giovedì 31 dicembre 2009

Le vignette del sito Zundel - VII

I NOSTRI MEDIA BARBONCINI[1]

Come si comporta un barboncino politicamente corretto?

Se lavori nei media, guarda bene – e sappi: hai una scelta.
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/poodle.html

mercoledì 30 dicembre 2009

Il Campo Antimperialista: una buona informazione

Segnalo volentieri ai lettori di questo blog il sito del Campo Antimperialista (http://www.campoantimperialista.it/ ) che costituisce una preziosa fonte di informazioni, specialmente in riferimento agli articoli di politica estera, di non comune equilibrio e preparazione.

Le vignette del sito Zundel - VI

CHIEDI SCUSA!!![1]

Se doveste rimanere incuriositi da quello che i revisionisti hanno scoperto sull’”Olocausto”, e se doveste iniziare a esprimere i vostri dubbi sulla versione hollywoodiana dell’”Olocausto” nelle nostre democrazie occidentali politicamente corrette, vi verrà chiesto di ravvedervi.

Continuate a vostro rischio – e sappiate che la Polizia del Pensiero sta proprio dietro l’angolo!
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/apologize.html

martedì 29 dicembre 2009

La pornografia olocaustica di Patrick Desbois

FALSO TESTIMONE: PADRE PATRICK DESBOIS E L’OLOCAUSTOIN UCRAINA

Di Stephan Gallant, Maggio 2009[1]

La miriade di uccisioni attribuite alle forze tedesche in Unione Sovietica – gli Einsatzgruppen e altri – ha giocato a lungo un ruolo secondario, rispetto alle presunte camere a gas, nella tesi che i tedeschi abbiano ucciso circa sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale. Di recente, tuttavia, le fucilazioni di massa a cui si attribuisce la morte di più di un milione di ebrei stanno ricevendo maggiore attenzione.

Negli ultimi anni Padre Patrick Desbois è stato molto ospitato sui media per i suoi sforzi di pubblicizzare certe apparenti fosse in Ucraina che a suo dire contengono i corpi di circa un milione e mezzo di ebrei massacrati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. All’inizio di Marzo, diversi revisionisti della zona di New York hanno avuto la possibilità di vedere il prete francese in persona alla New York Public Library, dove lui e il suo nuovo libro, The Holocaust by Bullets [L’Olocausto mediante pallottole][2] erano al centro dell’attenzione.

Traumatizza e impaurisci

Prima che Padre Desbois si mostrasse al centinaio circa di convenuti, in maggioranza (prevedibilmente) ebrei, è stato mostrato un video professionale che presentava la vicenda del prete francese. Lui e la sua squadra incrociano più volte la campagna ucraina, interrogano i testimoni, visitano i siti delle fosse, scoprono le cartuccere tedesche, e aprono almeno una fossa comune. Tutto indicava che quasi tutto il pubblico stesse assistendo con orrore reverenziale; certamente, la tesi del narratore secondo cui la posizione di alcuni scheletri, oltre sessant’anni dopo, mostrava che erano stati sepolti vivi non ha suscitato dubbi, tranne nella manciata di revisionisti presenti.

Poi ha fatto il suo ingresso Padre Desbois, accompagnato dal direttore della biblioteca Paul LeClerc. Desbois è un uomo tarchiato ed energico, che appare irlandese quanto basta, per via del nome, e che parla bene inglese (il suo forte accento raramente è stato un problema). Padre Desbois non ha tenuto una conferenza ma è stato intervistato da LeClerc, un esile studioso di Voltaire di circa sessant’anni. LeClerc gli ha fatto domande con un atteggiamento complice e appassionato, alla Charlie Rose[3], ma – come la maggior parte dei profani quando si occupano dell’Olocausto – ha mostrato una capacità di comprensione poco più che da neofita. Tutto ciò per Desbois era un bene, perché la forza di persuasione del suo shtick[4], che promuove vigorosamente da diversi anni, dipende dall’accettazione acritica di coloro che abbracciano il culto dell’Olocausto.

Così, LeClerc ha lanciato a Desbois domande facili, e per il resto si è comportato con deferenza. Desbois ha esposto le sue presunte scoperte, e ha rivelato qualcosa del suo “metodo”. Le sue risposte sono state abbastanza in linea con il suo libro. Da diversi anni viaggia in Ucraina in cerca di testimoni delle fucilazioni di massa degli ebrei da parte degli Einsatzgruppen e di altre unità tedesche – testimoni che possano condurlo alle fosse comuni. La sua rievocazione delle presunte testimonianze era piena di dettagli che puzzano di pornografia olocaustica, e che hanno suscitato gli ansiti e i piagnucolii del pubblico: bambini gettati in aria come bersaglio, vittime frequentemente sepolte vive, e fosse che tremano e si smuovono per giorni a causa degli spasmi dei corpi ancora in vita. Questo sacerdote non si è fatto scrupolo di raccontare la diceria di un “testimone” secondo cui, mentre scavava in una fossa comune sette giorni dopo la fucilazione, venne afferrato da una mano che era emersa dalla terra per afferrargli il badile.

I difetti metodologici diHolocaust by Bullets

Tuttavia, come accade con molta “storiografia” dell’Olocausto, evocare dettagli raccapriccianti aiuta ad oscurare il più concreto compito di stabilire quello che è davvero accaduto. In realtà, per quelli che si sono presi il disturbo di leggere attentamente il celebrato Holocaust by Bullets di Desbois (New York: Palgrave MacMillan, 2008) – sovvenzionato da quel US Holocaust Memorial Museum che è finanziato dal contribuente – e di seguire le sue varie dichiarazioni alla stampa, la recente dichiarazione del prete - secondo cui, “E’ un’indagine. E’ una raccolta di prove, come la polizia raccoglie le prove. E’ la nostra risposta ai negazionisti” (http://www.earthtimes.org/articles/show/261751,priest-seeks-nazi-ukraine-killing-trail-before-it-goes-cold--feature.html ) - suona vacua come i peggiori tentativi di comprovare le accuse relative alle camere a gas.

Prima di tutto, Desbois ammette di non aver scavato sistematicamente le presunte fosse comuni in cui si è imbattuto: ha detto al pubblico che egli, semplicemente, apre una presunta fossa per accertarvi la presenza di resti umani, poi la richiude per non trasgredire – così dice – i presunti divieti religiosi ebraici contro la profanazione dei morti. Robert Faurisson ha evidenziato l’assurdità di questa procedura e la falsità, da parte di Desbois, di accampare la legge ebraica (http://www.rense.com/general80/furg.htm ). Inoltre, Desbois afferma, in Holocaust by Bullets, di aver raccolto cartuccere tedesche – ma a quanto pare non le pallottole – vicino ad alcune delle presunte fosse comuni. Ma come è stato osservato da Faurisson, i sovietici a Katyn utilizzarono pallottole tedesche, così che le cartuccere, anche se autentiche, non necessariamente chiamano in causa i tedeschi.

E’ sufficiente aggiungere che l’Ucraina fu, nella prima metà del 20° secolo, il cimitero dell’Europa dell’est, con le sepolture di massa causate dalle grandi battaglie della prima guerra mondiale, dai combattimenti e dalle epidemie che accompagnarono la rivoluzione sovietica, dalla massiccia mortalità della carestia ucraina e dalle enormi perdite militari e civili della seconda guerra mondiale. Il rifiuto, da parte di Desbois, di quella che dovrebbe essere la procedura di prammatica di ogni competente agenzia di polizia del mondo – esaminare le vere fosse e il loro contenuto – è sufficiente a liquidare lui e la sua “indagine”.

Va detto che sono i testimoni che Padre Desbois si è specializzato a scoprire, a essere le star del suo show. Il suo libro Holocaust by Bullets, il video mostrato in biblioteca, e i suoi commenti lì, si sono dilungati sulle loro risposte alle sue domande, ma hanno offerto poco per indicare in che modo abbia stabilito che avevano visto quello che dicevano, o come abbia separato le testimonianze raccolte dalle cose riferite per sentito dire, o come abbia affrontato il problema della capacità di ricordare da parte dei settuagenari sessant’anni dopo gli eventi. Come se queste falle non fossero sufficientemente gravi, Padre Desbois porta la credulità al punto di rottura affermando che i suoi “testimoni” [un tempo] bambini spesso esercitarono una parte integrale nei massacri: egli scrive degli ucraini costretti ad aiutare a compiere le uccisioni, “la maggior parte dei quali erano bambini” (p. 97).

Forse riconoscendo i suoi problemi con le prove forensi e le testimonianze oculari, Padre Desbois ha parlato al pubblico della biblioteca del suo uso delle fonti documentarie, principalmente rapporti degli Einsatzgruppen e della Commissione Sovietica sui crimini tedeschi nei territori sovietici, per le informazioni sulle presunte fucilazioni tedesche. Per quanto riguarda quest’ultima fonte, le sue scoperte più importanti furono che i tedeschi gasarono oltre quattro milioni di persone ad Auschwitz e che furono i perpetratori del massacro degli ufficiali polacchi a Katyn. E, mentre sia i revisionisti che gli sterminazionisti hanno discusso l’attentibilità e persino l’autenticità dei rapporti degli Einsatzgruppen, nessuno è riuscito ad eguagliare la vista acuta del prete francese per i dettagli che essi nascondono. La sua dichiarazione a un giornale israeliano (corroborata a p. 155 del suo libro) rivela molto – fin troppo, del metodo di Padre Desbois:

“In molti casi, non c’è assolutamente nulla sotto la superficie, solo polvere e ceneri, perché i tedeschi distrussero tutte le prove dei massacri”, aggiunge Desbois. “In tali casi, per valutare il numero delle vittime, ci dobbiamo affidare basilarmente alla documentazione nazista. Con il tempo e l’esperienza, abbiamo scoperto che i rapporti a Berlino erano criptati sotto la copertura di un’innocente previsione metereologica quotidiana: il numero delle nuvole stava per il numero delle tombe e la quantità di pioggia indicava il numero delle vittime” (Haaretz, 17 Maggio 2007).

Sfidare il soprannaturale

Come Robert Faurisson e altri revisionisti hanno notato, gli assertori del tentato sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale hanno sempre più cercato rifugio in malcelate giustificazioni religiose per l’accettazione delle camere a gas, dei sei milioni, e dell’Olocausto (esso stesso, un termine religioso). Desbois, in quanto prete francese pesantemente coinvolto nel “dialogo” con gli ebrei, rientra in pieno in tale quadro, in cui il disprezzo per le prove fisiche e l’accettazione acritica delle testimonianze costituiscono la tentazione più facile, con il tentativo di rafforzare l’ortodossia e di zittire i dissidenti dietro l’angolo.

All’evento della New York Public Library, Padre Desbois è stato stridulo nel suo sforzo di spingere la Chiesa cattolica persino oltre l’accettazione del culto dell’Olocausto. Egli ha vigorosamente condannato la rimozione di Papa Benedetto XVI della scomunica al Vescovo Williamson - dalla spiccata sensibilità revisionista - ed è visibilmente sussultato quando uno spettatore gli ha chiesto degli sforzi per canonizzare Papa Pio XII. Il prete francese ha anche condannato Robert Faurisson e gli altri “negazionisti”, e ha espresso la sua approvazione per le leggi francese e tedesca mirate a rovinarli e a incarcerarli: tutto questo mentre il suo interlocutore, lo studioso di Voltaire Paul LeClerc, approvava in silenzio.

Padre Desbois e il suo pubblico, tuttavia, sono andati incontro a un grosso shock quando il ben noto revisionista Michael Santomauro (Reporter’s Notebook; Theses and Dissertation Press) si è fatto avanti per rimproverare il prete francese per aver liquidato il fondatore del revisionismo dell’Olocausto Paul Rassinier descrivendolo come un fascista. Santomauro ha smascherato in modo convincente l’ignoranza (se non la malafede) di Desbois, e ha difeso efficacemente il revisionismo dell’Olocausto e i suoi aderenti, nonostante i tentativi del moderatore di zittirlo. L’apparizione in mezzo al pubblico di un revisionista informato e non intimorito ha visibilmente smontato l’uditorio (sebbene gli ebrei e gli altri presenti si siano comportati sempre in modo educato), e il periodo riservato alle domande è rapidamente terminato, a quanto pare per facilitare Padre Desbois nella vendita delle copie autografate del suo libro.

Mai sottovalutare l’impatto di alzarsi e di prendere posizione in favore del revisionismo!

[1] Traduzione di Andrea Carancini Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_161.pdf
[2] Uscito in edizione italiana con il titolo: Fucilateli tutti!: http://www.marsilioeditori.it/autori/libro/3179680-lfucilateli-tuttir .
[3] Famoso intervistatore e giornalista americano: http://en.wikipedia.org/wiki/Charlie_Rose
[4] Termine yiddish che nel gergo teatrale sta per “numero”, “esibizione”.

Le vignette del sito Zundel - V

COMPATIRE I TEDESCHI?[1]
EBBENE, RIFLETTETECI!

Se, il cielo non voglia, siete uno studente negli Stati Uniti che sente l’impulso per certi pensieri politicamente scorretti, preparatevi a essere puniti!

In un mondo politicamente corretto, i pensieri liberi non vengono gratis!
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/naughty.html

lunedì 28 dicembre 2009

Le vignette del sito Zundel - IV

BRUTALE CENSURA NELLA MAGGIOR PARTE DEI PAESI EUROPEI[1]

In Germania è ok, ad esempio, dubitare dello Spirito Santo – ma non dell’Olocausto!

I reati d’opinione in Germania vengono definiti di solito “…diffamare la memoria dei morti”. Una difesa di tipo forense o documentario non viene permessa. La punizione di un reato d’opinione può comportare fino a cinque anni di prigione!

Persino gli avvocati difensori rischiano di essere penalmente incriminati, condannati e incarcerati – se osano difendere i loro clienti offrendo prove forensi e documentarie che l’”Olocausto” non è un fatto “ovvio”.
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/bird_in-cage.html

domenica 27 dicembre 2009

Le vignette del sito Zundel III

UN TRISTE STATO DELLE COSE![1]

La Germania è una dittatura che si atteggia a “democrazia”!

Ora, in Germania, la repressione contro i dissidenti – i “criminali del pensiero” – è virulenta com’era la repressione dei dissidenti politici nella Germania dell’est – poco prima che il regime crollasse!
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/german_party.html

sabato 26 dicembre 2009

Oliviero Diliberto: il komunista atlantico di servizio

Nelle scorse settimane due notizie hanno attratto la mia attenzione: l’inquietante incidente stradale accaduto al giudice Clementina Forleo[1] e l'opportunistica partecipazione del segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto al No B. Day[2]. Mi hanno colpito anche in relazione alla presenza, in quello stesso No B. Day, di Luigi De Magistris, già noto magistrato inviso – come la Forleo - ai poteri forti.

Si tratta di tre persone, Forleo e De Magistris da un lato, e Diliberto dall’altro, che stimolano le associazioni mnemoniche. Il primo ricordo è la conferenza stampa di qualche mese fa di Marco Rizzo, in cui – fresco di espulsione dal partito – il noto “pelatone” rivolse pesantissime accuse a Diliberto: “Guarda caso la situazione è precipitata proprio ora, immediatamente dopo l’aver fatto notare al segretario Diliberto che un puzzle di iniziative pubbliche locali da lui svolte nel tempo lo vedevano sempre “accompagnato” da un volto noto della P2 di Licio Gelli”, disse Rizzo[3].

Rizzo si riferiva a Giancarlo Elia Valori, noto dirigente d’azienda e noto massone[4]. Proseguiva Rizzo:

“Oliviero Diliberto dal 2003 al 2007 partecipa infatti a ben otto avvenimenti pubblici con un uomo legato al capo della P2 . E’ mai possibile che il segretario di un partito comunista possa ripetere così tante volte una pesante ‘leggerezza’? Il punto di domanda non è la legittimità o meno a frequentare chicchessia, la questione è tutta politica. Può un segretario comunista interloquire così a lungo con una espressione di quei poteri che, a parole, dice da sempre di voler contrastare? Credo proprio di no, e se le imbarazzanti risposte di Diliberto ("sono solo incontri pubblici…") non mi convincono, mi risulta assai più chiaro il procedimento di espulsione intrapreso a mio carico”.

L'addebito di Rizzo era fondato nella sostanza, anche se inesatto nella forma: è vero che Elia Valori fece a suo tempo parte della P2 ma la sua espulsione dall’organizzazione era già nota nel 1981[5]. Tra gli incontri pubblici cui si riferisce Rizzo c’è la partecipazione di Elia Valori, addirittura, alla festa nazionale del partito del 2003[6].

Comunque, ciò che importa qui è che le molteplici attività di Elia Valori entrarono a suo tempo nel mirino di Luigi De Magistris e della sua inchiesta “Why Not”: “Le indagini ‘Why Not’ – raccontò De Magistris ai magistrati di Salerno – stavano ricostruendo l’influenza dei poteri occulti. In particolare si stavano ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Elia Valori pareva risultare, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria contemporanea”[7].

Gli accertamenti di De Magistris, per quanto riservati, non passarono inosservati: dal 2005 al 2007 il magistrato napoletano, come scrive Antonio Massari su MicroMega[8], venne fatto oggetto di ben 17 interrogazioni parlamentari - da parte, complessivamente, di ben 153 parlamentari - quasi tutte ostili e mirate a bloccarne l’attività investigativa.

Il risultato di tali pressioni politiche lo conosciamo tutti: nel 2008 CSM infligge a De Magistris la pena del trasferimento (dalla sede di Catanzaro e dalla funzione di pubblico ministero).[9] Un destino parallelo a quello di Clementina Forleo, trasferita da Milano a Cremona[10].

Ma perché associare il “forchettone rosso”[11] Oliviero Diliberto alle sfortunate vicende professionali di due magistrati esemplari come Forleo e De Magistris? Semplice, perché ad accusarli non solo all’interno del CSM ma anche, in modo del tutto irrituale, sui grandi organi d’informazione, figurò in primis la professoressa Letizia Vacca, designata al CSM proprio su imput di Diliberto: “E’ necessario che emerga che Forleo e De Magistris sono cattivi magistrati”, esternò a suo tempo la Vacca[12].

Riassumendo: Rizzo rinfaccia a Diliberto di essere amico di un massone che era stato indagato da De Magistris, quel De Magistris che – insieme alla Forleo – è stato tolto di mezzo con l’ausilio di una sodale di Diliberto.

Ma “amico” in che senso?

A mio giudizio, Diliberto è amico di Elia Valori perché ne condivide, al di là della facciata, il sistema di valori. Sappiamo, dai suoi libri, su quale sistema Elia Valori fondi i suoi "valori": sionismo e atlantismo über alles; il tallone di ferro dell’occidente contro i palestinesi. Cose da far inorridire qualunque sincero comunista. Ma non Diliberto. La riprova?

Anche in questo caso, è un’immagine della memoria a soccorrerci: Milano, 1999, manifestazione del trentennale della strage di Piazza Fontana. Diliberto annuncia retoricamente di voler chiedere l’abolizione degli omissis e del segreto di stato sulle stragi degli anni ‘70[13]. In quell’occasione, l’allora Ministro della Giustizia venne giustamente fischiato dai giovani che gli rimproveravano la partecipazione al governo D’Alema (con i relativi bombardamenti alla Iugoslavia).

Forse quei giovani non sanno che Diliberto, mentre fa il trombone in piazza, ha compiuto un atto sfuggito ai più: si è associato al procedimento disciplinare contro il giudice Guido Salvini, proprio quello che si era messo a indagare sul serio il mistero di Piazza Fontana e la sua matrice atlantica[14]. Per misurare appieno la gravità del comportamento dell’allora Ministro della Giustizia, diamo la parola allo stesso Salvini:

“…Per non parlare del ministro della Giustizia del governo di sinistra, Oliviero Diliberto. Nel 1999, quando fui assolto da tutte le incolpazioni del procedimento disciplinare aperto parallelamente a quello di “incompatibilità ambientale”, Diliberto fece personalmente qualcosa che non accade quasi mai: impugnò l’assoluzione pronunziata nei miei confronti dinanzi alla Cassazione, la quale l’anno successivo gli diede sonoramente torto”.[15]

Ultima immagine: Roma, 2006, Galleria Monferrato. Il Presidente emerito della Repubblica Cossiga inaugura una mostra con i graffiti degli anni ’70 a lui dedicati. A lui, a Kossiga, altro atlantista di ferro e altro vecchio amico di Elia Valori[16]. Ad abbracciarlo, Oliviero Diliberto: “Eravamo dalla stessa parte della barricata…”[17].

[1] http://www.danielesilvestri.it/blog/?p=1172
[2] http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=21655859f6c44ec0
[3] http://lombardia.indymedia.org/node/19317
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori . Su questo personaggio si vedano gli articoli che gli ha dedicato sul suo blog Miguel Martinez: http://kelebek.splinder.com/tag/giancarlo+elia+valori
[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori
[6] http://www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newgiornale/64/valori.htm
[7] http://www.proletaria.it/index.php/proletaria/content/download/2413/17061/file/dichiarazione%20rizzo%20+%20allegato.pdf
[8] Antonio Massari, De Magistris: un magistrato da fermare, MicroMega 6/2007, pp. 41 e seguenti.
[9] http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_de_Magistris
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/Clementina_Forleo
[11] http://www.ibs.it/code/9788845702495/forchettoni-rossi.html
[12] http://espresso.repubblica.it/dettaglio//1910388
[13] http://www.repubblica.it/online/politica/fontana/fontana/fontana.html
[14] http://archiviostorico.corriere.it/1999/dicembre/13/Diliberto_stragi_via_segreto_Stato_co_0_99121310342.shtml . Sulla matrice atlantica della strategia della tensione, si veda innanzitutto il saggio di Vincenzo Vinciguerra L'Organizzazione: http://www.marilenagrill.org/Articoli_2008/L'Organizzazione.htm . Sui guai piovuti addosso al giudice Salvini per aver provato a indagarne le ramificazioni, si veda la versione aggiornata dell'intervista di Luciano Lanza a Guido Salvini, disponibile in rete al seguente indirizzo: http://temi.repubblica.it/micromega-online/piazza-fontana-quella-verita-da-non-dimenticare-intervista-a-guido-salvini/ , come pure il seguente articolo: http://archiviostorico.corriere.it/1997/marzo/21/Azione_disciplinare_Salvini_giudice_Hass_co_0_97032115540.shtml

Le vignette del sito Zundel - II

COSA VOGLIONO I REVISIONISTI?[1]

Molto semplicemente: un dibattito intellettuale e aperto in un forum globale rispettato.

Vogliamo portare le nostre migliori menti e i nostri fatti più solidi e diffonderli davanti alla comunità mondiale perché siano giudicati in modo equanime.

Invitiamo la potente e radicata lobby dell’Olocausto a fare altrettanto.
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/debate1.html

venerdì 25 dicembre 2009

Franco Freda e Anna K. Valerio: Dio li fa e poi li accoppia


Franco Freda e Anna K. Valerio, uniti dall'empietà e dal disprezzo: disprezzo per l'uomo e odio per  Dio (e  per il Dio-Uomo). Della serie, Dio li fa e poi li accoppia...

Franco Freda: Piazza Fontana? “Il mio predicato criminale. Farò una richiesta alle autorità per aggiungerlo al mio nom de plume, Luciano Lìcandro. Voilà: Luciano Lìcandro di Piazza Fontana. Le piace? Suona bene?”[1].

Anna K. Valerio: Dio è rimorto (rimorso?) “Se ne andrà lasciando il cartello “torno subito”, una scia d’impronte, e una nota collettiva sul registro, come è già successo in qualche classe scapestrata delle superiori? O farà finalmente, costretto dall’insolenza dei casi di cronaca, un bel miracolo, per umiliare la superbia di tutti gli scettici? Manderà qualche fiotto di sangue ben calibrato, magari dalla fronte ulcerata di spine? E Dio, suo padre, lascerà che una marmaglia di peccatori e miscredenti lo mandi in esilio senza battere ciglio, oppure è meglio preparare stivali e ombrello per un’imminente replica del diluvio universale?”[2].

[1] http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2009/12-dicembre-2009/freda-l-ideologia-strage-sono-innocente-due-sentenze-parlano-me-1602144862270.shtml
[2] http://politicainrete.it/forum/movimenti-e-cultura-politica/destra-radicale/31624-dio-e-rimorto-rimorso-di-anna-k-valerio.html

giovedì 24 dicembre 2009

Le vignette del sito Zundel - I

IN POCHE PAROLE[1]

Esiste una disciplina globale chiamata revisionismo. Il suo scopo è gettare nuova luce su certe dicerie, largamente accettate ma mai vagliate, riguardanti certi aspetti della seconda guerra mondiale, incluse le dicerie riguardanti l’”Olocausto”.

I revisionisti di tutto il mondo hanno lavorato duramente, per decenni, riesumando documenti e controllando le prove forensi in modo da accordare la storia con i fatti – non con i miti e le emozioni.

Il professore francese Robert Faurisson, il più noto revisionista d’Europa, ha definito il revisionismo “…la sfida intellettuale più stimolante della fine del 20° secolo”. Il sito Zundel vi invita a prendere parte a tale sfida permettendoci di sciogliere alcune delle vostre nozioni preconcette.

Lasciate che il sole provochi una fusione di proporzioni imponenti, che vi libererà dalle menzogne e dagli inganni e che vi permetterà di vedere il mondo in una luce pulita e nuova.
[1] http://www.zundelsite.org/cartoons/iceberg.html

La lettera revisionista di Ian MacDonald

Ian Verner MacDonald è un ex diplomatico canadese: vale a dire che conosce il destino che il suo paese ha riservato al suo semi-compatriota, il tedesco-canadese Ernst Zündel, che sta per trascorrere il suo 7° Natale in prigione (in Germania).
Ma Ian MacDonald si è preso il disturbo di studiare il dossier revisionista ed ecco la lettera che ha coraggiosamente indirizzato, il 19 Dicembre, al capo-redattore del più grande quotidiano canadese di lingua inglese, con sede a Toronto e distribuito in tutto il Canada:

Lettera al capo-redattore del “Globe and Mail”[1]
Toronto
19 Dicembre 2009

Gentile signore,

Re: Auschwitz: Campo di lavoro o centro di sterminio?

Toby Trompeter Kruman (Lettere, 19 Dicembre 2009) afferma che Auschwitz fu un “campo di sterminio” e che “gli ebrei costituirono quasi il 90% di tutti i gasati”.

Grazie alla massiccia propaganda sionista - 24 ore al giorno, 7 giorni la settimana - dei passati 50 anni, l’opinione pubblica dell’America del Nord, in generale, non mette in dubbio una tale dichiarazione. Nondimeno, sta crescendo l’opinione - un’opinione colta, che si basa su ricerche scientifiche e demografiche - che il presunto “sterminio da parte dei nazisti di 6 milioni di ebrei, principalmente nelle camere a gas”, non abbia avuto luogo e che fosse intrinsecamente impossibile.

Costoro citano l’impossibilità, da parte dei sostenitori dell’Olocausto, di produrre prove che non siano le sensazionalistiche, contraddittorie e opportunistiche “testimonianze oculari”, e affermano che neppure un ebreo sia stato gasato (eccetto forse quei pochi che hanno condiviso la cuccetta con Elie Wiesel) e l’impossibilità di spiegare come il famoso “piccolo resto di ebrei dell’Europa dell’est in cerca di un rifugio sicuro in Palestina” sia diventato un torrente di 4.6 milioni (tutti certificati da un’agenzia ebraica come “autentiche vittime dell’Olocausto”) quando il governo tedesco annunciò la disponibilità di lucrosi risarcimenti.

Dopo la prima guerra mondiale, il governo inglese costituì una commissione per esaminare le molte storie di atrocità che erano circolate per nutrire l’odio contro la Germania. Tutte si dimostrarono false. Nessuna commissione del genere venne costituita dopo la seconda guerra mondiale, lasciando i tedeschi con un complesso di colpa assai pesante e corrosivo e tutti noi con pregiudizi distorti, se non addirittura velenosi. In realtà, molte atrocità vennero commesse durante la seconda guerra mondiale ma, secondo ogni ragionevole metro di giudizio, gli Alleati furono di gran lunga i peggiori criminali.

Come sempre,
Ian V. MacDonald

[1] http://groups.google.com/group/misc.activism.progressive/browse_thread/thread/31906d9e99912952/8283a42234d1da8b?lnk=raot&pli=1

mercoledì 23 dicembre 2009

I Taccuini di Norimberga: un libro da prendere con beneficio d'inventario

I TACCUINI DI NORIMBERGA

Di Leon Goldensohn

A cura di Robert Gellately (Vintage House, 2004)[1]

Recensito da Thomas Kues, Maggio 2009[2]

Leon Goldensohn (1901-1961) fu un medico e psichiatra ebreo americano che si arruolò nell’esercito degli Stati Uniti nel 1943. Nel 1946, divenne lo psichiatra della prigione di Norimberga e il responsabile della salute mentale degli ex leader tedeschi che erano all’epoca imputati all’IMT[3] di Norimberga. Tale compito comprendeva la conduzione di ampie e formali interviste con la maggior parte dei prigionieri, come pure con un certo numero di testimoni della difesa e dell’accusa. Uno degli intervistati fu l’ex comandante di Auschwitz-Birkenau, Rudolf Höß. Poiché ho già esaminato diffusamente in un precedente articolo le dichiarazioni rese da Höß a Goldensohn su Treblinka (“Sulla presunta visita di Rudolf Höß a Treblinka”) e poiché esaminerò la sua descrizione di Auschwitz in un prossimo lavoro, non parlerò ulteriormente dell’intervista di Höß in questa breve recensione.

Prima di tutto, bisogna esaminare la natura testuale delle interviste pubblicate. Nell’introduzione del curatore (p. XXI) leggiamo che “Goldensohn volle prendere delle note dettagliate” mentre intervistava, e che egli trascrisse queste note poco dopo, poiché intendeva pubblicarle un giorno in forma di libro. Tutto ciò non fu possibile, a causa della sua morte prematura. Il materiale di Goldensohn venne invece raccolto e dattilografato da suo fratello Eli. I testi delle interviste presentati in questo volume consistono di “un’edizione rivista e ridotta di alcune delle interviste di Goldensohn”. Poiché non vennero effettuate delle trascrizioni letterali, e poiché vi fu un’ampia possibilità – da parte dello stesso Leon, di suo fratello Eli e infine di Gellately – di rivedere le interviste a proprio piacimento, il valore probatorio di tali interviste deve essere considerato basso (nonostante Gellately sostenga di non aver “cercato di correggere tutti gli errori o le ovvie inesattezze che Goldensohn involontariamente registrò”). A parte questo, il volume è molto interessante per chiunque sia interessato al processo di Norimberga e ai leader del Terzo Reich, in particolare perché fornisce molti dettagli biografici.

Benché, dal punto di vista medico, egli registri le sue osservazioni in modo generalmente esatto, in diverse occasioni Goldensohn getta la maschera dell’obbiettività rivelando un pregiudizio filo-sovietico, come pure delle opinioni marcatamente intenzionaliste sull’origine della guerra. L’esempio più chiaro arriva quando Goldensohn afferma che l’Unione Sovietica “non commise nessuna atrocità o violazione delle norme internazionali” (p. 147). Egli rimprovera anche ripetutamente gli intervistati quando menzionano le atrocità sovietiche nelle zone orientali della Germania sconfitta, chiedendo loro le prove.

Gellately scrive nella sua introduzione che alcuni degli imputati intervistati si impegolarono in “falsità, negazioni, e invenzioni o sulla ripetizione di miti e dicerie infondati” (p. XXV), riferendosi alle affermazioni dei prigionieri di non aver mai saputo delle uccisioni degli ebrei durante la guerra, o alla negazione della responsabilità di certi presunti crimini contro la popolazione ebraica. Ad esempio, il capo dell’intelligence Walter Schellenberg affermò (p. 422) che fino alla fine della guerra “pensava che gli ebrei fossero sostanzialmente ancora vivi” e alloggiati nei campi. Il formale successore di Hitler come capo di stato, il Grande Ammiraglio Karl Dönitz, afferma di non aver saputo nulla dello sterminio fino al suo arresto (pp. 4, 11) e se “respinge le atrocità” è “ancora dubbioso” sul presunto sterminio nei campi. Goldensohn gli chiede se il film propagandistico degli Alleati sui cittadini di Weimar che mostrano cadaveri emaciati – in realtà vittime del tifo – a Buchenwald “non fosse una prova sufficiente dei crimini di guerra e delle atrocità del regime nazista”, a cui Dönitz ribattè che egli non dubitava di questo film ma che rimaneva dubbioso sulle altre presunte atrocità (pp. 7-8). Dönitz osservò di aver avuto alle sue dipendenze degli alti ufficiali ebrei e che “se qualcuno di questi quattro ufficiali ebrei avesse saputo cosa stava succedendo agli ebrei all’interno della Germania o altrove (…) sicuramente me lo avrebbero detto” (p. 13). Dönitz non credeva neppure che Hitler avesse ordinato lo sterminio degli erbei (p. 9), un’opinione echeggiata nelle dichiarazioni di Hermann Göring che, se faceva affermazioni come quella che “Himmler l’ha fatta franca per le atrocità che ha ordinato”, manifestò anche un netto scetticismo (p. 127):

“C’era l’anello di ferro interno costituito da Bormann, Himmler e Ribbentrop. Penso che le atrocità, se vi sono state – e attenzione, non credo che fossero tecnicamente possibili o , se vi furono, non credo che Hitler le avesse ordinate – deve essere stato Goebbels o Himmler”.

E’ meritevole di attenzione non solo che Göring dubitasse dell’accusa di sterminio in sé, ma anche della possibilità tecnica di un tale sterminio. L’ex Governatore Generale della Polonia, Hans Frank, che emerge come uno degli intervistati mentalmente meno stabili, affermò che lo sterminio “fu un’idea personale di Hitler. Stava nel testamento di Hitler. In esso egli disse di aver sterminato gli ebrei perché avevano iniziato la guerra” (p. 22). Anche Streicher affermò che nel suo testamento Hitler aveva “detto molto chiaramente di aver ordinato questi stermini” (p. 261). Eppure, ecco cosa dice davvero il passo in questione di tale testo (Documento 3569-PS):
“Ho anche detto chiaramente che se le nazioni europee venissero nuovamente considerate come delle semplici azioni da comprare e da vendere, da parte di questi cospiratori internazionali del denaro e della finanza, allora questa razza, gli ebrei, che sono il vero criminale di questa lotta mortale, se ne dovrà assumere la responsabilità. Stavolta non lascierò che qualcuno dubiti che non saranno solo milioni di bambini europei di razza ariana a morire di fame, che non saranno solo milioni di uomini adulti a patire la morte, e che non saranno solo centinaia di migliaia di donne e bambini a rimanere bruciati e bombardati a morte nelle città, senza che il vero criminale debba espiare la propria colpa, anche se con mezzi più umani”.

Quella suddetta non può certo essere definita l’ammissione di un programma di sterminio!

Il sottoposto di Goebbels, Hans Fritzsche affermò di non credere nella soppressione “dei 5 milioni di vittime dei campi di sterminio” durante la guerra e di aver realizzato “che quello che queste stazioni-radio alleate dicevano era letteralmente vero” solo in seguito (p. 60). D’altro canto, egli asserì che Göring e Frank dovettero essere pienamente consapevoli dello sterminio e che su questo punto mentivano (p. 63). Ribbentrop affermò che “la prima volta che ho sentito parlare degli stermini è stato alla fine del 1944, quando i russi riconquistarono la regione in cui si trovava il campo di Majdanek. Essi diffusero la storia dello sterminio degli ebrei dopo che ebbero catturato Majdanek. Andai da Hitler e lo interpellai. Disse che si trattava di propaganda nemica” (pp. 193-194). Sepp Dietrich ricorda un analogo episodio riguardante Himmler (pp. 284-285). Le loro storie sono tipiche. Norimberga fu una parte fondamentale della Umerziehung, della rieducazione tedesca.

Mentre per l’accusa che la Banca del Reich avesse fatto incetta dei denti d’oro degli ebrei gasati, l’ex Ministro dell’Economia Walther Funk affermò di non avere “idea di dove questo denaro delle SS provenisse. (…) Non pensai neppure ai campi di sterminio” (p. 91). Funk riconobbe di aver ispezionato i caveau della banca, ma Goldensohn osserva: “Ripeteva di non aver mai visto i denti d’oro, gli orologi, le montature degli occhiali e così via”.

Generalmente, gli imputati tendevano a incolpare, del “programma di sterminio”, o Hitler o il trio Himmler, Bormann e Goebbels. Ad esempio, mentre Kaltenbrunner (p. 149) afferma di credere che lo sterminio ebbe luogo “a causa dell’obbedienza da schiavo di Himmler al Führer”, Göring e Pohl suggerirono (pp. 127, 407) che fu tutto un complotto segreto di Himmler. Curiosamente, Goldensohn non affrontò l’argomento del “programma di sterminio” con Alfred Rosenberg, ex Ministro dei Territori Orientali Occupati.

Vi sono diversi ulteriori esempi in cui appaiono delle increspature nella neonata narrazione dell’Olocausto. Il Generale delle SS Erich von dem Bach-Zelewski osserva, a proposito delle esecuzioni sul fronte dell’est (p. 270): “Sì, ho visto delle esecuzioni, ma non solo di ebrei, anche di altri”, indicando lo scopo vero, quello della lotta anti-partigiana, degli Einsatzgruppen. Sepp Dietrich critica aspramente la ridotta libertà di espressione nella Germania post-bellica e, in realtà, ecco cosa significava questo clima per lui e per gli altri accusati (p. 284): “Non c’era la Convenzione di Ginevra [al fronte orientale]. Ma non fucilammo neppure i russi. Dove potevamo trovare 3 milioni di prigionieri se avessimo fucilato tutti i russi? Propaganda! Non puoi aprire bocca, nemmeno nella più grande democrazia!”.

Il feldmaresciallo Ewald von Kleist fu a Norimberga uno dei numerosi tedeschi che criticarono la qualità e le risorse della squadra di difensori loro assegnata (p. 338): “Laternser (…) era così ignorante di questioni militari. All’iniziò annaspò e quasi annegò in tutto il materiale che Manstein e noialtri presentammo a Norimberga. Laternser non sapeva la differenza tra l’alto comando e un sergente. Era strano come se io avessi dovuto tenere una conferenza sulla bomba atomica”. Il dr. Hans Laternser proseguì la propria carriera come avvocato difensore al Processo Auschwitz di Francoforte, e in seguito scrisse un libro prudentemente critico su questo processo, Die andere Seite im Auschwitz Prozess (1966).

Kleist “non sapeva nulla” del presunto sterminio e, mentre sospettava che i polacchi e i rumeni avessero ucciso gli ebrei in massa, non seppe mai di “fatti attendibili riguardanti le responsabilità dei tedeschi” per le atrocità (p. 349). “Nel Gennaio del 1943”, racconta Kleist, “sentii che gli ebrei dovevano essere uccisi nel mio territoriorio.Mi appellai immediatamente al superiore delle SS e capo della polizia, il cui nome era Gerret Korsemann (…). Gli dissi che non avrei tollerato nessuna azione contro gli ebrei. Mi assicurò di non aver fatto dei passi contro gli ebrei, né di aver dato degli ordini in tal senso. (…) Ora, nei documenti russi viene detto che gli ebrei vennero uccisi in una zona sotto Korsemann, e nel mio territorio. Ma questi documenti sono senza data. Non penso che, da allora, siano stati uccisi degli ebrei nella mia zona” (p. 349). Manstein osserva di “non aver mai visto personalmente o di aver sentito notizie attendibili sulle fucilazioni di massa degli ebrei da parte di questi Einsatzkommandos” (p. 357).

Il merito di questi Taccuini di Norimberga sta principalmente nella chiave di lettura complementare che fornisce sul Processo di Norimberga e sulla situazione legale degli accusati. In molti casi, è anche interessante confrontare queste interviste con le dichiarazioni rese dagli stessi imputati e testimoni sotto giuramento in tribunale, o durante gli interrogatori preliminari. Quanto gli intervistati credessero davvero alle proprie dichiarazioni, e quanto semplicemente mostrassero di credere, come mezzo di autodifesa, rimarrà un mistero.

[1] Edito in Italia da Il Saggiatore Tascabili, 2008. I numeri di pagina citati in questa recensione si riferiscono all'edizione originale del libro.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_161.pdf
[3] International Military Tribunal.

martedì 22 dicembre 2009

Il discorso di Catherine Ashton che i media italiani non hanno riportato

ISRAELE: IL COMMENTO DELLA DIRIGENTE UE SULL’'OCCUPAZIONE' GETTA UNA CAPPA SUI LEGAMI

Di Akiva Eldar, 19.12.2009[1]

Funzionari governativi di Gerusalemme hanno aspramente criticato il nuovo alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e la difesa, Catherine Ashton, per i suoi brucianti commenti sull’”occupazione israeliana” nel suo discorso inaugurale.

La Ashton ha espresso martedì brucianti critiche alla politica israeliana nel suo primo discorso come alto rappresentante della politica estera e della difesa.

I funzionari governativi di Gerusalemme hanno detto di essere rimasti sorpresi, scontenti e preoccupati che una figura così elevata abbia espresso delle critiche prima di visitare Israele e apprendere i fatti. Hanno detto che tali commenti gettano una cappa sulle relazioni con l’Unione Europea, e di essersi particolarmente arrabbiati che ella non abbia apprezzato il congelamento degli insediamenti, come avevano fatto i suoi colleghi europei.

La statista inglese, già commissaria europea al commercio nella Commissione Europea, ha detto che a giudizio della UE, “Gerusalemme est è un territorio occupato, come la Cisgiordania”.

La Ashton ha chiesto che Israele rimuova immediatamente il blocco contro la Striscia di Gaza, e ha ribadito che l’unione è contraria all’esistenza del muro di separazione in Cisgiordania, come è contraria allo sfratto dei palestinesi dalle proprie case a Gerusalemme est.

La statista, il cui titolo completo è Baronessa Ashton di Upholland, ha anche definito il congelamento parziale degli insediamenti in Cisgiordania da parte di Israele solo come “un primo passo”, al contrario del più cordiale apprezzamento del provvedimento da parte dei ministri degli esteri della UE, che la settimana scorsa ne avevano preso “positivamente atto”.

Nel suo discorso ai deputati di Strasburgo, la Ashton, che è stata nominata solo di recente al nuovo incarico, ha detto di aver parlato con gli israeliani, con i palestinesi e con il Segretario di Stato degli Stati Uniti sul ruolo del Quartetto di mediatori internazionali, e su quello del suo inviato speciale nella regione, Tony Blair.

La Ashton ha riferito di aver detto personalmente a Blair che “Il Quartetto deve dimostrare di valere il denaro [che costa], di essere capace di rafforzarsi”.

In seguito ai suoi commenti, un certo numero di deputati del settore liberale del parlamento hanno chiesto misure punitive contro Israele, inclusa la sospensione dell’accordo di associazione con la UE. Il membro del centro-sinistra irlandese Proinsias De Rossa, che ha visitato la Cisgiordania la settimana scorsa, ha definito il trattamento dei palestinesi da parte di Israele una forma di “apartheid”.

Questa volta non è stato né il “famigerato” Presidente svedese che aveva spinto la UE verso una risoluzione anti-israeliana, né “un giudice sognante a occhi aperti” che aveva spiccato un mandato d’arresto contro un ministro degli esteri israeliano. La critica a Israele è diventata il linguaggio preferito del discorso europeo.

Quando il governo israeliano offre nuovi vantaggi ai coloni, e i colloqui di pace con i palestinesi vengono tenuti in stallo, anche il lungo braccio della superpotenza è impotente. Persino l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Martin Indyk, un pio ebreo che funge da consigliere esterno del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non nasconde il suo disappunto per la politica degli insediamenti.

Indyk ha detto recentemente a Haaretz in un’intervista che le dichiarazioni di figure come il Ministro senza portafoglio Benny Begin, secondo cui la costruzione degli insediamenti continuerà nonostante la moratoria, stanno danneggiando gli interessi di Israele. Egli ha detto che questi commenti, come pure la decisione di erogare fondi agli insediamenti isolati, rafforzano l’impressione che la dichiarazione del congelamento non valga la carta su cui è scritta. Egli ha ammonito che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu pagherà un prezzo politico per questa mossa, senza incassare i vantaggi che ci si prefissava di ottenere per Israele nell’agone internazionale.

[1] http://haaretz.com/hasen/spages/1135787.html

Diploma d'oro per Walter Lüftl: l'Austria sull'orlo di una crisi di nervi

Il 18 Dicembre 2009, sul sito del quotidiano austriaco “Der Standard” è apparso un articolo che riporta una simpatica notizia per i revisionisti: il revisionista austriaco Walter Lüftl ha ricevuto il “diploma d’oro”. Un nostro fedele traduttore ci ha riassunto l’articolo[1] e di questo lo ringraziamo.

Spavento, proteste, indignazione di tutto l’establishment austriaco all’annuncio che, insieme a cinque altri richiedenti, Walter Lüftl, già presidente dell’Ordine nazionale degli ingegneri austriaci, ha ricevuto dall’Università Tecnica di Vienna quello che in Austria viene chiamato il “diploma d’oro” e quindi, per Lüftl, il diploma d’oro degli ingegneri. Questa distinzione, che si potrebbe ad esempio paragonare all’onorariato per un avvocato in Francia, viene concessa a tutte le persone che possono vantare un’onorevole carriera per i 50 anni seguiti al conseguimento di una laurea in una università di stato. A Vienna, negli ultimi quindici anni, sono state presentate circa 600 richieste e non ne è stata rifiutata nessuna.

Ma nel 1992, Lüftl si dovette dimettere dalla sua carica di presidente dell’Ordine nazionale degli ingegneri in seguito all’articolo in cui aveva dichiarato che le gasazioni di Auschwitz non potevano aver avuto luogo per la semplice ragione che la procedura indicata era contraria alle leggi naturali e che le condizioni richieste per la loro esecuzione erano assenti tanto sul piano tecnico che organizzativo. Per questo, venne messo sotto accusa ma il procedimento si chiuse infine con un non luogo.

Davanti al coro di proteste sollevato dalla nomina di Lüftl – lo stesso ministro dell’economia Johannes Hahn ha creduto di dover intervenire – il rettore dell’università, Peter Skalicky non sapeva come arginare la marea di proteste che gli sono stati rivolte. Finalmente, ha dichiarato che verrà formata una commissione che esaminerà il caso Lüftl e deciderà se confermare oppure no la contestata onorificenza.
[1] http://derstandard.at/1259282272126/IKG-Forderung-Aberkennung-des-Ehrendiploms-fuer-Lueftl

La Germania dovrà pagare a Israele più di un miliardo di euro

ISRAELE CHIEDE ALLA GERMANIA UN ALTRO MILIARDO DI EURO PER L'OLOCAUSTO

Di Moti Bassok, 20.12.2009[1]

Si è appreso domenica che il Ministro delle Finanze Yuval Steinitz chiederà alla Germania una somma compresa tra i 450 milioni e il miliardo di euro per risarcimenti a favore degli ebrei costretti ai lavori forzati durante l’Olocausto.

A quel che si dice, il Ministro Steinitz presenterà al governo tedesco la richiesta a favore di 30.000 israeliani sopravvissuti ai lavori forzati nei ghetti del tempo di guerra durante una riunione congiunta prevista per l’inizio del 2010 a Berlino.

Funzionari israeliani ritengono che in base a una legge sui lavoratori dei ghetti approvata dal Parlamento tedesco nel 2002, tutti i 30.000 sopravvissuti ai lavori forzati abbiano diritto ad un pagamento retroattivo di circa 15.000 euro a testa.

Tuttavia, funzionari del Ministero delle Finanze dicono che secondo i calcoli del governo tedesco il pagamento in un solo versamento è più cospicuo di quello stimato da Israele e che raggiunge il totale di un miliardo di euro.

Oltre al pagamento in un versamento, i sopravvissuti hanno diritto anche a una somma mensile, che ammonterà a circa 100 milioni di euro all’anno.

(…)
[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1136383.html

lunedì 21 dicembre 2009

Vrba e Wetzler incontrano Himmler

VRBA E WETZLER INCONTRANO HIMMLER

Di Thomas Kues, Febbraio 2009[1]

Rudolf Vrba e Alfred Wetzler furono i due ebrei slovacchi che all’inizio del 1944 fuggirono da Auschwitz Birkenau e scrissero il cosiddetto Protocollo di Auschwitz, che includeva la prima “informazione attendibile” sulla presunta “fabbrica della morte” nazista che abbia raggiunto l’occidente. Wetzler era il più alto, il più magro e quello un po’ meno verboso dei due, il Pinotto rispetto al Gianni[2] rappresentato da Vrba. Ma mentre Vrba emigrò nel 1958 in Israele, e da lì in Canada nel 1967, scrisse libri, fece una carriera accademica ed ebbe l’onore di imbrogliarsi [quando venne chiamato a testimoniare] al processo Zündel del 1985, Wetzler rimase dietro la Cortina di Ferro, conducendo una vita assai poco interessante fino alla sua morte, avvenuta nel 1988 a settant’anni di età. Eppure, non rimase del tutto zitto sulla questione di Auschwitz, poiché nel 1964 il suo libro Čo Dante nevidel (“Quello che Dante non vide”) venne pubblicato a Bratislava sotto lo pseudonimo di Josef Lanik. L’anno precedente, Vrba aveva pubblicato le sue memorie su Auschwitz, I Cannot Forgive [Non posso perdonare]. Paragonata a quella di Vrba, la prosa di Wetzler è più dettagliata e fiorita. Egli preferì anche la rara pratica di scrivere la propria autobiografia in terza persona, riferendosi a sé stesso come “Karol” e a Vrba come “Val”. Il suo libro non venne tradotto fino al 2007, quando venne pubblicato come Escape from Hell [Fuga dall’inferno] da Berghahn Books.

Di cardinale importanza, nei libri sia di Vrba che di Wetzler, è la descrizione della presunta visita di Heinrich Himmler all’epoca dell’inaugurazione dei primi nuovi crematori di Birkenau. Vrba la utilizza come apertura del suo libro. Egli non riferisce il punto d’osservazione in cui sarebbe trovato all’epoca della visita, ma Wetzler (p. 47) lo colloca proprio a fianco della strada che stava tra il crematorio II e il (non ancora ultimato) crematorio III. Lo stesso Wetzler afferma di aver osservato la visita dalla porta aperta di una piccola camera mortuaria di legno situata circa cento metri a sud-ovest del Crematorio II.

Quale fu la data della visita? Secondo Wetzler, fu all’incirca alla fine di Marzo del 1943. Egli menziona due crematori come [già] operativi. Mentre il crematorio II venne ultimato il 15 Marzo, il crematorio III non venne inaugurato prima del 25 Giugno di quell’anno. D’altro canto, il crematorio IV venne ultimato il 22 Marzo. Si può quindi supporre che Wetzler intenda l’ultima settimana di Marzo. Ma Vrba afferma che la visita ebbe luogo in Gennaio (I Cannot Forgive, Bantam Books, Toronto, 1964, p. 10), in un’epoca in cui tutti i crematori erano ancora in costruzione e una spessa coltre di neve copriva il terreno. Come Vrba possa confondere Gennaio con Marzo diventa anche più intrigante quando si legge la descrizione fatta da Wetzler del tempo di quella giornata: “Il sole di primavera splendeva luminosamente” costringendo alcune SS a “sbottonarsi i colletti perché il sole picchiava su di loro” (p. 49, 53).

Secondo Wetzler (p. 47), il convoglio del Reichsführer era composto da dodici vetture. Himmler stava nella vettura n°5. Quando Himmler e le sue SS, insieme a “pochi civili”, escono dalle vetture di fronte ai crematori II e III, vengono accolti dal comandante di Auschwitz, Rudolf Höß, e da una banda composta da sedici uomini che suona “L’entrata dei gladiatori”. Essi quindi aspettano fino a due minuti dopo le dieci (di mattina) quando arriva una carovana di camion aperti portando prigionieri ebrei. Wetzler scrive (p. 48) che sia lui che Vrba ebbero una “buona visuale” dell’intera scena, ma la descrizione di Vrba dei due arrivi è radicalmente differente. Vrba afferma, basandosi su una fonte sconosciuta, che Himmler arrivò al campo già alle otto della mattina, ma che poi passò le due ore successive facendo colazione nella residenza di Höß, prima di arrivare in ritardo ai crematori accompagnato da Höß. Vrba menziona solo una vettura. Egli afferma anche che le vittime ebree arrivarono molto prima e che vennero spinte dentro la camera a gas alle 9 in punto. La SS il cui compito era quello di versare lo Zyklon B dentro la camera dovette sedersi aspettando sul tetto per circa due ore mentre altre SS correvano qua e là cercando di contattare Himmler e Höß. Vrba non menziona come gli ebrei arrivassero al crematorio. Wetzler parla di 1.200 ebrei che arrivano stipati sui camion. Egli descrive Himmler che supervisiona lo scaricamento e scambia qualche parola con una vittima di sesso femminile. Wetzler riesce a identificare nell'entourage di Himmler un certo numero di civili, tra i quali Kurt Prüfer della ditta Topf und Söhne e Max Faust della ditta Degesch. Dalla sua distanza molto più vicina Vrba non vede una sola persona in abiti civili.

Quindi arriva lo Zyklon B: secondo Wetzler, nello stesso momento in cui le vittime stanno per entrare nel crematorio. Due, invece di uno, attendenti medici con mostrine nere, vanno sul tetto della camera a gas quando già tutte le vittime sono entrate. Né Vrba, né Wetzler specificano il numero dei fori d’introduzione sul tetto. Wetzler attribuisce ai suoi attendenti almeno due barattoli [di Zyklon] mentre Vrba parla di una sola “scatola”.

Poiché né Vrba né Wetzler sostengono di essere entrati in nessuno dei crematori di Birkenau, la loro descrizione di quello che sarebbe successivamente accaduto può essere attribuita solo all’immaginazione o al sentito dire. Nonostante ciò, Wetzler ritrae la macabra – e presunta – procedura con abbondanza di dettagli (p. 50):

“Le persone che non molto tempo prima erano preoccupate per il loro bagaglio, che pochi minuti prima avevano accettato le attente procedure delle SS, si irrigidivano e guardavano in alto dove sottili cristalli uscivano dalle docce. Dai cristalli usciva rapidamente un gas, adesso lo inalavano, una sostanza pungente, velenosa. Himmler, con i suoi occhi incollati alla finestra, guarda avidamente mentre le persone dietro la porta d’acciaio vengono còlte progressivamente dagli spasmi, mentre si torcono le mani, si strappano i capelli, diventano rigide. Il gas si alza, i bambini si controcono più a lungo negli spasmi terminali”.

Secondo Wetzler, la gasazione durò dieci minuti, mentre Vrba sottintende una durata più lunga non meglio specificata. Wetzler afferma che Himmler rimase incollato allo spioncino della camera a gas per tutto il tempo, con il viso “rosso per l’eccitazione” mentre elogiava a voce alta il metodo omicida come “geniale” e “sensazionale”. In Vrba leggiamo che Himmler guardò nello spioncino per pochi minuti e passò il resto del tempo a discutere della procedura con Höß.

Una volta ultimata la gasazione, Himmler e il suo entourage lasciarono immediatamente il crematorio. Questo almeno è quanto afferma Wetzler. Vrba d’altro canto scrive che Himmler rimase a osservare lo smaltimento dei cadaveri “con acuto interesse”, senza lasciare l’edificio “prima che il fumo iniziasse ad addensarsi sopra i camini”. Questo naturalmente implicherebbe che il “Sonderkommando” fosse presente nel crematorio durante tutta la visita di Himmler. Wetzler però contraddice tutto ciò, affermando che i prigionieri del Sonderkommando aspettarono nei loro alloggi nel campo degli uomini fino a quando Himmler e il suo entourage furono partiti (p. 53).

Secondo Wetzler, le vittime della gasazione costituivano solo la metà di un più numeroso trasporto proveniente da Cracovia. La seconda metà arrivò presuntamente nel pomeriggio e venne gasata la sera di quello stesso giorno. Höß e Himmler tornano a guardare anche questa gasazione. Nessuna seconda gasazione avvenuta in seguito viene menzionata da Vrba. Per quanto riguarda il numero delle vittime, Wetzler sostiene che le vittime della prima gasazione ammontavano a 1.200 mentre il secondo gruppo di 30 camion trasportavano in media 60 persone per veicolo, vale a dire 1.800 persone in totale. Due di questi camion arrivarono presuntamente in ritardo a causa di problemi al motore e saltarono la gasazione. Così, secondo Wetzler, quel giorno vennero gasate 2.880 persone. Vrba sostiene che venne gasato un totale di “3.000 ebrei polacchi” (p. 10). Questo potrebbe non sembrare così contraddittorio. La sorpresa sarà quindi maggiore quando si passerà a leggere la breve descrizione di questo presunto evento nel Protocollo di Auschwitz del 1944:

“Importanti ospiti da Berlino furono presenti all’inaugurazione del primo crematorio, nel Marzo del 1943. Il “programma” consistette nella gasazione e nella cremazione di 8.000 ebrei di Cracovia. Gli ospiti, sia militari che civili, furono estremamente soddisfatti dei risultati e lo speciale spioncino installato sulla porta della camera a gas venne continuamente utilizzato”.

In una deposizione resa da Vrba all’ambasciata israeliana di Londra, per essere presentata al processo Eichmann e che è stata allegata a I Cannot Forgive (p. 269), leggiamo:

“Fui presente all’arrivo di ogni trasporto diretto ad Auchwitz o, se non ero presente, poiché le presenze erano espletate a turno, riuscii ad ottenere le cifre dai miei compagni di lavoro. Così ero in una posizione tale da ottenere cifre piuttosto esatte su quante persone arrivarono ad Auschwitz”.

E’ quindi assai singolare che Vrba, diciannove anni dopo aver scritto il Protocollo di Auschwitz, abbia improvvisamente abbassato il tasso di mortalità di quel giorno fatale di oltre il 60%.

Anche nello strano mondo delle testimonianze olocaustiche è raro trovare due resoconti che si contraddicano reciprocamente in modo tanto lampante, e su così tanti dettagli, come le descrizioni di Vrba e Wetzler della presunta visita di Himmler del 1943. Per Vrba è stata sicuramente una fortuna che il libro di Wetzler non sia mai stato tradotto quando egli era ancora in vita. Cosa sarebbe successo, ci si può chiedere, se anche Wetzler avesse testimoniato al processo Zündel e se il suo libro Escape from Hell fosse stato letto dai cecchini della squadra degli avvocati difensori?

Ma che dire degli altri testimoni dello stesso presunto evento? Che dire dello stesso comandante del campo, Rudolf Höß? Le sue memorie dal carcere vengono spesso presentate come una delle testimonianze più importanti di Auschwitz. Eppure, vi si cercherebbe invano una descrizione della visita di Himmler in questo campo all’inizio del 1943. A p. 233 dell’edizione americana di Comandante ad Auchwitz leggiamo:

“Il mio successivo incontro con Himmler fu nell’estate del 1942 quando visitò Auschwitz per la seconda e ultima volta”.

L’ultima volta che visitò Auschwitz? Höß sicuramente deve aver avuto dei problemi di memoria, per dimenticare quell’interminabile prima colazione con il Reichsführer e tutto il resto.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_158.pdf
[2] Nel testo originale, Costello (in italiano, Pinotto) e Abbott (in italiano, Gianni): http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_e_Pinotto

domenica 20 dicembre 2009

Pio XII beato: il "furor judaicus"

La notizia ormai è risaputa: Benedetto XVI ha firmato il decreto che renderà possibile la beatificazione di Giovanni Paolo II e Pio XII[1]. Il segretario generale del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Stephan Kramer, si è detto “furioso” e “triste”[2] che il Papa abbia proclamato venerabile il suo predecessore Pio XII, criticato per il suo silenzio durante la “Shoah”, ritenendo che Benedetto XVI “riscriva la storia”. “E’ una chiara deviazione dai fatti storici concernenti l’epoca nazista. E Benedetto XVI riscrive la storia senza aver permesso che vi fosse una discussione scientifica seria”, ha aggiunto Kramer.

Ma nessuno cita, ahimé, l’opera di Paul Rassinier “L’Operazione ‘Vicario’ – Il ruolo di Pio XII davanti alla storia”[3], la migliore difesa fatta in favore di questo Papa, mai troppo consigliata.
[1] http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200912articoli/50539girata.asp
[2] http://www.lefigaro.fr/international/2009/12/19/01003-20091219ARTFIG00616-benoit-xvi-proclame-jean-paul-ii-et-pie-xii-venerables-.php
[3] http://ita.vho.org/Rassinier.htm

Conferenza a Berlino contro il revisionismo

Letto mercoledì 16 Dicembre 2009 sul sito juif.org (http://www.juif.org/go-news-116187.php ):

CONFERENZA A BERLINO PER LA LOTTA CONTRO IL NEGAZIONISMO

Di Claire Dana-Picard

La Conferenza internazionale per la lotta contro il negazionismo si è aperta martedì a Berlino con una cerimonia in ricordo di tutte le vittime della Shoah. Questa conferenza ha luogo su iniziativa della sezione russa del Congresso ebraico mondiale e vi partecipano circa 500 delegati da differenti paesi. Israele è rappresentata da deputati dei partiti Kadima e Shass. La prima seduta avrà luogo questo mercoledì.

sabato 19 dicembre 2009

L'affondamento della Gustloff: un crimine di guerra tuttora sottaciuto

Da Ingrid Zündel ricevo e volentieri traduco:

Il 16 Dicembre del 2009, è stato proiettato a Toronto un film intitolato “Sinking the Gustloff” [Affondare la Gustloff]. La regia è di Marcus Kolgar, un giovane estone-canadese. Karin Manion, una “sopravvissuta della Gustloff”, ha scritto queste osservazioni introduttive:

LA CATASTROFE DELLA GUSTLOFF

Volevo introdurre questo film perché mi considero, per così dire, una ‘sopravvissuta’.

Forse dovrei iniziare raccontandovi qualcosa sulla nave stessa. La Gustloff[1] era una nave passeggeri di lusso, che venne varata nel 1937 come nave ammiraglia KdF [Kraft durch Freude, che letteralmente significa: la Forza attraverso la Gioia][2]. Si trattava di un programma del partito nazista volto all’organizzazione pionieristica di crociere a basso costo per i lavoratori - simile alla venuta della Wolkswagen [auto del popolo], un’automobile che rientrava nelle possibilità del lavoratore tedesco medio – un viaggio di piacere a prezzi molto ragionevoli.

Fino a quell’epoca, i viaggi transoceanici, nel mondo civile, erano stati appannaggio dei ricchi. La nave prese il nome da Wilhelm Gustloff, il leader del partito nazista svizzero che era stato assassinato da uno studente ebreo chiamato David Frankfurter; in realtà, venne colpito cinque volte, alla testa e al capo.

La nave venne requisita dalla Marina tedesca nel Settembre del 1939, per fungere da nave ospedale fino al 1940. Il 20 Novembre del 1940, venne privata delle sue attrezzature mediche e ridipinta dai suoi colori ospedalieri nel tipico grigio navale. Venne quindi assegnata come caserma galleggiante per il personale della Marina al porto baltico di Gdynia (in tedesco, Gotenhafen), vicino Gdansk (Danzica). La nave intraprese il suo ultimo viaggio il 30 Gennaio 1945, durante l’”Operazione Annibale”, quando venne affondata mentre partecipava all’evacuazione dei civili e dei militari circondati dall’Armata Rossa nella Prussia orientale.

Partendo da qui, vorrei parlare un po’ della mia esperienza personale. Mentre l’Armata Rossa avanzava nella Germania dell’est (Prussia orientale) e si veniva a sapere delle prime atrocità contro i civili perpetrate dai russi, la mia famiglia – mia madre, mia nonna, un figlio adottivo e io stessa – iniziò un viaggio dell’orrore. Mio padre era stato arruolato dall’esercito tedesco, così eravamo soli. Iniziammo la fuga – a piedi, all’inizio - nell’autunno del 1944 da Tilstit, Prussia orientale. A volte riuscivamo ad avere un passaggio da qualcuno con cavallo e calesse. Ovviamente, il nostro bagaglio era molto ridotto. Non si possono trasportare molte cose quando si viaggia a piedi e il più di quel poco che potevamo portare andava perso lungo la strada, perché diventava pesante e superfluo. Potevamo pensare solo a rimanere vivi.

Ricordo molto poco di questo viaggio perché ero molto piccola, neanche 5 anni di età. Quella che ricordo vividamente è la nostra fuga lungo la Frische Haff (un’insenatura del Baltico). Le strade erano ostruite dai militari e le autocisterna russe falciavano chiunque sulla loro strada. Così la nostra sola scelta fu di inoltrarci lungo l’insenatura ghiacciata. C’erano migliaia di profughi, proprio come noi, che avevano avuto la stessa idea e che volevano solo andare ad ovest, via dal nemico incombente. In questo caso, fummo abbastanza fortunati da avere il permesso di salire su un calesse; così viaggiammo con una folla di migliaia di profughi, tutti speranzosi che la temperatura rimanesse fredda in modo da conservare il ghiaccio.

Poi, accadde l’impensabile! Gli aerei russi iniziarono a mitragliarci e a colpire i profughi congelati che fuggivano per salvare la pelle. Potevo osservare come i calessi che ci stavano dietro e a fianco cadessero sul ghiaccio e la gente affogasse. Non dimenticherò mai le urla che sentii. Non ero mai stata così atterrita prima di quel momento. Il figlio adottivo che mia nonna portava con sé, un bambino di circa dieci anni, continuava a dire: “Nonna prega, nonna prega!”. Il buon Dio deve aver sentito le nostre preghiere, perché riuscimmo poi ad arrivare in salvo su una qualche spiaggia.

Infine, giungemmo nella città portuale di Gdnynia. All’epoca, la Marina tedesca aveva requisito tutti i mezzi galleggianti disponibili per l’evacuazione dei profughi del fronte orientale. Mia madre era in stato di avanzata gravidanza ed era riuscita a procurarsi dei biglietti per la Wilhelm Gustloff. Salimmo sulla nava, solo per sentirci dire che non avrebbero preso a bordo mia nonna (non ho mai scoperto il perché). Mia nonna esclamò: “Vi prego, tu e i bambini andate. Troverò un’altra strada”. Mamma le rispose: “Madre, stiamo fuggendo insieme da quattro mesi; non ci separeremo ora”. Ella quindi si girò, restituì i biglietti e scendemmo dalla nave.

Ebbene, ora conosciamo il destino della Gustloff. La nave era progettata per trasportare comodamente 1.880 passeggeri e l’equipaggio ma venne riempita zeppa. In realtà, anche la piscina era stata svuotata e riempita di passeggeri. La Gustloff finalmente lasciò il porto solo dopo il mezzogiorno del 30 Gennaio del 1945 con 10.852 persone a bordo. Alle 9:16 di quella sera, venne colpita da tre missili lanciati da un sottomarino sovietico. 62 minuti dopo, affondava nel Baltico dove la temperatura dell’acqua era di soli 3 gradi Celsius e la temperatura dell’aria era molto più bassa. In mezzo al caos, furono pochi quelli che riuscirono a salire sulle scialuppe e a farsi soccorrere da una nave di scorta, ma oltre 9.000 morirono nel peggiore disastro navale della storia.

Soltanto adesso, più di 60 anni dopo la fine delle ostilità, si parla di tutto ciò. Fino a poco tempo fa, fu il segreto meglio conservato negli annali della guerra, un vero complotto del silenzio. Fino a poco tempo fa, il più grande disastro marino veniva considerato l’affondamento del Titanic. In realtà, sono stati fatti molti film su questo disastro avvenuto in epoca di pace.

Alexander Marinesko era il capitano del sottomarino russo. Proprio come l’Inghilterra ha eretto una statua in onore di Bomber Harris per i bombardamenti annichilenti contro i civili tedeschi, così l’Unione Sovietica gli ha dato il premio postumo – nel 1990 – di “Eroe dell’Unione Sovietica” per questo atto di malvagità. Qualcuno intervistò Marinesko prima che morisse e gli pose la questione – retrospettivamente, ora che è risaputo che la Gustloff era una nave per profughi, che trasportava principalmente donne e bambini, ha dei rimpianti per quello che fece allora? Egli disse di non averne, perché i tedeschi avrebbero fatto lo stesso a loro se ne avessero avuto la possibilità.

Questo fu un crimine di guerra? Ebbene, guardate il film e giudicate voi.

.......................

Karin, dopo l’evento, ha commentato: all’evento ha partecipato molta gente, visibilmente commossa. Alla fine, c’è stata una discussione. La gente si chiedeva soprattutto il perché del fatto che tale segreto sia stato mantenuto così a lungo. Le persone si sono anche indignate che il capitano Marinesko sia stato premiato per aver ucciso deliberatamente dei civili. In realtà, qualcuno ha suggerito di fare una processione a lume di candela di fronte all’ambasciata russa il 30 Gennaio del 2010 per commemorare questo crimine di guerra e onorare le donne e i bambini vittime di questo disastro.
[1] http://www.alessandracolla.net/?p=247
[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Strength_Through_Joy

venerdì 18 dicembre 2009

1988 - Michel de Boüard sul Rapporto Leuchter: risultati "di una chiarezza abbagliante"

UNO STORICO CORAGGIOSO E RESISTENTE!

LA VIEILLE TAUPE[1]


Epron, 31 ottobre 1985

Al signor Henri Roques

Caro Signore,

avendo sentito parlare delle Sue ricerche e della tesi che ha recentemente sostenuto all’Università di Nantes, mi sono rivolto al mio collega J.Ch. Riviére che ha avuto la cortesia di darmi il Suo indirizzo. Spero che Lei non trovi questa mia iniziativa indiscreta.

Professore emerito all’Università di Caen dove ho insegnato per 42 anni storia e archeologia, sono stato deportato dal 1943 al 1945 nei campi di Neue Bremm e di Mauthausen. Dal 1946 al 1981 sono stato membro del Comité d’histoire de la 2ième Guerre mondiale; dal 1981 faccio parte del consiglio scientifico dell’Institut d’Histoire du Temps Présent (C.N.R.S.).

Dal mio ritorno in Germania ho osservato con molta attenzione la nascita e la rapida crescita di un mito della deportazione, che ha gravemente danneggiato l’elaborazione di una storiavera” di questo fenomeno. I media hanno, a questo riguardo, modificato fino all’eccesso gli amalgama e le esagerazioni di cui si compiace la maggior parte degli ex deportati. Ho chiesto loro diverse volte uno sforzo di obiettività, ma senza grande successo. Il Comité d’histoire de la 2ième Guerre Mondiale, per esempio, ha rinunciato a pubblicare le statistiche che aveva elaborato e questo “per paura di incidenti con le associazioni degli ex deportati”.

Questo è per dirvi, caro Signore, che sarei estremamente felice di poter consultare la vostra edizione critica delle “Confessioni” di Gerstein. E mi piacerebbe anche moltissimo incontrarla, se Lei è d’accordo. Io sono molto spesso a Parigi.

Michel de Boüard


Caen, 5 gennaio 1987

Al sig. Henri Roques

Caro Signore,

la ringrazio dei suoi cari auguri, che ricambio con l’augurio di ogni bene per Lei e per i suoi cari, all’alba di questo nuovo anno.

L’incontro del 10 Dicembre è andato bene. Avevo chiesto al presidente regionale dell’Amicale di invitare solo colleghi storici; erano una quarantina, e molti fra di loro mi hanno chiesto chiarimenti sull’“Affaire Roques”, di cui non avevo parlato durante la mia esposizione, sapendo che su questo punto sarei stato interpellato dai presenti. Il presidente regionale Laspougeas crede fermamente che il bollettino "Historiens et Géographes" riporterà quello che io ho detto; mi ha domandato di preparare a questo proposito uno scritto. Confesso di non condividere assolutamente le sue speranze, ma si vedrà
[2].

Ho ricevuto, per Natale, una lettera di frate Zind
[3] che mi ha profondamente toccato. Avevo sentito parlare di lui in termini molto affettuosi da parte di un collega sociologo, che ha recentemente scritto la prefazione ad una delle sue pubblicazioni.

Ancora una volta, caro Signore, i miei più sentiti auguri di un anno felice e fecondo.

Michel de Boüard


Epron, 15 gennaio 1987

Signor Henri Roques

Caro Signore,

la ringrazio per la sua lettera del 10. Non ho ancora ricevuto nessuna convocazione per testimoniare al processo contro “Libération”. Credo di averle già espresso la mia ripugnanza nel mescolare la giustizia con delle questioni che la giustizia non può giudicare. Ciò che Lei mi dice delle motivazioni del giudizio che le ha dato torto mi conferma questi sentimenti; a mio parere si tratta solo di una riprovevole scorciatoia. Penso che i problemi legati alla deportazione riguardino la storia e solo quella. Un gran numero di storici oggi sono persuasi che sia finalmente ora di trattare questi problemi come tali, anche se è sempre in agguato l’astio di questa o di quella potente lobby. Queste insidie, che sto attualmente sperimentando, non mi faranno abbandonare la mia serenità, e non scalfiranno nemmeno la mia determinazione. Le auguro un felice anno 1987 porgendole, Caro Signore, i miei migliori saluti.

Michel de Boüard


Epron, 6 gennaio 1988

Signor Henri Roques

Caro Signore,

Grazie della sua lettera e degli auguri che mi esprime. Ricambio sia verso di Lei che verso i Suoi familiari.

Non ho ricevuto “Les dossier de l’Histoire”. Anche se questa pubblicazione ha offerto 20 pagine al coraggioso Choumoff non sono molto propenso a prenderla in considerazione.

Dopo tutto, come si può rimproverare alle associazioni di ex deportati di sfruttare quella che è la loro ragione di vita. L’"Amicale de Mauthausen" continua ad inviarmi il suo bollettino; è commovente quanto sia puerilmente cieco.

In compenso quello che giudico rivoltante è il “tradimento dei chierici” che sono istituzionalmente incaricati di elaborare la storia e che deridono l’obiettività. Non fanno niente, al contrario, per esercitare un contrappeso critico rispetto a questa letteratura mitica.

Contiamo di partire per Antibes verso il 15 Gennaio e di passare laggiù un mese. Al mio ritorno sarei contento di riprendere con Lei, per esempio con l’occasione di un pranzo, lo scambio di opinioni che abbiamo iniziato nel nostro primo incontro, più di due anni fa. Ancora una volta, Caro Signore, le auguro un felice e fecondo 1988.

Cordialmente

Michel de Boüard


Epron, 17 giugno 1988

Caro Signore,

la ringrazio per avermi comunicato un lungo resoconto del processo di Toronto; l’ho letto con molta attenzione ed interesse, anche perché non conosco la maggior parte degli autori e degli scritti che vi sono citati. Le mie informazioni sul problema dei “campi di sterminio” sono molto rudimentali; in compenso da anni faccio riferimento alla storia dei KZ
[4] che si trovavano nel 1937 all’interno delle frontiere tedesche; all’interno del Comité d’histoire de la 2ième Guerre mondiale, di cui feci parte dal 1945 (prima anche dell’arrivo di Henri Michel, Edouard Perroy era allora il segretario generale) fino al suo scioglimento, ho qualche volta espresso le mie riserve su quello che io considero come un “tradimento dei chierici”. Questa istituzione, il cui scopo era quello di elaborare e di far prevalere una vera storia della deportazione (o meglio, delle deportazioni, perché questa parola ancora oggi viene usata per indicare cose molto diverse), ha puntualmente ceduto ai propagandisti “del mito”, cioè ai media e alle lobby che ancora li ispirano; alcuni membri molto conosciuti del Comité hanno sviluppato l’aspetto “best seller” della letteratura sui KZ. Esempi: “Tragedia della deportazione, di H. Michel e Olga Wormser, o "Quando gli alleati aprirono le porte”, …di Olga Wormser.

In allegato la fotocopia di due pagine dell’ultimo bollettino de “L’Amicale de Mauthausen”. Lei conosce l’accanimento che i miei “buoni amici” hanno messo per sostenere l’esistenza di una camera a gas a Mauthausen. L’Amicale ha fatto il possibile presso il Vaticano affinché il Papa visiti la famosa “camera a gas”; i fotografi e i giornalisti l’avrebbero fotografato, e così nessuno avrebbe più potuto negare …. Mai questi
fanatici erano stati così grotteschi nell’impostura; e, certamente, questo episodio penoso non sarà conosciuto dal grande pubblico[5].

Grazie ancora, caro Signore, anche per la comunicazione di avermi inviato una copia del Rapporto Leuchter[6].

Cordialmente

Michel de Boüard


Antibes, 28 settembre 1988

Grazie mille, caro Signore, per avermi inviato il n. 3/1988 degli Annales d’Histoire révisionniste. Conoscevo assai poco il dossier della controversia sulle camere a gas; ma ho sempre trovato strano che non si sia proceduto, prima di tutto, a degli esami come quelli compiuti da Fred A. Leuchter; i risultati mi sembrano di una chiarezza abbagliante. Che ci potranno obbiettare “gli altri”? Come, d’altra parte, non si sono (se non sbaglio) localizzate le famose fosse di 100m x 20m x 12m, delle quali si è tanto parlato (Gerstein ed altri), e dove sarebbero stati ammassati i cadaveri dei gasati, tanto numerosi che i forni crematori non potevano bruciarli. Ogni archeologo sa bene che queste fosse sono facilmente localizzabili con gli strumenti di prospezione geofisica.
Se avrò il piacere di rivederla uno di questi giorni (rientrerò in Normandia domenica prossima), le parlerò di un mio amico molto caro che soggiornò ad Auschwitz I dalla fine del Luglio del 1942 alla fine del 1944; lavorava al Kommando degli elettricisti e fu inviato, in diverse riprese, a Birkenau per effettuare dei lavori di manutenzione ai crematori.
Ho molto apprezzato, in AHR, la gragnuola che Pierre Guillaume ha somministrato all’ignobile Georges Wellers, che l’Institut d’Histoire du Temps Présent, l’Associazione dei professori di storia e di geografia (e d’altro) si ostina a presentare come uno storico onesto.

Sinceramente Suo, caro Signore

Michel de Boüard


Queste lettere, riprodotte qui in extenso, costituiscono la corrispondenza indirizzata ad Henri Roques. Il decano Michel de Boüard, ha intrattenuto corrispondenza con altri revisionisti, tra i quali il prof. Robert Faurisson, che non ha ancora ritenuto opportuno rendere pubblica la sua corrispondenza con questo deportato resistente che non aveva esitato il 18 aprile 1986 a stringere la mano al diavolo[7].

Una mostra intitolata “Michel de Bouard 1909-1989. Un intellettuale nel suo secolo” è stata presentata dal 1° Marzo al 19 Aprile 2009 al Museo di Normandia, al Castello di Caen.

In quest’occasione un lussuoso catalogo a colori di 24 pagine (formato 23x33) corredato da numerose fotografie e documenti è stato pubblicato in onore “di uno dei più importanti cittadini di Caen del XX° secolo” (Philippe Duron, Sindaco di Caen, deputato del Calvados, pagina 2 del catalogo). A pag. 3 della “Cronologia generale” si legge, alla penultima linea: “1986: Polemica sulla tesi di Henri Roques”. Nella stessa pagina, a firma di Yves Marin, direttore del museo di Normandia troviamo questa perla, dove ogni parola va letta con attenzione:

Bertrand Hamelin, che dedica la sua tesi di dottorato alla vita e all’opera di Michel de Bouard, e Jean-Marie Levesque, conservatore del Museo di Normandia, hanno saputo con rigore e discrezione (…) trovare le parole giuste quando è stato necessario difendere la sua memoria di fronte all’ignoranza accusatrice o ai tentativi di recupero più abbietti”.

Ci piacerebbe sapere a quali tentativi di recupero fanno riferimento. Pagina 9. Si fa allusione all’”estrema destra”. Ma questo falsifica e snatura completamente il pensiero di Michel de Boüard che aveva sostenuto chiaramente “la tesi di Nantes”[8] perché faceva avanzare la conoscenza del “documento Gerstein”. Un punto, soltanto!.

Michel de Boüard pensava al di là di tutto (UBER ALLES) che la verità si impone a tutti e prima di tutto.

La mostra sarà prorogata all’Università di Caen – Bassa Normandia, dal 24 Ottobre al 4 Dicembre 2009.

Il 23 Ottobre alle 10 Colloquio.

Questo 23 Ottobre sarà una data storica.

O questo colloquio sarà il primo colloquio dedicato in un’Università francese ad uno storico resistente al conformismo “obbligato”, oppure gli “storici” recuperatori e falsificatori si sveleranno con il loro silenzio.

[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.aaargh.codoh.com/fran/archVT/vt09/vt091023.html
[2] Abbiamo visto. Silenzio assoluto tra i ranghi.
[3] Pierre Zind. Frate marista. Dottore in Lettere e Scienze Umane, era membro della commissione di laurea di Roques. Autore di “Les Nouvelles congrégations de Frères enseignants en France de 1800 à 1830”, 3 volumi, Saint Genis Laval 1969, “Alsace Lorraine”, Parigi, 1979, 693 pagine, ma anche di “L’Enseignement religieux dans l’Instruction primaire publique en France de 1850 à 1873” (Centre d’Histoire du catholicisme), Lione, 1971, xvi -315 pp.; di “Brève Histoire de l’Alsace”, Albatros, Parigi, 1977; e di “Alsace Lorraine 1870-1940”, Edizioni Copernic, Parigi, 1979, 691 pp.
[4] Konzentrationslager (nota del curatore).
[5] Sempre che Lei non aiuti la vecchia talpa a far circolare questo scritto.

[6] Disponibile nell’edizione critica di Germar Rudolf al seguente indirizzo: http://vho.org/dl/ENG/tlr.pdf (nota del curatore).
[7] Si riferisce a Robert Faurisson (nota del curatore).
[8] http://www.aaargh.codoh.com/fran/ACHR/ACHR.html