domenica 31 gennaio 2010

Il sindaco di Orvault contro Dieudonné

IL SINDACO DI ORVAULT DICE NO A DIEUDONNĖ

Venerdì, 29 Gennaio 2010[1]

Joseph Parpallion, sindaco (divers droite[2]) di Orvault, ha rescisso il contratto di affitto firmato con una società di spettacoli per la sala dell’Odyssée. Il sindaco di questo comune vicino a Nantes ha scoperto che lo spettacolo programmato per l’11 Marzo è quello di Dieudonné. Secondo il sindaco, i servizi municipali, e l’addetto che ha firmato il contratto, non si sono resi conto di nulla. “Il contratto presentato non permetteva in nessun modo di identificare direttamente Dieudonné”, afferma Joseph Parpallion. Tutto sarebbe stato scoperto dopo la presenza dei manifesti nelle strade e la vendita dei biglietti..
[1] http://www.ouest-france.fr/ofdernmin_-Le-maire-d%E2%80%99Orvault-dit-non-a-Dieudonne_42314-1245087-pere-pdl_filDMA.Htm
[2] http://fr.wikipedia.org/wiki/Divers_droite

Che rispondono i cinesi a Google?

Letto sul sito revisionista dell’AAARGH in data 27 Gennaio 2010
http://www.aaargh.codoh.com/blog/revifr/
CHE RISPONDONO I CINESI A GOOGLE?

La stampa riferisce che Google, dopo aver aiutato le autorità cinesi e censurare gli internauti cinesi, si ribella e reclama “più libertà” per estendere le proprie operazioni commerciali. Cosa rispondono i cinesi?

In Francia e in Germania, Google blocca i risultati del motore di ricerca per i gruppi estremisti come il gruppo neonazista Stormfront e l’associazione negazionista AAARGH, ha detto l’articolo.

Fonte: Global Times
http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/6877642.html
http://www.globaltimes.cn/

In breve, ribattono i cinesi: e voi, voi censurate la ricerca sul sito dell’AAARGH…

Hanno scoperto tutto ciò in un giornale economico che si chiama Forbes. E’ dopo gli inizi di Google che abbiamo osservato che la compagnia cancellava sistematicamente, senza dubbio manualmente, all’inizio, i risultati delle ricerche indirizzate verso i siti dell’AAARGH. Ancora oggi succede sicuramente la stessa cosa. E’ perché abbiamo sempre considerato Google come un’appendice, piuttosto merdosa, delle organizzazioni del potere sionista. Ma vedere oggi i cinesi rimbeccare [Larry] Page e [Sergey] Brin è troppo divertente. Si ride bene a Pechino.

sabato 30 gennaio 2010

"Defamation": il film che accusa l'Anti-Defamation League

Dalla nostra corrispondente Bocage riceviamo e pubblichiamo:

Qui sotto segnaliamo i collegamenti che permettono di visionare un film che raccomandiamo vivamente: “Defamation” (con sottotitoli in francese). Si tratta di un film girato da un giovane regista ebreo israeliano e il cui soggetto è, secondo l’analisi di uno dei nostri corrispondenti “Il business dell’antisemitismo visto da un regista israeliano”. Diversi informatori ce l’hanno segnalato insistendo sulla sua importanza, cosa che ci ha spinto a visionarlo nella sua totalità: non possiamo che raccomandarne la visione a tutti i corrispondenti. Non sappiamo se la ragione per la quale questo film è diffuso su internet sia quella che il suo regista non ha trovato dei produttori per distribuirlo nelle sale ma una ricerca su Google dovrebbe permettere di rispondere a questa questione. Ecco, in ogni caso, la presentazione fattane dal revisionista americano Michael Hoffman:

DEFAMATION”, IL FILM CHE ACCUSA L’ADL [ANTI-DEFAMATION LEAGUE] ORA VISIBILE SU YOUTUBE[1]

Ultimissime: abbiamo trovato un sito che mostra tutto il film, e con sottotitoli che sono più leggibili di quelli di Youtube: http://wideeyecinema.com/?p=7208

Grazie a Michael Santomauro, possiamo indirizzarvi su Youtube, dove il finora inedito documentario israeliano che accusa l’ADL e la paranoia dell’”antisemitismo” – “Defamation”, di Yoav Shamir – è ora visibile in nove parti separate.

Se si deve credere all’esperienza, questo film verrà velocemente rimosso da Youtube, così cercate di vederlo il più presto possibile.

Se avete poco tempo, vi raccomando di vedere subito le parti 6, 7 e 8, per quanto è l’intero film ad essere straordinariamente istruttivo (vi sono sottotitoli in alcuni spezzoni, che sono quasi illeggibili; il difetto è imputabile a Youtube, non al film).

Avendo visto questo film nella sua interezza, sono convinto più che mai che i movimenti contemporanei organizzati neo-nazisti e jihadisti, che se la prendono con gli ebrei e che diffondono l’odio contro gli ebrei sono, in tutto o in parte, diretti in modo occulto dai servizi segreti israeliani e occidentali.

Un tema importante dei miei scritti e delle mie conferenze negli ultimi anni è stato che il giudaismo e il sionismo hanno disperatamente bisogno di gruppi e incidenti “antisemiti” per mantenere il loro prestigio. Questo film offre potenti prove di tutto ciò.

Sono stato rincuorato dalla presenza di alcuni giudei molto onesti che hanno parlato con sincerità davanti alla videocamera, in particolare un giudeo russo di Mosca. Le osservazioni più profondamente lucide, provocatorie e coraggiose sono quelle di Norman Finkelstein. Inoltre, il regista, Yoav Shamir, è una persona onesta.

Parte 1 10:59
http://www.youtube.com/watch?v=gyrLUKxF3ns

Parte 2 10:59
http://www.youtube.com/watch?v=axMJ0FxAQQ8

Parte 3 10:59
http://www.youtube.com/watch?v=DiHjx9PIZL4

Parte 4 10:08
http://www.youtube.com/watch?v=nlglNxYWuXs

Parte 5 10:13
http://www.youtube.com/watch?v=tXKNSKkn6vs

Parte 6 10:59
http://www.youtube.com/watch?v=pt0WVs4H57k

Parte 7 10:48
http://www.youtube.com/watch?v=WGqECA9ZVOA

Parte 8 8:08
http://www.youtube.com/watch?v=8-uGXf5yRhw

Parte 9 6:41
http://www.youtube.com/watch?v=x4CO_68qoLM
[1] http://revisionistreview.blogspot.com/2010/01/adl-expose-movie-defamation-on-youtube.html
FINE
Da una breve ricerca su Google ho appreso che "Defamation" ha vinto, lo scorso 9 Novembre, la cinquantesima edizione del festival dei Popoli: http://it.movies.yahoo.com/09112009/8/cinema-defamation-yoav-shamir-vince-50-festival-dei-popoli.html . La tesi del film, apprendiamo dal blog "Frammenti vocali in MO" (http://frammentivocalimo.blogspot.com/2009/12/videodefamation-di-yoav-shamir-film.html ) è che "oggi l'antisemitismo è innescato da, e funzionale a, l'establishment israeliano, lo stato di Israele e le lobby ebraiche, soprattutto negli USA.".

Miserie svizzere: Dieudonné persona non gradita a Ginevra

DIEUDONNE’ E' PERSONA NON GRADITA NELLE SALE DELLA CITTA’ DI GINEVRA

Adelita Genoud, 29.01.2010[1]

Secondo il sito Lesquotidiennes.com[2], all’artista francese Dieudonné è stato proibito di allestire spettacoli nelle sale della città di Ginevra.

Dieudonné, artista disturbante e disturbato, ha scritto un nuovo spettacolo. Si intitola “Sandrine”. Non parla di religione, né di politica del vicino oriente. Racconta la violenza coniugale.

Dieudonné, che, al suo ultimo spettacolo ha avuto a Ginevra la sala strapiena, voleva dunque esibirsi nella città di Calvino, innamorata delle libertà di espressione. Ha dunque chieswto alle autorità cittadine di prenotare una sala. Tutto il mondo ha detto sì. Salvo la giunta cittadina rosso-verde. Perché? Perché in passato c’è stato un incidente (in Francia) e perché, citiamo l’addetto-stampa dell’assessorato alla cultura: “L’assessore Patrice Mugny ha cercato di trattare con Dieudonné”. Su cosa?

Non è la prima volta che la città vieta le sue sale all’umorista. Aveva già rifiutato di mettere a disposizione dell’attore il Casino Théâtre.

Non è strano proibire una spettacolo che non presta il fianco ad alcuna contestazione? Dieudonné ha ucciso il padre e la madre? No. E’ un terrorista? No. Ha disturbato l’ordine pubblico? Non durante i suoi ultimi spettacoli. Non in Svizzera.

Ma sì, Dieudonné ha diritto ad affittare una sala privata, ha detto l’assessorato. Ancora fortunato, no?

[1] http://www.tdg.ch/node/137484
[2] http://www.lesquotidiennes.com/

venerdì 29 gennaio 2010

Lettera di Michael Hoffman al governo cinese su Google e la censura

Lettera del revisionista americano Michael Hoffman al governo cinese riguardante Google e la censura:

Ambasciatore Zhou Wenzhong
Ambasciata di Cina
2201 Wisconsin Avenue, N. W.
Washington D. C. 20007

13 Gennaio 2010[1]

Caro Ambasciatore Wenzhong,
Re: Google vs. China

Nei notiziari di oggi leggiamo quella che appare come la commovente presa di posizione di Google, il gigante dei motori di ricerca di Internet, contro la “censura cinese”. I media statunitensi sono complici nella diffusione del mito farsesco sulla presunta presa di posizione di Google contro la censura.

Il fatto è che lo stesso Google pratica la censura sulla storiografia e sull’erudizione dissidenti. Agli scienziati, agli storici e ai giornalisti che in occidente studiano, e di conseguenza dissentono da, ogni aspetto del vasto corpus della storia della seconda guerra mondiale classificato con il neologismo di “Olocausto”, viene negato l’accesso all’opinione pubblica mediante varie forme di censura e di repressione. La ricerca investigativa dissidente da parte di studiosi e di giornalisti in questo campo viene chiamata con il termine - quasi teologico - peggiorativo e inesatto di “negazionismo dell’Olocausto”.

Presso Google, tutto ciò si manifesta con il rifiuto di pubblicare gli annunci pubblicitari dei libri e degli altri supporti mediatici “negazionisti” e con la censura di ogni forma di espressione qualificata come “negazionismo dell’Olocausto”.

Nel 2006, Google censurò dei video prodotti dal sottoscritto che riguardavano Auschwitz, Deborah Lipstadt e lo storico protestante Charles Provan. Nel caso del signor Provan, la video-intervista con lui venne censurata da Google perché Provan, che accetta la tesi delle camere a gas omicide presuntamente utilizzate dai nazisti, osò affermare nel corso dell’intervista videoregistrata che erano i detenuti giudei a far funzionare nel campo di concentramento di Treblinka le camere a gas omicide.

Dopo aver ricevuto numerose lamentele e proteste per la rimozione dei miei video di storia da “Google Video”, la compagnia Google non ha mai risposto a nessun reclamatore. L’arroganza e l’ipocrisia di Google non conoscono davvero confini.

I video di storia censurati da Google non contenevano invettive razziste di alcun genere. Né contenevano materiale pornografico. Sono stati censurati solo per il fatto che contraddicevano la versione americana ufficiale di ciò che accadde durante la seconda guerra mondiale.

Le scrivo per informare Lei e il popolo cinese che il tentativo di Google di presentarsi quale campione della libertà di parola contro la Cina, è un’impostura. Loro censurano e, ciò che è peggio, sono dei censori disonesti perché pretendono di essere dei sostenitori della libertà di parola quando di fatto sono colpevoli della stessa cosa per la quale accusano il governo cinese.

Cordiali saluti,
Michael Hoffman

Ex reporter, New York Bureau of the Associated Press
Box 849, Coeur d’Alene, Idaho 83816 USA
Email: hoffman@revisionisthistory.org
[1] http://revisionistreview.blogspot.com/2010/01/hoffmans-letter-to-china-concerning.html

giovedì 28 gennaio 2010

Elie Wiesel: la donnola travestita da agnello

UNA DONNOLA[1] TRAVESTITA DA AGNELLO

Di Thomas Kues, Gennaio 2010[2]

Il 27 Gennaio 2010, in occasione del decimo Giorno della Memoria, Elie Wiesel pronuncerà un discorso nell’Aula di Montecitorio, su invito del Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini. Qualcuno potrebbe pensare che l’invitato abbia bisogno dell’onorario della conferenza, dopo essere stato truffato di una parte del proprio patrimonio dal suo correligionario ebreo Bernie Madoff (anche se da una persona presuntamente saggia e spirituale come Wiesel ci si dovrebbe aspettare la consapevolezza del carattere transitorio delle ricchezze mondane…). Per quanto riguarda il contenuto della conferenza, è probabile che contenga le solite banalità sulla tolleranza e sull’importanza della memoria olocaustica.

Un comunicato ufficiale in rete diramato dal governo italiano descrive Wiesel come “il grande scrittore Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, sopravvissuto all’Olocausto ed autore di numerosi, fondamentali libri sulla persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti”[3]. Ma questa reverente descrizione è davvero corrispondente alla vera natura di Wiesel? I leader politici italiani farebbero bene a chiedersi non solo perché fanno tenere a Wiesel la conferenza ma che tipo di persona è l’oratore in questione. Naturalmente, auspicare una tale cautela critica è chiedere molto, in un’epoca “illuminata” come questa. Nondimeno, mi rivolgerò anche ad orecchie non amiche e presenterò un breve riassunto di chi davvero è il signor Wiesel.

Wiesel il falso testimone

Se Elie Wiesel è certamente uno dei sopravvissuti più famosi di Auschwitz, i suoi ricordi sul presunto sterminio degli ebrei ad Auschwitz-Birkenau differiscono vistosamente dall’immagine fornita dagli storici dell’Olocausto. Invece delle camere a gas omicide, egli parla - nelle sue memorie su Auschwitz La Notte (1958) - di vittime ebree che venivano bruciate vive:

“Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi…Dei bambini nelle fiamme”[4].

La diceria che ad Auschwitz venivano bruciati vivi neonati e bambini piccoli compare anche in altre storie di “testimoni oculari”, così che Wiesel non merita davvero il credito dell’originalità per questa storia “horror”. Quello che davvero invalida il racconto di Wiesel è la sua affermazione che anche gli ebrei adulti venissero sterminati in fosse fiammeggianti, in cui venivano avviati ordinatamente in colonne sotto la supervisione dei tedeschi (!):

“La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro a un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàash shemé rabbà…Che il suo nome sia elevato e santificato…Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte…No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca”[5].

La nozione stessa di un tale metodo di sterminio utilizzato per uccidere centinaia di migliaia di persone dovrebbe suscitare lo scetticismo anche dei più ardenti sostenitori della Shoah. Nell’edizione originale francese del libro, La Nuit, la locuzione “camera a gas” non compare neppure una volta; nella traduzione tedesca, d’altro canto, la parola “crématoire” è stata resa come “camera a gas” – persino nella descrizione di Buchenwald (dove anche secondo gli storici sterminazionisti non vi furono mai camere a gas omicide)![6]

Nel Gennaio del 1945, le SS del campo offrirono a Wiesel e a suo padre l’alternativa tra rimanere al campo ad aspettare l’arrivo dei sovietici o fuggire con i tedeschi. Padre e figlio, che all’epoca stavano entrambi nell’ospedale del “campo di sterminio” (!) decisero di fuggire con i loro carnefici, invece di aspettare sul posto i liberatori sovietici[7]. E’ davvero ironico che sia Wiesel a tenere nel Parlamento italiano una conferenza per il Giorno della Memoria, che commemora la “liberazione” sovietica di Auschwitz del 27 Gennaio 1945. Questo è un uomo che afferma di aver visto vagoni di neonati bruciati vivi dagli orridi nazisti, che afferma che le vittime di Auschwitz venivano avviate in colonne dentro enormi fosse ardenti, che nelle sue memorie su Auschwitz non ha mai menzionato le camere a gas, e che preferì essere evacuato dai tedeschi piuttosto che venire “liberato” dai sovietici quel 27 Gennaio – ed è proprio lui ad essere stato scelto per predicare sulla “verità e la memoria” dell’Olocausto davanti ai deputati! Persino il fiero anti-revisionista Pierre Vidal-Naquet disse che “dovete solo leggere dei brani di La notte per capire che certe sue descrizioni non sono esatte e che è essenzialmente un mercante della Shoah…che ha fatto un danno, un danno enorme alla verità storica”[8]. Che “certe” affermazioni di Wiesel non siano “esatte” è, ovviamente, ampiamente riconosciuto ma forse non ci si dovrebbe aspettare un resoconto schiacciante da “testimone oculare” da parte di un pio difensore della fede nell’Olocausto.

Wiesel l’oscurantista

Dopo aver dato prova, in La notte, della natura malsicura delle accuse sulle camere a gas omicide, Wiesel decise di avallare questa stessa leggenda, ma con il suo modo tipicamente oscurantista. Secondo Wiesel, le presunte “camere a gas” non dovrebbero essere oggetto di studio scentifico, nemmeno da parte degli storici di regime:

“Le camere a gas, è meglio che restino al riparo da sguardi indiscreti. E dall’immaginazione”[9].

Per Wiesel, le “camere a gas” sono nientemeno che il nuovo Santo dei Santi, un luogo sacro precluso a tutti tranne che agli uomini più santi – ai quali, naturalmente, egli stesso appartiene:

“L’Olocausto è un sacro mistero, il cui segreto è ristretto alla cerchia sacerdotale dei sopravvissuti”[10].

Elie Wiesel è, in realtà, il Sommo Sacerdote dell’Olocausto e il primo oscurantista di una religione mondiale tenebrosa e grottesca, che prospera al riparo della luce della ragione e che è sostenuta dagli odierni inquisitori e da apposite leggi contro l’eresia.

Wiesel il fanatico

La nuova fede dell’Olocausto custodita da Wiesel e dai suoi accoliti non è di certo una religione che predica la misericordia, come si può notare da un’altra classica citazione di Wiesel:

“Ogni ebreo, da qualche parte dentro di sé, dovrebbe serbare una zona di odio – un odio sano e virile – per quello che il tedesco personifica e per quello che persiste nel tedesco. Agire altrimenti sarebbe come tradire i morti”[11].

Per Wiesel, i tedeschi sono un popolo che si dovrebbe genuflettere davanti a Israele in eterna sottomissione, continuando a sborsare i soldi dei risarcimenti. Non c’è da sorprendersi che Wiesel fosse presente quando il nuovo “Museo della Tolleranza” di Gerusalemme – costruito sopra un cimitero musulmano palestinese (!)[12] – aprì finalmente le sue “Porte del Paradiso”. Dopo tutto, chi potrebbe essere più qualificato per parlare di tolleranza?

Wiesel il negazionista della Nakbah

Non c’è da sorprendersi che - se nei suoi scritti ha qualche volta menzionato i “guai dei palestinesi” - Wiesel rimanga comunque silenzioso sui crimini israeliani commessi contro i palestinesi, oppure che li minimizzi, quando non li nega completamente. Per quanto riguarda la Nakbah, la pulizia etnica della Palestina compiuta negli anni 1947-1948, Wiesel afferma che nel 1948, “istigati dai loro leader, 600.000 palestinesi lasciarono il loro paese convinti che, una volta che Israele fosse stata sconfitta, avrebbero potuto tornare a casa”[13]. Così Wiesel diffonde il mito che i palestinesi abbiano lasciato il proprio paese volontariamente e nega implicitamente il fatto che le forze armate sioniste uccisero migliaia di palestinesi in massacri come quello di Deir Yassin, e che rasero al suolo interi villaggi nel quadro di un piano dettagliato di pulizia etnica[14].

Wiesel l’umanista guerrafondaio

Durante lo scorso decennio, i falchi del sionismo e le loro quinte colonne in occidente hanno invocato sempre di più un’azione militare contro la nazione fieramente antisionista dell’Iran. Nel momento in cui si presenta come una colomba della pace, Wiesel, che è un falco dissimulato, ha contribuito la sua parte alle pressioni in favore della guerra. Così, egli ha dichiarato:

“Sono contro la guerra, non sopporterei me stesso nel sentirmi parlare in favore della guerra. Non sono un generale, ma forse è necessario inviare un commando a distruggere le installazioni [nucleari iraniane]”[15].

Ovviamente, la distruzione delle installazioni nucleari legittime di uno stato straniero è di certo un atto di guerra, a cui l’attaccato ha il diritto di rispondere militarmente. L’idea che l’Iran stia cercando di difendersi da uno stato nemico, Israele, che è provvisto di forze armate all’avanguardia e di un arsenale di centinaia di testate nucleari – la cui esistenza è risaputa ma nondimeno ufficialmente negata – a quanto pare non è mai venuta in mente al signor Wiesel – o, se gli è venuta, preferisce non parlarne. C’è una ragione particolare, del perché i sionisti vogliono vedere l’Iran attaccato – o il suo governo rovesciato (magari mediante una “rivoluzione colorata”) – oltre a quelle dell’antisionismo dell’Iran e del vecchio odio biblico contro i persiani: si tratta dello scetticismo del presidente iraniano nei confronti della Shoah. Nel medesimo articolo, Wiesel definisce il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad “il negazionista dell’Olocausto numero uno del mondo”. Certamente, non bisogna permettere ad un arci-eretico come costui di difendere il proprio paese dagli attacchi del nemico! Dopo tutto, abbiamo a che fare con il nuovo Hitler, il nuovo Haman, che deve essere fermato a tutti i costi prima che riesca a gettare il povero, minacciato, assediato Israele nelle fosse ardenti di un nuovo “Olocausto”. In questa situazione non c’è spazio per mediazioni politiche. Inoltre, Wiesel è un propagandista del mito sionista palesemente falso che l’”unico obbiettivo” del regime di Ahmadinejad consiste nella “distruzione di Israele”, e che il governo iraniano sta progettando di “cancellare Israele dalle mappe” utilizzando le armi nucleari. Mentre diffonde tali menzogne, Wiesel ha la chutzpa[16] di scrivere che Ahmadinejad sta “ridicolizzando la verità storica”[17]! Per Wiesel, la guerra è un male, a meno che sia una guerra “umanistica” a beneficio dell’ebraismo! Insieme a Barack Obama e a Menachem Begin, Elie Wiesel fa parte dei Premi Nobel della Pace più immeritevoli.

Conclusione

E’ giusto che politici onesti e degni – ammesso che ancora esistano – invitino un arci-impostore, guerrafondaio, oscurantista e fanatico, a tenere una conferenza su argomenti come la “verità storica”, la “memoria” e la “tolleranza”?

[1] In inglese, weasel, la cui citazione dà all’autore lo spunto per il gioco di parole Wiesel-Weasel.
[2] Traduzione di Andrea Carancini
[3] http://presidente.camera.it/comunicatistampa/schedacomunicato.asp?idcomunicato=5183
[4] Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1986, pp. 37-38.
[5] Ivi, p. 39.
[6] Robert Faurisson, “Witnesses to the Gas Chambers of Auschwitz”, in Germar Rudolf (curatore), Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], seconda edizione, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003, p. 144. In rete all’indirizzo: http://www.vho.org/GB/Books/dth/fndwitness.html .
[7] Elie Wiesel, op. cit., pp. 81-84.
[8] Citato nella rivista francese Zéro, Aprile 1987, p. 57.
[9] Elie Wiesel, Tous les fleuves vont à la mer, Mémoires, vol. 1, Editions du Seuil, Paris, 1994, p. 97.
[10] Citato in Peter Novick, The Holocaust in American Life, Houghton Miffin, 1999, pp. 211-212.
[11] Elie Wiesel, Legends of Our Time, Schocken Books, New York, 1982, p. 142.
[12] http://en.wikipedia.org/wiki/Museum_of_Tolerance
[13] Elie Wiesel, “Jerusalem in My Heart”, New York Times Op-ed, 24 Gennaio 2001.
[14] http://andreacarancini.blogspot.com/2009/11/la-pulizia-etnica-della-palestina.html
[15] “Jewish leader: Iran president a ‘second Hitler’”: http://www.msnbc.msn.com/id/13201140/
[16] Impudenza.
[17] Elie Wiesel, "Ahmadinejad’s regime doesn’t deserve global recognition", http://www.jweekly.com/article/full/31064/ahmadinejad-s-regime-doesn-t-deserve-global-recognition/

mercoledì 27 gennaio 2010

Raphael Feigelson: l'ennesimo mentitore di Auschwitz

Da Robert Faurisson ricevo e volentieri pubblico:

Su France-Soir è apparso oggi l’articolo “Raphaël Feigelson, ce Français qui a conduit les Russes à Auschwitz” [Raphaël Feigelson, questo francese che ha condotto i russi ad Auschwitz]:
http://www.francesoir.fr/societe/2010/01/27/auschwitz-francais.html

Osservazione di Robert Faurisson:

Questo Raphaël Feigelson ha sempre mentito come respirava. Nel 1945, disse che ad Auschwitz erano morti 7 (sette) milioni di persone (R. Faurisson, Ecrits révisionnistes (1974-1998), p. 1731, dove vengono fornite la fonte e le spiegazioni).
Nei commenti che si sentono o che si leggono in questi giorni (fine Gennaio 2010), i nostri propagandisti e giornalisti hanno la tendenza a dire che ad Auschwitz sono morte 1.100.000 persone di cui un milione di ebrei. La cifra indicata su 21 stele è di 1.500.000 persone. Le stele precedenti quelle attuali indicavano, fino all’Aprile del 1990, la cifra del processo di Norimberga: 4 milioni. Finora, la stima sterminazionista più bassa è stata quella di Fritjof Meyer (Maggio 2002): 510.000.

La cifra reale può essere stata, dal Maggio del 1940 al Gennaio del 1945, di 125.000 morti per Auschwitz e la trentina di campi ad esso collegati. Le epidemie di tifo esercitarono le loro devastazioni, soprattutto nel 1942, compresi i ranghi dei tedeschi, fino agli ufficiali medici.

I numeri dei cadaveri depositati in attesa di cremazione venivano scrupolosamente repertoriati dai tedeschi nei loro “registri di obitorio” (Leichenhallenbücher) ma, finora, nessun ricercatore indipendente ha potuto consultare questi registri.

RF

Carlo Mattogno: teologia e ideologia della Shoah

TEOLOGIA E IDEOLOGIA DELLA SHOAH

Di Carlo Mattogno, 26 Gennaio 2010

L’encomiabile opera di Yakov M. Rabkin, professore di storia ebraica all’Università di Montreal, A Threat from Within: A History of Jewish Opposition to Zionism, che ho in edizione francese (Au nom de la Torah. Une histoire de l’opposition juive au sionisme. Éditions Tarik, Casablanca, 2004), ma di cui è disponibile anche una traduzione italiana (Una minaccia interna. Storia dell'opposizione ebraica al sionismo. Ombre Corte, 2005), espone nel sesto capitolo le posizioni del giudaismo ortodosso e del sionismo sulla Shoah. Si tratta di interpretazioni di un evento – la persecuzione nazista degli Ebrei – cui, in senso lato, ossia prescindendo dalle sue modalità e dalla sua entità, non c’è nulla da eccepire, e che valgono a maggior ragione per tutti coloro per i quali esso si configura come Shoah.
La prima si pone in una prospettiva teologica :
«Secondo la tradizione, nulla può sfuggire alla volontà divina, tranne il timor di Dio, che resta fermamente nelle mani di ogni Ebreo. Il libero arbitrio sarebbe dunque quel dono il cui cattivo uso rischia di provocare la collera di Dio. Si opera spesso una distinzione cruciale tra una tragedia inflitta da Dio (ad esempio la distruzione di Sodoma e Gomorra) e una tragedia che deriva dal ritirarsi della Provvidenza divina. In quest’ottica, Dio punisce soltanto i colpevoli; ora, quando Dio si ritira (“nasconde il suo volto”) e la punizione viene dall’uomo, soffrono anche gli innocenti»(p. 192).
Il rabbino Moshé Dov Beck spiega questa teodicea con una parabola: Un re aveva un figlio gravemente ammalato, senza speranza di guarigione. Un uomo promette di guarirlo a condizione di operarlo senza anestesia. Il re accetta e il figlio viene operato tra sofferenze indicibili, mentre egli attende fuori dietro una porta vetrata, afflitto, ma anche gioioso, perché sa che il figlio guarirà; questi invece, non vedendolo, pensa che il padre l’abbia abbandonato, mentre il padre ha soltanto “nascosto il suo volto”.
L’insegnamente che ne trae è questo:
«La Shoah ha causato gravi sofferenze, ma Dio non ci ha mai abbandonati, non ha neppure nascosto il suo volto. La malattia che ci aveva colpiti si chiama secolarizzazione».
Ma «i sionisti rifiutano di vedere la mano di Dio dietro la Shoah»(pp. 192-193).
In questa teodicea,
«la tragedia chiama ad un esame del proprio comportamento, a un pentimento individuale e collettivo. Essa non è un’occasione per accusare il carnefice, ancor meno un tentativo di spiegare il suo comportamento mediante fattori politici, ideologici o sociali. Il carnefice, si tratti del faraone, di Amalek o di Hitler, sarebbe soltanto un agente della punizione divina, un mezzo indubbiamente crudele per indurre gli Ebrei a pentirsi»(p. 193).
Il rabbino Elhanan Wasserman considerava le persecuzioni naziste, di cui egli stesso fu vittima, «come una conseguenza diretta del sionismo», rivolgendosi in particolare contro il «nazionalismo ebraico in quanto movimento che ha condotto una guerra tra il popolo ebraico e il Regno celeste»(p. 193). Egli era persuaso che la Shoah non fosse altro che «un castigo per l’abbandono della Torah incoraggiato e praticato dai sionisti», e
«secondo questa logica, finché l’impresa sionista andrà avanti, il popolo ebraico continuerà a pagare caro in vite umane per le trasgressioni inerenti al sionismo. […]. La violenza di cui soffre la popolazione israeliana da più di un secolo sarebbe, secondo questa logica, un castigo continuo per la fondazione e il mantenimento dello Stato d’Israele»(p. 194).
La conclusione di Wasserman è che «la nostra calamità presente, che non ha precedenti nella storia ebraica, è l’abbandono dello studio della Torah».
«La letteratura giudaica che presenta questa visione della Shoah – commenta Rabkin – è abbondante, si fonda su fonti classiche e comincia prima di Auschwitz. Il tradimento dell’esilio da parte dei sionisti avrebbe provocato la catastrofe e come la trasgressione del sionismo è collettiva, così anche la punizione sarebbe collettiva».
Il rabbino Amram Blau, il fondatore del movimento Neture Karta, dichiara che
«la Shoah è arrivata come una risposta ai peccati dei sionisti. Essi avevano trasgredito i tre giuramenti menzionati dal Talmud come ordini divini contro l’istituzione di uno Stato ebraico»(p. 198).
I tre giuramenti talmudici (Ketuboth, 111a) sono questi:
«non acquisire un’autonomia nazionale, non rientrare in massa e in modo organizzato nella Terra d’Israele, neppure col permesso dei Gentili, non ribellarsi contro i Gentili» (p. 80).
L’acquisizione della Terra d’Israele non può essere il risultato di un’attività umana (la forza militare o l’azione diplomatica), ma rientra nel progetto messianico e non può essere realizzata che da Dio (p. 75). Il precetto biblico di abitare la Terra d’Israele entra dunque in vigore solo all’arrivo del Messia. Perciò «il sionismo rappresenta una negazione della tradizione ebraica» (pp. XII-XIII). Il suo scopo, secondo il rabbino Haim Soloveitchik, non è di creare uno Stato, «ma di allontanare gli Ebrei dalla Torah». Esso è «un’opera satanica, perché sostituisce il soprannaturale col naturale, il religioso con il laico, la pazienza e la fede in Dio con l’attivismo politico e militare». Esso è assimilabile a Satana, come dichiara esplicitamente il Rebbe di Munkacz (p. 96).
Secondo gli Ebrei pii, «la Shoah, provocata dai nostri peccati, ci richiama al pentimento»(p. 215); essi condannano anche «la glorificazione della forza inerente a queste commemorazioni che pongono l’accento sulla resistenza [ebraica], la quale, dopo tutto, fu molto rara»(p. 214), come quella, tanto celebrata, del ghetto di Varsavia:
«Morire armi alla mano rappresenta certo un atto di eroismo nella cultura occidentale. Provocare l’annientamento del ghetto di Varsavia a causa di una ribellione che non aveva alcuna possibilità di riuscita davanti alla macchina da guerra nazista costituisce dunque un atto eroico per gli uni, ma un crimine per gli altri»(p. 214).
Quando Dio “nasconde il suo volto”, attua la sua «manifestazione attiva nella storia» attraverso i suoi agenti della punizione divina, tra cui Hitler stesso. Perciò
«la Shoah rientrerebbe in tutta quella serie di tragedie che la tradizione ebraica ha saputo interpretare nel quadro morale di ricompensa e di castigo, di merito e di trasgressione, di umiltà e di arroganza verso Dio. La Shoah sarebbe dunque un avvenimento simile alla storia biblica del vitello d’oro, alla rivolta di Core contro Mosè e Aronne, alla distruzione dei due templi».
Perciò non c’è «alcun bisogno di commemorare la Shoah in modo diverso da tutte le altre tragedie»; anzi, il rabbino Yoel Teitelbaum e altri haredim (Ebrei tradizionalisti) sostengono che
«la Shoah e lo Stato d’Israele non costituiscono affatto eventi antitetici – distruzione e ricostruzione –, ma piuttosto un processo continuo: l’eruzione finale delle forze del male come preludio della redenzione»(p. 216).

L’interpretazione sionista della Shoah è invece di carattere ideologico:
«In effetti, i fondatori [dello Stato d'] Israele convincono la maggioranza delle Nazioni unite che l’unica riparazione e, nello stesso tempo, l’unica soluzione del “problema ebraico” consiste nella creazione di uno Stato per gli Ebrei. Per loro, la presenza degli Ebrei nella diaspora sarebbe pericolosa e solo uno Stato indipendente potrebbe proteggerli. I sionisti stabiliscono un legame diretto tra la Shoah, evento di distruzione estrema, e lo Stato d’Israele, che è presentato come la rinascita dopo la distruzione della Shoah. Il modo di commemorare la Shoah riflette le lezioni che si vogliono trarre da essa. […].
Il messaggio principale della commemorazione è diretto: non ci sarà più Shoah, perché il nostro Stato saprà proteggerci. I Sionisti proclamano apertamente che, se lo Stato di Israele fosse esistito prima della seconda guerra mondiale, la Shoah non sarebbe mai avvenuta» (p. 210).
La Shoah costituisce dunque la ragion d’essere dello Stato israeliano, sia perché esso vuole proteggere tutti gli Ebrei della diaspora dalle minacce dell’ “antisemitismo”, sicché «la Shoah serve da giustificazione ultima per la necessità di avere uno Stato d’Israele»; sia perché esso «costituisce una riparazione in rapporto alla Shoah» (p. 212).
Al riguardo Rabkin scrive:
«La Shoah ha permesso allo Stato d’Israele di ricevere riparazioni sostanziali dalla Germania, e, più tardi, da altri paesi trovati colpevoli di aver collaborato nell’attuazione della Shoah o di averne profittato. Nello spirito collettivo del mondo, lo Stato d’Israele sarebbe l’erede legittimo dei milioni di Ebrei sterminati. Ora, molti critici, haredim e liberali, recriminano che lo Stato d’Israele avrebbe profittato delle riparazioni tedesche in modo illegittimo, perché le vittime non avrebbero mai designato lo Stato d’Israele come loro successore. Le critiche giudaiche mettono parimenti in guardia contro coloro che organizzano campagne miranti a ottenere l’indennizzo delle banche svizzere o di altre terze parti. L’aggressività degli avvocati ebrei che conducono queste campagne preoccupano gli haredim, che rifiutano ogni manifestazione di orgoglio e di combattività e temono che questa affermazione collettiva e pubblica degli “interessi ebraici” provochi un cambiamento di atteggiamento contro gli Ebrei»(p. 217).
All’idea di riparazione è strettamente legata quella di ricatto: poiché, come dichiarò un parlamentare israeliano, perfino gli amici degli Ebrei si astennero dal dare alle future vittime dei campi della morte un aiuto sostanziale, «tutto il mondo libero, soprattutto ai nostri giorni, deve dimostrare il suo pentimento […] procurando a Israele un aiuto diplomatico, difensivo ed economico»(p. 213).
Rabkin spiega:
«Questa citazione, tratta da un’analisi politica effettuata dai sionisti nazional-religiosi in Israele piuttosto che da un’opera polemica, come quella di Norman Finkelstein, indica che l’uso ideologico e politico della Shoah è abituale e consueto e implica una manipolazione del senso di colpa su scala collettiva.
Gli usi della Shoah da parte dello Stato d’Israele sono molteplici. La Shoah serve da decenni da strumento persuasivo della politica estera di Israele che arriva persino a soffocare le critiche contro di esso e a suscitare una simpatia per lo Stato, presentato come l’erede collettivo di sei milioni di vittime»(p. 213) .
Lo scrittore israeliano Amos Oz si oppone a quest’uso ideologico della Shoah descrivendolo sarcasticamente così:
«Le nostre sofferenze ci hanno procurato indulgenze, una sorta di carta bianca morale. Dopo tutto quello che questi sporchi gojim (non-Ebrei) ci hanno fatto, nessuno di essi ha il diritto di insegnarci la morale. Noi, d’altra parte, abbiamo carta bianca, perché siamo stati vittime e abbiamo sofferto tanto. Una volta vittima, [si resta] sempre vittima, e questo stato di vittima fornisce a colui che lo detiene una esenzione morale» (p. 213).
In tale contesto anche l’accusa di “antisemitismo” ha una sua precisa funzione:
«I sionisti affermano che ogni critica al sionismo e ogni tentativo di delegittimare lo Stato d’Israele costituiscono in sé un atto di antisemitismo. Così, essi danno ragione a coloro che, primi tra i critici del sionismo, avvertivano, sin dalla fine del XIX secolo, che l’istituzione di uno Stato per gli Ebrei non avrebbe eliminato l’antisemitismo, ma, al contrario, avrebbe messo gli Ebrei in pericolo, intensificando e concentrando l’odio verso l’Ebreo»(p. 217).
Nella prospettiva degli haredim, «la fondazione d’Israele costituisce una violazione dell’ordine universale e meriterebbe dunque una punizione», una punizione apocalittica: «una distruzione totale, assoluta e repentina aspetterebbe lo Stato d’Israele», operata direttamente da Dio, e tale che, alla venuta del Messia, resterebbero solo settemila Ebrei in Terra d’Israele (p. 218).
La terza interpretazione della Shoah, quella della storiografia olocaustica, è invece ideologico-propagandistica. Come ho rilevato altrove, essa nacque nelle aule dei tribunali dei Vincitori come strumento bellico contro i Vinti. Al processo di Norimberga, che ne fissò i cardini, il procuratore generale degli Stati Uniti J. R. H. Jackson, nel corso dell’udienza del 26 luglio 1946, dichiarò candidamente:
«Gli Alleati si trovano tecnicamente ancora in stato di guerra con la Germania, sebbene le istituzioni politiche e militari del nemico siano infrante. In quanto Corte di Giustizia Militare, questa Corte di Giustizia costituisce una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Unite»([1]).
La ricostruzione storica proposta dal Tribunale, che divenne poi la storiografia olocaustica, costituiva dunque «una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Unite» per infrangere le istituzioni ideologiche e culturali della Germania, cosa poi attuata praticamente con la cosiddetta «rieducazione» (Umerziehung).
Fin dall’inizio, dunque, gli obiettivi e le finalità della nascente storiografia olocaustica furono pertanto completamente estranei all’accertamento della verità: essa non si può definire storiografia, ma, al più, un tentativo di “storicizzazione” della propaganda di guerra.
Resta infine un’ultima interpretazione, quella revisionistica, che non si cura né di teologia, né di ideologia, né di propaganda, ma di storia e di metodologia storiografica.
Un colpa gravissima e inammissibile, in questo contesto.

Carlo Mattogno


([1]) Protocolli delle udienze del processo di Norimberga, edizione tedesca, vol. XIX, p. 440.

martedì 26 gennaio 2010

Il campo di Chelmno tra storia e propaganda

IL CAMPO DI CHELMNO TRA STORIA E PROPAGANDA

Di Carlo Mattogno

La storiografia olocaustica asserisce che, oltre ad Auschwitz, esistettero due campi di sterminio parziale (dove soltanto una esigua percentuale di deportati sarebbe stata gasata), Majdanek e Stutthof, e quattro di sterminio totale (in cui tutti i deportati sarebbero stati gasati in massa): Treblinka, Bełżec, Sobibór e Chełmno.
Finora Jürgen Graf ed io ne abbiamo studiati tre:
Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003, 316 pagine;
KL Stutthof. Il campo di concentramento di Stutthof e la sua funzione nella politica ebraica nationalsocialista. Effepi, Genova, 2003, 161 pagine;
Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, 365 pagine;
Da solo mi sono poi occupato di un altro:
Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006, 191 pagine (con il complemento Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp
http://ita.vho.org/BELZEC_RISPOSTA_A_MUEHLENKAMP.pdf).
La lacuna su Sobibór sta per essere colmata. Uno studio su questo campo apparirà in edizione americana tra qualche mese.
La mia opera su Chełmno è l’oggetto di questa presentazione.
Il campo di Chełmno tra storia e propaganda (Effepi, Genova, settembre 2009, € 25) conta 228 pagine, di cui 196 di testo, con 27 documenti e fotografie, con oltre 400 note, più di 70 fonti bibliografiche, di cui una ventina polacche. Riporto alla fine l’indice per dare un’idea dei temi che vi sono trattati.
A differenza di tutti gli altri campi menzionati sopra, a Chełmno, stranamente, non sarebbero state impiegate a scopo di sterminio camere a gas fisse, bensì “autocarri di gasazione”, “Gaswagen”, in cui le vittime, si dice, venivano uccise in un cassone chiuso ermeticamente dai gas di scarico del motore.
Tale termine però non appare nei documenti olocaustici (che parlano di “autocarri speciali”: Sonder-Wagen, Sonderfahrzeugen, Spezialwagen, SWagen), essendo infatti la contrazione di Generatorgaswagen, autocarri a gasogeno, che circolarono comunemente negli anni Trenta e Quaranta non solo in Germania, ma anche in Italia. Questi veicoli erano dotati di un gasogeno a carbone o a legna in cui si produceva una miscela gasosa di ossido di carbonio molto ricca, tra il 18 e il 35%, mentre un motore a benzina, con un’opportuna manomissione del carburatore, poteva arrivare al 12%. Perciò i Generatorgaswagen sarebbero stati un’arma perfetta. Data la quantità e l’accuratezza degli studi tecnici che esistevano in Germania sull’argomento, queste erano conoscenze elementari. Tuttavia l’Istituto tecnico-criminale (das Kriminaltechnische Institut o KTI) nell’Ufficio centrale di sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt), presuntamente incaricato della progettazione dei “Gaswagen”, non avrebbe preso neppure in considerazione questa soluzione tecnica facile ed efficace.
Ma si sa, per gli olo-storici i Tedeschi erano dei perfetti imbecilli.
Ad Auschwitz, pur disponendo della tecnologia più avanzata al mondo in fatto di camere a gas di disinfestazione a Zyklon B (il sistema Degesch-Kreislauf), che includeva anche tunnel di gasazione per treni, per il presunto sterminio i dirigenti SS si sarebbero accontentati di strutture primitive, spesso neppure dotate di ventilatori per evacuare rapidamente la miscela gasosa.
Nei campi orientali (Treblinka, Bełżec, Sobibór) si sarebbero affidati a vecchi motori russi Diesel (nei primi due) o a benzina (nel terzo), che si guastavano in continuazione, perché evidentemente il bilancio del Terzo Reich non consentiva l’acquisto di motori tedeschi nuovi; sicché, in caso di avaria, i comandanti dei campi, se non volevano chiedere i pezzi di ricambio a Stalin, dovevano far catturare intatto un veicolo russo col medesimo motore.
Il capitolo 1 esamina la ricostruzione olocaustica dell’origine dei “Gaswagen” e dimostra che essa si basa esclusivamente su testimonianze del dopoguerra di cui è impossibile verificare l’attendibilità, visto che al riguardo non esiste alcun documento, e su congetture arbitrarie. La conclusione è che, su questo tema, la storiografia olocaustica documentariamente, non sa nulla e non può dire nulla.
Il capitolo 2 mostra che, per questa storiografia, anche al vertice del Terzo Reich regnava la stupidità e la schizofrenia. Il presunto Führerbefehl, l’ordine di sterminio, sarebbe stato eseguito non solo con due soluzioni tecniche diverse – Zyklon B e ossido di carbonio –, ma attraverso due diverse vie gerarchiche: da un lato la trafila Hitler – Cancelleria del Führer – Istituto tecnicocriminale – eutanasia – “Gaswagen” – Chełmno e presunti campi di sterminio orientali; dall’altro la trafila Hitler – Himmler – Eichmann – Höss – Auschwitz – Majdanek.
Ma nei campi orientali, inspiegabilmente, sarebbero state impiegate camere a gas fisse funzionanti con gas di scarico di motori, e non “Gaswagen”: perché? Al riguardo la storiografia olocaustica non sa che cosa rispondere.
Quanto ad Auschwitz, Himmler avrebbe affidato ad Eichmann l’incarico di trovare un gas appropriato per il futuro sterminio in massa, ma il poveretto, dopo quattro mesi, non sapeva ancora dove sbattere la testa, sebbene la Germania fosse all’epoca all’avanguardia nel campo della chimica e dei gas tossici. Nel corso della prima guerra mondiale ne erano stati usati di ogni tipo da entrambi gli schieramenti, incluso l’acido cianidrico (il principio attivo dello Zyklon B) e di ciascuno si conoscevano perfettamente le caratteristiche chimiche, fisiche e tossicologiche. Ma siccome anche Eichmann era un perfetto imbecille, non consultò nessuno degli innumerevoli manuali che li descrivevano, non si rivolse né a chimici, né a medici, né a tossicologi SS, sicché l’“arma del crimine”, lo Zyklon B, sarebbe stata scoperta casualmente ad Auschwitz da un semplice capitano SS e poi impiegato su larga scala.
C’è poi la “missione” Rudolf Höss, il primo comandante di Auschwitz, inviato a Treblinka dieci mesi prima che questo campo fosse aperto per studiarvi il metodo di sterminio locale e, avendo accertato che non era “molto efficiente, ad Auschwitz ripiegò sullo Zyklon B. C’è anche la “missione” di Kurt Gerstein, il quale, essendo stato inviato dal Reichssicherheitshauptamt a Bełżec nell’agosto 1942 per sostituire l’inefficiente sistema di uccisione dei gas di scarico con quello dell’acido cianidrico (ed essendosi per questo portato dietro un pericoloso carico di acido cianidrico in bottiglie (!), invece dei sicuri barattoli di Zyklon B, che anzi avrebbe potuto tranquillamente requisire a Lublino-Majdanek senza dover passare per la fabbrica di Kolin), non fece nulla e, sebbene la sua “missione” fosse un segreto di Stato, tornato a Berlino non fece rapporto a nessuno e nessuno gli chiese nulla. Talché i campi orientali continuarono a funzionare tranquillamente con questo sistema inefficiente.
Il capitolo 3 dimostra che la costruzione del campo di Chełmno non aveva relazione col fantomatico ordine di sterminio ebraico, ma con la politica nazionalsocialista di deportazione all’Est.
Nel capitolo 4 vengono discusse le prove della presenza di “Gaswagen” a Chełmno. Vi si dimostra l’inconsistenza dell’unico documento addotto al riguardo e anche il fatto che l’unica fotografia di un “Gaswagen” attestato in questo campo non era di un “Gaswagen”, ma di un mezzo di disinfestazione o di trasporto dei detenuti. In base alla solita stupidità congenita che gli olo-storici attribuiscono ai Tedeschi, le alte gerarchie del Reich, oltre ad autocarri Saurer, una ditta svizzera che però aveva una filiale a Vienna, avrebbero impiegato per la fabbricazione di “Gaswagen” autocarri Diamond, una ditta americana che, dopo Pearl Harbor, ossia dalla presunta entrata in funzione di Chełmno, ovviamente non fornì più alla Germania né autocarri né pezzi di ricambio.
Il capitolo 5 indaga sul «primo sterminio sistematico di Ebrei nel Warthegau»(G. Aly), di cui però non si conosce la data né il modo in cui fu attuato. Risalendo alla fonte polacca, si scopre che in questo “sterminio” le SS operarono una “selezione” alla rovescia: uomini da 14 a 60 anni e donne da 14 a 50 anni: forse temevano di sterminare qualche ebreo inabile al lavoro? All’epoca infatti gli inabili al lavoro venivano mandati nel ghetto di Łódź.
Ma c’è anche una testimonianza dell’ottobre 1945: gli Ebrei furono costretti a spogliarsi e a scendere in una fossa il cui fondo era cosparso di calce. Poi le SS portarono un autocarro con tinozze piene d’acqua e, per mezzo di una pompa e dei tubi, innaffiarono d’acqua le vittime, che furono divorate dalla calce viva. Un sistema di uccisione molto originale, degno del sadismo delle SS, che, insieme alla stupidità, è un’altra loro prerogativa olocaustica.
Il capitolo 6 analizza il primo rapporto su Chełmno, redatto da un sedicente ex detenuto, “Szlamek”, che era fuggito il 19 gennaio 1942. Ne vengono messe in luce le assurdità e le contraddizioni, che lo relegano nella sfera della propaganda. Particolarmente istruttiva è la descrizione del funzionamento di un “Gaswagen”: nella cabina di guida c’era un “apparato del gas” munito di pulsanti e collegato a due tubi che correvano sul fondo del cassone e per far affluire il gas nel cassone bastava premere un pulsante. Forse il “genio tecnico tedesco” (a seconda delle necessità, gli olo-storici considerano i Tedeschi degli imbecilli o dei geni, come ad esempio per quanto riguarda la costruzione di forni crematori dalle capacità forse olocausticamente “geniali”, ma tecnicamente assurde) aveva già ideato un sistema elettronico? Comunque per i testimoni successivi il procedimento divenne molto più grossolano: ad ogni uccisione bisognava avvitare manualmente il manicotto che collegava il tubo di scappamento al cassone.
Il capitolo 8 passa in rassegna criticamente le testimonianze di ex SS ed ex detenuti e dimostra che sono contraddittorie e prive di qualunque riscontro oggettivo.
Il capitolo 9 è dedicato al problema della cremazione dei cadaveri dei presunti gasati. Della “missione” di Paul Blobel a Chełmno per escogitare il sistema più adatto al fine di distruggere i corpi degli Ebrei fucilati dagli Einsatzgruppen (nel quadro della cosiddetta “azione 1005”), testimoni e giudici polacchi non sapevano nulla. Secondo il giudice istruttore W. Bednarz la cremazione iniziò nell’estate del 1942 in conseguenza di un’epidemia di tifo provocata dalle esalazioni dei cadaveri. Viene discussa la visita di Höss ai «Feldöfen Aktion Reinhard» (forni campali dell'Azione Reinhard), che non si trovavano a Chełmno e che non erano neppure forni crematori. Si dibatte inoltre sulla questione della «Knochenmühle» (macina per ossa), che era piuttosto una semplice «Kugelmühle» (macina a sfere).
Il capitolo 9 tratta dei forni crematori di Chełmno. Dalla descrizione dei testimoni risulta un tipo di impianto molto simile all’apparato Feist, un forno per la combustione delle carogne di animali morti di malattie contagiose ideato dal veterinario Georg Feist nella seconda metà dell’Ottocento. Dai risultati di esercizio di quest’impianto si desume che i due forni di Chełmno potevano avere una capacità di 180 cadaveri in 24 ore, un po’ pochino per un “campo di sterminio”.
Tuttavia gli scavi archeologici eseguiti nell’area del campo a partire dal 1986, che vengono esaminati nel capitolo 10, hanno riportato alla luce le rovine di un solo forno (l’impianto era una fossa a forma di tronco di piramide rovesciato rivestita di mattoni refrattari con un focolare in basso e un canale per apporto dell’aria di combustione e la rimozione delle ceneri). Il risultato delle indagini archeologiche si rivela in contrasto con le testimonianze anche per altri aspetti.
Il numero delle vittime del campo, cui è dedicato il capitolo 11, come in tutti gli altri “campi di sterminio”, ha subìto una revisione più che drastica: da 1.300.000 della Commissione Centrale di indagine sui crimini tedeschi in Polonia e da 1.300.097 (quale ammirevole precisione!) del testimone Andrzej Miszczak, a 340.000 del giudice Bednarz, agli attuali 151.000 o 145.000.
Il capitolo 12 elenca i trasporti ebraici a Łódź e da lì a Chełmno. Vi si analizza chi e perché fu evacuato dal ghetto e si mostra che le fasce d’età dei detenuti esclusi dall’evacuazione non si conciliano troppo con la logica di sterminio degli inabili al lavoro: il 1° agosto 1943 il ghetto contava ancora 6.854 bambini fino a 9 anni e 1.400 anziani di oltre 65 anni. Il paragrafo 12.4 rientra nella saga della stupidità delle SS: dopo il settembre 1942, il campo rimase inattivo per sei mesi, ma fu smantallato solo il 7 aprile 1943 (non si chieda perché: non c’è risposta). Tuttavia bisognava pur gasare gli Ebrei rimasti nel ghetto di Łódź. Allora, all’inizio del 1944, le SS ricostruirono il campo, forni crematori inclusi, ma, dopo la gasazione di 10 trasporti ebraici con 7.170 persone, si resero conto che esso non aveva una capacità di sterminio sufficiente per attuare il programma di sterminio per il quale era stato ricostruito (perché, nella loro ottusa stupidità, dopo 9 mesi di gasazioni intensive, evidentemente le SS non sapevano ancora quale fosse la sua capacità di sterminio). Perciò dirottarono gli Ebrei del ghetto di Łódź su Auschwitz!
Il capitolo 13 esamina appunto tale questione. Vi si dimostra che l’evacuazione del ghetto era già cominciata, senza alcuna motivazione sterminatrice, nel marzo 1943 con l’invio di 1.600 Ebrei nelle fabbriche di armamenti di Skarżysko-Kamienna nei pressi di Radom. Non esiste alcuna prova che i 7.170 Ebrei summenzionati fossero stati inviati e gasati a Chełmno; il fatto che anche questi fossero quasi tutti abili al lavoro lascia presagire più un invio al lavoro che uno sterminio. Ciò è confermato dal fatto che, dei 65.000 Ebrei (cifra massima) deportati dal ghetto di Łódź nell’agosto 1944, ad Auschwitz giunsero non più di 22.500, di cui circa 11.500 Ebree furono poi ritrasferite a Stutthof. I restanti furono inviati in campi di lavoro del Reich.
Il capitolo 14 esamina due presunte attività di gasazione extra-ebraiche che avrebbero colpito zingari e bambini di Lidice. Per quanto riguarda i primi, nessuno documento menziona il loro invio a Chełmno. I documenti attestano soltanto che 4.363 zingari furono trasferiti dal ghetto di Łódź; che essi siano stati mandati a Chełmno è asserito soltanto da “Szlamek”, il quale però parla di 960 “gasati”. Ma gli olo-storici non badano a queste sottigliezze e li considerano tutti “gasati”. Fatto certamente indubitabile, con un “testimone oculare” di questo calibro.
La genesi della storia relativa ai bambini di Lidice è non meno istruttiva. Essa nacque come trasporto di bambini polacchi della regione di Zamość inviato a Chełmno nel 1943 che alla fine divenne un trasporto di bambini cecoslovacchi inviato a Chełmno nel 1942!
Nel capitolo 15 vengono esposte considerazioni sulla destinazione finale degli Ebrei che passarono per il campo.
Un’ultima osservazione. La “prima gasazione” a Chełmno sarebbe avvenuta l’8 dicembre 1941. Quest’affermazione, ripetuta in ogni scritto su questo campo, non ha il minimo fondamento documentario e neppure testimoniale. Risalendo la serie di citazioni incestuose, che rimandano sempre come fonte ad uno scritto precedente, si arriva ad un libro polacco pubblicato nel 1946. Vi si afferma che la “prima gasazione” ebbe luogo il 9 dicembre 1941. Finalmente un punto fermo. Propongo pertanto alla storiografia olocaustica di accettare questa data. La fonte è autorevolissima: il testimone Andrzej Miszczak. Quello che ha dichiarato 1.300.097 morti!

Una cosa è certa: per prendere sul serio le storielle che ci vengono propinate da olo-storici e olo-testimoni ci vogliono doti davvero non comuni di olo-credulità.
Che anche le menti più argute sfoggiano disinvoltamente per timore di essere tacciati di ­ – orrore! – “negazionismo”.


Indice

Introduzione
1. Origine dei “Gaswagen
2. Il presunto Führerbefehl e i sistemi di uccisione per attuarlo: Zyklon B contro CO
3. Genesi e significato dell'ordine di costruzione del campo di Chełmno
4. «Gaswagen» a Chełmno? Discussione delle prove
5. Il «primo sterminio sistematico di Ebrei nel Warthegau»
6. La prima testimonianza su Chełmno: il rapporto di «Szlamek»
6.1. Origine del rapporto
6.2. Caratteristiche generali del rapporto
6.3. Struttura e funzionamento di un «Gaswagen»
6.4. Le fosse comuni
7. I testimoni del dopoguerra
7.1. Le SS
7.2. I detenuti
7.2.1. Mordechai o Mordka o Mieczysław Żurawski
7.2.2. Shimon Srebrnik
7.2.3. Michał o Mordka Podchlebnik
7.2.4. Quanti e quali «Sonderwagen» furono in funzione nel 1944?
7.2.5. Il «Testamento» degli ultimi detenuti di Chełmno
8. La cremazione dei corpi delle presunte vittime
8.1. Lo scopo della cremazione
8.2. La presunta missione di Blobel a Chełmno
8.3. La visita di Höss ai «Feldöfen Aktion Reinhard» (forni campali dell'Azione Reinhard)
8.4. Höss visitò il campo di Chełmno?
8.5. «Knochenmühle» (macina per ossa) o «Kugelmühle» (macina a sfere)?
9. I “forni crematori” di Chełmno
9.1. Struttura e funzionamento
9.2. La capacità di cremazione dei forni e il fabbisogno di legna
9.3. Contraddizioni sull'attività dei forni crematori
9.4. I «forni crematori» di Chełmno e i “Feldöfen Aktion Reinhard
10. Scavi e ritrovamenti archeologici
10.1. Le indagini del giudice Bednarz e del Museo di Koniń
10.2. La pianta del campo
10.3. Le indagini eseguite negli anni 2003-2004
10.4. I risultati delle indagini
11. Il numero delle presunte vittime
12. I trasporti ebraici di evacuazione a Chełmno
12.1. I trasporti dal Warthegau al ghetto di Łódź
12.2. Le evacuazioni a Chełmno
12.3. Chi fu evacuato e perché?
12.4. Perché il campo cessò l'attività nell'aprile 1943? Perché la riprese nel 1944?
13. Le presunte gasazioni nel 1944: Chełmno e Auschwitz.
14. Il presunto sterminio degli Zingari e dei bambini di Lidice
14.1. Gli Zingari
14.2. I bambini di Lidice
15. La destinazione degli Ebrei evacuati
Conclusioni

lunedì 25 gennaio 2010

Come vennero ottenute le confessioni di Höss

Oggi, 25 Gennaio 2010, è il giorno dell'ottantunesimo compleanno del prof. Faurisson. Per festeggiarlo adeguatamente, pubblichiamo un suo importante testo del 1987 finora inedito in italiano. Tanti auguri, caro professore!

COME I BRITANNICI HANNO OTTENUTO LE CONFESSIONI DI RUDOLF HOESS, COMANDANTE DI AUSCHWITZ

di Robert Faurisson, 7 Maggio 1987


Rudolf Höss fu il primo dei tre comandanti alternatisi al comando del campo di concentramento di Auschwitz. Viene chiamato spesso “il comandante di Auschwitz” ed il grande pubblico conosce di lui degli scritti che sono stati pubblicati sotto il titolo Comandante ad Auschwitz: memoriale autobiografico. Egli è comparso dinanzi al TMI (Tribunale Militare Internazionale) in qualità di testimone, il 15 aprile 1946. La sua deposizione fece sensazione. Sbalordendo gli accusati e alla presenza della stampa del mondo intero, egli confessò i crimini più efferati che la Storia abbia mai conosciuto. Disse di avere ricevuto personalmente l’ordine di Himmler di sterminare gli ebrei. Egli stimava che ad Auschwitz fossero state sterminate tre milioni di persone di cui due milioni e mezzo tramite camere a gas omicide. Queste confessioni erano false. Gli erano state estorte con la tortura. Si è dovuto attendere il 1983 per conoscere l’identità dei torturatori, e la natura delle torture inflittegli.

Il nucleo stesso delle confessioni di Rudolf Höss è costituito da quattro documenti che, in ordine cronologico, sono i seguenti:

1) Una deposizione scritta firmata il 14 marzo (o il 15 marzo?) del 1946 alle ore 2.30 del mattino: si tratta di un testo dattiloscritto di 8 pagine, redatto in tedesco; io non credo che in tempi normali una sola corte giudiziaria di un qualsiasi paese democratico accetterebbe di prendere in considerazione queste pagine, prive d’ogni intestazione, di qualsiasi referenza amministrativa stampata e formicolanti di correzioni diverse, sia dattiloscritte che manoscritte, senza l’accompagnamento della minima nota, e senza alcun pro-memoria finale relativo al numero di parole corrette o soppresse. Höss ha firmato una prima volta dopo avere scritto: “14.3.46 ­– 2.30”. Poi ha rifirmato dopo due righe che avrebbero dovuto essere manoscritte, ma che invece sono dattilografate, e che dicono:

"Ho letto il testo surriportato; io confermo che esso corrisponde alle mie proprie dichiarazioni e che è la pura verità".

Seguono i nomi e le firme dei due testimoni: due sergenti britannici. Uno non menziona la data mentre l’altro indica quella del 15 marzo. Viene infine la firma di un capitano della 92° sezione di Sicurezza militare in campagna, che certifica che i due sergenti sono stati presenti per tutta la durata della procedura in cui il prigioniero Rudolf Höss ha reso volontariamente la sua deposizione. La data à quella del 14 marzo 1946. Nulla indica il luogo!

Il numero di classificazione attribuito dagli Alleati a questo documento è NO-1210.

2) Una dichiarazione fatta sotto giuramento (in inglese: affidavit) firmata il 5 aprile 1946, vale a dire 22 giorni più tardi. Si tratta d’un testo dattiloscritto di 2 pagine e mezza, redatte in inglese. Quest’ultimo punto è sorprendente. Höss ha dunque qui firmato una dichiarazione giurata, non nella sua lingua, ma in quella dei suoi carcerieri. La sua firma appare a tre riprese: dapprima in calce alle due prime pagine, poi, nella terza ed ultima pagina, dopo un testo di quattro righe, sempre in inglese, sempre dattiloscritte, e che dicono:

"Io capisco l’inglese, lingua in cui è redatto il testo sopra scritto. Ho deposto secondo il vero; ho rilasciato questa dichiarazione volontariamente e senza costrizioni; dopo avere riletto la mia deposizione, l’ho firmata e certificata, a Norimberga, Germania, il 5° giorno d’aprile".

Segue la firma del tenente colonnello Smith W. Broockhart dopo la formula:

"Dopo aver prestato giuramento e firmato in mia presenza, il 5° giorno dell’aprile 1946, a Norimberga, Germania".

Per quanto attiene alla forma, questo testo è, se possibile, ancor meno accettabile del precedente. In particolare, delle intere righe sono state aggiunte in lettere maiuscole manoscritte, alla maniera inglese mentre altre sono state biffate da un tratto di penna. Non vi è alcuna sigla in margine a queste correzioni, né nessun pro-memoria, alla fine del documento, sul numero delle parole annullate.

Il numero di classificazione che gli Alleati hanno dato a questo documento è PS-3868.

Per dissimulare il fatto che Höss aveva firmato una deposizione giurata che era scritta in inglese mentre avrebbe dovuto essere nella sua lingua, vale a dire in tedesco, e per far sparire le cancellature, le aggiunte e le correzioni, ecco la soperchieria che è stata utilizzata a Norimberga: il testo originale è stato ribattuto a macchina in bella copia, presentandolo come una translation, sottinteso dal tedesco all’inglese! Ma il truffatore andava troppo di fretta. Ha creduto che un’aggiunta manoscritta al paragrafo 10 (dovuta ad una mano inglese) fosse un’aggiunta alla fine del paragrafo 9. Il risultato di questo fraintendimento è che la fine del paragrafo 9 è stata resa totalmente incomprensibile.

Esistono perciò due documenti differenti posti sotto lo stesso numero PS-3868: il documento firmato da Höss e il remake. È il remake, altrimenti detto il falso grossolano, ad essere stato usato davanti al Tribunale di Norimberga. Un’opera storica che pretende di riprodurre il documento PS-3868 di Höss, riprodurrà, infatti, il remake, ma sopprimendo senza dirlo la fine del paragrafo 9, come pure l’intero paragrafo 10 [i].


3) La deposizione orale, così spettacolare, che ho già menzionato, e che venne fatta davanti al Tribunale Militare Internazionale il 15 aprile 1946, ovvero dieci giorni dopo la redazione del documento PS-3868. Paradossalmente, fu un avvocato della difesa a richiedere la comparizione di Höss: Kurt Kauffmann, difensore di Ernst Kaltenbrunner, con l’evidente intenzione di dimostrare che il responsabile del presunto sterminio era Himmler e non Kaltenbrunner. Quando venne il turno del rappresentante del pubblico ministero (in quella circostanza, il procuratore aggiunto americano, colonnello Harlan Amen) di interrogare Höss, egli finse di dare letture della deposizione firmata da quest’ultimo e, in realtà, leggeva degli estratti dal remake. Harlan Amen usò un pretesto per non leggere il paragrafo 9 (e, allo stesso tempo, il paragrafo 8). Interrompendosi dopo la lettura d’ogni frammento, egli chiedeva ad Höss se questo era quanto aveva dichiarato. Ricevette in tutto e per tutto le seguenti risposte:

"Jawohl. Jawohl. Jawohl. Ja, es stimmt". [Una risposta di due righe (contenente una enormità, vale a dire che gli ebrei ungheresi sarebbero stati uccisi ad Auschwitz a partire dal 1943, mentre il primo convoglio di questi ebrei non vi era giunto che il 2 maggio del 1944).] "Jawohl. Jawohl. Jawohl". [Una risposta di una riga.] "Jawohl. Jawohl"[ii].

Normalmente vi sarebbero state cento domande da porre su questo sterminio e su queste camere a gas, vale a dire su un crimine e sullo strumento di un crimine, senza precedenti nella Storia, ma nessuno fece quelle domande. In particolare, il colonnello Amen non sollecitò nessuna precisazione e nessun complemento di dettaglio, al testo veramente raccapricciante di cui quel giorno dava lettura alla presenza dei giornalisti, che il giorno dopo, avrebbero fatto i titoli cubitali dei loro giornali.

4) I testi raggruppati in genere sotto il titolo Comandante ad Auschwitz.

Höss avrebbe scritto questi testi a matita sotto la sorveglianza dei suoi carcerieri comunisti polacchi, nel suo carcere di Cracovia, mentre era in attesa del suo processo. Fu condannato a morte il 2 aprile 1947 ed impiccato 14 giorni dopo nel campo di concentramento di Auschwitz. Si è dovuto attendere il 1958, vale a dire 11 anni, per veder pubblicare in tedesco ciò che si può chiamare le sue memorie. La pubblicazione venne fatta dallo storico tedesco Martin Broszat senza alcun rispetto per i metodi di routine nelle pubblicazioni scientifiche. Broszat è giunto a sopprimere dei frammenti che avrebbero fatto troppo chiaramente apparire che Höss o i suoi padroni polacchi avevano proferito delle enormità, il che era dannoso per la veridicità dell’insieme dei suoi racconti.

I quattro documenti che ho appena enumerato stanno in uno stretto rapporto di filiazione. Osservandoli da vicino, non mancano le contraddizioni nei loro rispettivi contenuti, ma, per l’essenziale, essi si confermano. Le otto pagine del NO-1210 sono in un certo senso riassunte nelle 2 pagine e quarto del PS-3868; quest’ultimo ha servito come documento centrale nella deposizione orale davanti al Tribunale Militare Internazionale; infine, le memorie scritte a Cracovia coronano il tutto. La base e la matrice sono dunque il documento NO-1210. Ne riparlerò.

Rivelazioni di Höss in Polonia, sulla sua prima confessione
(doc. NO-1210 del 14 o 15 marzo
1946)

In Germania la guerra finì l’8 maggio del 1945. Höss cadde nelle mani dei Britannici, che lo imprigionarono in un campo per SS. Nella sua qualità di agronomo professionista, egli ottenne una liberazione anticipata. I suoi guardiani ignoravano in quel momento l’importanza della loro preda. Un ufficio del lavoro lo collocò come operaio agricolo in una fattoria vicina a Flensburg, non lontano dalla frontiera con la Danimarca. Vi restò otto mesi. La polizia militare lxo ricercava. La sua famiglia, con cui la quale era riuscito a mantenere il contatto, era strettamente sorvegliata e sottoposta a frequenti perquisizioni. Nelle sue memorie Höss racconta le circostanze del suo arresto e ciò che ne seguì. Il trattamento che egli subì fu particolarmente brutale. A prima vista ci si meraviglia che i Polacchi abbiano permesso ad Höss di fare queste rivelazioni sulla polizia militare britannica. Ma riflettendo, si scopre che essi hanno potuto essere guidati da più d’uno dei seguenti motivi:

- il desiderio di dare a questa confessione un’apparenza di sincerità e veracità;

- l’intenzione di provocare, nel lettore, una comparazione, vantaggiosa per i comunisti polacchi, tra i loro metodi e quelli britannici; Höss dirà, in effetti, più tardi che, nella prima parte della sua detenzione a Cracovia, i suoi carcerieri mancò poco lo “finissero” fisicamente e soprattutto moralmente ma che, in seguito, lo trattarono “con tanta comprensione e una tale umanità” che egli acconsentì a scrivere le proprie memorie;

- la necessità di fornire una spiegazione a certe assurdità contenute nel testo (NO-1210) che i poliziotti britannici avevano fatto firmare ad Höss, una delle quali consisteva nell’avere inventato l’esistenza di un “campo di sterminio” in un luogo che non è mai esistito su alcuna carta geografica della Polonia: “Wolzek presso Lublin”; la confusione con Belzec non è ravvisabile poiché Höss parla anche di ben tre campi: “Belzek (sic)”, “Tublinka (sic)” e “Wolzek presso Lublino”. Più oltre, Treblinka verrà scritta con la corretta grafia. Notiamo, di passaggio, che i campi di Belzec e Treblinka non esistevano ancora all’epoca (giugno 1941) in cui Himmler, secondo Höss, gli avrebbe detto che essi già funzionavano come “campi di sterminio”.

Ecco in quali termini Höss racconta in seguito il suo arresto da parte dei Britannici, la sua firma del documento che diverrà il NO-1210, il suo trasferimento a Minden am Weser dove il trattamento che egli subì fu ancora peggiore, il suo soggiorno nella prigione del tribunale di Norimberga e, infine, la sua estradizione in Polonia.

"L’11 marzo del 1946, alle ore 23, vennero ad arrestarmi.

"Due giorni prima di questa data, la mia fiala di veleno s’era rotta.

"Svegliato di soprassalto, pensai d’essere stato attaccato dagli scassinatori, che erano allora molto numerosi nella regione; non fecero dunque nessuna fatica ad arrestarmi. Il trattamento che io subì da parte della Field Security Police non fu affatto particolarmente clemente.

"Mi portarono a Heide e mi ritrovai per caso nella stessa caserma da cui gli Inglesi m’avevano liberato otto mesi prima.

"Il mio primo interrogatorio fu “toccante” nel senso esatto del termine. Ho firmato il processo verbale, ma ignoro cosa esso contenesse: l’alternanza dell’alcool e del frustino era troppo intensa, anche per me. Il frustino era di mia personale proprietà: esso si trovava per caso nei bagagli di mia moglie. Non credo di aver colpito con esso il mio cavallo, e di certo non i detenuti. Ma l’uomo che mi interrogava pensava probabilmente che me ne servissi per colpire i prigionieri per giornate intere.

"In capo ad alcuni giorni, fui condotto a Minden am Weser, centro degli interrogatori della zona inglese. Là ho subito un trattamento ancora più brutale da parte del procuratore militare, un comandante inglese. Il regime del carcere in cui mi vidi rinchiuso corrispondeva al suo atteggiamento.

"Alla fine di tre settimane, fui bruscamente condotto dal barbiere che mi rasò la barba e mi tagliò i capelli; mi si autorizzava anche a lavarmi. Dal mio arresto era la prima volta che mi levavano le manette.

"Il giorno seguente, fui portato in una vettura speciale a Norimberga, in compagnia d’un prigioniero di guerra che era stato portato da Londra come testimone a discarico per Fritzsche [iii]. Dopo le mie esperienze precedenti, il mio soggiorno nella casa di pena mi fece l’effetto d’una cura in sanatorio. Mi trovavo nello stesso padiglione dei principali accusati e li potevo vedere costantemente quando li conducevano in tribunale. Dei rappresentanti di tutti i paesi alleati venivano quasi tutti i giorni a fare un giro nella nostra prigione: ogni volta mi si mostrava come una “bestia feroce” particolarmente curiosa.

"Mi si era fatto venire a Norimberga come testimone a discarico di Kaltenbrunner, su richiesta del suo difensore. Fino ad oggi, non sono mai riuscito a capire perché fra tutti gli altri, abbiano scelto proprio me per questo ruolo.

"Le condizioni del mio soggiorno erano eccellenti sotto tutti gli aspetti: disponevamo di una grande biblioteca e potevo impiegare nella lettura tutto il mio tempo. Ma gli interrogatori erano davvero molto penosi: non mi s’infliggevano sevizie, ma la pressione morale era assai dura da sopportare. Non posso volerne ai miei giudici: essi erano tutti ebrei.

"Sono questi ebrei desiderosi di sapere tutto che mi hanno disseccato psicologicamente. Essi non lasciavano sussistere alcun dubbio sulla sorte che ci attendeva.

"Il 25 maggio, anniversario del mio matrimonio, fui condotto con Bihler [sic per Bühler] e von Burgsdorf all’aerodromo dove mi si riconsegnò a degli ufficiali polacchi. Un aereo US ci trasportò, via Berlino, a Varsavia" [iv].


Rivelazioni, nel 1983,
sui torturatori
britannici di R. Höss

I revisionisti hanno dimostrato, da parecchio tempo, che le diverse confessioni di Rudolf Höss presentano errori così grossolani, delle insensatezze e delle impossibilità d’ogni natura, tali che non è più possibile accordare loro il credito che i giudici di Norimberga e quelli di Cracovia, come pure degli storici d’accatto, avevano loro concesso, senza una preventiva analisi del loro contenuto e delle circostanze in cui queste confessioni erano state ottenute.

Secondo ogni verosimiglianza, Höss era stato torturato da dei britannici della 92a Field Security Section. Ma occorreva una conferma a questa ipotesi. La conferma venne con la pubblicazione di un libro inglese che conteneva il nome del principale torturatore (un sergente britannico d’origine ebraica), e che descriveva le circostanze dell’arresto di R. Höss ed anche quelle del suo interrogatorio di terzo grado.

Il libro è di Rupert Butler. È stato pubblicato nel 1983 (Hamlyn Paperbacks). R. Butler è l’autore di altre tre opere: The Black Angels, Hand of Steel e Gestapo, pubblicati presso lo stesso editore. Il libro che ci interessa è intitolato Legions of Death. La sua ispirazione è antinazista. Butler dice che, per questo libro, ha compiuto delle ricerche presso l’Imperial War Museum di Londra, l’Institute for Contemporary History (Wiener Library) ed altre istituzioni altrettanto prestigiose. All’inizio del suo libro, egli esprime la sua gratitudine a queste istituzioni e, inoltre, a due persone, una delle quali è un “ebreo” di nome Bernard Clarke “che catturò Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz” e di cui egli cita alcuni frammenti degli scritti od anche delle dichiarazioni registrate.

Bernard Clarke non prova alcun rimorso ma, al contrario, prova una certa orgogliosa fierezza d’avere torturato un “nazista”. Rupert Butler, nemmeno lui, vede in ciò alcun male. Né l’uno né l’altro misurano l’importanza delle loro rivelazioni. Nessuno di loro capisce l’importanza delle proprie rivelazioni. Essi dicono che Höss è stato arrestato l’11 marzo del 1946 e che ci sono voluti tre giorni di torture per ottenere “una dichiarazione coerente”. Essi non si rendono affatto conto che questa pretesa “dichiarazione coerente” non è altro che la confessione, davvero folle, che è stata firmata dalla loro vittima ansimante, il 14 o il 15 marzo del 1946 alle ore 2 e 30 del mattino e che andava a sigillare definitivamente la sorte di Höss ed a segnare per sempre la storia del mito di Auschwitz, preteso luogo alto dello sterminio degli ebrei, in particolare grazie all’impiego delle altrettanto pretese camere a gas omicide.

L’11 marzo 1946, B. Clarke e cinque altri specialisti dell’informazione, in uniforme britannica, per la maggior parte d’alta statura e aspetto minaccioso, penetrarono nel domicilio della Signora Höss e dei suoi bambini. I sei uomini, ci viene detto, sono tutti “esperti nelle più sofisticate tecniche di inquisizione in interrogatori sostenuti e spietati”. Clarke si mise ad urlare:

"Se non ci dite dov’è [vostro marito], vi consegneremo ai Russi che vi sbatteranno davanti ad un plotone di esecuzione, e vostro figlio andrà in Siberia" [v].

La S.ra Höss cedette e rivelò, dice Clarke, l’ubicazione della fattoria dove suo marito era nascosto. Essa rivelò anche il suo falso nome: Franz Lang. E Clarke aggiunge:

"Una appropriata intimidazione esercitata sul figlio e sulla figlia produssero delle informazioni identiche".

Il sergente ebreo e i cinque altri specialisti nell’interrogatori di terzo grado partirono allora alla ricerca di R. Höss, che sorpresero in piena notte, nascosto in un angolo della stanza che serviva da macello alla fattoria.

"Höss lanciò un grido alla semplice vista delle uniformi britanniche. Clarke urlò: “Il tuo nome?”

"Ogni volta che la risposta era “Franz Lang”, Clarke colpiva con un pugno la faccia del prigioniero. Al quarto colpo Höss crollò e disse chi era.

"Immediatamente, questa confessione scatenò il disgusto dei sergenti ebrei venuti ad arrestarlo, i cui parenti erano morti ad Auschwitz in virtù d’un ordine firmato da Höss. Il prigioniero fu tirato giù dalla sua cuccetta e il pigiama gli venne strappato di dosso. Poi venne trascinato nudo verso una dei banchi da macello e là Clarke credette che colpi e grida non avrebbero avuto fine.

"In fin dei conti, l’ufficiale sanitario intervenne con insistenza presso il capitano: “Dite loro di fermarsi, o riporterete indietro un cadavere.” Una coperta fu gettata su Höss, che fu trascinato verso la vettura di Clarke, dove quest’ultimo gli versò nella gola una buona quantità di whisky. Allora Höss tentava d’addormentarsi, ma Clarke gli ficcò il proprio bastone di comando sotto le palpebre e gli ordinò in tedesco: “Tieni aperti i tuoi occhi di maiale, specie di porco!”

"Poi, per la prima volta, Höss presenta una giustificazione che dovrà poi ripetere spesso: “Io ricevevo i miei ordini da Himmler. Io sono un soldato come voi. Bisognava obbedire agli ordini.”

"Il gruppo fu di ritorno a Heide attorno alle tre del mattino. La neve stava ancora turbinando, ma ad Höss venne strappata di dosso la coperta, ed egli dovette attraversare completamente nudo il cortile della prigione, fino alla sua cella".

È così che Bernard Clarke rivela:

"Ci sono voluti tre giorni per ottenere [da Höss] una dichiarazione coerente".

È questa dichiarazione, ottenuta nelle condizioni già viste da alcuni bruti della Sicurezza militare britannica e sotto l’ispirazione del cervello malato del sergente interprete Bernard Clarke, che diverrà la prima confessione di Höss, la confessione primordiale repertoriata con il numero NO-1210. Una volta che il prigioniero torturato incominciò a parlare, Clarke dice che gli fu impossibile di fermarlo. E Clarke, non più consapevole nel 1982 o 1983 che in quei giorni del 1946 dell’enormità di ciò che egli ha forzato Höss a confessare, riporta allora una serie di orrori fittizi presentati qui come reali: Höss si mise in effetti a raccontare come, avendo dato fuoco ai mucchi di cadaveri, si raccoglieva (sic) il grasso che ne colava per riversarlo sui cadaveri (!). Egli valutava a due milioni il numero dei morti del solo lasso di tempo in cui egli era stato ad Auschwitz (!); le uccisioni raggiungendo perfino il numero di dieci mila vittime al giorno (!).

Clarke era incaricato della censura delle lettere indirizzate da Höss alla moglie e ai suoi bambini. Tutte le polizie del mondo sanno che questa autorizzazione di scrivere alla famiglia costituisce un’arma psicologica. Per far cantare il prigioniero talvolta è sufficiente sospendere o sopprimere questa autorizzazione. Clarke fa un’interessante osservazione sul contenuto delle lettere di Höss; ci confida:

"Talvolta il boccone era duro da ingoiare. C’erano due uomini in quest’uomo. Uno era brutale e privo di riguardi per la vita umana. L’altro era tenero ed affettuoso" [vi].

Rupert Butler termina il suo racconto dicendo che Höss non cercò più di negare o di sfuggire alle sue responsabilità. Sta di fatto che al processo di Norimberga Höss si comportò con un’“apatia schizoide”. L’espressione è dell’ebreo americano G. M. Gilbert, lo psicologo della prigione incaricato della sorveglianza psicologica dei prigionieri, in relazione con il pubblico ministero americano. Si è ben disposti a credere che R. Höss fosse “scisso in due”! Aveva l’aria di uno straccio perchè lo si era reso uno straccio. “Apatico”, dice Gilbert alla pagina 229 del suo libro (Nuremberg Diary, 1947); “apatico”, ripete alla pagina seguente; “apatia schizoide”, scrive a pag. 239.

Al termine del suo stesso processo, a Cracovia, Höss accolse la sentenza di morte con apparente indifferenza. Rupert Butler osserva a questo proposito:

"[Höss] s’era fatta l’opinione che gli Alleati avevano ricevuto degli ordini e che non si poneva assolutamente in questione che questi ordini non venissero eseguiti" [vii].

Non si saprebbe dire meglio. R. Höss, al pari di migliaia di accusati tedeschi consegnati alla mercé di vincitori totalmente convinti del proprio buon diritto, aveva velocemente compreso che non vi era altra scelta che di sottostare alla volontà di questi giustizieri dell’Ovest o dell’Est.

Butler evoca in seguito rapidamente il caso di Hans Frank, anziano governatore di Polonia. Con lo stesso tono di soddisfazione morale, egli racconta le circostanze della cattura di costui ed il trattamento da lui subito.

"La celebrità del personaggio non fu d’alcun effetto sui due GI di colore che l’arrestarono e fecero il necessario perché fosse trasferito alla prigione municipale di Miesbach solo dopo essere stato picchiato selvaggiamente e poi gettato in un camion. Gli avevano gettato addosso una tela catramata, per nascondere le tracce più evidenti del trattamento che aveva subìto; Frank approfittò di questa copertura per recidersi l’arteria del braccio sinistro. Non si poneva certo la questione di lasciare che se la cavasse tanto facilmente: un ufficiale sanitario dell’esercito americano gli salvò la vita e Frank poté comparire dinnanzi al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga" [viii].

Hans Frank, come si sa, venne impiccato.

Rudolf Höss e Hans Frank non furono affatto i soli a subire dei trattamenti del genere. Tra i casi più celebri si conoscono quelli di Julius Streicher, di Hans Fritzsche, di Franz Ziereis, di Josef Kramer, di Oswald Pohl...

Ma il caso di Höss è, di gran lunga, il più grave per le sue conseguenze. Nessun documento prova, da parte dei Tedeschi, una politica di sterminio degli ebrei. Leon Poliakov ne convenne fin dal 1951:

"Per quel che concerne la concezione propriamente detta d’un piano di sterminio totale, i tre o quattro attori principali si sono suicidati nel maggio del 1945. Non è rimasto nessun documento, e può darsi che non sia mai esistito" [ix].

In assenza di qualsiasi documento, gli storici alla Poliakov si sono rivolti principalmente su delle confessioni dubbie come quelle di Kurt Gerstein o di Rudolf Höss, non senza modificarne i testi secondo quanto loro conveniva.

Bernard Clarke è “oggi un prospero uomo d’affari stabilitosi nel sud dell’Inghilterra”. Si può ben dire che è la sua voce, e il suo spirito malato, che si sono fatti sentire a Norimberga, il 15 aprile del 1946, quando il procuratore Amen diede lettura, frammento per frammento, ad un uditorio stupefatto e costernato, della pretesa confessione di R. Höss. Quel giorno prendeva davvero il volo una menzogna di dimensioni planetarie: la menzogna di Auschwitz. All’origine di questo prodigioso affare mediatico: alcuni sergenti ebrei della Sicurezza Militare Britannica, fra cui Bernard Clarke, “oggi un prospero uomo d’affari stabilitosi nel sud dell’Inghilterra [x]”.

La Testimonianza di Moritz von Schirmeister

Moritz von Schirmeister era stato, durante la guerra, il consigliere ed addetto stampa personale di Joseph Goebbels. Il 29 giugno del 1946 venne interrogato dinanzi al Tribunale Militare Internazionale in qualità di testimone a discarico di Hans Fritzsche. La sua deposizione fu particolarmente interessante per quel che concerneva la vera personalità del Dr Goebbels e l’atteggiamento dei servizi ufficiali tedeschi di fronte all’ondata di racconti d’atrocità riversata dagli Alleati sul conto dei campi di concentramento. Alla fine della guerra, Moritz von Schirmeister era stato arrestato dai Britannici ed internato in Inghilterra in un campo in cui era stato incaricato della “rieducazione” politica dei suoi camerati prigionieri. Per venire a testimoniare a Norimberga, fu dapprima trasferito in aereo da Londra in Germania. Venne posto sotto custodia a Minden am Weser, che era il centro principale degli interrogatori della Polizia militare britannica. Di là fu condotto in vettura (31 marzo - 1° aprile 1946) alla prigione di Norimberga. Nella stessa vettura si trovava R. Höss. Moritz von Schirmeister è precisamente quel “prigioniero di guerra che era stato portato da Londra come testimone a discarico di Fritzsche”, di cui parla Höss nelle sue “memorie” (vedi sopra). Grazie ad un documento che debbo alla compiacenza dell’Americano Mark Weber, che me ne ha rimesso copia nel settembre 1983 a Washington, documento di cui non sono ancora autorizzato a rivelare la fonte esatta, noi sappiamo che i due Tedeschi poterono conversare liberamente nella vettura che li portava a Norimberga. In questo documento, di un po’ più di due pagine, Moritz von Schirmeister riporta che a proposito delle accuse che pesavano su di lui R. Höss gli confidò:

"Gewiss, ich habe unterschrieben, daß ich 2 ½ Millionen Juden umgebracht habe. Aber ich hatte genausogut unterschrieben, daß es 5 Millionen Juden gewesen sind. Es gibt eben Methoden, mit denen man jedes Gestandnis erreichen kann – ob es nun wahr ist oder nicht" [xi].

Un’altra confessione firmata da R. Höss

I torturatori britannici di R. Höss non avevano alcuna ragione di scomodarsi. Dopo avergli fatto firmare il documento NO-1210 alle 2 e 30 del mattino del 14 o del 15 marzo 1946, ottennero da lui una nuova firma il 16 marzo, questa volta in calce ad un testo in inglese, redatto dalla mano d’un Inglese, con uno spazio bianco là dove avrebbe dovuto figurare il nome del luogo. Ci voleva tutto il cinismo, l’incoscienza e la scaltrezza ingenua dei suoi carcerieri per fargli firmare un semplice biglietto in cui si leggeva in inglese:

Dichiarazione resa volontariamente alla prigione di [passaggio in bianco] da Rudolf Höss, già comandante del campo di concentramento di Auschwitz il 16° giorno di marzo 1946.

“Io ho personalmente organizzato su ordini ricevuti da Himmler nel maggio 1941 la gasazione di due milioni di persone tra giugno-luglio 1941 e la fine del 1943, tempo durante il quale sono stato comandante di Auschwitz.”

Firmato:
Rudolf Höss,
SS-Stubhr.
Anziano Kdt. di Auschwitz-Birkenau

Anche la parola signed (“firmato”) è stata scritta da una mano inglese.

­– Conclusione

La “testimonianza” di Rudolf Höss è stata d’una importanza primordiale per gli storici che stanno difendendo la tesi dello sterminio degli ebrei e dell’esistenza, ad Auschwitz, di camere a gas omicide. Con la pubblicazione di Legions of Death da parte di Rupert Butler, questa “testimonianza” si inabissa definitivamente. Come dicevano gli storici revisionisti, Rudolf Höss ha reso questa testimonianza sotto tortura. L’ironia vuole che questa conferma della tesi revisionista sia stata apportata involontariamente da uno storico sterminazionista. Quest’ultimo certamente non sospettava l’importanza della sua scoperta, che è venuta a corroborare nell’ottobre 1986 una trasmissione televisiva britannica: Secret Hunters. (Vedi Mike Mason, “In a cell with a Nazi war criminal – We kept him awake until he confessed” [In cella con un criminale di guerra nazista – Noi l’abbiamo tenuto sveglio finché ha confessato], articolo nel giornale gallese Wrexam Leader, 17 ottobre 1986. [xii])

Note


[i] Vedi Henri Monneray, La Persécution des Juifs dans les pays de l’Est presentée à Nuremberg, Parigi, Editions du Centre de documentation juive, 1949, pp. 159-162.
[ii] IMG, XI, pp. 457-461.
[iii] Hans Fritzsche, incaricato della radio e della stampa al ministero dell’Educazione e della Propaganda dal 1938, assolto a Norimberga.
[iv] Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz (qui, dall’edizione francese: Le Commandant d’Auschwitz parle, Julliard [1959], 1970, pp. 248-250).
[v] R. Butler, Legions of Death, p. 235.
[vi] Id., p. 238.
[vii] Id., p. 238.
[viii] Id., p. 238-239.
[ix] L. Poliakov, Bréviaire de la haine : Le IIIe Reich et les juifs, Calmann-Levy, 1951, p. 171.
[x] R. Butler, op. cit., p. 235.
[xi] “Certamente, ho firmato che avevo ucciso due milioni e mezzo di ebrei. Ma avrei potuto firmare anche benissimo che erano stati cinque milioni. Vi sono appunto dei metodi per ottenere qualsiasi confessione – vera o meno che sia.”
[xii] Ecco un estratto dell’articolo in cui Ken Jones, soldato del Quinto Artiglieria Reale a Cavallo stanziato a Heide nello Schleswig-Holstein all’epoca, parlò di Höss [Nota del traduttore]:

“Lo portarono da noi quando rifiutava di rispondere alle domande sulla sua attività durante la guerra. Arrivò nell'inverno 1945-1946 e fu messo in una piccola cella nelle baracche”, si ricorda Sr Jones. Altri due soldati furono assegnati con Sr Jones per unirsi a Höss in modo di aiutare a stremarlo per l’interrogatorio. “Sedevamo in cella con lui, notte e giorno, armati con dei manici d’asce. Il nostro compito era quello di pungolarlo ogni volta che si addormentava per esaurirlo, fiaccare la sua resistenza”. Quando lo facevano uscire per esercizi, gli fu consentito di indossare, nel gran freddo, solo dei jeans ed una sottile camicia di cotone. Dopo tre giorni e tre notti senza sonno, Höss finalmente crollò e rese una piena confessione alle autorità.