martedì 30 giugno 2009

Demjanjuk: le truffe dell'Office of Special Investigations


LA DEPORTAZIONE DI DEMJANJUK, 29 Giugno 2009[1]

Il professor Harry Reicher si sbaglia su John Demjanjuk e si sbaglia sullo U. S. Justice Department’s Office of Special Investigations [Ufficio per le Indagini Speciali del Ministero della Giustizia degli Stati Uniti] (che egli erroneamente chiama Office of Special Prosecutions).[2] In realtà, il governo americano ha dato la caccia a John Demjanjuk per più di trent’anni. Il vecchio adagio “bisogna provvedere che sia fatta giustizia” è un buon punto di partenza.

Per i primi quindici anni, la caccia si concretò nella truffa commessa dall’OSI nei tribunali degli Stati Uniti e di Israele. Tale truffa, documentata dalla sesta Corte d’Appello degli Stati Uniti, consistette nel fatto che l’OSI omise di rivelare i documenti che mostravano che Demjanjuk non era “Ivan il terribile”, un brutale guardiano di Treblinka. In base a queste manipolazioni fraudolente, Demjanjuk venne estradato in Israele e condannato a morte. La sua famiglia scoprì la verità, e la Corte Suprema israeliana lo prosciolse. Il procuratore generale d’Israele disse che il proscioglimento proibiva di procedere per altri crimini, inclusi quelli ora sollecitati in Germania. Ironicamente, all’epoca, l’Office of Special Investigations (OSI) permise a Jacob Tannenbaum, un kapò ebreo di 77 anni conosciuto per la sua brutalità, di vivere la sua vita a casa sua in America, a causa dell’età e del suo stato di salute.

Nonostante l’esito del processo israeliano, e nonostante la scoperta della truffa da parte di due tribunali americani indipendenti, l’OSI non si è mai scusato con nessuno, tantomeno con Demjanjuk e con la sua famiglia, né ha mai offerto dei risarcimenti. Né gli autori della truffa sono mai stati puniti, e neppure rimproverati. Oggi, chiudendo un occhio verso questi precedenti, il professor Reicher acclama questi truffatori come eroi.

Passando al processo tedesco, una delle ironie è che – nel processo precedente – uno degli atti fraudolenti del governo americano consistette nell’indurre un cittadino tedesco che aveva lavorato nei campi della morte a fornire una falsa testimonianza contro Demjanjuk. Nel frattempo, le accuse fatte ora a Demjanjuk sono state verificate in Polonia, dove si trovavano i campi della morte, e quel governo ha dichiarato che le prove sono insufficienti e ha chiuso il caso. Demjanjuk, che ha ora 89 anni, continua da sempre a sostenere la propria innocenza.

Il professor Reicher cita un giudizio civile contro Demjanjuk come qualcosa che dimostrerebbe la sua colpevolezza in Germania (egli si riferisce a Demjanjuk come “il perpetratore”). Quel giudizio non fornisce gli elementi di una violazione della legge tedesca, non ha fornito prove al di là di ogni ragionevole dubbio, e non ha rispettato la presunzione di innocenza. E’ comprensibile che i giornalisti possano fraintendere i principi basilari del diritto. Non è scusabile che lo facciano dei professori di diritto.

La magistratura tedesca è sotto pressione in Germania da parte di elementi politici e giornalistici che vogliono scaricare le colpe dell’Olocausto dal governo nazista agli ucraini, ai polacchi e ai cechi. Nel caso degli ucraini, si tratta di un popolo che, meno di un decennio prima, aveva sofferto il genocidio – inflitto da Stalin mediante carestia – di più di 10 milioni di vite innocenti. Questo fu il trauma dell’infanzia di Demjanjuk, solo otto anni prima che venisse arruolato nell’Armata Rossa e mandato in battaglia, dove venne colpito dal fuoco dell’artiglieria tedesca e quasi ucciso.

Così i suddetti elementi hanno deciso di affermare che i prigionieri di guerra di questi paesi, che vennero costretti a servire come guardiani sotto pena di morte, ebbero un ruolo significativo, se non addirittura principale, nello sterminio. Questi elementi politici, stanno sfornando questo genere di propaganda da decenni, mentre le rivelazioni su come la Germania non sia riuscita a intraprendere dei passi significativi contro i criminali nazisti sono diventate di dominio pubblico.

Questo vecchio apolide, sofferente di gravi malattie, peggiorate a causa della sua ingiusta detenzione, è – ancora una volta – più una vittima dei nazisti e un’altra opportuna pedina dei giochi in corso.

Michael E. Tigar

John H. Broadley

John Demjanjuk Jr.

Michael Tigar e John Broadley sono stati i difensori di Demjanjuk nella causa di estradizione intentata contro di lui dal governo americano. John Demjanjuk Jr. è suo figlio.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.law.com/jsp/nlj/PubArticleNLJ.jsp?id=1202431769282&The_Demjanjuk_deportation&slreturn=1
[2] http://www.law.com/jsp/article.jsp?id=1202431360012

Demjanjuk abile al processo (almeno "in parte")


E’ atteso per questa settimana, a Monaco, il verdetto dei dottori sull’idoneità di John Demjanjuk ad affrontare il processo che lo riguarda, hanno detto lunedì i pubblici ministeri (http://www.kyivpost.com/nation/44249 ).

“Partiamo dal presupposto che egli sia in grado, almeno parzialmente, di essere processato”, ha detto il Procuratore Capo Anton Winkler a Monaco, dove l’ottantanovenne imputato viene detenuto dallo scorso Maggio.

lunedì 29 giugno 2009

Vittoria totale per Bruno Gollnisch


CONFERENZA STAMPA DI BRUNO GOLLNISCHLIONE, 26 GIUGNO 2009[1]

I - LA SENTENZAUNA DECISIONE ECCEZIONALE

La Corte di Cassazione ha posto clamorosamente fine a circa cinque anni di persecuzioni politico-giudiziarie, che erano cominciate quando, l’11 Ottobre del 2004 - nella mia qualità di eletto nel distretto di Lione, di parlamentare europeo, di capo-gruppo al Consiglio regionale, e di responsabile politico della formazione alla quale appartengo [il Front National] - avevo tenuto con la stampa una prima colazione di riapertura [dell’attività politica]. Questo genere di riunioni è, più della dichiarazione o della semplice conferenza-stampa, un’occasione per discussioni a bocce ferme. Avevo parlato a lungo di CINQUE argomenti politici: la costituzione europea, l’adesione della Turchia, la questione degli ostaggi in Iraq (di cui avevo fatto una lunga precisazione sul ruolo di uno dei miei ex collaboratori), la ripresa delle attività politiche ed economiche, e infine il Rapporto Rousso sull’università di Lione, già ampiamente commentato sulla stampa nazionale e locale, al di là degli stessi ambiti universitari.

Quest’ultimo punto aveva suscitato domande molto diverse, delle quali alcune sulla seconda guerra mondiale, i campi ecc. Tutte domande che avevo essenzialmente rimesso agli storici specializzati, reclamando solo la libertà di ricerca e la soppressione delle leggi che pretendono, con la minaccia di sanzioni penali, di enunciare la Storia.

E’ a partire da queste risposte che si è messa in moto un’incredibile tempesta mediatica, che ha funto da base ad una metodica persecuzione politica, giudiziaria e professionale.

La sentenza della Corte di Cassazione, che ha annullato le condanne ingiuste che mi avevano colpito per “contestazione” di crimini contro l’umanità, è non soltanto una vittoria del diritto ma anche del buon senso.

Questa vittoria è tanto più schiacciante in quanto, fatto eccezionale, la massima giurisdizione, che, quando annulla una decisione, rinvia normalmente il processo a un’altra corte d’appello, questa volta ha cassato “senza rinvio”. Nella nostra storia giudiziaria, questa procedura eccezionale è stata utilizzata per la prima volta nell’affare Dreyfus.[2] Osservo che è stata utilizzata anche per il deputato Vanneste, accusato del “reato” di aver espresso una preferenza per la famiglia composta da un papà e da una mamma rispetto alle unioni omosessuali, e assolto da una sentenza senza rinvio della Cassazione il 12 Novembre del 2008.

Cassazione senza rinvio: questo significa che non rimane nulla delle accuse rivolte contro di me. Le “parti civili”, associazioni stipendiate e golose di danni e di interessi devono rimborsare le decine di migliaia di euro che sono stati loro concessi.

PER UNA VICENDA ECCEZIONALE

Questa decisione eccezionale mette un punto finale giudiziario a una vicenda eccezionale, nella quale non si contano le anomalie gravi, le manipolazioni, le violazioni del diritto:
· Anomalie gravi: le distorsioni, le omissioni alle quali le mia affermazioni hanno dato luogo.
· Manipolazioni: quando si è preteso, contro ogni verità, che io avrei programmato delle dichiarazioni sulla seconda guerra mondiale (cosa che rientrerebbe comunque nel mio diritto), quando le mie risposte sono state soltanto conseguenti alle domande dei giornalisti. O quando si è cercato di farmi passare per simpatizzante del regime nazionalsocialista, quando non avrei potuto esprimere più chiaramente la mia ripugnanza verso i due totalitarismi principali che hanno insanguinato il ventesimo secolo.
· Ancora manipolazioni, tagli, falsificazioni, ad esempio quando si è cercato di far credere che quello che ho detto a proposito del massacro di Katyn, il solo fatto storico sul quale mi sia pronunciato, si applicava a Auschwitz: Le Monde e Libération hanno suonato esattamente questo spartito!
· Violazioni del diritto: quando il giudice Schir decide di sottopormi a giudizio in presenza di un’[altra] istruttoria – un’istruttoria che stabilisce la mia innocenza – e per la quale, se essa viene fatta oggetto di appello, bisogna evidentemente astenersi dal sentenziare fino all’esito di tale appello, se non si vuol fare di Gollnisch il solo imputato giudicabile in Francia perseguito da due istruttorie differenti per i medesimi fatti!
· Anomalie: gli appelli cinici alla repressione professionale e giudiziaria, di cui vengo fatto oggetto, provengono dagli stessi che si appellano ai diritti dell’uomo.

Ugualmente, sul piano accademico:

Abusi del diritto: quando sotto la pressione del potere esecutivo, rappresentato da un rettore minaccioso, un’istanza disciplinare persegue un parlamentare e docente universitario, non per quello che ha detto o fatto all’Università, ma per le risposte date a dei giornalisti durante una conferenza-stampa tenuta nella sua sede elettorale, quando essa poteva riferirsi ad eventuali mancanze solo nell’ambito delle sue attività di docente o di ricercatore.[3]
Violazioni del diritto: quando il Rettore Morvan, che non ha neppure cercato di ascoltarmi per sapere qual’era a mio giudizio la portata delle mie affermazioni, si è fatto beffe della presunzione d’innocenza, al punto che il Consiglio di Stato – che durante tutto questo affare non si è certo mostrato favorevole alla mia causa – ha condannato il Ministro per il comportamento del Rettore!
Violazioni del diritto: quando una sentenza mi condanna citando undici volte le mie “affermazioni” – “ha fatto delle affermazioni che…, delle affermazioni che…, ecc” – senza dire una sola volta in cosa consistessero le affermazioni controverse!
Manipolazioni: quando, imbarazzato ad annullare la decisione scandalosa di Lione, il CNESER, composto da sindacalisti in maggioranza di sinistra e di estrema sinistra – in rappresentanza di organizzazioni che avevano preso pubblicamente posizione contro di me prima della procedura – la ribadisce senza neanche esaminare le conclusioni scritte dei miei avvocati, asserendo senza la minima prova che avrei ammesso pubblicamente le affermazioni imputatemi, cosa che i testimoni avevano smentito sotto giuramento!

In breve, la sentenza della Corte di Cassazione riduce a zero gran parte di tutto ciò. Essa si unisce all’ordinanza di Chavot, vice-presidente del Tribunale di Lione, giudice istruttore che, dopo aver istruito il caso, aveva emesso una clamorosa ordinanza di non luogo, che parlava di montatura mediatica e concludeva che non c’erano gli estremi, né per rinviarmi davanti al Tribunale, e neppure per sottopormi ad indagine.
Il testo della sentenza non è ancora pubblico. A quanto ne so, la Corte avrebbe considerato nulla un’incriminazione basata su frammenti di frase - riferiti dai giornalisti - tolti dal loro contesto e ricomposti per “ricostruire” una dichiarazione non – contrariamente a tutte le regole in materia di stampa – sulla base di articoli effettivamente pubblicati ma delle loro dichiarazioni [dei giornalisti] alla polizia criminale, ulteriore elemento sconcertante in questo affare in cui i fatti sconcertanti non mancano!

Io l’ho detto, ringrazio in particolare i miei avvocati, Wallerand de Saint-Just e Bruno Le Griel, che hanno sempre creduto nella giustezza della mia causa, oltreché il rimpianto avvocato Pourchet, che è stato benevolmente il loro corrispondente lionese.

Ringrazio egualmente i membri e i dirigenti del Fronte Nazionale che mi hanno sostenuto e più in generale, ben al di là della mia appartenenza politica, tutti coloro che mi hanno manifestato la loro simpatia o che semplicemente, come ha fatto Raymond Barre, non hanno voluto aggiungere la loro pietra alla mia lapidazione politico-mediatica, e che a loro volta sono stati attaccati dalla turba.

A tutti costoro bisogna aggiungere la totalità dei miei studenti, di tutte le opinioni e di ogni colore, dai quali mi sono pervenute delle testimonianze spesso commoventi. Oltreché i membri del mio Comitato di Solidarietà, e specialmente diverse centinaia di giuristi di alto livello, magistrati in pensione, avvocati francesi o stranieri, universitari, ecc., presieduti da un autentico eroe della seconda guerra mondiale, Jean-Baptiste Biagi.

Potrei accontentarmi di commentare e di assaporare questa vittoria. Ma non intendo fermarmi qui.

CONSEGUENZE

In effetti, non ci si può fermare qui: un uomo infangato nel corso degli anni, perseguitato, cacciato dall’Università che ha sempre servito con onore e con dignità, condannato a una pena infamante e a dei danni esorbitanti a profitto di associazioni stipendiate e, rispetto a tutto ciò, una decisione proveniente certo dalla giurisdizione suprema ma dieci volte, cento volte meno pubblicizzata di quanto non lo siano state le accuse portate contro l’interessato. Dopo di che si sente dire: “circolate, non c’è più niente da vedere”. Sarebbe troppo facile!
Questa vicenda reclama dunque un certo numero di conseguenze, mediatiche, legali, accademiche e politiche, le une particolari, che mi riguardano (A), le altre generali, al di là del mio caso personale (B).

A. CONSEGUENZE PARTICOLARI

1. Sul piano accademico

Mi sembra evidente che a dispetto del principio di autonomia del piano disciplinare – rispetto al piano penale – io debba essere reintrodotto integralmente nei miei diritti, anche in modo retroattivo. Avrò occasione prossimamente di rivolgermi al nuovo ministro dell’Educazione, Luc Chatel. L’affare è attualmente pendente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a Strasburgo. Ma le autorità del mio paese possono e debbono ristabilire una giustizia. Poiché il principio dell’autonomia del piano disciplinare in rapporto al penale, citato da me e da un funzionario del ministero, ha i suoi limiti: non è possibile fondare un’inchiesta disciplinare su dei fatti considerati inesistenti dall’ordine giudiziario. Ora, due cose mi sono state rimproverate: l’aver chiamato in causa il signor Rousso a motivo delle sue origini, cosa che il Tribunale di Parigi – in un giudizio che ha condannato Olivier Duhamel per diffamazione nei miei confronti – ha dichiarato inesistente, e le mie presunte dichiarazioni che avrebbero infranto la legge penale, cosa che viene rovesciata dalla sentenza della Corte di Cassazione. Sarebbe assolutamente anormale se il Ministero non ne tenesse alcun conto.

2. Sul piano giudiziario

Spinto da una preoccupazione di giustizia, e non di vendetta, ho chiesto ai miei avvocati di esaminare la possibilità di chiamare in causa la responsabilità delle seguenti persone:
a) Dominique Perben, ex ministro della giustizia, che sapeva perfettamente che le mie affermazioni non avevano infranto la legge, come gli aveva fatto sapere il Procuratore della Repubblica, che si appresta lunedì ad archiviare la vicenda, dopo l’inchiesta di polizia da lui ordinata (annuncio del giornale RTL delle 7 del mattino, Libération, Le Monde).
b) Il signor Richaud, procuratore della Repubblica, che ha eseguito questo ordine di Perben in persona. Ordine che non attesta affatto la mia colpevolezza, e che al contrario fa presumere con ancora maggior forza la mia innocenza.
c) Il signor Schir, giudice del tribunale di Lione che, con il suo zelo, in violazione flagrante della legge, come ha dovuto riconoscere la stessa Corte d’Appello, ha accordato dei succosi interessi a tute le associazioni che li avevano reclamati.
d) L’ex rettore Morvan, di cui il Consiglio di Stato ha stigmatizzato il comportamento. Il signor Morvan, in seguito silurato, e che ha espresso il suo dispetto in un mediocre opuscolo, è stato ugualmente condannato per ingiurie contro di me.

B. SUL PIANO LEGISLATIVO

Che si condivida oppure no la mia opinione su questa vicenda, almeno una cosa è certa: le divergenze dei magistrati francesi dimostrano che la legge è malfatta, poiché essa è il campo delle intepretazioni più antitetiche. Il fatto è che la voluta imprecisione dei testi costituisce il campo di ogni arbitrio. La legge penale deve essere precisa; è una condizione essenziale delle libertà pubbliche. Per le stesse ragioni, la sua interpretazione deve essere restrittiva: è un principio universale.
Ora, in materia di “polizia del pensiero”, abbiamo delle leggi imprecise e, soprattutto, interpretate in modo largo! Prendiamo ad esempio la famosa “istigazione all’odio razziale”; se io istigo a commettere un crimine o un reato contro qualcuno per via della sua razza o della sua religione, è naturale che venga condannato. Come nel caso di un istigazione all’omicidio. L’omicidio è un crimine; io istigo a commettere un crimine. Ma l’istigazione all’odio? Quand’è che la semplice critica diventa istigazione all’odio? L’odio è un sentimento, moralmente reprensibile, certo, ma perfettamente imponderabile! Chi non vede come sia sufficiente battezzare “discorso di giustizia e di amore” il discorso “politicamente corretto” e, al contrario, “discorso dell’odio e dell’esclusione” quello degli avversari demonizzati, e il gioco è fatto! Questo è quello che accade!
E’ la stessa cosa per la “contestazione dei crimini contro l’umanità” che mi è stata imputata. Dove finisce la discussione legittima, e dove comincia la contestazione illecita? E allora, è a seconda delle circostanze! E’ la porta aperta a una giustizia in base ai favoritismi. Non sono io che lo dico, è un alto magistrato che non conosco, il signor Bilger, avvocato generale alla Corte di Parigi, autore di un’opera sulla libertà di espressione intitolata (senza dubbio per antifrasi) “J’ai le droit de tout dire” [Ho il diritto di dire tutto].
E’ quindi evidente che queste leggi liberticide devono essere abrogate. Totalmente. Senza riserve. E che si deve ritornare ai soli limiti tradizionali della legge del 1881 sulla stampa: l’ingiuria e la diffamazione.
Poiché sono in gioco le libertà:
Innanzitutto quelle degli eletti: un deputato avvocato, medico, ecc; può essere perseguito per via disciplinare se mette in discussione la Giustizia o la Medicina? Se sì, il signor Montenbourg e qualcun altro dovrebbero essere preoccupati!
Poi, quelle degli stessi giornalisti! Io non ho smesso di porre questa questione di principio: se il dibattito è illegale, hanno i giornalisti il diritto di iniziarlo? Se le risposte sono illegittime, è legittimo fare la domanda? Si tratta del lavoro del giornalista o del lavoro di un provocatore verso un atto delittuoso? Se, come penso, la domanda è legittima, allora la risposta deve essere libera. Se la risposta non è libera, anche la domanda deve essere proibita. O l’uno o l’altro. Personalmente, preferisco la libertà.
Ugualmente, quelle degli universitari, le cui ricerche non possono essere compiute sotto la minaccia di queste leggi.
E infine quelle di tutti i cittadini, poiché se l’evoluzione attuale continua, nulla sarà al riparo dalla dittatura del “politicamente corretto”.

Molti, e di ogni idea politica, l’hanno compreso, a cominciare da Jacques Toubon, che qualificò di “staliniana” la legge Gayssot all’epoca della sua adozione…e poi non fece nulla. Bisogna agire.

Questo è il senso dell’azione politica che intendo intraprendere sia presso la signora Alliot-Marie, nuovo Guardasigilli, che presso la Commissione europea.

CONCLUSIONE

A mo’ di conclusione, non posso che riprendere quello che dissi nell’Ottobre del 2004:

“Nessuno deve farsi illusioni e, a giudicare dalle reazioni dell’opinione pubblica, nessuno se le fa. Ciascuno sa molto bene che l’emozione suscitata artificialmente riguardo alle mie affermazioni non ha lo scopo di ristabilire non so quale verità ufficiale (per utilizzare la strana definizione del signor Morvan). Ciascuno vede che si tratta in realtà, della moderna prassi abituale di demonizzazione mediatica e politica.

Non ho commesso nessuna mancanza, né in una parola né in altre cento, né penale né deontologica. Parlamentare, capo-gruppo al Consiglio regionale, ho espresso – tra molti altri argomenti – nella mia veste di uomo politico, nelle sedi politiche, un giudizio politico su una persecuzione politica che dura da quindici anni contro un’Università che è una delle rare, in Francia, a essere davvero pluralista nelle opinioni degli insegnanti, e senza indottrinamento verso gli studenti.

L’ignominia totalitaria non ha spazio nelle mie affermazioni. Essa si trova nella menzogna che mi viene contrapposta. Essa si trova nel linciaggio politico-mediatico di cui sono fatto oggetto, in uno strano clima di agitazione e di terrore, dove certi uomini politici che aggiungono pubblicamente la loro piccola pietra alla mia lapidazione si vengono a scusare con me in privato, spiegandomi che vi sono costretti dal clima attuale.

Patriota francese, provo una simpatia senza riserve per le vittime degli orrori che hanno devastato il nostro pianeta nel secolo scorso, oltreché per quelli che, in buona fede, ne perpetuano con piena legittimità la memoria. Per contro, non ho che disprezzo per quelli che dirottano a loro profitto questa memoria e che si servono dell’emozione che essa suscita per infangare dei docenti irreprensibili o per abbattere un avversario politico”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini
[2] Vedi per esempio su internet: http://www.dreyfus.culture.fr/fr/le-periple-judiciaire/vers-la-cassation-sans-renvoi/media-68-Transcription_de_la_cassation_sans_renvoi.htm . “Attendu, en dernière analyse, que de l'accusation portée contre Dreyfus, rien ne reste debout ; et que l'annulation du jugement du Conseil de guerre ne laisse rien subsister qui puisse à sa charge être qualifié crime ou délit ; dès lors, par application du paragraphe final de l'article 445 aucun renvoi ne doit être prononcé”.

[3] Vedi l’articolo 66 della Costituzione del 1958; legge n°83-634 del 13 Luglio del 1983, sui diritti e i doveri dei funzionari, modificata dalla legge 2004-805 del 9 Agosto del 2004, e specialmente il suo articolo 7; articolo 57 della legge del 26 Gennaio del 1984).

venerdì 26 giugno 2009

La Cassazione annulla la condanna di Bruno Gollnisch


Smacco per i “professionisti dell’antirazzismo” francesi: la Corte di Cassazione ha annullato, martedì scorso, la condanna del vice-presidente del Fronte Nazionale Bruno Gollnisch per “contestazione di crimini contro l’umanità". (http://www.lemonde.fr/web/depeches/0,14-0,39-39674647@7-37,0.html ) L’11 Ottobre del 2004, durante una conferenza stampa a Lione, Gollnisch aveva assicurato di “non rimettere in causa le deportazioni” né i “milioni di morti” dei campi nazisti, ma aveva aggiunto: “Quanto al modo in cui le persone sono morte, il dibattito deve essere libero”. Interrogato più nello specifico sulle camere a gas, aveva risposto: “Io non nego le camere a gas omicide. Ma non sono uno specialista di questa questione e penso che bisogna lasciar discutere gli storici. E questa discussione deve essere libera”.

Perseguito presso la magistratura di Lione per le dette affermazioni, Gollnisch venne condannato il 18 Gennaio del 2007 a tre mesi di prigione con la condizionale e a 5.000 euro di ammenda. Il 28 Febbraio 2008, la Corte d’Appello di Lione aveva confermato la condanna, aggiungendo in sovrappiù 39.000 euro di danni e interessi da pagare a nove parti civili (associazioni contro il razzismo e associazioni di ex deportati).

Le motivazioni della sentenza verranno rese disponibili tra qualche settimana.

Commento: la notizia è buona ma ancora non si sa se è ottima, perché ancora non è noto se la Cassazione abbia annullato i precedenti verdetti sic et simpliciter, oppure se abbia deciso di rinviare il caso alla Corte d’Appello (che probabilmente reitererebbe la condanna dell’imputato).

giovedì 25 giugno 2009

Spagna: conferenza di Lady Renouf il 27 Giugno


Sabato 27 Giugno avrà luogo in Spagna una conferenza di Lady Michèle Renouf, ben nota in ambito revisionista dopo il suo intervento alla Conferenza di Teheran del 2006.
In quest’occasione il titolo della conferenza è: “Il Vescovo Williamson e la ventunesima vittoria revisionista”, allusione all’intervento del prof. Faurisson nella medesima Conferenza di Teheran, dove presentò le 20 principali vittorie del revisionismo (http://radioislam.org/faurisson/it/victoria.htm ).
Ecco l’annuncio diffuso dalla Libreria Europa del revisionista spagnolo Pedro Varela (traduzione rapida):

Sabato 27 Giugno a Barcellona, ore 18.30 (12 rue Seneca)
Lady Michèle Renouf
IL VESCOVO WILLIAMSON E LA VENTUNESIMA VITTORIA REVISIONISTA

Lo scandalo sollevato dalle dichiarazioni del vescovo cattolico Richard Williamson e i suoi dubbi sulla veridicità della storia ufficiale del cosiddetto Olocausto non hanno fatto che confermare che si tratta di un dogma religioso al quale è obbligatorio credere e non un fatto storico analizzabile scientificamente. Questo è stato confermato dall’atteggiamento di papa Benedetto XVI, che si è ritrovato sotto il fuoco generalizzato delle classi politiche di tutto il mondo e dei loro media.
Lady Renouf ha organizzato con successo la difesa e la messa in libertà del revisionista australiano Fredrick Töben in Inghilterra, oltrechè la difesa e l’accoglimento del vescovo Williamson espulso dall’Argentina. Attualmente ella si interessa all’antico stato ebraico del Birobidjan [con il quale Stalin cercò a suo tempo di risolvere in Unione Sovietica la questione ebraica].
Partecipazione alle spese: 5 euro.

Lady Renouf dovrà tenere una conferenza anche a Madrid, domenica 28 Giugno, alle ore 18, ma ancora non conosciamo la sede (chiedere a: mailto:info@libreriaeuropa.es ).

mercoledì 24 giugno 2009

Sylvia Stolz e gli altri: la relazione dell'avvocato Delcroix


L’AFFAIRE FAURISSON: 27 ANNI DI UN’INQUIETANTE CRONACA GIUDIZIARIA

Di Eric Delcroix, Giugno 2009[1]

I Introduzione: lo scacco della via civile per far tacere il professor Faurisson

Fine 1978 – inizio 1979, il prof. Faurisson riesce a dare risonanza mediatica al revisionismo storico.

9 associazioni ebraiche gli intentano a Parigi, il 15.02.1979, un processo civile per danni per “falsificazione della storia”. Scacco. Sopraggiunge una condanna, ed è per la “mancanza di compassione” (?) delle sue affermazioni. In compenso, la Corte di Appello di Parigi gli concede un merito.

“…Bisogna constatare che le accuse contro di lui di leggerezza mancano di pertinenza e non sono sufficientemente fondate: che in effetti il percorso logico del signor Faurisson consiste nel tentare di dimostrare, con un’argomentazione [che egli ritiene][2] di natura scientifica, che l’esistenza delle camere a gas, come sono state descritte abitualmente dopo il 1945, si scontra con un’impossibilità assoluta, sufficiente essa sola a invalidare tutte le testimonianze esistenti o almeno a renderle sospette;

Che se non spetta alla corte di pronunciarsi su un tale metodo o sulla portata degli argomenti espressi dal signor Faurisson, non è più permesso affermare, riguardo alla natura degli studi ai quali si è dedicato, che egli abbia scartato le testimonianze per leggerezza o per negligenza, o che abbia scelto deliberatamente di ignorarle;

Che inoltre, nessuno può attualmente accusarlo di menzogna quando enumera i numerosi documenti che afferma di aver studiato e gli organismi presso i quali ha condotto le sue ricerche durante più di quattordici anni;

Che il valore delle conclusioni difese dal signor Faurisson attiene dunque soltanto alla valutazione degli esperti, degli storici e del pubblico”.
(sentenza del 26 Aprile 1983, presidenza del signor Grégoire)."

La via civile era inefficace, restava la via penale.

IIPrima via penale, la legge detta antirazzista del 1 Luglio 1972

Essendosi rivelato difficile, sin dai primi mesi, il procedimento civile, vennero intraprese nuovi procedimenti su denunce penali di associazioni ebraiche appoggiate dalla Procura. Utilizzo della legge del 1972 contro le discriminazioni comunitarie, detta antirazzista (ispirata a quanto pare all’articolo n°106 del Codice Penale della Germania comunista o DDR).

Colui che [pubblicamente] avrà istigato alla discriminazione, all’odio o alla violenza nei confronti di una persona o di un gruppo di persone a motivo della loro origine o della loro appartenenza o della loro non-appartenenza a un’etnia, a una nazione, a una razza o a una determinata religione, sarà punito con un anno di carcere e con un’ammenda da 2.000 a 300.000 franchi francesi[3], o soltanto a una di queste due pene.

Secondo i criteri dell’interpretazione rigorosa delle leggi penali, ereditata dall’Illuminismo e da Beccaria, il testo ha due vizi formali: che cos’è, materialmente, un’istigazione? Di più, che cos’è l’odio?

Si tratta di concetti morali, come tali soggettivi e inadeguati alla definizione di fatti reprensibili. Si tratta di categorie morali adeguate alla casistica e all’induzione, non alla razionalità deduttiva che deve presiedere a ogni giurisprudenza.

Se, in base alla legge, contestare l’esistenza delle camere a gas omicide significa istigare all’odio contro gli ebrei, come viene talvolta ritenuto, perché il discorso contrario non equivale simmetricamente a istigare all’odio contro i tedeschi, come non viene mai ammesso? La risposta è di ordine metafisico (il Bene contro il Male) e rimanda alla bestemmia (teoricamente permessa, in Francia).

Il prof. Faurisson ha subìto molte condanne con questo capo d’imputazione, ma la qualità del suo lavoro e la padronanza del suo discorso ha mostrato che la legge del 1972 era insufficiente a far tacere i revisionisti. Bisognava ricorrere a qualcos’altro…

IIISeconda via penale, la legge del 13 Luglio 1990Fabius-Gayssot

La militanza delle associazioni, rappresentata da politici come Laurent Fabius, permette il voto di una legge a a partire da una formulazione del deputato comunista Gayssot, legge del 13 Luglio 1990 (pubblicata il 14). Votata dalla Sinistra, verrà applicata dalla Destra e innanzitutto da Jacques Toubon, divenuto Ministro della Giustizia nel 1995 (lui, che l’aveva combattuta davanti all’Assemblea Nazionale come staliniana!). Scopo, mettere la giustizia nell’impossibilità di giudicare come nel 1983; causa, legge ad hominem contro il solo Faurisson (Lex faurissoniana).

Saranno puniti con delle pene [già enunciate in precedenza] coloro che avranno contestato [pubblicamente] l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità così come vengono definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale annesso all’accordo di Londra dell’8 Agosto 1945 e che sono stati commessi sia dai membri di un’organizzazione dichiarata criminale in applicazione all’articolo 9 del detto statuto, sia da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da una giurisdizione francese o internazionale.

Una tale legge:

· Rovina il principio dell’autorità relativa alla cosa giudicata;
· Rovina il principio della pubblicità delle leggi, poiché i giudizi ai quali la legge si riferisce – essendo di numero illimitato – non sono sottomessi alla pubblicità erga omnes;
· “Legge” la cui qualità formale è contestabile: una legge, come atto giuridico, può classificare le cose materiali (res del diritto romano) traendone delle conseguenze, ma non può disporre dei fatti nella loro materialità fisica (siamo tutti eredi di Galileo!). Il fatto giuridico, nella sua materialità, ha logicamente la meglio sull’atto giuridico. (Eccezione della tirannia: la legge non è una; la questione della costituzionalità delle leggi).

I giudici francesi hanno rispettato nelle udienze la mia immunità di avvocato, ma non quando ho riunito i miei argomenti in un libro (La Police de la pensée contre le révisionnisme historique, 1994). E sono stato condannato ad un’ammenda in applicazione di questa legge comunista!

IV - Conclusioni

Ecco il Regno di un nuovo Ordine Morale che rivendica per il sistema la qualità dell’essenza della libertà. La Difesa è in grave difficoltà per i reati di opinione dei malpensanti. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo si è rivelata un strumento inefficace (sentenza Marais, 24 Giugno 1996, commissione presieduta dal signor Trechsel). E lo strumento resterà inefficace fino a quando rimarrà in tale convenzione l’articolo 17:

Nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere interpretata per consentire a uno Stato, a un gruppo o a un individuo, un qualsivoglia diritto di dedicarsi ad una attività o di compiere atti volti alla distruzione dei diritti di libertà riconosciuti dalla presente Convenzione.

Qui, due osservazioni:

1. Ecco che tutto ciò non è che la ripresa dell’aforisma del rivoluzionario Saint-Just: “Niente libertà per i nemici della libertà”. Era il regime dell’arbitrio e della ghigliottina. La Convenzione non riconosce la libertà come essenza dell’uomo.
2. Ecco chi minaccia la libertà, poiché cosa resta di essa quando il giudice ha il diritto di giudicare l’intenzione del soggetto del diritto (“atto volto a…”) come nel diritto sovietico (vedi l’articolo 70 del Codice penale della Repubblica socialista sovietica russa “volto a indebolire il regime sovietico”). Si deve essere giudicati per il proprio intento e non più per il proprio atto? In Francia, nel diritto penale, si sono verificati dei casi di circostanze aggravanti soggettive. Giudicati per i nostri retro-pensieri, saremo consegnati all’inquisizione della coscienza. La domanda “Perché avete voluto l’atto?”) verrà sostituita a “Avete voluto l’atto?” (vedi Beccaria sulla conservazione del foro interno del soggetto del diritto, 1764, il giurista contro il teologo e contro Hegel: “Il diritto non dipende per nulla dalla disposizione di spirito nella quale un atto viene compiuto”).

Il prof. Faurisson passa la vita a pagare – sulla sua pensione – ammende, danni e interessi, ma non è mai stato condannato al carcere. Altri revisionisti lo sono stati: Alain Guionnet, che ha scontato circa un anno di prigione negli anni ’90; Vincent Reynouard, che è latitante (un anno di prigione); e Georges Theil, che deve andare in prigione (6 mesi) nei prossimi mesi…

Ma ai giudici francesi, contrariamente ai giudici tedeschi, austriaci, svizzeri o belgi, ripugna mettere in galera i delinquenti delle opinioni. La cosa comincia a cambiare, i giudici più giovani sembrano i più repressivi…

Un convegno come questo [quello tenutosi il 20 Giugno 2009 a Roma] è impossibile in Francia (vedi l’esempio del convegno di Parigi del 5 Luglio 2002).

Ma Robert Faurisson, 80 anni, continua ad affrontare decine di condanne penali rovinose. Egli resta un simbolo. Al di là del quale non c’è più il diritto bensì un nuovo ordine morale annunciato da George Orwell (1984):

[Winston] aveva perpetrato…il crimine fondamentale che conteneva tutti gli altri. Il crimine del pensiero, si diceva.

[1] Traduzione di Andrea Carancini
[2] Tre parole aggiunte a margine.
[3] Ammenda oggi portata a 45.000 euro.

martedì 23 giugno 2009

Austria: 2 anni di prigione per revisionismo a un uomo di 85 anni


Uno dei nostri traduttori ha avuto la gentilezza di riassumerci un affare revisionista decisamente sbalorditivo avvenuto in Austria:

In Austria, come in Germania, la repressione antirevisionista sembra scatenarsi con una violenza sempre maggiore. Lo si è visto con il processo iniziato il 27 Maggio - e che si è concluso il 17 Giugno con la condanna a due anni di prigione senza condizionale - da parte del Landgericht di Klagenfurt contro una persona di nome Herbert Schweiger.

Chi è Herbert Schweiger? E’ un pubblicista di 85 anni molto noto in Austria. E’ autore di diversi libri nei quali, certo, ha sempre espresso idee nazionaliste, ed è un uomo che ha militato nella stessa direzione. E’ forse un reato? Bisogna credere di sì, in base a quello che ha deciso la giustizia austriaca che, per due libri scritti da Schweiger, l’ha condannato a due anni di prigione.

Certo, Herbert Schweiger era stato già giudicato e condannato più volte per le sue idee nazionaliste, senza tuttavia che le condanne si traducessero in una richiesta di carcerazione.

Cosa è stato imputato esattamente questa volta all’accusato?

Di aver detto in un caffè, secondo la testimonianza di un giornalista che è andato apposta al processo a testimoniare, che gli ebrei sono “l’eterno nemico che bisogna eliminare” (der ewige Feind, der ausgemertz gehört). Durante l’udienza del 17 Giugno si è parlato tanto di questa frase – che l’imputato nega di aver pronunciato – che dell’oggetto propriamente detto dell’accusa, e cioè che scrivendo e diffondendo due libri intitolati “Wahre dein Antlitz” e “Deutschlands neue Idee”, Schweiger aveva commesso gli abituali delitti di revisionismo, negazione dell’Olocausto ecc., rappresentativi, secondo l’interpretazione dei giudici, di apologia del nazionalsocialismo, reato che in Austria è passibile di una pena massima di 20 anni. I titoli dei due libri, apparsi rispettivamente nel 1963, e cioè 46 anni fa, e nel 2004, potrebbero essere tradotti come “Difendi la tua dignità” e “Una nuova idea della Germania”.

Per capire quanto la condanna sia scandalosa, indipendentemente dall’età del condannato, bisogna conoscere qualche particolare del diritto austriaco.

Per i reati importanti esistono due tipi di corte, o di “sottotribunali”, che si costituiscono ogni volta all’interno dei tribunali esistenti, che in Austria sono 20 e la cui denominazione ufficiale è “Landgericht”. Il primo tipo di corte così formata è costituita da due giudici professionisti, tra i quali figura il presidente, e da due giurati popolari. In teoria queste quattro persone sono da considerare come quattro giudici di pari importanza, poiché decidono a maggioranza della colpevolezza o meno dell’imputato e della pena da infliggere, da una parte, per dei reati specificatamente designati, e dall’altra per i reati per i quali la legge prevede una pena massima di 10 anni.

Per i reati molto gravi – omicidi, stupri e, beninteso, la diffusione di libri revisionisti! – il tribunale è composto di 3 giudici professionisti e di 8 giurati. Particolare importante: gli 8 giurati decidono solo se per loro l’imputato è colpevole o no. Dopo, i 3 giudici professionisti si uniscono agli 8 giurati per decidere, tutti assieme e a maggioranza, la pena da comminare all’imputato, nel caso quest’ultimo sia stato dichiarato colpevole dagli 8 giurati.

Così è avvenuto con Herbert Schweiger, vale a dire con un esponente di questa nuova categoria di “grandi criminali”, colpevoli di leggere e diffondere libri proibiti.

Sui 4 capi d’accusa contro l’imputato – tutti assimilabili al revisionismo – i giurati hanno stabilito che l’imputato era colpevole di un solo capo d’accusa. Malgrado ciò, il tribunale ha pronunciato una pena di 2 anni contro un uomo di 85 anni colpevole di non pensare come si conviene.

Certo, il coraggioso e infaticabile difensore dei revisionisti, il dr. Herbert Schaller, ha fatto appello contro la detta decisione, che non è dunque ancora esecutiva. Ma bisogna sapere che, in casi del genere, l’appello non può riguardare che l’entità della pena. Infatti, la decisione presa dagli 8 giurati è, salvo il giudizio di cassazione davanti all’”Oberste Gerichtshof” di Vienna, inappellabile.

Nessuno dubita che nel caso Schweiger la presenza dei 3 giudici professionisti sia stata decisiva per comminare una sanzione manifestamente sproporzionata.

lunedì 22 giugno 2009

Stringere la mano a Faurisson


PERCHE’ STRINGEREI LA MANO A FAURISSON

Lunedì 1 Giugno 2009[1]

L’altra sera ero da una mia vecchia amica un po’ fricchettona e un po’ di sinistra; si parla del più e del meno e si arriva a parlare delle prossime elezioni europee. “Io sostengo Dieudonné”, le faccio. Lei sarebbe piuttosto per Bové, perché Dieudonné…la questione inevitabile arriva: “anche se ha avuto lo Zénith, come puoi tu intellettualmente sostenere qualcuno che frequenta Faurisson?”.

Comincio a risponderle, ma sono arrivati i ragazzi, abbiamo troncato e ci siamo messi a parlare di altre cose. Ma continuo a pensarci, volevo spiegarle, mi tornano in mente le parole, le frasi. Mi tornano in mente…Mi sono immaginato, di fronte a Faurisson, cosa farei se me lo presentassero…Gli stringerei la mano? Chiudo gli occhi e penso: sì, gli stringo la mano…Il perché ancora non lo so, non è una risposta intellettuale, mi sembra solo naturale, semplicemente umano, ma so che molti grideranno allo scandalo…Loro non hanno bisogno di spiegarsi, tutto il gregge è dietro di loro. Io, rischio di essere davvero solo su questa strada, ma resterò lì, non seguirò il gregge, e poiché la questione mi è stata posta…

Mia cara amica…Come fartelo comprendere? Anzitutto, una precisazione, Dieudonné non “sostiene” Faurisson, egli riconosce il suo diritto alla parola e ne ha fatto il simbolo della censura che egli denuncia e di cui lui stesso è rimasto vittima. Non credo di essere in errore appellandomi a Voltaire, un paravento troppo spesso utilizzato dagli stessi che lo brandiscono per meglio fare accettare i limiti da essi posti subito dietro. Andrò dunque più lontano e ti dirò che non solo sostengo Dieudonné che stringe la mano a Faurisson ma, se si presentasse l’occasione, io stesso gli stringerei la mano, e voglio tentare di farti comprendere perché tutto ciò mi sembra giusto.

Innanzitutto, per inquadrare la scena, preciso che fino a questo episodio dello Zénith, di Faurisson conoscevo solo il nome, associato ovviamente all’oltraggio supremo: negazionista!

Allora mi è venuta la curiosità di saperne un po’ di più: mi imbatto in una conferenza dove egli espone le sue tesi sulle camere a gas. Vedo un piccolo uomo bonario che parla lentamente e che cerca di dimostrare scientificamente che delle camere a gas a chiusura non ermetica non potevano funzionare senza mettere in grave pericolo le persone nei paraggi, a cominciare dagli addetti ai lavori. Io sono uno scientifico, lo sai, quindi questo approccio mi trova d’accordo, vorrei saperne di più, cerco di trovare il punto debole, mi dico che bisognerebbe fare la prova a grandezza reale, vedere se vi sono delle fughe tossiche all’esterno, con quali concentrazioni, dosare ciò che resta del gas cianidrico all’interno delle camere dopo un’ora, due ore…Queste concentrazioni sono ancora mortali, sono esplosive? Faurisson ci parla degli addetti allo smaltimento dei cadaveri che entravano nelle camere con la sigaretta in bocca, e con questo liquida la tesi delle camere a gas…Tuttavia c’è uno strattagemma ben conosciuto dai chimici: il gas cianidrico a debole concentrazione non è sempre riconoscibile da un naso non acuto. Mescolato al fumo del tabacco, sviluppa un odore caratteristico. Allora questa storia delle sigarette sarebbe piuttosto da mettere sul conto delle prove dell’utilizzo dello Zyklon B…Infine, non so, mi dico che bisognerebbe approfondire la cosa…Anche per le camere mortuarie, egli dice che non sono state fatte per ciò che viene detto, che per rendere agevole la manipolazione dei cadaveri la loro grandezza dovrebbe essere diversa, ma questo argomento non regge, se si considera che in realtà non sono state fatte a tale scopo ma che hanno cambiato scopo rispetto all’uso iniziale : non è perché il mio divano non è un letto, che non è stato fatto perché io ci dorma, che non possa dormirci dentro…Infine, mi piacerebbe che ci fosse una discussione. Dei testimoni, che ogni dubbio possa essere tolto, le cifre discusse – non da me, ho altre gatte da pelare e non è il mio mestiere – ma il fatto stesso che sia impossibile non fa che alimentare il sospetto…Perché allora impedire il dubbio? Perché farne un tabù?

Poiché tu mi chiedi come io possa sostenerlo intellettualmente, io ti chiedo come puoi accettare intellettualmente la celebre frase di Vidal-Naquet:
Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale sterminio sia stato possibile. E' stato tecnicamente possibile perché ha avuto luogo. […] Non c’è, non ci può essere discussione sull’esistenza delle camere a gas”.

Perché questo, intellettualmente, non mi trova d’accordo.

Venti milioni di morti in Unione Sovietica, duecentocinquantamila a Hiroshima, dieci, quindici, venti milioni di indiani nelle Americhe, dieci, venti, trenta milioni di vittime delle diverse tratte degli schiavi, se ne discute, si conta e si riconta, ciascuno è libero di fornire la sua stima, e nessuno è il diavolo, per quanto [la stima] sia bassa.

Ma Faurisson è il diavolo. Lo guardo, cornuto, i piedi forcuti, agli occhi dei miei concittadini. Ma io vedo un vecchio signore, che aveva all’università un posto di prestigio, specializzato nella critica dei testi e dei documenti. Avrebbe potuto restare lì, fare una carriera tranquilla, rispettato dai colleghi. Cos’è che l’ha spinto a gettarsi sul rogo in questo modo? Sapeva almeno in quali fuochi si lanciava? E’ stato per la sola preoccupazione della verità storica e scientifica? Vi è stato trasportato da uno slancio il cui impulso iniziale, con lo studio sincero delle planimetrie e delle foto, gli è giunto in modo del tutto innocente e ignorando del tutto l’abisso verso il quale si dirigeva? E’ stato indotto alla riflessione da dettagli di cui quelli che non li hanno visti non possono comprenderne l’importanza? Non lo so…Vi è sul suo cammino una forza oscura che lo sospinge? Un odio, di cui ignoro le cause, che giustificherebbe il suo astio al punto da rischiare la vita? Ancora una volta, non lo so…

E tu che mi leggi, tu amico mio che sei un benpensante, lo sai tu? Voi tutti che mi leggete, lo sapete? Vi sento, per lo più onesti, fare l’apologia della libertà di espressione, citare Voltaire e parafrasare Saint-Just, vi sento soprattutto, in fretta, premunirvi in fretta, Faurisson, discorsi disgustosi, il ventre fecondo, la bestia immonda…Negare la Shoah come ce la raccontano o ridurne l’importanza, contestare il modo in cui i morti sono morti, significa istigare all’odio delle vittime? Significa rallegrarsi di quello che hanno subito pensando nello stesso tempo che non è stato abbastanza? Né nel numero né nella ferocia? Significa istigare a “finire il lavoro”? Siamo seri, non è niente di tutto questo e voi lo sapete bene. Allora cosa? Qual è la natura di quest’offesa? Minimizzare la Shoah toglie agli ebrei una parte della loro umanità? Al nipote del deportato morto nel campo, cosa cambia il fatto che suo nonno sia morto insieme ad altri cinquecentomila o a sei milioni? Cosa cambia il fatto che suo nonno sia morto gasato o fucilato? Di sfinimento o di malattia? Se fossi quel nipote avrei voglia di sapere, ma che sia avvenuto in un modo o nell’altro, tutto ciò non cambierebbe nulla al mio dolore…Nessuno contesta i morti individualmente, nessuno dice a questo nipote “no, tuo nonno non è morto, il numerus clausus è raggiunto, e se non è tornato è perché ha preferito non tornare, approfittando per rifarsi una vita altrove…”. Allora qual è questa sofferenza così terribile che deve proibire ogni ricerca, ogni tentativo di discussione del numero o del modo in cui gli ebrei sono morti durante la seconda guerra mondiale? E perché colui che tenta di farlo diventa un criminale?

Vi sono al mondo delle persone che con il loro comportamento fanno soffrire i loro simili in mille maniere. Torture psicologiche, manipolazioni, menzogne che talvolta fanno morire a fuoco lento, senza rumore, le vittime della loro perversità. Al lavoro, in famiglia, anche quando vengono smascherate, hanno diritto alla cortesia di prammatica. E raramente saranno condannate alla benché minima pena. Può darsi che cambieranno, che la loro moglie vorrà divorziare, ma non verranno mai crocifisse. Ma di quante notti insonni, di quanti giorni di lacrime, di depressioni sono stati responsabili? Chi ha mai sentito di pianti e di notti bianche, di voglia di morire a causa di Faurisson?

Vi sono dei pedofili che hanno spezzato la vita delle loro vittime, che le hanno persino uccise. Vi sono quelli di cui si parla e molti di cui non si parla affatto. Tutte queste madri assassinate attraverso i loro figli. ..Vi sono dei prigionieri torturati all’ombra di spessi muri…Vi sono dei villaggi affamati da padroni che non si sono scelti, delle popolazioni rivierasche avvelenate dalla cupidigia di qualcuno, dei neonati malformati, dei popoli colpiti dalle radiazioni…Per la potenza degli uni e per il denaro degli altri…Vi sono delle lotte intestine, delle brame di potere che schiacciano intere popolazioni nell’indifferenza del mondo, atrocità inaudite perché non si vogliono sentire, tutta questa umanità che grida, eppure…Ma Faurisson…Ah, Faurisson! Lo si sentirebbe anche se mormorasse…Da dove viene dunque questo sangue che i ciechi vedono scorrere sulla sua mano per rifiutarsi di stringerla?

Vi sono, ancora, dei capi davanti ai quali si fa scorrere il tappeto rosso, rosso come il sangue che scorre sulla mano di Faurisson e ai quali si fa di più che stringere la mano: li si abbraccia, li si guarda con deferenza, loro sono i padroni del mondo…I loro crimini sono reali ma li si scusa. In nome della ragion di Stato, tutto viene coperto da una grossa menzogna. Quanti sono i bambini morti in Iraq durante l’embargo? Cinquecentomila? E’ un crimine? No. Contestare questo crimine, e persino giustificarlo è ancora meno. “Credo che sia una scelta molto difficile, ma il prezzocrediamo che il prezzo ne valga la pena”, ci dice Madeleine Albright senza che noi sogniamo un solo secondo di rifiutarle la mano. Infine…parlo di loro, perché io, vedi tu…

C’è stato Menahem Begin, commissario del Betar, presidente dell’Irgun, responsabile dell’attentato del King David, del massacro di Deir Yassin, che ha ricevuto il premio Nobel della Pace. Ah! Questa stretta di mano tra lui e Sadat, ha fatto il giro del mondo…Ma il sangue è stato lavato con un po’ di inchiostro, una firma in basso su un documento di cui una parte è caduta nell’oblio…Nell’oblio, come il sangue sulle mani di Begin…

Nella storia vi sono delle circostanze che giustificano la pulizia etnica”. Chi l’ha detto? Faurisson? Proseguiamo per vederci più chiaro: “So che questo termine è completamente negativo nel discorso del ventunesimo secolo, ma, quando la scelta è tra la pulizia etnica e il genocidiolo sterminio della vostra popolazioneio preferisco la pulizia etnica (…) Questa era la situazione”. Ah, ecco, non è stato un genocidio, è stata una pulizia etnica. Ma vi sono stati molti morti. Dove è avvenuto tutto ciò? “Era quello che il sionismo si trovava ad affrontare. Non si sarebbe potuto creare uno stato ebraico senza sradicare 700.000 palestinesi. Di conseguenza, era necessario sradicarli”. Sono stati precisamente sradicati. Anche gli alberi talvolta quando li si sradica crepano…Chi si rifiuta di stringere la mano a Benny Morris per aver detto questo?

Vi sono migliaia di persone che hanno del sangue sulle mani e del sangue sulla lingua alle quali si stringe la mano: poichè stanno dalla parte di ciò che si considera come il Bene, su questa riva dello Stige, i loro crimini non verranno loro addebitati. Ma a colui che passa al di là, anche a colui che si tiene esitante nel mezzo del fiume, nulla sarà perdonato, ancor meno il cercare la verità: non avrà raggiunto l’altra riva che avrà già passato il Rubicone.

Galileo ha dovuto rinnegare sé stesso per salvarsi, e tuttavia aveva ragione. Se la proibizione della ricerca fosse rimasta, si crederebbe ancora che la terra è al centro di tutto? Anche altri sono stati imprigionati per le loro idee, ma si sbagliavano, e sono stati dimenticati. Non per questo sono condannabili: se non si vuole essere mai nell’errore, non bisogna cercare nulla. Lasciamo dunque che il tempo faccia la scelta di chi ha torto e di chi ha ragione, ma lasciamogli gli strumenti per farlo. Rifiutare questo significa fare del dubbio un’eresia.

Per giustificare l’Inquisizione, leggo: “L’eresia non è solo questione di dottrina: essa è un crimine globale contro Dio, i principi, la società – il che è lo stesso. Essendo una rottura del legame sociale, la lotta contro l’eresia è una questione di ordine pubblico”. Faurisson minaccia davvero l’ordine pubblico? Se la risposta è sì, allora il legame sociale è davvero fragile…

Duemila anni fa nacque colui che venne considerato dai suoi come un eretico. “Felici quelli che credono senza avere visto”, ha detto. Ma non ha aggiunto: “siano maledetti quelli che dubitano”…Gesù, quando è resuscitato è apparso davanti a San Tommaso, che non credeva ai suoi occhi: ha voluto toccare con mano le prove. Che ha fatto il Cristo? L’ha insultato? L’ha messo al bando degli umani? Se l’avesse fatto può darsi che oggi il mondo cristiano non sarebbe quello che è. Gli ha preso la mano e gli ha fatto toccare le piaghe. Sì, era proprio quel Gesù che era stato inchiodato sulla croce. E Tommaso, che avrebbe potuto diventare un negazionista della resurrezione è diventato un apostolo.

Faurisson è un San Tommaso dell’era moderna. Ha ha posto delle questioni e per tutta risposta gli si è chiuso il becco, lo si è crocifisso sulla pubblica piazza. No, no, amica mia, non farmi dire quello che non ho detto: Faurisson non è il nuovo Cristo ma i suoi carnefici vengono lo stesso da quelli che hanno paura del vacillamento dei dogmi sui quali poggia la loro visione del mondo. La benevolenza di Cristo verso colui che non aveva la fede ha permesso lo slancio di una religione che permette il dubbio . All’opposto di questa, e all’opposto del paradigma sul quale poggia, la proibizione attuale sarà il becchino di una nuova religione il cui sacrificio fondatore non è l’espressione di una volontà divina. Ecco dunque due ragioni affinché la Shoah venga ricondotta nei limiti della storia e allo stesso livello dei crimini, ahimé numerosi e banali, dell’umanità contro sé stessa.

E una buona ragione per non rifiutarsi di stringere la mano a Faurisson.

[1] Traduzione di Gabriella Moschini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://sabre-au-clair-et-clair-de-lune.over-blog.com/article-32113624.html

giovedì 18 giugno 2009

Il Museo della Shoah: un ecomostro a Roma


Ho ricevuto ieri una mail con la seguente notizia: “IL MUSEO DELLA SHOAH – UN ECOMOSTRO A ROMA”. Ecco il testo:

"Un ecomostro costruito ai piedi di Villa Torlonia. Un enorme parallelepipedo, nero come l'inferno, che terrorizzerà i residenti e soprattutto i bambini del quartiere Nomentano, che rischiano financo i maxi schermi esterni con il programma H24 della trasmissione di video sulla deportazione degli ebrei".

Da un articolo di Tommaso Martini (http://www.sindromedistendhal.com/Alzheimer/Memoria-08/museo-shoah-roma.htm ) apprendiamo però che le cose stanno anche peggio: il parallelepipedo non verrà costruito “ai piedi” della Villa, ma proprio dentro il parco (“3mila metri quadrati all’interno del parco della villa”, e cioè di un’area verde di 14 ettari: uno dei polmoni di Roma). L’articolo, pur da una prospettiva celebrativa, ricorda le proteste degli abitanti della zona che “hanno cercato di opporsi alla cementificazione del parco”. In effetti, dal blog “Via Torlonia” (che esprime le posizioni del COMITATO RESIDENTI PER LA SALVAGUARDIA DI VIA ALESSANDRO TORLONIA) apprendiamo ulteriori, sconcertanti particolari:

"La costruzione sarà di tre piani, di cui uno seminterrato, per non dare ombra ai palazzi circostanti. In tutto 10 metri d'altezza su circa 1.300 metri quadrati di base, che ne svilupperanno circa 2.500 di spazi calpestabili, per mostre permanenti e temporanee, percorsi audiovisuali, una sala conferenze di 150 posti, una biblioteca. All'esterno si presenterà come un parallelepipedo nero e lucido con un’enorme facciata liscia incisa dai nomi degli ebrei italiani deportati nei campi di concentramento dai nazisti. Facciamo un po' di conti? 10 metri quadrati in elevazione, più almeno cinque in interrato = 15 metri di altezza x 1.300 mq di superficie... fa 19500 mc. Quasi ventimila metri cubi di cemento e si ha il coraggio di dire che sarà una struttura a basso impatto ambientale?” (http://viatorlonia.blogspot.com/2007/03/il-progetto-per-il-museo-della-shoah.html ).

La data di inaugurazione dell’ecomostro dovrebbe essere quella del 16 Ottobre 2010. Il Presidente della Fondazione Museo della Shoah è il Premio Nobel Elie Wiesel (sulla carriera di questo eminente falso testimone dell’Olocausto vedi le puntualizzazioni di Robert Faurisson: http://www.ihr.org/leaflets/wiesel.shtml ).

Riflessioni revisioniste sul caso Demjanjuk


RIFLESSIONI REVISIONISTE SULL’IMMINENTE PROCESSO DEMJANJUK IN GERMANIA

Di Paul Grubach (2009)[1]

John Demjanjuk e la sentenza di un giudice americano

Dopo aver perso una lunga battaglia legale per rimanere negli Stati Uniti, John Demjanjuk è stato deportato in Germania, lo scorso 12 Maggio, per essere processato per presunti crimini di guerra. E’ accusato di aver collaborato all’uccisione di 29.000 ebrei.

Nel 2002, il giudice americano Paul R. Matia affermò nella sua sentenza che Demjanjuk aveva prestato servizio, all’incirca dal 27 Marzo del 1943 al 1 Ottobre del 1943, come guardia nel campo di concentramento di Sobibor. Riguardo a questo presunto “campo di sterminio”, Matia asserì che “le guardie assegnate a Sobibor accoglievano i trasporti di ebrei giunti a destinazione, scaricavano brutalmente gli ebrei dai treni, li costringevano a spogliarsi, e li conducevano nelle camere a gas dove venivano uccisi per asfissia con il monossido di carbonio”. Matia accusò Demjanjuk di un crimine preciso: “Prestando servizio a Sobibor, l’imputato [John Demjanjuk] contribuì alla procedura con la quale migliaia di ebrei venivano uccisi per asfissia con il monossido di carbonio”.
[2]
Questo giudice “affermazionista dell’Olocausto” affermò inoltre che le “guardie assegnate a Sobibor sorvegliavano anche un piccolo numero di ebrei tenuti in vita per custodire il campo, smaltire i cadaveri e disporre gli effetti personali degli uccisi”.[3]

Proseguendo nella sua sentenza, Matia fece quest’affermazione particolarmente importante: “Questo [processo contro Demjanjuk] è un caso di prove documentarie, non di testimonianze oculari”.[4]

Tale affermazione è ingannevole. Il processo in corso sulle presunte prestazioni di Demjanjuk a Sobibor si basa su documenti presuntamente autentici. Ma quello che Matia asserisce su Sobibor in quanto “campo di sterminio” si basa esclusivamente su testimonianze oculari, e su nient’altro.

In realtà, lo storico dell’Olocausto Robert Jan van Pelt ha ammesso che le prove dello sterminio degli ebrei a Treblinka, Sobibor e Belzec – dove vennero presuntamente uccise milioni di persone – sono molto scarse. Riferendosi a questi tre campi, ha scritto: “Vi sono pochi testimoni oculari, nessuna confessione che possa essere paragonata a quella fornita da Höss [il comandante di Auschwitz], nessuna rovina significativa, e poche fonti d’archivio”.[5] Le affermazioni dello storico di Sobibor – ed ex detenuto di quel campo – Thomas Toivi Blatt, concordano con quelle di van Pelt, perché egli ammise che: “Sobibor fu il più segreto dei campi di sterminio, e rimane molto poco della documentazione ufficiale. La maggior parte di quello che era stato scritto al campo o su di esso [dai funzionari tedeschi del distretto di Lublino, in Polonia] venne distrutto.[6]

Chiaramente, il solo appiglio alla storia tradizionale sullo sterminio di Sobibor è costituito dalla testimonianza degli ex detenuti e dalle dichiarazioni postbelliche degli ufficiali tedeschi che vennero processati per presunti crimini di guerra. Esaminiamo tali prove.

Matia afferma che gli ebrei vennero uccisi a Sobibor nelle camere a gas, e che il gas mortale era il monossido di carbonio. Ma vi sono degli ex detenuti che dissero che il gas mortale era il cloro.

La testimone di Sobibor Hella Fellenbaum-Weiss raccontò la storia di come gli ebrei in viaggio per Sobibor venissero gasati con il cloro. Citiamo le sue parole: “L’arrivo di un altro convoglio mi angosciò allo stesso modo. Si pensava che arrivasse da Lvov, ma nessuno lo sapeva con certezza. I prigionieri singhiozzavano e ci fecero un racconto spaventoso: durante il tragitto erano stati gasati con il cloro, ma qualcuno era sopravvissuto. I corpi dei morti erano verdi e la loro pelle si staccava”.[7]

L’accusa che gli ebrei venissero gasati con il cloro durante il loro viaggio per Sobibor è stata tranquillamente accantonata dai promotori dell’Olocausto – un’ammissione implicita che doveva essere falsa.

Nel suo approfondito studio sul campo di concentramento di Belzec, Belzec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research and History, lo storico revisionista Carlo Mattogno cita degli ex detenuti di Sobibor che dissero esplicitamente che il cloro era un gas usato per asfissiare gli ebrei a Sobibor.[8] Ecco cosa dice in proposito Zelda Metz: “Entravano [le presunte vittime delle camere a gas] nell’edificio di legno dove venivano tagliati i capelli alle donne, poi c’era il “Bagno”, cioè la camera a gas. Venivano asfissiati con il cloro. Dopo 15 minuti, erano tutti soffocati. Attraverso una finestra veniva controllato se erano tutti morti. Poi il pavimento si apriva automaticamente. I cadaveri cadevano nei vagoni di un treno che passava sotto la camera a gas e che li portava al forno”.

Gli storici mainstream di Sobibor hanno tranquillamente abbandonato le storie del “gas mortale al cloro” e delle “botole nelle camere a gas” – di nuovo, un’ammissione implicita che erano entrambe false.

Anche Leon Feldhendler dichiarò che il gas mortale era il cloro, sebbene disse anche che i tedeschi lo sperimentarono assieme ad altri gas.[9] Alexander Pechersky dichiarò che il gas mortale era costituito da una qualche sorta di “sostanza spessa e nera”.[10] Il cloro è un gas giallo-verdognolo. Stanislaw Szmajzner credeva che i tedeschi usassero il gas di scarico ma anche lo Zyklon B.[11] Le variazioni di questa storia abbondano.

E’ chiaro che il gas al cloro, lo Zyklon B e altre storie di gas “senza nome” sono state abbandonate con discrezione dalla “storiografia ufficiale” dell’Olocausto [relativamente ai campi Reinhardt] – un’ammissione implicita che erano false. A questo punto il giudice Matia dovrebbe porsi la seguente questione: poiché le storie degli ebrei gasati a Sobibor con il cloro, lo Zyklon B, e altre sostanze innominate sono false, non è parimenti possibile che sia falsa anche la sua affermazione che gli ebrei venivano gasati con il monossido di carbonio?

Di nuovo richiamo l’attenzione del lettore sulla precisa formulazione di Matia sui presunti metodi di sterminio di Sobibor. Egli afferma che le guardie “li conducevano [gli ebrei] nelle camere a gas dove venivano uccisi per asfissia con il monossido di carbonio”. Notate che Matia non menziona le caratteristiche dell’arma del delitto. I tedeschi usavano un motore diesel o un motore a benzina, per produrre il monossido di carbonio?

Lo storico dell’Olocausto Raul Hilberg e le dichiarazioni dell’ufficiale delle SS Kurt Gerstein affermano che veniva usato un motore diesel.[12] Eppure, l’esperto di Sobibor Yitzhak Arad cita la testimonianza del soldato tedesco Erich Fuchs, che testimoniò che era stato usato un motore a benzina.[13] Queste non sono discrepanze secondarie. In ogni indagine giudiziaria la natura dell’arma del delitto è di primaria importanza.

Matia non dice se i tedeschi usassero un motore diesel o a benzina per produrre il monossido di carbonio perché, se lo facesse, si troverebbe coinvolto in un altro dilemma che getta seri dubbi sulla storia tradizionale dello sterminio di Sobibor. E naturalmente, in questo breve articolo, non menzionerò neanche tutte le contraddizioni riguardanti il numero, le dimensioni e la capienza delle “camere a gas” di Sobibor.[14]

Richiamo l’attenzione sull’affermazione di Matia riguardo a cosa accadde presuntamente ai corpi delle vittime uccise. Egli scrisse che “le guardie assegnate a Sobibor sorvegliavano anche un piccolo numero di ebrei tenuti in vita per custodire il campo, e smaltire i cadaveri…”.

Ancora una volta, notiamo quanto sia vaga l’enunciazione di Matia. Egli parla solo dello “smaltimento dei cadaveri”. Evitando di osservare che la “storiografia ufficiale” afferma che vennero cremati da 167.000 a 250.000 cadaveri nelle fosse comuni, egli evita di entrare nelle questioni connesse a tale atto di accusa. Ad esempio, uno dei sopravvissuti di Sobibor, Kurt Thomas, afferma che i corpi venivano cremati con il carbone.[15] Ma quest’affermazione è in contrasto con lo storico di Sobibor Jules Schelvis, secondo cui ad essere utilizzato era il legno.[16] Anche un'altra fonte, Thomas Toivi Blatt, dice che veniva utilizzato il legno, ma dice anche che talvolta le pire funerarie venivano bagnate di cherosene.[17] Un altro ancora, Alexander Perchevsky, dice che i corpi venivano cremati con la benzina.[18]

La cremazione dei cadaveri nelle fosse comuni all’aperto lascia incombusti ossa e denti. Lo storico di Sobibor Arad ha capito il problema, e cita un “testimone oculare” di Sobibor che dice che le ossa venivano ridotte in polvere con i martelli![19] Immaginatevi una cosa del genere! Le ossa e i denti di centinaia di migliaia di cadaveri cremati sarebbero stati ridotti manualmente in polvere dai detenuti di Sobibor con dei martelli! Le prove forensi vennero perciò distrutte. La natura altamente discutibile (per usare un eufemismo) di tale tesi dovrebbe essere intuitivamente ovvia per chiunque abbia un minimo di senso comune.

La Commisione per l’Indagine sui Crimini Nazisti in Polonia asserì che a Sobibor vennero uccise 250.000 persone.[20] Tuttavia, gli archeologi israeliani e polacchi, che credono fermamente nell’ideologia dell’Olocausto, ammettono che è difficile immaginare come una cosa del genere sia potuta accadere. Secondo le loro stesse parole: “Il campo venne distrutto dai tedeschi dopo la rivolta dei prigionieri, così è molto difficile immaginare che qui abbia avuto luogo l’uccisione di 250.000 persone”.[21]

Un’eminente autorità dell’Olocausto come il defunto Raul Hilberg fece il “negazionista”. Egli negò che a Sobibor fossero state uccise 250.000 persone. Ridusse tale cifra del 20%, poiché affermò che a Sobibor vennero uccise fino a 200.000 persone.[22] Lo storico di Sobibor Jules Schelvis fu anche più “negazionista”. Egli negò persino che quelle 200.000 persone fossero state massacrate lì! Minimizzò la cifra complessiva delle vittime abbassandola a 167.000 unità![23] Perché questi storici non sono stati processati per “negazionismo”?

Se un vero credente nella storia ortodossa dello sterminio di Sobibor come il giudice Matia facesse uno studio approfondito della questione, anch’egli troverebbe prove sufficienti per essere molto scettico sulla diceria delle “camere a gas”. Le contraddizioni, i cambiamenti di versione, le falsità e le impossibilità che ho enumerato qui sono esattamente quelle che ci si deve aspettare da un mito storico-propagandistico. Ci si chiede se il giudice Matia avrebbe il coraggio di affrontare pubblicamente le prove che minano quanto da lui scritto nella sua sentenza contro John Demjanjuk.

Il lettore dovrebbe tenere presente tutto ciò durante il prossimo processo a John Demjanjuk per il crimine di “aver condotto gli ebrei nelle camere a gas”. In realtà, come ho mostrato in un altro dei miei articoli, i promotori della mitologia dell’Olocausto vogliono usare un processo-show per combattere la crescita straordinaria del “negazionismo”. Questa è precisamente la ragione nascosta delle ulteriori incriminazioni dello sventurato John Demjanjuk.[24]

La testimonianza di Thomas Blatt: un testimone contro John Demjanjuk?

Dopo che John Demjanjuk è stato deportato in Germania, la televisione tedesca ha riferito che un sopravvissuto del campo di Sobibor poteva aiutare a confermare l’identità di Demjanjuk. Il testimone, l’ottantaduenne Thomas Blatt, è un sopravvissuto abbastanza noto di Sobibor che scrisse un libro sulle sue esperienze in quel campo durante la seconda guerra mondiale. Ha descritto la situazione di Sobibor come quella di una fabbrica della morte.

Ecco cosa ha detto al giornale tedesco Der Spiegel: “Ci maltrattavano. Sparavano ai nuovi venuti che erano deboli e malati e che non potevano andare avanti. E c’erano alcuni che spingevano con le baionette la gente nuda nelle camere a gas…Sobibor era una fabbrica. Passavano solo poche ore tra l’arrivo e la cremazione di un cadavere”.[25]

Blatt ci fornisce una ragione molto ovvia per essere scettici su questa storia. Nella quarta di copertina del suo libro c’è scritto che Blatt sopravvisse a un totale di sei mesi a Sobibor.[26] Se quello che Blatt dice è vero – che Sobibor era una fabbrica della morte dove le persone venivano uccise e i cadaveri cremati nel giro di poche ore dal loro arrivo – allora è logico dedurne che lo steso Blatt non dovrebbe essere in giro a raccontare la sua storia. Blatt afferma chiaramente nelle sue memorie di non aver mai lavorato nell’area che ospitava le presunte “camere a gas”. Poiché non vi fu mai bisogno di lui per tale lavoro, perché i tedeschi gli avrebbero permesso di sopravvivere sei mesi nel campo se “passavano solo poche ore tra l’arrivo [dei prigionieri ebrei] e la cremazione di un cadavere”?

Il semplice fatto che Blatt sia presuntamente rimasto a Sobibor per sei mesi e non sia stato ucciso quadra con l’ipotesi revisionista che Sobibor non era un centro di sterminio degli ebrei, ma piuttosto un campo di transito dove gli ebrei venivano deportati ancora più a est.

Ma, e la cosa è altrettanto importante, si è portati a concludere che le sue affermazioni più importanti sulle “camere a gas” siano solo un “sentito dire”, o il prodotto di chiacchiere. Blatt sostiene che ai detenuti come lui non era permesso vedere l’interno dell’area “top secret” di Sobibor che conteneva le “camere a gas”. Secondo le sue parole: “Ai prigionieri degli altri lager [le aree che non avevano le “camere a gas”] non era mai permesso di vedere l’interno del Lager III [l’area di Sobibor che ospitava le “camere a gas top secret”].[27] Un suo amico che sbirciò dentro l’area delle “camere a gas” venne presuntamente ucciso.[28] Tutto ciò quadra con la storia ufficiale dello sterminio di Sobibor. Secondo gli archeologi polacchi e israeliani che hanno esaminato il campo, i prigionieri che sopravvissero al campo non videro mai le “camere a gas” perché “vederle implicava l’esecuzione immediata”.[29]

Così, se Blatt avesse visto davvero “gente nuda portata nelle camere a gas”, sarebbe stato ucciso dai tedeschi – secondo la storia ufficiale.

Altrove Blatt dice che i nazisti resero difficile raccogliere “qualsiasi prova diretta” del presunto sterminio nelle camere a gas. Dopo la guerra, le informazioni sulle “camere a gas” vennero presuntamente da detenuti che parlarono con altri detenuti che avevano lavorato nelle vicinanze delle camere a gas o da “osservazioni circoscritte” dell’area di sterminio fatte da un’area differente del campo. Le testimonianze delle guardie ucraine e tedesche completarono il resto della storia.[30]

Nondimeno, Blatt fornisce qualche “particolare” delle “camere a gas” di Sobibor. Egli dice che “erano decorate con fiori, da una stella di Davide e dalla dicitura “bagno”.[31] Come ricevette queste “informazioni”? Vide davvero le “camere a gas”? Se è così, come mai non venne ucciso dai tedeschi, visto che il “vedere” implicava l’esecuzione immediata? O seppe di questi “fatti” oralmente da altri prigionieri o da altre ex guardie del campo?

Da nessuna parte, nel suo libro del 1997, Blatt dice di aver visto davvero, con i suoi propri occhi, “gente nuda spinta nelle camere a gas con le baionette”.

Infine, un’altra delle affermazioni di Blatt non quadra con la pianta ufficiale di Sobibor. Sentiamo cosa dice Blatt: “Eseguito il nostro lavoro in questa sezione, il SS Oberscharführer Karl Frenzel scelse a caso quattro prigionieri, incluso me stesso, e ci condusse nella baracca del taglio-capelli, a meno di venti piedi dalla camera a gas”.[32] Notate cosa dice Blatt: la baracca dove i capelli delle donne venivano tagliati (prima che finissero nelle camere a gas) era a meno di venti piedi (6.1 metri) dalle camere a gas. Altrove afferma ancora che la speciale baracca dove venivano tagliati i capelli delle donne prima di entrare nelle camere a gas era “distante solo pochi passi dalle camere a gas”.[33]

Tuttavia, lo storico di Sobibor Yitzhak Arad dice che il percorso (il “tubo”) che conduceva dall’area di ingresso degli ebrei (il Lager II) all’area di sterminio (Lager III) era lungo 150 metri. Aggiunge Arad: “A metà del “tubo” c’era “il barbiere”, una baracca dove venivano tagliati i capelli delle donne ebree prima di mandarle nelle camere a gas”.[34]

Se il percorso dal Lager II alle camere a gas era lungo 150 metri, e il “barbiere” stava a metà del “tubo”, allora il “barbiere” si trovava a 75 metri dalle camere a gas, non a 6.1 metri. Il “barbiere” non era distante, come afferma Blatt, solo pochi passi dalle camere a gas.

Il lettore capisce il problema? Se Blatt ha ragione nel dire che il “barbiere” stava solo “a pochi passi” (6.1 metri) dalle “camere a gas”, allora la versione ufficiale di Arad che il “barbiere” distava 75 metri dalle “camere a gas” è falsa. Ma se Arad ha ragione, allora questo mette in discussione la veridicità della testimonianza di Blatt.

Ancora una volta, discrepanze del genere dovrebbero rendere scettico anche il sostenitore più accanito della storia dello sterminio di Sobibor.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vppgdemjanjuk.html
[2] Vedi pagina 27 della sentenza del giudice Paul R. Matia sul caso Demjanjuk. In rete: http://74.125.95.132/search?q=cache:c7ONQ2VeCzkJ:news.findlaw.com/hdocs/docs/demjanjuk/usdemjanjuk022102jud.pdf+United+States+v.+Demjanjuk&cd=8&hl=en&ct=clnk&gl=us
[3] Ivi
[4] Ivi, p. 97
[5] Robert Jan van Pelt, The Case for Auschwitz: Evidence from the Irving Trial [La tesi di Auschwitz: prove dal processo Irving], Indiana University Press, 2002, p. 5.
[6] Thomas Toivi Blatt, From the Ashes of Sobibor: A Story of Survival [Dalle ceneri di Sobibor: una storia di sopravvivenza], Northwestern University Press, 1997, pp. 227-228.
[7] Miriam Novitch (curatrice), Sobibor: Martyrdom and Revolt, Holocaust Library, 1980, p. 50.
[8] Carlo Mattogno, op. cit., p. 10. In rete: http://www.vho.org/GB/Books/b/index.html
[9] Ivi.
[10] Ivi.
[11] Jules Schelvis, Sobibor: A History of a Nazi Death Camp, Berg, 2007, p. 68.
[12] Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews: Student Edition, Holmes & Meier, p. 229. Vedi la testimonianza di Gerstein in Yitzhak Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka: the Operation Reinhardt Death Camps, Indiana University Press, 1987, p. 101.
[13] Arad, p. 31.
[14] Per tali contraddizioni, vedi Paul Grubach, “The Sobibor ‘Death Camp’ in the Context of the Demjanjuk Case”. In rete: http://www.codoh.com/viewpoints/vppgsobibor.html [tradotto in italiano al seguente indirizzo: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/05/il-mito-di-sobibor-e-il-caso-demjanjuk.html ].
[15] Novitch, p. 78.
[16] Schelvis, p. 112.
[17] Toivi Blatt, p. 232.
[18] Vedi Mattogno, p. 10.
[19] Arad, p. 172.
[20] Novitch, p. 13.
[21] Vedi la sezione “News and Reports” del sito http://www.undersobibor.org/
[22] Hilberg, p. 338.
[23] Schelvis, quarta di copertina. A p. 1, sostiene che a Sobibor vennero gasate circa 170.000 persone.
[24] Vedi Paul Grubach, “Hunting Demjanjuk: Injustice, Double Standards and Ulterior Agendas”, in rete all’indirizzo: http://www.codoh.com/revisionist/tr08demjanjuk.html . Traduzione italiana all’indirizzo: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/05/quale-lo-scopo-del-caso-demjanjuk.html
[25] “Demjanjuk vows to fight death camp charges” [Demjanjuk giura di combattere le accuse sul campo della morte], The Local: Germany’s News in English, 12 Maggio 2009. In rete: http://www.thelocal.de/national/20090512-19237.html
[26] Vedi Blatt, nota a piè di pagina n°15.
[27] Ivi, p. 103.
[28] Ibidem.
[29] Gilead , I; Haimi, Y; Mazurek, W, Excavating Nazi Extermination Centres, Present Pasts, Nord America, 110 05 2009. In rete: http://presentpasts.info/journal/index.php/pp/article/view/3/7
[30] Blatt, p. 232, nota 7.
[31] Ivi, p. 231 nota 2.
[32] Ivi, p. 101.
[33] Ivi, p. 230, nota 2.
[34] Arad, p. 33.