dell’esistenza del pezzo di sapone beige ritenuto proveniente dalla Polonia e risalente al 1940 circa.

Diverse associazioni ebraiche hanno espresso preoccupazione per la vendita della saponetta dell’era nazista fatta presuntamente di vittime dell’Olocausto. Esse concordano che vendere l’oggetto è offensivo.

Il B’nai B’rith Canada ha inviato venerdì un suo rappresentante nel negozio e ha detto che auspica un’indagine della polizia.

Nella migliore delle ipotesi, le associazioni ebraiche hanno detto che la saponetta e altri oggetti dell’era nazista appartengono ai musei perché li utilizzino come strumenti educativi.

“Il solo luogo appropriato per tali oggetti è un museo, dove adempiono uno scopo di pubblica educazione”, ha detto Anita Bromberg, consulente legale del B’nai B’rith, da Toronto.

Botines ha detto che gli oggetti sono storici e provano che l’Olocausto è avvenuto davvero.

A suo figlio Ivan, co-proprietario del negozio, non piace avere la saponetta in giro ma rispetta la volontà paterna.

“Non stiamo facendo questo per promuovere un’ideologia”, ha detto Ivan Botines. “Vogliamo che le persone conoscano questo periodo, che non lo dimentichino”.

Sia il padre che il figlio in passato hanno avuto l’avvertenza di non vendere oggetti a neonazisti.

Nel 2009, il B’nai B’rith ha sporto cinque querele in Canada per la vendita di oggetti controversi, sia su Internet che nei mercati delle pulci. Non è stata formalizzata nessuna accusa.

In Canada non è illegale vendere oggetti con la svastica.

I resoconti secondo cui durante la seconda guerra mondiale venne prodotto sapone con resti umani sono stati liquidati come falsi e come propaganda nazista dalla maggior parte degli storici.

“È una leggenda metropolitana”, ha detto Frank Chalk, professore alla Concordia University e riconosciuto come un’autorità sul genocidio.

Ci sono prove documentate che i nazisti produssero fertilizzante agricolo con le ossa e che usarono il grasso umano come carburante, ha detto Chalk. Ma non fecero mai sapone.

Non è insolito vedere cimeli nazisti in vendita.

“Penso che ciò che è importante per noi è il simbolo dell’odio e della violenza contro gli esseri umani che [tali oggetti] rappresentano”, ha detto Alice Herscovitch, direttore dell’Holocaust Centre di Montreal.

“Ciò che turba di più è che siano in vendita”.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.thestar.com/news/canada/article/785903--b-nai-brith-to-probe-claim-of-holocaust-victim-soap
[2] http://www.cbc.ca/

martedì 30 marzo 2010

Gilad Atzmon: l'Olocausto non è un racconto storico

VERITÀ, STORIA E INTEGRITÀ

Di Gilad Atzmon, 13 Marzo 2010[1]

Nel 2007, la famigerata organizzazione ebraica americana di destra, l’ADL (Anti-Defamation League) annunciò che riconosceva gli eventi in cui si calcola vennero massacrati un milione e mezzo di armeni come “genocidio”[2]. Il direttore nazionale dell’ADL, Abraham Foxman, sostenne di aver preso la decisione dopo aver discusso della questione con degli “storici”. Per qualche imprecisato motivo, non riuscì a menzionare chi fossero questi storici, né fece riferimento alla loro credibilità o al loro ambito di studi. Ma Foxman si consultò anche con un sopravvissuto dell’olocausto che approvò la decisione. Si trattava di Elie Wiesel, non conosciuto per essere un esperto dei massacri armeni.

L’idea di un’organizzazione sionista sinceramente preoccupata, o addirittura vagamente commossa, per le sofferenze di altri popoli potrebbe davvero essere un cambiamento epocale nella storia ebraica. Ma questa settimana abbiamo appreso che l’ADL è ancora una volta coinvolta nel dilemma delle sofferenze degli armeni. Non è più convinta che gli armeni soffrirono così tanto. Ora sta facendo pressione sul Congresso americano affinché non riconosca le uccisioni degli armeni come “genocidio”. Questa settimana ha visto l’ADL “prendere posizione contro il riconoscimento, da parte del Congresso, del genocidio degli armeni e sostenere invece l’appello della Turchia per una commissione che studi gli eventi”[3].

Come mai un evento che ebbe luogo un secolo fa suscita un tale scalpore? Un giorno viene generalmente classificato come “genocidio”, il giorno dopo viene ridotto al caso ordinario di un uomo che ne uccide un altro. È stato un documento storico che, da chissà dove, è saltato sulla scrivania di Abe Foxman? Ci sono nuove rivelazioni sostanziali che hanno portato ad un cambiamento di prospettiva così drammatico? Non penso sia questo il caso.

Il comportamento dell’ADL è un colpo d’occhio sulla nozione di storia ebraica e sulla comprensione ebraica del passato. Per l’ebreo nazionalista e politico, la storia è un racconto pragmatico, è un resoconto elastico. È estranea a ogni metodo scientifico o accademico. La storia ebraica va oltre le regole di fattualità, di veridicità o di corrispondenza rispetto ad una data visione della realtà. Ripugna ad essa anche l’integrità o l’etica. Preferisce di gran lunga la sottomissione totale al pensiero creativo o critico. La storia ebraica è un racconto fantasmatico per fare in modo che gli ebrei siano felici e che i goyim si comportino bene. Sta lì per fare gli interessi di una tribù e solo di quella tribù. In pratica, dalla prospettiva ebraica, la decisione se c’è stato o no un genocidio armeno dipende dagli interessi ebraici: se è un bene per gli ebrei o se è un bene per Israele.

È interessante notare come la storia non sia una “specialità ebraica”. È un fatto accertato che tra il 1° secolo (Flavio Giuseppe[4]) e l’inizio del 19° secolo (Isaak Markus Jost[5]) non è stato scritto neanche un solo testo storico ebraico. Per quasi 2.000 anni gli ebrei non erano interessati al passato, loro o di chiunque altro. Almeno non abbastanza da registrarlo. In fatto di interessi, un esame adeguato del passato non fu mai una priorità per la tradizione rabbinica. Una delle ragioni è che probabilmente non c’era nessun bisogno di un tale sforzo metodico. Per l’ebreo che viveva nell’antichità e nel Medio Evo, c’era nella Bibbia materia sufficiente per rispondere alle domande più importanti sulla vita quotidiana, sul senso e sul destino ebraico. Come lo storico israeliano Shlomo Sand rimarca, “il tempo cronologico profano era estraneo al “tempo della Diaspora” che veniva modellato dall’attesa per la venuta del Messia”.

Tuttavia, alla metà del 19° secolo, alla luce della secolarizzazione, dell’urbanizzazione, dell’emancipazione, e a causa della diminuita autorità dei rabbini, tra gli ebrei europei che si stavano affrancando sorse imperioso il bisogno di una motivazione alternativa.Di colpo, l’ebreo emancipato doveva decidere chi era e da dove veniva. Egli iniziò anche a congetturare quale poteva essere il suo ruolo nella società occidentale in rapida espansione.

Ecco dov’è che la storia ebraica, nella sua accezione moderna, venne inventata. Ecco, anche, dove il giudaismo venne trasformato da religione mondiale in un “catasto” dalle implicazioni razziali ed espansionistiche chiaramente devastanti. Come sappiamo, la tesi di Shlomo Sand sulla “Nazione ebraica” come invenzione favolistica deve essere ancora confutata a livello accademico. Tuttavia, la liquidazione della realtà fattuale o dell’impegno alla veridicità è effettivamente sintomatica di ogni forma di ideologia e di politica collettiva ebraica contemporanea. L’atteggiamento dell’ADL verso la questione armena è solo un esempio. La liquidazione da parte dei sionisti di un passato e di un retaggio palestinese è solo un altro esempio. Ma di fatto ogni visione collettiva ebraica del passato è intrinsecamente giudeo-centrica e ignara di ogni procedura accademica o scientifica.

Quando ero giovane

Quando ero giovane e ingenuo consideravo la storia come una seria materia accademica. Poiché avevo capito che la storia ha a che fare con la ricerca della verità, i documenti, la cronologia e i fatti. Ero convinto che la storia dovesse trasmettere un resoconto sensato del passato basato su una ricerca metodica. Credevo anche che essa si basasse sul presupposto che capire il passato possa gettare una qualche luce sul nostro presente e persino aiutarci a delineare la prospettiva di un futuro migliore. Sono cresciuto nello stato ebraico e mi ci volle un bel po’ per capire che il racconto storico ebraico è molto differente. Nel ghetto intellettuale ebraico, si decide come deve essere il futuro, poi si costruisce un “passato” alla bisogna. È interessante notare che questo stesso metodo è prevalente anche tra i marxisti. Essi plasmano il passato in modo che quadri graziosamente con la loro visione del futuro. Come dice la vecchia battuta ebraica: “quando i fatti non si conformano all’ideologia marxista gli scienziati sociali comunisti correggono i fatti (piuttosto che rivedere la teoria)”.

Quando ero giovane, non pensavo che la storia fosse una questione di decisioni politiche o di accordi tra una fanatica lobby sionista e il suo sopravvissuto dell’olocausto preferito. Consideravo gli storici come degli studiosi impegnati in adeguate ricerche che seguivano procedure rigorose. Quando ero giovane ho persino pensato di diventare uno storico.

Quando ero giovane e ingenuo ero anche convinto, in qualche modo, che quello che ci veniva detto sul nostro passato ebraico “collettivo” fosse realmente accaduto. Credevo a tutto, al Regno di Davide, a Masada, e poi all’Olocausto: al sapone, ai paralumi[6], alle marce della morte, ai sei milioni.

Mi ci sono voluti molti anni per capire che l’Olocausto, il nocciolo della fede ebraica contemporanea, non era affatto un racconto storico perché un racconto storico non ha bisogno della legge e dei politici. Mi ci sono voluti anni per afferrare che la mia trisavola non era stata trasformata in una “saponetta” o in un “paralume”. Ella probabilmente morì di sfinimento, di tifo o forse addirittura in una fucilazione di massa. Tutto ciò era già abbastanza brutto e tragico, eppure non molto differente dal destino di molti milioni di ucraini che impararono cos’era davvero il comunismo. “Alcuni dei peggiori sterminatori della storia furono ebrei”, scrive il sionista Sever Plocker[7] sul sito israeliano Ynet, divulgando l’Holodomor[8] e il convolgimento ebraico in questo crimine colossale, probabilmente il più grande crimine del 20° secolo. Il destino della mia trisavola non fu in alcun modo differente da quello di centinaia di migliaia di civili tedeschi che morirono, perché erano tedeschi, a causa di bombardamenti deliberatamente indiscriminati. In modo analogo, gli abitanti di Hiroshima morirono solo perché erano giapponesi. Un milione di vietnamiti morirono solo perché erano vietnamiti e 1.3 milioni di iracheni sono morti perché erano iracheni. In breve: le tragiche circostanze della mia trisavola non furono così speciali, dopo tutto.

Non ha senso

Mi ci sono voluti anni per accettare che il racconto dell’Olocausto, nella sua forma corrente, non ha alcun senso storico. Ecco qui soltanto un piccolo aneddoto da elaborare:

se, per caso, i nazisti volevano gli ebrei fuori del loro Reich (Judenrein – libero dagli ebrei) o addirittura che morissero, come sostiene il racconto sionista, come mai ritornarono nel Reich a centinaia di migliaia alla fine della guerra? Questa semplice domanda mi ha intrigato per un pezzo. Alla fine, mi sono buttato in una ricerca storica sull’argomento e ho finito con l’apprendere dal professore israeliano di storia dell’olocausto Israel Gutman[9] che i prigionieri ebrei in realtà si unirono alle marce volontariamente. Ecco una testimonianza tratta dal libro di Gutman:

“Uno dei miei amici e parenti al campo venne da me la notte dell’evacuazione e mi offrì un luogo per nasconderci insieme da qualche parte sulla strada dal campo alla fabbrica…L’intenzione era di lasciare il campo con uno dei convogli e di fuggire vicino al cancello, utilizzando l’oscurità per allontanarci un po’ dal campo. La tentazione fu molto forte. Ma, tutto considerato, decisi poi di unirmi (alla marcia) con tutti gli altri detenuti e di condividere il loro destino” (Israel Gutman [curatore], People and Ashes: Book Auschwitz-Birkenau, Meravia, 1957).

Qui sono rimasto perplesso: se i nazisti ad Auschwitz-Birkenau dirigevano una fabbrica della morte, perché i prigionieri ebrei si unirono a loro alla fine della guerra? Perché gli ebrei non aspettarono i loro liberatori rossi?

Penso che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz dovremmo avere il diritto di cominciare a porre le domande necessarie. Dovremmo chiedere prove e argomenti storici conclusivi invece di seguire un racconto religioso che è tenuto in piedi dalle pressioni politiche e dalle leggi. Dovremmo privare l’olocausto del suo status eccezionale giudeo-centrico e trattarlo come un capitolo storico che appartiene ad una certa epoca e ad un certo luogo.

65 anni dopo la liberazione di Auschwitz dovremmo reclamare la nostra storia e chiedere: perché? Perché gli ebrei erano odiati? Perché gli europei insorsero contro i loro vicini della porta accanto? Perché gli ebrei sono odiati in Medio Oriente? Sicuramente hanno avuto la possibilità di aprire una nuova pagina nella loro storia travagliata. Se pensavano sinceramente di agire in tal senso, come i primi sionisti affermavano, perché hanno fallito? Perché l’America inasprì le sue leggi sull’immigrazione quando gli ebrei europei erano minacciati da un crescente pericolo? Dovremmo anche chiedere: che scopo hanno le leggi contro il negazionismo dell’olocausto? Cosa nasconde la religione dell’olocausto? Fino a quando non riusciremo a fare domande, saremo soggetti ai complotti dei sionisti e dei loro agenti neocon. Continueremo a uccidere in nome delle sofferenze ebraiche. Manterremo la nostra complicità nei crimini imperialisti occidentali contro l’umanità.

Per quanto ciò sia devastante, in un dato momento di una certa epoca, ad un capitolo orribile è stato concesso uno status di eccezionalità metastorica. La sua “fattualità” è stata blindata con leggi draconiane e il suo discorso è stato protetto da disposizioni sociali e politiche. L’Olocausto è diventato la nuova religione occidentale. Purtroppo, è la religione più sinistra a memoria d’uomo. È una licenza di uccidere, di distruggere, di usare armi nucleari, di violentare, di rubare e di compiere pulizie etniche. Abbiamo fatto della vendetta e della rappresaglia dei valori occidentali. Ma molto più preoccupante è il fatto che essa priva l’umanità del suo retaggio: sta lì per impedirci di guardare il nostro passato con dignità. La religione dell’Olocausto priva l’umanità del suo umanesimo. Per amore della pace e delle future generazioni l’Olocausto deve essere privato immediatamente del suo status di eccezionalità. Deve essere sottoposto ad un esame storico approfondito. La verità e la ricerca della verità sono un’espeirenza umana elementare. Devono prevalere.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.gilad.co.uk/WRITINGS/TRUTH-HISTORY-AND-INTEGRITY-BY-GILAD-ATZMON.HTML
[2] http://www.adl.org/PresRele/Mise_00/5114_00.htm
[3] http://www.wickedlocal.com/watertown/news/x776893655/Jewish-Armenian-coalition-launches-Armenian-Genocide-recognition-effort
[4] http://www.ccel.org/j/josephus/works/JOSEPHUS.HTM
[5] http://en.wikipedia.org/wiki/Isaak_Markus_Jost
[6] Durante e dopo la seconda guerra mondiale venne largamente creduto che dai corpi delle vittime ebree venissero prodotti saponette e paralumi. In anni recenti, il museo israeliano dell’Olocausto ha ammesso che non c’era verità in nessuna di queste accuse.
[7] http://engforum.pravda.ru/showthread.php?t=264714 , tradotto qui: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/03/gli-ebrei-di-stalin.html .
[8] http://www.holodomorthemovie.com/
[9] http://www.youtube.com/watch?v=jhDu_Y1sPiE

lunedì 29 marzo 2010

L'ombra della NATO sulle bombe di Mosca

Domanda: mettere in relazione i gravissimi attentati moscoviti delle scorse ore con il rifiuto di Putin di farsi accerchiare dalla NATO significa peccare di complottismo? Sembra, dalle prime notizie in proposito, che la tragedia suddetta vada addebitata al “terrorismo caucasico”[1]. Ebbene, leggevo qualche ora fa, quasi in sincronia con l’esplosione delle bombe, un articolo di Hajrudin Somun, ex ambasciatore della Bosnia Erzegovina in Turchia, intitolato “Il Nyet russo all’estensione a est della Nato”[2].

In tale articolo l’autore, che è professore di storia della diplomazia all’Università Internazionale Philip Noel-Baker di Sarajevo, descrive con lucidità le mire espansionistiche della NATO, che non si accontenta di aver strappato alla Russia i Balcani (con l’ingresso della Bulgaria e della Romania nell’alleanza atlantica): vuole anche il Caucaso (Georgia, Armenia, Azerbaigian). Appunto.

Per capire l'obbiettivo degli americani, è bene ricordare la teoria geostrategica enunciata a suo tempo dal geografo inglese Sir Halford J. Mackinder, considerato il più eminente rappresentante della scuola geopolitica anglosassone:

«Chi domina l’Europa Orientale domina la Terra Interna; chi domina la Terra Interna domina l’Isola Mondo; chi domina l’Isola Mondo domina il Mondo»[3].

Chiosa John Kleeves, autore di indimenticati libri sugli Stati Uniti : “L’Europa Orientale era l’area tra l’Elba e il Volga; la Terra Interna era all’incirca l’attuale Russia oltre il Volga; l’Isola Mondo era l’Europa-Asia-Africa”[4].

L’America, che non ha evidentemente rinunciato all’idea di dominare il mondo, vuole portare la NATO fino ai confini della Russia ma Putin si è messo di traverso: l’espansione della NATO è ora considerata una minaccia nazionale dalla nuova dottrina militare russa, come annunciato in Febbraio dal Presidente Vladimir Medvedev[5].

E poi c’è la Serbia. La Serbia considera gli interventi della NATO in Bosnia del 1995 e in Kosovo del 1999 come “aggressioni NATO” e, d’accordo con Mosca, ha fatto proprio lo slogan: “Dire sì all’Unione Europea e nyet alla NATO”[6]. Ma, prosegue Somun, “quel nyet potrebbe avere un impatto più forte se rivolto a paesi più vicini ai confini russi".

Non ha quasi fatto a tempo a dirlo...

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2010/03/29/news/mosca_esplosioni-2974974/
[2] http://www.todayszaman.com/tz-web/news-205609-centerrussian-nyet-to-nato-extension-eastbr-i-by-i-brhajrudin-somuncenter.html
[3] John Kleeves, UN PAESE PERICOLOSOBreve storia non romanzata degli Stati Uniti d’America, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino, 1998, p. 306.
[4] Ibidem.
[5] Vedi l’articolo citato in nota 2.
[6] Ibidem.

domenica 28 marzo 2010

La Giudea dichiara guerra a Obama

LA GIUDEA DICHIARA GUERRA A OBAMA

Di Gilad Atzmon, 25 Marzo 2010[1]

La settimana scorsa abbiamo letto dell’attacco dell’AIPAC contro il Presidente Obama. Era stato detto che in America la lobby ebraica si era tolta i guantoni. L’AIPAC ha deciso di mettere apertamente pressione sulla leadership americana e su Obama in particolare.

“Le recenti dichiarazioni dell’Amministrazione Obama sulle relazioni degli Stati Uniti con Israele sono fonte di seria preoccupazione”, ha detto l’AIPAC nella sua dichiarazione[2]. La reazione dell’AIPAC è arrivata dopo un fine-settimana di recriminazioni e richieste americane, in seguito al provocatorio annuncio di Israele di aver concesso l’approvazione preliminare alla costruzione di ulteriori 1.600 alloggi per coloni ebrei in un quartiere palestinese nella parte orientale occupata di Gerusalemme. A differenza del Presidente Obama, che sembra dare priorità a questioni come la riforma dell’assistenza sanitaria e alla ripresa economica degli Stati Unit, l’AIPAC afferma di sapere quali sono i “reali interessi” dell’America e come raggiungerli. “L’amministrazione dovrebbe fare uno sforzo consapevole per allontanarsi dalle richieste pubbliche e dagli ultimatum rivolti a Israele, con il quale gli Stati Uniti condividono interessi basilari, fondamentali e strategici”. L’AIPAC ha anche indicato che la leadership americana dovrebbe concentrarsi sullo scontro con l’Iran. “L’intensificarsi della retorica degli ultimi giorni serve solo a distrarre dal lavoro concreto che deve essere fatto riguardo all’urgente questione della rapida acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran”.

Le lobby ebraiche di certo non si tirano indietro quando si tratta di fare pressione sugli stati, sui leader internazionali e anche sulle super-potenze. Il comportamento dell’AIPAC dell’ultima settimana mi ha ricordato la dichiarazione ebraica di guerra del 1933 alla Germania nazista.

Non sono in molti a sapere che nel Marzo del 1933, molto prima che Hitler diventasse il leader indiscusso della Germania e incominciasse a minare i diritti degli ebrei tedeschi, l’American Jewish Congress annunciò una protesta massiccia al Madison Square Garden e fece appello per il boicottaggio americano delle merci tedesche.

Ovviamente, non penso che Obama abbia nulla in comune con Hitler. Non sono molte le cose che i due leader condividono: nella loro filosofia, nel loro atteggiamento verso l’umanesimo, nella loro visione della pace nel mondo[3]. Tuttavia, è difficile far finta di non vedere l’analogia tra il comportamento dell’AIPAC della scorsa settimana e quello dell’American Jewish Congress del 1933.

Il 24 Marzo del 1933, il Daily Express di Londra pubblicò un articolo che annunciava che gli ebrei avevano già iniziato il loro boicottaggio contro la Germania e che minacciavano una prossima “guerra santa”. Il Daily Express esortava gli ebrei di tutto il mondo a boicottare le merci tedesche e a manifestare attivamente contro gli interessi economici tedeschi.

Il Daily Express disse che la Germania doveva “adesso far fronte al boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e delle sue industrie…a Londra, a New York, a Parigi e a Varsavia, gli uomini d’affari ebrei sono uniti per portare avanti una crociata economica”.

I testi ebraici tendono a glissare sul fatto che l’ordine di Hitler del 28 Marzo 1933 di boicottare i negozi e le merci ebraiche fu la diretta risposta alla dichiarazione di guerra alla Germania da parte della leadership ebraica internazionale. In realtà, la sola elite ebraica disposta ad ammettere la successione storica degli eventi che condusse alla distruzione dell’ebraismo europeo, è la setta degli ebrei ortodossi antisionisti conosciuta come Torah Jews [gli ebrei della Torà][4]. Ritengo che, similmente, quando i rapporti si guasteranno tra l’America e le sue lobby ebraiche, gli ideologi del tribalismo ebraico saranno i primi a dimenticare che è stato l’establishment ebraico americano a lavorare duro per alimentare l’inevitabile ostilità.

Se vi chiedete perché i politici ebrei ripetono di volta in volta esattamente gli stessi errori, la risposta è facile. Gli ebrei non conoscono la loro storia ebraica perché non c’è nessuna storia ebraica[5].

Si dà il caso che la storia ebraica sia una serie di favole maldestramente collegate per dipingere la falsa immagine di una narrazione vittoriosa. La storia ebraica è una serie di punti ciechi raffazzonati con miti, fantasie e menzogne per presentare l’illusione narrativa di un passato coerente e di una vaga sembianza di cronologia. Il professore israeliano Shlomo Sand[6] ci ha insegnato che i sionisti – e, fino a un certo punto, anche i loro rivali del Bund[7] - furono tutt’altro che riluttanti a “inventare” la storia della loro nazione ebraica. Ma indagando oltre, anche l’olocausto, che poteva costituire una visuale illuminante per la riflessione ebraica, è stato trasformato in un capitolo immutabile, che ha perpetuato la cecità. Come visione del passato, sta lì per nascondere e camuffare invece di rivelare e informare. In un libro di storia ebraica, non troverete la “dichiarazione di guerra della Giudea contro la Germania nazista”. Nei testi di storia ebraica, la cronologia inizia sempre quando iniziano le sofferenze ebraiche. La storia ebraica va oltre il concetto di causalità. Ci persuade che la persecuzione degli ebrei viene fuori dal nulla. Il testo ebraico di storia evita le domande necessarie: perché l’ostilità si ripresenta di volta in volta, perché gli ebrei si fanno così tanti nemici e così facilmente?

I leader dell’AIPAC stanno chiaramente ripetendo gli errori dei loro predecessori: quelli dell’American Jewish Congress. Non imparano dalla storia, perché non c’è un solo testo di storia ebraica da cui imparare. Invece di un libro di storia, gli ebrei hanno l’Olocausto, un evento che è diventato una religione.

La religione dell’olocausto è essenzialmente giudeo-centrica. Essa definisce la Raison d’être ebraica. Per gli ebrei, essa significa il fardello assoluto della Diaspora, essa guarda al Goy [il non ebreo] come ad un potenziale assassino “irrazionale”. La nuova religione ebraica predica la vendetta. Essa fonda persino un nuovo Dio ebraico. Al posto del vecchio Yehova, il nuovo Dio ebraico è l’ebreo stesso: quell’essere coraggioso e intelligente, quello che è sopravvissuto al genocidio supremo e più funesto, quello che è rinato dalle ceneri e si è incamminato in un nuovo inizio.

In una certa misura, la religione dell’Olocausto segna il distacco ebraico dal monoteismo, perché ogni ebreo è un potenziale piccolo Dio o Dea. Gilad Shalit è il Dio dell’”innocenza”, Abe Foxman è il Dio dell’antisemitismo, Maddof è il Dio della truffa, Greenspan è il Dio della “good economy” [dell’economia virtuosa], Lord Goldsmith è il Dio della “luce verde”, Lord Levy è il Dio delle raccolte di fondi, Wolfowitz è il Dio del nuovo espansionismo americano e l’AIPAC è l’Olimpo dove gli esseri umani americani che vengono eletti vengono a chiedere misericordia e perdono per il loro essere Goyim [non ebrei] e per aver osato dire occasionalmente la verità su Israele.

La religione dell’olocausto è la fase finale della dialettica ebraica; è la fine della storia ebraica perché è la forma più profonda e più sincera di “amore di sé”. Invece di inventare un Dio astratto che sceglie gli ebrei come popolo eletto, nella religione dell’olocausto gli ebrei eliminano il fondamento divino. L’ebreo sceglie proprio sé stesso. Ecco perché l’identità ebraica va oltre il concetto di storia. Dio è il maestro di cerimonie. E il nuovo Dio ebraico non può essere soggetto alle contingenze umane. Il nuovo Dio ebraico – e cioè “l’ebreo” – si limita a riscrivere le favole di cui la tribù ha bisogno in ogni data epoca. Questo potrebbe spiegare perché la religione dell’Olocausto è protetta per legge, mentre ogni altro evento e narrazione storici possono essere apertamente discussi dagli storici, dagli intellettuali, e dalla gente comune.

Come si può arguire, con una visione del mondo così egocentrica e intensiva, non rimane molto spazio per l’umanità, la grazia e l’universalismo. È tutt’altro che chiaro se gli ebrei potranno guarire collettivamente dalla loro nuova religione. Tuttavia, è cruciale che tutti gli umanisti insorgano contro la religione dell’olocausto, che può diffondere solo desolazione, morte e massacri.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.gilad.co.uk/writings/judea-declares-war-on-obama-by-gilad-atzmon.html
[2] http://www.aipac.org/130.asp
[3] A differenza del Presidente Obama, che ha rimandato il suo viaggio in Estremo Oriente solo per incontrare il Primo Ministro israeliano, e che ha inviato il suo Segretario di Stato per calmare i suoi oppositori ebraici (http://www.youtube.com/watch?v=NP4S0iMpai8 ) promettendo più durezza con l’Iran, Hitler in realtà reagì furiosamente alle pressioni ebraiche.
[4] http://www.jewsagainstzionism.com/zionism/jewishwar.cfm
[5] http://www.gilad.co.uk/writings/truth-history-and-integrity-by-gilad-atzmon.html
[6] http://www.gilad.co.uk/writings/the-wandering-who-by-gilad-atzmon.html
[7] http://en.wikipedia.org/wiki/General_Jewish_Labour_Bund_in_Lithuania,_Poland_and_Russia

sabato 27 marzo 2010

Angela Merkel non vuole la Turchia di Erdogan in Europa

ERDOĞAN E MERKEL IN ROTTA DI COLLISIONE PRIMA DELL’INCONTRO[1]

Il Primo Ministro Recep Tayyp Erdoğan ha ancora una volta ribadito che la Turchia non accetterà un’ “adesione privilegiata” all’Unione Europea [UE] invece di un’adesione piena, e si è messo in rotta di collisione con la Cancelliera tedesca Angela Merkel[2], che si è impegnata a presentare la proposta durante la sua visita ad Ankara la prossima settimana.

“I trattati della UE non prevedono adesioni privilegiate. Sarebbe un grande errore da parte della Turchia accettare una tale proposta”, ha detto Erdoğan in un’intervista con il settimanale tedesco Die Zeit. Alla domanda su come reagirebbe se la Merkel sollevasse l’idea, Erdoğan ha detto: “Non glielo consentirò perché sa come la penso”.

La Merkel, che si oppone all’adesione della Turchia alla UE, ha detto nel corso di recenti dichiarazioni che offrirà un’adesione privilegiata alle autorità turche quando lunedì inizierà la propria visita in Turchia. Nelle dichiarazioni rilasciate ai media turchi, ha detto che la Turchia potrebbe negoziare con la UE 27 o 28 capitoli invece dei 35 [previsti dal negoziato][3], in modo da diventare un partner privilegiato del blocco dei 27 paesi.

“Non capisco la discussione sull’alternativa se la Turchia possa diventare membro della UE oppure no. Stiamo continuando i negoziati con la UE con lo scopo dell’adesione piena. Non c’è altra scelta”, ha detto Erdoğan. “Non puoi cambiare le regole a metà della partita”.

Nell’intervista, Erdoğan ha anche commentato le discussioni in Europa sulle donne musulmane che portano il velo o il burqa. “In nessun posto del mondo le persone dovrebbero decidere quello che altre persone devono o non devono indossare. Dobbiamo dare alla gente la libertà di plasmare il proprio mondo”, ha detto. Quando gli è stato ricordato che molte persone in Europa sono preoccupate della crescente influenza dell’Islam sul proprio continente, Erdoğan ha detto che tutto ciò è dovuto all’islamofobia e ha ribadito di considerare l’islamofobia un crimine esattamente come l’antisemitismo.

La doppia cittadinanza e le scuole turche in Germania

Erdoğan ha anche esortato la Germania a permettere la doppia cittadinanza. “Trovo molto spiacevole che la Germania sia tra i paesi della UE che non la permettono”, ha detto a Die Zeit. “Spero che un giorno anche la Germania la permetterà”.

In Germania, i turchi – che costituiscono il più grande gruppo di immigrati del paese – lamentano che le leggi tedesche che impediscono la doppia cittadinanza sono un ostacolo alla loro integrazione nella società. In una comunità turca forte di 2.7 milioni di persone, i turchi di nazionalità turca sono ancora la maggioranza, anche a distanza di decenni dal loro arrivo come lavoratori stranieri negli anni ’60.

Un figlio di genitori stranieri nato in Germania può ottenere la doppia cittadinanza se uno dei genitori vive regolarmente nel paese da almeno otto anni. Ma tale figlio deve scegliere una delle due nazionalità a partire dal suo 23° anno di età.

Erdoğan, che è stato accusato dai politici tedeschi conservatori di usare i turchi in Germania per favorire i propri scopi, ha anche chiesto che la Germania offra scuole secondarie turche. “In Turchia abbiamo i licei tedeschi – perché non ci dovrebbero essere licei turchi in Germania?”.

Quando gli è stato chiesto se si considera il primo ministro dei turchi che vivono all’estero, ha detto: “Come potrei dire di “no”? Queste persone sono cittadini della Turchia, e [grazie alla legge recentemente promulgata] voteranno all’elezioni del prossimo anno”.

Ha detto anche che gli piacerebbe tifare per la nazionale tedesca – che include giocatori turchi – se arriverà alle finali della Coppa del Mondo del 2010 in Sudafrica.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.todayszaman.com/tz-web/news-205451-erdogan-merkel-on-collision-course-ahead-of-visit.html
[2] Qui in una foto che la ritrae premiata dall’ordine massonico ebraico del B’nai B’rith Europe nel pranzo di gala in suo onore dell’11 Marzo 2008.
[3] http://www.camera.it/cartellecomuni/leg15/RapportoAttivitaCommissioni/testi/14/14_cap08.htm

Neturei Karta contro il sostegno tedesco a Israele

IL SOSTEGNO A ISRAELE NON È UN FAVORE AL POPOLO EBREO
18 GENNAIO 2010
BERLINO, GERMANIA[1]

Il sostegno a Israele non è un favore al popolo ebreo
I rabbini ebrei protestano contro la visita del governo israeliano a Berlino, 17 Gennaio 2010

Riguardo alla prossima visita - che avrà luogo domani, 18 Gennaio 2010 - del governo israeliano presso le autorità tedesche, per negoziare l’acquisto di armi e armamenti, il signor Reuven Cabelman – che è un attivista ebreo ortodosso antisionista – ha detto la notte scorsa in una riunione che “Con tutto il rispetto per il desiderio del governo tedesco di aiutare gli ebrei, i rabbini ebrei ortodossi del mondo ritengono importante chiarire che l’aiuto o l’assistenza ad Israele non è un favore fatto agli ebrei, ma è – per il popolo ebreo e per la religione ebraica – una tragedia”.

Cabelman ha affermato che “Il movimento sionista cerca di trasformare il giudaismo da religione in un nazionalismo ignobile privo di fede nell’Onnipotente”.

Egli ha spiegato: “Secondo la religione ebraica, gli ebrei si trovano attualmente in esilio, per volontà divina, dall’epoca della distruzione del secondo tempio, avvenuta circa 2.000 anni fa, ed è loro strettamente proibito di avere una propria nazione sovrana. Ciò sarebbe proibito persino in una terra disabitata, ma quando ciò avviene in una terra abitata – opprimendo, uccidendo e derubando i suoi abitanti – questo rende il crimine molto più grave”.

Ha aggiunto: “Gli ebrei ortodossi fedeli alla Torà sparsi per il mondo sono profondamente afflitti dall’uso da parte di Israele di armi di distruzione contro i civili innocenti, uomini, donne e bambini. Che tali crimini siano commessi lì in nome del popolo ebreo e in nome della religione ebraica è anche più doloroso”.

Cabelman ha continuato spiegando che “Gli ebrei hanno vissuto per generazioni in pace ed in armonia in terre musulmane, inclusa la Palestina. Gli ebrei sono grati per tutto ciò. L’attuale conflitto è iniziato solo circa 100 anni fa, con il fondamento della – relativamente nuova – filosofia sionista. Aiutare Israele, purtroppo, esaspera il conflitto e promuove l’antisemitismo in tutto il mondo, il che certamente non è un favore per gli ebrei”.

“Perciò”, ha annunciato che “I rabbini ortodossi che rappresentano le comunità ebraiche mondiali parteciperanno ad una dimostrazione davanti agli edifici governativi di Berlino, in Germania, per esprimere il rincrescimento ebraico contro i criminali eretici sionisti e per chiarire che lo stato di Israele non rappresenta il popolo ebreo, e certamente non rappresenta la religione ebraica”.

Egli ha concluso dichiarando che “Speriamo e preghiamo l’Onnipotente per un rapido e pacifico smantellamento dell’intero stato di Israele, in modo che gli ebrei possano di nuovo coesistere con i loro vicini arabi sotto un governo palestinese che si estenda su tutta la Palestina, come abbiamo vissuto per secoli prima del sionismo”.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nkusa.org/activities/Demonstrations/20100118.cfm

venerdì 26 marzo 2010

Lo Stato Maggiore turco ammette il complotto contro Erdogan

LO STATO MAGGIORE RICONOSCE L’AUTENTICITÀ DEL TENTATIVO DI COLPO DI STATO DI ÇIÇEK

2 Marzo 2010[1]

Lo Stato Maggiore ha annunciato lunedì in una dichiarazione pubblicata sul suo sito web che è stata aperta una nuova indagine su un tentativo di colpo di stato presuntamente concepito da un colonnello in servizio attivo dopo l’acquisizione di nuove prove che evidenziano l’autenticità del complotto.

La dichiarazione contrasta vistosamente con l’energica negazione, il 26 Giugno scorso, del Capo di Stato Maggiore, Generale Ílker Başbuğ, dell’esistenza di un tale complotto. Il militare aveva definito il complotto “un pezzo di carta” e aveva accusato un giornale turco, che aveva pubblicato una versione fotocopiata del documento, di minare le forze armate turche.

Il complotto in questione, chiamato Piano di Azione per Combattere le Forze Reazionarie, è stato concepito a quanto pare dal Colonnello Dursun Çiçek [foto], e indica che le forze armate avevano intrapreso dei preparativi sistematici per danneggiare agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine del governo - guidato dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Partito AK) - e del movimento Gülen, per minimizzare l’indagine Ergenekon, e per ottenere il sostegno in favore dei membri dell’esercito arrestati nel quadro dell’inchiesta Ergenekon. Ergenekon è un’organizzazione criminale clandestina accusata di voler rovesciare il governo.

Lo Stato Maggiore lunedì ha anche annunciato che un procuratore militare ha chiesto l’arresto di Çiçek. La Corte Marziale dello Stato Maggiore si è però rifiutata di arrestare il colonnello. L’indagine è ancora in corso nell’ufficio del procuratore militare.

Nel frattempo, sono stati incriminati il Comandante della Terza Armata, Generale Saldiray Berk, e il Procuratore Capo della città di Erzican, Ílhan Cihaner, che era stato incarcerato nei giorni scorsi nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon.

Nell’atto di accusa, approvato lunedì dalla Seconda Alta Corte Penale di Erzurum, i due uomini sono accusati di far parte di un’organizzazione terrorista. Berk viene descritto come il primo dei sospettati, e Cihaner come il secondo della lista. È la prima volta che un generale superiore in servizio attivo viene indicato come sospetto nell’indagine su Ergenekon. La procura chiede 15 anni di prigione sia per Berk che per Cihaner come pure per altri sospettati dell’inchiesta.

L’atto di accusa imputa a Berk di aver ideato un colpo di stato all’interno del Comando della Terza Armata e di aver operato affinché dei religiosi venissero incolpati di crimini che non avevano commesso.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&link=203085

L'Israel Independence Day giorno di lutto per gli ebrei osservanti

IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA ISRAELIANA GIORNO DI LUTTO PER GLI EBREI FEDELI ALLA TORÀ

29 Aprile 2009[1]

Mentre i sionisti celebrano l’anniversario della fondazione del cosiddetto “Stato” di Israele, la comunità ebraica internazionale, fedele agli insegnamenti di D-o e della Torà, si riunisce per commemorare tale anniversario come un giorno luttuoso e tragico.

La fondazione dello stato sionista è in diretta contraddizione con gli insegnamenti della Torà, che proibisce la fondazione di uno stato ebraico e ordina agli ebrei di rimanere in esilio fino a quando non saranno liberati dall’esilio da D-o stesso, senza nessun intervento umano. Quando quel momento verrà, tutte le nazioni del mondo vivranno insieme in pace.

Duemila anni fa, all’epoca della distruzione del santo Tempio, il Creatore ordinò al popolo ebreo (kesubos 111°):

· Di non salire in massa nella terra di Israele
· Di non ribellarsi contro le nazioni
· Di non cercare in nessun modo di porre termine all’esilio.

Gli ebrei fedeli alla Torà devono comportarsi in modo civile, onesto e grato verso le nazioni che li ospitano in tutto il mondo.

L’intervento dei sionisti contro la volontà di D-o per fondare lo “Stato di Israele” rappresenta una ribellione diretta contro D-o e la Torà, una ribellione che ha provocato pene e sofferenze incalcolabili, agli ebrei come ai non ebrei.

Nell’anniversario della fondazione di questo Stato Sionista eretico, i veri ebrei della Torà piangono il tentativo di trasformare il giudaismo da religione in un’entità secolare e il tentativo di estirpare gli insegnamenti della Torà. Piangiamo il sacrilegio che è stato commesso: la dissacrazione del Sabato, la perdita della modestia, e una sequela di violazioni della nostra fede e degli insegnamenti ebraici, tra i quali il comandamento della compassione per i nostri simili.

Piangiamo la sottomissione, l’espulsione e la spaventosa oppressione del popolo palestinese, in un’incessante catena di eventi - sin dall’epoca della fondazione dello “Stato” – culminati con il recente tragico massacro di Gaza. E la lista potrebbe continuare…

Nel tragico giorno di questo anniversario, digiuniamo e ci riuniamo nelle Sinagoghe sparse per il mondo, pregando per un totale, rapido e pacifico smantellamento del sionista ed eretico “Stato di Israele”, affinché venga rimpiazzato da una Palestina libera e da una Gerusalemme libera totalmente conformi alle aspirazioni del popolo palestinese.

Che si possa noi meritare che quest’anno sia l’anno in cui la gloria dell’Onnipotente sarà rivelata a tutto il mondo, quando tutte le nazioni vivranno in pace e riunite al servizio dell’unico D-o, presto ai nostri giorni. Amen.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nkusa.org/activities/Statements/20090429IID.cfm

giovedì 25 marzo 2010

Neturei Karta: dissolvere lo Stato di Israele

NETUREI KARTA HA UNA SOLUZIONE PER IL PROBLEMA DEL MEDIO ORIENTE[1]
Gennaio 2010

Il mondo soffre da decenni a causa dell’irrisolvibile “questione del Medio Oriente e della Palestina”. Perché nessuno finora è riuscito a risolvere il problema?

La radice del problema: i palestinesi vogliono che sia restituita loro la terra rubata nel 1948. Gli israeliani non vogliono restituirla, sostenendo che venne “legalmente assegnata loro dalle Nazioni Unite”.

L’esistenza di uno “stato ebraico” è un errore di proporzioni storiche, e costituisce un’ingiustizia che sempre più persone non sono disposte ad accettare. Il “governo” sionista ha perso il suo diritto di esistere.

In realtà, non c’è più uno stato ma solo un “problema”. Il problema irrisolvibile del Medio Oriente, che minaccia di distruggere il mondo intero. Il pericolo causato da questo problema può condurre alla più grande catastrofe della storia umana, se non interveniamo.

A nostro avviso, tale problema può essere risolto in modo pacifico e definitivo solo attraverso i seguenti, semplici, passi:

1) Lo Stato di “Israele” deve essere dissolto. La decisione delle Nazioni Unite del 1947 di dividere la Palestina e di creare lo Stato di Israele deve essere riconosciuta come un errore e cancellata.
2) Il popolo palestinese deve acquisire la completa sovranità di tutto il territorio della Palestina.
3) Gli ebrei che già vivono in Palestina potrebbero rimanere nel paese sotto il controllo palestinese, e potrebbero chiedere che i palestinesi concedano loro eguali diritti di cittadinanza.
4) Attuazione: le Nazioni Unite dovrebbero preparare delle leggi che regolino l’attuazione del processo suddetto, in modo tale che sia il più possibile equo, umano e indolore. Al processo in questione deve essere assegnato un tempo sufficientemente adeguato.

Siamo arrivati al punto in cui ebrei e arabi sembrano avere in comune solo l’odio reciproco e il desiderio di vendetta. Ma essi, d’ora in avanti, devono cercare di vivere insieme nel rispetto reciproco.

***

Questa soluzione sembra, a prima vista, rivoluzionaria, sensazionale e forse persino utopica. Ma è la sola soluzione che offra una reale prospettiva di successo e una via d’uscita a questa crisi altrimenti irrisolvibile. Tutti gli altri “piani” e “soluzioni” non conducono da nessuna parte.

Esaminiamo i vantaggi eccezionali che verrebbero ottenuti seguendo il piano suddetto:

1) Le continue minacce poste al mondo dal conflitto israelo-palestinese – la minaccia nucleare iraniana, la minaccia nucleare israeliana, la minaccia di Israele di bombardare l’Iran e così via – sarebbero rimosse dalla scena mondiale.
2) Finirebbe l’oppressione del popolo palestinese per mano dello “Stato di Israele”. Verrebbero restituiti ai palestinesi la dignità umana e i mezzi di sussistenza.
3) Finirebbe la minaccia globale del crescente antisemitismo, voluto e freddamente calcolato dai sionisti fin dall’inizio, poiché la sua causa principale è costituita dalle atrocità attualmente perpetrate dai sionisti contro i loro “sudditi” arabi.
4) Le somme astronomiche spese ogni anno dagli Stati Uniti e da altri paesi per sostenere e armare lo stato israeliano diventerebbero disponibili per attuare la pace nella regione.
5) Molti paesi, soprattutto gli Stati Uniti, si libererebbero della potente lobby sionista. Questi paesi sarebbero liberi di prendere le proprie decisioni per servire al meglio i propri interessi, senza dover dipendere dalla benevolenza e dall’approvazione della lobby.

***

Il presupposto politico e le motivazioni di questo piano sono semplici, logici e manifesti. Ma anche dalla prospettiva religiosa ebraica, questo piano è logico e irresistibile. In realtà, in base a questa prospettiva non è possibile né concepibile nessun’altra soluzione.

Esaminiamo le seguenti considerazioni ispirate dal pensiero ebraico religioso:

Il giudaismo religioso e la Terra di Israele

Duemila anni fa, secondo la volontà di Dio, gli ebrei vennero mandati in esilio, dove devono rimanere fino a quando saranno redenti da Dio, come Lui ha detto loro per mezzo dei profeti. L’idea di un ritorno prematuro nel paese, senza la redenzione divina, è sbagliata. Alla luce di tutto ciò, la Terra di Israele appartiene a coloro che vivono lì da centinaia di anni: i palestinesi.

L’idea di un ritorno prematuro fu concepita dapprima dai sionisti, che all’inizio erano un piccolo gruppo di senza-Dio, totalmente rifiutati dall’ebraismo mainstream. Essi imposero il loro piano al mondo ebraico con anni di manovre politiche. Il loro slogan era che il popolo ebraico doveva finalmente smettere di aspettare la salvezza divina. “È ora di prendere in mano il nostro destino”, dicevano. “Dobbiamo dimenticare il nostro passato; dobbiamo lasciarci alle spalle il messaggio divino e il ruolo antico del popolo ebreo nel mondo. Israele, il popolo della Bibbia, si deve trasformare in una nazione secolare”.

La maggioranza del popolo ebreo respinse quest’idea con veemenza, e non voleva saperne della soluzione sionista e dello stato sionista. Così, il sionismo proseguì con la forte opposizione della grande maggiorazna degli ebrei.

L’antisemitismo e l’Olocausto

Il livello di antisemitismo nel mondo ha raggiunto ora proporzioni tali come negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale. È alimentato dalle atrocità dei sionisti contro la popolazione palestinese. Ottant’anni fa, l’antisemitismo era istigato e alimentato dai sionisti. Essi organizzarono astutamente delle campagne di diffamazione contro gli ebrei europei, con lo scopo di fare loro terra bruciata, in modo che sentissero il bisogno di fuggire e di rifugiarsi nel nuovo “Stato ebraico”. Funzionò allora, e funziona ancora oggi.

Osserviamo il comportamento odierno dei sionisti con costernazione, e tuttavia i sionisti dicono al mondo che è un dovere e un onore sostenere il loro movimento in modo incondizionato. Chiunque non osservi questo dovere o, ancora peggio, smascheri i sionisti in qualche modo, è bollato come “antisemita”.

A questo scopo, i sionisti hanno costruito una lobby globale che, armata in particolare della carta dell’Olocausto, riesce a soffocare ogni tentativo di critica verso Israele.

Come è stato fondato lostato israeliano

Dopo la grande distruzione degli ebrei in Europa, gli ebrei erano sradicati e maledetti. La maggior parte soccombette alle idee e ai piani dei sionisti e li seguì speranzosamente nella loro cosiddetta Terra Promessa. Solo una piccola parte, in particolare gli ebrei religiosi fedelmente osservanti, non li seguì ed è rimasta fino ai nostri giorni fiera nemica della loro idea e del loro stato

La comunità internazionale, spinta dalla compassione e dal senso del dovere, forse anche da un senso di colpa, approvò l’idea di un rifugio e di una patria stabile per il popolo ebreo sradicato e a pezzi. Per tutto ciò, la comunità internazionale merita riconoscenza, elogio e gratitudine.

L’idea di usare la Palestina per questa madrepatria sembrava nello stesso tempo giusta e logica, e venne approvata con la storica decisione delle Nazioni Unite del 1947. Ma questa decisione provocò un’ingiustizia ugualmente storica: il paese venne semplicemente rubato ai residenti palestinesi, che stavano lì da oltre mille anni. Essi abbandonarono le loro case e gli ebrei vi si stabilirono. Lo “Stato di Israele” era nato! Ingiustamente. E ingiustamente è ancora oggi in piedi, dopo oltre 60 anni.

Il punto di svolta

È giunta l’epoca in cui la “redenzione sionista” ha fatto naufragio, e l’errore storico del popolo ebreo e della comunità internazionale deve essere rovesciato. L’entusiasmo un tempo globale per la creazione dello “Stato ebraico” non c’è più. Si è dissolto nell’aria. Il sogno è diventato un incubo.

Sempre più persone provano disagio e contrarietà per le continue atrocità del movimento sionista, che oggi è lo “Stato di Israele”. La verità – che l’”antisionismo non equivale all’”antisemitismo – sta venendo a galla.

Il sionismo non è giudaismo, e il giudaismo non è sionismo

Al contrario, i due concetti sono assolutamente antitetici! I sionisti, ora ammantati da “Stato di Israele”, non hanno il diritto di rappresentare il popolo ebreo. Nessuno ha assegnato loro questo ruolo; se lo sono preso da soli. Oggi, sempre meno persone credono a questa finzione. Sempre più persone capiscono che l’intero Medio Oriente, grazie all’esistenza dello Stato di Israele, è diventato un grande barile di polvere da sparo, che può esplodere in ogni momento e trascinare il mondo intero nell’abisso. Allo stesso tempo, la gente inizia anche a capire che se questo stato – che non appartiene affatto a questa regione – venisse dissolto la situazione in Medio Oriente diventerebbe finalmente stabile.

Una tale soluzione dovrebbe in realtà essere attuata dagli stessi ebrei che vivono lì, quando capiranno che è un empietà essersi liberati da un esilio avvenuto per volontà divina, e che il modo per pentirsi di questa empietà è tornare a vivere in esilio. Ma la popolazione israeliana è ben lontana dal riconoscere tutto ciò. La maggioranza è fermamente radicata nella convinzione fanatica di vivere nell’utopia della “redenzione”, e di essere tornata nella terra dei propri padri.

Ma nel frattempo il loro stato rappresenta un pericolo in rapida crescita in questa regione del pianeta, che minaccia di trascinare il mondo in un inferno.

***

Che la nostra soluzione sia, in gran parte, “religiosamente motivata” non deve sorprendere: che lo ammettiamo oppure no, il popolo di Israele è da tempo immemorabile il popolo di Dio e nient’altro. Non siamo “una nazione come tutte le nazioni”; abbiamo ricevuto le nostre leggi e le mete della nostra vita da Dio sul monte Sinai e vi abbiamo sempre fedelmente aderito. E cioè, fino a circa cento anni fa, quando la grande catastrofe, il movimento sionista, sorse con lo scopo di trasformare il popolo ebreo in una nazione come tutte le nazioni. Essi dicevano: “Non siamo legati a Dio, né al Sinai. Ma facendoci forza, insieme, risolveremo i nostri problemi da noi stessi! Avremo una nazione, uno stato, un esercito, una lingua, e tutto ciò di cui un paese ha bisogno”. E questo, purtroppo, è quello che hanno fatto.

Oggi, dopo cento anni di sionismo, siamo di fronte a un grande guaio. Dio ha iniziato a mostrarci che non c’è modo di fuggire da Lui. I sionisti possono aver suscitato una rivolta contro di Lui, ma Lui non l’approverà mai. Si è messo a guardare in disparte per un pezzo, ma sembra chiaro che ora sta manipolando gli eventi del mondo per ricondurre il Suo popolo dove ha sempre voluto che stesse, e dove ancora lo vuole. Perciò, la soluzione a questo problema non è motivata solo dal punto di vista politico ma anche da quello religioso. Verrà attuata dagli uomini, o da Dio stesso.

Questa soluzione potrà avverarsi solo se verranno fatte pressioni dall’esterno. Il mondo, specialmente le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, ha il dovere e il potere di metterla in atto.

È una soluzione politica, ma anche un dovere divino. Perché, ancora, è Dio a dichiarare che la redenzione sionista del Suo popolo non è accettabile, e che il Suo popolo deve continuare a vivere in esilio e senza interruzioni, aspettando la salvezza divina. La redenzione può essere lasciata soltanto al solo Dio, e Lui la compirà con giustizia, secondo la Sua volontà. Non c’è altro modo di redimere il popolo ebreo. Dio farà del mondo esattamente quello che vuole fare. Israele sarà redenta da Lui (non dallo “Stato di Israele”), e il mondo intero riconoscerà il regno di Dio.

La “redenzione” non è riservata solo al popolo di Israele. Dio redimerà tutto il genere umano. La pace prevarrà ovunque nel mondo. Ogni nazione, ogni paese, chiunque, riconoscerà il regno di Dio e vivrà in una pace e in una soddisfazione immortali.

Ora ci viene data una possibilità unica, forse l’ultima, di porre fine allo stato sionista di nostra iniziativa, perché se non lo facciamo noi lo farà Dio – lo stesso Dio che ha inviato il Suo popolo in esilio. Egli vuole che il Suo popolo venga redento non dai sionisti ma da Lui solo, come ha ripetutamente annunciato tramite i profeti. Non si può aggirare il piano di Dio. Perciò, cerchiamo di avere l’intelligenza di attuare questa soluzione in ogni modo. Non c’è tempo da perdere!

1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nkusa.org/activities/statements/20090209.cfm

mercoledì 24 marzo 2010

In Turchia, Hüseyin Celik mette in guardia contro lo stato profondo

LO STATO PROFONDO HA COMMESSO GRANDI INGIUSTIZIE CONTRO LE MINORANZE NON MUSULMANE, DICE ÇELIK[1]

“Lo stato profondo[2] e lo spirito da partito unico del Partito Repubblicano del Popolo [CHP] stanno dietro le ingiustizie fatte in Turchia ai non musulmani, totalmente contrarie ai fondamenti della nostra cultura”, ha detto Hüseyin Çelik, il vice-presidente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AK).

Parlando con il Sunday’s Zaman in un’intervista esclusiva, Çelik, che in Turchia è stato a suo tempo ministro dell’istruzione, ha detto che il CHP e lo stato profondo turco hanno ghettizzato la maggior parte della popolazione, da lui indicata nei paesani, negli aleviti[3], nei curdi, nei non musulmani e nei religiosi.

In Turchia, il periodo del partito unico CHP inizia con la fondazione della repubblica il 29 Ottobre 1923 e finisce nel 1946 con la costituzione del Partito Nazionale dello Sviluppo (MKP).

“In Turchia, durante l’era del partito unico, vennero commesse gravi ingiustizie verso tutti questi gruppi; ma le ingiustizie commesse contro i non musulmani furono le più gravi. La tassa sulla ricchezza fu una vergogna. La chiusura del seminario greco è stata una grave vergogna. I disordini del 6-7 Settembre[4] furono un complotto disumano che umiliò la Turchia agli occhi del mondo. I paesani espropriati non riuscirono ad entrare nel centro cittadino di Ankara fino al 1946. La violazione dei diritti di gruppi sottoposti ad umiliazioni come gli aleviti, i curdi e i religiosi è continuata fino ad oggi”, ha spiegato Çelik.

La tassa sulla ricchezza fu una tassa imposta nel 1942 ai cittadini ricchi della Turchia, con lo scopo dichiarato di raccogliere fondi per la difesa del paese nell’eventualità di un ingresso nella seconda guerra mondiale. Quelli che furono più danneggiati da questa tassa furono i non musulmani: ebrei, greci, armeni e levantini, che controllavano gran parte dell’economia.

Fondato il 1 Ottobre del 1844, nell’isola Heybeli – o Halki, in greco – sul Mare di Marmara, il Seminario Halki fu il principale istituto di teologia del patriarcato della Chiesa Ortodossa Orientale di Istanbul, fino alla sua chiusura da parte delle autorità turche nel 1971.

I deplorevoli eventi del 6-7 Settembre del 1955 iniziarono dopo che il titolo di un giornale aveva detto che la casa del fondatore della nazione, Atatürk, in Grecia, era stata bombardata da militanti greci. Istigate dai media, le folle uccisero e tormentarono le minoranze non musulmane e non turche in una campagna massiccia.

Çelik ha spiegato che il primo gruppo che si salvò dalla politica di ghettizzazione fu quello dei paesani. I voti di queste persone permisero alla Turchia di adottare nel 1946 un sistema multipartitico, e in questo ebbero un ruolo importante.

Facendo notare che l’80% di costoro erano tornati all’epoca a vivere nei villaggi, Çelik ha detto: “Poiché i politici dovevano chiedere ai paesani il loro voto, essi si salvarono dalla ghettizzazione. Ai paesani fu proibito di entrare a Ulus e a Kizilay [quartieri ubicati nel centro di Ankara] fino al 1946.

Egli ha sottolineato che è indispensabile porre termine anche alla ghettizzazione degli altri gruppi, e ha indicato la democrazia come unico mezzo per riuscirci. Lamentandosi delle discussioni in corso in Turchia sui non musulmani, Çelik ha detto che queste discussioni provocano nel paese un’inutile suscettibilità pubblica sui non musulmani.

“Siamo impegnati in discussioni “ecumeniche” da molto tempo. Bartolomeo è ecumenico o no? Non ci riguarda. Perché i musulmani discutono sul leader mondiale della comunità ortodossa, perché vogliono decidere su questa questione? Lasciamo che sia la comunità ortodossa a decidere. Se essi considerano ecumenico il patriarca ortodosso di Fener[5], Bartolomeo di Istanbul, abbiamo un qualche diritto di discuterne come popolazione non ortodossa? Lasciamo che gli ortodossi decidano di loro spontanea volontà”, ha detto.

Çelik ha definito la chiusura del seminario greco come un’altra grande ingiustizia fatta ai non musulmani e ha detto che è stato molto imbarazzante che la Turchia non sia riuscita a vincere l’opposizione alla riapertura dell’istituto da parte degli ambienti favorevoli allo status quo.

Quando gli è stato chiesto che tipo di ostacoli il governo si è trovato di fronte nel suo tentativo di riaprire il seminario, Çelik ha detto: “Non possiamo battere lo status quo. Non possiamo agire da soli. Come mai il pacchetto di riforme approvato da 411 deputati è stato cancellato dalla Corte Costituzionale? Possono, il Parlamento e il governo, decidere una riforma, possono attuarla in questo paese?”, ha chiesto Çelik.

Si riferiva ad una riforma varata dal governo nel 2008 che avrebbe abolito il divieto di indossare il velo, da parte delle donne musulmane, nelle università ma che è stata cancellata dalla Corte Costituzionale, nonostante il sostegno schiacciante del Parlamento. Contro la riforma aveva fatto ricorso il CHP presso la Corte Costituzionale.

Ricordando un altro incidente avvenuto nel 2004, Çelik ha detto che l’ex segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale (MGK) Tuncer Kiliç lo incontrò, quando era ministro dell’istruzione, e gli chiese di impartire l’ordine di chiusura di tutte le scuole private. Egli disse che siccome non si poteva ottenere la chiusura delle sole scuole private aperte dai seguaci dello studioso religioso turco Fethullah Gülen, allora la chiusura di tutte le scuole private avrebbe permesso la chiusura anche di quelle in questione.

“Gli dissi che una cosa del genere era impossibile da fare e che farla non sarebbe stato differente dall’introdurre il comunismo. Vi dico questo perché furono chiuse anche altre scuole insieme al seminario greco. Chiudere il seminario fu una decisione totalmente sbagliata e bisognerebbe riaprirlo”, ha aggiunto Çelik.

Lo status delle minoranze può essere cambiato

Il vice-presidente del partito AK, il quale ha detto che tutti i cittadini della repubblica turca sono cittadini di prim’ordine a prescindere dalla loro lingua o religione, ha spiegato che lo status delle minoranze garantito in Turchia alle comunità non musulmane dal Trattato di Losanna potrebbe venire modificato.

“Dal mio punto di vista, nessuno dei nostri 72 milioni di cittadini dovrebbe venire trattato come appartenente ad una minoranza”, ha detto Çelik. Rimarcando che i fedeli delle tre religioni monoteiste vivevano in pace durante l’Impero Ottomano, Çelik ha detto che lo stato all’epoca trattava tutte le religioni e le fedi con tolleranza. “Lo slogan che rifletteva quest’impostazione nell’Impero Ottomano era ‘Diversità nell’unità’, uno slogan che ora viene promosso dal Consiglio d’Europa. Le due culture si incontrano dopo secoli allo stesso punto”.

Çelik, che ha promosso il restauro della chiesa armena di Akdamar a Van, ha detto che non vi sono stati problemi ad organizzare le funzioni religiose nella chiesa e ad appendere un crocifisso sulla sua parete.

La chiesa Akdamar sull’isola di Akdamar nel lago Van è stata aperta nel 2007 come museo dopo essere stata restaurata dal governo turco tra il Maggio del 2005 e l’Ottobre del 2006. Il restauro è costato 1.7 milioni di dollari).

Çelik ha detto che è stato ipocrita da parte di qualcuno chiedere la sopravvivenza delle opere d’arte dell’era ottomana in altri paesi mentre ci si opponeva al restauro della chiesa di Akdamar.

Le accuse digenocidio’ usate come un asso nella manica

Parlando dell’approvazione della risoluzione che definisce le uccisioni degli armeni nel 1915 come “genocidio”, da parte della Commissione Affari Esteri della Camera americana e del parlamento svedese, Hüseyin Çelik, vice-presidente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AK), ha detto che la questione del “genocidio” viene usata come un asso nella manica contro la Turchia. “Nessun parlamento di nessun paese può prendere una decisione sulla storia di un altro paese. Sono gli storici e gli studiosi che emetteranno un giudizio. I politici non possono prendere decisioni su questo argomento. Anche se lo fanno, le loro decisioni sono insignificanti”, ha detto.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.todayszaman.com/tz-web/news-204959-103-deep-state-did-great-injustice-to-non-muslim-minorities-says-celik.html
[2] Il concetto turco di “stato profondo” (in turco: derin devlet) è analogo al termine italiano di “doppio stato” o di “stato parallelo”: un gruppo di forze antidemocratiche quanto influenti che cospirano all’interno dello stato per assicurarne – nel caso della Turchia - la fedeltà ai “valori laici” del kemalismo (http://it.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Kemal_Atat%C3%BCrk ) e, ai nostri giorni, anche ad un atlantismo di stretta osservanza (Andrea Carancini).
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Alevismo
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Pogrom_d
[5] Fener è il quartiere di Istanbul dove risiede il patriarca.

martedì 23 marzo 2010

L'Unione Europea giudicata colpevole dal Tribunale Russell

L’UNIONE EUROPEA GIUDICATA COLPEVOLE NELLA PRIMA SESSIONE DEL TRIBUNALE RUSSELL

Di Ewa Jasiewicz e Frank Barat, The Electronic Intifada, 15 Marzo 2010[1]

Qualche giorno fa, a Barcellona, si è tenuta la prima sessione del Tribunale Russell sulla Palestina (RTP). Il RTP è un’iniziativa legale popolare volta ad accertare, in modo metodico, i responsabili chiave delle perduranti violazioni dei diritti umani in Palestina.

Nel mirino, questa volta, c’era l’Unione Europea (UE). Dopo due giorni – e dopo 21 testimonianze peritali – il RTP ha giudicato colpevoli singoli Stati, e la UE nel suo complesso, di perduranti violazioni e di condotte riprovevoli sia rispetto al diritto internazionale che al diritto interno della UE. Tali violazioni includono: la complicità nella perpetrazione del crimine di apartheid – aggravata alla luce del diritto inalienabile al ritorno dei profughi e della punizione collettiva e della ghettizzazione di Gaza; la complicità nella perpetrazione di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, in particolare riguardo a Gaza; la violazione del diritto dei palestinesi all’auto-determinazione e la complicità nella colonizzazione illegale, nell’annessione di Gerusalemme est e nel ladrocinio delle risorse naturali.

Potremmo già sapere tutto ciò, ma sapere esattamente come - e con quali leggi e meccanismi - permette una rivendicazione inconfutabile a favore della Palestina e contro l’occupazione israeliana.

L’approvazione, da parte del RTP, della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) come strumento per ritenere Israele e i suoi stati collaborazionisti quali responsabili di fronte al diritto internazionale, è servita anche di incoraggiamento ad associazioni e a eminenti personalità della società civile per rimanere neutrali sulla tattica.

Il RTP vuole rafforzare e diffondere la necessaria delegittimazione dell’apartheid, dell’occupazione e delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Non si tratta solo di impedire il crimine del silenzio, ma anche di fornire una tribuna per parlare chiaro, per testimoniare e ascoltare in modo attivo, e per fornire alla società civile gli strumenti per pubblicizzare e fare pressioni sui propri governi affinché rispettino la legge.

La ragione per cui l’UE e gli stati complici delle violazioni hanno continuato a considerare il rispetto del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi come una questione politica piuttosto che come un obbligo giuridico sta nel fatto che la società civile ha lasciato loro questa scelta, grazie alla mancanza di pressione su queste questioni. Questi stati non dovrebbero avere scelta; tali disposizioni legali non dovrebbero essere lasciate all’adesione volontaria o facoltativa, una volta firmate: esse sono obbligatorie

Il linguaggio del diritto umanitario internazionale è denso, rigido e imparziale, nonostante il fatto che abbia avuto origine dalle lotte e dai sacrifici globali anti-coloniali e di liberazione. Eppure, è un linguaggio il cui apprendimento da parte dei movimenti è d’importanza strategica per coadiuvare la resistenza e la sopportazione in tempo reale, vissuta sulla propria pelle, del popolo palestinese e dei leader politici nei nostri parlamenti.

Il RTP ha fatto emergere la violenza della politica di aggressione nelle clausole di complicati accordi e trattati, o nelle conversazioni informali nelle sale da pranzo presidenziali di Tel Aviv.

Veronique De Keyser, deputata belga del Parlamento europeo, ha testimoniato presso il RTP che durante un viaggio in Israele come membro di una delegazione di deputati europei, le venne detto dagli allora Primo Ministro Ehud Olmert e Ministro degli Esteri Tzipi Livni che il governo israeliano stava usando Fatah per minare Hamas. Secondo la sua testimonianza, Olmert e Livni aggiunsero che Israele non aveva interesse a riconoscere un governo di unità.

Meir Margalit, ex membro del consiglio comunale di Gerusalemme, ha parlato di soldati che hanno demolito una casa palestinese in presenza di un Commissario dell’UE. Quando questo fatto venne portato a conoscenza del sindaco di Gerusalemme dell’epoca, che era Ehud Olmert, la cosa provocò un ritardo nella demolizione della casa fino a quando nessun parlamentare europeo fu più presente per testimoniarlo.

Charles Shamas, un giurista palestinese fondatore dell’associazione MATTIN, un gruppo palestinese di attivisti dei diritti umani che si occupa dell’applicazione del diritto internazionale umanitario e delle responsabilità degli stati terzi, ha delineato i meccanismi con cui gli impegni del diritto internazionale potrebbero essere adempiuti dalla UE. Ha spiegato che tutto ciò potrebbe essere ottenuto facendo valere oscure disposizioni interne delle decisioni-quadro della UE, decifrando oscure clausole e regolamenti dei trattati della UE e chiedendone conto nelle sedi appropriate.

Shamas ha smascherato i mezzi con cui le leggi vengono di fatto cambiate quando la UE collabora con Israele con accordi e trattati. Accettando la definizione di diritto internazionale secondo Israele, invece della propria, la UE di fatto viola le leggi internazionali e quelle interne sue proprie. Ad esempio, un nuovo accordo sull’aviazione civile tra la UE e Israele potrebbe legittimare l’occupazione dei territori palestinesi mediante il riconoscimento dello spazio aereo e degli aeroporti nei territori occupati come facenti parte di Israele. Shamas ha citato una bozza di accordo tra Europol e la polizia israeliana che è stato considerato illegale, poiché la polizia si era stabilita nella zona occupata di Gerusalemme est.

Phil Shiner, dello studio legale Public Interest Lawyers, ha presentato al RTP le sue esperienze nei tribunali inglesi a cui è ricorso per sfidare l’inadempienza da parte del governo del diritto internazionale umanitario rispetto al comportamento di Israele nell’invasione di Gaza. Un tribunale inglese ha giudicato il suo ricorso, che era stato concertato con l’associazione legale palestinese Al-Haq, materia di “alta politica estera” e l’ha respinto. Shiner ha suggerito di rivolgersi ai tribunali di stati membri della UE più disponibili al confronto per presentare ricorsi analoghi.

L’applicabilità dell’attuale diritto internazionale alle armi convenzionali, nel contesto dell’invasione israeliana di Gaza, è stata esaminata dal colonnello Desmond Travers, membro della commissione Goldstone promossa dalle Nazioni Unite. Nella sua testimonianza, Desmond ha fornito un’analisi forense della traiettoria di un proiettile flechette[2] nel corpo umano. Egli ha anche esaminato il sospetto uso da parte di Israele delle armi DIME (Dense Inert Metal Explosive)[3] e di quelle all’uranio impoverito. Travers ha anche vagliato l’uso israeliano del fosforo bianco[4] come arma, piuttosto che come oscurante. A parte l’esigenza di un’azione politica per fermare l’impunità israeliana, Travers ha spiegato che la messa al bando di un certo armamento che includa complessivamente il fosforo bianco, un’urgente bonifica ambientale e l’esigenza di nuove leggi è necessaria e dovrebbe essere propugnata.

La ricercatrice Agnes Bertrand, specialista del Medio Oriente, ha puntualizzato la complicità passiva della UE con le violazioni israeliane. Israele ha provocato danni alle opere infrastrutturali, finanziate dalla UE a partire dal 2000, stimato in 56.35 milioni di euro, mentre i danni subiti nell’invasione di Gaza ammontano a 12.35 milioni di euro. La Commissione UE non vuole fare causa per danni o risarcimenti: ha invece scaricato le proprie responsabilità sull’Autorità Palestinese, sostenendo che siccome gli aiuti sono stati erogati all’Autorità Palestinese, spetta ad essa presentare reclami. Ma non è prevista nessuna assistenza legale su come l’Autorità Palestinese dovrebbe intraprendere una tale azione. L’Association Agreement della UE con Israele, in particolare l’articolo 2 e la formulazione del rapporto tra la UE ed Israele, è stato giudicato trasgressivo degli articoli della Commissione del diritto internazionale[5] e del Patto internazionale sui diritti civili e politici[6] del 1966, nella sua esclusione dell’osservanza del diritto internazionale e di ogni riferimento all’occupazione.

Tradurre il linguaggio e la conoscenza della legge nell’attivismo quotidiano, come arma contro gli attacchi alla legittimità del nostro movimento e dei diritti dei palestinesi, è la sfida previdente in cui il RTP può esercitare un ruolo. La sessione di Barcellona è solo l’inizio. La prossima sessione del RTP avrà luogo a Londra alla fine del 2010 e si concentrerà sulle compagnie internazionali che fanno profitti con l’occupazione, come pure sui diritti lavorativi in Israele-Palestina. Sarà seguita da sessioni in Sudafrica - che si concentreranno sull’apartheid - e negli Stati Uniti, dove verrà esaminato il ruolo nel conflitto degli americani e delle Nazioni Unite.

lunedì 22 marzo 2010

Vivere e morire nei tunnel di Gaza

INTERVISTA: “POSSIAMO PORTARE NELLA STRISCIA DI GAZA TUTTO QUELLO CHE VUOI

Jody McIntyre dalla Striscia di Gaza occupata, Live from Palestine, 10 Marzo 2010[1]

L’assedio di Gaza si sta inasprendo, perchè il governo egiziano continua la costruzione di un muro di acciaio sotterraneo al valico di Rafah per bloccare il commercio che passa per i tunnel. I tunnel, che il giornalista Robert Fisk ha descritto come “il polmone con cui Gaza respira”, sono i soli mezzi con cui la maggior parte dei beni di prima necessità raggiungono l’assediata popolazione di Gaza. Jody McIntyre ha parlato con Abu Hanin, un bracciante palestinese di Gaza che lavora in uno dei tunnel al confine con l’Egitto.

Abu Hanin: Mi chiamo Abu Hanin, ho 29 anni, sono nato a Rafah, sul lato palestinese, e lavoro nei tunnel. Sono sposato, con cinque figlie ed un figlio, e mia moglie è ora incinta di due gemelli, così alla fine saremo in dieci.

Jody McIntyre: Hai parlato con la tua famiglia prima di venire a lavorare?

AH: Ogni mattina, mi dicono: “Speriamo che torni sano e salvo”, perché sanno dove vado a lavorare. Quando lascio mia moglie vedo lacrime nei suoi occhi, e quando torno la vedo felice. È come andare a combattere una guerra, ogni giorno.

JM: Perché lavori nei tunnel?

AH: A causa della situazione spaventosa questo è il solo lavoro che c’è. Si può vivere solo nei tunnel. Ogni giorno lasci la tua casa senza la sicurezza di tornare. Lavori circondato dalla morte…Scavi la tua tomba con le tue mani.

JM: Come vengono costruiti i tunnel?

AH: Li costruiamo con le nostre mani. I tunnel vanno da 7 a 35 metri di profondità. Dopo che hai scavato in profondità, tracci la tua direzione verso l’Egitto. Decidi la larghezza, di solito da uno a tre metri, e le distanze, di solito un chilometro ma qualche volta 200 o 300 metri…puoi costruirlo a piacimento!

JM: Quali merci fate passare attraverso i tunnel?

AH: Possiamo portare nella Striscia di Gaza tutto quello che vuoi. Tutti sanno del contrabbando che c’è qui; contrabbandiamo animali, acqua, automobili…e addirittura persone: ad esempio, se qualcuno vuole venire per sposarsi. Dico sul serio!

La maggior parte delle merci provengono da al-Arish. Vieni bollato come un “contrabbandiere” – non lavori ai valichi di Erez o di Karni [controllati da Israele], così non sei un lavoratore regolare, sei un contrabbandiere. Così, la gente ad Al-Arish porta le merci all’entrata del tunnel sul lato egiziano, le contrabbanda velocemente e noi le portiamo a Gaza.

I tunnel per le automobili sono così costosi da costruire perché devono essere larghi tre metri, [e alti] come se camminassi in una stanza. Immagina di camminare in una stanza che sta un chilometro e mezzo sotto terra e poi pensa a quanto costi costruirla.

Potresti esserne sbalordito, ma abbiamo trasportato cammelli. Immagina le dimensioni di un cammello! Mettiamo l’animale in un congegno simile a un traino, che viene portato nel tunnel giù per la scarpata. Nel tunnel abbiamo lampadine, e ogni volta che spegnamo una lampadina l’animale viene fatto avanzare verso la lampadina successiva, fino a quando raggiunge il pozzo alla fine del percorso. Quindi, leghiamo l’animale e lo portiamo su – questa parte è molto pericolosa…ci sono persone che ci hanno rimesso le gambe. Gli asini sono i più pericolosi.

JM: Quanti tunnel ci sono, in tutto?

AH: È difficile dirlo con esattezza…ma direi intorno ai 1.250. È divertente pensare che a ogni passo che fai qui intorno, ci sono differenti tunnel sotto di te!

JM: Non è pericoloso averne così tanti ammassati assieme?

AH: No, al contrario: può andare a nostro vantaggio, perché se crolla un po’ di sabbia, possiamo andare in un tunnel vicino. Se qualcuno rimane incastrato in un tunnel, possiamo scavare da un altro tunnel e aiutarli a uscire fuori, altrimenti soffocherebbero per mancanza di ossigeno. Abbiamo imparato che l’ossigeno rimane sul terreno per 12 ore, così dopo che è finito hai bisogno di uscire.

JM: Che attrezzature avete nei tunnel?

AH: Abbiamo l’elettricità. Dell’ossigeno non ce ne importa molto – adesso siamo abituati a stare sempre con poca aria che non ci piace stare sopra all’aria aperta! Preferiamo stare la maggior parte del tempo nei tunnel. Abbiamo anche un sistema di interfono in modo da parlare tra di noi, lampadine per vedere e acqua, tè e caffè solubile da bere…è tutta un’altra vita sotto terra.

JM: A quanto pare, prima che l’assedio di Gaza venisse inasprito nel 2006, le paghe erano più alte per i braccianti dei tunnel?

AH: Sì, è vero. Le paghe per i braccianti dei tunnel sono calate di un terzo. Adesso, c’è più domanda, ci sono più tunnel e più braccianti. C’erano decine di tunnel, ora sono centinaia, e collegati ad essi migliaia di braccianti. Lavoriamo in due turni, ogni tunnel ha bisogno di circa 30 braccianti per il turno di giorno e di altri 30 per la notte. Un turno per portare sotto le merci da un lato, e un altro per portarle sopra dall’altra parte.

JM: Il lavoro deve richiedere molta forza, e allora come riescono a farcela i lavoratori più vecchi?

AH: Tutti i ragazzi sopra i 35 anni lavorano in cima ai tunnel, per raccogliere le merci e trasferirle nei veicoli. Ma sotto hai bisogno di avere ragazzi giovani e svelti. L’uscita del tunnel in Egitto è come una bomba; devi aprire la botola, portare dentro velocemente tutte le merci e poi chiudere la porta il più velocemente possibile, perché se la polizia ci vede sarebbe il disatsro.

JM: Quante persone sono morte lavorando nei tunnel?

AH: Sono morte molte persone…ogni mese ci sono sempre più vittime per i bombardamenti israeliani. Affrontiamo la paura, come in un incubo, un incubo che piove su di te 24 ore al giorno. Ogni giorno lavori nei tunnel e ti chiedi se ne uscirai vivo. Molte volte la sabbia è crollata…la morte è inevitabile con questo genere di lavoro.

JM: Il governo egiziano vi sta mettendo pressione con la costruzione del muro di acciaio?

AH: Certo, ma i nostri ragazzi possono trovare una soluzione. Niente ci impedirà…è la nostra sola fonte di vita!

JM: In che modo il muro di acciaio danneggerà i tunnel?

AH: Gli egiziani stanno scavando sottoterra per costruire questo muro di acciaio. Dopo aver scavato, vi versano sabbia, e poi versano ferro, realizzando una struttura di 28 metri di lunghezza…sono le stesse strutture costruite a Gaza in precedenza dagli israeliani. Sono fatte di strati, uno strato dopo l’altro, fino a che vengono fissati al suolo. Ma i tunnel non sono una novità, e molti non sono stati ancora danneggiati, certi vecchi hanno costruito intere città sottoterra.

La cosa che adesso ci fa paura è che gli egiziani possano dotare il ferro di elettricità, realizzando un recinto elettrico mortale, e inondare di sensori i sotterranei, che ci renderebbe il lavoro impossibile. Gli egiziani sono più intelligenti degli americani e degli israeliani messi assieme…Per compiacerli, distruggeranno 50 chilometri di terra per realizzare questa “piscina elettrica”!

JM: Sarà facile passare attraverso il muro d’acciaio?

AH: Speriamo, perché i tunnel sono stati scavati dai nostri avi con le loro mani, non da noi. Se hanno potuto costruire questi tunnel a mani nude, allora non potremo essere fermati da un muro di acciaio, abbatteremo il muro! Anche se metteranno l’elettricità, l’acqua, anche se metteranno degli esseri umani laggiù per fermare i nostri tunnel, li schiveremo! Sai perché? Perché questa è la sola fonte di vita che ci è rimasta.

JM: Hanno portato vantaggi i tunnel agli egiziani?

AH: Molti…Sono andato lì con il proprietario di questo tunnel e i braccianti egiziani portano a casa 1.000 dollari. Pensa che un egiziano normale guadagna 1-2 dollari al giorno, e i lavoratori dei tunnel guadagnano 110 dollari al giorno. Per loro è incredibile, i tunnel li hanno fatti diventare ricchi. Le fabbriche, i negozianti…hanno tutti avuto guadagni dai tunnel.

Ci sono 80 milioni di egiziani e noi siamo solo un milione e mezzo, ma abbiamo influito parecchio sulla loro economia perché c’è un alto tasso di disoccupazione in Egitto, e ogni tunnel crea da 30 a 50 nuovi lavori.

JM: Lascerai mai questo lavoro per altre attività?

AH: Ora, francamente no. Anche se le paghe calassero, il lavoro nel tunnel ci è entrato nel sangue. Anche se non c’è lavoro andiamo ancora giù nei tunnel. Siamo abituati a questa vita.

JM: Come vedi il tuo futuro?

AH: Non ho un futuro. Così come stanno le cose, non c’è futuro a Gaza. Con la mia moto, percorro tutta Gaza in 20 minuti. Come puoi vedere un futuro da dentro una scatola di fiammiferi? Porto i miei figli da casa a scuola e ritorno…Sono così stufi. Vivremo e moriremo con la stessa routine. Ci sono persone che hanno paura a lavorare nei tunnel, così hanno le mura di casa loro e la loro tessera dell’UNRWA [l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi] a proteggerli. Questa è Gaza.

Jodi McIntyre è un giornalista inglese. Scrive su un blog intitolato “Life on Wheels” [Vita in carrozzina], che può essere consultato al seguente indirizzo: http://jodymcintyre.wordpress.com/

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article11122.shtml