domenica 31 maggio 2009

Sarkozy, Israele e gli ebrei


Ci permettiamo di tornare sull’opera di cui abbiamo parlato ieri: Sarkozy, Israël et les juifs. Ecco il comunicato che abbiamo ricevuto e che diffondiamo molto volentieri:

COMUNICATO DEL COLLETTIVO “SOSTEGNO AL LIBRO SARKOZY, ISRAEL ET LES JUIFS”.

DA DIFFONDERE DOVUNQUE

Lo storico Paul-Eric Blanrue, collaboratore della rivista “Historia”, ha scritto un libro intitolato Sarkozy, Israël et les juifs (Marco Pietteur editore, collezione “Oser dire”, Maggio 2009).
Benchè l’autore avesse già scritto una decina di libri (uno dei quali si trovava nel 2008 nell’elenco dei bestseller dell’Express per la categoria “saggi”) nessuno degli editori francesi contattati ha voluto pubblicarlo. Peggio: il distributore del suo editore belga si è rifiutato di distribuirlo in Francia.
Anche se non è stato fatto oggetto di alcuna proibizione, tale libro è dunque disponibile nelle librerie del Belgio e del Canada, ma non in Francia!
Quello che Blanrue rivela nel suo libro è così tremendo per le autorità costituite? C’è da crederlo!
Per rispondere a questa censura, è stato creato un gruppo su facebook, che ha raccolto in meno di una settimana circa 1.000 persone, fra cui 15 avvocati, che chiedono un distributore per la Francia.
Ecco cosa ha detto a proposito di quest’opera esplosiva il saggista Jean Bricmont:

“Il libro di Blanrue, se arriverà a essere distribuito, farà epoca, perché è il primo a puntare i riflettori su questi gruppi di pressione che a quanto pare vogliono agire nell’ombra, anche se la loro influenza diventa sempre più evidente dopo l’elezione di Sarkozy, influenza che spinge la Francia verso un allineamento sempre maggiore con gli Stati Uniti e Israele.
Questo libro dovrà essere diffuso non solo dagli amici della Palestina ma da tutti gli amici di una Francia indipendente e sovrana”.

Ecco alcuni indirizzi in cui si parla di questo affare:

http://www.voltairenet.org/article160311.html

http://www.youtube.com/watch?v=k9oDneS_Cgs

http://sarkozyisraeletlesjuifs.blogspot.com/

http://www.blanrue.com/

http://www.facebook.com/home.php#/group.php?gid=90540966851&ref=mf

Si può ordinare il libro (16 euro, 208 pagine, 500 note) presso l’editore:

http://www.oserdire.com/

sabato 30 maggio 2009

Un libro che chiede l'abolizione della legge Gayssot!


Buona notizia per i revisionisti di lingua francese: è uscito un libro che chiede chiaramente l’abolizione della legge Gayssot!
E che libro! Un libro che spaventa i distributori…Autore: Paul-Eric Blanrue, Sarkozy, Israël et les juifs, pubblicato in Belgio dalle edizioni Marco Pietteur, nella collezione “Oser dire”. Ecco un estratto della presentazione fatta dall’editore:

“Storico specializzato nello studio delle mistificazioni, Paul-Eric Blanrue si rifiuta di ingabbiare il proprio pensiero. L’obbiettivo del suo libro è di contribuire alla presa di coscienza del pericolo che rappresenta la nuova politica estera francese.

Paul-Eric Blanrue ci apre gli occhi sugli aspetti già datati della politica estera di Nicolas Sarkozy. Rivela il motivo per il quale il presidente francese si è impegnato in una direzione contraria agli interessi del suo paese e che rischia di trascinare presto la Francia in conflitti più gravi, in Libano, in Iran e altrove.

Descrive una per una le reti pro-israeliane che coadiuvano questa strategia, dimostra la loro forza, segnala il loro accecamento e fornisce i nomi delle principali personalità che ne fanno parte. Rifiuta l’assimilazione fatta sistematicamente tra giudaismo e sionismo. Chiede agli ebrei francesi di disfarsi con urgenza dei loro portavoce ufficiali, che rappresentano al massimo la sesta parte di essi, e li incoraggia a ribellarsi a una politica che, alla fine, si rivelerà disastrosa per loro come per tutti i francesi.

L’autore avanza infine delle proposte che fanno rivivere l’audacia tradizionale del pensiero critico francese e che potrebbero riunire di nuovo i francesi in un progetto generoso, per farla finita con il comunitarismo importato imprudentemente dagli Stati Uniti”.

E’ possibile ordinare il libro sul sito dell’editore belga al seguente indirizzo: http://www.oserdire.eu/index.php?page=shop.product_details&flypage=shop.flypage&product_id=30&category_id=6&option=com_virtuemart&Itemid=26

Si potrà ascoltare con interesse la breve intervista concessa dall’autore il 23 Maggio al seguente indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=k9oDneS_Cgs

E' ancora possibile criticare Israele nelle università americane?


IL CASO ROBINSON

Verso la fine di Febbraio del 2009, il professore di Sociologia e Studi Globali William Robinson [foto][1] è stato avvisato dal Comitato per le Accuse del Senato Accademico [dell'Università Santa Barbara della California - UCSB] che due suoi studenti avevano presentato delle accuse contro di lui. Gli studenti sostenevano che il materiale didattico che il professor Robinson aveva diffuso in classe tramite la mailing list del corso, criticando l’assedio di Israele contro Gaza, costituiva una forma di antisemitismo. Il professor Robinson ha ricevuto in proposito anche una lettera dell’Anti-Defamation League (ADL).[2] I reclami degli studenti[3] includevano affermazioni e spiegazioni che rispecchiavano esattamente quelle incluse nella lettera dell’ADL. Il materiale didattico contestato nei reclami comprendeva un editoriale scritto da un giornalista ebreo che condannava l’invasione di Gaza da parte di Israele e le immagini delle sanguinose conseguenze dell’assedio di Gaza messe a confronto con corrispondenti immagini dei campi di concentramento nazisti degli anni ’30 (un’interpretazione non insolita delle relazioni israelo-palestinesi, che ha tra i propri precedenti un articolo di Haaretz del 2003[4], e un pezzo della rivista Adbusters del 2009[5]). Sostenendo che la circolazione di questo materiale didattico li aveva costretti ad abbandonare la classe, gli studenti nei loro reclami affermavano che l’argomento della email non era attinente al corso. Il titolo del corso era “Sociologia della globalizzazione” e il programma del corso comprendeva conflitti e battaglie globali di attualità.

Dopo aver ricevuto i reclami dei due studenti, il funzionario addetto ai reclami del Senato Accademico ha chiesto al professor Robinson una risposta scritta alle accuse. Secondo la procedura formale dei reclami, fissata dalle Procedure del Campus per l’Applicazione del Codice di Condotta[6], quando riceve un reclamo il funzionario competente deve semplicemente avvisare la facoltà del professore accusato e quindi costituire un comitato ad hoc per valutare inizialmente se il reclamo è infondato. Se il comitato ad hoc decide che i reclami sono infondati, le accuse devono essere immediatamente cancellate senza ulteriori coinvolgimenti del membro accusato. Solo nel caso in cui l’indagine del comitato non possa concludere che le accuse sono infondate deve essere chiesta al professore una risposta scritta. Nel caso in questione, al professor Robinson è stata chiesta una risposta scritta persino prima che il comitato ad hoc venisse costituito. Solo adesso il Senato Accademico ha convocato il comitato. Per una descrizione esaustiva dei vari modi in cui il funzionario incaricato sembra aver violato le procedure o aver agito in modo inappropriato, si veda il memorandum del professor Geoff Raymond[7].

Dopo che il caso è venuto alla luce, diversi colleghi hanno espresso il proprio sostegno al professor Robinson. Anche 15 studenti del professor Robinson, appartenenti alla classe in questione, hanno scritto per esprimere il proprio sostegno. Ora, un folto gruppo di studenti e di laureati, preoccupati per la libertà accademica, hanno formato un gruppo per organizzarsi formalmente contro gli attacchi al prof. Robinson.

Per aggiornamenti sul caso Robinson, controllare la home page del sito http://sb4af.wordpress.com/
[1] http://www.soc.ucsb.edu/faculty/robinson/
[2] http://sb4af.wordpress.com/robinson-case/charges-responses/adl-letter-to-robinson/
[3] http://sb4af.wordpress.com/robinson-case/charges/first-student-complaint/ e http://sb4af.wordpress.com/robinson-case/charges/second-student-complaint/
[4] http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=307082&contrassID=1&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y
[5] http://sb4af.wordpress.com/robinson-case/the-original-email-at-issue/mayjune-2009-adbusters-on-gazawarsaw/
[6] http://www.google.com/url?sa=t&source=web&ct=res&cd=1&url=http%3A%2F%2Fwww.senate.ucsb.edu%2Fpolicies%2Fenforcement.of.facuty.code.of.conduct.pdf&ei=rJrnSdXwOJS6tgONqdHmAQ&usg=AFQjCNHv9HzxQ3cPz_ihnfnz5zgacuoOMA
[7] http://sb4af.wordpress.com/robinson-case/process-problems/raymond-for-replacement/

venerdì 29 maggio 2009

Töben: in galera per la libertà


Il benemerito sito revisionista dell’Adelaide Institute (http://www.adelaideinstitute.org/ ) ha pubblicato nei giorni scorsi una foto della prigione per lavori forzati di Yatala (che sarà la residenza di Fredrick Töben per i prossimi tre mesi se, come probabile, il giudice respingerà martedì prossimo la richiesta di appello del revisionista australiano) e l’ha accompagnata con il seguente commento: “Il gulag di Yatala – E’ questa la SOLUZIONE FINALE del dr. Töben? Sarà considerato abile al lavoro o verrà immediatamente gasato al suo arrivo?”

L’ironia del nuovo direttore del sito, Peter Hartung, ha suscitato le ire dei legali di Jeremy Jones, vice-presidente dell’Executive Council of Australian Jewry (Consiglio Esecutivo della comunità ebraica australiana), che hanno chiesto al tribunale federale di perseguire l’Adelaide Institute e Peter Hartung per disprezzo della corte. Il giudice ha detto che esaminerà la questione (http://www.abc.net.au/news/stories/2009/05/28/2583335.htm ).

Ricordiamo che Töben (foto) è stato condannato due settimane fa per aver infranto gli ordini del tribunale che gli imponevano di rimuovere dal sito tutto il materiale giudicato “offensivo” dagli ebrei (il che, equivaleva alla chiusura del sito).

Da notare il commento finale dell’Adelaide Institute: l’imputato si prepara a scontare i tre mesi di prigione perché i suoi avversari hanno visto sconfitti i propri argomenti e si appellano all’”offesa dei sentimenti”. Töben “ha resistito con successo allo stupro mentale ed è fuggito dalla prigione concettuale in cui volevano ingabbiare la sua mente: E’ una grande vittoria per la libertà di espressione in Australia”.

Proposta per depenalizzare in Olanda il revisionismo


LEADER LIBERALE OLANDESE: IL NEGAZIONISMO DELL’OLOCAUSTO NON DOVREBBE ESSERE REATO

Di Cnaan Liphshitz, 27.05.2009[1]

La proposta di depenalizzare in Olanda il negazionismo dell’Olocausto, da parte del leader del partito liberale olandese, ha scatenato una controversia nel partito, mercoledì scorso, e ha attirato le critiche di eminenti esponenti dell’ebraismo e del mondo politico.

Mark Rutte [foto], capo del Partito del Popolo per la Libertà e la Democrazia (VVD) ha detto che la legge olandese dovrebbe perseguire solo coloro che istigano alla violenza, non all’odio. Affermare che l’Olocausto non è avvenuto “dovrebbe essere permesso”, ha aggiunto Rutte.

Fonti vicine a Hans von Baalen, capolista del VVD alle elezioni europee il mese prossimo, hanno detto a Haaretz che lui è contrario alla proposta di Rutte e sta pensando di esprimere le proprie riserve. Van Baalen - conosciuto per il suo atteggiamento favorevole a Israele – non ha voluto fare commenti.

Attualmente, la legge olandese proibisce il negazionismo dell’Olocausto solo quando viene intenzionalmente usato a scopo discriminatorio o offensivo. Rutte ha detto che vuole cercare di cambiare la situazione nella proposta di legge che il VVD presenterà in parlamento, proponendo di abolire tutte le restrizioni alla libertà di espressione.

“Il negazionismo dell’Olocausto è volto quasi sempre a offendere e a discriminare”, ha detto Henk de Haan, un importante ex deputato del partito di governo CDA. “La società olandese ha bisogno di difendersi contro tutto questo. Sono scioccato da questa proposta e dissento fortemente da Rutte, con cui ho lavorato e che so essere una degna e amabile persona”.

De Haan è membro di un ente non governativo che monitora il governo iraniano per le violazioni dei diritti umani, il reperimento di armi nucleari e il negazionismo dell’Olocausto. “A una persona come Mahmoud Ahmadinejad non dovrebbe essere permesso di visitare l’Olanda, e per questo abbiamo bisogno di continuare ad avere leggi adeguate”, ha detto.

La legge di Rutte renderebbe impossibile perseguire Geert Wilders, leader della formazione di destra Partito della Libertà, che è ora sotto processo per aver paragonato il Corano al Mein Kampf di Adolf Hitler. Un portavoce del partito ha detto di non voler commentare la questione.

Ronny Naftaniel, direttore del Centro Israele di Informazione e Documentazione, con sede all’Aja – il più grande gruppo sionista olandese – ha detto che casi come quello di Wilders differiscono dal negazionismo perché “la gente può scegliere una religione, ma non può scegliere un’etnia o il colore della pelle”.

Naftaniel – che ha criticato Wilders per il detto paragone, ha detto a Haaretz che il negazionismo “è quasi sempre usato a scopo politico, e quindi per discriminare. Va stroncato sul nascere prima che sia troppo tardi”.

Ha aggiunto: “Il negazionismo provoca la sofferenza psicologica dei deportati. Rutte sottovaluta l’intensità del dolore che provocherà in loro il fatto che venga permesso”.
[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1088643.html

giovedì 28 maggio 2009

Anche in Ungheria pronta la mordacchia contro il revisionismo


Il governo ungherese di minoranza (socialista) ha proposto dei cambiamenti alla costituzione per poter dichiarare illegale la “negazione” dell’Olocausto (http://jta.org/news/article/2009/05/26/1005431/holocaust-denial-illegal-under-proposed-hungarian-constitutional-changes ). Gli emendamenti saranno posti al vaglio della Corte Costituzionale, che in passato ha bloccato iniziative analoghe.

Il pretesto per il varo della legge antirevisionista è stato fornito da una manifestazione, indetta lo scorso 18 Aprile al Castello di Buda dalla Magyar Garda (Guardia Magiara, foto), per protestare contro l’indizione – anche in Ungheria – della Giornata della Memoria per ricordare l’Olocausto.

L’Ungheria è il paese dell’est europeo più colpito dalla recessione mondiale, e la gente è indignata dal fatto che il governo, per uscire dalla crisi, sta smantellando lo stato sociale: tagli alla sanità e all’università, vendita dei “gioielli di stato”, eliminazione della tredicesima ai pensionati e aumento dell’età pensionabile (http://it.peacereporter.net/articolo/15654/L ).

E’ probabile che l’introduzione della legge antirevisionista sia stata chiesta al governo dai vertici dell’UE, nel quadro degli aiuti economici chiesti dall’Ungheria per fronteggiare la crisi.

mercoledì 27 maggio 2009

Papa Ratzinger e la teologia della Shoah


LA MOSSA MEDIORIENTALE DI PAPA BENEDETTO

Di Michael Hoffman, 15 Maggio 2009[1]

Papa Benedetto ha concluso il suo pellegrinaggio in “Terra Santa”, in quel recinto sabbioso dimenticato da Dio e calamita di massacri e di misfatti, da quando il Salvatore del Mondo venne assassinato lì nell’Anno Domini 33.

La Criptocrazia dispone ora di un pontefice diverso da Giovanni Paolo II, il polacco i cui atti di omaggio alle costumanze talmudiche e rabbiniche hanno battuto tutti i record negli annali del servilismo.

Con questo non voglio dire che Benedetto XVI sia fondamentalmente differente; che rappresenti una rottura nel processo di controllo alchemico da parte della Criptocrazia, ma piuttosto che è il nuovo volto di quel processo: apparentemente meno servile verso i rabbini e gli israeliani, e più “imparziale”, avendo teso la mano all’”ala destra” della Chiesa, alla Fraternità San Pio X, il cui vescovo Richard Williamson ha resistito alle richieste di pentimento per i suoi dubbi sulle camere a gas omicide.

Ma Benedetto non rappresenta una rottura, rispetto alla Criptocrazia, più di quanto non la rappresenti Barack Obama. Obama è il volto più “buono”, più gentile, del male orribile che domina segretamente il governo americano. George W. Bush era il volto conservatore dello stesso male e Benedetto assolve un’analoga funzione cosmetica per la Chiesa romana.

Quando si ha a che fare con i dialettici hegeliani, c’è sempre qualcosa per la Sinistra e per la Destra da ammirare e da disprezzare. La Destra troverà nell’atteggiamento quasi deferente del papa al Museo Yad Vashem dell’”Olocausto” una posa da ammirare. La Sinistra apprezzerà i suoi commenti, rivolti ai palestinesi, con cui ha biasimato la “barriera di separazione” (il muro dell’apartheid) che gli israeliani hanno eretto intorno a quel gigantesco campo di concentramento che è oggi la Palestina.

In questo modo il Vaticano si assicura la devozione permanente dei cattolici di sinistra e di destra, come pure della massa che sta nel mezzo, sempre soddisfatta dal potere, dalla pompa e dallo spettacolo. Ma la verità che sta al centro del soggiorno del pontefice in Palestina è qualcosa di molto differente da quello che i sostenitori della Sinistra e della Destra, e la gran folla che sta in mezzo, percepiscono.

Durante la sua visita israeliana, il papa ha stabilito una falsa equivalenza tra i sionisti e i palestinesi – tra gli spogliatori israeliani e i palestinesi che sono stati spogliati: “Nessun amico può evitare di compiangere le sofferenze e la perdita di vite umane che entrambi i popoli hanno sopportato negli ultimi sessant’anni. Permettetemi di fare questo appello a tutti i popoli di queste terre: non più spargimenti di sangue! Non più combattimenti! Non più terrorismo! Non più guerre! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza”.

Questo genere di esclamazione è inutile, se non è attinente alla giustizia e a ciò che è giusto e sbagliato, invece che alle sfumature grige del moralismo, a cui si ricorre sempre ogni volta che un esponente dell’Establishment ha il compito di giustificare la cruda realtà del ladrocinio di terre e dei crimini di guerra israeliani.

Esaminiamo la dichiarazione di Benedetto sulle “sofferenze e la perdita di vite umane che entrambi i popoli hanno sopportato”. A Gaza, in Dicembre e in Gennaio, sono stati massacrati 1.400 palestinesi. Al contrario, la cifra delle vittime israeliane, che include i soldati uccisi dal fuoco amico durante l’invasione, ammonta a 14. Per il papa non è per nulla osceno creare un’equivalenza tra i palestinesi, alla mercè della quinta macchina militare più potente del mondo, e la relativa manciata di israeliani morti a causa della politica ininterrotta, da parte del loro governo, di ladrocinio delle terre, di segregazione razziale e di esecuzione degli ordini rabbinici di distruggere “Amalek” e i “gentili” messa in pratica durante gli ultimi bombardamenti – e relativa invasione – di Gaza.

Per papa Benedetto, il giudaismo talmudico e il sionismo israeliano non rappresentano una categoria speciale di malvagità. Egli considera invece tali forze semplicemente come una delle parti in causa della tragedia del Medio Oriente, a cui tutte le fazioni hanno contribuito e per la quale sono ugualmente biasimevoli. Per la denuncia di una categoria speciale di malvagità dobbiamo invece, come al solito, guardare ai tedeschi della seconda guerra mondiale:

“…E’ ricorso al suo eloquio più diretto e personale quando ha ricordato uno dei suoi primi atti dopo il suo arrivo qui, quando ha visitato il monumento all’Olocausto dello Yad Vashem e ha incontrato i sopravvissuti che hanno subìto i mali della Shoah. “Questi incontri profondamenti commoventi mi hanno riportato alla memoria la mia visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz, dove così tanti ebrei…vennero brutalmente sterminati sotto un regime senza dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e di odio”, ha detto. “Al contrario, queste memorie fosche devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci gli uni agli altri come rami dello stesso albero di olivo, nutriti dalle stesse radici e uniti dall’amore fraterno”.[2]

Non vi sono sfumature grige nelle dette affermazioni. E’ un tonante anatema papale pronunciato in termini inequivocabili, senza nessun tentativo di stabilire un’equivalenza tra le sofferenze dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale e le sofferenze dei giudei di quell’epoca. Uno dei due lati era totalmente malvagio e sbagliato, l’altro era la personificazione del bene.

Il papa ha concluso le sue osservazioni con un’allusione a uno dei caposaldi centrali della nuova teologia della Shoah escogitata dal suo predecessore: il giudaismo ortodosso (talmudico), che è la religione dello stato ebraico, lungi dall’essere un “regime” malvagio che “propaga un’ideologia di odio e di razzismo”, è invece uno dei “rami” dell’”albero di olivo” che nutre le “radici” dell’”amore fraterno”. Questa è una menzogna così spudorata da far ridere, e così perniciosa da garantire un flusso continuo alla teologia della Shoah, da cui promana.

Papa Benedetto XVI ha ammantato l’ideologia sterminatrice del giudaismo talmudico con i paramenti dell’amore fraterno, solo quattro mesi dopo che un tale “amore” aveva inondato Gaza sotto forma del gas ustionante conosciuto come fosforo bianco, trasformando la stessa Palestina in una camera a gas. Ma Benedetto non se ne cura. Si accontenta, come valvola di sicurezza, di criticare un muro. La sua cinica indifferenza verso un olocausto che sta accadendo proprio ora è una spia significativa della sua sottaciuta convinzione dell’intrinseca superiorità, razziale e spirituale, degli israeliani sui palestinesi.

Il mito della sostanziale benevolenza del sionismo e del giudaismo rabbinico non è negoziabile, agli occhi della Criptocrazia. Le critiche che non contestano questo mito vengono tollerate, persino incoraggiate, come segno di “dialogo” e di “equità”. Mentre la Destra e la Sinistra discutono i pro e i contro del viaggio papale, l’assioma centrale riguardante il falso Israele e la religione talmudica sfugge al biasimo e alle analisi, e viene ulteriormente rafforzato e ingigantito da quest’ultimo atto della diplomazia vaticana in Medio Oriente, che acconsente che un numero sempre maggiore di palestinesi perderanno la casa e la vita negli anni a venire perché il papa, come tutti gli altri leader ecclesiastici, si rifiuta di riconoscere nel dominio israeliano i tratti inconfondibili del colonialismo, del razzismo e dell’occupazione, resi anche più iniqui dall’ideologia religiosa suprematista che li alimenta.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2009/05/pope-benedicts-middle-east-gambit.html
[2] http://www.nytimes.com/2009/05/16/world/middleeast/16pope.html?hp

martedì 26 maggio 2009

Kevin Käther e i reati d'opinione in Germania


Kevin Käther è uno di quei patrioti tedeschi che si sono recentemente autodenunciati per il reato didubitare dell’Olocausto”. Ecco una traduzione del suo ultimo testo:

IL SENTIMENTO NAZIONALISTA STA CRESCENDO NON SOLO IN GERMANIA MA IN TUTTA EUROPA

Di Kevin Käther, 25.05.2009

Ai miei cari camerati in lotta per una libera Germania in una libera Europa.

Il processo di appello per la mia auto-denuncia inizia il 26 Maggio.

Il corpus delicti del mio primo processo-show era costituito dal fatto di aver spedito per lettera alcune copie del libro di Germar Rudolf Lectures on the Holocaust [Conferenze sull'Olocausto].

Alla fine di quel processo sono stato condannato a otto mesi di prigione, anche se avevo fornito le prove che i contenuti del libro di Rudolf rispondono a dati di fatto.

Tutte le mie mozioni probatorie sono state respinte in modo sommario, com’è inevitabile nei processi di stampo inquisitoriale.

In Germania, non riusciamo più ad avere dei processi condotti in base alle norme di uno stato di diritto.

Oggi, abbiamo dei tribunali che seguono i princìpi della “Santa Inquisizione” o dei processi-show di Norimberga.

In risposta alle condanne comminate a combattenti per la libertà quali Germar Rudolf, Ernst Zündel, Sylvia Stolz e Horst Mahler, avevo spedito, nel Novembre del 2007, alcune copie del libro di Rudolf a Lea Rosh, Wolfgang Benz e Ernst Nolte, e mi ero autodenunciato per il “reato” di “dubitare dell’Olocausto”.

Questo è stato il mio primo contributo allo sforzo nazionale di demolizione delle menzogne storiche che devastano il nostro paese da tre generazioni.

Da vero tedesco, mi sento obbligato ad assistere e a proteggere la mia patria, e ad aiutarla a tornare sul sentiero dell’integrità.

Horst Mahler, che ha 73 anni, è stato condannato a 13 anni di prigione per il reato – non-violento – di aver diffuso degli ideali politicamente scorretti.

Questo equivale a una condanna a vita, per un reato di stampo orwelliano.

La condanna di Mahler evidenzia meglio di ogni altra cosa l’esigenza – imperativa – di combattere contro le menzogne dei malvagi nemici della Germania.

Quello che è in gioco qui, non è solo una lotta astratta per i diritti umani, ma la stessa sopravvivenza della nostra nazione.

Al nostro popolo sono stati inculcati dei fasulli sensi di colpa, e l’anima del popolo tedesco viene uccisa da menzogne vergognose.

Come tedesco, sono ricorso al nostro diritto inalienabile all’auto-difesa per oppormi alle menzogne devastanti dei nostri nemici giurati.

E’ un onore, per me e per i miei camerati, dire la verità a beneficio della nostra nazione e, nel caso, andare in prigione per essa.

I nostri discendenti ci ringrazieranno per quello che stiamo facendo.

Per il mio imminente processo di appello sono state fissate le seguenti date:

prima data: 26 Maggio 2009, ore 13, aula 820, distretto di Tiergarten;

seconda data: 9 Giugno 2009, ore 9, stessa aula.

Lasciatemi aggiungere che nessun atto di intimidazione è troppo perfido per il Procuratore di Berlino.

Durante il mio primo processo, sono stato incriminato con ulteriori accuse per aver incluso dei fatti empirici nelle mie mozioni probatorie, la cui mera citazione costituisce reato.

Difendersi in tribunale ora è un crimine!

Tutto ciò dà un’idea del carattere illimitato della repressione e dell’ingiustizia, qui in Germania!

E’ un’ulteriore prova, se ve ne fosse bisogno, che la giurisprudenza dell’”Olocausto” è la più pura delle tirannie.

All’imputato non è permessa nessuna difesa – ogni tentativo in tal senso viene convertito in’ulteriori imputazioni!

Il nostro sistema giudiziario ha abolito sé stesso ed è diventato un’enorme impresa criminale.

Prego che Dio abbia pietà di questi arroganti despoti in toga.

Ne avranno bisogno!

Mi aspetto un martedì molto animato!

Saluti camerateschi,
Kevin Käther
Berlino, 24.5.2009

lunedì 25 maggio 2009

Gaza: sopravvivere al fosforo bianco


UNA FAMIGLIA PERDUTA NEI BOMBARDAMENTI AL FOSFORO BIANCO

Di Eman Mohammed, Live from Palestine, 25 Maggio 2009[1]

L’agonia della famiglia di Abu Halima è iniziata quando i suoi componenti hanno cercato riparo dai missili israeliani nell’atrio della loro casa a due piani, nell’area di Jabaliya, zona nord della Striscia di Gaza, l’11 Gennaio scorso: sono stati raggiunti da due bombe al fosforo bianco. Il padre della famiglia, Saad Ala Abu Halima, è rimasto ucciso all’istante insieme ai suoi tre figli – Abed Raheem (14 anni), Zaid (10) e Hamza (8) – e alla sua unica figlia Shahed, di un anno.

La moglie di Saad, Umm Muhammad, insieme alla nuora ventenne, Ghada, sono rimaste gravemente ustionate – impossibilitate a fuggire o a chiedere aiuto. Nel frattempo, Farah (2 anni), figlia di Ghada e Ali (4 anni), il figlio più piccolo di Umm Muhammad, sono rimasti feriti e hanno visto morire nell’orrore i propri familiari.

Quando il marito di Ghada è arrivato a casa, suo fratello Ahmad e qualche parente erano già accorsi qualche minuto prima, portando via i figli morti e il padre con un carretto, in cerca di un’ambulanza. Ahmad (figlio di Umm Muhammad) ha detto: “Quando abbiamo sentito lo scoppio, i miei parenti ed io abbiamo messo mio padre e i nostri fratelli su un carretto, pensando di poterli salvare. Non sapevo che quando siamo arrivati erano tutti [già] morti! Abbiamo cercato un’ambulanza ma un tank israeliano è comparso di fronte a noi; il soldato israeliano che ne è uscito ci ha ordinato di abbandonare i corpi e di scappare…mentre correvo via mi sono voltato e ho visto che gettava della sabbia su di loro”.

Dopo una breve pausa ha aggiunto: “Sono tornato a casa per vedere mia nipote Farah, Ali, mia madre e mia cognata Ghada, tutti ustionati e portati all’ospedale dai vicini. Ancora non mi sembra vero. Ogni mattina vorrei poter dare tutto per riavere indietro la mia famiglia. Ma Dio sa più cose di quante ne sappia io”.

Umm Muhammad confortava Ali dicendo: “Si sono presi la mia bambina Shahed ma ho ancora Farah e Ali; forse è così che doveva andare”.

“Ho vissuto la mia vita. Non m’importa di pagare il prezzo della guerra ma perché questa piccola bambina deve soffrire? E’ questo che non capisco! Siamo riusciti a tornare a casa dopo la sciagura ma i muri neri continuano a ricordarcela ogni minuto delle nostre vite, o quello che questa faccenda ci ha portato via”, ha aggiunto Umm Muhammad.

La madre di Farah, e nuora di Umm Muhhammad, Ghada, è andata in Egitto con Farah per curare le sue gravi ustioni, ma Ghada è morta in Egitto e solo Farah è tornata a Gaza, venti giorni dopo.

Umm Muhammad dice che il suo unico figlio sopravvissuto agli attacchi era, ironicamente, il più vicino all’impatto del missile. Quando Ali chiede alla propria cuginetta più giovane dei membri scomparsi della propria famiglia, Farah indica il cielo, come sua nonna le ha insegnato.

Lo zio di Farah, anch’egli di nome Ahmad, ha detto: “Vedo che Farah, Ali e mia madre stanno sempre male, nonostante le cure. I dottori qui sono impotenti, e scommetto che è così in ogni altro paese. Solo gli israeliani possono fornirci il rimedio, perché sono loro che hanno causato il male”.

Mentre il tempo passa, le dimensioni devastanti delle ferite esteriori, come di quelle interiori, di questa famiglia palestinese saranno sempre più evidenti.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10548.shtml

domenica 24 maggio 2009

La proposta di Fritz Berg


Invece di definirci come “negazionisti dell’Olocausto” o come “revisionisti dell’Olocausto”, suggerirei di definirci “negazionisti della MISTIFICAZIONE dell’Olocausto”.

Io sono un negazionista della MISTIFICAZIONE dell’Olocausto perché non c’è uno straccio di prova che anche una sola persona sia mai stata uccisa dai nazisti in camere a gas o in camion a gas. Le dicerie sulle gasazioni sono spazzatura bella e buona – e le persone che difendono una tale spazzatura non sanno di cosa stanno parlando. Costoro non sono in grado di fornire teorie scientificamente valide su come le mitiche camere a gas potessero funzionare.

Se qualcuno riesce a trovare un’immagine di un cadavere qualsiasi trovato in un posto qualsiasi dei territori occupati dai tedeschi, con le prove forensi che la persona in questione è stata uccisa mediante gas tossico o mediante veleno, chiuderò il mio sito web. Se qualcuno riesce a identificare anche un solo ebreo, per nome e cognome, con la prova documentaria di un qualunque documento tedesco, che l’ebreo in questione è stato ucciso mediante gas tossico o mediante veleno, chiuderò il mio sito web.

Friedrich Paul Berg

Il sito di F. Berg: http://www.nazigassings.com/

sabato 23 maggio 2009

Sul valore delle testimonianze


Il 21 Settembre del 2001, si verificò a Tolosa l’esplosione della fabbrica di fertilizzanti Azf (foto), che provocò la morte di 30 persone e il ferimento di altre 2.500. Si tratta del più grave incidente industriale del dopoguerra, in Francia. Lo scorso 23 Febbraio è iniziato il processo, che vede imputata per omicidio colposo una sussidiaria della Total, proprietaria dell’impianto (http://www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=3.0.3046443551 ).

Molto interessante, per i temi che ci riguardano, è il giudizio espresso dal Presidente del Tribunale, Thomas Le Monnyer, sul valore – e la relatività – delle testimonianze processuali. Ecco cosa ha detto:

“Prima di ascoltare i testimoni, vorrei fare un po’ di lezione per mostrarvi la difficoltà cui si trovano di fronte i testimoni. E’ difficile accordare alle testimonianze un valore probante. Numerosi fattori possono influenzare il testimone, il vissuto, l’intensità dello stress, la difficoltà di descrivere con parole comuni un avvenimento straordinario. Dopo l’avvenimento, quando si mobilitano tutti i media, l’impatto che questi media hanno potuto avere, il suo ambiente, e cioè il fatto che può essere stato influenzato…Ultima evidenza: il tempo, che può essere più o meno lungo tra la testimonianza e l’avvenimento” (http://www.lepost.fr/article/2009/04/25/1509526_proces-azf-le-professeur-arnaudies-repond-au-president-le-monnyer-au-sujet-des-temoignages.html ).

Non si tratta di considerazioni che, mutatis mutandis, possono valere anche per le testimonianze olocaustiche (parliamo qui dei testimoni in buona fede, non dei mentitori di professione ampiamente sbugiardati dai revisionisti) e che ogni storico serio dovrebbe tenere nella dovuta considerazione?

venerdì 22 maggio 2009

L'inalienabile diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi


LA PROSSIMA GENERAZIONE DEVE CONTINUARE LA NOSTRA LOTTA

Di Rami Almeghari, Live from Palestine, 21 Maggio 2009[1]

Il dr. Abdullah al-Hourani [foto] è un politico e un ricercatore palestinese residente nella Striscia di Gaza. E’ direttore del Palestinian Center for National Studies di Gaza, e presidente del Palestinian Popular Committee for the Defense of the Right to Return [Comitato popolare palestinese per la difesa del diritto al ritorno]. Al-Hourani venne cacciato dai sionisti dalla Palestina storica nel 1948, insieme a più di altri 750.000 palestinesi. In occasione del 61° anniversario dell’esproprazione della Palestina, il corrispondente di The Electronic Intifada, Rami Almeghari, ha intervistato il dr. al-Hourani nel suo ufficio di Gaza City.

Rami Almeghari: Come politico responsabile del Palestinian Center for National Studies e del Palestinian Popular Committee forn the Defense of the Right to Return, come considera la questione dei rifugiati dopo 61 anni?

Abdullah al-Hourani: Prima di tutto, io sono un rifugiato e venni espulso dalla città di Masmaiya, che si trova tra Gaza e Gerusalemme. Avevo 12 anni, e ricordo ancora tutto del mio paese – la scuola, ogni cosa. Quando passo accanto al paese andando a Ramallah, in Cisgiordania, piango, ricordando la terra, ricordando la mia scuola.

Il mio paese, la mia terra, il mio diritto al ritorno, sono ancora lì. La mia casa è distrutta, ma sono pronto a ricostruirla se mi permettono di tornare. Non ho mai dimenticato il mio paese, e neppure i miei tre figli e mio nipote lo hanno dimenticato.

Nel corso della nostra lotta, abbiamo continuato a dire alle generazioni più giovani di ricordare la propria terra natale. Se chiedete a un bambino di sei anni, vi dirà velocemente come si chiama e dove si trova il luogo d’origine, prima del 1948, della sua famiglia.

Insieme ai rifugiati della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di qualche paese arabo, vi è circa un milione di palestinesi che vivono sotto il dominio dello Stato israeliano. Si trovano ora in Galilea, nel Naqab [Negev], e tutti costoro ribadiscono che quelli che vennero espulsi devono tornare nelle proprie case.

Ad esempio, Mohammad Baraka, che è un membro del parlamento israeliano, viene dal paese di Safuria, ma non gli è permesso di vivere a Safuria. Tutti questi rifugiati, che vivono sia all’interno che all’esterno, stanno ancora soffrendo, e la loro aspirazione principale è di tornare in Palestina.

Nel 1965, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina stabilì la propria azione nei campi-profughi della Siria e del Libano, con lo scopo di riconquistare il diritto al ritorno. Così ancora oggi ribadiamo questo diritto.

RA: Vi sono state molte iniziative di pace per cercare di risolvere il problema dei rifugiati palestinesi, inclusa l’iniziativa di pace araba del 2002, che si basa sul concetto di pace con Israele in cambio della terra. Finora Israele ha respinto tutte queste iniziative. Cosa dice di tutto ciò?

AH: Guardi, qualunque cosa Israele accetti o rifiuti, non vi sarà mai pace nella regione se non viene riconosciuto il diritto al ritorno. E i palestinesi non riconosceranno o accetteranno alcuna leadership palestinese che rinunci al diritto al ritorno.

Gli arabi a suo tempo erano molto interessati alla questione palestinese. Negli anni ’50 e ’60 era la causa principale. Oggi invece constatiamo un arretramento dei regimi arabi verso la questione palestinese.

Tutto ciò ha danneggiato la leadership e la lotta dei palestinesi, e ora sappiamo che in maggioranza i regimi arabi sono molto vicini all’amministrazione americana. Questi regimi hanno sostenuto la guerra americana in Iraq, così sono deboli rispetto alla questione palestinese. A causa di questa subalternità alla politica americana, questi regimi hanno cercato delle soluzioni conformi agli interessi americani e israeliani. L’iniziativa di pace araba venne formulata durante il vertice arabo di Beirut del 2002. Per quanto ne so, questa iniziativa reca la firma del noto giornalista americano Thomas Friedman.

All’inizio, l’iniziativa araba non prevedeva nessuna clausola sul problema dei rifugiati palestinesi. Ma durante l’incontro del 2002, il presidente libanese insistette nel volerla includere. Venne inserita una frase che recita: “può essere trovata una soluzione basata sulla risoluzione Onu n°194”.

Ora, da parte dei regimi arabi, c’è la tendenza a fare più concessioni. Il re giordano, ad esempio, è ritornato di recente da Washington con una nuova proposta basata sull’eliminazione di quella clausola e sul suggerimento che i paesi arabi facciano dei passi in avanti verso la normalizzazione dei rapporti con Israele, come il riconoscere Israele, prima di qualunque colloquio di pace.

Desidero assicurarle che nessuna leadership palestinese deve accettare una cosa del genere, altrimenti verrà punita dal popolo palestinese.

RA: Di recente, il governo israeliano ha alluso alla possibilità di creare una situazione di prosperità economica nei territori occupati, appoggiando la soluzione dei due stati proposta da Washington come pure l’iniziativa di pace araba.

AH: In generale, tutti i governi israeliani sono contro il diritto al ritorno, non solo il governo di Netanyahu, ma tutti i suoi predecessori. Ma il governo attuale ha il sostegno dei partiti razzisti israeliani. Questo complicherà sempre più la possibilità di tornare in Palestina.

Gli israeliani vogliono mostrare di essere interessati alla pace, ma ancora non vogliono la soluzione dei due stati, e ribadiscono che i palestinesi devono riconoscere Israele in quanto stato ebraico. Questo significa che Israele sta cancellando il diritto dei palestinesi a vivere sulla terra palestinese. Questa politica indica che il conflitto è un conflitto sull’esistenza.

RA: Il presidente americano Barack Obama ha detto recentemente che Washington vuole che i negoziati israelo-palestinesi si concludano con un accordo.

AH: Anche Bush ha sempre ripetuto il suo concetto di arrivare a una conclusione positiva nei negoziati di pace, ma non c’è riuscito. Così, questo discorso di Obama non significa che avrà successo. Forse Obama ha delle idee diverse, o un’altra politica, forse a causa delle sue origini, della sua cultura e del suo carisma.

Ma la domanda è, riuscirà a cambiare la politica americana in soli due o tre anni? Questa politica è guidata dalle istituzioni americane da centinaia di anni e ha delle linee-guida ben definite. C’è poi la grande influenza del movimento sionista sulla politica americana, perciò non sarà facile per Obama imprimere un cambiamento.

Penso che Obama farà pressioni sui regimi arabi, affinché riconoscano Israele prima di arrivare a un risultato sulla questione della pace. E se Israele ottiene tutto ciò, rifiuterà una vera pace.

Se i regimi arabi modificheranno la loro iniziativa di pace eliminando la richiesta del diritto al ritorno, Israele rifiuterà la pace con gli arabi e non vi sarà pace nella regione, né vi sarà uno stato palestinese. Israele ora sta pensando di sbarazzarsi di Gaza con l’Egitto e di trovare una soluzione per la Cisgiordania con la Giordania.

RA: In che modo l’attuale divisione tra Hamas e Fatah mette in ombra il diritto al ritorno in particolare, e la questione palestinese in generale? Mi riferisco alle piattaforme politiche separate proclamate da entrambi i partiti.

AH: Questa divisione complica ulteriormente la situazione, inclusi il diritto al ritorno, alla costituzione di uno stato palestinese e tutto il resto. Questa spaccatura sta dando persino l’opportunità a Israele e ai regimi arabi di cancellare la questione palestinese. Ecco perché i palestinesi devono cercare di trovare una soluzione per unirsi come popolo, come governo o come territorio. Solo questo rafforzerà la posizione palestinese di fronte a Israele, agli arabi e agli Stati Uniti.

RA: Come veterano della politica e come rifugiato, cosa vuol dire alla prossima generazione di rifugiati?

AH: Vorrei scusarmi con le giovani generazioni perché non siamo riusciti a ottenere nessun risultato, in questi anni interminabili della Nakba [catastrofe], ma vorrei sottolineare che siamo riusciti a conservare l’attaccamento del nostro popolo alla propria terra e a renderlo tenace nel perseguimento dei propri diritti inalienabili. Siamo anche riusciti a conservare l’identità palestinese e a convincere la comunità internazionale che un popolo palestinese esiste e che ha dei diritti, e siamo riusciti a ottenere il riconoscimento dei nostri diritti da più di 100 paesi. Anche se non li abbiamo realizzati, siamo riusciti a tenerli in vita. La prossima generazione dovrà continuare la lotta e realizzare quello che noi non siamo riusciti a realizzare.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10549.shtml

giovedì 21 maggio 2009

Vincent Reynouard scrive allo Stato francese


La rivista revisionista Sans Concessions (diffusione: Urbain Cairat, CP 1528, CH-1820 Montreux), numeri 48-52, Marzo-Luglio 2009, pp. 7-11, pubblica la lettera che Vincent Reynouard ha indirizzato allo Stato francese, e nella quale spiega con umorismo perché non pagherà l’ammenda+spese alle quali è stato condannato nel Giugno del 2008:

Vincent Reynouard in esilio, il 21 Marzo 2009
Al Signor Contabile del Tesoro
Tesoro Alto Reno Ammende
Riferimento Tesoreria: 068030 53 6 08 000947 7

Signore,
Voi esigete da me il pagamento di 20.120 euro perché sono stato condannato in Francia per “contestazione dell’esistenza di crimini contro l’umanità” (legge Fabius-Gayssot).
Ora il caso vuole che, per una decisione del 13 Marzo 2009, la Corte Non Militare Universale ha dichiarato nulla e mai avvenuta la sentenza della Corte di Appello di Colmar che mi condanna (vedi annessi).
Senza dubbio voi ignorate l’esistenza di questa Corte Non Militare Universale, poiché è il gruppo di Vision Historique Objective (VHO) che l’ha creata, il 13 Febbraio 2009, e non ha avuto molta pubblicità.
Io ne sono il presidente, Marie Pererou e Siegfried Verbeke mi assistono nel mio compito.
Voi mi risponderete che questa corte non ha alcuna legittimità. E perché dunque?
La storia degli eroici difensori della Civiltà e della dignità umana contro la barbarie dimostra che al termine della lotta il vincitore può inventarsi di sana pianta una nuova giurisdizione volta a giudicare retroattivamente il vinto. E’ quello che è accaduto l’8 Agosto 1945 [vale a dire 2 giorni dopo Hiroshima e un giorno prima di Nagasaki!] quando, con un accordo concluso tra gli americani, i sovietici, gli inglesi e i francesi, nacque il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga.
Troppo felici di trovare questo precedente moralmente incontestabile (poiché nessuno, nel campo dei “buoni”, lo contesta) al termine della lotta epica che mi ha opposto alla “giustizia” francese, abbiamo imitato i vincitori del 1945: siamo andati nel guardaroba per rivestirci dell’abito dei legislatori e abbiamo ripreso, con qualche modifica, gli articoli dello “Statuto del Tribunale Militare Internazionale” [IMT: http://law.anu.edu.au/UnitUploads/LAWS2252-6120-Nuremberg%20IMT%20Statute.pdf]. Ecco perché.
· A noi è permesso, come ai vincitori del 1945, essere nello stesso tempo giudici e parte in causa poiché, in accordo con l’articolo 2, i quattro giudici dell'IMT (e i quattro sostituti) appartenevano al campo dei vincitori: il presidente dell’IMT era inglese (Lord G: Lawrence), gli altri tre giudici erano l’americano Francis Biddle, il sovietico I. T. Nikitchenko, e il francese Henry Donnadieu de Vabres;
· A noi è permesso, come ai vincitori del 1945, di dichiarare irrecusabile questa nuova giurisdizione, poiché l’articolo 3 precisava: “Né il tribunale, né i suoi membri né i loro sostituti possono essere ricusati dal pubblico ministero, dagli imputati o dalla difesa”. Quindi non potete ricusarci: noi dichiariamo in anticipo che è proibito…
· A noi è permesso, come ai vincitori del 1945, di giudicare con rapidità ammettendo tutte le prove giudicate valide, poiché l’articolo 19 dichiarava: “Il Tribunale non sarà legato alle regole tecniche relative alla produzione delle prove. Esso adotterà e applicherà il più possibile una procedura rapida e non formalista e ammetterà tutti i mezzi giudicati aventi valore di prova”. Ecco perché abbiamo ammesso come “mezzo avente valore di prova” una dichiarazione scritta fatta dal Grande Architetto dell’Universo, nella quale egli afferma che le sentenze che condannano i revisionisti sono nulle e non avvenute. Non la contestate: siamo noi che decidiamo, come i giudici di Norimberga decidevano allora, ammettendo come “prove” dei documenti grotteschi come l’URSS-008 (quattro milioni di morti a Auschwitz), l’URSS-196 (ricetta per la fabbricazione di sapone umano), il PS-386 (detto “Protocollo Hossbach”, un presunto discorso di Hitler del 5 Novembre del 1938), l’URSS-54 (colpevolezza dei tedeschi a Katyn);
· A noi è permesso, come ai vincitori del 1945, di dichiarare inappellabile una sentenza, poiché l’articolo 26 precisava che la decisione dell’IMT sarebbe stata “definitiva e non suscettibile di revisioni”. Di conseguenza, non cercate di contestare la decisione della Corte Non Militare Universale. Noi la dichiariamo incontestabile, valevole per l’eternità;
· A noi è permesso, come ai vincitori del 1945, di giudicare e di infliggere il verdetto che ci piace, oltre ogni misura delle pene poiché, in base all’articolo 27, l’IMT poteva pronunciare contro gli accusati “la pena di morte o qualunque altro castigo che stima(va) essere giusto”. Oltre quindi le sospensioni, gli annullamenti, le cassazioni senza rinvio…poichè la sola regola limitativa delle pene inflitte è l’arbitrio dei giudici.

Queste sono le ragioni per cui non pagherò i 20.120 euro richiesti. Dalla mia parte ho il Diritto Universale (tanto sono io che l’ho inventato…).
E non cercate di farmi perseguire per morosità, altrimenti creerò una nuova giurisdizione che sarà competente a giudicarvi e a condannarvi alla perdita di tutti i vostri diritti civici e alla confisca di tutti i vostri beni. Entrerete quindi a far parte del corteo dei “morti viventi”, e cioè dei “collaborazionisti”, giudicati anch’essi – a partire dall’Ottobre del 1944 – con delle nuove leggi, e che furono privati di tutti i loro diritti perchè considerati “morti” dalla società…

Vogliate ricevere, Signore, i miei distinti saluti,
Vincent Reynouard

mercoledì 20 maggio 2009

Le sorti di Fredrick Töben e dell'Adelaide Institute


Il revisionista australiano Fredrick Töben, recentemente condannato a tre mesi di carcere, comparirà davanti alla Corte Federale di Adelaide il prossimo 27 Maggio per un ultimo ricorso (che sembra destinato a fallire). E’ molto probabile, in effetti, che verrà imprigionato alla fine della detta udienza. Ma durante i tre mesi di carcere, l’Adelaide Institute (http://www.adelaideinstitute.org/ ) non cesserà le sue attività.

A partire dal 13 Maggio il nuovo direttore, Peter Hartung, continuerà l’opera revisionista di Töben e avrà cura di trasmettere al prigioniero la corrispondenza a lui inviata. Sulla decisione del giudice contro l’imputato, ecco il comunicato inviato alla stampa da Peter Hartung lo scorso 13 Maggio:

“La condanna di oggi alla prigione è una grande vittoria per la verità. Essa dimostra che un normale dibattito accademico sulle ricerche del dr. Töben, riguardanti le presunte camere a gas di Auschwitz, è impossibile. Il signor Jeremy Jones, sedicente rappresentante della comunità ebraica australiana, ha speso più di 220.000 dollari [australiani] per danneggiarlo, utilizzando in maniera abusiva e scandalosa il sistema giudiziario. Il dr. Töben ha dimostrato di essere un uomo di grande integrità: non si piegherà e neanche la prigione lo farà ritrattare. Il sito dell’Adelaide Institute continuerà a funzionare normalmente nel corso della sua assenza”.

Peter Hartung
Direttore ad interim
Adelaide Institute

martedì 19 maggio 2009

Vivere a Gaza in mezzo ai morti


VIVERE A GAZA IN MEZZO AI MORTI

Di Eman Mohammed, Live from Palestine, 19 Maggio 2009[1]

La scena di Mahmoud Jilu, 4 anni, che fa rotolare la palla insieme agli amici non sembra affatto strana, fino a quando non si vede dove sta giocando. Mahmoud insegue la palla in un cortile pieno di tombe, che formano il cimitero dove la sua famiglia vive da quando ha l’età dei ricordi.

I sei membri della famiglia Jilu vivono tutti insieme in una casa minuscola, con una stanza da letto e un piccolo spazio per la cucina con una tomba accanto ad essa. Per Afaf Jilu, 30 anni, mamma di tre bambini e una bambina, non è la vista delle tombe circostanti che la mette più a disagio ma lo spazio angusto che la costringe a vivere in una sola stanza con suo marito e i quattro figli.

“Il non avere la privacy è quello che rende questa vita insopportabile”, dice Afaf. “Quando cerco di dormire, i miei figli vogliono guardare la tv e sono appena bambini. Non posso rendere loro le cose ancora peggiori negando loro quello che vogliono”.

Aggiunge Afaf: “Continuo a dire a me stessa che avremo la nostra casa quando la situazione economica del paese sarà migliore, e allora potrò piantare molti alberi intorno a casa invece di avere un cimitero che ci soffoca da ogni parte. Tutti noi ci aggrappiamo ai nostri piccoli sogni. E’ la cosa migliore che abbiamo imparato vivendo qui; più vediamo la gente morire, lasciandosi dietro i propri sogni, più ci attacchiamo ai nostri. E’ il solo modo di farcela!”.

Per il tredicenne Mohammed, la cosa è differente perché non porta mai con sé i propri amici a giocare o a studiare, per la sua sensazione di essere l’”intruso”, visto che vive in un cimitero. “I miei amici non sono abituati all’idea di vivere in mezzo ai morti. Può sembrare uno stupido scherzo e non l’esatta realtà della vita. Qualche volta mi vergogno di questo posto”, dice.

La sedicenne Nour non è d’accordo con suo fratello poiché si sente libera di invitare le amiche di scuola nella sua casa “unica nel suo genere”. “Non ho fastidi dalle ragazze a scuola a causa di dove vivo. Mi rispettano per quello che sono e non per dove vivo. E’ una cosa così semplice da fare – solo i ragazzini pensano in quel modo. Inoltre, molte famiglie hanno perso di recente le loro case dopo che sono state distrutte dalla guerra e non si vergognano, così perché dovrei io?”. Nour dice di sognare di andare un giorno al college e di diventare infermiera. Dice di voler lavorare con i pazienti negli ospedali e di voler essere considerata “un angelo di misericordia”.

Suhail Jilu, 43 anni, lavora come taxista ed è quello che mantiene la famiglia. La sua famiglia vive nel cimitero di al-Sheikh Shaban, al centro di Gaza City, dal 1948, quando furono espulsi dalle loro terre a Jaffa dalle forze sioniste. Ha due lavori, e dà anche una mano ai funerali che si tengono vicino casa sua per racimolare un po’ di soldi per una nuova casa. Suhail ha ricevuto di recente un avviso ufficiale dalle autorità affinché abbandoni la propria casa perché è ubicata in un terreno di proprietà del governo.

Spiega con un tono di voce disperato: “Chi vorrebbe una tale vita per sé e per i propri figli? Sia la situazione che il governo sono contro di noi! Come se avessimo scelta!”.

Ha aggiunto: “Abbiamo sogni urgenti da realizzare e un'altra vita lontano dalla morte e dalla miseria. La nostra situazione non era assolutamente migliore di altre durante l’ultima guerra; in realtà era peggiore, avendo a che fare con la morte e i funerali tutto il giorno tutti i giorni. Nulla può essere più dannoso di questo per la salute mentale dei miei figli”.

Come altre famiglie di Gaza, la famiglia Jilu combatte con la spaventosa situazione economica dovuta all’assedio israeliano. Nonostante i loro tentativi disperati di lasciare il cimitero, non sono riusciti a trasferirsi. I Jilu sono ancora intrappolati tra l’alternativa di essere cacciati e quella di non avere un’altra casa, alternativa al crescente – e soffocante – numero di tombe attorno a loro. Vivere in mezzo ai morti è un’amara realtà per animi che sognano una vita migliore.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10537.shtml

lunedì 18 maggio 2009

Il Giudaismo Svelato: un libro e i suoi nemici


Il libro Judaism Discovered: A Study of the Anti-Biblical Religion of Racism, Self-Worship, Superstition and Deceit (Il Giudaismo Svelato: uno studio sulla religione antibiblica del razzismo, dell’autoadorazione, della superstizione e dell’inganno), di 1100 pagine (!) ha avuto un costante andamento di vendite, da quando è uscito l’anno scorso in Agosto. E’ il settimo libro di Michael Hoffman. Ha richiesto dieci anni di ricerche e più di un anno e mezzo di stesura. E’ stato pubblicizzato soprattutto col passaparola, e sulla rivista Christian News; con qualche annuncio su American Free Press, sul programma radiofonico del sito internet di Jeff Rense, sulla tv via cavo di John Mangopoulos, e su due programmi radiofonici del conduttore evangelico protestante Texe Marrs. Questa è tutta la pubblicità che il libro ha avuto fino a oggi.

Amazon.com, “il più grande negozio di libri della terra”, lo ha messo al bando (dopo essersi impegnato a venderlo). All’inizio, pur avendolo messo al bando, Amazon aveva conservato in rete una pagina sul libro. Ora anche quella pagina è stata rimossa. Nessuno che visiti il sito web di Amazon saprà dell’esistenza di Judaism Discovered. Amazon vende qualsiasi altro tipo di denuncia del giudaismo, dai controversi Protocolli, al libro di Douglas Reed, The Controversy of Zion.

Ultimamente, Judaism Discovered sta subendo l'ostilità di certi gruppi cattolici. In America, la Fraternità San Pio X ha rifiutato di venderlo, attraverso il suo grande network di distribuzione Angelus Press (Angelus ha anche rifiutato di vendere il libro del cattolico Craig Heimbichner, Blood On the Altar, sull’Ordo Templis Orientis). Le riviste cattolico-tradizionaliste non accettano inserzioni pubblicitarie per Judaism Discovered. In Marzo, una rivista cattolica conservatrice ha pubblicato un attacco malevolo e calunnioso contro il libro (Hoffman ha scritto una confutazione dell’attacco ma il direttore ha rifiutato di pubblicarla, citando la sua lunghezza).

Judaism Discovered ha già avuto due edizioni, soprattutto grazie alle ordinazioni ricevute dal sito web di Hoffman[1] e alla pubblicità del già citato Texe Marrs. Ma Texe e il passaparola non possono continuare a sostenere una pubblicazione di queste dimensioni. In questo momento, non vi sono fondi sufficienti per una terza edizione. Forse bisognerebbe valutare la possibilità di un’edizione economica. O forse Judaism Discovered andrà esaurito. Se accadrà, non incolpiamo i giudei. A parte la censura di Amazon, di ispirazione rabbinica, il boicottaggio viene soprattutto dai cosiddetti amici e alleati.
[1] http://www.revisionisthistory.org/ . Per chiedere il libro rivolgersi all’indirizzo seguente: http://www.revisionisthistory.org/page1/news.html

I deputati serbo-bosniaci contro le Leggi della Memoria


Letto oggi sul sito Palluxo (http://www.palluxo.com/index.php?option=com_content&view=article&id=291:bosnian-serb-mps-vote-against-holocaust-remembrance-day&catid=42:top-headlines&Itemid=159 ):

I DEPUTATI SERBI VOTANO CONTRO IL GIORNO DELLA MEMORIA DELL’OLOCAUSTO

Giovedì, 14 Maggio 2009

I deputati serbo-bosniaci del Parlamento della Bosnia-Erzegovina hanno votato contro la proposta di legge che chiedeva che il 27 Gennaio venisse designato ufficialmente quale Giorno della Memoria dell’Olocausto. Gli stessi deputati hanno votato contro anche la designazione dell’11 Luglio quale Giorno della Memoria del Genocidio di Srebrenica.

La legge che chiedeva il riconoscimento ufficiale del 27 Gennaio quale Giorno della Memoria dell’Olocausto e dell’11 Luglio quale Giorno della Memoria del Genocidio di Srebrenica era stata formulata e proposta dal deputato bosniaco (musulmano bosniaco) Adem Huskic.

Nel suo messaggio per la commemorazione dello Yom Hashoah, il Giorno della Memoria dell’Olocausto, lo scorso 21 Aprile, Huskic aveva colto l’opportunità di “onorare gli eroi della rivolta del Ghetto di Varsavia del 1943, e di ricordare anche che dobbiamo combattere ancora l’ideologia fascista, in modo che tale ideologia venga sconfitta una volta per tutte”.

Egli aveva anche aggiunto: “Sebbene gli stati fascisti sono stati sconfitti, il fascismo in quanto ideologia ancora no. Spero sinceramente che il Parlamento della Bosnia Erzegovina troverà il coraggio di adottare la legislazione contro la negazione dell’Olocausto e del genocidio. Sarebbe un contributo alla lotta contro il fascismo”.

In passato, i serbi hanno ripetutamente bloccato in Parlamento le iniziative bosniache per formalizzare come reato la negazione dell’Olocausto e del Genocidio di Srebrenica, come pure le iniziative per rafforzare le leggi contro l’antisemitismo.

Nel Maggio del 2007, Ekrem Ajanovic, un deputato bosniaco, aveva proposto una legge per criminalizzare la negazione dell’Olocausto, del genocidio e dei crimini contro l’umanità. Questa fu la prima volta che qualcuno, nel Parlamento della Bosnia e dell’Erzegovina, proponeva una tale legge. Anche allora, i deputati serbo-bosniaci votarono contro la legge.

Dopo di che, il 6 Maggio del 2009, i deputati bosniaci Adem Huskic, Ekrem Ajanovic e Remzija Kadric avevano proposto in Parlamento un cambiamento del Codice Penale per criminalizzare il negazionismo. I deputati serbo-bosniaci hanno ripetutamente manifestato la loro contrarietà affermando che la legge avrebbe provocato “discordie e anche ostilità”.

domenica 17 maggio 2009

Il dogma dell'Olocausto e la lista di Dieudonné


Letto sul settimanale Rivarol (1 Rue d’Hauteville, 75010 Paris), numero 2904 del 7 Maggio 2009, p. 3:

Verso l’interdizione della listaantisionistadi Dieudonné?
Di Jérôme Bourbon
(…)
Il peso del dogma
Questo dibattito sull’interdizione preliminare della lista di Dieudonné [sull’argomento vedi l’articolo: http://www.lepoint.fr/actualites-politique/2009-05-09/elections-europeennes-dieudonne-devoile-sa-liste-antisioniste/917/0/341935 ] prova ugualmente fino a qual punto tutto quello che tocca, da vicino o da lontano, il revisionismo, viene fatto oggetto di una persecuzione implacabile e suscita delle reazioni d’isteria collettiva, come ha mostrato l’affare Williamson, dove le dichiarazioni di un semplice vescovo senza giurisdizione hanno messo in “trance” il pianeta per intere settimane. Cosa che dimostra, contrariamente a quello che vogliono credere gli imbecilli e i vigliacchi, che il Dogma dell’”Olocausto” è una questione centrale sul piano politico, geopolitico e persino religioso, poiché si tratta di sostituire all’unico sacrificio salvifico di Cristo sul Golgota il sacrificio collettivo del popolo ebreo nelle camere a gas. Ma è vero che è più comodo, più prudente, soprattutto se si ha una carriera a cui pensare, una posizione sociale da conservare, degli interessi materiali da salvaguardare, una tranquillità familiare da mantenere, se si vuole essere invitati dai media o ottenere la benedizione della Roma modernista sottomessa al Sinedrio, di urlare assieme ai lupi e anche, al bisogno, di pugnalare pubblicamente un camerata che ha “bestemmiato”. Ecco perché così tanti partiti politici, anche della destra detta radicale, pubblicazioni nazionali, società religiose, anche tradizionaliste, si sentono obbligate a versare i loro grani d’incenso alla nuova contro-religione mondialista, la qualcosa, sia detto di sfuggita, la dice lunga sulla povera natura umana e i suoi sordidi piccoli calcoli.

La fame di Gaza


LE FAMIGLIE DI GAZA RIDOTTE A UN PASTO AL GIORNO

Di Erin Cunningham, The Electronic Intifada, 13 Maggio 2009[1]

GAZA CITY, Striscia di Gaza occupata (IPS) – Umm Abdullah non riesce a ricordare l’ultima volta che è riuscita a nutrire i suoi otto figli. Lei sa che nella settimana appena trascorsa, ogni giorno, l’unico cibo che ha cucinato per loro consisteva solo di lenticchie. E così, fino a quando ha ricevuto dei buoni di soccorso delle Nazioni Unite, che ha poi venduto per comprare pomodori e melanzane nel locale mercato.

Umm Abdullah è una sarta di 42 anni e viene da Jabaliya, un angusto campo profughi alla periferia di Gaza City. Storie come la sua sono normali nella Striscia di Gaza, dove anni di sanzioni, assedi e - ora - guerre, hanno massacrato l’economia del territorio e hanno posto molti generi di prima necessità fuori della portata della maggioranza della popolazione.

“Viviamo alla giornata, niente di più”, dice Umm Abdullah, che ha guadagnato meno di tre dollari negli ultimi tre giorni. “Se possiamo mangiare una volta al giorno, per noi è già molto”.

Mentre i prezzi del cibo e di altri beni sono diminuiti rispetto ai picchi raggiunti durante l’attacco israeliano durato tre settimane, il World Food Program (WFP) riferisce che un certo numero di generi, molti dei quali fondamentali, rimangono più cari per gli abitanti di Gaza di quanto fossero prima degli attacchi.

Zucchero, riso, cipolle, cetrioli, pomodori, limoni, peperoni, polli, carne, pesce e aglio erano tutti più cari nel Marzo del 2009 rispetto al Dicembre del 2008, dice il WFP.

Il prezzo dei peperoni al chilo è raddoppiato, mentre il costo delle cipolle è aumentato del 33%. I polli freschi sono ora più cari del 43% rispetto a prima degli attacchi, e questa è una conseguenza della distruzione, avvenuta nel corso degli attacchi, di un certo numero di aziende produttrici di pollame.

A Gaza, la decimazione dei terreni destinati all’agricoltura, come pure degli allevamenti di bovini e pecore, ha aumentato la crescente precarietà del cibo.

Ma la guerra ha solo aggravato una situazione umanitaria già terribile, dicono gli economisti, situazione che ha le sue radici nell’assedio economico di Israele, che nel Giugno del 2007 ha chiuso ermeticamente i confini di Gaza.

La penuria di quasi tutti i beni “essenziali” e il flusso di una quantità risibile di carburante ha fatto andare alle stelle, negli ultimi due anni, i prezzi del cibo e di altri prodotti, rendendoli inavvicinabili per molte famiglie della Striscia.

Secondo l’International Monetary Fund (IMF) il prezzo del cibo disponibile a Gaza registrato dall’indice del costo della vita (CPI) – un indicatore economico utilizzato per misurare il prezzo medio dei beni e dei servizi comprati dalle famiglie – è aumentato nel 2008 del 28%.

In Israele, al confronto, l’analogo segmento del CPI è aumentato di meno del 5% dal Marzo del 2008 al Marzo del 2009, riferisce il Central Bureau of Statistics [Ufficio Centrale di Statistica] di Israele.

“Un tasso negativo di crescita economica associato ad un’estrema penuria di beni sta provocando quella che chiamiamo la stagflazione di Gaza, ed è quello che sta dietro i prezzi alti”, dice il dr. Ibrahim Hantash, del Palestine Economic Policy Research Institute.

“Anche il contrabbando dilagante manda alle stelle i prezzi dei beni di prima necessità, perché non c’è controllo. E’ tutto mercato nero”.

Dopo la guerra, la maggioranza dei gazani vive ora sotto la fascia di reddito della povertà, dice l’UNDP (United Nations Development Program). Esso definisce tale fascia con 500 dollari al mese per una famiglia di sei membri.

Più della metà delle famiglie che vivono sotto la fascia di povertà vivono in condizioni estreme di privazione, con meno di 250 dollari al mese, equivalenti a circa 1.35 dollari a persona al giorno.

E poiché la maggior parte delle famiglie di Gaza spendono la maggior parte del loro reddito residuo in cibo, dice l’IMF, il 75% della popolazione è stata costretta a ridurre la quantità di cibo che compra, mentre l’89% ne ha ridotto la qualità.

Questo significa che molte famiglie, come quella di Umm Abdullah, hanno dovuto rinunciare a certe fonti di proteine, come la carne e le uova.

“I gazani subiscono una mancanza acuta di nutritivi, di cibo prodotto localmente e abbordabile”, dice un rapporto diffuso a Marzo dal WFP e dalla FAO.

I gazani hanno ridotto di conseguenza la loro quantità quotidiana di calorie, soprattutto perché non mangiano più cose come la carne rossa, il riso, gli oli vegetali e i grassi, la frutta e i latticini – e tutto ciò porta a scompensi nutritivi come l’anemia, dice il rapporto.

Jalal Ataf al-Masari gestisce da 10 anni un chiosco di frutta nel cuore dell’affollato campo profughi di Beach, a Gaza City, e dice che non ha mai visto i prezzi così alti e il guadagno così basso.

“All’inizio dell’assedio, solo i poveri avevano smesso di comprare la frutta”, dice al-Masari. “Adesso non la compra più nessuno. La vita è andata sempre peggiorando”.

Un chilo di banane, nel negozio di al-Masari, costa sei shekel, o 1.45 dollari. Le mele importate da Israele costano 5 shekel, o 1.20 dollari al chilo. Prima dell’assedio, dice al-Masari, si potevano comprare 3 chili di mele per 10 shekel, o 2.42 dollari.

Ora, al mercato non ci sono neppure le pere, le pesche e i kiwi. Molti dei “supermercati” di Gaza contengono scaffali forniti di riso distribuito dalle Nazioni Unite, olio alimentare donato dalla UE, qualche alimento in scatola e sacchetti di plastica contenenti farina, sale e lenticchie.

“Ho a che fare con questo assedio da due anni, e ancora non riesco a credere a quanto tutto sia diventato caro”, dice al-Masari. “E’ più caro che in America”.

Il WFP dice che i residenti di Gaza stanno ricorrendo a certi espedienti per tenersi a galla, inclusa la vendita di gioielli o di proprietà, il comprare cibo a credito e chiedere prestiti agli amici e ai familiari.

Soha Kaloub, madre di otto figli e moglie di un poliziotto il cui salario è stato tagliato dall’Autorità Palestinese di Ramallah, racconta – dalla sua spoglia abitazione nel campo profughi di Beach – che sono stati costretti a vendere tutti i loro mobili per comprare cibo.

Soha non può permettersi di riempire la bombola da sei chili del gas da cucina, che le costerebbe sei dollari, così usa un piccolo fornello a cherosene risalente all’era del governo ottomano tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Per i suoi figli cucina di solito fagioli o lenticchie, qualche volta verdura. “Per nove mesi non abbiamo potuto avere ne carne ne polli. Il frigorifero è vuoto, le nostre vite sono vuote”, dice Soha. “Prima dell’assedio non era un paradiso, ma si stava meglio. Almeno avevamo qualcosa”.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10526.shtml

sabato 16 maggio 2009

I segreti della Gabbia di Londra


I SEGRETI DELLA GABBIA DI LONDRA

Botte, privazione del sonno e fame utilizzate sugli uomini delle SS e della Gestapo
Il campo per prigionieri di guerra di Kensington tenuto segreto e nascosto alla Croce Rossa

Di Ian Cobain, 12 Novembre 2005[1]

Kensington Palace Gardens è uno degli indirizzi più esclusivi, e più costosi, del mondo: la sua schiera imponente di palazzi di 160 anni, costruiti su un terreno di proprietà della Corona, costituisce la residenza di ambasciatori, miliardari e principi. Una delle proprietà, comprata dal magnate indiano dell’acciaio Lakshmi Mittai per la cifra presunta di 57 milioni di sterline, è considerata la residenza più costosa di Londra. Più avanti, una coppia di avvocati fiscalisti stanno ristrutturando l’edificio del numero civico 6, mentre quello successivo, al numero 7, è la residenza londinese del Sultano del Brunei. Nel corso degli anni, il numero 8 ha ospitato la sua brava quota di duchi e vedove titolate. Ma tra il Luglio del 1940 e il Settembre del 1948, queste tre case magnifiche furono la residenza di una delle attività più segrete dell’esercito inglese: la sezione londinese del Combined Services Detailed Interrogation Centre [Centro degli Interrogatori Circostanziati dei Servizi Congiunti], conosciuto familiarmente come la London Cage [Gabbia di Londra].

La Gabbia di Londra era diretta dall’MI19, la sezione del Ministero della Guerra addetta a strappare informazioni ai prigionieri di guerra, e pochi – all’infuori dell’organizzazione – sapevano cosa succedeva esattamente oltre il semplice recinto di filo spinato che separava le tre case dalle strade trafficate e dai grandi parchi della Londra ovest.

Alcuni anni dopo, Tony Whitehead, uno psichiatra specialista di Brighton, raccontò nelle sue memorie come, quando era un giovane aviatore giunto alla Gabbia per consegnare un sergente delle SS, venne colpito nel vedere un ufficiale tedesco della marina che puliva carponi il pavimento della sala d’ingresso vestito in alta uniforme. Un enorme guardiano stava con un piede sopra la schiena del prigioniero, godendosi con noncuranza una sigaretta. Quando Whitehead riprese in consegna il suo prigioniero, tre giorni dopo, l’uomo era completamente sottomesso: alzava raramente lo sguardo e si rivlgeva a lui chiamandolo “sir”. “Non so cosa gli era successo nella Gabbia di Londra”, scrisse il dr. Whitehead.

Esaminando migliaia di documenti depositati ai National Archives, il vecchio Public Record Office, come pure gli archivi del comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra, il Guardian ha ricostruito cosa accadde al prigioniero, e a molti altri come lui.

La Gabbia di Londra venne usata in parte come centro di tortura, dentro cui un gran numero di ufficiali e di soldati tedeschi vennero sottoposti a maltrattamenti sistematici. Passò per la Gabbia un totale di 2573 uomini, e più di 1.000 furono persuasi a sottoscrivere dichiarazioni riguardanti crimini di guerra. Ma le brutalità non finirono con la fine della guerra: ai militari si aggiunse un certo numero di civili tedeschi, che vennero interrogati lì fino al 1948.

La Gabbia era diretta dal Tenente Colonnello Alexander Scotland, un uomo energico e senza peli sulla lingua che venne ritenuto adatto allo scopo. Sebbene fosse inglese, il colonnello aveva prestato brevemente servizio nell’esercito tedesco, in quella che è ora la Namibia, all’inizio del ‘900, e venne inseguito premiato con l’OBE[2] per aver condotto gli interrogatori dei prigionieri tedeschi durante la prima guerra mondiale. Nel 1939, all’età di 57 anni, venne richiamato in servizio.

La Gabbia aveva spazio sufficiente per 60 prigionieri alla volta, e cinque stanze per gli interrogatori. Scotland aveva circa 10 funzionari al suo servizio, più una dozzina di sottufficiali che fungevano da inquirenti e da interpreti. La Sicurezza era fornita da soldati dei reggimenti delle Guardie, scelti – secondo quanto afferma un documento d’archivio – “per la loro altezza più che per le loro capacità intellettuali”.

Tra i documenti depositati nei National Archives di Kew c’è il manoscritto delle memorie di Scotland. Nella sua prima stesura, egli ricorda quello che pensava ogni mattina, quando arrivava alla Gabbia: ““Abbandonino tutte le speranze coloro che entrano qui”. Perché se un tedesco aveva le informazioni che stavamo cercando, alla fine gli venivano invariabilmente strappate”. Al Ministero della Guerra scoppiò un putiferio nel 1950 quando il libro venne esaminato dalla censura. Gli ufficiali pregarono Scotland di mettere sotto chiave il manoscritto, poi lo minacciarono di incriminazione in base all’Official Secrets Act [la legge sui segreti di stato]. Agenti speciali vennero inviati a perlustrare la sua abitazione di Bourne End, nel Buckinghamshire. Il Foreign Office consigliò di eliminare il libro, perché sarebbe stato di aiuto a “persone che protestano in favore dei criminali di guerra”. Un giudizio del MI5[3] sottolineò che Scotland aveva descritto ripetute violazioni della Convenzione di Ginevra, con le sue ammissioni che i prigionieri erano stati costretti a inginocchiarsi mentre venivano colpiti sulla testa; costretti a rimanere svegli fino a 26 ore di seguito e minacciati di esecuzione; o minacciati di “operazioni facoltative”.

Il libro venne poi pubblicato dopo una dilazione di sette anni, e solo dopo che tutto il materiale compromettente era stato eliminato. Ma ora è chiaro che Scotland avrebbe potuto rivelare molto di più.

Nei National Archives vi sono dei documenti di due inchieste ufficiali sui metodi impiegati nella Gabbia, uno dei quali fornisce le prove che alle guardie era stato dato l’ordine di bussare sulla cella di alcuni prigionieri ogni 15 minuti, privandoli del sonno, e un altro che conclude ammettendo la possibilità che “venne usata la violenza” durante gli interrogatori.

C’è anche una lunga e dettagliata lettera di lamentele del capitano delle SS Fritz Knoechlein, che descrive il suo trattamento dopo essere stato portato nella Gabbia nell’Ottobre del 1946. Knoechlein dice che poiché non era in grado di “rendere la confessione desiderata”, venne spogliato, gli venne dato solo un paio di pantaloni di pigiama, venne privato del sonno per quattro giorni e per quattro notti, e quindi affamato.

Le guardie lo colpivano ogni volta che passava loro davanti, sostiene, mentre gli interroganti si vantavano di essere “molto meglio” della “Gestapo in Alexanderplatz”. Dopo essere stato costretto a eseguire esercizi faticosi fino a quando non crollò, dice che gli venne imposto di camminare per quattro ore in uno stretto cerchio. Lamentandosi con Scotland di essere picchiato anche da “soldati semplici senza rango”, Knoechlein sostiene di essere stato immerso nell’acqua fredda, buttato per le scale e colpito con un randello. In seguito, egli dice, venne costretto a stare dietro una grande stufa a gas, con tutti i suoi fornelli accesi, prima di venire rinchiuso in una doccia che spruzzava acqua estremamente fredda, sia lateralmente che dall’alto. Infine, dice l’uomo delle SS, lui e un altro prigioniero vennero condotti nei giardini dietro gli edifici, dove vennero costretti a correre in cerchio portando pesanti tronchi.

“Poiché queste torture furono la conseguenza delle mie personali lamentele, ogni ulteriore reclamo sarebbe stato insensato”, scrisse Knoechlein. “Uno dei guardiani, un po’ più umano degli altri, mi avvisò di non fare più reclami, altrimenti le cose per me sarebbero peggiorate”. Altri prigionieri, a suo dire, venivano picchiati fino a quando pregavano di essere uccisi, mentre a qualcuno venne detto che potevano essere fatti scomparire.

All’epoca in cui Knoechlein fece queste accuse stava rischiando la pena di morte, essendo stato condannato per l’uccisione di 124 soldati inglesi, inclusi 98 membri del Royal Norfolk Regiment. Questi soldati erano stati massacrati da uomini al comando di Knoechlein, dopo essere stati presi prigionieri durante la ritirata di Dunkirk del Maggio del 1940. La sua posizione era disperata, e potrebbe aver fatto delle accuse disperate per sfuggire al boia. Ma le sue lamentele vennero prese sul serio dai funzionari del Ministero della Guerra, che valutarono l’ipotesi di intraprendere un’inchiesta. Alla fine decisero di non farla, perché avrebbe comportato il rinvio della condanna di Koechlein. Non c’erano precedenti legali per una misura del genere, oltre al fatto che “ogni commissione d’inchiesta per queste accuse sarebbe stata inutile”.

Analoghe accuse di tortura emersero nel 1947, e poi anche l’anno seguente, quando 21 ufficiali della Gestapo e della polizia vennero processati per l’omicidio di 50 ufficiali della RAF, che erano stati fucilati dopo aver cercato di farsi strada con un tunnel fuori dello Stalag[4] Luft III, una fuga rievocata dal film di Hollywood La Grande Fuga.

Al tribunale di Amburgo venne detto che a molti degli imputati era stata fatta soffrire la fame ed erano stati sistematicamente picchiati nella Gabbia di Londra, rinchiusi nella doccia ad acqua fredda e “minacciati con congegni elettrici”. Tra gli imputati c’era Erich Zacharias, un sergente della polizia di frontiera della Gestapo. La sola prova contro di lui era la sua confessione che, venne notato nel giudizio del MI5 sul memoriale di Scotland, era stata firmata solo perché, “essendo prigioniero nelle loro mani, era stato manipolato psicologicamente”. Zacharias insistette che anche lui era stato picchiato. Venti degli imputati vennero condannati e 14 furono impiccati, tra i quali Zacharias.

E’ impossibile capire, dagli archivi del Ministero della Guerra, se Scotland veniva considerato all’epoca come un cane sciolto i cui metodi dovevano essere tranquillamente passati sotto silenzio, o se agiva con un’approvazione chiara e ufficiale. E’ chiaro comunque che dalla fine del 1946 vi fu “inquietudine per i suoi metodi” al quartier generale dell’esercito inglese del Reno.

Da allora la Croce Rossa seppe dell’esistenza della Gabbia, anche se solo perché la sua ubicazione era stata inavvertitamente inclusa in un elenco di campi per prigionieri di guerra inviato all’organizzazione. Un ispettore della Croce Rossa suonò due volte all’indirizzo di Kensington Palace nel Marzo del 1946 ma venne mandato via. In un lungo memorandum inviato al Ministero della Guerra, Scotland spiegò di avere identificato l’ufficiale responsabile di aver rivelato la sua ubicazione, e che quest’uomo aveva promesso che “l’errore non si sarebbe ripetuto”.

Scotland proseguì argomentando che la Croce Rossa non doveva essere ammessa, perché i suoi prigionieri erano o civili o “criminali delle forze armate” e in nessuno dei due casi, disse, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra. Se fosse stato permesso alla Croce Rossa di entrare nella Gabbia, avrebbe dato istruzioni alla RAF affinché smettesse di inviargli i prigionieri sospettati degli omicidi nello Stalag Luft III. “L’interrogatorio di questi criminali in Germania deve procedere in modo più simile ai metodi di polizia che ai principi della Convenzione di Ginevra”.

Egli scrisse anche: “L’attrezzatura segreta che usiamo per verificare l’attendibilità delle informazioni ottenute deve essere rimossa dalla Gabbia prima che venga dato il permesso di ispezionare l’edificio. Quest’opera richiederà un mese per essere completata”. Non è chiaro che tipo di “attrezzatura segreta” Scotland voleva nascondere alla Croce Rossa.

Ci vollero altri 18 mesi prima che la Croce Rossa potesse entrare nella Gabbia. Il suo ispettore trovò poche prove dei maltrattamenti ma, come osservò nei rapporti susseguenti, sembra che 10 prigionieri in pessime condizioni fisiche fossero stati trasferiti in altri campi la notte prima del suo arrivo, e c’erano le prove che qualsiasi prigioniero che avesse espresso una lamentela in sua presenza avrebbe subìto delle rappresaglie.

Nonostante il numero crescente di lamentele ricevute riguardo alla Gabbia di Londra, il Comitato Internazionale della Croce Rossa decise infine di non far nulla “attraverso canali ufficiali” poiché gli era stato assicurato che la sua chiusura era imminente, e perché temeva che una tale iniziativa sarebbe andata contro gli interessi degli uomini che erano ancora lì detenuti.

Mentre il lavoro alla Gabbia diminuiva, gli interrogatori dei prigionieri venivano spostati in un certo numero di campi di internamento in Germania. E vi sono prove che il trattamento inflitto in questi luoghi fu, se possibile, molto peggiore. Mentre molte delle relazioni riguardanti questi centri di detenzione rimangono sigillate al Foreign Office, è chiaro che uno dei campi della zona inglese divenne particolarmente famigerato. Almeno due prigionieri tedeschi vennero fatti morire di fame lì, secondo una commissione d’inchiesta, mentre altri vennero fucilati per reati minori.

In un reclamo depositato ai National Archives, un ventisettenne giornalista tedesco detenuto in questo campo disse che aveva passato due anni come prigioniero della Gestapo. E nemmeno una volta, disse, lo trattarono in modo così crudele come gli inglesi.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/uk/2005/nov/12/secondworldwar.world
[2] Ordine dell’Impero Britannico
[3] Military Intelligence, sezione 5: è l’agenzia per la sicurezza e il controspionaggio inglese (http://it.wikipedia.org/wiki/MI5 ).
[4] Acronimo per Stammlager, campo permanente per prigionieri di guerra.