domenica 28 febbraio 2010

Liberalismo totalitario: il monito di Margaret Chase Smith

LIBERALISMO TOTALITARIO

Di Richard Widmann[1]

Margaret Chase Smith [foto] divenne membro della Camera dei Rappresentanti nel 1940, quando suo marito Clyde morì. Ella assolse quattro mandati alla Camera e poi, nel 1948, venne eletta al Senato degli Stati Uniti. È ricordata per essere stata la prima donna eletta in entrambe le Camere del Congresso. Ma Smith oggi è ricordata soprattutto per la sua spavalda presa di posizione contro Joseph McCarthy.

Nel discorso – ora famoso – di Smith del 1 Giugno 1950, conosciuto come “Declaration of Conscience” [Dichiarazione di coscienza], ella definì i principi fondamentali dell’americanismo nel modo seguente: il diritto di criticare, il diritto di avere convinzioni impopolari, il diritto di protestare, e il diritto all’indipendenza di pensiero. Aggiunse: “L’esercizio di questi diritti non dovrebbe costare a nessun singolo cittadino americano la propria reputazione o il diritto al proprio sostentamento né dovrebbe egli essere sottoposto al pericolo di perdere la propria reputazione o il proprio sostentamento solo perché conosce qualcuno che ha delle convinzioni impopolari”. Ella proseguì:

“Gli americani sono stufi e stanchi di aver paura di parlare liberamente per non essere bollati come “comunisti” o “fascisti” dai propri antagonisti. La libertà di parola in America non è più quella di una volta. Viene tanto abusata da alcuni da non essere esercitata da altri”.

Il pioniere del revisionismo storico Harry Elmer Barnes commentò al riguardo che “La senatrice Margaret Chase Smith ha accusato il senatore McCarthy di aver sciolto i Quattro Cavalieri della Calunnia: la Paura, l’Ignoranza, il Fanatismo e la Diffamazione”. Egli spiegò tuttavia nel suo “The Chickens of Interventionist Liberals have come home to Roost” [I polli liberali interventisti sono rientrati nel pollaio] che tali tecniche erano praticate da molto tempo da quelli che definì i “liberali totalitari”. Gli attacchi di principio notati da Barnes erano quelli contro tutti coloro che si opponevano all’ingresso americano nella seconda guerra mondiale. Barnes lamentò il fatto che persino l’iconico Franklin Roosevelt aveva calunniato gli anti-interventisti paragonandoli al traditore di guerra Benedict Arnold.

Il trascorrere di quasi 60 anni dal discorso di Smith e dalla replica di Barnes hanno visto una terribile erosione dei principi fondamentali che entrambi cercarono di difendere. Gli americani hanno sacrificato il loro diritto ad avere convinzioni impopolari sull’altare della correttezza politica. La liberta di parola è stata così abusata che molti oggi hanno paura di esercitarla.

I “liberali totalitari” e i “conservatori totalitari” presenti al Congresso sono lesti ad usare la paura, l’ignoranza, il fanatismo e la diffamazione contro quelli che hanno convinzioni impopolari. La calunnia viene usata non solo contro coloro che scrivono storie scomode della seconda guerra mondiale ma contro tutti coloro che non seguono le nuove linee di partito “ufficiali” della correttezza politica.

Certi argomenti, per la ricerca storica, sono diventati tabù. Il primo di questi è l’Olocausto. Questo argomento è diventato così politicamente saturo che la ricerca libera è proibita in molti paesi di tutto il mondo e i liberi pensatori e ricercatori subiscono incriminazioni, condanne al carcere e censure che ricordano più Torquemada che McCarthy.

Se qualunque analisi critica degli eventi riguardanti l’Olocausto viene proibita o semplicemente evitata, l’Olocausto stesso è al centro dell’uragano costituito oggi dal “totalitarismo liberale”. Il desiderio di trovare e insegnare le lezioni fornite dall’Olocausto è così forte che un punto fondamentale appare compromesso. La lezione dell’Olocausto si è evoluta al punto da suggerire che tutti i popoli di buona volontà devono prendere posizione contro ogni forma di intolleranza e di odio, ad ogni costo. Il venir meno di questo dovere permetterà agli Hitler del futuro – o anche del presente – di tornare al potere ancora una volta.

Questo messaggio viene però utilizzato per iniziare attacchi militari “preventivi”; attacchi che possono essere rivolti contro qualunque nazione considerata “nemica”. Saddam Hussein venne dipinto come un Hitler medio-orientale dedito al dominio della regione, alla fabbricazione di armi di distruzione di massa, al terrorismo contro il suo stesso popolo e persino all’uso di gas tossico. Nella primavera del 1991, nel bollettino mondiale del Simon Wiesenthal Center, Response, l’articolo in prima pagina sosteneva che i tedeschi stavano producendo Zyklon B in Iraq, e mostrava persino una foto della “camera a gas irachena fabbricata in Germania”. Anche se nessuno oggi prende per buone queste dicerie vergognose, il Simon Wiesenthal Center è al di sopra di ogni rimprovero da parte dei media tradizionali, a causa del rapporto di Wiesenthal con la narrativa dell’Olocausto.

Analoghe dicerie propagandistiche circolano oggi sulla Repubblica Islamica dell’Iran. Gran parte di esse riguardano il Presidente Mahmoud Ahmadinejad, che è diventato un bersaglio dell’odio a causa delle sue dichiarazioni bollate come “negazionismo dell’Olocausto”. Ahmadinejad comunque non è il solo. Di recente, il caso del Vescovo Richard Williamson ha provocato una tempesta mediatica perché il Papa aveva tolto la scomunica ad un Vescovo che non crede alla versione ortodossa dell’Olocausto.

Le persone diffamate da quelle organizzazioni, da quei media e da quegli individui che affermano di difendere la tolleranza sono arrivate a comprendere figure della scena politica e mediatica americana come Patrick Buchanan, Ron Paul e persino il giornalista della CNN Lou Dobbs, che conduce spesso trasmissioni contrarie all’immigrazione illegale.

La cosiddetta Anti-Defamation League ha diffamato i professori John Mearsheimer e Stephen Walt per aver pubblicato un libro critico nei confronti della Israel lobby degli Stati Uniti. L’ex Presidente Jimmy Carter è stato investito come antisemita per aver scritto un libro che identifica Israele come uno stato dedito all’apartheid. Persino autori ebrei come Tony Judt e Norman Finkelstein sono stati investiti per la loro “scorrettezza”.

Oggi, criticare la politica estera israeliana, scrivere in favore dei palestinesi e persino criticare gli eccessi dell’esercito israeliano possono venire tacciati di antisemitismo.

All’origine di queste diffamazioni c’è un travisamento e un abuso profondo della vera lezione dell’Olocausto. Se c'è una lezione da apprendere, dovrebbe essere quella della tolleranza. Ma una tale tolleranza dovrebbe estendersi a tutti i popoli e a tutte le idee. Limitare gli argomenti o le idee che possono essere discussi significa attuare un metodo totalitario poco dissimile, da un punto di vista metodologico, da quello di ogni altro regime totalitario – che sia nazista, fascista o comunista.

Le nazioni straniere, anche le nazioni nemiche, devono poter intraprendere la propria politica – e le loro relazioni con noi – mediante la diplomazia e non con la guerra. Gli argomenti scomodi, nel dibattito politico odierno, che vanno dall’immigrazione ai guai dei palestinesi al rapporto degli Stati Uniti con Israele, devono poter essere discussi senza paura di ritorsioni.

Infine, la storia scomoda - l’argomento che riguarda innanzitutto la nostra rivista - deve poter essere discussa, indagata e scritta senza paura di persecuzioni. Nella Germania di oggi, contestare certi aspetti dell’Olocausto – o persino pubblicare studi scientifici che divergono dalla posizione ortodossa – può essere catalogato come “odio razziale”e provocare condanne fino a cinque anni di prigione. Il governo tedesco è arrivato persino ad ordinare il rogo dell’antologia di testi revisionisti Grundlagen zur Zeitgeschichte[2].

Bruciare libri. Imprigionare quelli con cui siete in disaccordo. Compilare liste nere di individui in base alle loro idee. Il nuovo totalitarismo viene da entrambe le parti della scena poltica. Esso mostra la parte peggiore degli istinti umani. È un’idea agli antipodi dei veri valori dell’americanismo: il diritto di criticare, il diritto di avere convinzioni impopolari, il diritto di protestare, e il diritto all’indipendenza di pensiero. È la dimostrazione della totale e completa incapacità a comprendere la lezione più cruciale dell’Olocausto. È un’idea che sarebbe avversata anche da Harry Elmer Barnes e da Margaret Chase Smith.

L’articolo principale di questo numero di Inconvenient History, “The Prohibition of the Holocaust Denial” [La proibizione del negazionismo dell’Olocausto[3]] di Joseph Bellinger esamina la dimensione globale dell’aggressione legislativa contro la libertà intellettuale, mentre Paul Grubach esamina il procedimento giudiziario contro John Demjanjuk nel suo “The Nazi Extermination Camp of Sobibor in the Context of the Demjanjuk Case” [Il campo della morte di Sobibor nel contesto del caso Demjanjuk[4]]. Questi, e i restanti articoli e recensioni ribadiscono la nostra dedizione a fornire un forum a quegli autori che presentano opinioni dissenzienti in materia di storia, senza badare a quanto scomode tali opinioni possano essere per i potenti o per coloro che hanno scelto di abbarbicarsi alle versioni mitizzate della storia recente.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.inconvenienthistory.com/archive/2009/volume_1/number_2/totalitarian_liberalism.php
[2] Disponibile nell'edizione americana all’indirizzo seguente: http://vho.org/dl/ENG/dth.pdf
[3] Disponibile in traduzione italiana qui: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/11/la-proibizione-del-negazionismo.html
[4] Disponibile in traduzione italiana qui: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/05/il-mito-di-sobibor-e-il-caso-demjanjuk.html

sabato 27 febbraio 2010

Le regioni francesi daranno ad Auschwitz da 1 a 3 milioni

Letto sul sito del quotidiano cattolico “La Croix” questo dispaccio AFP del 7 Febbraio 2010 (traduzione rapida):

PARIGI, 7 Febbraio 2010 (AFP) – L’aiuto delle regioni per rimettere a nuovo Auschwitz potrà ammontare da 1 a 3 milioni di euro (Huchon)[1]

Il presidente socialista uscente della regione Ile-de-France, Jean-Paul Huchon, ha stimato domenica che l’aiuto delle regioni per rimettere a nuovo il campo di Auschwitz “potrà ammontare a 1 o a 2 o a 3 milioni di euro”.

“Lo Stato francese sarà onorato di far parte massicciamente del finanziamento di Auschwitz”, ha innanzitutto sottolineato Jean-Paul Huchon su RCJ [Radio Communaute Juive].

“Se si ricorre all’insieme delle regioni, l’aiuto potrà ammontare a 1 o a 2 o a 3 milioni di euro. È qualcosa che possiamo fare. Abbiamo aiutato tutte le religioni alla conservazione del patrimonio”, ha sottolineato.

Se “si chiede alla regione Ile-de-France di partecipare alla rimessa a nuovo di Auschwitz, saremo parte interessata per la parte che ci spetta come lo siamo stati per (il museo) Yad Vashem finanziando il complesso del sistema di traduzione”, ha specificato.

D’altronde, il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë proporrà lunedì e martedì al Consiglio comunale di votare un aiuto di 310.000 euro, ossia l’equivalente simbolico dei costi di restauro di uno dei 22 edifici del campo nazista di Auschwitz-Birkenau, liberato 65 anni fa.
[1] http://www.la-croix.com/afp.static/pages/100207160139.p034rc0f.htm

venerdì 26 febbraio 2010

Canada: Internet ha reso obsoleta la legge sull'odio

INTERNET HA RESO OBSOLETA LA LEGGE SULL’ODIO

Di Joseph Brean, 22 Febbraio 2010[1]

La filosofia vecchia di 20 anni che sta dietro la legge canadese sui reati di odio è ora “totalmente obsoleta”, a causa degli effetti di “interazione, dinamismo e democratizzazione” provocati da Internet, secondo le argomentazioni presentate davanti alla Corte Federale.

L’articolo 13 del Canadian Human Rights Act [Legge canadese sui diritti umani] che proibisce messaggi in rete che additino gruppi particolari all’odio o al disprezzo venne concepita negli anni ’70 per i messaggi telefonici che istigavano all’odio. Nel 1990, la Corte Suprema del Canada stabilì un limite ragionevole alla libertà di espressione, in parte perché un messaggio telefonico di odio “dà all’ascoltatore l’impressione di un contatto diretto, personale, quasi privato da parte di chi parla, non fornisce mezzi realistici per contestare l’informazione o le opinioni presentate e non è soggetto ad un contraddittorio all’interno di quel particolare contesto comunicativo”.

Internet ha “cambiato radicalmente” tale contesto, permettendo confutazioni e discussioni immediate, secondo l’avvocato Barbara Kulaszka [foto].

La decisione del Parlamento del 2001, di ampliare l’articolo 13 per includervi Internet – e quindi quasi tutte le notizie pubblicate in Canada, sia che provengano da un blogger o da un conglomerato mediatico – è “un cambiamento tanto epocale” che la Corte Federale “ha non solo il diritto ma il dovere” di riconsiderare la questione della costituzionalità dell’articolo 13, specialmente perché esso non permette la tradizionale difesa legale basata sulla verità né dei commenti equanimi.

Internet “fornisce ogni mezzo per contestare informazioni e per contro-argomentare, i due fattori vitali assenti nel contesto del messaggio telefonico”, ha scritto Kulaszka nelle sue memorie legali per Marc Lemire, il webmaster del sito freedomsite.org. Il memorandum fornisce una breve visione del contenzioso oggetto dell’imminente riesame, da parte della Corte Federale, dell’assoluzione di Marc Lemire – emessa lo scorso anno – per le accuse di istigazione all’odio mossegli davanti al Canadian Human Rights Tribunal [CHRT].

Il presidente del CHRT Athanasios Hadjis mise in crisi il perdurante dibattito canadese sui reati di opinione stabilendo che Lemire aveva, in realtà, violato l’articolo 13 in un singolo caso – tra i molti presunti capi di imputazione – ma che la legge in sé stessa era incostituzionale. Egli ritenne che un emendamento del 1998 che contemplava la possibilità di una multa supplementare di 10.000 dollari creava un conflitto con lo scopo presuntamente correttivo e conciliatorio dell’articolo 13.

Kulaszka descrive quest’unica violazione – per aver pubblicato un articolo, chiamato AIDS Secrets, scritto da un neo-nazista statunitense e rivolto contro i neri e contro i gay – come “una discussione su questioni di pubblico interesse riguardanti l’AIDS che non avrebbe dovuto essere sottoposta a censure”.

In un dibattito sul “discorso di odio” che ha molti filoni – dall’integrazione dei musulmani all’”agenda gay”, al neonazismo, alle vignette danesi – il procedimento contro Marc Lemire è l’evento principale: una battaglia sui diritti umani politicamente velenosa, durata otto anni, iniziata in un’oscura chatroom di estrema destra nel 2002 e che ora probabilmente fisserà una nuova direzione all’approccio canadese sui reati di odio.

Si ritiene che la CHRC [Canadian Human Rights Commission] sosterrà che, eliminando la sanzionedella multa, l’articolo 13 possa essere salvato.

Kulaszka sostiene nella sua comparsa che tale soluzione non è sufficiente, perché l’ammenda e le disposizioni risarcitorie in favore della vittima “riflettono l’intento e l’obbiettivo del Parlamento di gelare, punire e scoraggiare la libertà di espressione come previsto [dall’art. 13]. Esse costituiscono l’essenza e la sostanza di ciò che il Parlamento voleva ottenere dal progetto di legge in questione”.

Ella sostiene che la parola “odio” è “priva di significato”, a causa della sua applicazione imprevedibile e illimitata, tale da includere “scherzi, libri, saggi, considerazioni storiche, messaggi in bacheca, vignette e poesie”.

“Ogni parola che richieda le prestazioni di un esperto e di un legale seduti davanti a un computer non è una parola definibile”.

Ella descrive gli inquirenti della CHRC per i reati di odio come individui “regolarmente in contatto con le forze di polizia riguardo ai convenuti”, che hanno ottenuto informazioni come “informative dei tribunali che contenevano i dati personali più riservati”, i dati del traffico telefonico, i dati sui veicoli a motore, quelli provenienti dala sorveglianza di polizia, le dichiarazioni dei testimoni, le prove ottenute mediante perquisizione, e le informazioni provenienti dal Canadian Police Information Centre.

Ella menziona la possibilità di accordi tra il governo federale e le province per condividere i dati personali, “il che significa che i canadesi sottoposti ad un procedimento [in base all’articolo 13] abbiano tutte le informazioni che forniscono al CHRC inviate alle forze di polizia dell’intero paese senza la loro conoscenza o il loro consenso o senza qualsivoglia avvertimento”.

Ella critica anche le pressioni extragiudiziarie che possono essere fatte ai fornitori dei servizi internet perché provvedano sui loro server contro le informazioni sospette di violare l’articolo 13.

“L’uso della censura per fermare il danno psicologico è un’arma spuntata”, che in realtà ha l’effetto opposto, ella ha scritto, perché “conduce alla discordia, non all’armonia, poiché tutti i gruppi fortemente auto-immedesimati iniziano a usare le querele per affermare i propri interessi”.

“Il Canada ha una popolazione generale con un buon rapporto con l’espressione, che apprezza il diritto all’espressione, e che non subisce il danno invocato a giustificazione [dell’articolo 13]. La stragrande maggioranza dei canadesi preferisce la discussione libera, non la censura”, ha scritto Kulaszka.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nationalpost.com/news/story.html?id=2595475

giovedì 25 febbraio 2010

L'Austria darà sei milioni per Auschwitz

Letto sul sito del quotidiano “La Croix” il seguente dispaccio AFP:

VIENNA, 23 Febbraio 2010 (AFP) – L’Austria sblocca 6 milioni di euro per restaurare il campo di Auschwitz[1]

Il governo austriaco ha sbloccato martedì un finanziamento di 6 milioni di euro per restaurare il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau (Polonia), dove perirono 1.1 milioni di persone, di cui un milione di ebrei, durante la seconda guerra mondiale.

“È l’ordine di grandezza per il quale l’Austria si vuole impegnare”, ha dichiarato il ministro delle Finanze Josef Pröll, precisando che l’Austria fornirà rispetto alle proprie dimensioni tanto quanto la Germania.

La repubblica federale [tedesca], che conta un numero dieci volte maggiore di abitanti, ha promesso 60 milioni di euro. In totale, le autorità polacche, vogliono costituire un fondo internazionale di 120 milioni di europer finanziare la preservazione del sito.
[1] http://www.la-croix.com/afp.static/pages/100223212149.oxzek9ck.htm

mercoledì 24 febbraio 2010

Harry Elmer Barnes: il suo ricordo è un campo di battaglia

GLI OSTACOLI ALL’ACCURATEZZA STORICA

Di Richard Widmann[1]

Harry Elmer Barnes è una figura controversa, il cui ricordo è deformato sia dai detrattori che dai sostenitori. La sua lunga e prestigiosa carriera – che ha esplorato molti argomenti e interessi – è spesso stata oscurata dal suo revisionismo storico. Persino gran parte del suo lavoro di revisionista, che iniziò negli anni successivi alla prima guerra mondiale e continuò durante la Guerra Fredda, è dimenticato rispetto alla sua opera di demitizzazione dei miti della seconda guerra mondiale.

Le emozioni scatenate dalla seconda guerra mondiale rimangono alte. Mettere in discussione qualsiasi aspetto di questa guerra provoca ancora dure resistenze e attacchi ad hominem. Barnes scrisse una volta che agli occhi degli antirevisionisti il termine “revisionista” sa di cattiveria e di spirito vendicativo. I pochi, brevi, giudizi di Barnes sull’Olocausto, la sua recensione positiva del libro pionieristico di Paul Rassinier, Il dramma degli ebrei europei, e il suo coinvolgimento nella pubblicazione di qualcuna delle prime opere di revisionismo olocaustico gli hanno valso attacchi feroci da parte della turba antirevisionista.

Nella pappardella tanto acclamata di Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust, l'autrice accusa Barnes di essere antisemita[2]. Accusa Barnes anche di distorcere “informazioni e di travisare fatti storici accertati”[3]. Ella afferma che Barnes ha cercato di assolvere la Germania nazista e contesta persino la sua reputazione di storico[4]. L’enciclopedia in rete – molto letta (e molto imprecisa) – Wikipedia ha fatto anche di più. Gli antirevisionisti che curano Wikipedia chiamano Barnes un “negazionista dell’Olocausto” e un “simpatizzante nazista”[5].

Il ricordo di Barnes è stato danneggiato anche da qualcuno dei suoi sostenitori. La rivista che si fregia del suo nome cambiò diversi anni fa la propria intestazione assumendo quella di “Rivista del pensiero e della storia nazionalista”[6]. Intestazione tale da insinuare che Barnes non solo aveva abbracciato il pensiero nazionalista ma che in qualche modo era diventato uno degli esponenti più importanti di tale orientamento. La verità è esattamente l’opposto.

Barnes prese in esame la relazione tra il nazionalismo e la storiografia nel suo History and Social Intelligence (1926). Dopo aver delineato una breve storia dell’importanza del nazionalismo nella storia mondiale, Barnes analizzò l’impatto del nazionalismo sulla storiografia. Barnes prese in esame i movimenti nazionalisti di diverse nazioni, incluse Germania, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Barnes aveva un’opinione molto negativa della storiografia in questione, inclusa l’opera di Houston Stewart Chamberlain e di quelli che definì “i germanofili spudorati”.

Barnes descrisse l’impatto del nazionalismo sulla storiografia nel modo seguente:

“L’effetto finale dello sviluppo della nazionalità e del nazionalismo sulla storiografia è molto diversificato e i suoi aspetti positivi mescolati ad alcuni svantaggi. I suoi effetti positivi sono stati, soprattutto, l’acquisizione di grandi raccolte di materiale documentario che altrimenti non sarebbe mai diventato accessibile e il tirocinio di molti storici eccellenti nella fase della raccolta e dell’elaborazione redazionale delle fonti. Gli effetti deplorevoli sono riassumibili in una tendenza pericolosa al patriottismo, che non solo ha impedito un trattamento sereno, obbiettivo ed accurato dei fatti storici, persino in storici di alta erudizione, ma che ha anche contribuito in misura non indifferente all’impetuoso aumento dello sciovinismo che portò alla calamità del 1914”[7].

Non c’è dubbio che Barnes abbia cercato di scrivere la storia in un modo che fosse libero dal pregiudizio. Se una tale obbiettività può essere in definitiva irrealizzabile, questo nondimeno fu il suo scopo. Egli considerava il patriottismo e il nazionalismo come due ostacoli alla verità e all’accuratezza storiografiche. Oggi, si è ben consapevoli che non è solo l’adesione a tali movimenti di ostacolo alla verità storica ma anche l’adesione ad uno speculare antipatriottismo e antinazionalismo. La Lipstadt, per fare solo un esempio della sua totale avversione all’imparzialità, sostiene che le opinioni “scorrette” di Barnes sull’Olocausto e su Israele derivino dalla sua germanofilia, dal suo approccio revisionista alla storia, e dal suo antisemitismo. Pochi considerano, la Lipstadt meno di tutti, che le opinioni inesatte sull’Olocausto e su Israele derivano anche dalla germanofobia, da un approccio antirevisionista alla storia e, particolarmente nel suo caso, dai propri finanziatori.

Il ricordo di Harry Elmer Barnes è un campo di battaglia. Per gli antirevisionisti, Barnes era pieno di cattiveria e del desiderio malsano di infamare i salvatori del genere umano. Per i revisionisti, è stato uno dei primi a screditare gli ingannevoli miti storici che sono di ostacolo alla pace e alla benevolenza tra le nazioni. Forse entrambe le parti dovrebbero distogliere l’attenzione da quello che gli altri dicono di Barnes e prendere direttamente in esame la grande quantità di opere da lui scritte.

In questo numero di Inconvenient History [La storia scomoda] cerchiamo di cancellare diversi miti storici. Diversi articoli trattano alcuni elementi della storia dell’Olocausto. Thomas Dalton presenta la prima parte della sua analisi dettagliata delle dichiarazioni di Josef Goebbels sugli ebrei. Il consigliere editoriale Carlo Mattogno prende in esame la testimonianza del Sonderkommando Shlomo Venezia sulle camere a gas di Birkenau. Thomas Kues offre un esame dettagliato delle memorie di Chil Rajchman. Paul Grubach scrive sui vantaggi che svariate organizzazioni non ebraiche hanno nel sostenere la mitologia dell’Olocausto. La questione se i bombardamenti atomici contro il Giappone furono necessari oppure un esempio di crimine di guerra da parte degli Alleati è esaminata da Joseph Bishop. Inoltre, abbiamo due interessanti recensioni librarie. Io ho recensito Banged Up! [Sbattuto dentro!] di David Irving, che racconta la sua carcerazione per reati d’opinione in Austria. L. A. Rollins offre un esame penetrante di Christopher Hitchens and His Critics [Christopher Hitchens e i suoi critici].
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.inconvenienthistory.com/archive/2010/volume_2/number_1/barriers_to_historical_accuracy.php
[2] Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust, Plume, New York, 1994, p. 80.
[3] Ibid, p. 79.
[4] Ibid, p. 82.
[5] http://en.wikipedia.org/wiki/Harry_Elmer_Barnes
[6] Il primo numero di The Barnes Review (Ottobre 1994) recava l’intestazione “Portare la storia in accordo con i fatti”. Questa intestazione rimase sulla rivista per diversi anni e rifletteva certamente il pensiero di Barnes.
[7] Harry Elmer Barnes, History and Social Intelligence, The Revisionist Press, New York, 1972, p. 215.

martedì 23 febbraio 2010

Ungheria: approvata la legge Mesterhazy contro il revisionismo ma...

L’UNGHERIA FA UN NUOVO TENTATIVO PER VIETARE IL NEGAZIONISMO DELL’OLOCAUSTO

Associated Press[1]

Il parlamento ungherese ha approvato lunedì una legge che rende punibile il negazionismo dell’Olocausto fino a tre anni di prigione, ma il provvedimento potrebbe essere incostituzionale.

I deputati hanno approvato la legge presentata da Attila Mesterhazy, il candidato alla carica di primo ministro [alle prossime politiche] del Partito Socialista [attualmente] al governo, con 197 voti favorevoli, 1 contrario e 142 astenuti.

I precedenti tentativi di vietare il negazionismo dell’Olocausto erano stati respinti dai tribunali perché infrangevano la libertà di parola. Erano falliti anche i tentativi di modificare la Costituzione per assicurare la legittimità della legge.

La proposta di Mesterhazy è stata appoggiata dai socialisti e dalla maggior parte dell’Alleanza dei Liberi Democratici [partito liberale] già alleato di governo [dei socialisti]. La maggior parte dei membri del Fidesz [Alleanza dei giovani democratici] il principale partito di opposizione di centro-destra, e i loro alleati – i Cristiano-Democratici – si sono astenuti dopo che la richiesta del Fidesz di includere nella legge anche la negazione dei crimini nazisti e comunisti è stata respinta.

Gabor Horn, esponente dei Liberi Democratici, che ha votato a favore della legge, ha contestato la scelta del momento della proposta dei socialisti e si è chiesto perché un analogo tentativo del proprio partito, compiuto qualche mese fa, non era stato accettato.

“La differenza è che sei mesi fa non c’era campagna [elettorale]”, ha detto Horn.

Le elezioni politiche si terranno in Aprile e i sondaggi indicano che il Fidesz è in vantaggio sui socialisti con un cospicuo margine. Si prevede che il Jobbik, un gruppo di estrema destra relativamente nuovo accusato dai critici di vedute razziste, superi facilmente la soglia del 5% richiesta per entrare in parlamento.

L’istigazione all’odio e l’incitamento alla violenza sono già dei crimini in Ungheria, ma la legge approvata lunedì aggiunge al codice penale il “negare, contestare o minimizzare l’Olocausto”.

L’Unione ungherese per le Libertà Civili, o HCLU, ha detto che la legge era “inutile” e ha chiesto alle autorità di utilizzare meglio le leggi esistenti.

“I problemi correnti del codice penale derivano più dal fatto che la polizia, i tribunali e i procuratori non riescono ad applicare le leggi esistenti e sono incapaci di attuare le decisioni inappellabili dei giudici”, ha detto l’HCLU in una dichiarazione a commento della proposta di Mesterhazy.

(…).

[1] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3853141,00.html

La politica di Erdogan e l'asse turco-russo

LA POLITICA DI ERDOGAN E L’ASSE TURCO-RUSSO

di Luca Schiano, 22 Febbraio 2010

Le recenti dichiarazioni di Erdogan che hanno stigmatizzato la condotta israeliana in Medio Oriente e nello stesso tempo avvicinato idealmente Ankara all’Iran, ci impongono delle riflessioni circa il ruolo della Turchia e della politica dell’attuale governo turco.

Ankara sa che la prospettiva di un automatica e vicina adesione all’Unione Europea è sfumata per le perplessità sollevate da più voci che si sono levate contro il paese della mezzaluna. La Turchia, stato secolarizzato che non ha rinnegato le proprie radici islamiche ma ha cercato di coniugarle con la modernità ed il progresso, è consapevole del proprio ruolo strategico, non solo in sede mediorientale, ma anche in quello dell’Europa dell’ Est, vista la sua posizione particolare di ponte sul Bosforo, sito di importanza fondamentale in chiave geopolitica. Praticamente Ankara sta valorizzando il proprio ruolo in un’area fondamentale nel prossimo futuro del “globale” sviluppo sociale ed economico. Ragionando in siffatti termini: “Bene, se non possiamo essere tra le Prime Potenze (l’adesione all’Unione Europea) cerchiamo di diventare la Prima delle Seconde potenze emergenti", che da qui a qualche decennio influenzeranno l’intero sistema mondiale, giocoforza la posizione chiave, appunto, del suo grande territorio che è al centro della complessa dinamica finanziaria che ha come protagonisti: Kazakistan, Iran, Medio Oriente, Europa Mediterranea ed Orientale. Questo scenario offre un panorama particolare perché grandi riserve energetiche sono colà contenute negli sterminati territori di quei paesi che si avviano ad essere fortemente ambiti.

La Politica turca trova nella condotta del proprio ministro Erdogan il punto di forza che farà emergere Ankara dallo stallo al quale lo aveva condannato l’Unione Europea, che è oggi quel traballante nano politico che ha finito per adeguarsi senza alcun travaglio e senza alcuna vergogna alla politica americana ed anti-islamica dettata dal notorio gigante d’Oltreoceano.

L’Unione Europea sa dell’inevitabile adesione di Ankara in un prossimo futuro - almeno in una forma giuridica sui generis - ma un sondaggio di qualche anno fa (2007) ha evidenziato la crescente ostilità dei cittadini turchi all’Occidente, soprattutto se esso finisce per identificarsi con la condotta americana nel mondo. Tale ostilità si era già concretizzata poco prima nel ruolo ambiguo, se non velatamente contrario, rispetto alla politica americana di aggressione all’Iraq del 2003, che è poi sfociato successivamente nell’atto plateale di diniego all’uso del Canale del Bosforo per gli incrociatori a stelle e strisce diretti nel 2008 verso le coste georgiane. Ricordiamoci che la politica di Erdogan ha rotto coi consueti schemi dettati dai “laicisti” governi precedenti (quelli in auge prima del 2002, prima che il partito politico di “Giustizia e Sviluppo” prendesse il potere) che adeguavano il governo turco ai dettati di Washington senza condizioni.

Il nuovo governo Erdogan (incredibilmente simile a quello del compianto Aldo Moro, i cui tratti sembravano orientati più ad una conciliazione interna e di buon vicinato che ad uno scontro fisico col padrone di turno del mondo) mira al consolidamento del ruolo di Ankara come mediatore ed arbitro nel complesso mosaico di popoli, fedi e fazioni di quella non lontana realtà sociale e politica: ecco quindi la buona politica (non senza luci ed ombre) di distensione nei confronti di Armenia e Curdi e di più stretta collaborazione coi paesi turcofoni dell’ex-unione Sovietica; il sottoscritto considerando l’evento della visita di Stato del presidente turco A. Gul nei territori a maggioranza turcofona della Federazione di Russia nel febbraio 2009 non ha potuto fare a meno di ricordare altresì il “Piano di Azione di Cooperazione Euro-Asiatico” suggellato un decennio prima, che fu l’apripista del nuovo patto tra Mosca ed Ankara i cui rapporti commerciali ruotano oggigiorno attorno all’ingente cifra di 33 miliardi di dollari ed hanno finito per fare del gigante euro-siberiano il maggior socio d’affari del governo della mezzaluna. Recente (il 13 gennaio scorso) l’incontro nella capitale turca del presidente Medvedev nell’ottica della più stretta collaborazione sul piano energetico: la società Atom Stroi Export, russa, è risultata vincitrice dell’appalto per la costruzione della prima centrale nucleare turca e la Turchia si è detta favorevole al progetto russo del gasdotto South Stream sponsorizzato dalla Gazprom moscovita.

Scenari nuovi si materializzano sul palco dove il cantante solista americano dovrà rendersi conto della realtà nuova che cambia e che essa, non sarà fatta più di cartoni e stucchi, ma di materiale più consistente: non basterà più una spinta per buttar giù ciò che egli non gradisce anche perché la platea gli è sempre più ostile: è da cinquant’anni che non riesce più a cambiar canzone e musica.

lunedì 22 febbraio 2010

Erdogan prende l'iniziativa sulla questione curda

SENTENDO LA PRESSIONE, IL PARTITO AK PRENDE L’INIZIATIVA NEL CUORE DEL PAESE[1]

Non riuscendo ad ottenere nessun sostegno dai partiti in Parlamento alla sua iniziativa di democratizzazione, volta a risolvere l’annosa questione curda della Turchia, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AK Party) ha iniziato una serie di incontri in tutta la Turchia per eliminare lo scetticismo dell’opinione pubblica verso tale progetto e per ottenerne il sostegno.

Le organizzazioni del partito e le amministrazioni locali di 20 province vengono simultaneamente informate dell’iniziativa governativa di democratizzazione.

Nei prossimi giorni, il Partito AK prevede di invitare ad Ankara i rappresentanti dei media locali di 81 province e di 450 distretti per parlare con loro dell’iniziativa.

Introdotta nell’estate del 2009, l’iniziativa di democratizzazione – soprannominata da qualcuno l’”iniziativa curda” – ha lo scopo di risolvere la questione curda della Turchia aumentando i diritti dei curdi e ponendo fine al terrorismo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che dal 1984 ha ucciso migliaia di persone. I partiti di opposizione in Parlamento hanno annunciato che non appoggeranno l’iniziativa del governo, e descrivono il progetto come una mossa volta a dividere la Turchia.

Gli incontri, intitolati i “Meeting della Turchia”, sono stati organizzati per ordine del Primo Ministro Recep Tayyp Erdoğan, il quale ritiene che l’opinione pubblica non sia stata finora adeguatamente informata dell’iniziativa.

Today’s Zaman ha avuto la possibilità di assistere ad uno di questi incontri, tenuto nella provincia nordoccidentale di Zonguldak durante il fine settimana. L’incontro di Zonguldak ha avuto luogo nella sala delle conferenze del sindacato dei minatori e vi hanno partecipato il presidente della provincia e alcuni dirigenti del sindacato laburista, che organizzò nel 1990 la più grande dimostrazione in Turchia. Fino alle elezioni politiche del 2002, Zonguldak era considerata la roccaforte della sinistra.

I dirigenti del Partito AK hanno messo a fuoco i due scopi dell’iniziativa, uno dei quali è di aumentare gli standard democratici di tutte le fasce della società, mentre l’altro è di salvare il paese dal terrorismo. La maggioranza dell’opinione pubblica gradisce l’aumento degli standard democratici del paese ma dubita che l’iniziativa farà cessare il terrorismo del PKK.

I dirigenti del Partito AK hanno notato che è impossibile per qualsiasi organizzazione terroristica sopravvivere tanto a lungo senza un sostegno internazionale poiché – spiegano – il PKK è stato usato finora come un’arma politica contro la Turchia dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, da Israele e da molti paesi del Medio Oriente. Ma dicono anche che questi paesi hanno raggiunto un accordo per l’eliminazione del PKK e si sono accorti che la Turchia ha colto un’opportunità storica per risolvere il problema del PKK.

Quanto è grande il sostegno dello stato?

Uno dei difetti dell’iniziativa, secondo il Partito AK, è che l’opinione pubblica non la considera come un progetto statale. Durante i “Meeting della Turchia”, ai dirigenti del Partito AK viene chiesto spesso: “Se il progetto di democratizzazione è un progetto statale, perché allora lo stato non sostiene apertamente l’iniziativa?”. L’opinione comune è che la dichiarazione diffusa al termine del meeting del Consiglio di Sicurezza Nazionale (MGK) nell’Ottobre del 2009, che suggeriva di continuare nella preparazione dell’iniziativa, non sia soddisfacente. Si dice che lo stato [in particolare, i militari], non esplicitando il proprio sostegno all’iniziativa incoraggi i partiti dell’opposizione a fare propaganda contro l’iniziativa.

Il Partito AK, che ha accusato il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) e l’ora defunto Partito – pro-curdo – della Società Democratica (DTP) di fomentare il terrorismo del PKK, ha difficoltà a spiegare all’opinione pubblica che l’iniziativa è un progetto statale. La base del Partito AK crede che il partito riceverebbe un sostegno maggiore all’iniziativa se il sostegno dello stato fosse espresso con maggior forza.

Riguardo alle critiche secondo cui l’iniziativa non prevede nessuna misura concreta contro il terrorismo, i dirigenti del Partito AK sono impegnati a trovare risposte convincenti, e rimarcano che se il governo avesse portato avanti il proprio pacchetto di iniziative e non avesse chiesto il parere delle parti sociali, allora i partiti dell’opposizione avrebbero detto che il governo “imponeva” il suo pacchetto alla nazione.

(…)

Musica e poesia

Di fronte al deputato della città di Bursa, Mehmet Ocaktan, del Partito AK, ex giornalista e scrittore, c’era un gruppo di persone che discuteva sugli sviluppi in corso nel paese. In sottofondo, veniva letto il poema “Memleketim” (La mia patria) del famoso poeta turco Nazim Hikmet. La musica e le poesie sono le parti immutabili dei meeting del Partito AK.

Abdülkerim Gün è il capo del Partito AK di Zonguldak. Secondo lui, Erdoğan non ha nessun problema nel convincere l’opinione pubblica sull’iniziativa di democratizzazione nelle zone rurali della città. C’è qualche problema nel centro della città. Gün dice che il Partito AK non ha perso nessun voto a causa dell’iniziativa in questione. Ritiene che il Partito AK tornerà a vincere se Erdoğan rinnoverà i vertici locali del partito.

Secondo Hamdi Uçar, il segretario provinciale di Zonguldak del Partito AK, non è l’opinione pubblica che dovrebbe essere convinta sull’iniziativa ma gli intellettuali e i giornalisti. Egli dice che alcuni giornalisti stanno facendo del proprio meglio per confondere le idee all’opinione pubblica.

Facendo notare che il Partito AK è ancora il partito più popolare della Turchia nonostante sia al potere da otto anni, Ocaktan ha ricordato i commenti del leader del CHP Deniz Baykal, che ha detto che i voti del Partito AK stanno intorno al 35% e ha detto: “L’opposizione ha certamente dei problemi se un partito che governa da otto anni conserva i propri voti”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.todayszaman.com/tz-web/news-202240-101-feeling-the-heat-ak-party-takes-the-initiative-to-the-heartland.html

Il segreto degli haredi: non conoscono la Bibbia

IL SEGRETO DEL GIUDAISMO ORTODOSSO: L’IGNORANZA DELLA BIBBIA

Di Michael Hoffman, 12 Febbraio 2010[1]

La protestante – e spaccona – televisione “evangelica” e i sottili – tedesco-polacchi e tedesco-cattolici – teologi del papa hanno una cosa in comune: voler diffondere la leggenda che i seguaci del giudaismo ortodosso sono una fonte di dottrina biblica. Ho dimostrato l’erroneità di tale tesi in Judaism Discovered[2] ma le conferme ulteriori sono pressoché una costante se si sa dove cercare: nel caso seguente dai talmudisti stessi, quando si rivolgono ai media rabbinici o a quelli destinati principalmente ai sionisti.

Mentre leggete il seguente estratto di un articolo di Efrat Shapira-Rosenberg, tenete presente che il termine yeshiva denota una scuola talmudica, e Haredi è la parola ebraica che designa “cassidico”, il ramo del giudaismo ortodosso rappresentato dalla setta – con entrature politiche e assai elogiata (dal New York Times[3], per esempio) – Chabad-Lubavitch (vi sono anche i cassidim Satmar, Breslov, Bobover, Ger, Belz ecc.). I cassidim, o haredim, sono fatti oggetto dell’adulazione di Elie Wiesel[4], Martin Buber[5] e di milioni di yahoo[6] [zoticoni] protestanti e cattolici.

È tempo di affrontare il segreto degli haredi[7]

Di
Efrat Shapira-Rosenberg, 10 Febbraio 2010

Non troppo tempo fa mi è capitato di parlare con un giovane che studia in uno dei fiori all’occhiello del mondo delle yeshiva per haredi; una yeshiva che è senza dubbio tra le più importanti ed elitarie. Abbiamo parlato di varie questioni, e ad un certo punto ho parlato di un certo personaggio biblico a cui sono molto affezionato. Questa figura non era uno degli “attori protagonisti” della Bibbia, come Abramo o Mosè, ma non era neppure un personaggio particolarmente marginale, ma era piuttosto interessante e significativo dal mio punto di vista; un personaggio che per i biblisti esprime un messaggio importante. Così, perché vi dico tutto ciò? Perché il ragazzo non aveva idea di chi stavo parlando.

Non aveva mai sentito parlare di questo personaggio, gli era sconosciuto, e gli erano certamente sconosciuti gli importanti messaggi che ci insegna.

Dentro di me, questa conversazione aveva un legame diretto con il discorso di Aryeh Deri alla Herzliya Conference[8] della scorsa settimana. Deri ha parlato della nuova cultura ebraica in rapporto alla cultura ebraica tradizionale. Alla comunità che Deri rappresenta piace considerarsi la portatrice della cultura ebraica di fronte alla nullità di chiunque altro. Così, se lui sostiene di parlare a nome della cultura ebraica, esaminiamo una volta per tutte l’esatta cultura di cui sta parlando.

In realtà, è venuto il momento di distruggere il mito e di affrontare in modo esplicito il segreto più notorio che tutti noi conosciamo da un po’: l’istruzione degli haredi nelle loro varie yeshiva si incentra solo su una cosa, formando studenti ignoranti su ogni altro fronte.

Precisazione importante: non mi riferisco, come i critici laici, al disprezzo degli haredi per argomenti come la matematica, la scienza, l’inglese, la letteratura ecc. Nello stesso tempo, non mi riferisco alla capacità degli haredi di far parte della popolazione lavoratrice o ad ogni altro danno causato alla crescita dell’economia israeliana. Il mio argomento riguarda il fatto che la grande maggioranza della yeshiva insegnano solo il Talmud e le relative domande e risposte. Proprio così.

E la Bibbia?

Non sto denigrando, mi guardi il Cielo, l’importanza del Talmud. Ma, per una volta, parliamo dei religiosi che seguono strettamente le mitzvah, e che però non conoscono la Bibbia, o il pensiero ebraico, o la poesia religiosa come quella scritta dal rabbino Yehuda Halevi. E questa non è l’eccezione: è la regola.

I soli versetti biblici conosciuti dagli studenti delle yeshiva sono quelli citati dai maestri del Talmud, e questo è quanto. La Bibbia è vista come una sorta di genere inferiore adatto ai bambini (o alle donne…). Lo stesso profondo processo analitico intrapreso di fronte alle domande talmudiche non viene applicato al pensiero e alla filosofia ebraici, e la maggior parte degli studenti non conoscono i libri importanti sul pensiero ebraico…
[Fine della citazione].

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2010/02/secret-of-orthodox-judaism-ignorance-of.html
[2] http://www.amazon.com/Judaism-Discovered-Anti-Biblical-Self-Worship-Superstition/dp/0970378459/ref=sr_1_2?ie=UTF8&s=books&qid=1240867679&sr=1-2
[3] http://query.nytimes.com/search/sitesearch?query=Lubavitch&more=past_365
[4] http://www.amazon.com/Souls-Fire-Portraits-Legends-Hasidic/dp/067144171X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1265992571&sr=1-1
[5] http://www.amazon.com/Tales-Hasidim-1-2-Martin-Buber/dp/0805209956/ref=sr_1_5?ie=UTF8&s=books&qid=1265992607&sr=1-5
[6] http://www.123helpme.com/view.asp?id=4595
[7] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3846637,00.html
[8] http://www.disinformazione.it/Herzliya_israele_iran.htm

domenica 21 febbraio 2010

"Tales of the Holohoax" e le vignette anti-islamiche della Danimarca

TALES OF THE HOLOHOAXE LE VIGNETTE ANTI-ISLAMICHE DELLA DANIMARCA

Di Michael Hoffman[1]

Si diventa esausti a far notare la disparità di trattamento - sui media e nei tribunali, dal punto di vista legale e presso l’opinione pubblica - tra i revisionisti dell’”Olocausto” e gli islamofobi. Kurt Westergaard, l’artista che disegnò in Danimarca le vignette contro Maometto è un’eroe dell’Unione Europea. La sua “libertà di espressione” viene gelosamente protetta, e usata come strumento pedagogico per colpire i musulmani a gloria dei moderni standard dell’Occidente sui diritti umani[2]. Quando i musulmani rispondono che le vignette danesi sono fanatiche e razziste, vengono liquidati come bifolchi arretrati di società primitive che devono ancora imparare i rudimenti della tolleranza illuminista.

Al contempo, la libertà di espressione revisionista sul giudaismo talmudico o le camere a gas di esecuzione di Auschwitz è tutta un’altra questione. In quest’ultimo caso, ai revisionisti viene gioiosamente affibbiato – dai media e dai tribunali – il termine spregiativo di “razzista”, che agisce come un solvente per indebolire ogni pretesa di applicare il retaggio occidentale della libertà di stampa agli scrittori – e agli scrittori satirici – revisionisti.

Quindi, Simon Sheppard, che ha ricevuto una pesante pena detentiva – in parte per aver distribuito in Inghilterra il libro di fumetti satirici del sottoscritto Tales of the Holohoax [Racconti della Oloballa] – viene descritto da tutti i media inglesi, dall’altezzosa BBC al proletario quotidiano “Sun”, come un “razzista”.

L’uso ingiusto di questo spregiativo è il muro inespugnabile che è stato eretto per isolare il caso di Sheppard da quello dei vignettisti danesi anti-islamici, e che comporta per lui la privazione di quei diritti civili invocati dai presunti guardiani europei della libertà contro il fondamentalismo islamico. La possibilità che l’Europa abbia bisogno di essere protetta dalla tirannia razzista del giudaismo ortodosso fondamentalista viene esclusa a priori.

Cosa c’è precisamente di “razzista” nelle vignette di Tales of the Holohoax? I media non tentano un’analisi perché non hanno pressioni o obblighi in tal senso. La satira è un’arma nobile solo quando è usata contro il “diavolo Islam”, mentre in Europa il giudaismo e l’Olocaustianità sono sacri dogmi. Fare satira su queste vacche sacre “è un disgustoso crimine di odio”.

Westergaard viene ritratto come un santo intemerato[3], mentre Sheppard e il suo partner di satira “criminale” – Stephen Whittle (insieme sono conosciuti come gli “Heretical Two”[i due eretici: foto]) - sono meno di zero agli occhi dei custodi occidentali della morale e della storia: “criminali dell’odio di razza”[4], secondo la prosa paludata della BBC. Il fatto che questi due signori siano stati stigmatizzati come “razzisti” è sufficiente a rendere lo stigma una realtà, anche quando i fatti testimoniano il contrario.

La “comunità revisionista”, con qualche notevole eccezione (Lady Michelle Renouf, il prof. Robert Faurisson, Willis Carto, Herman Otten) è riluttante a menzionare Tales of the Holohoax in connessione ai guai degli “Heretical Two”. In realtà, la pubblicazione stessa e i reietti che l’hanno diffusa sarebbero ora una cause célébre, se l’attuale “comunità revisionista” avesse l’istinto politico di Ernst Zündel.

Nell’elenco natalizio del 2009 dei revisionisti in galera - e dei loro indirizzi postali dei rispettivi carceri - diffuso su Internet e pubblicato in certi bollettini revisionisti, la ragione fornita per la carcerazione di Sheppard e di Whittle era stranamente generica: “cercato asilo negli Stati Uniti”. Ma la ragione della loro richiesta di asilo era curiosamente assente. Con questa omissione, il riferimento a Tales of the Holohoax e al suo autore è stato relegato nell’oblio – dagli stessi revisionisti.

Non ho visto nessun paragone fatto dai revisionisti tra il sottoscritto - o Sheppard - e Westergaard. E poiché è stato deciso che Tales of the Holohoax non dovesse venire né menzionato né discusso dai revisionisti, nessun parallelo è stato tratto tra le vignette satiriche sulle camere a gas del sottoscritto e quelle anti-islamiche in Danimarca. È stata persa perciò una magnifica opportunità.

La responsabilità di tutto ciò ricade anche sui media musulmani e arabi che hanno mancato di paragonare le due serie di vignette e il destino dei distributori.

Nessun europeo è andato in galera per aver fatto satira sull’Islam o sul suo profeta. Invece, la provocazione dei vignettisti danesi viene magnificata, premiata e protetta, mentre Sheppard marcisce in una prigione inglese per aver distribuito una satira che prende in giro le panzane talmudiste riciclate durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Gli indirizzi carcerari dei due eretici:
Simon Sheppard (#A8042AA) Wing D4-05, HMP Leeds, 2 Gloucester Terrace, Stanningley Road, Leeds, LS12 2TJ, Inghilterra

Stephen Whittle (#A80441AA) indirizzo come sopra.

Coppia di razzisti perde l’appello contro la condanna al carcere

The Sun[5], 29 Gennaio 2010

Un individuo razzista ha perso il suo appello contro la prima condanna comminata in Inghilterra per istigazione su internet all’odio razziale. Ma la Corte di Appello di Londra ha ridotto di sei mesi la condanna di Stephen Whittle a due anni e mezzo.

Un altro individuo, Simon Sheppard, anch’esso condannato per istigazione all’odio razziale, ha visto ridotta di un anno la propria condanna a quattro anni e dieci mesi.

Whittle, 42 anni, e Sheppard, 52, erano stati imprigionati nel Luglio dello scorso anno dal tribunale di Leeds dopo essere stati accusati, in base al Public Order Act, di aver pubblicato materiale razzista incendiario, di aver distribuito materiale razzista incendiario e di possedere materiale razzista incendiario con l’intenzione di distribuirlo.

Whittle, nato a Preston, è stato ritenuto colpevole di cinque reati e Sheppard, nato a Selby, nello Yorkshire del nord, è stato ritenuto colpevole di 16. Durante il loro primo processo nel 2008, si erano resi irreperibili e volarono in California, dove chiesero asilo affermando di essere dei perseguitati politici a causa delle proprie opinioni di destra, ma vennero deportati. L’indagine di polizia iniziò dopo una denuncia per un opuscolo intitolato “Tales of the Holohoax”, che venne fatto passare sotto la porta di una sinagoga di Blackpool, ricondotto [dalla polizia] ad una casella postale di Hull registrata a nome di Sheppard.

Il materiale pubblicato trovato in seguito includeva immagini di ebrei uccisi, insieme con vignette e articoli che ridicolizzavano gruppi etnici. Durante l’appello, l’avvocato di Sheppard, Adrian Davies, ha contestato le condanne sulla base della giurisdizione, del significato della parola “pubblicazione” e della definizione di “materiale scritto” contemplata dalla legge [il detto Public Order Act]. Egli ha detto che gli articoli incriminati erano pubblicati su un sito web in California dove non c’è dubbio che fossero “del tutto legali e che godessero del più alto grado della protezione costituzionale in base alle leggi degli Stati Uniti”. Non c’erano prove che nessuno, né in Inghilterra né nel Galles, tranne i funzionari di polizia, avesse mai letto il materiale in questione. “Nonostante ciò, Sheppard è stato condannato ad un periodo di carcere più lungo di quello inflitto ad Abu Hamza”, ha detto ai giudici Scott Baker, Penry-Davey, e Cranston.

Promulgando la propria decisione, il giudice Scott Baker ha detto che il precedente giudice aveva ragione nel sostenere di aver il diritto di condannare la coppia, perché una parte sostanziale delle attività incriminate aveva avuto luogo in Inghilterra. Egli ha detto che il giudice aveva trattato correttamente anche la questione della pubblicazione – il materiale in questione era accessibile al pubblico nonostante il fatto che le prove dimostrassero solo che un funzionario di polizia aveva scaricato il materiale [da internet]. E le parole “materiale scritto” nella legge erano sufficientemente ampie da includere testi in formato elettronico. Nel merito della sentenza, egli ha notato che il giudice aveva detto di aver visto o letto raramente del materiale tanto equivoco e offensivo, nel suo contenuto, nei confronti di gruppi razziali di questo paese.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2010/02/tales-of-holohoax-and-denmarks-anti.html
[2] http://www.amazon.com/Cartoons-That-Shook-World/dp/0300124724/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1265669110&sr=1-1
[3] http://www.huffingtonpost.com/2009/10/28/kurt-westergaard-danish-m_n_337398.html
[4] http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/england/north_yorkshire/8103870.stm
[5] http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2830870/Racist-pair-lose-jail-term-appeals.html

sabato 20 febbraio 2010

Zündel: il divieto di ingresso negli Stati Uniti non ha valore legale!

Il revisionista tedesco-canadese Ernst Zündel dovrebbe, come abbiamo annunciato, essere liberato il 1 Marzo. La sua donna, Ingrid Zündel Rimland, non potrà raggiungerlo in Germania poiché è, lei stessa, suscettibile di essere oggetto di un mandato di arresto internazionale, a causa della sua attività di webmaster del sito revisionista http://www.zundelsite.org/ . La coppia dovrà dunque attendere, per potersi ritrovare, che Ernst sia in possesso di un passaporto, il che potrebbe richiedere…molto tempo.

Durante il periodo di detenzione di suo marito, Ingrid si è ingegnata, con i suoi avvocati, a far togliere il divieto di ingresso, della durata di 20 anni, sul territorio americano imposto a Ernst. Ora, lei e il suo avvocato sono stati informati che non è possibile istruire una procedura di revisione di tale divieto perché quest’ultimo non è mai stato realmente prescritto!!! Detto altrimenti, il governo americano li ha avvisati che il loro ricorso non è maturo per dare luogo a una decisione giudiziaria (“ripe for adjucation”). Per ora – aggiunge il governo – il ricorso dei richiedenti non è maturo perché la comunicazione che venne fatta a Zündel quando venne cacciato dagli Stati Uniti e consegnato al Canada NON HA VALORE LEGALE. È solo una comunicazione e niente più (“Has no legal effect. Simply, it is a notice and nothing more”).

Sembra quindi che questo divieto di 20 anni, che ha pesato sul morale degli interessati per tutti questi anni, non sia in vigore. A Zündel non resta, ha detto il governo, che ripresentare una domanda di ingresso negli Stati Uniti. Solo quando, eventualmente, tale domanda venisse respinta, avrebbe diritto a presentare un ricorso. Una notizia che fa apparire ulteriormente scandalosa la procedura di espulsione attuata nel 2003.

Confermata la condanna di Gerd Honsik: resta da stabilire la pena

Dalla Francia ricevo e volentieri pubblico:

Il nostro fedele traduttore ha voluto tradurre (grazie!) i passaggi principali del dispaccio APA (Agenzia di stampa austriaca) del 15 Febbraio 2010 riguardante il prigioniero revisionista austriaco – e poeta – Gerd Honsik:

Confermato il verdetto di colpevolezza contro Gerd Honsik per riabilitazione del nazionalsocialismo[1]

Vienna (APA) – Durante una seduta a porte chiuse tenuta già diverse settimane fa, l’Alta Corte (Oberster Gerichtshof) ha confermato il verdetto di colpevolezza che era stato pronunciato lo scorso Aprile dal Landesgericht di Vienna contro Gerd Honsik per le sue “attività in favore della riabilitazione del nazionalsocialismo”. La Corte di Appello di Vienna dovrà decidere a breve se la pena di cinque anni di carcere [senza dimenticare che a questa si potrebbe aggiungere, almeno in via ipotetica, la condanna a un anno e mezzo di prigione pronunciata nel 1992] pronunciata da tale tribunale per le numerose infrazioni di Honsik all’articolo 3 della legge che in Austria viene chiamata Verbotsgesetz deve essere anch’essa confermata. Il portavoce della corte di appello, Raimund Wurzer, ha fatto sapere lunedì che il processo di appello nel quale verrà decisa la durata della pena avrà luogo il 1 Marzo.

Bisogna sapere in effetti che non soltanto Honsik ha fatto appello contro l’entità della pena ma anche la procura. Quest’ultima ritiene in effetti che cinque anni di prigione siano pochi per la gravità delle colpe commesse da un negazionista dell’Olocausto che gode di intatta popolarità presso i gruppi interessati.
(…)
FINE

Ricordiamo che Gerd Honsik venne condannato nel 1992 a 18 mesi di prigione per la pubblicazione di un libro, “Freispruch für Hitler?” (Assoluzione per Hitler?)[2] per il quale venne giudicato colpevole di voler riattivare il nazionalsocialismo e di contestare l’Olocausto. All’epoca, per sfuggire alla pena, Honsik si rifugiò in Spagna, dove visse per quindici anni prima di essere arrestato a Malaga dalla polizia spagnola, il 23 Agosto del 2007, grazie a un mandato d’arresto europeo, per poi essere estradato in Austria il 6 Ottobre 2007; sta dunque in galera da due anni e mezzo e gli si imputano, ormai, le attività da lui esercitate tra il 1987 e il 2003. Come ricorda il dispaccio suddetto, Gerd Honsik gode in effetti di ”intatta popolarità” in ambito revisionista.

Tra la prevista liberazione di Ernst Zündel e il processo contro Gerd Honsik, il prossimo 1 Marzo sarà una giornata significativa per i revisionisti del mondo intero.

[1] http://www.news.at/articles/1007/10/262049/ogh-schuldspruch-honsik-holocaustleugner-5-jahre-haft
[2] Richiedibile in edizione spagnola alla Libreria Europa di Barcellona: libreriaeuropa@telefonica.net

venerdì 19 febbraio 2010

Il rilascio di Ernst Zündel: parla sua moglie Ingrid

Da Ingrid Zündel ricevo e volentieri rilancio:

A tutti:

Stamattina [il 17 Febbraio], di buon ora, ho ricevuto da un giornalista dell'Associated Press la richiesta di commentare l’imminente uscita di prigione di Ernst.

Gli ho detto che avrei risposto alle domande se mi fossero state sottoposte per iscritto, e se avessi potuto rispondere per iscritto.

Ne è seguito il seguente scambio:

AP: Perché questa [di Ernst Zündel] è la fase più pericolosa della sua vita?

Risposta: Mio marito è il detenuto per reati d’opinione più famoso d’Europa. È molto stimato in tutto il mondo per aver prodotto prove documentarie, forensi e storiche, nel corso di diversi processi clamorosi che hanno visto la testimonianza di esperti per i quali le tradizionali dicerie olocaustiche – di un genocidio premeditato e attuato con modalità industriali – semplicemente non quadrano. Non quadra nulla di nulla!

Dalla versione ortodossa dell’Olocausto dipendono somme e poteri enormi – e tuttavia, tra le persone colte e intelligenti, il cosiddetto “Olocausto” è finito! Grazie all’attivismo durato una vita di mio marito per restituire l’onore al suo paese e al suo popolo, l’Olocausto è ora largamente riconosciuto come un’arma propagandistica. Per questo, lui è ferocemente odiato dall’egoista Lobby dell’Olocausto.

Per decenni, gli avversari di Ernst Zündel hanno cercato di ridurlo al silenzio con ogni mezzo, onesto o disonesto. È già sopravvissuto a tre ben noti tentativi di omicidio – due mediante bombe e uno mediante incendio. Quando questi tentativi sono falliti, è stato rapito in pieno giorno in territorio americano con il solo scopo di ridurlo al silenzio – abbiamo le prove, grazie a una lettera su carta intestata dell’ambasciata, che tutto ciò è stato un disegno coordinato che ha visto coinvolte persone ai più alti livelli governativi di tre, forse quattro, paesi cosiddetti “democratici”.

Vi chiedo: cosa ci vuole a far stare zitto Zündel per sempre? Cosa ci vuole a pagare qualche punk per fargli del male? Temiamo che, come minimo, verrà arrestato di nuovo con il più futile dei pretesti e rimesso in galera a vita.

AP: Dove pensa di vivere (in quale paese)?

Risposta: Al momento, non abbiamo nessun progetto pronto. Mio marito è cittadino tedesco per nascita. Ha diritto ad avere un passaporto. Lo avrà? Ci aspettiamo enormi ostacoli diplomatici volti a farlo rimanere in Germania, dove la libertà di parola semplicemente non esiste.

AP: Gli è stato vietato di viaggiare negli Stati Uniti e in Canada?

Risposta: Non tecnicamente. Non è mai stato accusato di nessun reato, né negli Stati Uniti né in Canada – non è mai stato accusato, men che meno condannato, per nessun cosiddetto “reato di odio”. In realtà, qualche mese prima di essere rapito, l’FBI indagò su di lui e suggerì che il suo caso venisse burocraticamente chiuso. Tutti i suoi problemi legali derivano dall’aver offeso la Lobby dell’Olocausto.

AP: Lei verrà qui per il suo rilascio?

Risposta: No, non metterò piede in Germania. Non è un segreto per nessuno che l’attuale governo tedesco, per sua disgrazia e vergogna, è totalmente sottomesso alla Lobby. Sono la proprietaria e la webmaster del Zundelsite, uno dei primissimi siti web revisionisti del cyberspazio. Qui in America c’è ancora il vincolo della Libertà di Parola che mi protegge, mentre se mettessi piede in Germania rischierei l’arresto immediato. La Repubblica Sovietica di Germania non è esattamente un posto sicuro da visitare per persone con opinioni non accettate. Chiedete al Vescovo Williamson, che è cittadino inglese.

FINE

Dopo meno di un’ora, ho ricevuto il seguente riscontro:

Salve, grazie per le risposte. Spero capirà che non posso mettere tutto, ma ho aggiunto i suoi commenti nella storia qui sotto. Saluti,
Dave.

BERLINO (AP)[1] – Un procuratore tedesco ha detto mercoledì che l’attivista di estrema destra Ernst Zundel sarà presto rilasciato di prigione dopo aver scontato la sua condanna a cinque anni per aver negato l’Olocausto.

Il procuratore di Mannheim, Andreas Grossmann ha detto che Zundel, 70 anni, sarà rilasciato il 1 Marzo dopo il credito ricevuto per il periodo scontato prima del suo processo del 2007.

Zundel, autore dell’opuscolo “The Hitler We Loved and Why” [L’Hitler che abbiamo amato e perché] venne deportato dal Canada nel 2005. Nel Febbraio del 2007, venne riconosciuto colpevole di 14 capi d’imputazione per attività antisemite, inclusa quella di aver collaborato ad un sito web volto a negare l’Olocausto, il che in Germania è un reato.

I procuratori sono riusciti a processarlo in Germania perché il sito web era lì accessibile. Zundel, che ha vissuto anche nel Tennessee, e i suoi sostenitori hanno detto che lui aveva esercitato il suo diritto alla libertà di parola.

Zundel è cittadino tedesco, così che dopo il suo rilascio potrà andare dovunque voglia, entro i confini del paese, ha detto Grossmann, aggiungendo che ha dei parenti nella zona di Stoccarda.

Grossmann ha detto però di aver capito che a Zundel è stato vietato sia dagli Stati Uniti che dal Canada di rientrare in quei paesi.

La moglie di Zundel, Ingrid Zundel, ha detto ad AP in un’email che lui tecnicamente non è stato bandito dal Nord America ma che si aspettano “enormi ostacoli diplomatici volti a farlo rimanere in Germania, dove la libertà di parola semplicemente non esiste”.

Nato in Germania nel 1939, Zundel emigrò in Canada nel 1958 e visse a Toronto e a Montreal fino al 2001. Le autorità canadesi respinsero due volte la sua richiesta di diventare cittadino canadese, e lui si trasferì allora a Pigeon Forge, nel Tennessee, fino a quando nel 2003 venne deportato in Canada per presunte violazioni della legge sull’immigrazione.

Nel Febbraio del 2005, un giudice canadese[2] sentenziò che le attività di Zundel non erano solo una minaccia alla sicurezza nazionale ma anche “a quella della comunità internazionale”, spianando la strada alla sua deportazione in Germania.

Dal momento del suo arresto, Ingrid Zundel – che è rimasta negli Stati Uniti – ha detto che è lei che gestisce il sito web, così che non può rischiare di essere presente quando il marito verrà rilasciato.

“Se mettessi piede in Germania rischierei l’arresto immediato”, ha detto.

[1] http://news.ca.msn.com/top-stories/cbc-article.aspx?cp-documentid=23472724
[2] Nota del traduttore: il famigerato giudice Blais, vedi l’articolo di Ingrid Zündel al riguardo: http://zundelsite.org/old_zundelsite/zundel_persecuted/nov27_zgram.html

Delanoë dona 310.000 euro per il restauro di Auschwitz

Sul quindicinale “Faits & Documents” (BP 254-09, 75424 Paris Cedex 09), del 15-28 Febbraio apprendiamo ugualmente, a p. 9, che:

Bertrand Delanoë [sindaco di Parigi] ha fatto votare, l’8 Febbraio, una sovvenzione di 310.000 euro al campo di Auschwitz, “l’equivalente simbolico dei costi di restauro di uno dei 22 edifici del campo” (la Germania si è impegnata per la quota di 60 milioni).

giovedì 18 febbraio 2010

Nicolas Sarkozy e le camere a gas

Letta sul quindicinale “Faits & Documents” (BP 254-09, 75424 Paris Cedex 09) del 15-28 Febbraio 2010 (p. 4), questa lettera che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha scritto il 22 Gennaio 2010 a Moshe Kantor, presidente del Congrès Juif Européenne (traduzione rapida):

Signor Presidente,
Rammaricandomi di non poter essere presente in occasione del terzo Forum internazionale sull’Olocausto del Congrès Juif Européenne che si tiene questo 27 Gennaio a Cracovia, tengo a sottolineare quanto l’effettuazione di questo Forum sia importante.
Auschwitz-Birkenau è diventata il simbolo della Shoah, poiché fu il più grande campo della morte e diventò, nella primavera del 1942, il luogo dell’assassinio degli ebrei di tutta Europa. È in questo luogo che un sistema mostruoso perpetrò lo sterminio con delle installazioni erette a Birkenau per uccidere con il gas e fare sparire i corpi: Auschwitz appare come il simbolo del Male Assoluto iscritto con il ferro rovente nella coscienza umana.
Due secoli dopo i Lumi, Auschwitz-Birkenau avrebbe potuto apparire inconcepibile nella nostra Europa, plasmata di umanesimo e che si considerava come l’avanguardia della civiltà.
Auschwitz è il solo campo di sterminio ad aver conservato le tracce visibili dell’assassinio di massa organizzato dai nazisti. Ma non dimentichiamo Belzec, né Sobibor, né Treblinka né Chelmno.
Gli ultimi testimoni viventi dell’Olocausto, a poco a poco, ci lasciano e con loro il ricordo concreto dell’orrore dei campi. Subentrano nuove generazioni che non hanno più questo legame vissuto con la tragedia.
Questa memoria è un dovere dell’umanità. Ricostruire la loro dignità umana e i loro tratti personali a questi bambini, a queste donne, a questi uomini, che affrontarono qui l’indicibile, l’inconcepibile è un’esigenza, una missione sacra.
È un grido che sale verso di noi. Ci comunica l’inferno, ma anche la sete di giustizia e di fraternità che prova ogni uomo. Ci dice anche che nessuna ideologia, nessun totalitarismo saprebbero annientare questa parte di umanità che è la nostra parte sacra.
Costruiamo la pace, affermiamo la stabilità tra le nazioni, rafforziamo l’Europa affinché Auschwitz sia per noi un vincolo, oggi e per l’avvenire. L’Europa, in quanto costruzione organizzata, deve assumersi la responsabilità di questo dovere storico verso le vittime. È l’omaggio più degno e più autentico che possiamo rendere a quelle e a quelli che sono scomparsi qui.
Nicolas Sarkozy

Sul revisionismo in Siria

ll 16 Febbraio, il sito internet MEMRI (The Middle East Media Research Institute, fondato da un israeliano)[1] ha annunciato che il quotidiano governativo siriano “Al-Thawra” ha fatto uscire, il 26 Gennaio 2010, un articolo favorevole ai revisionisti. Il dr. Sayyah ‘Azzam esprime, a quanto pare, il suo sostegno ai revisionisti e ritiene che questi ultimi abbiano ragione quando affermano che è impossibile che 6 milioni di ebrei vennero uccisi e che vi furono camere a gas. Per lui, il sionismo ha sfruttato un certo numero di avvenimenti del periodo nazista per creare uno stato ebraico
[1] http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/3973.htm#_edn1

Gian Antonio Stella e il revisionismo

GIAN ANTONIO STELLA E IL REVISIONISMO

Di Carlo Mattogno

Riprendo l’esame del capitolo dedicato al revisionismo da Gian Antonio Stella nel libro Negri, froci, giudei e Co. L’eterna guerra contro l’“altro” (Rizzoli, 2009).
Il titolo – “Macché gas, Auschwitz aveva la piscina”. La cancellazione dell’Olocausto e la rinascita dell’antisemitismo –, nella sua insulsa formulazione, tradisce già quantomeno l’incompetenza dell’autore. Incompetenza confermata dal suo incredibile abbaglio proprio sulla piscina di Auschwitz[1]. Incompetenza ribadita dalla sua bibliografia, che menziona appena tre libri revisionistici, per di più alquanto datati e assolutamente marginali: uno di Dietlieb Felderer (del 1978!), il secondo di Roger Garaudy (del 1995) e l’ultimo di David Hoggan (la cui prima edizione risale al 1969!). Egli infatti attinge tutte le sue scarne conoscenze sull’argomento nientemeno che da Valentina Pisanty, l’esperta in Cappuccetto Rosso prestata alla critica storiografica (si fa per dire).
En passant, qualcuno trova che il mio tono nei confronti di questa dottoressa sia un po’ sferzante. Si può rispondere che ognuno ha il tono che merita, e la dottoressa Pisanty, quello che le ho riservato, lo merita abbondantemente, già soltanto per il fatto di essersi sfrontatamente appropriata di molte mie critiche al revisionismo e di averle poi brandite come sue contro di esso; e non solo delle mie, ma anche di quelle di Deborah Lipstadt e Pierre Vidal-Naquet, da lei saccheggiate in modo inverecondo senza il minimo riferimento alle fonti. Plagio e malafede. Senza contare la lunga serie di menzogne, travisamenti, sofismi, ecc. ecc. che ho messo in evidenza nel mio studio a lei dedicato[2]. Ma quando si ha la ventura di stare dalla parte dei padroni del vapore, non c’è confutazione che tenga. Ci saranno sempre dei Gian Antonio Stella che prenderanno sul serio le sue scempiaggini. Egli infatti espone incautamente lo stupidario della Pisanty. Prima di ritornare sulla questione, è opportuno soffermarsi su questa informazione:
«Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida hanno scritto un libro sconvolgente Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini, su quei piccoli ebrei sequestrati e assassinati nei lager. Raccontando, per esempio, la storia dei sei fratellini Bondì: “Ad Auschwitz solo Fiorella si salva, passando la “selezione”. Un anno dopo, nel novembre 1944, viene evacuata da questo campo e trasferita a Belgen-Belsen. Sarà l’unica bambina ebrea italiana a sopravvivere a 18 mesi nei campi di sterminio» (pp. 194-195).
Una buona notizia. Fiorella Bondì, nel Libro della Memoria è infatti registrata come «uccisa all’arrivo a Auschwitz il 23.10.1943»[3]. E poiché era nata il 30.6.1932, passò la “selezione” all’età di 11 anni. Un fatto singolare per un preteso campo di sterminio in cui i bambini al di sotto dei 14 anni venivano inesorabilmente “gasati”. E passarono la “selezione” anche altri bambini che Liliana Picciotto Fargion dichiara assassinati all’arrivo? Per questo bisognerà attendere altre rivelazioni.
Stella passa poi in rassegna le “prove” dell’Olocausto:
«Direte: come è possibile che qualcuno ci creda, nonostante i filmati girati nei lager all’arrivo degli Alleati con quelle figure che si aggirano incapaci perfino di gioire? Nonostante i racconti del premio Nobel Elie Wiesel (“L’angelo della morte ha attraversato troppo presto la mia infanzia marcandola con il suo sigillo”) e altri sopravvissuti? Nonostante le centinaia di libri di memorie, tra i quali capolavori come quello di Primo Levi?» (pp. 195-196).
Argomenti insulsi. I filmati in questione non dimostrano nulla circa l’Olocausto, come ho spiegato in un altro scritto, nel quale ho mostrato statisticamente che nei campi di concentramento i detenuti cominciarono a morire in massa, per le tragiche condizioni sanitarie e alimentari, dopo la fine del presunto sterminio in massa, cioè nei primi mesi del 1945[4].
Quanto valgano poi «i racconti del premio Nobel Elie Wiesel» si può giudicare dal suo vero curriculum[5]. Infine «le centinaia di libri di memorie», senza riscontri documentari e materiali, sul piano storico valgono poco o nulla, come ammettono anche importanti personaggi olocaustici.
Indi Stella attinge imprudentemente a piene mani alle scemenze pisantyane. Apprendiamo così che Maurice Bardèche era «un fascista che già nel ’48 teorizzava che i campi di sterminio fossero un’invenzione della propaganda alleata»(p. 196), mentre all’epoca egli credeva alla realtà di essi, come ho documentato altrove[6]; o che David Hoggan «nel libro The Myth of the Six Million rifiutò le testimonianze di Kurt Gerstein (esperto di camere a gas [Stella dimentica di aggiungere: di disinfestazione]) e dello stesso Rudolf Höss (il comandante SS [precisazione indispensabile!] di Auschwitz) perché “estorte” dagli inquisitori di Norimberga» (p. 196). Ma nel libro in questione non appare alcun riferimento a testimonianze «estorte» a Gerstein. Anzi, il relativo paragrafo è intitolato “Le esagerazioni di Kurt Gerstein screditano il mito dello sterminio[7]. Giudizio lungimirante, perché nel 2000, Michael Tregenza, uno dei massimi esperti mondiali olocaustici del campo di Belzec (quello presuntamente visitato da Gerstein) asserì che «secondo lo stato attuale delle ricerche, bisogna dichiarare anche il materiale-Gerstein come fonte dubbia, anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria», sicchè questo testimone oculare dev’essere considerato «inattendibile»[8]. È vero invece che nel libro summenzionato si accenna in due righe alle torture subìte da Rudolf Höss dopo la sua cattura[9], ma questo ormai è un fatto notorio, dichiarato da Höss stesso, ammesso dal suo principale torturatore, Bernard Clarke, e riconosciuto da scrittori insospettabili come Jean-Claude Pressac e Fritjof Meyer[10]. Sorvolo per magnanimità su ciò che Stella dice su Faurisson e passo direttamente al «succo del negazionismo, da Faurisson a Felderer, da Hoggan a David Irving»(p. 197). Incredibile ma vero: per Stella il «succo» del revisionismo si riduce a questi quattro autori! Per redigere il libro sul quale mi soffermerò alla fine di questo scritto, Thomas Dalton ha esaminato oltre 90 scritti revisionistici di oltre venti autori. Ma egli voleva anzitutto conoscere e capire; i pisantyani, invece, vogliono soltanto condannare in modo inappellabile, ideologicamente, senza conoscere e senza capire.
Per quanto riguarda Irving, il quale, al massimo, è stato un simpatizzante del revisionismo, non certo un revisionista, affermare che egli «dopo una condanna a tre anni di carcere in Austria fece atto di contrizione per poi tornare alle sue posizioni»(p. 197) denota una totale ignoranza della questione. Con la sua accettazione dei presunti campi di sterminio orientali, egli ora è diventato più un simpatizzante della teoria olocaustica[11].
Dopo la parodistica esposizione dei prìncipi fondamentali del revisionismo inventati dalla dottoressa Pisanty (p. 197), Stella sentenzia:
«Si sono incaponiti in tanti, negli anni, sul negazionismo. Indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto» (p. 198).
Ma di questi «tanti» passa frettolosamente in rassegna soltanto personaggi – musulmani –assolutamente insignificanti. Indi conclude:
«Insomma: sono decenni che una piccola ma callosa minoranza di storici, pseudo-storici, hitleriani e maneggioni vari si è accanita a mettere in forse la mattanza degli ebrei. Ma internet ha consentito che questi schizzi diventassero un melmoso acquazzone»(p. 199).
E che cosa trae da questo copiosissimo «melmoso acquazzone»? Solo questo:
«Su molti siti neofascisti, per dare un’idea, c’è un articolo intitolato La Dichiarazione di guerra ebraica alla Germania nazista» (p. 199), che, lascia intendere, è pieno di sciocchezze. L’articolo in questione[12] sarà pure stato ripreso da siti neofascisti, ma proviene da una rivista che di certo non lo è: The Barnes Revue. Qui, a onor del vero, non si può imputare a Stella, semplice saggista, una grave mancanza che appartiene alla storiografia olocaustica. In sintesi, il 24 marzo 1933 il Daily Express pubblicò in prima pagina un articolo titolato Judea Declares War On Germany. Jews Off All The World Unite In Action. Fatto indiscutibile. La pagina, tra l’altro, è riprodotta proprio nell’articolo summenzionato. La reazione tedesca si fece sentire dopo qualche giorno. Il 28 marzo 1933 Hitler rivolse un Appello a tutte le organizzazioni del Partito del NSDAP per il boicottaggio contro gli Ebrei in cui fissò le linee operative in 10 punti. L’azione doveva ominciare il 1° aprile[13]. Il 29 marzo fu istituito un Comitato centrale per la difesa contro la campagna denigratoria di atrocità e boicottaggio[14]. Al processo di Norimberga furono esibiti documenti relativi alla reazione tedesca[15], ma non quelli riguardanti l’azione degli Ebrei americani. E gli storici olocaustici hanno seguito l’esempio dei magistrati. Ecco che cosa scrive al riguardo il più rappresentativo, Raul Hilberg:
«Ciò non dissuase i nazisti a giudicare venuto il momento, agli inizi del 1933, per lanciare una campagna di violenze individuali contro certi Ebrei e di chiamare al boicottaggio generale. Un movimento di boicottaggio, diretto contro le esportazioni tedesche, fu appoggiato sia da non Ebrei che da Ebrei. Il 27 marzo, il vice Cancelliere von Papen si vide costretto a scrivere alla Camera di Commercio tedesco-americana…»[16].
Il testo, in aperta malafede, è congegnato in modo tale da far credere che il «movimento di boicottaggio» fosse stato una semplice reazione alla «campagna di violenze individuali contro certi Ebrei».
Dopo quest’altro abbaglio madornale, Stella presenta un patetico florilegio di fonti olocaustiche:
– Rudolf Höss (pp. 199-200), le cui “confessioni” persino uno storico olocaustico rinomato come Christopher Browning giudica «confuse, contraddittorie, interessate e non credibili»[17].
– Elie Wiesel (p. 200), di cui ho già detto.
– Franz Ziereis (p. 200), comandante del campo di Mauthausen. La vicenda della sua “confessione” è praticamente sconosciuta e merita qualche parola. Ziereis fu colpito da un soldato americano il 22 maggio 1945. Pur essendo «gravemente ferito», con tre pallottole in corpo, egli fu «interrogato per circa 6-8 ore» in tedesco da Hans Marsalek, ex detenuto del campo, dopo di che si affrettò a morire. Le “confessioni” di Ziereis sono in realtà una “dichiarazione giurata di Hans Marsalek” resa a Norimberga l’8 aprile 1946 (documento PS-3870), quasi un anno dopo. Marsalek non dichiarò di aver stenografato o annotato in qualche modo le presunte dichiarazioni di Ziereis e al riguardo non è mai stato esibito alcuno scritto . Il documento in oggetto non è un “interrogatorio” in senso stretto, con domande e risposte, ma una presunta “confessione”, evidentemente redatta da Marsalek. Il comandate del campo non avrebbe mai potuto “confessare” assurdità come questa: «Lì [a Mauthausen] furono uccise circa un milione-un milione e mezzo di persone»(Dort wurden ungafähr 11-1/2 Millionen Menschen umgebracht), dato che, come Marsalek stesso ci informa in un libro da lui scritto parecchi anni dopo, per il campo passarono poco meno di 192.000 detenuti, di cui morirono poco meno di 69.000[18]. Non meno ridicola è la “confessione” di aver ucciso personalmente 4.000 detenuti (non 400, come scrive Stella). Qui non mi posso soffermare sull’idea strampalata che nei campi di concentramento qualunque SS potesse uccidere impunemente qualunque detenuto (o farlo uccidere dal… figlio, come riporta Stella). Mi limito soltanto a riferire che il regolamento dei campi di concentramento vietava rigorosamente alle SS non solo di uccidere, ma persino di malmenare un detenuto. Ma ogni cosa a suo tempo.
– «Le deportate che lavoravano al Revier, l’infermeria di Auschwitz», spalleggiate da Lucie Adelsberger, che, ci si dice, «sopprimevano i bambini con il veleno per salvare la vita alle madri» (p. 200), crimine nefando se fosse vero, ma è falso. È noto a tutti (tranne che ai pisantyani) che ad Auschwitz i bambini, anche ebrei, nati al campo venivano regolarmente immatricolati. Ad esempio Danuta Czech, la redattrice del “Calendario” di Auschwitz, sotto la data del 25 giugno 1944 scrive: «Il numero A-7261 è attribuito ad una bambina ebrea che è nata al KL Auschwitz II, Birkenau»[19]. M anche di ciò mi occuperò in altra sede.
– Ruth Elias (p. 201), autrice del libro La speranza mi ha tenuto in vita. Da Theresienstadt e Auschwitz a Israele[20], in cui, come nel testo citato da Stella, dichiara di aver ucciso la propria figlioletta: «Uccisi mia figlia. Sì, Mengele ha fatto di me un’assassina»[21], un’altra azione nefanda… se fosse vera. In realtà questa poco edificante storiella serve soltanto a spiegare il fatto che questa detenuta ebrea avesse regolarmente dato alla luce una creatura ad Auschwitz. Una storiella anche dozzinale, soprattutto riguardo all’ “astuzia” che le permise di superare la “selezione” «nuda e all’ottavo mese di gravidanza»[22], con un bel pancione che ben difficilmente sarebbe passato inosservato. Ma forse Mengele era un imbecille e poteva essere turlupinato con “astuzie” puerili.
– Hans Münch (p. 201), ex SS-Untesturmführer, prestò servizio dal settembre 1943 al gennaio 1945 all’Istituto di Igiene delle Waffen-SS di Rajsko, qualche chilometro a sud di Auschwitz. Egli non era affatto, come riferisce Stella, «braccio destro di Mengele all’Istituto di Igiene do Auschwitz-Birkenau»(p. 201), perché egli prestava servizio a Rajsko, mentre Mengele era Lagerarzt (medico del campo) del campo zingari di Birkenau (settore BIIe). Münch, l’unico SS, e non a caso, ad essere stato assolto al processo della guarnigione del campo di Auschwitz celebrato dai Polacchi a Cracovia dal 25 novembre al 16 dicembre 1947, si pretende, sarebbe poi divenuto sostenitore ed esaltatore del presunto sterminio ad Auschwitz, come nell’intervista di Bruno Schirra citata da Stella. Ma sulla sua attendibilità esistono serissimi dubbi[23].
Ricapitolando, per Stella i revisionisti sarebbero «indifferenti a tutti i documenti, le testimonianze, le foto». Niente di più falso.
È recente la notizia che degli olo-bloggers hanno “scoperto” un “nuovo” documento sul caso Gerstein[24]. Questo documento (un manoscritto in olandese) l’avevo già tradotto e commentato fin dal 1985[25]. Sicché costoro sono arrivati con 25 anni di ritardo. E allo stesso modo hanno “scoperto” testimonianze che io avevo già tradotto e commentato nello stesso anno, come la lettera del barone von Otter in svedese del 23 luglio 1945 o le dichiarazioni del vescovo Dibelius[26]. Nel dibattito storiografico, per restare a quell’epoca, ho inoltre introdotto la testimonianza in polacco di Rudolf Reder e varie altre fonti prima ignote. Nel complesso, i documenti e le testimonianze ignoti o ignorati che ho analizzato nei miei studi e in quelli redatti con Jürgen Graf, si contano a decine.
Niente male per uno che dovrebbe essere del tutto indifferente a documenti e testimonianze!
La realtà è che la forza del revisionismo è inversamente proporzionale alla debolezza dell’olocaustismo, e, che questo sia debole, viene ormai riconosciuto da più parti.
Nel 1992 il prof, Gerhard Jagschitz, incaricato dal Landesgericht di Vienna di redigere una perizia su Auschwitz nel processo contro Gerd Honsik, rilevò:
«Ho inoltre accertato che nella letteratura ricorrono un gran numero di contraddizioni, plagi e omissioni. Contraddizioni, plagi e omissioni: che significa ciò? Significa che sulle cose generali, grandezze, date non c’è concordanza.
C’è un rimprovero principale che sollevo nel campo della letteratura, se ci si riferisce alla letteratura scientifica, cioè che una gran parte delle opere scientifiche non ha considerato la necessaria critica delle fonti – vi ritorno ancora nel capitolo fonti –, e soprattutto c’è un numero notevole di opere che non indicano affatto da dove traggono le loro informazioni. […]. Vorrei soltanto dire che una discussione scientifica talvolta è molto difficile e talvolta quasi impossibile con questo genere di letteratura. Falsificazioni, non nel senso di falsi, ma nel senso di inesattezze, possono essere lo scambio di avvenimenti. Direi anche che il problema delle esagerazioni è importante, anche nelle testimonianze. Qui ci troviamo esattamente nella problematica centrale che ricorre continuamente nella letteratura revisionistica, cioè il numero delle vittime – ci ritornerò esattamente in un punto specifico. Singoli avvenimenti vengono descritti come accaduti più volte. Di tanto in tanto viene affermata una testimonianza oculare quando questa non c’è, ma proviene da terzi, e – ne parlerò ancora un po’ in relazione ai testimoni – c’è il problema degli stereotipi. […].
Un altro problema è che un numero di istituti di raccolta [di documenti] riguardo a nazionalsocialismo, guerra mondiale, crimini nazionalsocialisti, di regola hanno lavorato secondo criteri non scientifici. […].
Bisogna dunque pur sapere che tutte le testimonianze nei procedimenti giudiziari non hanno espresso la verità, bensì la ricerca della verità del tribunale e ciò significa che spesso qualcuno, se non gli è stato chiesto, non ha parlato»[27].
Ma già nel 1989 Jean-Claude Pressac aveva definito la storiografia olocaustica di allora
«una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l'umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparse di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca»[28].
Nel 1996 lo storico e romanziere francese Jacques Baynac scrisse[29]:
«Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile, stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine – e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese – dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”»[30].
Nella sentenza dell'11 aprile 2000 del processo Irving-Lipstadt, al punto 13.71, il giudice Gray scrisse:
«Devo confessare che, come – immagino – la maggior parte della gente, avevo supposto che le prove dello sterminio in massa di Ebrei nelle camere a gas di Auschwitz fossero convincenti. Tuttavia, quando ho valutato le prove addotte dalle parti in questa causa, ho messo da parte questo pregiudizio»[31].
In un libro apparso di recente, un ricercatore indipendente, Thomas Dalton, ha messo a confronto per la prima volta gli argomenti fondamentali degli storici olocaustici e revisionisti cercando di mantenersi il più possibile neutrale. Egli riferisce:
«Quando ho cominciato le ricerche per questo libro, mi aspettavo di trovare una descrizione dell’Olocausto ben documentata, chiara e coerente, come si racconta nella visione tradizionale [cioè olocaustica]. Mi aspettavo di trovare rigorose prove documentali e materiale forense che la confermasse. Mi aspettavo di trovare una solida giustificazione per il tributo di morti (inclusi i “6 milioni”) e una solida base per l’uccisione e l’eliminazione dei corpi. Naturalmente ci sarebbero stati alcuni aspetti incompleti del quadro generale, ma questo era inevitabile, date le tremende circostanze. D’altra parte mi aspettavo di trovare che queste mancanze fossero sfruttate decisamente da un manipolo di zeloti fanatici, i “negazionisti”, larghi di insulti e corti di cervello. Mi aspettavo di trovare forti controargomenti tradizionalisti che rispondessero direttamente e confutassero recisamente le affermazioni revisionistiche. Di fatto non ho trovato nulla di tutto ciò. Invece ho trovato una storia dell’Olocausto a brandelli. Ho trovano che molti aspetti della visione tradizionale presentano seri, irrisolti problemi. Ho trovato che la grande maggioranza degli scrittori olocaustici hanno completamente ignorato le sfide revisionistiche – una situazione che si può spiegare soltanto o con la totale ignoranza o, peggio, coll’inganno deliberato. Nei pochi casi in cui si sono rivolti ai revisionisti, ho trovato aspre polemiche e insulti, piuttosto che controargomenti ragionati. Ho trovato uno schivamento delle obiezioni più forti e delle critiche più appropriate. Ho trovato un tradizionalismo che non aveva paura di dispiegare il suo considerevole potere, i suoi contatti e le sue risorse per prevalere. Ho trovato, in base a ciò che dice, un movimento che ha qualcosa da nascondere.
Da parte revisionista, ho trovato solide obiezioni e relazioni ben argomentate e articolate. Le ho trovate pubblicate da un piccolo numero di individui fortemente e crescentemente sofisticati che si sono prodigati in un impegno instancabile per la ricerca della verità – spesso ad un alto costo personale. Ho anche trovato un movimento revisionistico altamente argomentativo e combattivo, disunito, poco propenso ai compromessi, e troppo fiducioso nelle sue conclusioni. Li ho trovati un po’ troppo specializzati e privi del loro “grande quadro” degli eventi. […].
Su questi pretesi crimini contro gli Ebrei c’è una mancanza di materiale di prova pressoché totale, specialmente per i campi della morte, i corpi e gli strumenti di uccisione.
Il numero totale degli Ebrei morti, o uccisi, è ignoto con certezza. Altri pochi punti devono inoltre essere accettati da chiunque voglia considerare razionalmente i fatti: i “6 milioni” hanno una esigua base fattuale e sembra piuttosto che siano stati invocati come numero simbolico; le “camere a gas” di Auschwitz furono usate molto meno spesso di quanto comunemente si descrive; l’eliminazione in massa di corpi, in particolare in fosse di cremazione all’aperto, è improbabile che sia avvenuta nel modo descritto; e le fotografie aeree di Auschwitz mostrano una calma imbarazzante per un preteso campo di morte al culmine della sua attività.
I punti principali della disputa, dunque, sono davvero pochissimi:
– il numero totale di Ebrei morti
– il numero di Ebrei morti per causa di morte in ogni luogo o campo
– l’uso di camere a gas a Zyklon B per uccisione in massa
– l’uso di gas di scarico di motore diesel per uccisione in massa
– la veridicità delle “testimonianze oculari” e delle testimonianze del dopoguerra
– il metodo e la quantità di corpi incinerati (crematori e fosse all’aperto). […].
Il lettore nutre forse la preoccupazione che gli argomenti presentati qui favoriscano il revisionismo e che ciò in qualche modo comprometta la mia neutralità. Mi permetto di essere in disaccordo. Gli argomenti sono ciò che sono. Spetta agli esperti tradizionalisti rispondere. Se non hanno buone risposte, gli argomenti revisionisti sono validi. La situazione presentata in questo libro è soltanto una conseguenza del fatto che entrambe le parti espongono le loro accuse e controaccuse. Ho fatto del mio meglio per presentare gli argomenti più forti di ogni parte. Se sembra che ci siano vincitori e perdenti, la lode (o il rimprovero) va alle parti stesse, non a me» […].
Egli espone poi questi suggerimenti per un proficuo dibattito:
«Mettere fine all’insulto, alla censura e alla vessazione di revisionisti.
Affrontare gli ultimi e più forti argomenti revisionistici, in modo chiaro e obiettivo.
Utilizzare una contestualizzazione dei morti, o una tecnica simile, per mostrare chiaramente l’intero quadro.
Effettuare studi scientifici su larga scala sulla cremazione di carcasse di animali nelle condizioni dei campi di morte; analizzare consumo di combustibile, tempo di cremazione, contenuto di ceneri e massa.
Eseguire scavi scientifici ad Auschwitz, Sobibor, Treblinka e Chelmno, prelevando campioni di terreno e analizzandoli per accertare contenuto di ceneri e resti umani.
Ammettere le debolezze nella visione consueta.
Ammetterlo quando si ha torto, e revisionare la storia di conseguenza»[32].
Il libro, sia perché l’autore non è uno specialista, sia per la necessità di esporre in modo divulgativo gli argomenti, non è esente da imperfezioni nella rappresentazione di entrame le parti in causa, ma nel complesso rispecchia lo stato attuale del dibattito (o del non-dibattito).
Ma solo gli olo-bloggers inveiscono rabbiosamente, indubbiamente perché sono stati considerati da Dalton per ciò che sono: gente senza alcuna formazione e competenza, che non viene minimamente presa in considerazione dagli storici olocaustisti, ma ha l’arroganza di “correggerli”.
E anche per il giudizio da lui espresso su di me, che è andato senza dubbio di traverso a questi poveri mentecatti, la cui pervicace malafede ho del resto già documentato ad abundantiam[33]
«Un ricercatore italiano, Mattogno, è forse il principale scrittore di opere serie»[34].

Carlo Mattogno

17 febbraio 2010

[1] Gian Antonio Stella e la piscina di Auschwitz, in:
http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/02/09/gian-antonio-stella-e-la-piscina-di-auschwitz.html
[2] L'irritante questionedelle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Riedizione riveduta, corretta e aggiornata. 2007: http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf
Edizione 2009:
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grande-emozione-con-veltroni-e.html.
[3] Liliana Picciotto Fargion, Il Libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945). Mursia, Milano, 1992, p. 151.
[4] Negare la storia? Olocausto: la falsaconvergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, pp. 74-75.
[5] Elie Wiesel: «Il più autorevole testimone vivente» della Shoah? In: http://ita.vho.org/056_Elie_Wiesel.htm
[6] Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar, Padova, 1996, p. 148.
[7] Anonymous, The Myth of the Six Million. The Noontide Press, Torrance, California, 1978 (terza edizione), pp. 75-76.
[8] Vedi il mio Belzec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia. Effepi, Genova, 2006, pp. 69-70.
[9] The Myth of the Six Million, p. 53.
[10] Vedi la mia opera Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di provedi Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, cap. 11.3, “Le torture inflitte a Höss”, pp. 395-397.
[11] Sulla attuale posizione di Irving vedi l’articolo di Jürgen Graf David Irving e i campi dell’azioneReinhardt”, in: http://ita.vho.org/048_Irving_Campi.htm.

[12] Vedi ad es. http://olo-dogma.myblog.it/archive/2009/07/22/la-dichiarazione-di-guerra-ebraica-alla-germania-nazista.html
[13] Max Domarus, Hitler. Reden und Proklamationen 1932-1945. R. Löwitt, Wiesbaden, 1973, Vol. I, Parte Prima, pp. 248-251.
[14] PS-2156.
[15] Ad es. PS-2153, PS-2156, PS-2156, PS-2409, PS-2410.
[16] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, p. 32.
[17] C. Browning, The Origins of the Final Solution. University of Nebraska, 2004, p. 544. Traggo la citazione da Thomas Dalton.
[18] H. Marsalek, Mauthausen.La Pietra, Milano, 1977, p. 113 e 115.
[19] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 806.
[20] Edizione CDE, Milano, 1995.
[21] Idem, p. 165.
[22] Idem, p. 138.
[23] Si veda l’articolo Just another Auschwitz Liar, in: http://www.vho.org/VffG/1997/3/Kor.html.
[24] Vedi Kurt Gerstein 1943: l’inizio del delirio, in: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/02/kurt-gerstein-1943-linizio-del-delirio.html
[25] Il Rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, cap. V, “Totungsanstalten in Polen”, pp. 99- 107.
[26] Idem, pp. 87-
[27] Landesgericht Wien, Az. 20e Vr 14184/86 Hv 5720/90, 3a udienza, pp. 28-31, 39.
[28] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 264. Testo disponibile in: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/.
[29] Vedi al riguardo il mio studio L'irritante questionedelle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, pp. 3-6 (del testo in PDF).

[30] J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14; «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.
[31] In: http://www.holocaustdenialontrial.org/ieindex.html sub “The Judgement”, § XIII.
[32] T. Dalton, Debating the Holocaust: A New Look at Both Sides.Theses & Dissertations Press, New York, 2008, pp.255-267 e 261-262.
[33] Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005.
[34] T. Dalton, Debating the Holocaust: A New Look at Both Sides, p. 28.