sabato 31 ottobre 2009

Gilad Atzmon: mandiamo i sionisti in un altra galassia

DOPO TUTTO SONO UN VERO EBREO SIONISTA

Di Gilad Atzmon, 27 Ottobre 2009[1]

Sono un sopravvissuto dell’Olocausto

Sì, sono un sopravvissuto, perché sono riuscito a sopravvivere a tutti i racconti spaventosi dell’Olocausto: quello sul sapone[2], quello sui paralumi, quello sui campi, quello sulle fucilazioni di massa, quello sul gas[3], e quello sulle marce della morte[4]. Sono riuscito a sopravvivere proprio a tutti. Nonostante tutte queste storie che ti infliggono la paura, instillate di proposito nella mia anima sin da quando ho aperto gli occhi, sono diventato un essere umano efficiente e persino di successo. In qualche modo, sono sopravvissuto all’orrore, malgrado tutto. Sono riuscito persino ad amare il mio prossimo. Nonostante tutto questo indottrinamento, pauroso e traumatico, sono riuscito miracolosamente a padroneggiare il mio suadente sax contralto, invece del lamentoso violino.

In realtà, ho già deciso che, nel caso la Regina – o qualsiasi altro membro della Famiglia Reale – dovesse prendere in considerazione di fare di me un “Sir” per i miei meriti bebop, o addirittura per aver affrontato la barbarie sionista con la mia semplice penna, cambierò immediatamente il mio cognome da Atzmon in Vive, solo per diventare il primo e unico Sir Vive.

Sono anche totalmente contrario al negazionismo dell’Olocausto

Sono chiaramente indignato con quelli che, in nome dell’Olocausto, negano i genocidi che stanno avvenendo ora. La Palestina è un esempio, l’Iraq è un altro e quello che è previsto per l’Iran è probabilmente troppo spaventoso da esaminare.

L’Olocausto è una religione relativamente nuova.[5] E’ priva di misericordia o di compassione: al contrario, essa promette vendetta per mezzo del castigo. Per i suoi seguaci, è qualcosa di liberatorio perché permette loro di punire tutti quelli che vogliono fino a quando ne ricevono piacere. Questo potrebbe spiegare perché gli israeliani sono arrivati a punire i palestinesi per crimini che furono commessi dagli europei. E’ chiaro che la nuova religione emergente non riguarda solo l’”occhio per occhio”; in realtà, si tratta di un occhio per migliaia e migliaia di occhi.

Un mese fa, mentre visitava Auschwitz, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha lasciato un’annotazione nel libro ufficiale dei visitatori: “una forte Israele è sia la consolazione che la vendetta”[6]. Nessuno potrebbe riassumere meglio le aspirazioni di questa religione. La religione dell’Olocausto non offre redenzione. E’ una manifestazione rozza e violenta di vera brutalità collettiva. Non può risolvere nulla, perché l’aggressione può solo provocare sempre nuove aggressioni. Nella religione dell’Olocausto non c’è nessuno spazio per la pace o per la grazia. Prendete esempio da Barak: è nella vendetta che trovano la loro consolazione.

Negare il pericolo causato dalla religione dell’Olocausto e dai suoi seguaci significa rendersi complici di un crimine crescente contro l’umanità e contro ogni possibile valore umano.

Sono anche totalmente a favore del Progetto Nazionale Ebraico

Qualcuno crede che dopo 2.000 anni di “Diaspora Fantomatica” gli ebrei abbiano il diritto ad una “madrepatria nazionale tutta loro”. A quanto pare i sionisti la volevano sinceramente. Lo stato ebraico ora è sufficientemente reale da aver trasformato l’intero Medio Oriente in una bomba a orologeria.

Riesaminare il record israeliano dei crimini contro l’umanità compiuti negli ultimi sessant’anni non lascia molto spazio alle congetture. Stiamo parlando di una società patologicamente sinistra. Quindi, se qualcuno di noi potrebbe concordare sul fatto che gli ebrei debbano avere un ipotetico diritto a una terra tutta loro, il pianeta terra non è certo il luogo ideale per una roba del genere.

Quindi, inviterei la NASA a intervenire e a fare uno sforzo particolare per trovare un pianeta alternativo adatto alla madrepatria sionista, in un altro spazio o anche in un’altra galassia. Il Progetto Sionista Galattico significherebbe il passo immediato dalla “terra promessa” al “pianeta promesso”. Direi di sottolineare in modo entusiastico che, invece di cercare “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, quello che vogliamo davvero è un “pianeta solitario”. Potrebbe essere persino desertico, visto che dicono di sapere come far fiorire un deserto. In un pianeta tutto loro, i sionisti galattici non avrebbero bisogno di opprimere nessuno, né di praticare pulizie etniche, non dovrebbero più chiudere le popolazioni native in campi di concentramento, perché non vi sarebbero popolazioni native nei dintorni da maltrattare, affamare, uccidere ed epurare. Non dovrebbero più gettare fosforo bianco sui loro vicini perché non avrebbero nessun vicino. Raccomando vivamente la NASA di cercare un pianeta che abbia una gravità molto debole in modo che la gente possa girovagare facilmente. Dopo tutto, desideriamo che i nuovi Sionisti Galattici si godano il loro progetto futuribile proprio come i palestinesi e molti altri potrebbero godersi la loro assenza.

Così eccomi qua, un vero ebreo, dopo tutto: sono un sopravvissuto, contrario al negazionismo dell’Olocausto, favorevole all’aspirazione nazionale ebraica. Anche il rabbino capo d’Inghilterra non potrebbe chiedere di più.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.gilad.co.uk/writings/after-all-i-am-a-proper-zionist-jew-by-gilad-atzmon.html
[2] Riconosciuto recentemente essere un “mito” dal museo israeliano dell’olocausto Yad Vashem: http://isurvived.org/InTheNews/YadVashem-2NaziSoapStories.html
[3] Un fatto storico protetto dalla Legge Europea
[4] Si tratta di una narrazione leggermente fuorviante. Se i nazisti fossero stati interessati ad annientare l’intera popolazione ebraica europea come sostenuto dalla narrazione ortodossa e sionista dell’olocausto, allora è piuttosto oscuro quello che li indusse a far marciare quanto rimaneva dell’ebraismo europeo verso la loro madrepatria nazista in rovina in un’epoca in cui era chiaro che stavano perdendo la guerra. Le due narrazioni, l’”annientamento” e le “marce della morte” sembrano incompatibili. La questione merita ulteriori approfondimenti. Vorrei solo dire che le risposte ragionevoli che ho scoperto potrebbero danneggiare duramente la narrazione ortodossa dell’olocausto.
[5] Il filosofo israeliano professor Yeshayahu Leibowitz è stato probabilmente il primo a definire l’olocausto come “la nuova religione ebraica”.
[6] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3790707,00.html

venerdì 30 ottobre 2009

Faurisson è un umanista - II

"IN CONFIDENZA": FAURISSON E' UN UMANISTA - II

di Pierre Panet[1]

Con il titolo di En Confidence [In confidenza] , l’editore Pierre Marteau, a Milano, ha appena pubblicato una lunga intervista di Robert Faurisson con una “Sconosciuta” (distribuita dalle Edizioni Akribeia 45/3, Route de Vourles, 69320 Saint Genis Laval). Per molti aspetti questa intervista non mancherà di seminare il dubbio fra quelli che hanno condannato l’uomo senza averlo, prima, davvero letto e capito. Da parte nostra, le sue risposte alla “Sconosciuta” ci confermano che il personaggio che ci è stato descritto in modo ostinato come un essere diabolico è in realtà un umanista nei due sensi del termine: la sua formazione è quella di un intellettuale versato negli studi umanistici classici e moderni e la sua disposizione di spirito lo porta al dubbio, alla ricerca scientifica, all’esame di ciò che rischia di far smarrire l’uomo nel campo della politica, della religione, della guerra, dello spirito di crociata, o ancora della semplice propaganda mediatica.

Il Contro Saint Beuve di Marcel Proust illustra l’idea di un’opera che può essere scritta da un altro “me stesso” rispetto a quello che mostriamo nella vita corrente. Ispirandoci a quest’idea tentiamo lo sforzo, almeno per un istante, di avvicinare l’uomo che è Robert Faurisson senza entrare nel merito di quello che noi sappiamo o crediamo di sapere dell’autore, delle sue ricerche letterarie o delle sue scoperte storiche.

L’essenziale delle ricerche propriamente storiche di Robert Faurisson lo troviamo nelle 2.500 pagine dei suoi Ecrits révisionnistes (Scritti revisionisti), opera in cinque volumi ugualmente disponibile presso Akribeia. Si può rifiutare questo lavoro e screditarlo, è un diritto, o, al contrario, approvarlo e difenderlo. La Storia giudicherà, presto o tardi, ma prima di questo giudizio sarà necessario un dibattito pubblico. Robert Faurisson, da parte sua, non ha mai smesso di chiedere un tale dibattito. I suoi detrattori hanno sfortunatamente respinto tale richiesta, perché, secondo certuni, “si può discutere del revisionismo ma non si discute con i revisionisti”, non essendo altro questi ultimi, così sembra, che dei “falsari della storia”, dei “gangsters della storia” o ancora degli “assassini della memoria”. Mi sembra quindi, come è sembrato anche a Noam Chomsky, a Jean-Gabriel Cohn-Bendit, a Claude Karnoouh, a Jacob Assous, e altri ancora, che Faurisson debba avere il diritto di difendersi anche fuori delle procure della Repubblica, vale a dire senza essere costantemente sotto la minaccia della scure della giustizia. Per quale motivo gli viene negato un diritto che è invece riconosciuto a chi lo attacca? Perché rifiutargli l’accesso a dei mezzi mediatici che i suoi avversari utilizzano a propria discrezione?

La legge del 13 luglio 1990, chiamata “legge Gayssot”, “legge Fabius-Gayssot” o “legge Faurisson” vieta ogni dibattito pubblico e ogni contraddittorio su una, e una sola, pagina della storia della seconda guerra mondiale. Questa pagina riguarda ciò che ha potuto essere esattamente la sorte degli Ebrei d’Europa a partire dal 1941/42 e fino alla fine della guerra nell’anno 1945. Nessuno mette in dubbio, nemmeno tra i revisionisti, che dal 1933 e fino alla fine della guerra, gli ebrei abbiamo subito una persecuzione su larga scala, ma la controversia verte su argomenti che vanno ben al di là di questa innegabile persecuzione.

Per molti, l’opera revisionista di Robert Faurisson sarebbe di ispirazione neo nazista, o, almeno, sconfinerebbe in alcune idee care all’estrema destra. Da parte nostra, astraendo dal fatto che - secondo l’opera di Robert Faurisson - non vi sarebbero stati durante la seconda guerra mondiale genocidio degli Ebrei e camere a gas omicide, siamo andati alla ricerca dell’uomo, e ciò che abbiamo scoperto infirma l’impressione che certuni possono avere alla sola menzione di una tesi storica giudicata rivoltante. O meglio, con questa spiacevole impressione si rimarrebbe molto lontani dall’uomo singolare, di carne, di cuore e di spirito che è Robert Faurisson.

Robert Faurisson è un discepolo di Hitler?

A chi immagina che Robert Faurisson non sarebbe altro che un nostalgico del III Reich e che professerebbe idee neo naziste, noi consigliamo di andare alla ricerca di alcune rivelazioni che egli ha fatto, sia nell’intervista En Confidence sia altrove, quando ha risposto a domande sulla sua infanzia, sul suo ambiente familiare, sulla sua attività professionale, sulla sua vita privata e sui retroscena della sua vita pubblica.

Nato vicino a Londra nel 1929, da padre francese e da madre scozzese, nello stesso tempo suddito britannico e cittadino francese, aveva 10 anni nel 1939 e 16 anni nel 1945. Ha vissuto intensamente le peripezie della guerra con, fissato al cuore, l’odio per la Germania. In En Confidence dirà: “abbeverato dalle fonti di Radio Londra, che ascoltavo religiosamente con mio padre, odiavo i tedeschi e speravo in cuor mio che ci fossero ancora bombardamenti sul mio paese (la Francia) e sulla Germania”.

Nel giugno del 1942, all’erà di 13 anni, nel collegio dei Gesuiti di Marsiglia, il giovane Robert incise con un coltellino sul suo banco di scuola le parole “Morte a Laval”, cosa che gli procurerà alcuni fastidi. Oggi, egli si rimprovera questo “appello alla morte” e condanna gli abominii della giustizia di eccezione che venne esercitata contro i vinti al momento della “Liberazione”.

Quando gli si chiede come avrebbe vissuto l’eventuale vittoria della Germania nazista, risponde che verosimilmente avrebbe preso le difese dei vinti, dal momento che l’esperienza insegna che i vincitori abusano quasi sempre delle loro vittorie soprattutto se, durante la guerra, ad un certo momento, hanno pensato di subire una disfatta. In questo caso il vinto risveglia la compassione di Robert Faurisson tanto quanto il vincitore provoca la sua diffidenza. Il semplice fatto che il vincitore, in ogni caso, imponga quasi sempre la sua visione della storia spingerà il nostro uomo a defilarsi da questa versione divenuta ufficiale.

A questo proposito c’è una data chiave nel destino di Robert Faurisson: quella dell’8 maggio 1945. Aveva allora 16 anni. Sentiamo le sue argomentazioni:

“…Mi trovo a Parigi dove vivo vicino ai giardini del Luxembourg. Le campane della Vittoria suonano. Per sentire meglio apro le finestre della camera che divido con mio fratello minore. Nostro padre mi domanda se sono “contento”. Rispondo di si, ma con il tono di dovermi sbarazzare di una questione troppo intima e, là, per la prima volta nella mia vita, inizio di colpo a pensare ai Tedeschi, ai “Crucchi”, ai nazisti come persone in carne ed ossa per i quali, riflettendoci, il giorno dell’8 maggio 1945 doveva essere molto più orribile dell’11 novembre 1918. Credo che sia stato dal quel giorno che il dubbio ha cominciato a ronzarmi per la testa. Resta il fatto, inoltre, che “Non si è seri quando si hanno 17 anni!”. I miei studi e i piaceri della vita continuavano a prendersi tutta la mia attenzione. In quel periodo l’Epurazione era al culmine: si fucilava tutti i giorni. Gollisti e comunisti facevano a gara nella repressione. I vincitori erano presi da una frenesia criminale. Dopo Hiroshima, Nagasaki, ecco, nel cuore dell’Europa, le pulizie etniche, i massacri e le deportazioni sistematiche delle minoranze tedesche in proporzione e a condizioni più orribili di quelle che possono essere rimproverate ai vinti. Si spediscono al moloch sovietico le prede che esso esige. Si chiudono gli occhi sui massacri fatti da Tito. Questi crimini che non hanno più la giustificazione della guerra, si accompagnano alla farsa del processo di Norimberga, del processo di Tokio e di altri processi simili”.

Se capita a Robert Faurisson di prendere le difese dei gerarchi nazisti, a rischio di essere preso per nazista egli intende “prendere le difese di tutti i vinti sottomessi alla legge dei vincitori”. Denuncia il processo di Norimberga e ne rifiuta il giudizio. E ancora più in là, affrontando il pericolo di essere preso per antisemita, chiama in causa le organizzazioni ebraiche e sioniste “che accusano praticamente tutto il mondo, prendendosela non solo con Hitler, Himmler, Goering, Goebbels, ma anche con la Germania, l’Austria, i loro alleati, senza dimenticare i collaborazionisti, e anche i musulmani che si erano alleati con Hitler; e incriminano anche Roosvelt, Churchill, Stalin, Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa e i paesi restati neutrali durante il conflitto. Si può dire che queste organizzazioni denunciano tutto il genere umano, o poco meno. Fanno eccezione solo per qualche migliaio di “Giusti fra le nazioni”, che per loro è un mezzo per affliggere meglio il resto dell’umanità, accusato o di avere seguito Hitler, o di avergli lasciato commettere crimini indicibili”.

All’inizio degli anni 1980, a Los Angeles, Robert Faurisson è colpito dalla visita al Museo della Tolleranza, all’epoca diretto dal rabbino Marvin Hier. Ogni museografo sa per esperienza che è nell’ultima stanza di un museo che si forma meglio lo spirito del visitatore; è lì che il visitatore ricorderà la sua ultima impressione, la sua ultima emozione. Evocando il ricordo lontano che ha conservato della visita e, in particolare, le impressioni della prima e dell’ultima sala di questo museo, Robert Faurisson ci lascia il seguente commento: “Nella prima sala, gli accusati sono, come ci si poteva aspettare, Adolf Hitler, Heinrich Himmler, Joseph Goebbels e altri dignitari del III Reich; le foto sono in bianco e nero e la stanza è buia. Al contrario, nell’ultima sala, molto illuminata, il visitatore ha la sorpresa di trovarsi di fronte alla rappresentazione a colori di un uomo rappresentato per sei volte, in tenuta da deportato che, con un gesto d’accusa, indica questa volta Roosvelt, Churchill, Papa Pio XII (forse anche il Comitato internazionale della Croce Rossa e forse Stalin; non mi ricordo bene, dovrei consultare i miei appunti). La prima sala è quindi quella degli assassini e l’ultima quella dei complici, per inazione o per indifferenza, del più grande crimine della storia. Una tale accusa anche contro gli Alleati è tanto più imprudente perché prende di mira paesi che, nella lotta contro Hitler, hanno perduto milioni di civili e di soldati”.

Robert Faurisson è un uomo di punta dell’estrema destra?

Se Robert Faurisson non può essere tacciato di neo-nazismo, è allora un uomo di estrema destra?

Robert Faurisson si definisce apolitico. È portato a riconoscere la legittimità dei regimi democratici vigenti e, secondo la formula ben nota, ritiene che la politica sia soprattutto l’arte del possibile. Lo ripugnano sia il pensiero della destra che quello della sinistra. Ha avuto degli amici comunisti. Senza dubbio è perché ha fatto parte del SNES (Sindacato nazionale dell’insegnamento superiore) quando era professore aggregato di lettere e questo sindacato era diretto da comunisti. È anche stato, per anni, segretario di sezione e i suoi interventi sindacali erano apprezzati in quanto brevi e concreti, mirati su soggetti precisi; termini generici e sproloqui erano proscritti. Se Robert Faurisson fosse stato di destra avrebbe aderito allo SNALC (Sindacato nazionale autonomo delle scuole inferiori e superiori). In seguito, durante gli anni dell’insegnamento universitario, aderirà al SNESUP (Sindacato nazionale dell’insegnamento superiore), sindacato di sinistra e, quando la Sorbona sarà divisa in diverse università, non sarà a “Paris IV”, reputata di destra, che sceglierà di insegnare, ma a “Paris III”, notoriamente di sinistra.

Precedentemente, quando era ancora professore al liceo “Blaise Pascal” di Clermont Ferrand, si era evidenziato per la sua partecipazione attiva agli avvenimenti del Maggio e del Giugno 1968. Place de Jaude l’aveva visto sfilare a fianco a quelli che i comunisti chiamavano “rivoluzionari” (sic) e riprendere da parte sua lo slogan “Siamo tutti ebrei tedeschi”. Per uno spirito che oggi è tacciato di antisemitismo ossessivo si potevano immaginare tutt’altri slogan. Robert Faurisson ci confiderà che, se avesse vissuto all’epoca di Dreyfus, avrebbe fatto di tutto per difendere chi era stato accusato senza prove.

È capitato che editori di estrema destra lo abbiano pubblicato, ma è anche vero che, da ogni altra parte, ha sempre trovato le porte chiuse. Quando la sinistra libertaria, nella persona di Pierre Guillaume o di Serge Thion, gli ha aperto le porte ne ha approfittato. Non ha mai sostenuto le opinioni politiche o religiose di chi lo pubblicava. Ha sempre mantenuto la sua indipendenza e ha sempre avuto le sue riserve. Un suo collega di sinistra un giorno ha scritto che Faurisson non è né di destra né di sinistra ma di un pragmatismo all’inglese che si accompagna alla diffidenza per l’astrazione. Abbiamo sentito dire a Faurisson con un sorriso: “Le mie idee si trovano riassunte nella marca di automobile che possiedo da tempo. Si tratta di una Renault Megane versione “Classic”. Credo di essere stato influenzato da quelli che si chiamano umanisti classici e, per nascita, mi trovo ad essere mezzo inglese; da qui l’ortografia di “Classic””.

In alcuni casi le sue riserve gli hanno creato dei problemi. È stato accusato di condividere posizioni di estrema destra, ma non ha mai creduto di dover spiegare che, seppure effettivamente adoperatosi in soccorso di un amico di estrema destra messo in prigione per aver difeso l’Algeria Francese, aveva, d’altra parte, preso posizione nel Comitato Maurice Audin contro la tortura in Algeria. In seguito non ha nascosto il suo anticolonialismo o il suo aiuto concreto in favore di un villaggio palestinese.

Robert Faurisson ci è apparso come un uomo aperto ma al quale non piace troppo lasciarsi andare a dichiarazioni pubbliche sulla sua vita privata o di cittadino. Alla fine di diversi incontri che ci ha accordato, ci ha, alla fine, colpito per la sua formazione di professore universitario nutrita di francese, di latino e di greco (umanista, precisamente) e per la tessitura “scozzese” del suo spirito, come gli piace dire, vale a dire fatta di indipendenza e di impertinenza.
Noi l’abbiamo conosciuto caloroso malgrado le sue riserve, generoso, umile, intollerante alla menzogna e alla mancanza di coraggio.

Se bisognasse arrischiare un confronto con un personaggio del teatro classico, noi potremo, visto il suo pessimismo, la sua rettitudine, il suo amore per l’esattezza e una certa inflessibilità, assimilarlo al personaggio di Alceste nel Misantropo di Moliére.
Quanto alle sue idee – e l’ultimo incontro lo conferma – noi manteniamo l’opinione che siano quelle di un umanista.

L’indegno trattamento che gli viene inflitto dal 1974 deve cessare.

Pierre Panet, Parigi, 30 agosto 2009

[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.plumenclume.net/textes/2009/revisos/panet-faurisson-humaniste-090909.htm

Mons. Williamson condannato a pagare 12.000 euro

Mons. Richard Williamson è stato multato di 12.000 euro da un tribunale bavarese per la famosa intervista “negazionista” concessa a suo tempo alla televisione svedese (http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=109733&sectionid=351020604 ). Il suo avvocato in Germania, Matthias Lossmann ha riferito che al suo cliente è stato ingiunto di pagare 100 euro al giorno per 120 giorni e che probabilmente presenterà appello. In caso affermativo, vi sarà un processo a Regensburg – la città dove Williamson si trovava quando rilasciò l’intervista – processo cui Williamson non sarà costretto a presenziare.

giovedì 29 ottobre 2009

Il caso don Floriano Abrahamowicz

SULLA SCIA DEL CASO WILLIAMSON: IL CASO DI DON FLORIANO ABRAHAMOWICZ

Di Guillaume Fabien, Agosto 2009[1]

A Treviso, don Floriano Abrahamowicz - sacerdote cattolico e rappresentante per l’Italia del nordest della Fraternità S. Pio X – ha avuto il coraggio di rilasciare la seguente dichiarazione a un reporter del giornale La Tribuna di Treviso:

“Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dire se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione”.[2]

Queste parole sono state pubblicate il 29 Gennaio di quest’anno, al culmine dell’affare Williamson, e Abrahamowicz parlò appunto in difesa del Vescovo, membro come lui della Fraternità.

Nel titolo che riassumeva l’intervista del sacerdote, il giornale distorse le sue affermazioni facendogli dire: “Camere a gas? Per disinfettare”, come se egli avesse in realtà dichiarato: “Ho studiato la questione e questa è la mia conclusione: le camere a gas vennero usate solo per disinfettare”.

I media internazionali e una parte della blogosfera colsero naturalmente l’occasione di condannare un secondo crimine di “negazionismo olocaustico” da parte di un sacerdote cattolico-tradizionalista. Il Papa invece, tirò fuori immediatamente l’artiglieria pesante che ci si poteva aspettare da lui per puntarla su un bersaglio di reale importanza internazionale, piuttosto che su un “parroco” come don Floriano.

Il venerdì 30 Gennaio, la Radio Vaticana lesse un messaggio del portavoce Padre Federico Lombardi che dichiarava: “Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio né della croce di Cristo”, e specificava che il peccato del negazionismo “tanto più è grave, quindi, se la negazione viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioè di un ministro cristiano, sia unito o no alla Chiesa Cattolica”.[3]

Numerosi gazzettieri pensarono anche di presentare don Floriano ai loro lettori come un ebreo rinnegato, perché il cognome Abrahamowicz poteva essere, secondo loro, solo ebraico. In realtà, si tratta, nel suo caso, di una forma slavizzata di Abrahamian, come la famiglia di suo padre veniva chiamata prima di emigrare in Europa centrale dalla nativa Armenia.

Il 4 e il 5 Febbraio, ancora a Treviso, il sacerdote cercò di chiarire le cose parlando davanti alla telecamera con un giornalista di una TV locale, mantenendo le sue precedenti dichiarazioni ed esprimendo rammarico per l’isterismo dei media diretto contro la Chiesa in generale e Mons. Williamson in particolare.

In questa rara occasione di accesso ai media, egli non si trattenne dall’esprimere il suo punto di vista tradizionalista sul Concilio Vaticano II con due parole latine: cloaca maxima.[4] Ma egli fece anche notare che sperava di vedere una discussione libera e onesta – una “tavola rotonda” – sulla questione storica sollevata dal Vescovo inglese, che sarebbe stata possibile, ovviamente, solo una volta che le acque si fossero calmate.

All’inizio, i suoi colleghi [della Fraternità] gli dissero che erano totalmente d’accordo con lui per la sua intervista del 29 Gennaio. In seguito, però, colui che aveva mostrato la rettitudine di difendere il Vescovo Williamson con le semplici parole “Non so” venne sconfessato ed espulso dalla Fraternità; e, ancora peggio, venne messo sulla strada. Il 5 Febbraio, giusto dopo la sua seconda intervista televisiva, il suo superiore del distretto, don Davide Pagliarani, parlando a nome di Mons. Fellay, capo mondiale della Fraternità, lo informò che non poteva più esercitare il suo ministero. Don Floriano era un uomo che “con i suoi gravi atti di indisciplina” rischiava di macchiare l’immagine dell’organizzazione.[5]

Egli ignorò la proibizione e continuò a vivere come prima, tranne per il fatto che ora la polizia doveva sorvegliare, la Domenica, la sua “parrocchia” per impedire ai disturbatori di interferire con le cerimonie. Poi, il 1 Marzo, mentre stava fuori per commissioni, i suoi ex colleghi arrivarono e cambiarono le serrature delle porte della chiesa, che era anche la sua casa.[6] Un fatto finora inedito. Don Floriano si ritrovò senza casa.

Peggio ancora, sembrava che vi fosse per lui anche l’eventualità di subire un procedimento giudiziario perché, a loro volta, le autorità della vicina Austria stavano pensando di accusarlo di aver offeso la verità rivelata della nostra epoca. Esse finirono per abbandonare l’idea poiché, dopo tutto, egli aveva preso posizione in Italia, in italiano, sui media italiani, e perciò non poteva rientrare nella loro giurisdizione (qui constatiamo, e ne siamo lieti, che permangono alcuni limiti alle forze spietate che spiano i nostri pensieri e le nostre parole).

Per non essere da meno, il sindaco di Verona Flavio Tosi, un politico di primo piano della Lega Nord, disse che don Floriano aveva fatto “apologia di reato, e di questo dovrebbe risponderne davanti alla legge”[7] – e questo nonostante il fatto che l’Italia non abbia una legge antirevisionista – ma fortunatamente il periodo consentito per formalizzare le accuse è da allora scaduto. I preti della Fraternità che lo avevano cacciato ritennero opportuno dire alla stampa che lo avrebbero riaccolto a condizione che si fosse “pentito”.

Dura e crudele è la religione della Shoah, così come i suoi servitori in abito tradizionalista. Ma almeno don Floriano non si nasconde dietro di loro, e non ha intenzione di “pentirsi”. Egli deplora il fatto che il Vescovo Williamson sia stato ridotto al silenzio per non essere anch’egli messo sulla strada. Venendo in aiuto del sacerdote, alcuni amici si erano offerti di ospitarlo in casa, ma ora egli ha il suo proprio appartamento vicino Treviso. Inoltre, fortunatamente, ha ancora i propri fedeli che assistono alle Messe che celebra regolarmente nel nordest, tra Verona e Trieste. Va avanti per conto suo, e pensa di cavarsela abbastanza bene – da un punto di vista materiale – con il lavoro di traduttore tra il francese – che parla perfettamente – l’italiano e il tedesco, la sua lingua madre, poiché è austriaco di nascita pur essendo cittadino italiano.

[1] Traduzione di Andrea Carancini
[2] http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_29/lefebvriano_treviso_intervista_25c1329a-edf2-11dd-b7db-00144f02aabc.shtml
[3] http://www.radiovaticana.org/IT1/Articolo.asp?c=262423
[4] http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/06/lefebvriani_scelgono_sfida_Vaticano_nuovi_co_9_090206076.shtml
[5] http://www.ilpadano.com/padano.php?newsID=1489
[6] http://francodamiani.blogspot.com/2009/04/commento-allarticolo-di-domenico-savino.html
[7] http://www.agerecontra.it/lasvolta/tosi_spara_a_zero_su_don_floriano.html

Affare Zénith: la LICRA battuta da Faurisson

AFFARE ZÉNITH: LA LICRA RIGETTATA DI FRONTE A FAURISSON[1]

Dal blog di John Bastardi Daumont, 27 Ottobre 2009

Lo scorso 22 Settembre, la LICRA (rappresentata da Christian Charrière-Bournazel, presidente del Foro di Parigi, e da Alain Jacubowitz) aveva chiesto 15.000 euro e la condanna di Robert Faurisson per contestazione di crimini contro l’umanità.

Il 27 Ottobre, la diciassettesima chambre correctionnelle ha deciso che quest’associazione non avrà nulla.

Il professor Faurisson è stato assolto, la LICRA rigettata in tutte le sue richieste.

La LICRA aveva chiesto la sua condanna, e quella di Dieudonné, per “contestazione di crimini contro l’umanità” (e cioè, secondo una legge del 13 Luglio 1990, per revisionismo) perché, il 26 Dicembre 2008, allo Zénith, Dieudonné diede la parola a Faurisson, che ne approfittò per dire al pubblico che , malgrado le sue ripetute condanne, non aveva cambiato opinione.

Più precisamente, le parole dette da Faurisson sul palco dello Zénith, e perseguite dalla LICRA per citazione diretta, erano state le seguenti:

Voi non sapete quello che dico, quello che sostengo. Alcuni di voi, la maggior parte di voi, non lo sanno, o sanno quello che i media osano dire su di me: tutte le sciocchezze che possono attribuire ai revisionisti. Voi sapete che esiste in Francia una legge speciale che permetterà al nostro amico di ritrovarsi molto presto alla diciassettesima chambre, come vi sono stato io un numero di volte che non sono in grado di dirvi. Posso dirvi semplicemente questo, che, in base alla legge, non ho il diritto – quello che tu hai detto così bene – non ho il diritto di dire cosa esattamente è il revisionismo, quello che costoro chiamano negazionismo. Se costoro amano chiamarmi negazionista, io chiamo loro affermazionisti, e voi scriverete le parole come vorrete (…)
E’ da 34 anni che nel mio paese vengo trattato da palestinese e non posso trattenermi dal fare causa comune con loro”.

In un primo tempo, la LICRA, “scioccata” da questa dichiarazione fatta da questo revisionista di fama mondiale davanti a 5.000 persone che l’applaudivano, aveva diffuso il seguente comunicato:

“Dopo un consulto con la sua commissione giuridica, il Presidente della LICRA, Patrick Gaubert, stima che il reato di apologia di negazionismo è costituito dal deplorevole spettacolo offerto da Dieudonné e Faurisson allo Zénith di Parigi (…) e chiede dunque ufficialmente alla Procura di iniziare le dovute azioni”.

La difesa ha ricordato al tribunale e a questa “commissione giuridica” che il reato di apologia di negazionismo non esiste da nessuna parte del codice penale e che nella fattispecie conviene avere un’analisi stretta del diritto: violazione, oppure no, della legge Gayssot.

La difesa ha anche cercato di spiegare che in Francia, la LICRA non ha – ancora – il diritto di ordinare alla Procura di iniziare delle azioni ma deve, come tutti i cittadini, sporgere querela.

Essa ha dimostrato che quando Faurisson dice di essere “revisionista”, egli riassume con franchezza e con assoluta chiarezza ciò che è; egli non “sottintende” nulla.

Ora, il diritto penale è d’interpretazione stretta.

E’ stato un onore del difensore quello di rappresentare colui che si è spesso soprannominato da sé “il condannato in anticipo”.

In questo 27 Ottobre 2009, c’è la soddisfazione di vederlo assolto dalla diciassettesima chambre correctionnelle dalle azioni ingiustamente intraprese contro di lui dalla LICRA.

John Bastardi Daumont
Avvocato al Foro di Nizza

[1] http://www.john-bastardi-daumont.over-blog.com/article-affaire-du-zenith-la-licra-deboutee-face-a-robert-faurisson-38315002.html

mercoledì 28 ottobre 2009

Affaire Zénith: Faurisson assolto e Dieudonné condannato

Ieri, 27 Ottobre 2009, il professor Faurisson e il comico Dieudonné sono stati assolti dall'accusa di "contestazione di crimini contro l'umanità" ma Dieudonné è stato condannato a 10.000 euro d'ammenda per "ingiurie" antisemite.

Il tribunale ha dunque condannato Dieudonné a versare un euro a titolo di "danni e interessi" a otto associazioni "antirazziste" costituitesi parte civile e un totale di 10.000 euro di spese all'insieme delle dette associazioni ( http://www.liberation.fr/societe/0101599643-dieudonne-condamne-a-10-000-euros-d-amende-pour-injures-antisemites ).

A quanto pare, Dieudonné è intenzionato a presentare appello.

martedì 27 ottobre 2009

Le disinfestazioni tedesche alla luce di quelle americane


DISINFESTAZIONE IN STILE AMERICANO

Di Richard Widmann (2009)[1]

Il governo nazionalsocialista tedesco non fu né il primo né l’ultimo a occuparsi di questioni sanitarie provocate dal concentramento di grandi numeri di persone in aree chiuse. Purtroppo, è tipico che molti di coloro che valutano i resoconti dei testimoni del sistema concentrazionario nazista considerino gli eventi conosciuti come l’”Olocausto” come qualcosa di assolutamente unico. E’ importante e nello stesso tempo illuminante esaminare [invece] le procedure tedesche di gestione dei trasferimenti di popolazione alla luce delle procedure analoghe osservate negli Stati Uniti e in altri paesi. Ho scoperto di recente un importante articolo che aiuta a gettare luce sulle procedure americane di disinfestazione negli anni correnti fino alla seconda guerra mondiale. Da un articolo del New York Times, “Nuovo impianto di disinfestazione”, pubblicato il 17 Luglio del 1921 apprendiamo che l’allora governatore di New York, Nathan Lewis Miller, era molto preoccupato per la diffusione del tifo portato dagli immigrati appena arrivati. L’articolo racconta la visita di Miller, con diversi altri funzionari, all’impianto di disinfestazione allora in costruzione sull’isola di Hoffman. Oggi largamente dimenticata, l’isola di Hoffman è una piccola isola della Baia di Lower New York che all’inizio del ‘900 veniva usata come stazione di quarantena per gli immigrati identificati come portatori di malattie una volta giunti nella più nota Ellis Island.

L’articolo del Times descrive il bisogno di combattere il panico che provavano gli americani quando gli immigrati provenienti dall’Europa meridionale venivano trovati infetti dal tifo. Il commissario alla sanità di New York viene descritto come colui che ha “la tremenda responsabilità di proteggere l’intera nazione contro il tifo”. L’articolo prosegue riferendo che il Surgeon General degli Stati Uniti dichiarò che “la stazione è tristemente priva di attrezzature per affrontare l’emergenza attuale, ed è cruciale che le precauzioni sanitarie di questo porto vengano rafforzate e nello stesso tempo che il commercio non venga ostacolato”. Il Surgeon General comunicava direttamente con il Governatore Miller, che dirigeva l’architetto Lewis Pilcher onde accelerare l’allestimento di tutte le attrezzature necessarie nella stazione di quarantena per arrestare l’invasione del tifo. Miller autorizzò la spesa di ogni “somma ragionevole” di fondi pubblici per costruire un impianto di disinfestazione sull’isola di Hoffman. I piani di Pilcher vennero approvati dalle autorità del Servizio Sanitario Nazionale. Apprendiamo anche che il progetto di Pilcher non era limitato all’area di New York: anche il governo italiano adottò dei piani per le sue stazioni di quarantena per emigranti.

L’impianto di disinfestazione viene descritto nel modo seguente:

La caratteristica più importante dell’edificio è l’eliminazione completa di tutte le guarnizioni, per rendere impossibile ai parassiti di nascondersi da qualche parte. I pavimenti, una volta completati, saranno fatti interamente di cemento, inclinati verso una fogna centrale, in modo da permettere il lavaggio con acqua salata”.

Viene anche descritto il procedimento di disinfestazione:

Gli immigrati che devono essere sottoposti al processo di disinfestazione entrano in una stanza capace di ospitare gruppi di persone che vanno da un numero di 75 fino a 100 alla volta. Si chiede loro di togliersi i vestiti. Scarpe, cinture di pelle, e oggetti simili vengono posti in una stanza, dove vengono trattati con benzina e petrolio, mentre gli altri vestiti vengono messi in sacchi di tela, uno per persona. I sacchi sono numerati e ogni persona riceve un cartellino. I sacchi pieni di vestiti vengono fatti passare attraverso due camere, dove vengono trattati con gas al cianuro, che non li distrugge, o con vapore pressurizzato. Questi trattamenti penetrano nei materiali e distruggono sia i pidocchi che le uova. Gli immigrati vengono poi sottoposti a una serie di docce, in cui vengono trattati con una certa mistura di sapone e petrolio o di acido acetilico, il cui principio è quello di soffocare i parassiti. I capelli degli uomini vengono tagliati e quelli delle donne trattati a dovere con il petrolio. Quando il trattamento è ultimato i vestiti vengono restituiti agli immigrati, ognuno in un sacco personale”.

Questa procedura viene descritta come calcolata per mantenere “scrupolosità ed efficienza”. Secondo il Times, essa permetteva il trattamento di 100 immigrati all’ora. Non c’è dubbio che, proprio come la città, lo stato e il governo federale combattevano il tifo a New York, il governo tedesco costruì stazioni di disinfestazione e utilizzò procedure per combattere il tifo nei campi di concentramento. In realtà, tutti i prigionieri che arrivavano nei campi erano sottoposti a un procedimento non dissimile da quello dell’isola Hoffman.

Il testimone dell’Olocausto Primo Levi descrive tale procedimento nel suo Se questo è un uomo. Levi, che era detenuto a Monowitz (in certi casi nominata come Auschwitz III) descrive la procedura di disinfestazione nel modo seguente:

Improvvisamente l’acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera accanto, che è gelida; qui altra gente ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all’aperto, sulla neve azzurra e gelida dell’alba, e scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano…”.

Non diversamente dagli immigrati arrivati nell’impianto di disinfestazione dell’isola di Hoffman, Primo Levi e quelli come lui, una volta giunti ad Auschwitz, venivano fatti spogliare, forniti di sapone e spediti in docce calde mentre i loro vestiti venivano disinfestati con acido cianidrico. Le stanze avevano tubi di scolo nel pavimento per l’acqua che fluiva in eccesso. Invece della restituzione dei loro vestiti appena disinfestati, i detenuti di Auschwitz e di altri campi ricevevano gli abiti a strisce dei prigionieri. La procedura era scrupolosa e efficiente. La paura, la confusione, e l’impatto psicologico, che in seguito produssero i racconti macabri nei quali il sapone igienico diventò il grasso delle vittime e l’agente disinfestatore salva-vita uno strumento di morte, non potevevano essere predetti dai funzionari tedeschi che agivano in base all’ordine tassativo di abbassare il tasso di mortalità causato dal tifo.
[1] Traduzione di Andrea carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_165.pdf

Ahmadinejad: intervista alla National Public Radio

NPR INTERVISTA MAHMOUD AHMADINEJAD[1]

24 Settembre 2009

Il conduttore dell’edizione del mattino, Steve Inskeep, ha intervistato il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nel suo hotel di New York, il 24 Settembre 2009. Le risposte di Ahmadinejad sono state date tramite interprete.

STEVE INSKEEP: Dall’ultima volta che ci siamo parlati, l’anno scorso, ho avuto la possibilità di visitare il suo paese. Mi è stato permesso di parlare a molte persone in un certo numero di luoghi e ho appreso molte cose sull’Iran, su questioni che vanno dalla situazione politica alla cultura iraniana e al vostro grande poeta, Ferdowsi. Da allora, all’inizio di quest’anno, un certo numero di persone con cui avevo parlato e che difendevano l’Iran – persone che difendevano l’Iran e che avevano preso posizione in favore dell’Iran e del suo futuro – sono state arrestate e messe in prigione dal suo governo. Vorrei sapere perché nei mesi scorsi sono state messe in carcere per cose che sembrano essere dei disaccordi politici nei suoi confronti.

PRESIDENTE MAHMOUD AHMADINEJAD: [Ahmadinejad esordisce recitando una preghiera in arabo] Vorrei estendere i miei saluti al suo pubblico e augurare salute e buona fortuna a tutti, da parte di Dio onnipotente.

Io davvero non so chi sono le persone di cui lei parla e dove siano in questo momento. Personalmente sono contrario al fatto che qualcuno venga messo in prigione o venga arrestato per questo motivo. Spero che tutti i prigionieri vengano rilasciati. Ma per chiunque va in prigione, naturalmente, è necessario sapere il perché. Nessuno va in prigione senza motivo. E in Iran, nessuno sta in prigione per essere un oppositore di Ahmadinejad. Quello che intendo dire è che, quotidianamente, vi sono decine di giornali nel paese che scrivono articoli contro di me e nessuno viene arrestato. Ma sarei lieto di fare delle verifiche se lei mi desse i nomi delle persone di cui sta parlando.

INSKEEP: Le darò un nome come esempio. Bijan Khajepour è un rispettato intellettuale e uomo d’affari iraniano. Non è chiaro se egli abbia avuto un ruolo nelle proteste contro di lei, e tuttavia è una delle 100 persone che l’estate scorsa sono state processate collettivamente. Molti di questi 100 hanno confessato, ma secondo il vostro ex Presidente Mohammad Khatami, le confessioni sono state ottenute con quelle che lui chiama “condizioni straordinarie”. Altri hanno parlato di tortura.

AHMADINEJAD: In Iran, c’è libertà e le persone possono dire quello che pensano. Quella di M. Khatami è la sua opinione. Ma l’autorità giudiziaria è un corpo indipendente e loro, ne sono sicuro, hanno risposte convincenti da offrire per le misure che prendono. Se le cose andassero nel modo descritto dal signor Khatami, allora anche lui sarebbe stato messo in prigione, ma allora perché non sta in prigione?

Così, questo significa che nel nostro paese non è un atto di mera opposizione che manda in prigione. Io certamente non posso essere giudice di atti individuali; non sono un giudice in nessun caso. Questi giudici, in Iran, devono poter agire e operare in modo indipendente. E la legge prevede le azioni necessarie che devono essere prese contro coloro che la violano.

Negli Stati Uniti, vi sono 3.6 milioni di carcerati – appartenenti a ogni categoria di persone – bene, tra di loro figurano ogni tipo di persone, accademici, uomini d’affari, studenti, autisti, agricoltori, sono sicuro che c’è chiunque, così anche in questo paese vi deve essere una legge che decide fondamentalmente chi va in prigione.

INSKEEP: Lei ha detto che non desidera che la gente vada in prigione e ha anche detto che in Iran c’è la libertà di parola. Lei chiederà, pubblicamente e specificamente, il rilascio dei 100 che sono stati condannati en masse al processo dei mesi scorsi? E chiederà, pubblicamente e specificamente, la riapertura dei giornali di opposizione che sono stati chiusi e i siti web che sono stati oscurati in Iran nei mesi scorsi?

AHMADINEJAD: Non ho cariche giudiziarie in Iran. L’autorità giudiziaria in Iran è un corpo indipendente, e segue le leggi, e deve operare secondo la legge. Io certamente non voglio vedere nessuno in prigione. Ecco perché nessuno viene perseguito solo per aver detto qualcosa contro Ahmadinejad o contro la politica di Ahmadinejad. Vi sono decine di giornali e centinaia di riviste che scrivono quotidianamente articoli contro di me. Non mi sono mai lamentato di loro.

Ma in Iran c’è una legge che regola le cose, fondamentalmente. Non voglio dire che i provvedimenti dei giudici siano sempre corretti al 100%, ma perchè vi sia ordine nella società dobbiamo accettare il verdetto dei giudici. Altrimenti, non vi sarebbe sicurezza. E i giudici operano in modo indipendente. C’è una legge in base alla quale decidono.

INSKEEP: Lei crede ancora, come ha detto in passato, che sono gli stranieri a essere responsabili delle proteste contro di lei in Iran, come pure dei maltrattamenti e delle torture dei prigionieri detenuti in Iran?

AHMADINEJAD: Nessuno ha detto cose del genere. In realtà, è il comportamento e gli approcci politici adottati dagli occidentali che sono stati contestati. Essi hanno approvato alcune azioni illegali all’interno del [nostro] paese.

E naturalmente, quando dico questo, dico che vi sono state anche delle azioni intraprese all’interno del [nostro] paese che erano premeditate. In realtà, ci siamo lamentati per l’approccio adottato dal governo inglese. Essi hanno fatto delle cose che violavano le nostre leggi e andavano contro gli interessi della nostra nazione. E a tempo debito, ci siamo occupati di quello che hanno fatto.

INSKEEP: Perché i prigionieri sono stati maltrattati, torturati e persino uccisi nelle prigioni iraniane, qualcosa che persino i funzionari iraniani di rango più elevato hanno riconosciuto?

AHMADINEJAD: Purtroppo, queste cose sono avvenute e tutto ciò è davvero increscioso. C’è una forte convinzione che questi fatti facessero parte di uno scenario mirato a vanificare i risultati delle elezioni. Ma ho chiesto alle autorità giudiziarie di riservare un’attenzione particolare a questi casi e a che chiunque abbia violato la legge debba risponderne – chiunque.

INSKEEP: Lei sta dicendo di aver completamente perso il controllo delle forze di sicurezza del proprio governo, persino all’interno delle prigioni, che persino nelle prigioni sono i suoi nemici ad avere il controllo, e non lei?

AHMADINEJAD: No, non è quello che sto dicendo. Mi dica, quante persone perdono qui la propria vita nelle prigioni degli Stati Uniti, quotidianamente? Se questo dovesse accadere, ciò significa che il governo degli Stati Uniti ha perso il controllo delle proprie forze? Mi faccia dare un altro esempio. In una città come New York possono esserci, diciamo, 10 milioni di veicoli sulle strade. Se, diciamo, 100 di loro violano il codice della strada, ciò implica necessariamente che la polizia ha perso il controllo della situazione?

O supponiamo che due poliziotti non vadano a lavoro, o che decidano di violare il regolamento. Quello che voglio dire è che anche l’Iran è un grande paese – un paese davvero grande. E qui e là vi può essere qualche funzionario che viola la legge. Il compito della legge è di andare al fondo della questione e di risolverla.

INSKEEP: In passato lei è stato citato per aver detto che le forze di sicurezza sono, cito, “immuni da questi atti vergognosi”. Lei ora sta riconoscendo che in realtà vi sono dei membri delle forze di sicurezza coinvolti?

AHMADINEJAD: Quello che ho detto, ed è questo che lei ha citato, parla delle capacità intrinseche di cui faccio fede alle nostre forze di sicurezza, poiché esse devono svolgere il compito che è stato loro assegnato, e che devono compiere in base alle leggi del nostro paese. E, secondo me, se qualcuno le viola, non deve assolutamente far parte delle nostre forze di sicurezza. E in tal caso sarà trattato secondo la legge, e potrà perdere il proprio lavoro per sempre.

INSKEEP: Lei ha fatto ogni sforzo per esaminare le accuse di uno dei candidati sconfitti nei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali, Mehdi Karroubi, che ha fatto delle affermazioni molto precise e puntuali – ad esempio che i prigionieri venivano spogliati e fatti sedere faccia-a-faccia, insultati e abbandonati, con gli occhi bendati, nel deserto? Non vi può essere descrizione più attendibile di questa.

AHMADINEJAD: Sì, ho sentito parlare di tutte queste cose. La nostra autorità giudiziaria ha incaricato una unità operativa di esaminare e verificare queste affermazioni. E l’unità operativa ha avuto un incontro il signor Karroubi. E’ stato chiesto a Karroubi di fornire le prove e la documentazione di queste affermazioni. E, in base al rapporto che ho ricevuto dall’autorità giudiziaria, il signor Karroubi ha detto in realtà – come risposta – che era indignato dalla richiesta di fornire una documentazione. Ma alla fine, la nostra autorità giudiziaria prende le cose sul serio quando si tratta di accertare quello che è avvenuto.

INSKEEP: Io credo che la sua dichiarazione sia stata che aveva capito che non ci doveva essere un’indagine seria.

AHMADINEJAD: Bene, queste cose sono state dette dopo. In realtà, non importa. Se sono state compiute delle violazioni, l’autorità giudiziaria è responsabile del loro accertamento. E chiunque violi la legge, a qualunque livello, deve essere punito. Chiunque. Nessuno può approvare dei reati in Iran.

INSKEEP: Signor Presidente, vorrei chiederle del Quds Day che, dobbiamo spiegare al pubblico americano, è in Iran un evento annuale a sostegno del popolo palestinese.

Nelle cerimonie avvenute quel giorno, lei ha tenuto un discorso in cui lei ha descritto l’Olocausto come, cito, “una diceria inattendibile, un mito”. All’esterno [dell’edificio in cui si teneva la cerimonia] c’erano dei contestatori che reggevano dei cartelli, secondo le fotografie inviate dall’Iran. I contestatori reggevano dei cartelli che dicevano “Lascia perdere la Palestina, pensa a noi che stiamo qui”. Lei sta usando, come suggeriscono i contestatori, parole forti sull’Olocausto per distrarre [la gente] dai vostri problemi politici?

AHMADINEJAD: In Iran, c’è libertà. Centinaia di migliaia di persone, in realtà, stavano in strada a dimostrare in vario modo durante il Quds Day, ognuno con le sue opinioni. Questi ultimi erano un paio di migliaia, anch’essi con la loro opinione, come ho detto.

Quello che voglio dire è che lei può essere d’accordo con me che la democrazia, alla fine, significa il governo della maggioranza, ed è la maggioranza che sta al potere nel nostro paese. E chi è minoranza, e ha le sue idee, può esprimerle fondamentalmente in libertà, anche quando non è d’accordo con il Presidente. E nessuno lo disturba.

INSKEEP: Lei sta cercando di distrarre la gente dai vostri problemi politici?

AHMADINEJAD: Bene, quello che lei sta dicendo si può applicare a qualunque situazione di potere. Qualunque cosa uno dica, potrebbe essere usata per distrarre gli altri. Lei davvero non può provare una cosa del genere, voglio dire che è difficile.

Quando viaggio, mi si potrebbe dire: stai viaggiando perché vuoi distrarre [la gente] da qualcosa? O quando cerco di combattere la corruzione: hai deciso di combattere la corruzione perché hai bisogno di un diversivo? Quello che voglio dire è che si tratta di illazioni infondate, di affermazioni senza fondamento ma, nondimeno, si possono sempre fare.

Noi siamo davvero onesti con il nostro popolo, e qualunque cosa diciamo, la facciamo. In realtà, sono stato uno dei critici più seri della situazione economica del nostro paese, come pure del sistema amministrativo del nostro paese. Ho fatto davvero un sacco di critiche al modo in cui le cose venivano gestite. Vi sono pochi presidenti disponibili a criticare il proprio sistema nel modo in cui l’ho fatto io.

Non mi considero differente dal popolo o separato da esso, ma come parte di esso. Quello che il popolo dice, lo dico anch’io. E quello che dico, lo dice anche il popolo.

INSKEEP: Prima di venire qui da lei, ho parlato con Elie Wiesel, un Premio Nobel, un sopravvissuto dell’Olocausto, e autore di un libro che le consiglio chiamato Notte, che è una descrizione dell’omicidio della sua famiglia e del suo essere stato egli stesso sfiorato dalla morte durante l’Olocausto.

Il signor Wiesel dice che lei è il numero uno dei negazionisti dell’Olocausto nel mondo. Lei è orgoglioso di questa fama?

AHMADINEJAD: Non ho opinioni su quello che la gente o altri pensano di me. Non conta. Ma vorrebbe sentire le mie opinioni sull’Olocausto? Vuole?

INSKEEP: In una precedente intervista abbiamo discusso del come, secondo lei, viene usato in modo ingiusto per legittimare Israele, così non dobbiamo parlarne di nuovo. Ma se le piacerebbe dirmi quello che lei crede sia davvero accaduto tra il 1942 e il 1945, ne sarei interessato.

AHMADINEJAD: Ma allora dal 1942 al 1945 riguarda ancora l’Olocausto, giusto? Voglio sollevare un paio di domande sull’Olocausto, lei è un esponente dei media, e io credo che lei debba davvero dire alla gente di che domande si tratta, e cercare di ricevere risposte anche da loro.

La prima domanda è: l’Olocausto è un evento storico oppure no? E’ un evento storico. E, detto questo, gli eventi storici sono tanti. Così la domanda successiva è: come mai questo evento specifico è diventato così importante?

Di solito, la gente comune e gli storici prestano attenzione agli eventi storici. Perché i politici prestano così tanta attenzione a questo particolare evento? Perché sono così faziosi al riguardo? Questo evento ha delle conseguenze su quello che accade oggi, che sta accadendo ora?

Quello che dico è che il genocidio è il risultato della discriminazione razziale. Qualche volta guardiamo alla storia per imparare le sue lezioni.

INSKEEP: Lei sta ammettendo che milioni di persone furono uccise? In particolare, che milioni di ebrei vennero uccisi durante la seconda guerra mondiale?

AHMADINEJAD: Se lei ha la pazienza di farmi completare il ragionamento, avrà la sua risposta. Sto facendo un certo numero di domande serie. E non sto rivolgendo tali domande a lei, ma a un pubblico più vasto – a tutti – a chiunque abbia a cuore il destino dell’umanità, a cui importi degli esseri umani e dei diritti delle persone. Queste sono domande serie. Se esaminiamo la storia con lo scopo di imparare – di trarne delle lezioni, allora quello che ci viene indicato è che in futuro dovremmo cercare di non compiere gli stessi errori fatti in passato.

Personalmente, 60 anni fa non c’ero, è adesso che sono vivo e osservo che il genocidio sta avvenendo ora con il pretesto di un evento accaduto 60 anni fa.
Così, la domanda fondamentale che pongo qui è la seguente: se quest’evento è accaduto, dov’è che è accaduto? Da chi è stato approvato? Perché dovrebbe pagarne il prezzo il popolo palestinese?

INSKEEP: Lei ha solo fatto marcia indietro: se questo evento è accaduto. Se mi perdona, perché il tempo è poco, vorrei andare avanti, ma lei riconosce che è avvenuto? Lei ora pensa che sia una tesi credibile?

AHMADINEJAD: Non sono uno storico. Di sicuro ho letto molti libri su questo argomento, ed ecco perché pongo delle domande. Le mie domande sono molto chiare. Noi dobbiamo permettere ai ricercatori di esaminare ogni tipo di questioni perché è chiaro che quando procedono in tal sesno, raggiungono conclusioni differenti.

Per quale motivo abbiamo stroncato tutte le ricerche imparziali sull’argomento dell’Olocausto? Sembra che se uno storico raggiunge un risultato diverso da quello che è stato detto, diciamo, dagli storici europei, può persino finire in prigione per questo. In realtà, un paio di accademici europei sono stati perseguiti per questo. Si tratta di storici famosi che hanno condotto delle ricerche e sono arrivati a conclusioni diverse da quello che è stato detto dagli storici ufficiali e, lei lo sa, dai dogmi ufficiali.

INSKEEP: Non si tratta di canali ufficiali. Si tratta di migliaia di sopravvissuti che hanno vissuto la morte delle loro famiglie.

AHMADINEJAD: Si tratta di dicerie. Lei si aspetta che approvi queste dicerie in modo unilaterale? Non voglio emettere una sentenza, sto solo dicendo che dobbiamo permettere agli storici di condurre le loro ricerche sull’argomento. Perché tutti dovrebbero essere costretti ad accettare solo l’opinione di pochi su un evento storico? Voglio dire: tutto ciò viola la libertà di opinione.

INSKEEP: Spero che abbiamo il tempo di affrontare un altro paio di argomenti. Passiamo ad altro. Vorrei chiederle, se posso, perché il tempo è limitato il suo tempo è limitato, degli incontri previsti per Ottobre tra l’Iran, gli Stati Uniti e altre potenze.

Lei ha già fatto delle dichiarazioni, qui a New York, su quello che l’Iran può offrire, in termini di incontri negoziali con gli scienziati e chiedendo che gli Stati Uniti vendano all’Iran uranio arricchito per scopi medici. Lei ha proseguito dicendo, in un’intervista, che “l’Iran, in cambio, offrirà delle soluzioni per i cambiamenti che vengono richiesti”. Quali sono le soluzioni di cui parla?

AHMADINEJAD: Tutto quello che ha detto è corretto tranne quest’ultima parte. Quando ho detto – quali cambiamenti, a che proposito? Noi vogliamo l’uranio, e siamo disposti a comprarlo. Questo è un buon modo per avere dei cambiamenti.

INSKEEP: Il Washington Post l’ha citata mentre dice, cito, “L’Iran, in cambio, offrirà soluzioni ai cambiamenti che vengono richiesti”.

AHMADINEJAD: No, io ho detto che sarebbe un buon inizio. La nostra questione non è – i nostri problemi non sono problemi nucleari. Abbiamo profonde riserve sul modo in cui alcuni politici occidentali guardano al nostro paese – le stesse cose di cui Obama stava parlando ieri. In realtà, egli ha approvato quello che il popolo iraniano dice da 30 anni e quello che io dico alle Nazioni Unite da 5 anni.

Indendo dire che vi sono delle potenze che si considerano superiori ad altre, che non rispettano altri popoli e non riconoscono i diritti di altri popoli, che non guardano alla cooperazione multilaterale e che si intromettono negli affari di altri popoli. Sono cose che dico da anni e che ieri sono state dette anche da Obama.

Ieri, egli ha detto che le precedenti amministrazioni degli Stati Uniti hanno agito in modo unilaterale, che sono intervenute negli affari di altri paesi, che hanno voluto imporre la loro volontà ad altri, e quindi stiamo dicendo la stessa cosa. Egli ha detto che il sistema delle Nazioni Unite non è equo e deve cambiare: io sto dicendo la stessa cosa. E noi collaboreremo in modo che questi cambiamenti avvengano.

INSKEEP: Vorrei farle un’ultima domanda che trae spunto dalla mia visita nel suo paese avvenuta in precedenza nel corso di quest’anno. A me personalmente è stato dato il benvenuto, come americano, ma naturalmente lo slogan, o la frase “morte all’America” rimane molto comune nei raduni politici – nei raduni politici conservatori – nelle preghiere del Venerdì e sui tabelloni pubblicitari e sulle insegne che si possono vedere a Teheran e in altre parti dell’Iran.

Quello che sinceramente vorrei sapere da lei, mentre l’Iran prevede colloqui e forse nuove relazioni con gli Stati Uniti, è: lei crede che il governo rivoluzionario dell’Iran possa rimanere al potere senza avere gli Stati Uniti come proprio nemico costante?

AHMADINEJAD: Bene, il primo slogan della nostra rivoluzione è: “amicizia con le altre nazioni”. Noi crediamo che l’amicizia e l’amore durino più dell’inimicizia. E dobbiamo tutti cercare di sostituire queste ostilità con l’amicizia e la compassione. La Rivoluzione Islamica mostra la profondità della compassione che fluisce nel nostro paese.

Il fatto che abbiamo detto che siamo sempre disponibili ai negoziati e ai colloqui dimostra che preferiamo sempre il dialogo. Ora, se lei vede questi slogan in Iran e a Teheran, deve chiedersi quale politica le amministrazioni americane hanno portato avanti da provocare questi slogan – il genere di politica e di comportamenti che il signor Obama ha affrontato ieri dicendo che anche lui vuole un cambiamento.

MI permetta di darle un piccolo esempio. Mi permetta di chiederle: se il governo dell’Iran avesse rifornito un governo come quello di Saddam Hussein con la tecnologia più avanzata, in modo da permettergli di bersagliare gli Stati Uniti con i missili, con le armi chimiche, e avesse sostenuto Saddam a prescindere da quante leggi internazionali aveva violato, quali sentimenti avrebbe ora il popolo americano nei confronti degli iraniani? Sono gli stessi sentimenti che ha il nostro popolo. E questo era solo un esempio: ne abbiamo decine. Così speriamo che tutto ciò possa davvero cambiare.

INSKEEP: Ammesso quello che lei dice – ammesse le affermazioni che lei fa e la storia che lei cita, può il suo governo sopravvivere senza un nemico costante contro cui mobilitare il popolo?

AHAMDINEJAD: No, non abbiamo questo – condivido quest’opinione con lei perché credo che sia davvero una posizione fondata. La ragione del perché possiamo sostenere tutto ciò è dovuta a cause culturali e al nostro sistema di valori – gli stessi fattori che hanno fondamentalmente permesso al popolo iraniano di sostenere ogni genere di sfida per secoli – per migliaia di anni, in realtà.

E gli stessi, gli stessi fattori sono presenti oggi. E questi sono gli stessi fattori che hanno provocato la Rivoluzione Islamica, e la Rivoluzione Islamica avrà più stabilità nell’amicizia che nell’ostilità. Ecco perché sosteniamo l’amicizia.

INSKEEP: Signor Presidente, grazie per aver risposto alle nostre domande.

AHMADINEJAD: Mi permette di terminare con una frase?

INSKEEP: Prego.

AHMADINEJAD: Lei è un conduttore molto bravo e il suo programma radiofonico è molto buono. E lei ha un vasto pubblico. Così aiutiamoci l’un l’altro a risolvere i problemi principali del mondo. E uno di questi è, alla fin fine, la questione palestinese. Così la prego di condividere le domande che ho posto con il suo pubblico.

Permettete loro di darvi delle risposte su quello che pensano. E forse, troveremo una soluzione al problema. Esattamente le stesse domande che ho sollevato in precedenza. Spero che lei, il suo pubblico e tutte le nazioni stiate bene e abbiate sempre successo. Io le auguro ogni successo.

INSKEEP: Grazie.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=113175352

domenica 25 ottobre 2009

L'Europa con la toga (e con la psicopolizia)

Luigi De Magistris ha scritto ieri un articolo, su il Fatto Quotidiano, intitolato “L’Europa con la toga”, in cui giudica positivamente il fatto che il Trattato di Lisbona rafforzi “i poteri del Parlamento Europeo anche su giustizia, sicurezza e cooperazione giudiziaria”.[1]

Scrive a tal proposito l’ex magistrato: “Per contrastare una criminalità organizzata così forte, penetrata nell’economia e nella politica tanto da condizionare il funzionamento democratico delle Istituzioni, non è più sufficiente l’azione dei singoli Stati…ma c’è bisogno di un’azione che provenga dall’Unione Europea”.[2]

Quello che De Magistris però non dice è che queste lodevoli intenzioni hanno il loro lato sottaciuto: il 19 Settembre scorso infatti il Telegraph avvertiva che l’Unione Europea sta spendendo decine di milioni per sviluppare tecnologie “orwelliane” designate a setacciare Internet e le immagini delle telecamere a circuito chiuso.[3]

L’aspetto più inquietante della questione è che il Progetto Indect, così si chiama questo gigantesco sistema di controllo, si propone il “monitoraggio continuo” di “siti web, forum di discussione, gruppi usenet, server di file, reti p2p e singoli computer” per scoprire i “comportamenti anormali” delle persone.[4]

L’allarme del Telegraph è stato generalmente ignorato dai media “mainstream”: in Italia ne ha però parlato Punto Informatico, secondo cui “la Precrimine inglese e il sistema proattivo anticracker di Singapore sarebbero bazzecole in confronto a Indect”, il cui scopo è “il più ambizioso sistema di monitoraggio, analisi e profilazione statistica della popolazione europea di cui si abbia notizia”.[5]

Come ha detto Shami Chaktabarti, direttrice dell’associazione per i diritti umani Liberty, “Profilare l’intera popolazione invece di controllare i singoli individui sospetti è un passo sinistro in ogni società”.[6]

On. De Magistris, permette una domanda? Cosa c’entra la lotta al crimine organizzato con l’attività degli psicopoliziotti dell’Università di York – aggregati al progetto Indect – addetti al monitoraggio dei social network, monitoraggio che si spinge fino all’”analisi dei sentimenti”?[7]

Lei è un membro importante del Parlamento europeo, presidente di una delicata Commissione di controllo: perché, oltre a occuparsi della corruzione di casa nostra, non dà un’occhiata a come l’Unione Europea spende le tasse dei suoi cittadini?

[1] il Fatto Quotidiano, Sabato 24 Ottobre 2009, p. 18.
[2] Ibidem
[3] http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/6210255/EU-funding-Orwellian-artificial-intelligence-plan-to-monitor-public-for-abnormal-behaviour.html
[4] http://rawstory.com/08/news/2009/09/20/project-indect-an-ai-to-police-all-of-europe/
[5] http://punto-informatico.it/2711665/PI/News/indect-una-precrimine-europea.aspx
[6] http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/6210255/EU-funding-Orwellian-artificial-intelligence-plan-to-monitor-public-for-abnormal-behaviour.html
[7] Ibidem.

Dirk Zimmerman: così si condanna un uomo nella "democratica" Germania

Dirk Zimmerman è un altro giovane tedesco che si è autodenunciato in patria per “negazionismo” dell’Olocausto. E’ stato condannato il 23 Ottobre 2009 a 9 mesi di prigione senza condizionale. Ecco il resoconto dell’udienza in cui è stata decisa la sua condanna:

“Oggi ha avuto luogo il processo, lungamente atteso, contro Dirk Zimmerman, che aveva inviato una copia delle Conferenze sull’Olocausto[1] di Germar Rudolf al sindaco di Heilbronn e rispettivamente ai pastori cattolico e protestante della sua comunità. L’aula del tribunale era stracolma, molti visitatori hanno dovuto portarsi dietro la sedia da altre sale dell’edificio in modo da potersi sedere. I sostenitori si sono comportati tutti in modo magnifico – niente risate, risatine, brontolii, nervosismi o mormorii ecc, assolutamente nulla. Tutti ben vestiti. Il giudice – Frank Haberzettel – ha aperto l’udienza alle 13.45, circa. Ha dapprima verificato le generalità di Dirk, poi il pubblico ministero ha letto l’imputazione. La solita roba. Il libro di Rudolf è pieno di antisemitismo, istiga all’odio razziale, Zimmerman ha messo in pericolo la quiete pubblica distribuendo il libro e, inoltre, Zimmerman vuole che i destinatari diffondano il detto libro. Ha chiesto una condanna a 9 mesi, senza sospensione della sentenza.

Dopo che l’avvocato di Dirk aveva puntualizzato che non avrebbe annoiato la corte con la presentazione di mozioni, Haberzettel ha proceduto a interrogare l’imputato. Le domande sono state molto dirette: Perché ha inviato le copie del libro? E’ d’accordo con il contenuto del libro di Rudolf? Ha letto altre cose sull’argomento, come libri “mainstream” di storia della seconda guerra mondiale? Perché ha mandato copie del libro a quei destinatari specifici? In caso di condanna, continuerebbe su questa strada dopo aver scontato la pena? Ecc. ecc. Dirk ha risposto a tutte le domande con sincerità, calma e chiarezza, mettendo soprattutto in chiaro che egli dubita della veridicità della Olo-storia e chiedendo il diritto alla libertà di opinione e di parola. Tuttavia, l’ultima domanda era delicata, poiché Dirk non voleva mentire. Haberzettel ha ripetuto la domanda varie volte, perché Dirk trovava difficile rispondere in modo sincero senza vanificare ogni speranza di assoluzione trovandosi però nello stesso tempo nell’impossibilità di mentire.

Dopo che l’imputato ha risposto alle domande, Haberzettel ha chiamato un testimone – il funzionario di polizia che aveva interrogato Dirk per primo. Il funzionario ha detto alla corte che Dirk era d'accordo con i contenuti del libro e che l’imputato gli ha fatto una buona impressione. Il testimone ha poi detto alla corte che l’imputato aveva cancellato la parola “tedesco” nella parte del verbale in cui si dichiara la nazionalità della persona, e l’aveva sostituita con “Reich tedesco”. Richiesto del perché aveva agito in tal modo, Dirk aveva fatto notare che “tedesco” è un aggettivo e non può essere usato correttamente per descrivere la nazionalità.

Poi è stata la volta delle dichiarazioni conclusive. Il pubblico ministero ha evidenziato il pericolo del negazionismo e della diffusione di questo tipo di letteratura, riferendosi al libro di Rudolf come un cumulo di porcherie, e ha descritto Dirk come un fanatico confuso e contorto. La solita roba. Poi ha parlato l’avvocato di Dirk, che ha detto di credere totalmente all’Olocausto ma che Dirk è un bravo ragazzo che non ha fatto nulla di male e che dovrebbe essere assolto. Infine, è stato Dirk a rendere la sua dichiarazione, con cui ha mostrato che il pubblico ministero aveva mentito quando ha detto che Dirk aveva chiesto ai destinatari del libro di diffonderlo – cosa che Dirk non aveva fatto, e ha anche mostrato che essere bollato come fanatico è assolutamente ridicolo, visto che lui è interessato solo alla libertà di parola. Tutto sommato, un discorso breve e buono, che veniva dal cuore.

Haberzettel si è poi ritirato per 40 minuti per prendere la sua decisione. Alle 15.35 ha letto il verdetto: 9 mesi di reclusione, la sentenza non sarà sospesa. Come motivazione ha detto che la libertà di parola è garantita ma che essa non si estende all’Olo. Non vi può essere discussione sull’Olo perché è avvenuto. Di nuovo, la solita roba. Mentre per la severità della sentenza, il giudice ha fatto notare che Dirk non ha afferrato il “ponte d’oro” che gli era stato offerto, e cioè ha risposto in modo sbagliato alla domanda finale: avrebbe continuato anche in futuro sulla stessa strada? Haberzettel ha detto che il profilo sociale di Dirk era davvero buono, poiché è sposato, ha due bambini e non ha precedenti penali. E ha poi fatto la seguente affermazione: “Il suo profilo criminale però è scioccante e sono convinto che non abbiamo ancora visto l’ultima delle sue malefatte”.

E questo è tutto: per aver mandato il libro di Rudolf a tre persone, Dirk Zimmerman, padre di due bambini, nessun precedente penale, con un lavoro fisso, è stato condannato a 9 mesi di prigione".

Markus Haverkamp

[1] http://vho.org/dl/ENG/loth.pdf

sabato 24 ottobre 2009

Quando lo stupro dei bambini è rabbinico

LA POLITICA DELLO STUPRO RABBINICO DEI BAMBINI[1]

Di Michael Hoffman, 19 Ottobre 2009

Il Presidente della Lega Cattolica Bill Donohue commenta così una notizia apparsa sulla prima pagina del New York Times sul problema della violenza sessuale sui bambini:

“Il reporter Paul Vitello mostra la diffusione spaventosa della violenza sessuale sui bambini nella comunità ebraico-ortodossa di Brooklyn. Egli fa anche un elenco dettagliato degli insabbiamenti che sono stati compiuti in modo legale.

Dove sono stati, in tutti questi anni, i sostenitori della laicità dello Stato quando ai rabbini ortodossi veniva permesso dal procuratore distrettuale di risolvere questi casi “internamente”? Dove sono stati tutti i gruppi del vittimismo professionale a protestare fuori delle sinagoghe? Dove sono stati tutti gli avvocati bramosi di intentare cause a cercare di depredare gli ortodossi? Dove sono stati tutti i commedianti e gli entertainer a fare battute sui rabbini che violentano i ragazzini?

Non sono stati solo gli ebrei ortodossi ad aver avuto il lasciapassare: nessuna categoria l’ha fatta franca in modo più facile degli impiegati della scuola pubblica. Pensate a questo. Poiché gli studenti delle scuole pubbliche hanno solo 90 giorni per sporgere denuncia, è già troppo tardi per perseguire un insegnante – e questo praticamente in tutti gli stati – che ha molestato un minore, come è accaduto di recente la scorsa primavera. Ma se il reato ha luogo in una scuola cattolica, lo studente ha a disposizione degli anni per sporgere denuncia. Non solo: gli insegnanti che molestano vengono tuttora trasferiti da un distretto scolastico ad un altro; viene chiamato “riciclare la spazzatura”.

Gli ebrei ortodossi esaminano i casi di stupro dei bambini nei tribunali rabbinici. Immaginate se la Chiesa Cattolica omettesse di denunciare i casi di violenza sessuale alle autorità e decidesse invece di istituire dei tribunali ecclesiastici suoi propri! L’articolo di oggi cita un avvocato ebreo che chiede una legge che riconosca la “sensibilità religiosa” dei colpevoli cercando alternative al carcere. Permettete ad un avvocato cattolico di consigliare la stessa soluzione e viene chiamata corruzione.

L’anno scorso, 40 minori di questa piccola comunità ebraica hanno detto di essere stati violentati. L’anno scorso, c’erano 10 accuse dello stesso tipo nell’intera Chiesa Cattolica in tutti i 50 Stati dell’Unione. I cattolici sono stufi del doppiopesismo. Non è solo Roman Polanski che può violentare e scappare impunito in questi giorni. La politica dello stupro dei bambini è nauseabonda". [Fine della citazione]

Commento di Michael Hoffman: il signor Donohue dovrebbe fare il passo successivo e rintracciare il permesso talmudico per la molestia sessuale dei bambini. Nel cattolicesimo, tale molestia è l’abuso di potere di una burocrazia corrotta. Nel giudaismo tale molestia è istituzionalizzata e legalmente permessa. Vedi la relativa documentazione in Judaism Discovered, di Michael Hoffman: pp. 424-427; 698-705.
[1] http://revisionistreview.blogspot.com/2009/10/politics-of-rabbinic-child-rape.html

La "Repubblica" del linciaggio

LA REPUBBLICA DEL LINCIAGGIO

di Carlo Mattogno, 23 Ottobre 2009


Il 22 Ottobre La Repubblica ha pubblicato un articolo di Marco Pasqua che reca il titolo, in prima pagina, “Il prof alla Sapienza: l’Olocausto non esiste”, a p. 25, “L’Olocausto è una leggendaprof negazionista, shock alla Sapienza[1].
Un piccolo gioiello di propaganda disinformatrice e forcaiola, un piccolo detonatore creato ad arte per far esplodere la bomba mediatica con la penosa sequela di personaggi pubblici “indignati” che profondono le loro insulsaggini contro il malcapitato professore. Una vera “Informazione Corretta”, che finalmente si prende la sua vendetta contro chi metteva a nudo le sue puerili menzogne.
Bisogna anzi lodare la pazienza dei “Corretti Informatori”, che hanno atteso oltre due anni prima di procedere, dopo aver tentato di stroncare Caracciolo con tutto il loro raffinato repertorio di calunnie. L’articolista mostra di averne tratto profitto: due titoli, due falsi!
Caracciolo non ha mai detto “l’Olocausto non esiste” (caso mai: non è esistito), e neppure “l’Olocausto è una leggenda”. La prima sentenza è una creazione del giornalista o della redazione, la seconda è tratta dal blog di Caracciolo Clubtiberino. Nel suo articolo appare lo stralcio iniziale di un testo di Caracciolo, creato il 21 ottobre 2006, dal titolo “La leggenda dell’Olocausto: riapertura di un dibattito[2], che solo in perfetta malafede si può chiosare con “l’Olocausto è una leggenda”. Testo diretto, guarda caso, contro i “Corretti Informatori”!
Caracciolo vi spiega in modo inequivocabile sia il significato del titolo, sia la sua posizione:

«Il tema del “cosiddetto Olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.
Per l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!
Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuole alludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’Olocausto il neo stato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti, si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».

Evidentemente per certa gente il dubbio è già negazione, come per i “Corretti Informatori” qualunque dubbio sulla politica israeliana è un intollerabile atto di antisemitismo.
In tale contesto, l’espressione “La leggenda dell’Olocausto” è una evidente provocazione pour épater les Correcteurs.
Nell’articolo di Pasqua appare anche una mia fotografia con questa didascalia: “Carlo Mattogno. È il massimo esponente italiano della corrente: nega che vi siano state azioni naziste per sterminare ebrei e zingari”. Questo mio accostamento al prof. Caracciolo non è semplicemente “ideologico”, come vorrebbe dare ad intendere l’articolista. Coerentemente coll’impegno espresso due anni or sono di «conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby», il prof. Caracciolo ha infatti ospitato nel suo blog alcuni miei scritti. I più importanti sono questi:
Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia
http://civiumlibertas.blogspot.com/2008/01/carlo-mattogno-raul-hilberg-e-i-centri.html
(in PDF: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf)
Una serrata critica storico-metodologica del “classico” per eccellenza della letteratura olocaustica.
· «L’irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso adAuschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grande-emozione-con-veltroni-e.html#parteterza
(in PDF: http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf)
Risposta alle favole storiche di questa specialista in fiabe.
«La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grande-emozione-con-veltroni-e.html#parteterza
(in PDF: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres8/CMVENEZIA.pdf)
Anatomia di una pretesa “testimonianza unica” su Auschwitz.
Inuovidocumenti su Auschwitz di Bild.DE: Una bufala gigantesca. 12 Novembre 2008.
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grande-emozione-con-veltroni-e.html#mtdiciannove
(in PDF: http://www.aaargh.codoh.info/fran/livres9/MattognoBild.pdf)
La storia farsesca di “nuovi” documenti su Auschwitz già noti vent’anni fa e reinterpretati in modo ingannevole.
· Netanyahu all’ONU
http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/10/carlo-mattogno-netanyahu-allonu.html
L’olocausto visto da Netanyahu (povero olocausto!)
Nel contesto attuale, merita un rilievo particolare l’articolo La “Repubblica” della disinformazione,
http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/02/carlo-mattogno-la-repubblica-della.html
nel quale ho già dato ampiamente conto dell’arroganza e dell’ignoranza di questo giornale sulla tematica olocaustica.
Ciò che si rimprovera al prof. Caracciolo, più ancora di aver pubblicato questi scritti, è di averli letti e di non avervi trovato traccia di quei «folli principi» di cui sproloquia gente che a stento ne ha letto i titoli.
Ciò non significa che egli sia un “negazionista”: è solo una persona onesta che si batte per la libertà di espressione.
Se la redazione de La Repubblica è tanto certa che le tesi revisionistiche siano folli, lo dimostri sul piano storiografico. Metto in campo un buon oggetto per la sua indagine: il mio recente studio di 715 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugliindizi criminalidi Jean-Claude Pressac e sullaconvergenza di provedi Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009).
Ecco un’ottima occasione per verificare se questi fieri propugnatori della realtà storica dell’olocausto sono persone serie e credibili oppure degli emeriti buffoni.


Carlo Mattogno, 23 ottobre 2009.

[1] In linea: http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/prof-olocausto/prof-olocausto/prof-olocausto.html
[2] In: http://clubtiberino.blogspot.com/2006/10/la-leggenda-dellolocausto-riapertura.html