mercoledì 30 settembre 2009

Le blasfemie del Talmud contro Gesù

Nel testo pubblicato ieri sul processo subìto dal prof. Faurisson nel 2006, c’è un riferimento a Gesu, “che, secondo il Talmud, è, lo si sa, condannato a bollire negli escrementi fino alla fine dei tempi”.
Al riguardo, è interessante conoscere l’opinione di un grande esperto del Talmud quale Michael Hoffman. Ecco cosa scrive in proposito in un articolo pubblicato sul suo sito (http://www.revisionisthistory.org/wire1.html ):

“In alcune versioni censurate del trattato Gittin 57a, il nome di Gesù viene reso come “peccatore (o peccatori) d’Israele". Il Talmud, nel Gittin 57a, contiene un attacco osceno e incredibilmente volgare contro Gesù Cristo riguardante una punizione presuntamente subita da Gesù dopo la sua morte. Com’è sua abitudine, l’ADL [Anti-Defamation League] rifugge dal citare davvero il Gittin 57a. Sta a noi rivelare il contenuto di questa orribile e psicotica parte del Talmud:

“Egli (il rabbino) allora venne e suscitò con gli incantamenti i peccatori d’Israele. Chiese loro…Qual è la vostra punizione? Essi replicarono: bollire negli escrementi bollenti”.

“Il Talmud decreta che Gesù sta all’inferno, bollito insieme alle feci, perché si oppose ai rabbini. Ecco cosa questo morboso, pornografico “libro sacro” del giudaismo dice del Salvatore nel trattato Gittin 57a”.

Aggiunge Hoffman:

“Il Trattato Gittin 57a nell’edizione Soncino del Talmud, in riferimento ai “peccatori d’Israele” che vengono “bolliti negli escrementi bollenti”, contiene una nota a piè di pagina, la nota n°4. Ubicata in fondo alla pagina del Gittin 57a, la nota n°4 riferisce il fatto che il termine “peccatori d’Israele” è in realtà un riferimento in codice a Gesù!”.

Il lettore può consultare la veridicità della citazione di Hoffman consultando l'edizione Soncino del Talmud messa in rete da Carol Valentine. L'indirizzo che interessa qui è il seguente: http://www.come-and-hear.com/gittin/gittin_57.html . L'unica differenza è che, essendo le note state rinumerate, la nota esplicativa al testo in questione non è più la n°4 ma la n°3.

martedì 29 settembre 2009

Israele: il punto morto

ISRAELE: UN MOVIMENTO DELLA STORIA GIUNTO A UN PUNTO MORTO

Di Gabriel Kolko, 25 Agosto 2009[1]

Alla fine del 1949, lavoravo su una nave che portava ebrei da Marsiglia a Haifa, in Israele. Gli ebrei di origine araba stavano a prua, quelli europei a poppa. Ero visto da molti degli europei come una bestia rara, perché avevo un passaporto degli Stati Uniti e potevo stare nella terra del latte e del miele. Un uomo voleva che sposassi sua figlia – il che significava che anche lui avrebbe potuto vivere nella terra del latte e del miele. Il mio ebraico divenne abbastanza decoroso ma l’esperienza era di quelle radicalizzanti o, almeno, mi fece rimanere radicale, e sono rimasto in quel modo.

Più tardi venni a sapere da qualcuno che dirigeva un campo profughi in Germania che la grande maggioranza degli ebrei voleva andare dovunque tranne che in Palestina. Erano costretti a scegliere la Palestina o ad essere esposti al rischio di non ricevere nessun aiuto. Capii molto presto che c’era del marcio negli innumerevoli villaggi e case arabi che vidi distrutti, e che l’intero progetto sionista – a prescindere dalla natura spesso venale dell’opposizione araba ad esso – era una vergognosa impostura.

Il risultato della creazione di uno stato chiamato Israele fu pessimo. Gli ebrei polacchi non avevano nulla in comune con quelli tedeschi ed entrambi non avevano nulla in comune con quelli di origine araba. E’ la nazionalità, non la religione, che conta di più. In Israele, gli ebrei, specialmente quelli tedeschi, si autoghettizzarono in base alla loro origine durante la prima generazione, quando una cultura militarizzata produsse una nuova razza mista chiamata sabras – con un carattere essenzialmente anti-intellettuale molto diverso da quello che i primi sionisti, che erano in maggioranza socialisti che predicavano la nobiltà del lavoro, si aspettavano che sorgesse. La grande maggioranza degli israeliani non è affatto ebrea, in senso culturale, ed è scarsamente socialista in ogni senso, e la vita quotidiana e il modo in cui la gente vive non sono differenti, in Israele, rispetto a quelli di Chicago o di Amsterdam. Semplicemente non c’è alcun motivo razionale che giustifichi la creazione dello stato.

Il risultato è un piccolo stato con un ethos militare che pervade tutti gli aspetti della cultura d’Israele, della sua politica e, soprattutto, della sua risposta all’esistenza degli arabi al proprio interno e ai suoi confini. Fin dall’inizio, l’ideologia dei primi sionisti – del Sionismo Laburista come pure del Revisionismo di destra di Vladimir Jabotinsky – incarnò una dedizione alla violenza, chiamata erroneamente autodifesa, e un virtuale isterismo. In quanto idea trascendente, il sionismo non ha valore perché le differenze nazionali tra gli ebrei sono schiaccianti.

Quello che il sionismo ha confermato, ammesso che vi fosse bisogno di conferme, è che nel modellare la storia gli eventi accidentali sono più importanti di quanto di solito non si conceda. Ecco dunque il caffè intellettuale, che esisteva in città-chiave – Vienna, alla svolta del ventesimo secolo, o il Lower East Side di New York prima della prima guerra mondiale – pieni di personaggi enormemente creativi colmi di idee e desiderosi di una nuova età dell’oro. Le idee – buone, cattive, o neutre – fiorirono. Il sionismo nacque in questa atmosfera inebriante.

Ma il sionismo ha prodotto una Sparta che ha traumatizzato una regione già artificialmente divisa dopo che il crollo dell’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale portò al Trattato di Versailles e alla creazione del moderno Medio Oriente. Lo stato d’Israele si è già affidato alle soluzioni militari, per i problemi politici e sociali con gli arabi. Il risultato è la mobilitazione permanente.

Un fatto anche più compromettente per la pace e la stabilità del vasto Medio Oriente, è che il sionismo – per la sicurezza del suo progetto nazionale, realizzato con uno stato chiamato Israele - è sempre stato alleato con qualche grande potenza. Prima del 1939, con l’Inghilterra; durante gli anni ’50 con la Francia. Dalla fine degli anni ’60, Israele è sopravvissuta grazie al flusso delle armi e del denaro americani, e questo le ha permesso di assecondare le sue paure di annientamento – un destino che il suo possesso di armi nucleari rende del tutto improbabile. Ma Israele ha anche un’importanza che va molto al di là delle fantasie di qualche intelletuale confuso. Oggi, la sua importanza per la politica estera americana è molto più grande perché l’Unione Sovietica non esiste più e il Medio Oriente provoca una paura cruciale per mobilitare il Congresso e l’opinione pubblica americana. “Le migliori speranze e le peggiori paure del pianeta si concentrano sul quel pezzo di terra relativamente piccolo” – come George Tenet, l’ex capo della CIA, scrisse nelle sue memorie, e per questo capire come e perché quel pezzo di terra è nato, e i gravi limiti della china militare che ne è seguita, ha un’importanza così grande, persino eccezionale.

Nel Luglio del 2003, il Ministro degli Esteri Shalom pronosticò che l’Iran avrebbe realizzato la bomba atomica nel 2006. Nel 2006, esso non aveva armi nucleari, sebbene in realtà un bombardamento riuscito con missili convenzionali su Dimona, l’impianto nucleare d’Israele, renderebbe radioattiva gran parte d’Israele – e sia l’Iran che la Siria hanno tali missili. Il Ministro della Difesa Ehud Barak, durante la visita del Vice-Presidente [americano] Dick Cheney alla fine di Marzo del 2008, affermò che “Il programma di riarmo dell’Iran minaccia non solo la stabilità della regione, ma quella del mondo intero”. Nella primavera del 2008, Israele era anche molto preoccupata per la crescente influenza di Hezbollah in Libano e per la sua capacità di fuoco assai accresciuta – soprattutto sotto forma di razzi capaci di colpire la maggior parte del territorio israeliano. Considera Hezbollah come uno strumento dell’Iran, e la sua attenzione sull’Iran riguarda sia il suo controllo su Hezbollah che la sua capacità di sfidare il monopolio nucleare israeliano. Ma non c’è dubbio che la forza di Hezbollah sia soltanto cresciuta da quando Israele l’ha attaccata in Libano nell’estate del 2006. Israele ora ha un nemico che può infliggerle enormi danni, cosa che probabilmente provocherà una migrazione molto più rapida di ebrei specializzati di quanto già non avvenga ora – già adesso, è maggiore il numero degli ebrei che lasciano Israele di quelli che vi migrano.

L’esistenza di Israele è praticamente la sola ragione per cui la politica americana nella ragione è così pessima. Dopo tutto, non è stato il sionismo a incoraggiare Washington a cercare di eliminare l’influenza inglese nella regione, e oggi nessuno può dire quanto a lungo gli Stati Uniti rimarranno impantanati negli affari del Medio Oriente. Ma Israele ora è un fattore cruciale. Mentre si può discutere dell’entità del suo ruolo, senza di essa la politica dell’intero Medio Oriente sarebbe differente – complicata ma molto diversa.

Almeno altrettanto nefasta nel lungo periodo – l’esistenza d’Israele ha radicalizzato – ma in un senso negativo – il mondo arabo, distogliendolo dalle naturali differenze di classe che spesso superano i legami religiosi e tribali. Ha alimentato il nazionalismo arabo in modo abissale e gli ha fornito un’identità negativa straordinaria.

Sono molto realista – e pessimista – su un’eventuale soluzione negoziata della crisi che ha circondato la Palestina e Israele. Data la grandezza dei cambiamenti necessari, l’attuale situazione giustifica le previsioni più fosche. Dopo tutto, gli arabi che vivono sotto il controllo israeliano supereranno molto presto la popolazione ebraica, lasciando uno stato de facto ebraico in cui gli ebrei saranno una minoranza! Questo fatto sta diventando profondamente inquietante per l’odierna politica israeliana, portando gli ex espansionisti a ribaltare la propria posizione e provocando una polemica sempre più intestina. Né vi sarà mai a Washington un’amministrazione pronta a fare per via diplomatica quello che nessuno ha osato fare dal 1947, e cioè costringere Israele a fare una pace equa con gli arabi.

Non passerà né la soluzione di un unico stato né quella dei due stati. Ma è molto probabile che la popolazione ebraica diminuisca, e se ciò accadrà in modo sensibile, allora il fattore demografico potrebbe rivelarsi cruciale. La percentuale di ebrei e di arabi diventerebbe oltremodo significativa. Gli ebrei israeliani sono altamente specializzati, e molti sono andati via, migrando all’estero. L’esercito israeliano è il più potente della regione perché è stato sommerso di apparecchiature americane, che ha imparato a riparare. Ma le forze americane hanno bisogno di tecnici che riparino esattamente le stesse apparecchiature, ora più che mai perché il reclutamento nell’esercito americano è il più basso dell’ultimo quarto di secolo (per non parlare del tasso astronomico dei suoi suicidi) e degli israeliani specializzati possono assumere incarichi nelle forze armate americane per i quali sono eminentemente qualificati. Inoltre, l’Iran e gli altri stati islamici alla fine svilupperanno o acquisteranno armi nucleari, rendendo Israele incredibilmente insicura per la sua popolazione ebraica così mobile – che è sfinita dal servizio regolare in riserve obbligatorie. E come è già stato detto, distruggere Dimona con missili convenzionali o con mortai sarebbe un modo economico per rendere radiottiva gran parte d’Israele. Ancora peggio, Osama bin Laden, o qualcuno come lui, può acquistare un congegno nucleare, e una bomba nucleare esplosa dentro o nelle vicinanze d’Israele distruggerebbe in modo efficace quella che rimane un’area piccola. Chiunque distruggesse Israele verrebbe proclamato come eroe dal mondo arabo. Per quelli che hanno delle qualifiche, la risposta è chiara: andarsene. E se ne stanno andando.

In Israele vi sono anche ebrei ortodossi ma ora la cultura di massa israeliana è virtualmente indistinguibile dal consumismo onnipresente – per molti aspetti cruciali, c’è più giudaismo in certe zone di Brooklin o di Toronto che nella maggior parte d’Israele. Anche gli ortodossi potrebbero essere pronti a lasciarsi alle spalle l’insicurezza e i guai con cui si devono confrontare quelli che vivono in una nazione che è, dopo tutto, parte di una regione altamente instabile.

Israeliani assennati e razionali esistono, naturalmente, e li cito abbastanza spesso, ma la politica americana verrà decisa da fattori che non hanno nulla a che fare con loro. Sfortunatamente, gli israeliani razionali sono una minoranza fin troppo piccola.

Gabriel Kolko è lo storico principale della guerra moderna. E’ l’autore del classico Century of War: Politics, Conflicts and Society Since 1914[2], Another Century of War?[3], e The Age of War: the US Confronts the World[4]. Ha anche scritto la migliore storia della guerra del Vietnam: Anatomy of a War: Vietnam, the US and the Modern Historical Experience.[5] Il suo ultimo libro è: World in Crisis,[6] da cui questo saggio è stato tratto.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.counterpunch.org/kolko08252009.html
[2] http://www.amazon.com/Century-War-Politics-Conflicts-Society/dp/1565841921/ref=sr_1_2?ie=UTF8&s=books&qid=1251125092&sr=8-2
[3] http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/156584758X/counterpunchmaga
[4] http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1588264394/counterpunchmaga
[5] http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1565842189/counterpunchmaga
[6] http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0745328652/counterpunchmaga

Il CRIF e "Jahvè" contro Faurisson


Presso la XVII° sezione del tribunale penale di Parigi,
il CRIF e "Jahvé" contro il Professor Robert Faurisson
(11 Luglio 2006)


Dopo il resoconto del processo contro Dieudonné e Faurisson per l'"affaire Zénith", tenutosi lo scorso 22 Settembre a Parigi, proponiamo il resoconto inedito di quello tenutosi nel Luglio del 2006; questo per il semplice fatto che il ruolo di pubblico ministero è ricoperto proprio dalla stessa Signora Anne de Fontette che tanto ama invocare la collera di Jahvé dal suo pubblico seggio:

Mal gliene incolse. Non bisognava attaccar briga con il Professor Faurisson. È ciò che hanno imparato a loro spese, prima, il sostituto procuratore della Repubblica, Anne de Fontette, iniziatrice delle azioni giudiziarie, poi le tre parti civili (LICRA, MRAP, Lega dei diritti dell’uomo) e, infine, il nuovo presidente della XVII° sezione, Nicolas Bonnal.

Scienza e determinazione del professor Faurisson

Per quattro ore e un quarto, martedì 11 luglio scorso, in un’aula della XVII° sezione del tribunale penale di Parigi surriscaldata dalla canicola, poco più di cento revisionisti venuti dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Svezia, dalla Svizzera, dall’Italia, dall’Iran e da altri paesi ancora per sostenere il professore hanno assistito ad un combattimento che si è volto a vantaggio della difesa. Settantasettenne ma dotato di una rude energia, Robert Faurisson è un professore universitario in pensione che ha insegnato alla Sorbona ed a Lione. Di stile “British” (è suddito britannico e cittadino francese), egli sembra determinato. La sua memoria farà dire all’avvocato della LICRA: “Non si può sperare che quello, con la sua memoria alimentata dall’odio, finisca con l’Alzheimer”. È su un tono sarcastico che il presidente si azzarda ad iniziare l’interrogatorio del professore ma l’interessato lo avverte che non accetterà che si continui a parlargli a quel modo. E il tono cambia. Poi, per tre volte, il magistrato si fa riprendere nella sua lettura di un documento. I suoi tre errori, fa ben notare il professore, provengono dal fatto che il magistrato ha fatto affidamento su una copia errata (il testo della citazione) mentre avrebbe dovuto riferirsi al testo originale di un documento di base: il verbale di un capo-brigadiere investigatore. Quando il professore si mette ad esporre i suoi mezzi di difesa ed a sviluppare l’argomentazione revisionista, il presidente sembra prendere coscienza della propria svista: egli ha a che fare con un avversario temibile e le argomentazioni revisioniste si rivelano decisamente assai più solide di quanto egli abbia mai immaginato. A più riprese, si vedrà il presidente prostrato nascondersi il viso tra le mani. “Seduta di sverginamento di un magistrato!”, concluderà un revisionista presente all’udienza. La legge ci vieta di riprendere qui [in Francia] le argomentazioni, sempre basate su prove, del docente universitario. Ci si accontenterà di ricordare che quest’ultimo ha tenuto a precisare che egli non ha l’ambizione di ricercare la “Verità”, ma che aspira solo all’esattezza. Secondo le sue spiegazioni, egli ha dapprima condotto un’indagine di polizia tecnica sul posto, allo Struthof, ad Auschwitz, a Treblinka e in molti altri luoghi; poi, per il tramite di chimici al lavoro in laboratorio, ha condotto un’indagine di polizia scientifica. A guisa di giudice istruttore, egli si è sforzato di istruire un processo a carico e a discarico. Ha passato al setaccio un numero considerevole di testimonianze. Nello studio dei documenti, egli non ha fatto altro che seguire il metodo storico più classico. Ha messo in pratica una prassi disciplinare che aveva insegnato in passato all’università di Lione e che aveva ricevuto la denominazione ufficiale di “Critica dei testi e documenti (letteratura, storia, mezzi di comunicazione)”. Un revisionista, egli precisa, ben lungi dall’essere un “negatore” o un “negazionista”, è un ricercatore che, al termine delle proprie indagini, può essere portato ad affermare che tale “Verità” è contestabile da un punto di vista scientifico. Perciò il diritto alla ricerca storica non dovrebbe di norma vedersi imporre in anticipo sia dei limiti che una conclusione. Il ricercatore non deve lasciarsi imbavagliare proprio come il magistrato non deve lasciarsi impegolare da una legge d’occasione come la legge Fabius-Gayssot del 13 luglio 1990. D’altronde fino ad ora, per un solo e medesimo delitto, che egli ha ostinatamente ripetuto da un quarto di secolo, nelle stesse forme e in condizioni identiche, il professore si è visto giudicare in tutti i modi possibili; egli è stato spesso condannato ma talvolta è stato prosciolto ed è anche accaduto che, in un tale processo, una corte d’appello abbia reso un esplicito omaggio alla qualità del suo lavoro al punto da pronunciare: "Il valore delle conclusioni difese dal Sig. Faurisson [sul “problema delle camere a gas”] si basa dunque sulla sola valutazione degli esperti, degli storici e del pubblico”. Se, nel corso di questi ultimi anni, le sue pubblicazioni non sono più state oggetto di azioni giudiziarie, ciò è dovuto al fatto che la Legge è fluttuante, che le sentenze giuridiche subiscono dei capovolgimenti e che i magistrati francesi sono innanzi tutto uomini e donne, che, in generale, intendono servire le leggi ma nient’affatto asservirsi ad esse.

All’origine dell’imputazione, un’inchiesta raffazzonata

Robert Faurisson è imputato di aver concesso nel 2005 un’intervista telefonica dal contenuto revisionista alla stazione radio-televisiva iraniana Sahar 1. L’accusa (nel linguaggio dei tribunali penali, l’“imputazione”) fa valere il punto che essendo stata trasmessa via satellite il programma può essere stato captato in Francia, ma nulla prova che questo sia stato il caso. Questa stessa accusa presenta un “ritrascrizione delle affermazioni del Sig. Faurisson sulla cassetta consegnata dal CSA [Consiglio superiore degli audio-visivi]”. Il Sig. Faurisson ammette senza difficoltà che le affermazioni registrate corrispondono al suo pensiero ma, vista la gran quantità delle interviste che egli ha concesso alle stazioni o alle agenzie estere, soprattutto successivamente al suo soggiorno in Iran, nel novembre 2000, su invito del governo iraniano, egli si dichiara incapace di precisare la data ed il luogo di quell’intervista. E si stupisce del fatto che l’accusa possa affermare, senza indagine su questi punti, che l’intervista si sarebbe svolta il 3 febbraio 2005 (di fatto, giorno della diffusione) e che, secondo un’oscura formulazione, quest’intervista avrebbe avuto luogo “a Parigi […], in ogni caso sul territorio nazionale”. Da parte sua, l’accusa ha talmente pasticciato la propria inchiesta al riguardo da non poter dire da dove provenga la cassetta, una cassetta che, per di più, può essere stata oggetto di manipolazioni dato che, amputata dell’inizio e dalla fine delle dichiarazioni del professore, essa non può mostrare in quale contesto esatto le affermazioni siano state fatte. [Essendo il CSA apparentemente sprovvisto dei formidabili mezzi tecnici indispensabili per la registrazione, giorno e notte, di molteplici stazioni del mondo arabo-musulmano, bisogna supporre che il lavoro di ascolto sia stato effettuato, in realtà, da un servizio di informazioni quale, per esempio, il famoso MEMRI (Middle East Media Research Institute), appendice dei servizi di informazioni militari israeliani, specializzato nella caccia al cyber-revisionismo]. In mancanza di prove, non si può, di conseguenza, sapere se il professore si sia espresso a partire dalla Francia o da un paese straniero. Quanto alle porzioni mancanti della sua dichiarazione, forse esse contenevano un passaggio in cui il professore, come è sua abitudine, ha avvertito il suo interlocutore che simili affermazioni non dovevano essere diffuse in Francia. Per farla breve, non esiste alcuna prova di un’intenzione delittuosa di compiere un reato. Infine, compitando certi nomi propri, sottolinea l’avv. Delcroix, legale dell’imputato, il Sig. Faurisson credeva manifestamente che le sue parole sarebbero state tradotte in persiano, per un pubblico iraniano.

I turbamenti e gli insulti delle parti civili di fronte alla dimostrazione del professore

A dispetto dei tentativi di ostruzionismo e di un rumoroso intervento delle parti civili che chiedono al presidente di impedire “la diffamazione dei martiri”, il professore enumera, fra lo stupore generale, le gravi concessioni di fondo fatte ai revisionisti per mezzo secolo dai rappresentanti della tesi ufficiale del “genocidio” degli ebrei. Egli ricorda la sconfitta di Raul Hilberg, nel 1985, al primo processo Zündel a Toronto. Il Number One degli storici della “distruzione degli ebrei d’Europa” vi era stato obbligato ad ammettere, sotto giuramento, che non esisteva in fin dei conti nessun documento comprovante una politica di sterminio fisico degli ebrei. Costretto a spiegare come si fosse potuta allora concepire, ordinare ed eseguire una tale politica, egli aveva dichiarato che tutto questo si era svolto “in seno alla vasta burocrazia” tedesca grazie a un’“incredibile consonanza degli spiriti” e attraverso un “comunicazione telepatica consensuale”! Robert Faurisson ricorda anche la disfatta di Jean-Claude Pressac, il 9 maggio 1995, proprio presso la XVII° sezione. Alcuni giorni dopo questa memorabile udienza, J.-C. Pressac, aveva, di propria iniziativa, firmato una specie di atto di capitolazione, che ci sarebbe stato rivelato cinque anni dopo da una giovane universitaria, Valérie Igounet, alla fine della sua Histoire du négationnisme en France (Seuil, 2000, pp. 651-652). Per colui che era stato, per anni, il miracoloso salvatore dello sterminazionismo e il protetto della coppia Klarsfeld, il dossier della storia ufficiale dei campi di concentramento era ormai “putrefatto” e non era più buono che “per le pattumiere della storia”. Avvocato dalle forme debordanti e rappresentante della LICRA, Charrière Bournazel esplode per la collera. Con i suoi confratelli, chiede che il presidente tolga la parola al professore. Quindici anni prima, di fronte ad un’identica esigenza, il presidente Claude Grellier, il primo a giudicare le questioni rientranti nella legge del 1990, aveva qualificato la situazione come “surreale” ed aveva fatto notare ai censori che, se Faurisson compariva davanti al suo tribunale, era proprio a causa loro. Avendo il presidente Bonnal ordinato la normale ripresa dell’audizione dell’imputato, il professore prosegue la sua esposizione. Egli accumula le prove, i riferimenti, le indicazioni delle fonti e le precisazioni d’ogni sorta. Egli predice che le parti avverse, non potendo opporre argomenti e prove, cercheranno rifugio nell’invettiva. Ed è ciò che si verifica. Sul conto del professore o sui suoi scritti, non si sente allora altro, dal lato delle parti civili, che parole come “sbruffone”, “nauseabondo”, “falsario”, “menzogna”, “crimine”, “estrema malafede”, “fango” ed ecco che, per finire, l’avv. Charrière Bournazel, assumendo una posa solenne, si proclama “sacro spazzino”. Si sarà sentita, ripetuta dieci volte, la parola “antisemita”, ma senza che sia stato prodotto il minimo indizio del supposto antisemitismo dell’imputato. Più avanti, l’avv. Delcroix osserverà che, ai giorni nostri, si lancia l’accusa di antisemitismo come un tempo si proferiva l’accusa di anticristianesimo. “La conosciamo, Galileo, la vostra motivazione occulta: voi cercate di sminuire la Sacra Scrittura!”

Il sostituto Anne de Fontette fa appello alla protezione di Jahvé

Anne de Fontette porta al culmine le aggressioni verbali delle parti civili. Essa fa il processo a Faurisson ed all’Iran. Per coronare il tutto, la perorazione della sua requisitoria sarà… un’orazione ebraica. Annunciando che sta per dare lettura ad un testo di cui ci confida che le sarebbe piaciuto essere l’autrice, essa legge un’invocazione aJahvé” (sic), protettore delsuo popolo eletto” (sic) affinché preservi detto popolo dallelabbra false” (sic) (dunque dallelabbra falsedi Faurisson). Abbiamo letto bene. Queste parole sono state pronunciate da un sostituto procuratore della Repubblica francese e nell’aula del tribunale di uno Stato laico. Il crocifisso è stato tolto dalle nostre aule di tribunale, ma quel giorno, a Parigi, è stato sostituito dall’evocazione di Jahvé, la cui collera potrebbe ricadere sul capo di Robert Faurisson, il che si può interpretare come un richiamo all’omicidio; infatti, non è forse precisato, nel Salmo 120 [in versione italiana, 119 – NdT], che allelabbra di menzognasono promessefrecce acute di un prode, con carboni di ginepro”? In questo stesso giorno, l’intero popolo francese viene rimpiazzato dal solo “popolo eletto”. Il presidente Bonnal non proferisce parola. S’immagini la sua reazione se un rappresentante del pubblico ministero avesse letto un’invocazione o ad Allah, o a Gesù (che, secondo il Talmud, è, lo si sa, condannato a bollire negli escrementi fino alla fine dei tempi)? Madame la sostituta dichiara infine che, essendo Faurisson un pluri-recidivo, è opportuno “passare allo stadio superiore” e condannarlo ad una pena detentiva definitiva, “forse con la condizionale”. Essa non sa che il suo predecessore, François Cordier, il 9 maggio 1995, ha chiesto tre mesi di detenzione definitiva. Quanto alle diverse parti civili, esse reclamano, come da rituale, le loro libbre di carne sotto forma di moneta sonante e danzante.

Nicolas Bonnal è statoformatodal CRIF e dal Centro Simon Wiesenthal

Ma perché il presidente Bonnal ha taciuto di fronte all’evocazione intempestiva di Jahvé e a questo richiamo al castigo celeste? È forse perché egli stesso si è gravemente compromesso con due entità vicine alla destra israeliana: il CRIF e il Centro Simon-Wiesenthal? Il CRIF (Consiglio rappresentativo delle istituzioni israelite di Francia) è presieduto dal banchiere Roger Cukierman, che ha in passato esercitato delle alte responsabilità in seno alla banca privata Edmond Rothschild. Ora, in un comunicato datato 5 luglio 2006, il CRIF ha appena segnalato che esso garantisce una “formazione” dei magistrati europei, e, nel novero di questi magistrati, cita in particolare, in primissimo piano, il presidente Nicolas Bonnal, il quale ha partecipato ad uno stage diretto da Marc Knobel, addetto alle ricerche presso il Centro Simon-Wiesenthal di Francia! In secondo luogo, il CRIF ha fieramente nominato una altro tirocinante: François Cordier! Robert Faurisson si troverebbe forse in un’aula rabbinica, che lo giudicherà more Judaico?

Il colpo di tuono dell’avv. Eric Delcroix

Una voce formidabile si fa sentire all’improvviso: quella dell’avv. Eric Delcroix. Lontano da qualsiasi microfono. Non siamo più alle arringhe dei nostri tre emuli di “Mastro Tartaglia” tanto goffi quanto il celebre avvocato del pompiere Camembert, che temeva di “far arrossire i capelli bianchi del presidente”. Con Eric Delcroix siamo all’eloquenza della grande tradizione francese e la dimostrazione è ben strutturata. L’avvocato del professore va a fondo dell’affare: disseziona questo “articolo 24 bis della legge che disciplina la libertà di stampa”, quest’“atroce legge Gayssot” come l’ha qualificata Yves Baudelot, avvocato del giornale Le Monde. Egli ne dimostra il carattere aberrante. Poi, andando al fondo del fondo, mostra l’ignominia giuridica di questo processo di Norimberga che sta alla base dell’articolo 24 bis. Egli ricorda anche che, come giovane avvocato, si recò un tempo in Unione Sovietica per partecipare colà alla difesa dei dissidenti. Oggi, è contro una nuova tirannia che egli persegue il suo compito di difensore delle libertà pubbliche. Per anni, ha combattuto per ottenere la non applicazione dell’articolo 14 della legge sulla stampa che permetteva al ministro dell’Interno di vietare certe opere stampate all’estero. Questa non-applicazione è stata infine ottenuta nei fatti. Poi, è stata approvata dai tribunali amministrativi di Parigi. Finalmente, il legislatore ha di recente abrogato quest’articolo 14. Eric Delcroix dichiara: “Io mi riprometto di avere la pelle dell’articolo 24 bis così come ho avuto la pelle dell’articolo 14.”

La parola, per ultimo, al professor Faurisson

Malgrado gli ostacoli d’ogni sorta, il professore ha potuto parlare per un’ora. Parlerà ancora per una mezz’ora. Egli enumera i principali errori delle parti civili e, soprattutto, quelli del sostituto. Trattiene i propri colpi perché l’avversario è sfiancato, manifestatamente sfinito e smarrito. Non si schianta il vinto del giorno. Ma lo si avverte: qualsiasi condanna o qualsiasi nuova imputazione riaccenderebbe le ostilità. In questi ultimi anni, resi edotti dall’esperienza, i magistrati istruttori e i procuratori si erano astenuti dal cercar rogna. Dei nuovi magistrati, inesperti, si sono creduti più scaltri dei loro predecessori. Se ne sono pentiti in questa giornata dell’11 luglio 2006. Potrebbero dolersene ancora di più in un futuro incontro sul terreno giudiziario.

Nell’attesa, il dibattimento della sentenza è fissato al 3 ottobre.

NB: Contrariamente alle loro abitudini, i Tontons Macoutes ebraici non sono venuti e dunque non hanno picchiato nessuno. Uno dei predecessori del giudice Boannal, Jean-Yves Monfort, manifestava, per parte sua, grande compiacimento per la violenza fisica del Betar, del Tagar e della Lega di difesa ebraica. Il 15 gennaio 2005, alle 8.30, su France-Inter, egli confidava ad Elisabeth Lévy di essere “sconvolto” per il numero dei sostenitori revisionisti; egli si rammaricava di non vedere i “cittadini scendere in strada” al fine di esprimere la loro “indignazione” e per portare così il loro sostegno a dei giudici che egli descriveva come totalmente isolati nella loro battaglia contro il “negazionismo”. Riconoscendo che il suo linguaggio poteva sorprendere, da parte di un magistrato, egli richiamava testualmente al “disordine”!

lunedì 28 settembre 2009

Maria Poumier in difesa di Faurisson


Rendiamo omaggio a Maria Poumier: ecco la lettera così coraggiosa da lei indirizzata il 9 Settembre ai ministri francesi della Giustizia e della Cultura a proposito del processo al prof. Faurisson che ha avuto luogo martedì 22 Settembre:
http://www.plumenclume.net/textes/2009/revisos/Mitterrand-Alliot-Marie-loiGayssot-150909.htm

LETTERA DI MARIA POUMIER AI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA E DELLA CULTURA

Signora Guardasigilli
Signor Ministro della Cultura

Mi rivolgo a voi come ministri in carica responsabili più di tutti gli altri della conservazione delle più nobili tradizioni francesi. Con la preoccupazione di tenere in vita l’esattezza del pensiero francese e con la preoccupazione della giustizia per i francesi, ho partecipato alla redazione dell’opera che allego a questa lettera: “En Confidence, entretien avec l’Inconnue” [In confidenza, colloquio con la Sconosciuta] http://www.plumenclume.net/textes/2008/Revisos/Confid1160208.htm , di Robert Faurisson, opera pubblicata nel 2008 dalle edizioni Pierre Marteau, a Milano.
Vi prego di prenderne conoscenza personalmente, senza indugi. In realtà, l’autore dovrà essere giudicato il 22 Settembre alla 17^ camera del tribunale correzionale, non per aver pronunciato o scritto delle cose punibili secondo la legge in vigore, ma semplicemente per aver fatto un’apparizione pubblica, il 26 Dicembre del 2008, in uno spettacolo legalmente autorizzato, messo in piedi dall’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala. Questo probabilmente darà luogo a molte imprecazioni sui media e presso tutti coloro che seguono il punto di vista del CRIF [Conseil Représentatif des Institutions Juives de France], che vorrebbe far condannare tutti e due, anche se non hanno commesso nessuna illegalità. Ma voi sapete che la simpatia popolare va spesso a quelli che sfidano la censura.
Mi sembra importante che abbiate tutti gli elementi per valutare nella loro interezza l’opera e il pensiero dell’imputato Faurisson, di cui si ha generalmente un’immagine caricaturale e odiosa, ma che passerà alla storia come un rappresentante genuino della continuità della cultura francese, anche se la giustizia francese si accanisce di nuovo su di lui, come ha condannato in passato numerosi scrittori francesi che, alla resa dei conti, ne hanno avuto gloria.
Quando avrete letto “En Confidence”, capirete che la celebrità di Robert Faurisson non riguarda solo la sua fedeltà a una posizione intellettuale difficile da difendere. Voi constaterete che c’è tutta una liberazione del pensiero che si verifica nella sua ricerca tenace, e questo nella continuità della resistenza ai poteri del proprio tempo incarnata dai razionalisti francesi, di cui Descartes, Molière e Voltaire ne hanno fatto una peculiarità della Francia. Egli appartiene pienamente a questa linea critica.
Robert Faurisson non è mai stato condannato per falsificazione della storia: una recente sentenza, della 17^ camera, l’ha confermato il 21 Maggio del 2007, malgrado quanto detto “in buona fede” da Robert Badinter. Torna tutto ad onore della giustizia francese aver riconosciuto, in questo senso esatto, il contributo di Robert Faurisson alla ricerca storica, cosa che merita rispetto.
Resta la posta politica che egli rappresenta. La legge Gayssot, votata nel 1990, aveva come scopo esplicito quello di impedire la diffusione delle conclusioni di Robert Faurisson sulla propaganda che ha portato alla creazione dello Stato di Israele.
Robert Faurisson ha ora 80 anni, e può vantarsi d’aver vinto la battaglia scientifica al termine di una quarantina d’anni di combattimento per l’esattezza storica. I suoi avversari, tra gli storici, non hanno apportato dopo il 1990 alcun documento, alcun fatto che contraddicesse quello che lui ha accertato.
L’antisemitismo non è affatto arretrato, ci viene costantemente ripetuto, lasciato ad aumentare il panico degli uni e la collera degli altri. La diffusione delle argomentazioni di Robert Faurisson è ormai internazionale. La legge Gayssot ha dunque fallito tutti gli obbiettivi che si proponeva.
Meglio ancora, la gravità delle menzogne che Robert Faurisson denuncia in modo instancabile, è stata confermata involontariamente dallo stesso ex presidente George W. Bush, quando affermò pubblicamente, nel 2003, che le persone che mettono in dubbio la realtà delle armi di distruzione di massa dell’Iraq si trovano sul solco dei revisionisti della seconda guerra mondiale. Nessuno crede più, né negli Stati Uniti, né nel resto del mondo, alla propaganda messa all’opera sotto la presidenza dello stesso George W. Bush il quale, con la menzogna diffusa a livello mondiale, ha condotto gli Stati Uniti a impegnarsi in una guerra rovinosa e perduta in partenza, che in realtà non fu voluta se non dalla lobby pro-israeliana.
La stessa lobby pro-israeliana spinge ancora oggi la Francia a impegnarsi – dopo la distruzione dell’Iraq - in un progetto d’aggressione, all’Iran, in base a dei pretesti smascherati dalla stessa Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica. Ora, un buon numero di ebrei capisce in questo momento, in Francia, l’assurdità che ha spinto a fare in modo sconsiderato da servi alla classe dirigente israeliana, che è accecata da ragionamenti a breve termine, e che ha già perduto due guerre alla sua periferia, in Libano nel 2006, e a Gaza nel Gennaio del 2009.
La follia omicida d’Israele poggia su due pilastri ormai superati: il progetto occidentale di conservare un’enclave di tipo coloniale nel Vicino Oriente, e la mitologia sionista, che ha spinto un certo numero di ebrei di origine ebraica ad abbandonare le loro rispettive patrie per andare a provocare l’odio degli arabi impadronendosi delle ricchezze e del potere politico e militare della Palestina; questa mitologia disturba ancora le facoltà mentali di un buon numero di cristiani, di laici e di ebrei.
Il lavoro storico di Robert Faurisson permette di identificare e di isolare i responsabili dei terribili errori occidentali della seconda metà del ventesimo secolo, che hanno permesso così tanti crimini di fronte ai quali i governi occidentali sono stati impotenti. La sua diffusione permetterà, a tutti coloro che sono stati ingannati di trovare delle soluzioni allo stallo attuale: come aiutare gli israeliani a diventare degli abitanti davvero rispettosi della democrazia in Palestina, come gli ebrei in modo largamente maggioritario dicono di essere in Francia e in Europa?
VI domando dunque, insieme ad un’infinità di francesi cui la legge esistente impedisce non soltanto di esprimersi, ma di riflettere in modo assennato, con conoscenza di causa, di far pesare tutto il vostro attuale prestigio per l’abolizione della legge Gayssot. Questa legge suscita l’antisemitismo, nelle misura in cui viene sempre più percepita come una legge che permette la censura, a solo profitto della lobby pro-israeliana. La Francia può restare un paese faro della razionalità e dell’apertura di spirito, come gli altri popoli riconoscono con gratitudine il nostro esserlo stati in passato. Noi possiamo aiutare gli Stati Uniti a far evolvere la loro politica estera in un senso più conforme ai loro interessi, e a quelli della pace mondiale. Noi possiamo aiutare gli ebrei del mondo intero a ritrovare la stima di cui i pensatori appartenenti al giudaismo hanno sempre goduto, a giusto titolo. Noi dobbiamo proteggere i palestinesi e i paesi vicini della Palestina storica contro gli abusi di potere di un’infima minoranza di profittatori che pretende di rappresentare gli ebrei, che gode di un potere sproporzionato e che esercita su tutta l’Europa delle pressioni contrarie agli interessi di ciascuna nazione. Bisogna proprio constatare che tali personaggi coltivano l’antisemitismo e vogliono che si sviluppi affinché gli ebrei ritrovino globalmente un’aureola di vittime in modo tale, costoro sperano, da consolidare le loro posizioni. Ma l’interesse della Francia è tutt’altro, e non va nel senso dell’aggravamento dei comunitarismi per mezzo di misure legali. E’ la rivoluzione francese che, per prima, ha puntato sllla cittadinanza senza discriminazioni di sorta degli ebrei. Non bisogna adesso instaurare dei privilegi che attireranno i rancori e le divisioni.
Vogliate gradire l’assicurazione della mia considerazione e della mia devozione ai valori repubblicani.


Maria Poumier, universitaria, membro della Lista Antisionista alle elezioni europee del 2009, alias “La Sconosciuta”.
Parigi, 9 Settembre 2009.

[Su Maria Poumier, consultare Wikipedia. La Guardasigilli è Michèle Alliot-Marie; il Ministro della Cultura è Frédéric Mitterand].

domenica 27 settembre 2009

Dieudonné, Faurisson e l'"affaire Zénith"

DIEUDONNE' DIFENDE L'"ATTENTATO UMORISTICO"[1]

L’umorista è stato giudicato martedì 22 settembre per aver consegnato “il premio dell’infrequentabilità e dell’insolenza” allo storico revisionista prof. Robert Faurisson allo Zénith nel 2006. Rischia un anno di prigione con la condizionale e 10.000 euro di multa.

E' con 25 minuti di ritardo che Dieudonné si è presentato, disteso e sorridente, al Tribunale di Grande Instance di Parigi, accompagnato dal suo avvocato, da quello di Robert Faurisson, dalle sue due guardie del corpo e da una trentina di sostenitori surriscaldati. Nella grande sala di udienza, affollata per l’occasione, l’ambiente era soffocante. L’umorista ha scelto di prendere lui stesso la sua difesa ed ha tenuto il microfono per circa un’ora e mezza. “Sono qui per fare il mio spettacolo, spero che verrete anche agli altri!” dice all’uditorio. Dietro di lui il suo pubblico si diverte. Cinque associazioni si sono presentate come parte civile al processo del comico, tra cui l’Unione degli Studenti Ebrei di Francia (UEJE), l’associazione “J’accuse”, la Lega per i Diritti dell’Uomo e S.O.S Racisme. “Lei sa che Robert Faurisson è un negazionista?” lo interroga l’avvocato di parte civile. “No”, risponde l’accusato senza battere ciglio. Quando il giudice gli chiede perché ha invitato lo storico al suo spettacolo, l’interessato risponde: “per servire un attentato umoristico” ai media. Media da lui giudicati troppo freddolosi nei suoi confronti. Interrogato sul significato del pigiama a righe portato sulla scena dal suo aiutante al momento della famosa consegna del premio, Dieudonné ricorda inizialmente un “pigiama a quadri”, poi, sorridendo, parla di “mancanza di mezzi” da parte della produzione.
Il dibattito segue su questo tono per circa 4 ore, interrotto a più riprese dalla richiesta del giudice di “arieggiare” un luogo reso irrespirabile. Tra i sostenitori conquistati dallo spettacolo e le parti civili oltraggiate da una “mala fede evidente”, la 17^ Chambre correctionelle si è trasformata durante il pomeriggio in una sala di spettacolo di dubbio gusto. “Deridendo, avvilendo - con una dose di sadismo – le sofferenze che la comunità ebraica ha patito, mi è sembrato che il sig. Dieudonné M’bala M’bala abbia ferito ed umiliato”, ha concluso il procuratore della Repubblica Anne de Fontette. Il magistrato ha chiesto per lui un anno di prigione con la condizionale e 10.000 euro di multa. La sentenza è prevista per il 27 ottobre.
[1] http://www.lexpress.fr/actualite/societe/religion/dieudonne-plaide-l-attentat-humoristique_789613.html

Il coraggio di Hamas contro l'Olocausto

HAMAS CONDANNA LE LEZIONI SULL’OLOCAUSTO[1]

Il movimento islamico Hamas, che governa a Gaza, si è opposto ai suggerimenti che i bambini palestinesi debbano essere istruiti sull’Olocausto nelle scuole dirette dalle Nazioni Unite.

Il capo della sua commissione per l’istruzione a Gaza, Abdul Rahman el-Jamal, ha detto alla BBC che l’Olocausto è una “grande menzogna”.

Ha detto che insegnarlo vorrebbe dire “fare un grande favore” a Israele, che combatte Hamas da anni.

Le Nazioni Unite, che dirigono la maggior parte delle scuole di Gaza, avevano chiesto recentemente ai gruppi del luogo se dovesse essere insegnato l’Olocausto.

Esse utilizzano testi scolastici locali e, a Gaza, questo significa usare materiale del vicino Egitto, riferisce Tim Franks, della BBC.

Ma nei passati sette anni le Nazioni Unite hanno aggiunto i propri corsi sui diritti umani.

Jamal ha detto alla BBC che le Nazioni Unite dovrebbero, invece, insegnare la Naqba, il termine che i palestinesi usano per descrivere la fondazione dello stato d’Israele e lo sradicamento di centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi.

Un portavoce delle Nazioni Unite ha detto che finora non è stata presa nessuna decisione sul programma di studi di quest’anno. Circa 200.000 bambini ricevono istruzione nelle scuole dirette dalla Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA).

Durante l’Olocausto, la Germania nazista uccise circa sei milioni di ebrei [menzogna].

Tuttavia, il significato dell’evento viene spesso contestato in certe zone del Medio Oriente dove Israele è visto come il nemico e l’Olocausto viene visto come uno strumento utilizzato da Israele per giustificare le sue azioni.

sabato 26 settembre 2009

L'ascesa dei rabbini militari d'Israele

L’ASCESA DEI RABBINI MILITARI D’ISRAELE

Di Katya Adler, 7 Settembre 2009[1]

L’esercito israeliano sta cambiando. Una volta orgogliosamente laico, ora le sue unità di combattimento sono piene di coloro che credono che le guerre di Israele siano leguerre di Dio”.

I rabbini militari stanno diventando più potenti. Addestrati alla guerra come alla religione, le nuove regole dell’esercito stabiliscono che essi ora facciano parte dell’elite militare.

Si diplomano alla scuola degli ufficiali e operano insieme ai capi dell’esercito. Uno dei loro principali doveri è di esaltare il morale e lo sforzo dei soldati, anche in prima linea.

Tutto ciò ha provocato una grande polemica, in Israele. Le motivazioni dell’esercito devono venire da uomini di Dio, o dalla fede nello stato d’Israele e nel mantenerlo sicuro?

I rabbini militari sono diventati importanti durante l’invasione israeliana di Gaza, all’inizio dell’anno.

Alcune delle loro attività hanno suscitato interrogativi inquietanti sulla loro influenza politico-religiosa nell’esercito.

Gal Einav, un soldato non religioso, ha detto che la retorica religiosa – tra i soldati, nelle caserme e sul campo di battaglia – era dilagante.

Non appena i soldati ricevevano i fucili, ha detto, veniva loro dato un libro con i salmi.

E, mentre la sua compagnia si dirigeva verso Gaza, mi ha detto, venivano fiancheggiati da un rabbino civile da un lato, e da un rabbino militare dall’altro.

“Sembrava una guerra religiosa, come una crociata. Mi ha disgustato. La religione e l’esercito dovrebbero rimanere completamente separati”, ha detto.

Figli della luce

Ma i rabbini militari, come il tenente Shmuel Kaufman, sono entusiasti del cambiamento.

Nelle guerre precedenti, i rabbini dovevano stare lontani dal fronte, dice. A Gaza, è stato loro ordinato di accompagnare i combattenti.

“Il nostro compito era di esaltare lo spirito combattivodei soldati. L’eterno spirito ebraico dai tempi della Bibbia fino alla venuta del Messia”.

Il rabbino Kaufman ha detto che prima che la sua unità entrasse a Gaza il loro comandante gli disse di suonare il corno di montone: “Come Giosuè quando conquistò la terra d’Israele. Rende la guerra più santa”.

Il rabbino ha distribuito centinaia di opuscoli religiosi durante la guerra di Gaza.

Quando questa cosa è venuta alla luce, ha suscitato in Israele una polemica enorme. Alcuni opuscoli definivano i soldati israeliani “i figli della luce” e i palestinesi “i figli delle tenebre”.

Altri paragonavano i palestinesi ai filistei, il nemico biblico più accanito del popolo ebreo.

L’esercito israeliano ha preso le distanze da queste pubblicazioni, ma esse recavano il timbro ufficiale dell’esercito.

Tuttavia, i capi dell’esercito sostengono che i loro rabbini rispettano l’etica militare e che tengono le loro convinzioni private in disparte. Essi dicono la stessa cosa della nuova ondata di soldati religiosi nazionalisti che sono entrati nelle truppe da combattimento.

Un dovere religioso

Ho visitato un seminario ebraico ortodosso vicino a Hebron, in Cisgiordania. Fa parte di quel numero crescente di scuole religiose che incoraggiano a portare la Bibbia ebraica sul campo di battaglia.

Tutti gli studenti del seminario scelgono di prestare servizio nelle unità di combattimento dell’esercito, mentre le statistiche indicano che gli israeliani meno motivati ideologicamente cercano di evitarle. Tutto ciò ha suscitato l’attenzione dei media israeliani.

Il diciannovenne con cui ho parlato nel seminario mi ha detto che i soldati religiosi come loro possono rendere migliore il comportamento dell’esercito e farlo diventare “più morale”.

Essi credono che sia un loro dovere religioso proteggere i cittadini d’Israele, lo stato ebraico. Lo ordina il Signore, hanno detto.

Il seminario degli studenti è costruito in un insediamento ebraico della Cisgiordania occupata.

Se il Presidente Barack Obama riesce a ottenere quello che vuole, Israele alla fine evacuerà i suoi insediamenti.

Essi sono illegali, in base al diritto internazionale, e i palestinesi rivendicano i territori come parte del loro futuro stato. Ma per i soldati religiosi la Cisgiordania fa parte della terra data agli ebrei da Dio.

Gal Einav pensa che molti soldati rifiuteranno di smantellare gli insediamenti.

La questione degli insediamenti potrebbe dilaniare l’esercito, mi ha detto, aggiungendo che la maggior parte dei suoi ufficiali a suo tempo sono stati coloni.

“Se si arriva a uno scontro tra le direttive politiche del governo israeliano e il messaggio dei rabbini, i coloni e i soldati di estrema destra seguiranno i rabbini”, ha detto.

La minaccia della Jihad

I capi dell’esercito israeliano dissentono fermamente.

Il generale di brigata Eli Shermeister è l’ufficiale in capo per l’addestramento.

Ammette che in passato è stato fatto qualche errore ma dice che con i rabbini ora è stato raggiunto il giusto equilibrio.

Sostiene che i capi dell’esercito israeliano sono i soli che abbiano la responsabilità dello spirito dei soldati.

“Il codice morale dell’esercito israeliano è chiaro. Noi giudichiamo i soldati alla luce di questo codice. Nessuno può creare un altro codice morale. Certamente non un religioso”.

Ma il predecessore del generale di brigata Shermeister descrive quello che vede nell’esercito come un cambiamento chiaro e preoccupante.

Secondo il generale della riserva Nehemia Dagan, quello che sta succedendo nell’esercito è molto più pericoloso di quanto la maggior parte degli israeliani si renda conto: “Noi (soldati) eravamo abituati a mettere da parte le nostre idee per fare quello che dovevamo fare. Non importava se eravamo religiosi o se venivamo da un kibbutz. Ma adesso non è più così”.

“Il morale sul campo di battaglia non può venire da un’autorità religiosa. Se succede, è la Jihad. Conosco persone a cui questa parola non piace ma si tratta proprio di questo, di Guerra Santa. E quando c’è la Guerra Santa, non ci sono limiti”.

Molti ebrei religiosi dissentono dal tipo di predicazione ascoltata durante le recenti operazioni di Gaza.

Dicono che perverte il vero insegnamento del giudaismo e che contraddice il codice militare d’Israele.

Giorno dopo giorno, l’esercito israeliano opera soprattutto in aree civili – a Gaza, in Cisgiordania, e a Gerusalemme Est.

Le influenze cui sono esposti i soldati israeliani sono di particolare importanza.

Il modo in cui considerano i palestinesi che vivono lì è probabile che condizioni il modo in cui usano il proprio potere e le loro armi.

[1] Traduzione di Andrea carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/newsnight/8232340.stm

Goebbels, Faurisson e l'ebreo Mathieu Kassovitz


Poichè è stato paragonato a Josef Goebbels e a Robert Faurisson dopo aver messo in dubbio la versione ufficiale degli attentati dell'11 Settembre, l'attore-regista Mathieu Kassovitz contrattacca e sporge querela per diffamazione:

venerdì 25 settembre 2009

Ahmadinejad: in Europa imprigionate chi fa domande sull'Olocausto


A proposito dell'intervista accordata lo scorso 23 Settembre dal Presidente iraniano Ahmadinejad a Newsweek, i lettori di questo blog possono leggere il testo originale al seguente indirizzo:


Estratto di una delle risposte date dal Presidente iraniano:

Le questioni che discuteremo alla riunione di Ginevra sono chiare: la questione della sicurezza nel mondo, il disarmo, i problemi economici, e le questioni riguardanti le relazioni internazionali. Siamo pronti a sollevare le questioni riguardanti i diritti umani, compresi i prigionieri che vengono imprigionati in località sconosciute - in Europa, per esempio; a Guantanamo; inclusi i crimini commessi in Afghanistan e in Iraq come pure in Palestina. Saremo lieti di affrontarle tutte. Come pure le violazioni dei diritti delle persone che in Europa cercano più informazioni, e di come lì ne venga limitato l'accesso. L'accesso della gente a tali informazioni spesso è così limitato in Europa! Non ci è neppure permesso di sollevare domande sull'Olocausto, e voi avete persino scienziati e accademici imprigionati quando lo fanno.

Francia, ministero della Difesa: formazione alla Shoah


Di bene in meglio. Letto ieri, sul sito del ministero della Difesa francese, il seguente comunicato (http://www.defense.gouv.fr/defense/votre_espace/journalistes/communiques/communiques_du_ministere_de_la_defense/cadres_de_la_defense_une_nouvelle_formation_au_memorial_de_la_shoah ):
Quadri della difesa: una nuova formazione al museo della Shoah.

Per la prima volta un modulo sul “ruolo della funzione pubblica nel processo di esclusione e nella genesi del genocidio” è stato creato per la formazione dei quadri dell’amministrazione di nuova nomina al ministero della Difesa.

Dovuto all’iniziativa della Direzione della memoria, del patrimonio e degli archivi (DMPA) e realizzato dalla direzione delle risorse umane del ministero della Difesa, questo nuovo modulo permetterà agli addetti all’amministrazione di riflettere sull’atteggiamento dei funzionari pubblici in questo difficile periodo oltre che sui limiti del dovere di obbedienza e del servizio dello Stato in un regime non democratico.

Come risultato di una collaborazione tra il ministero della Difesa e il museo della Shoah a Parigi, tale formazione comprende:

- la diffusione di un documentario illustrante il lavoro dei funzionari durante la seconda guerra mondiale;
- una conferenza di Marc-Olivier Baruch su “Servire lo Stato sotto Vichy”;
- una visita al museo della Shoah.

La prima presentazione avrà luogo il 25 Settembre 2009 alle 13.30 al museo della Shoah (Parigi).

Medvedev contro la "negazione dell'Olocausto"

NEW YORK, 23 Settembre - RIA Novosti. La lotta contro le manifestazioni di neonazismo e contro i tentativi di revisionare il bilancio della seconda guerra mondiale deve restare lo scopo prioritario dell'ONU, ha dichiarato giovedì il presidente russo Dmitri Medvedev.

"Noi vediamo che le organizzazioni neofasciste rialzano la testa. Si commettono dei crimini in base a criteri di razza, su basi nazionaliste e etniche. Si tenta di scagionare il nazismo, di negare l'Olocausto, di contestare le decisioni del tribunale di Norimberga. Sono convinto che la lotta determinata e congiunta contro le manifestazioni di neonazismo e contro i tentativi di revisionare il bilancio della seconda guerra mondiale deve restare lo scopo prioritario dell'ONU", ha sottolineato, intervenendo durante la sessantaquattresima sessione dell'Assemblea generale dell'ONU.


giovedì 24 settembre 2009

Canada: un grande giorno per la libertà di parola


EZRA LEVANT: E' UN GRANDE GIORNO PER LA LIBERTA’ DI PAROLA

3 Settembre 2009[1]

Ieri, il Tribunale Canadese dei Diritti Umani [Canadian Human Rights Tribunal] ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto nei suoi 32 anni di storia. Ha assolto un imputato dalle accuse di “istigazione all’odio”. Finora, il tribunale aveva un tasso di condanne del 100%.

In una sentenza di 107 pagine, il giudice Athanasios Hadjis non solo ha bocciato il procedimento contro Marc Lemire, ma ha anche bocciato la stessa legge, definendola una violazione delle garanzie per la libertà di parola della Carta dei Diritti.

Hadjis non è un libertario fanatico. Nel recente passato, lui stesso ha condannato delle persone in base a questa stessa legge. E, prima che Jean Chretien lo nominasse al tribunale, Hadjis era il capo di una delle più grandi lobby multiculturali di Montreal che dava il meglio di sé sulla questione dell’identità etnica. Ma persino Hadjis ne ha avuto abbastanza dell’industria dei diritti umani e del suo feticismo per la correttezza politica. Egli ha stabilito che permettere ai cittadini canadesi di esprimere idee offensive è preferibile rispetto a vivere sotto un potere che incrimina le persone per aver espresso tali idee.

Da ieri, non è più illegale scrivere su Internet cose politicamente scorrette. Da adesso, è illegale incriminare qualcuno per questo motivo.

Tutto ciò avrà un impatto immediato sulla Commissione Canadese dei Diritti Umani (Canadian Human Rights Commission – CHRC), che ha a disposizione un grande ufficio dedicato alla censura, e che sta indagando su altri casi. Se la CHRC fosse una vera forza di polizia, e il tribunale fosse un vero tribunale, tutti i casi di censura in corso verrebbero fatti cadere, e chiunque fosse stato condannato in precedenza vedrebbe annullate le proprie condanne. Dozzine di cause contro il governo per incriminazioni erronee, e richieste di risarcimenti, sarebbero dietro l’angolo.

Ma il tribunale non è una vera corte, e Hadjis ha riconosciuto di non avere il potere di abrogare la legge, ma solo quello di dichiararla incostituzionale e di rifiutarsi di applicarla. La CHRC in precedenza aveva ignorato il tribunale: in questo stesso caso, a Lemire sono stati abitualmente negati – da parte della CHRC – i propri diritti procedurali, compresa la tattica vergognosa di aspettare che il processo fosse concluso prima di mostrargli tutti i documenti in suo possesso. Ancora peggio, sono venuti alla luce certi comportamenti balordi della CHRC, incluse le confessioni dei propri funzionari di essersi uniti alle organizzazioni neonaziste e di aver pubblicato su Internet commenti provocatori per incastrare i propri bersagli. Un vero tribunale avrebbe bocciato il procedimento anni fa, e una vera forza di polizia avrebbe visto punito un comportamento tanto canagliesco.

Tuttavia, questo è un grande giorno per i valori della Carta, come la libertà di parola. Ma quanto durerà? L’industria dei diritti umani sapeva che questo era un caso importante, e nei sei anni passati ha speso milioni di dollari del contribuente per combattere Lemire. Il governo federale aveva sei avvocati impegnati nella causa – quattro della CHRC e due dell’ufficio del Ministero della Giustizia. E c’erano cinque avvocati che intervennero in rappresentanza dei gruppi ebraici finanziati dal contribuente canadese: il B’nai B’rith, il Simon Wiesenthal Center e il Canadian Jewish Congress (CJC).

Ieri, il CJC ha diffuso un bizzarro comunicato-stampa in cui afferma che, a dispetto della chiara sentenza del tribunale, esso crede che la legge censoria “rimanga costituzionale”. Nelle prossime settimane, il CJC e il resto dell’industria giudiziaria dei diritti umani rumoreggierà presso il governo affinchè presenti appello contro questa decisione.

Per il Ministro della Giustizia Rob Nicholson, un conto era difendere la costituzionalità di una legge governativa sotto attacco – è la procedura operativa standard. Ma ora che la legge è stata giudicata illegale, costituirebbe ben altra cosa da parte di Nicholson agire positivamente per riportare in auge una legge tanto illiberale.Nicholson deve anche mettere un guinzaglio alla screditata CHRC, e ordinarle di non presentare appello. Costoro hanno già fatto abbastanza danni alle libertà civili del Canada, a grande discapito dei contribuenti.

In realtà, lasciare semplicemente intatta la sentenza di Hadjis non è sufficiente – tale sentenza evidenzia un più profondo marciume della CHRC. Hadjis ha constatato che la CHRC è diventata molto più aggressiva e pugnace negli ultimi anni, e che nello stesso tempo ha iniziato ad applicare sanzioni punitive – come comminare ammende di decine di migliaia di dollari. Questo mix tossico di comportamenti abusivi e punizioni di tipo penale venne specificatamente proibito dalla Corte Suprema l’ultima volta che essa esaminò le leggi censorie nel 1990.

E’ questa cultura collettiva della prepotenza che Nicholson deve prendere di mira. Nicholson dovrebbe iniziare a ordinare a Jennifer Lynch, la direttrice della CHRC, di porre fine alla sua costosa campagna di demonizzazione dei critici della commissione. E poi dovrebbe chiamare un giudice in pensione – o un probiviro – che svolga un’attenta biopsia per scoprire come l’agenzia canadese dei diritti umani sia diventata una tale minaccia per i nostri diritti umani.

[1] http://network.nationalpost.com/np/blogs/fullcomment/archive/2009/09/03/ezra-levant-it-s-a-great-day-for-freedom-of-speech.aspx

CHRC: la polizia del pensiero canadese


FINIAMOLA UNA VOLTA PER TUTTE CON LA CACCIA ALLE STREGHE

National Post, 3 Settembre 2009[1]

Finalmente, una decisione sensata sulla commissione per i diritti umani. Ieri, un autorevole esponente della dirigenza canadese preposta ai diritti umani ha dichiarato che il potere che la Commissione Canadese dei Diritti Umani [Canadian Human Rights Commission] si è presa di monitorare i reati d’opinione su Internet è incostituzionale.

Sentenziando in una causa contro Marc Lemire, webmaster del sito estremista freedomsite.org, il presidente del Tribunale Canadese dei Diritti Umani [Canadian Human Rights Tribunal] Athanasios Hadjis ha stabilito che l’Articolo 13 viola il diritto costituzionale alla libertà di espressione degli imputati, perché fornisce alla Commissione Canadese dei Diritti Umani (CHRC) l’autorità di imporre pene, come le ammende, a coloro che essa giudica colpevoli. Hadjis, egli stesso un giurista dei diritti umani, ha argomentato che mentre la Corte Suprema ritenne legale l’Articolo 13 nel 1991 – quando le sue disposizioni più dure costringevano semplicemente il querelante e il querelato a comporre la loro controversia – da allora l’aggiunta di sanzioni pecuniarie e di scuse forzate hanno modificato la legge a tal punto che esso non è più in armonia con la Carta.

Questa decisione non “stronca” le disposizioni sui reati d’opinione della legge federale sui diritti umani, come è stato ampiamente riportato. La parte repressiva della legislazione federale sui diritti è ancora in vigore. Ma come il giudice Hadjis ha spiegato, una dichiarazione formale d’invalidità non rientrava nelle sue competenze. Tutto quello che poteva fare in base alle leggi esistenti era di “rifiutarsi semplicemente di applicare queste disposizioni ai fini della querela contro Lemire”. Ora, è compito del Parlamento fare la cosa giusta: abrogare l’Articolo 13 della Legge Canadese sui Diritti Umani [Canadian Human Rights Act] e porre fine all’attività da caccia alle streghe degli inquirenti.

Per capirne il motivo, non c’è bisogno di guardare più in là della persecuzione, finanziata dai contribuenti, del signor Lemire.

I funzionari della CHRC, e i loro sostenitori nelle unità anti-razzismo della polizia e nei gruppi di attivisti del paese, entravano nel sito di Lemire sotto falso nome. Talvolta, per coprire le loro tracce, alcuni di questi funzionari della CHRC si sono persino introdotti nell’account di rete di una donna la cui abitazione si trovava vicino ai loro uffici. Quando sul sito di Lemire il numero dei messaggi istiganti all’odio era scarso, questi funzionari e i loro complici pubblicavano essi stessi affermazioni razziste, omofobe e naziste con i loro nomi fittizi, per poi incoraggiare gli attivisti dei diritti umani a presentare querele riguardanti tali messaggi davanti alla commissione.

Durante l’udienza di Lemire, l’anno scorso, gli inquirenti della CHRC ammisero persino di aver permesso a uno di questi querelanti, l’avvocato di Ottawa Richard Warman, di consultare i loro fascicoli e di fornire suggerimenti su come potessero rendere più efficaci le loro incriminazioni.

Il giudice Hadjis ha esaminato molto poco questi comportamenti immorali nella sua sentenza. Ma quello che ha detto è significativo, e assai gradito. Egli ha concluso che la legge sui diritti umani è “incompatibile con l’Art. 2 della Carta, che garantisce la libertà di pensiero, di credo, di opinione e di espressione. La restrizione imposta da queste disposizioni non è un limite ragionevole riconducibile al significato dell’Art. 1 della Carta”.

Questa è la seconda volta nel giro di un anno che alla CHRC viene detto che l’Art. 13 è incompatibile con il libero dibattito democratico. L’anno scorso, il professore di diritto dell’Università di Windsor, Richard Moon, nella sua veste di esperto – retribuito – di diritto costituzionale, disse alla CHRC che non poteva in alcun modo indagare e inoltrare querele riguardanti reati d’opinione in modo continuativo. Perciò, costoro non potevano assicurare eguale protezione ai diritti costituzionali di ciascuno, e dovevano quindi porre termine al loro operato.

Da quando la controversia sul potere della commissione di censurare le idee politiche è emersa due anni fa, quando la CHRC e tre commissioni provinciali decisero di esaminare le querele contro i noti scrittori Mark Steyn e Ezra Levant, la presidente della CHRC Jennifer Lynch ha affermato di aver accolto volentieri il dibattito sul futuro degli enti governativi preposti ai diritti. Ma la scorsa primavera, ella si è rifiutata di partecipare alle audizioni parlamentari sulla CHRC e in seguito ha attaccato il presidente del comitato per aver usato fonti inattendibili e ha accusato i critici della commissione di non avere il diritto di criticare i comportamenti della medesima.

Alla luce della decisione di ieri, forse i nostri politici troveranno finalmente il coraggio di reagire agli esponenti della correttezza politica, come la signora Lynch, e di strappare loro il potere di sorvegliare e sottoporre a giudizio la libertà di parola su Internet.

[1] http://www.nationalpost.com/opinion/story.html?id=1957347

mercoledì 23 settembre 2009

Canada: vittoria storica per Marc Lemire


LA LEGGE SUI REATI D’OPINIONE VIOLA LA CARTA DEI DIRITTI, SENTENZIA IL TRIBUNALE

Di Susan Krashinsky, 17 Settembre 2009[1]

Una legge federale che regola i reati d’opinione viola la Carta dei Diritti dei canadesi sulla libertà di espressione, ha sentenziato il Tribunale Canadese dei Diritti Umani.

Gli sviluppi potrebbero fornire armi a coloro che lamentano che la Commissione Canadese dei Diritti Umani, che deferisce i casi al tribunale, sia compromessa in attività censorie nel tentativo di limitare quello che la gente dice su Internet.

La decisione, emessa mercoledì a Ottawa, sembra anche mettere in discussione che i tribunali debbano essere coinvolti nella sorveglianza dei contenuti della rete, attraverso l’Articolo 13 della Legge Canadese sui Diritti Umani.

“Questo caso solleva interrogativi sulla sostanza della legge stessa”, ha detto Michael Geist, un professore di legge dell’Università di Ottawa che detiene la cattedra di Diritto su Internet e il commercio in rete. “Questo darà solo impulso ad un altro esame del nostro approccio a tutto ciò”.

In discussione era una querela sporta contro Marc Lemire, il webmaster di http://www.freedomsite.org/ . L’avvocato di Ottawa, Richard Warman, sosteneva che i messaggi pubblicati sul sito erano discriminatori ed esponevano certe minoranze all’”odio e al disprezzo”, termini-chiave in base all’Articolo 13 della legge.

Lemire aveva ribattuto chiedendo che la legge venisse dichiarata “inoperativa”, essendo incoerente rispetto alla Carta dei Diritti e delle Libertà. Il giudice Athanasios Hadjis ha approvato la richiesta. Egli ha scritto nella sentenza che la legge aveva inizialmente lo scopo di essere “di natura moderatrice, preventiva e conciliatoria”, piuttosto che un mezzo per comminare sanzioni.

L’Articolo 13 definisce come “discriminatorio” per un individuo o per un gruppo “comunicare telefonicamente o causare che sia comunicato in tal modo…qualsiasi contenuto che abbia la probabilità di esporre una o più persone all’odio o al disprezzo”, in base a caratteristiche quali la razza, la religione, l’orientamento sessuale e simili.

I sostenitori considerano tale legge un controllo necessario dei reati d’opinione in un’epoca in cui Internet rende la diffusione dei messaggi più facile e veloce. I detrattori dicono che si tratta di censura, che non deve aver luogo in una società aperta.

La decisione del tribunale, che probabilmente verrà sottoposta ad appello, non è vincolante oltre il caso Lemire. Tuttavia, sposta il dibattito in avanti, ha detto Richard Moon, professore di diritto all’Università di Windosr.

“Essa crea una situazione nuova, in cui tutti i vari attori, politici e legali, devono pensare a quella che dovrà essere la loro risposta”, ha detto il prof. Moon.

Nel 2008, il prof. Moon scrisse un rapporto per la CHRC [Canadian Human Rights Commission] sul ruolo dell’Articolo 13 nell’era di Internet che diceva che la legge avrebbe dovuto essere abrogata. Egli scrisse che l’utilizzo di Internet significa che “qualunque tentativo di escludere tutti i pregiudizi razziali, e altri ancora, dal discorso pubblico richiederebbe un intervento abnorme da parte dello stato”.

Ma l’avvocato Warman, che ha provocato il caso, non è d’accordo.

“Non c’è un diritto illimitato alla libertà di parola”, ha detto. “Il fatto è che questo è un sito web che istiga all’odio e che lo attira”.

Warman ha citato i commenti di un visitatore del sito freedomsite.org che, in un caso distinto, sono stati definiti dal tribunale “abominevoli al limite dell’immaginazione, e non solo discriminatori, ma minacciosi nei confronti delle vittime”.

Lemire ha detto che il webmaster non è responsabile dei contenuti che finiscono sulle bacheche dei messaggi.

“Non deve essere lo stato a decidere quali convinzioni possiamo avere”, ha detto. “Le persone, anche se sono naziste, anche se sono comuniste, anche se sono razziste, non dovrebbero passare per un processo lungo sei anni”.

Bernie Farber, direttore del Congresso Ebraico Canadese [Canadian Jewish Congress] ha detto che ogni discorso discriminatorio è potenzialmente omicida.

“La guerra razzista, dalla pulizia etnica in Cambogia, ai Balcani, al Darfur, all’Olocausto, non è iniziata nel vuoto”, ha detto.

“Le parole odiose producono un effetto…Internet non può e non deve essere una frontiera selvaggia dove tutto è permesso”.

[1] http://www.theglobeandmail.com/news/national/hate-speech-law-violates-charter-rights-tribunal-rules/article1273956/

Incostituzionale la legge canadese sull'"hate speech"


Ricevo da Ingrid Zündel (e traduco) il seguente messaggio, davvero importante:

A tutti –

Marc Lemire, un combattente canadese per la libertà di parola – e un genio del computer – ha ottenuto una vittoria decisiva contro l’odioso Tribunale dei Diritti Umani e i suoi leccapiedi.

La legge canadese sui reati d’opinione (Hate Speech Law), conosciuta come Articolo 13, è stata oggi [il 2 Settembre] dichiarata INCOSTITUZIONALE. Era la legge che venne usata CONTRO Ernst Zündel [foto] nella sua battaglia, durata cinque anni, per proteggere la libertà di parola in rete.

E’ stato il legale di Ernst dell’epoca, Barbara Kulaszka - così efficace per la vittoria odierna – a compiere il lavoro più importante assistendo Marc Lemire, con la collaborazione dell’ex avvocato difensore di Zündel, Douglas Christie, e di altri.

La vittoria odierna implica che Ernst venne legalmente tormentato e perseguitato per più di vent’anni in tutte le varie udienze presso le corti e i tribunali dei Diritti Umani del Canada SULLA BASE DI TRE LEGGI INCOSTITUZIONALI – la legge sulle “False notizie (dichiarata INCOSTITUZIONALE e abrogata nel 1992), il National Security Act, dichiarato INCOSTITUZIONALE dopo la deportazione di Zündel in Germania del 2005, e ora la legge sui reati d’opinione!

E però Zündel sta ancora languendo in prigione.

Starà a lui fare pulizia anche delle leggi di censura repressiva vigenti in Germania? Non vi meravigliate. Da qualche tempo, i leccapiedi tedeschi che proteggono il racket dell’Olocausto stanno tremando!

Ingrid Zündel

martedì 22 settembre 2009

Non tutti i negazionismi sono proibiti...


NEGATA TESTIMONIANZA OCULARE SULL’OLOCAUSTO DI GAZA

Di Michael Hoffman[1]

Dan Kosky ha scritto la seguente negazione dell’olocausto israeliano a Gaza sull’inglese Guardian (16 Settembre 2009) senza paura di essere perseguito per negazionismo dell’Olocausto:

“Goldstone[2] è parimenti evasivo sull’inattendibilità dei testimoni-chiave. Come il diluvio delle pubblicazioni delle organizzazioni non governative subito dopo lo scoppio del conflitto (in particolare quelle di Human Rights Watch, del cui direttivo Goldstone era membro) la cosiddetta indagine di Goldstone si basa in gran parte sui“testimoni oculari” di Gaza…Alla luce di testimoni così deboli, i consigli di Goldstone risultano particolarmente sinistri”.

Kosky può dire questo, sulle testimonianze dei palestinesi, con impunità. Nella maggior parte dei paesi europei nessuno può dire altrettanto sulle “testimonianze oculari” ebraiche della seconda guerra mondiale.

I critici ebrei delle testimonianze palestinesi sui crimini di guerra degli israeliani sono immuni.

I critici non ebrei delle testimonianze ebraiche sui crimini di guerra dei tedeschi sono dei “fanatici, faziosi e razzisti”, soggetti ad ammende, al carcere, all’infamia e al licenziamento.

Viviamo davvero in un’era talmudica, nella quale la demonizzazione riservata dall’Halacha[3] ai non ebrei è pienamente realizzata nel mondo occidentale.

Hoffman è l’autore della classica opera di riferimento sul giudaismo: Judaism Discovered[4]
[1] Tradotto dal suo blog: http://revisionistreview.blogspot.com/2009/09/eyewitness-gaza-holocaust-testimony.html
[2] http://revisionistreview.blogspot.com/2009/09/justice-richard-goldstone-israeli-war.html
[3] Il termine Halacha definisce il complesso delle norme codificate della legge ebraica e deriva dalla codificazione delle regole del Talmud (nota del traduttore).
[4] http://www.revisionisthistory.org/page1/news.html

Angela Merkel e la "sofferenza senza fine"

Nella cronaca, pubblicata sul sito mondial-infos.fr (http://www.mondial-infos.fr/actualite/culture-actualite/merkel-et-poutine-a-gdansk-pour-la-commemoration-du-debut-de-la-2e-guerre-18127701/ ) della commemorazione dell'inizio della seconda guerra mondiale, effettuata a Gdansk (Polonia) da leader europei quali Angela Merkel, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, salta agli occhi il commento di un lettore, che si firma Ivan de Duve:

"Non è bello, Angela Merkel, parlare della "sofferenza senza fine" che la Germania ha fatto subire all'Europa e al mondo. La Germania è la VOSTRA patria. Quanto alla sofferenza senza fine, perché non parlare di quella che il mondo fa subire alla Germania? Un po' di coraggio, che diavolo!"

Töben segno di contraddizione per la giustizia australiana


FREDRICK TÖBEN IMPRIGIONATO IN AUSTRALIA[1]

Il revisionista e attivista dr. Fredrick Töben è stato messo in custodia a scontare una condanna a tre mesi di prigione per aver violato le leggi australiane contro la libertà di parola.

La Polizia Federale australiana ha portato via Töben, autore di Where Truth is no Defence, I want to break free [Dove la verità non costituisce difesa, voglio liberarmi] dal Tribunale Federale di Adelaide – dove aveva perso il suo appello contro la [precedente] condanna per disprezzo della corte. Töben ha rifiutato di essere ridotto al silenzio nella sua battaglia per correggere, sul suo sito web dell’Adelaide Institute, il giudizio storico sull’Olocausto.[2]

I giudici hanno detto che Töben ha mostrato disprezzo anche per gli ordini del tribunale e che si è comportato in modo tale da minare l’autorità della corte.

La corte ha anche stabilito che la condanna comminata, per quello che riguarda i reati d’opinione, non è in alcun modo eccessiva.

Töben in precedenza, questo stesso anno, era stato riconosciuto colpevole di 24 capi d’accusa, per aver ignorato gli ordini del tribunale che gli proibivano di pubblicare materiale revisionista. Quando poi gli inflisse una condanna di tre mesi, il giudice Bruce Lander disse che Töben aveva continuato a infrangere le disposizioni del 2002 che gli vietavano di pubblicare il materiale ritenuto antisemita.

Le disposizioni del 2002 furono la conseguenza di una causa per discriminazione razziale intentatagli da Jeremy Jones, ex presidente del Consiglio Direttivo delle Comunità Ebraiche Australiane.

Il difensore di Töben, David Perkins, aveva suggerito che il materiale revisionista pubblicato sul sito dell’Adelaide Institute era solo “una goccia nel secchio” rispetto alla quantità di materiale che contesta la versione ortodossa dell’Olocausto disponibile sul web.

I giudici nel loro verdetto hanno detto che la causa non verteva sull’Olocausto, sulle camere a gas o sull’esecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Hanno detto che essa riguardava se, oppure no, Töben avesse obbedito agli ordini del tribunale. Ma tali ordini avevano in effetti lo scopo di ridurre Töben al silenzio proprio su queste questioni.

“L’obbedienza alla corte non è facoltativa”, hanno detto.

Come esempio finale dei limiti della libertà di parola, oggi, in Australia, Töben ha chiesto se poteva dire qualcosa ai giudici mentre la corte si alzava, con l’unico effetto di essere troncato dal giudice Jeffrey Spender, che semplicemente ha detto: “No”.

In Australia non vi sono garanzie per la libertà di parola.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/thoughtcrimes/0908toben.html
[2] http://www.adelaideinstitute.org/

lunedì 21 settembre 2009

Il caso Henri Lewkowicz


IL CASO HENRI LEWKOWICZ (1999-2000)[1]

1. Radio France-Inter – “Radio-comm. Siete voigiovedì 3 Giugno 1999
2. Il seguito giudiziario
3. Epilogo.

*********************

Jean-Marie Le Pen: (…) “Devo dire che ci troviamo in una repubblica sbalorditiva. E’…. sì, è una repubblica dove ci sono le puttane, ci sono i ruffiani, e poi, e poi ci sono i paria, dei quali faccio parte, insieme ai milioni dei miei elettori, che a quanto pare non hanno gli stessi diritti degli altri cittadini, per accedere sia all’Assemblea Nazionale [parlamento francese] che ai media, e credo che questa sia una grave carenza del nostro sistema democratico”.

Il giornalista Stéphane Paoli: “Buongiorno Henri”

Henri Lewkowicz: “Buongiorno, …. Buongiorno sig. Le Pen, mi sente?”

Jean-Marie Le Pen: “Si, la sento”.

Henri Lewkowicz: “Si, ecco, sig. Le Pen. Allora, ehm, ci tengo a dire che non ho nessun sentimento di ostilità nei suoi riguardi, al contrario, ma, si, ecco, ha mai sentito parlare della Rafle du Vel’ D’Hiv?
[La razzia del Velodromo d’Hiver – 16/17 luglio 1942 – chiamata anche la “Rafle du Vel’ d’Hiv” è il più grande arresto massiccio di ebrei realizzato in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. Fonte Wikipedia].

Jean-Marie Le Pen: “Sì, certo, sì”.

Henri Lewkowicz: “Sì, allora, ecco. Il giorno della Rafle du Vel D’Hiv, il padre, la madre e la sorella maggiore di mio padre sono stati arrestati. Sono stati internati a Drancy. Mio nonno è stato deportato il 24 luglio 1942. Mia nonna e mia zia sono state deportate il 18 settembre 1942. Allora, ehm, queste tre persone della famiglia di mio padre sono morte dopo la deportazione, e allora, Lei, sig. Jean-Marie Le Pen, Lei dice che le camere a gas sono un dettaglio. Allora, io La supplico, sig. Le Pen, La supplico, la smetta, la smetta di dire che le camere a gas sono un dettaglio. Signor Le Pen, mi ha inteso?”

Jean-Marie Le Pen: “Si, caro signore… si, si …se questa opinione che comunque non è stata…”

Henri Lewkowicz: “Sì, sig. Le Pen, mi scusi, mi scusi, la prego, la smetta di dire che le camere a gas sono un dettaglio, perché non sono un dettaglio, sono una fandonia, Lei mi capisce, sig. Le Pen, sono una fandonia, una menzogna, dicendo che le camere a gas sono un dettaglio Lei sostiene la menzogna. Non è esistita nessuna camera a gas omicida in nessun campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, le camere a gas sono una menzogna, una menzogna”.

Stéphane Paoli: “Aspetti, dobbiamo chiudere perché…!!!!”

Henri Lewkowicz: “Un falso storico, è un falso storico”.

Stéphane Paoli: “Ripeto un’altra volta, è che…..???”

Henri Lewkowicz: “Mi ascolti. I miei nonni, i miei nonni sono morti, non so in che modo siano morti nel campo di concentramento, ma sono sicuro che non sono morti nelle camere a gas, perché le camere a gas sono una falsità, una menzogna. Non è esistita nessuna camera a gas omicida in nessun campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, e, sig. Le Pen, io sono pronto a venir a testimoniare al Suo processo, se ricorrerà in appello”.

Stéphane Paoli: “A Jean-Marie Le Pen la risposta ad una…..”

Henri Lewkowicz: “Sono pronto, mi ascolti sig. Le Pen, sono pronto a venire a testimoniare al Suo processo per quello che ho detto, quello che ho appena detto lo posso ripetere davanti ad un tribunale…. Pronto?”

Suono di un telefono che indica: linea interrotta!

Non so quando hanno interrotto la mia voce per radio, ho inteso solo qualche frammento delle parole del giornalista. H.L.

Girate pagina, per favore.
Troverete il seguito giudiziario di questa conversazione, aggiornato al 15 Giugno 2000.

E per sapere quello che è accaduto nell’udienza del 15 giugno 2000, e in seguito, perché non ponete la domanda al vostro giornale abituale? E perché tutto questo è così poco conosciuto?

Il seguito giudiziario nel paese della libertà del pensiero

Il MRAP [Movimento contro il Razzismo e per l’Amicizia tra i Popoli, sito web http://www.mrap.asso.fr/ ], rappresentato dal suo presidente Mouloud Aounit, avendo fatto causa contro Henri Lewkowicz per “contestazione di crimini contro l’umanità”, per quanto detto dallo stesso Lewkowicz ai microfoni di Radio France-Inter, durante la trasmissione condotta da Stéphane Paoli il 3 giugno 1999, dal titolo “Radio Com siete voi”, nella quale, quel giorno, era stato invitato il sig. Jean-Marie Le Pen. La causa è stata istruita per quasi un anno!
Henri Lewkowicz si è presentato davanti alla 17^ sezione del Tribunale di Parigi il 2 marzo 2000.
La LICRA, rappresentata dal notaio Korman si è costituita parte civile all’udienza.
Henri Lewkowicz ha confermato e reiterato le sue opinioni. Ha chiesto di essere scagionato sostenendo che era completamente innocente rispetto alla legge (articolo 24 bis, detta Legge Gayssot). Domandava quindi l’applicazione della legge.
Ha sostenuto che nelle sue intenzioni non c’erano propositi né di “crimini contro l’umanità”, né di “olocausto”, né di “genocidio”, né di Shoah, ma che egli si era limitato a negare (e non solo a contestare) uno strumento del crimine: le camere a gas.
Inoltre, ha constatato che la legge Gayssot (che egli giudica eccellente per i revisionisti, nel suo testo letterale, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore della legge e della giurisprudenza, che egli giudica aberrante) non permette di verificare “l’esistenza di uno o più crimini (…) che sono stati commessi…” La legge non permette quindi di verificare l’esistenza di crimini che non sarebbero stati commessi…
Henri Lewkowicz ha constatato che durante tutti i processi ai “revisionisti” ai quali aveva assistito, nessuna prova, nessuna testimonianza dell’esistenza di una sola camera a gas è stata portata dalla pubblica accusa o dalle parti civili. E ha constatato che una volta ancora, durante questa udienza, la pubblica accusa e le parti civili avevano le mani vuote: non c’erano né prove né testimoni.
Il presidente del tribunale ha risposto, con il tono di dire una cosa evidente: “Ma il tribunale non ha bisogno di prove né di testimonianze, c’è il processo di Norimberga”.
L’avvocato del MRAP non era a conoscenza del fascicolo. Quanto al notaio Korman, avvocato della LICRA, era chiaramente sempre più imbarazzato in quanto l’interpretazione che Henri Lewkowicz dava della legge era esattamente quella che aveva dato lui stesso quando tale legge era stata discussa. In un articolo di Information Juive, (maggio 1990) intitolato “Una pessima legge” egli aveva qualificato questa legge come “una pessima legge, di applicazione complicata”, che obbligava le associazioni che si costituivano parte civile a portare la prova, da una parte, che il crimine contestato corrispondeva bene alla definizione legale di crimine contro l’umanità, d’altra parte, che il crimine contestato poteva essere oggetto di un processo.
E’ per questo che, piuttosto che portare prove, hanno preferito fare una grande inchiesta sulla personalità dell’accusato, sostenendo che le tesi storiche che difendeva derivavano da una reazione di rigetto nei confronti del padre, ebreo, che li aveva abbandonati, lui e sua madre….
Evidentemente la preoccupazione principale del notaio Korman era di evitare che il fatto venisse divulgato, e quindi reclamava solo una pena simbolica.
La pubblica accusa ha blaterato sullo stesso tema senza, alla fine, dire niente.
Henri Lewkowicz ha vivamente protestato in quanto questo rapporto sul processo non gli è stato comunicato dalla cancelleria del tribunale, nonostante avesse chiesto a proprie spese, le fotocopie del suo dossier.
Il presidente gli ha risposto che tutto si è svolto normalmente e che il tribunale avrebbe risposto alle sue obiezioni.
Sentenza prevista il 30 Marzo.

Il 30 Marzo 2000, colpo di scena

Il tribunale ordina la riapertura del dibattimento, affinché la documentazione e questo rapporto sulla personalità siano comunicati alla difesa, cioè a Henri Lewkowicz.
Il tribunale si era reso conto che stava per cadere sotto la censura dell’articolo 6 della convenzione europea dei diritti dell’uomo se condannava un imputato (cosa che non era, per il momento, ancora esclusa) senza che la difesa conoscesse i documenti utilizzati dall’accusa…
Ma, precisiamo, al contrario di un’informazione inesatta che circola, il documento che doveva essere comunicato era semplicemente un rapporto sulla personalità e non una perizia psichiatrica, che non c’entrava niente.

LA NUOVA UDIENZA E' FISSATA PER IL 15 GIUGNO 2000 ALLE ORE 13.30.

EPILOGO GIUDIZIARIO DEL CASO LEWKOWICZ

“Nell’ultimo numero di VHO (BP 60, B-2600 Berchem 2, Belgio), Big Brother étend son empire, apprendiamo che Henri Lewkowicz, nipote di deportati morti nei campi di concentramento, che è stato perseguito per aver dichiarato sulle onde di France-Inter: “le camere a gas non sono un dettaglio, sono una fandonia” (vedi F&D 78 e 79) è stato condannato, l’8 Settembre [2000], dalla XVII camera del Tribunale di grande istanza di Parigi, a tre mesi di prigione con la condizionale, insieme a due anni di messa alla prova, di 500 franchi di ammenda e interessi a ciascuna associazione parte civile e…all’obbligo di sottomettersi a delle visite psichiatriche con l’obbligo di seguire il trattamento che potrà essere deciso dai medici, un trattamento che potrà arrivare fino al ricovero. Il revisionismo sembra dunque essere una malattia mentale”. FONTE: Faits & Documents n°98 (http://www.scribd.com/doc/2626173/Faits-Documents-n98 ).
[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all'indirizzo: http://www.vho.org/aaargh/fran/archVT/retourefoul/bobard.html