lunedì 30 marzo 2009

Una messa a punto di Carlo Mattogno sulle presunte gasazioni sperimentali di Belzec


POSTILLA
sull’articolo di Thomas KuesLe presunte gasazioni sperimentali di Bełżec[1]


di Carlo Mattogno (2009)

Discutendo la deposizione di Stanisław Kozak del 14 ottobre 1945, di cui riporto sotto il relativo passo, Thomas Kues rileva che le tre stufe di 250 kg collocate, a dire del testimone, in ciascuno dei tre locali in cui era suddivisa la prima “baracca di gasazione” a Bełżec, secondo l’interpretazione olocaustica servivano per
«riscaldare le stanze della baracca, permettendo così al gas in bottiglia e allo Zyklon B utilizzati nella prima fase delle attività omicide del campo di funzionare in modo più efficace quando il tempo era freddo»[2].
Ritornerò sotto su questa singolare formulazione: «gas in bottiglia» e «Zyklon B».
Anzitutto bisogna infatti accertare da dove provenga la menzione dello Zyklon B in tale contesto. La fonte è lo storico Michael Tregenza, che , insieme a Yitzhak Arad e a Robin O’ Neil, è uno dei tre massimi esperti olocaustici mondiali di Bełżec. In un articolo intitolato “Bełżec - Il campo dimenticato dell’Olocausto” egli ha scritto:
«I primi esperimenti di eccidio di massa mediante gas furono eseguiti da Wirth nella piccola baracca di gasazione nel febbraio 1942. Ne furono vittime i già menzionati 150 lavoratori ebrei deportati a Bełżec per la costruzione del campo. Essi furono gasati con Zyklon B»[3].
Tregenza rinvia all’interrogatorio di Josef Oberhauser del 12 dicembre 1960[4].
Questo riferimento, con la correzione della data (13 dicembre 1960), è stato ripreso successivamente da Robin O’ Neil in un suo studio su Bełżec:
«La prima uccisione sperimentale con lo Zyklon B fu attuata da Wirth su un gruppo di circa 150 Ebrei che erano stati portati al campo dalla vicina città di Lubycza-Królewska per completare la costruzione del campo e tagliare alberi»[5].
Va osservato che l’interrogatorio di Oberhauser del 12 dicembre 1960, un protocollo di 5 pagine, non parla affatto delle presunte gasazioni a Bełżec, mentre quello del 13 dicembre, un verbale di 11 pagine, non menziona minimamente lo Zyklon B, come risulta dalle citazioni che riporto sotto in un altro contesto, in cui interviene il terzo esperto olocaustico mondiale di Bełżec: Yitzhak Arad.
Nel capitolo «L’ “Azione Reinhard”: camere a gas nella Polonia orientale» di un'opera classica degli anni Ottanta[6], egli scrisse:
«La prima grande comunità ebraica che fu portata a Bełżec per esservi sterminata veniva da Lublino: in quattro settimane, dal 17 marzo al 14 aprile, dei 37.000 abitanti del ghetto circa 30.000 furono deportati a Bełżec. Nello stesso periodo furono deportati a Bełżec altri 18.000-20.000 Ebrei del distretto di Lublino, tra cui 3.000 da Zamość, 3.400 da Piaski, 2.200 da Izbica e da altre località.
Il primo trasporto ebraico dal distretto di Lemberg arrivò da Zotkiew, una città a 50 km a sud-ovest di Bełżec. Questo trasporto comprendeva circa 700 Ebrei e giunse a Bełżec il 25 o 26 marzo 1942. Poi in due settimane, fino al 6 aprile, arrivarono di nuovo dal distretto di Lemberg a Bełżec circa 30.000 Ebrei. Tra di essi c'erano 15.000 Ebrei che erano stati deportati da Lemberg nel quadro della cosiddetta “azione di marzo”, inoltre 5.000 da Stanislau, lo stesso numero da Kolomea e altri da Drohobycz e Rawa-Ruska. La maggior parte delle persone che durante quest'ondata di deportazioni giunsero a Bełżec dal distretto di Lemberg furono classificate “inabili al lavoro”.
Dopo che erano stati uccisi 80.000 Ebrei in circa quattro settimane di grandi azioni, i trasporti furono sospesi. Verso la fine di aprile o l'inizio di maggio 1942, Wirth e le sue SS lasciarono il campo. Oberhauser disse al riguardo: “Dopo queste prime gasazioni Wirth e Schwarz e tutto il personale tedesco sparirono da Bełżec...”»[7].
Arad fa dunque avallare a Oberhauser la storia dei presunti 80.000 Ebrei gasati, ma l'ex sottufficiale SS aveva dichiarato tutt'altra cosa:
«Le gasazioni di Ebrei nel campo di Bełżec fino al 1° agosto 1942 si possono dividere in due categorie. La prima serie di esperimenti fu eseguita su 2-3 trasporti con 4-6 vagoni e 20-40 persone per vagone.
In media furono consegnati e uccisi 150 Ebrei per trasporto. Queste gasazioni non facevano ancora parte di un'azione sistematica di sterminio, ma si voleva anzitutto provare e verificare la capacità del campo, come si potesse eseguire tecnicamente una gasazione.
Dopo queste prime gasazioni Wirth e Schwarz e tutto il personale tedesco sparirono da Bełżec»[8].
Oberhauser si riferiva dunque alla gasazione di 2-3 trasporti di 150 persone ciascuno, al massimo 450 persone, mentre Arad lo ha reso garante della gasazione di 80.000 persone!
Arad continua poi così la sua “ricostruzione” storica:
«A metà maggio Wirth ritornò a Bełżec. Nell'ultima settimana di maggio pervennero al campo due piccoli trasporti di 1.350 Ebrei dai ghetti di Laszczow e Komarow, nei pressi di Zamość. All'inizio di giugno arrivarono nuovi trasporti, questa volta dal distretto di Cracovia. Tre trasporti con 5.000 Ebrei giunsero dalla città di Cracovia tra il 1° e il 6 giugno. Circa una settimana dopo, tra l'11 e il 13 giugno, furono portati a Bełżec circa 11.000 Ebrei da Cracovia e dintorni, subito dopo altri 4.500»[9].
Dunque in questo periodo sarebbero stati gasati altri 31.850 Ebrei. Ecco invece che cosa dichiarò al riguardo Oberhauser:
«Nelle 6 settimane successive a Bełżec regnò la quiete. [...]. Fino al 1° agosto 1942 fu eseguita un'altra serie di esperimenti. In questo periodo arrivarono a Bełżec in tutto 5-6 trasporti (per quanto mi è noto) con 5-7 vagoni e 30-40 persone [per vagone]. Gli Ebrei di questi due trasporti furono gasati ancora nella piccola camera, poi Wirth fece demolire la baracca di gasazione e costruì un nuovo edificio in muratura con capacità più grande. Gli Ebrei dei trasporti restanti furono poi gasati in questo nuovo edificio di gasazione»[10].
Dunque, secondo Oberhauser, il numero dei gasati fu al massimo di 1.680, cifra ben lontana dai 31.850 di Arad. Secondo lo storico ebreo, dunque, Oberhauser avrebbe attestato la gasazione di oltre 111.000 Ebrei, mentre questi aveva menzionato poco più di 2.000 vittime.

Arad è stato costretto a ricorrere a questo meschino sotterfugio perché la contraddizione tra la versione di Oberhauser e quella ufficiale è troppo stridente per essere ricomposta in qualche modo.
Robin O’ Neil, in un dettagliatissimo (quanto fantasioso) elenco dei trasporti ebraici a Bełżec indica un totale di 199.490 deportati in tale campo[11]. Ne consegue che o questi 199.490 Ebrei (o i circa 111.000 di Arad) furono tutti gasati, e allora la deposizione di Oberhauser è completamente falsa; oppure questa deposizione è veridica, e allora tutti questi Ebrei o non furono deportati affatto a Bełżec, oppure, se vi furono deportati, ne uscirono vivi, tranne i circa 2.000 gasati. Le due posizioni sono perciò assolutamente inconciliabili, ma gli storici olocaustici, invece di riconoscerlo apertamente, fanno di tutto per occultarlo, anzi fingono disonestamente che siano conciliabili, creando così una “convergenza” di testimonianze puramente fittizia

Con ciò arriviamo al mezzo impiegato per l’uccisione.
A questo riguardo Oberhauser dichiarò:
«Mentre nella prima serie di esperimenti e nei primi trasporti della seconda serie si gasò ancora con gas in bombole, gli Ebrei degli ultimi trasporti della seconda fase di esperimenti furono uccisi già con i gas di scarico di un motore di carro armato o di autocarro accudito da Hackenholt»[12].
Egli parlò appunto di gas in bombole, Flaschengas, che, nel contesto della sua deposizione, si riferisce evidentemente all’ossido di carbonio, non già allo Zyklon B. Questo disinfestante veniva infatti confezionato in barattoli (Zyklon-Dosen). È vero che, inizialmente, soprattutto in Francia e nelle sue colonie, ma anche in Inghilterra, veniva impiegato a scopo di disinfestazione acido cianidrico liquido nel quadro del “procedimento Galardi”, consistente nel versare in una ciotola o direttamente sul pavimento una bottiglia di acido cianidrico (Blausäureflasche)[13] da mezzo litro simile a una bottiglia di acqua minerale[14].
Bisogna però aggiungere che, per la sua pericolosità, in Germania l'acido cianidrico liquido non era più usato nella disinfestazione dall'introduzione del “procedimento Bottich” (1917) e dello Zyklon B (1922)[15]. L'acido cianidrico liquido poteva essere trasportato soltanto refrigerato, di notte e con un veicolo speciale[16].

Pertanto, tornando a quanto ho lasciato in sospeso sopra, la formulazione «gas in bottiglia» e «Zyklon B» è doppiamente errata, sia perché Oberhauser non fece il minimo accenno allo Zyklon B, sia perché egli si riferiva senza alcun dubbio a ossido di carbonio in bombole.
Ciò viene dichiarato esplicitamente da Tregenza stesso nel passo successivo a quello che ho citato sopra:
«Per gli esperimenti ulteriori furono costituiti piccoli trasporti di Ebrei che vivevano nei campi di transito di Izbica e Piaski, luoghi situati entrambi sulla strada tra Bełżec e Lublino. Di queste prime vittime fecero parte anche pazienti psichiatrici giudeo-tedeschi che erano stati deportati dal Reich. Queste vittime furono uccise con gas monossido di carbonio da bombole di acciaio (mit Kohlenmonoxyd-Gas aus Stahlzylindern). […]. All’inizio di marzo 1942 lo scarico di un motore di carro armato sovietico fu collegato a un sistema di tubi installato sotto il pavimento delle camere a gas e che aveva uno sbocco in ciascuna camera a gas»[17].
È dunque chiaro che Tregenza identificava il Flaschengas di Oberhauser con bombole di ossido di carbonio (sicché il suo riferimento precedente allo Zyklon B è evidentemente falso). Per di più, la fonte da lui addotta in relazione al collegamento, mediante tubi, del motore alle camere a gas, è la deposizione di Stanisław Kozak del 14 ottobre 1945. Al riguardo il testimone asserì:
«In ciascuna delle tre parti di questa baracca, a 10 centimetri dal pavimento, erano montati tubi per l'acqua. Inoltre nella parete occidentale di ogni parte di questa baracca i tubi erano deviati ad angolo fino a un metro dal pavimento e terminavano con una apertura rivolta verso il centro della baracca. I tubi erano collegati con un gomito a tubi che correvano sotto il pavimento lungo le pareti della baracca. In ciascuna delle tre parti della baracca menzionata abbiamo piazzato STUFE del peso di 250 kg. Si deve presumere che i gomiti dei tubi fossero poi stati collegati alle stufe. Le stufe erano alte metri 1,10, larghe 55 centimetri e lunghe 55 centimetri. Per curiosità attraverso lo sportello della stufa ho dato un'occhiata al suo interno. Non vi ho visto alcuna griglia. L'interno della stufa era - così sembrava - rivestita di mattoni refrattari. Lo sportello della stufa era ovale, con una circonferenza di 25 centimetri a 50 centimetri di altezza dal pavimento»[18].
Dunque il testimone non sapeva nulla di un collegamento dei «tubi per l’acqua» ad un motore, ma riteneva che essi dovessero essere collegati alle stufe.
Così Tregenza, con quest’altro sotterfugio – una grave omissione e una semplice congettura presentata come un fatto – ha trasformato in una “prova” una dichiarazione che contrasta invece in modo stridente con la tesi delle camere a gas.

Ancora con riferimento alla deposizione di Oberhauser, Raul Hilberg afferma che
«dapprima a Bełżec si utilizzò gas in bottiglia; si trattava dello stesso preparato di monossido di carbonio che si mandava nei centri di eutanasia, o forse di acido cianidrico (acido prussico[19],
congettura che gli serviva evidentemente per creare un collegamento pretestuoso con la famosa “missione” di Kurt Gerstein, l’ufficiale SS che sarebbe stato incaricato dall’Ufficio centrale di Sicurezza del Reich (Reichssischerheitshauptamt) di trasformare il sistema operativo delle presunte camere a gas dei campi orientali da gas di combustione di motori Diesel ad acido cianidrico, e avrebbe portato con sé al tal fine, da Kolin a Bełżec, in un viaggio di oltre 800 km, 45 bottiglie di acido cianidrico liquido, sebbene ad Auschwitz, sempre per ordine del Reichssischerheitshauptamt, fossero pretesamente già in corso da mesi gasazioni con Zyklon B!

Tornando all’interpretazione olocaustica menzionata sopra, l’installazione di stufe nella “baracca di gasazione” di Bełżec tra l’ottobre e il novembre 1941 allo scopo di favorire l’evaporazione di acido cianidrico presuppone la decisione preliminare di installare in questo campo, appunto, camere a gas ad acido cianidrico. D'altra parte la Corte d'Assise di Monaco, sentenziando (senza riferimento alla fonte) che
«come strumento di uccisione fu impiegato nelle prime settimane gas Zyklon-B, poi, per motivi di risparmio, i gas di scarico di un motore Diesel»[20],
invalidò anche lo scopo della presunta missione criminale di Gerstein: se l'impiego di Zyklon B (acido cianidrico) era già stato escluso nel marzo 1942 per ragioni economiche, perché esso sarebbe stato di nuovo proposto qualche mese dopo[21], e per di più nella forma fuori commercio, ancora più dispendiosa e più pericolosa, di acido cianidrico liquido?
Prima di concludere bisogna inoltre segnalare la singolare previdenza del Reichssischerheitshauptamt, che fin dalla fine del 1941 si sarebbe preoccupato di far installare impianti di riscaldamento in presunte camere a gas sperimentali ad acido cianidrico a Bełżec, ma non si sarebbe curato affatto, all’inizio del 1943, di dotare di dispositivi simili le pretese camere definitive a Zyklon B di Birkenau[22].
Tutto ciò rende completamente insensata l’interpretazione olocaustica delle stufe del testimone Kozak e la presenza di stufe e tubi per l’acqua nelle “camere a gas” resta ancora inesplicata.
E in tutta questa vicenda i tre esperti mondiali di Bełżec, Michael Tregenza, Yitzhak Arad e Robin O’ Neil, fanno una figura molto grama, offrendoci un piccolo ma significatico esempio di manipolazione delle testimonianze.

Carlo Mattogno, 30 marzo 2009.

[1] Pubblicato su questo Blog il 27 marzo 2009.
[2] Belzec Camp History, in: http://www.deathcamps.org/belzec/belzec.html. L’autore è anonimo.
[3] M. Tregenza, Bełżec - Das vergessene Lager des Holocaust, in: I. Wojak, P. Hayes (a cura di), “Arisierungim Nationalsozialismus, Volksgemeinschaft, Raub und Gedächtnis. Fritz Bauer Institut, Francoforte sul Meno. Campus Verlag, Francoforte sul Meno, New York, 2000, pp. 248-249.
[4] Idem, nota 34 a p. 263.
[5] R. O’Neil, Belzec: Stepping Stone to Genocide; Hitler's answer to the Jewish Question, capitolo 8, in: http://www.jewishgen.org/Yizkor/Belzec1/bel081.html#33
[6] Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. A cura di Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl e altri. Fischer Verlag, Francoforte sul Meno, 1983, pp. 146-193.
[7] Idem, p. 170.
[8] Interrogatorio di Josef Oberhauser del 12 dicembre 1962. Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen (Ufficio centrale delle amministrazioni provinciali della giustizia), Ludwigsburg (d’ora in avanti: ZStL.), 208 AR-Z 252/59, vol. IX, pp. 1683-1684
[9] Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation, op. cit., p. 171.
[10] Interrogatorio di Josef Oberhauser del 12 dicembre 1962. ZStL, 208 AR-Z 252/59, vol. IX, p. 1685.
[11] R. O’Neil, «Bełżec: A Reassessment of the Number of Victims», in: East European Jewish Affairs, vol. 29, n. 1-2 1999, pp. 89-92.
[12] Idem, p. 1685.
[13] In tedesco “Flasche” significa sia bombola, sia bottiglia.
[14] Gerhard Peters, Blausäure zur Schädlingsbekämpfung. Sammlung chemischer und chemisch-technischer Vorträge. Verlag Ferdinand von Enke, Stoccarda, 1933, pp. 54-55.
[15] O.Lenz, L.Gassner, Schädlingsbekämpfung mit hochgiftigen Stoffen, Heft 1: Blausäure. Verlagsbuchhandlung von Richard Schoetz, Berlino, 1934, pp. 8-10.
[16] Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28, März 1949, in: C.F.Rüter, Justiz und NS-Verbrechen. Sammlung deutscher Strafurteile wegen nationalsozialistischer Tötungsverbrechen, 1945-1966. Amsterdam, 1968-1981, vol.. XIII, p. 137.
[17] M. Tregenza, Bełżec - Das vergessene Lager des Holocaust, op. cit., p. 249.
[18] Interrogatorio di Stanisław Kozak del 16 ottobre 1945. ZStL, 208 AR-Z 252/59, vol. I, p. 1130.
[19] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d'Europa. Giulio Einaudi editore.Torino,1995, p. 955.
[20] A. Rückerl (a cura di), NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse. DTV-Verlag, Monaco, 1979, p. 133.
[21] Gerstein avrebbe ricevuto l’ordine per la sua “missione” l’8 giugno 1942.
[22] Riguardo alla funzione dell’impianto per l'apporto di aria calda (Warmluftzuführungsanlage), progettato del resto solo per il crematorio II e mai realizzato, rimando al capitolo 2.7 del mio studio di prossima pubblicazione Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli «indizi criminali» di Jean-Claude Pressac e sulla «convergenza di prove» di Robert Jan van Pelt.

domenica 29 marzo 2009

L'Olocausto: sterminio o assimilazione?


Il rabbino Israel Meir Lau, ex rabbino capo di Israele e attuale presidente dello Yad Vashem, ha detto che "l'assimilazione è oggi per il popolo ebreo la più grande minaccia, anche più dell'antisemitismo e del terrorismo" (http://www.ejpress.org/article/35149 ). Dicendo questo, il rabbino ha citato statistiche riguardanti gli Stati Uniti che mostrano che su 100 ebrei della prima generazione solo tre rimangono ebrei una volta arrivati alla quarta generazione.

Questa notizia (e il relativo articolo) ha suscitato il seguente commento di Friedrich Paul Berg:

Le implicazioni del detto articolo sono enormi.

Ci si può chiedere se oggi è all’opera qualche sorta di processo di sterminio. Negli Stati Uniti, in tutto il periodo postbellico, su 100 ebrei ne sono rimasti solo tre [a conservare la propria identità] arrivati alla quarta generazione. Questo articolo conferma il mio punto di vista che la grande maggioranza degli ebrei “scomparsi” alla fine della seconda guerra mondiale NON erano stati uccisi dai nazisti ma avevano semplicemente abbandonato la propria identità ebraica. E, perché no? Non c’è dubbio, molti “convertiti” ripresero dopo la guerra la propria identità – ma molti altri non lo fecero. Quanti furono questi ultimi è la domanda importante. A giudicare dalla volontà degli ebrei di abbandonare la propria “ebraicità” – a partire dalla fine della guerra – in base al detto articolo, il numero degli ebrei che agirono in tal modo durante la guerra va valutato in milioni.
Dovremmo iniziare a parlare di un olocausto mediante conversione e collaborazione – e assolutamente NON mediante sterminio fisico. E allora, che fare? Ne importerà qualcosa alle persone ragionevoli? Penso di no, tranne che questa cosa rivela, in generale, la pazzia dell’olocausto.

La domanda di Friedrich Paul Berg a David Irving


Caro David Irving,

la prego di spiegarmi perché crede che gli ebrei vennero uccisi in gran numero a Treblinka, Belzec e Sobibor e in che modo crede che tali esecuzioni siano avvenute. E’ stato mediante esalazioni da motore diesel, o mediante esalazioni da motore a benzina, o mediante cianuro, o con che cosa? La prego di essere preciso il più possibile, e di citare le prove appropriate.

Friedrich Paul Berg, 22 Marzo 2009

sabato 28 marzo 2009

Grecia: assolto il revisionista C. Plevris

Un corrispondente ci segnala la seguente buona notizia annunciata ieri dall’AFP e riguardante il revisionista greco Constantin Plevris:

ATENE, 27 Marzo 2009 (AFP)
La Corte di Appello di Atene ha assolto venerdì, seguendo le richieste del procuratore, un militante neonazista dichiarato che era stato condannato in primo grado a 14 mesi di prigione per un libro antisemita. Il Consiglio Centrale Ebraico di Grecia (KIS) ha reagito immediatamente esprimendo la sua “delusione e sorpresa” per un verdetto che “provoca tristezza e inquetudine” e che “protegge non la libertà di espressione ma un antisemita e neonazista dichiarato”.

L’avvocato Costantin Plevris era stato riconosciuto colpevole, nel Dicembre del 2007, di “offese razziali” e di “istigazione all’odio e alla violenza razziale” per il suo libro “Gli ebrei, tutta la verità”. Aveva quindi fatto appello.

L’opera, apparsa nel 2006, mescola nelle sue 1.400 pagine la negazione dell’Olocausto, l’apologia del nazismo e le minacce contro gli ebrei, qualificati di essere dei “sottouomini” e dei “nemici mortali” che meritano “il plotone d’esecuzione”[sarà vero?].

La Corte di Appello ha assolto venerdì all’unanimità il suo autore dall’accusa di “offese razziali” e con una maggioranza di quattro giudici su cinque dalla seconda imputazione.

“A sentire il procuratore, si tratta di un libro di carattere storico”, ha detto all’AFP il presidente del KIS, Moisis Constantinis. Il KIS farà ricorso alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento del verdetto, ha aggiunto.

La condanna in primo grado era stata la prima applicazione di una legislazione antirazzista varata nel 1979, in un paese dove la letteratura antisemita – come i Protocolli dei Savi di Sion – circola liberamente.

La comunità ebraica greca conta oggi circa 6.000 persone. Circa 50.000 dei suoi membri, che vivevano principalmente a Salonicco, vennero massacrati durante l’occupazione nazista.

venerdì 27 marzo 2009

Belzec: le presunte gasazioni sperimentali


LE PRESUNTE GASAZIONI SPERIMENTALI DI BEŁŻEC

Di Thomas Kues (2008)[1]

La testimonianza di Stanislaw Kozak

Stanislaw Kozak, un fabbro per serrature, fu una delle venti persone del luogo che parteciparono a Bełżec alla costruzione del presunto campo di sterminio, a sud-est di questo paese polacco. Il 14 Ottobre del 1945, Kozak venne interrogato dal giudice regionale Czeslaw Godzieszewski. Secondo la sua testimonianza, Kozak e gli altri paesani lavorarono dal 1 Novembre al 22 Dicembre del 1941 alla costruzione di tre baracche di varia grandezza. La struttura della terza, e più piccola, delle tre baracche, che è stata identificata dagli storici ortodossi come il primo edificio di gasazione, viene così descritta da Kozak:

“Era divisa in tre stanze da muri di legno, ogni stanza misurava metri 4x8; le stanze erano alte due metri. I muri divisori erano fatti di tavole di legno inchiodate da entrambi i lati, l’intercapedine era stata riempita di sabbia. All’interno, i muri della baracca erano ricoperti di cartone; i pavimenti e i muri, fino all’altezza di un metro e 10 centimetri, erano ricoporti di lastre di acciaio elettrizzato. (…) C’erano tre porte di accesso alle tre stanze della baracca. Ogni stanza aveva una porta sul lato nord, alta circa 1.80 metri e larga circa 1.10 metri. Queste porte, come pure quelle del corridoio, erano strettamente sigillate con gomma. Tutte le porte di questa baracca aprivano verso l’esterno. Le porte erano molto forti, fatte con tavole di quasi 8 centimetri di spessore, e protette contro le spinte dall’interno da un catenaccio di legno fissato tra due ganci montati espressamente per questo scopo”.[2]

Poiché il resoconto di Kozak è particolarmente dettagliato nella sua descrizione dell’”edificio di gasazione”, è molto interessante per chiunque cerchi di capire quello che accadde davvero nel “campo della morte” di Bełżec.

Nel seguente articolo, discuterò le implicazioni che il resoconto di Kozak - come pure di altre testimonianze oculari – ha per le accuse secondo cui nelle prime camere a gas di Bełżec vennero eseguite delle gasazioni sperimentali con monossido di carbonio in bottiglia e Zyklon B.

L’interpretazione revisionista dei forni

Forse l’aspetto più controverso della testimonianza di Kozak riguarda i tre forni che il testimone riferisce di aver contribuito ad installare all’interno delle tre “camere a gas”. Prima di iniziare con le mie osservazioni, citerò la parte cruciale della testimonianza per rendere più comprensibile la mia argomentazione. Ecco il passaggio suddetto:

“Ognuna delle tre stanze aveva delle condutture per l’acqua, a un livello di 10 centimetri sopra il pavimento. Inoltre, sul muro occidentale di ogni settore della baracca le condutture dell’acqua salivano al livello di un metro sopra il pavimento, terminando in un’apertura diretta dentro la stanza. Le condutture a gomito sui muri della baracca erano collegate ai tubi che correvano sotto il pavimento. In ognuno dei tre locali della baracca impiantammo dei forni che pesavano circa 250 chilogrammi. Si può presumere che le condutture a gomito vennero in seguito collegate ai forni. I forni erano alti 1 metro e 10 centimetri, larghi 55 centimetri, e profondi 55 centimetri. Per curiosità guardai dentro uno dei forni attraverso la porta del forno. Non vidi nessuna griglia. L’interno del forno sembrava essere rivestito di mattoni refrattari. Non vidi nessun’altra apertura. La porta del forno era di forma ovale, aveva un diametro di circa 25 centimetri e si trovava a circa 50 centimetri sopra il pavimento”.[3]

I revisionisti hanno fatto notare che i forni descritti costituiscono una notevole anomalia, e cioè che non sono oggetti che ci si aspetterebbe di trovare in una camera a gas omicida. Lo storico revisionista Carlo Mattogno conclude che essi erano dei Heißluftentwesungsöfen, o forni di disinfestazione ad aria calda, senza tuttavia fornire nessuna ulteriore documentazione per avvalorare quest’affermazione.[4] Mattogno, d’altro canto, ha scritto riguardo a un’attrezzatura più sofisticata di disinfestazione ad aria calda che si trovava a Majdanek:

“Mentre per questo progetto, le otto camere di spidocchiamento erano larghe ognuna 2 metri, alte 2.10 metri, e lunghe 3.50 metri, ed erano riscaldate con un calorifero, o stufa, alimentato a coke, ubicato in mezzo a ogni coppia di camere dietro i muri esterni. All’interno, un’apertura in cima, collegata con la stufa, permetteva all’aria calda di uscire; sul lato opposto, sul pavimento di ogni coppia di camere, c’era un’apertura per la ventilazione anch’essa connessa con la stufa per mezzo di un canale sotterraneo. In termini strutturali, l’attrezzatura era molto simile al modello progettato dalla ditta Kori il 5 Luglio del 1940, per l’attrezzatura di spidocchiamento di Alt-Drewitz. Lo spidocchiamento veniva eseguito non con Zyklon B ma con aria calda”.[5]

Il ricercatore francese Jean-Claude Pressac, che d’altro canto credeva (o professava di credere) nell’esistenza delle camere a gas omicide naziste, pubblicò nel 1995 uno studio in cui propose che i tre campi Reinhardt (Bełżec, Sobibór e Treblinka) fossero stati inizialmente delle strutture di transito e di spidocchiamento, che solo inseguito vennero provviste di installazioni di sterminio. Lo stesso articolo assume implicitamente che i forni descritti da Kozak fossero parte di un sistema di spidocchiamento che utilizzava vapore o aria calda.[6]

L’interpretazione sterminazionista dei forni

E’ degno di nota che Yitzhak Arad, la più importante autorità ortodossa sull’argomento dei “campi della morte” dell’Aktion Reinhardt, nella sua opera di riferimento sui detti campi cita gran parte della testimonianza di Kozak, inclusa la descrizione dei forni, senza fornire nessun commento, neanche breve, sulla presenza di questi ultimi.

Gli scritti sterminazionisti successivi, e specialmente quelli degli antirevisionisti che scrivono su internet, hanno a quanto pare ritenuto necessario affrontare l’argomento. Il loro modo usuale di affrontare la questione dei tre forni – come pure il fatto che Kozak non menzioni nessun tipo di motore utilizzato per le gasazioni o qualunque tipo di gas letale – è quello di affermare che i primi mesi dell’esistenza del campo costituirono una fase sperimentale in cui venne usato come gas letale il monossido di carbonio in bottiglia (e forse anche lo Zyklon B, secondo qualche rara fonte), piuttosto che il gas di scarico proveniente da qualche motore. I forni, viene detto, servivano a

“riscaldare le stanze della baracca, permettendo così al gas in bottiglia e allo Zyklon B utilizzati nella prima fase delle attività omicide del campo di funzionare in modo più efficace quando il tempo era freddo”.[7]

L’idea che per le gasazioni omicide venisse utilizzato il monossido di carbonio in bottiglia sembra fondata esclusivamente sulla testimonianza postbellica dell’ex membro delle SS di Bełżec Josef Oberhauser, che dichiarò che:

“Durante i primi esperimenti, e durante la prima serie di trasporti nella seconda serie di esperimenti, il gas in bottiglia era ancora utilizzato per le gasazioni, ma per gli ultimi trasporti della seconda serie di esperimenti gli ebrei vennero uccisi con il gas di scarico di un carro armato o del motore di un carro, che veniva azionato da [Lorenz] Hackenholt”.[8]

Anche la diceria delle gasazioni con Zyklon B viene da Josef Oberhauser. Le vittime erano presuntamente gli ebrei che avevano lavorato alla costruzione del campo.[9]

Ma i forni descritti da Kozak erano adatti, o almeno compatibili, per l’uso suddetto? Questa è la questione che affronterò nella parte seguente dell’articolo.

Le presunte gasazioni con il monossido di carbonio in bottiglia

Un opuscolo intitolato Carbon Monoxide in the Work Place [Il monossido di carbonio sul luogo di lavoro] e diffuso dalla Canadian Industrial Accident Prevention Association (IAPA) ci informa sulle seguenti caratteristiche del gas monossido di carbonio (i corsivi sono miei):

“Il monossido di carbonio è infiammabile. Le miscele di monossido di carbonio e di aria comprese nello spettro di infiammabilità prenderanno fuoco in presenza di una fiamma o di una scintilla. Le miscele infiammabili contenenti monossido di carbonio o altri gas possono facilmente venire infiammate da superfici riscaldate, da fuochi accesi, e persino dal mozzicone acceso di una sigaretta. La seria natura del rischio di infiammabilità si riflette nell’ampio spettro di infiammabilità del monossido di carbonio nell’aria”.[10]

La stessa fonte fornisce lo spettro di infiammabilità (per volume d’aria) del monossido di carbonio come 12.5-74%, che è sicuramente uno spettro molto ampio. Avverte anche di spegnere i fuochi in cui è presente il monossido di carbonio a meno che non sia possibile fermare il flusso del gas, poiché si può formare una miscela anche più esplosiva di aria e di gas.

Se lo scopo di riscaldare le “camere a gas” era davvero quello di rendere più efficienti le gasazioni con lo Zyklon e con il monossido di carbonio in bottiglia quando faceva freddo, si sarebbero potuti utilizzare dei piccoli braceri mobili che potevano essere facilmente trasportati dentro e fuori le camere prima delle gasazioni. Non c’era ragione di utilizzare dei forni del peso di 250 chili collegati alle condutture descritte da Kozak. Poiché tali forni non avrebbero potuto essere rimossi facilmente
dalle camere immediatamente prima delle gasazioni (per poi rimetterli dentro dopo!), dobbiamo presumere che fossero ancora dentro le camere quando le vittime vi venivano condotte. Ma se i forni dovevano venire utilizzati prima delle gasazioni, allora ci sarebbe stato il rischio che le superfici metalliche riscaldate del forno o i resti ancora incandescenti del carburante avrebbero infiammato la miscela di monossido di carbonio e di aria.

La vasta opera di tubazioni nelle camere, come è stata descritta da Kozak, in realtà smentisce l’asserzione che i forni venivano utilizzati per riscaldare l’aria prima delle gasazioni. Poiché in questo caso c’era solo il bisogno di riscaldare l’aria fino alla temperatura [normale] della stanza, o a una temperatura di poco superiore, sarebbero stati pienamente sufficienti dei braceri portatili, anche durante l’inverno. Non vi sarebbe stato bisogno di tubi che correvano sotto il pavimento e sui muri. Tali installazioni indicano piuttosto che l’aria delle camere doveva venire riscaldata decisamente al di sopra della temperatura normale della stanza – come è il caso delle camere di disinfestazione ad aria calda.

In Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, Jean-Claude Pressac cita un “Medical Field Manual: Field Sanitation” [Manuale medico da campo: misure igieniche da campo], pubblicato nel 1940 dal Ministero della Guerra americano:

“173: DISINFESTATORI IMPROVVISATI AD ARIA CALDA:

Il vestiario e le attrezzature possono essere messe dentro forni, scatole o bidoni ed essere sottoposti a riscaldamento a secco. Piccoli edifici o rifugi possono essere riadattati in disinfestatori ad aria calda installando un impianto di riscaldamento che riscalderà l’aria fino a 150 gradi F [ahrenheit=71 gradi]. Il vestiaro dovrebbe essere appeso in modo sciolto ed esposto per circa trenta minuti”.[11]

Così, quando Pressac scrisse nel 1995 il suo sacrilego articolo su Historama, era pienamente consapevole che baracche come quelle descritte nella testimonianza di Kozak possono essere riadattate a camere di disinfestazione ad aria calda.

Inoltre, si potrebbe far notare che la presenza dei forni di Kozak nelle “camere a gas” avrebbe costituito un ostacolo al processo di gasazione. Prima di tutto, avrebbero occupato una parte dello spazio della stanza, riducendo così la capienza di ogni camera; e secondariamente, i forni ancora caldi avrebbero provocato il panico delle vittime che, pressate, sarebbero finite a contatto con essi, rendendo più difficile il riempimento delle camere.

Le presunte gasazioni con lo Zyklon B

Nel manuale tedesco “Direttive per l’uso dell’acido prussico (Zyklon) per la distruzione dei parassiti (disinfestazione)”, presentato al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga come Documento NI-9912, apprendiamo delle precauzioni necessarie quando si usa lo Zyklon B. Tra le altre cose, veniamo informati che lo spazio dell’edificio dove la gasazione deve avere luogo deve essere attentamente sigillato, e che la presenza di “condutture di riscaldamento, condutture d’aria, spaccature nei muri, etc.” possono pregiudicare del tutto l’esecuzione della gasazione.[12]

Nello stesso manuale leggiamo anche che “ogni persona deve essere sempre capace di dimostrare di avere l’autorizzazione ufficiale per l’uso dell’acido prussico”. In esso viene inoltre detto che “le persone non addestrate e le persone addestrate ma che non hanno ancora l’autorizzazione non possono essere chiamate a collaborare a operazioni di gasazione, né devono essere portate dentro stanze riempite con il gas”. Il primo staff di Bełżec venne selezionato esclusivamente dal programma di eutanasia T4, dove le uccisioni erano state presuntamente attuate utilizzando il monossido di carbonio in bottiglia, non lo Zyklon B. Non c’è nessuna indicazione che Oberhauser o chiunque altro nel campo avesse effettuato l’addestramento richiesto per l’utilizzo in sicurezza dello Zyklon B. Ci si può inoltre chiedere dove le SS prendessero il gas. Non era certo disponibile in Polonia, ma doveva essere richiesto alle ditte di proprietà del governo tedesco per mezzo di un processo burocratico alquanto intricato.

La baracca descritta da Kozak, il presunto edificio della prima fase delle gasazioni, era adatta per gasazioni con Zyklon B? Il cronista ortodosso di Bełżec, Robin O’Neil, scrive nel suo libro – disponibile in rete – Belzec: Stepping Stone to Genocide [Belzec: passo verso il genocidio]:

“Le operazioni del campo in quelle prime settimane non erano senza difficoltà. La camera a gas non era nulla più di una baracca di legno. Per mascherare l’inganno, le false docce che Fuchs non era stato in grado di installare in precedenza, vennero ora installate e vennero esposti dei segnali che indicavano la presenza di un bagno. Nonostante tutti i loro sforzi, la squadra dei carpentieri non riuscì a sigillare le porte. Secondo Werner Dubois, per ogni operazione di gasazione nella baracca di legno, bisognava ammucchiare della sabbia contro la porta esterna per ovviare al problema. Dopo la gasazione, la sabbia doveva venire rimossa per permettere l’accesso ai cadaveri”.[13]

E’ davvero logico pensare che lo staff tedesco, a rischio delle proprie stesse vite, avrebbe eseguito delle gasazioni con Zyklon B in una baracca di legno che nonostante gli sforzi non potè essere sigillata?

Excursus: Kozak e leelettrocameredi Bełżec

Come forse è risaputo, i rapporti propagandistici e i resoconti anonimi che circolavano durante la guerra e nel primo anno dopo la sua conclusione sostenevano che innumerevoli migliaia di ebrei polacchi erano stati uccisi a Bełżec in grandi camere della morte per mezzo della elettroesecuzione. In un rapporto consegnato al governo polacco in esilio a Londra, il 10 Luglio del 1942, leggiamo:

“Quando vengono selezionati, gli uomini vanno in una baracca sulla destra, le donne in un’altra sulla sinistra, per spogliarsi, presuntamente per fare un bagno. Poi i due gruppi si riuniscono per entrare in una terza baracca con una piastra elettrica, dove ha luogo l’esecuzione. I corpi vengono quindi portati per ferrovia in una fossa, profonda circa 30 metri, situata fuori del recinto”.[14]

Nel rapporto Hinrichtungs- und Vernichtungslager Belzec, del 1944, il delegato del World Jewish Congress Abraham Silberschein descrisse il presunto procedimento di sterminio in questo modo:

“Dopo essere stati scaricati, gli uomini vengono diretti sulla destra, le donne nella baracca a sinistra. Viene ordinato loro di spogliarsi e di prepararsi alla morte. Devono poi entrare in una terza baracca, che contiene un forno elettrico. Le esecuzioni hanno luogo in questa terza baracca. Dopo di ciò, i cadaveri vengono trasportati in treno in una fossa oltre il recinto di filo spinato”.[15]

La storia delle elettrocamere raggiunse il suo apice nel libro di Stefan Szende Den Siste Juden Från Polen (“L’ultimo ebreo dalla Polonia”), pubblicato a Stoccolma nel 1944, in cui lo scenario delle elettroesecuzioni è stato fuso con un ridicolo resoconto di cremazione di massa:

“Quando i carichi di ebrei nudi arrivavano, essi venivano sospinti in una grande sala capace di contenere diverse migliaia di persone. Questa sala non aveva finestre e il suo pavimento era di metallo. Quando gli ebrei stavano tutti dentro, il pavimento di questa sala si abbassava come un ascensore in una grande cisterna d’acqua sottostante fino a quando gli ebrei si trovavano con l’acqua fino alla vita. Poi una potente scarica elettrica veniva convogliata sul pavimento e in pochi secondi tutti gli ebrei, a migliaia per volta, erano morti.
Il pavimento di metallo poi risaliva di nuovo e l’acqua veniva eliminata. I cadaveri degli ebrei massacrati stavano ora tutti ammucchiati sul pavimento. Veniva quindi azionata un’altra scarica e il pavimento di metallo diventava rapidamente incandescente, in modo tale che i cadaveri venivano cremati come in un crematorio e rimanevano solo le ceneri.
Il pavimento veniva poi inclinato e le ceneri scivolavano in contenitori già pronti. Il fumo dell’operazione veniva smaltito da grandi ciminiere”.[16]

E’ probabile che la vista dei muri e del pavimento foderati di metallo delle camere di disinfestazione ad aria calda abbia ispirato i propagandisti clandestini ad escogitare la storia raccapricciante ma anche palesemente assurda delle camere di elettroesecuzione di Bełżec.

Conclusione

Gli scrittori sterminazionisti hanno detto che le gasazioni omicide sperimentali con monossido di carbonio in bottiglia e con Zyklon B vennero eseguite nel campo di Bełżec all’inizio del 1942. La diceria si fonda principalmente sulle dichiarazioni rese dall’ex SS di Bełżec Josef Oberhauser all’inizio degli anni ’60. Basandosi sulla dichiarazione del 14 Ottobre del 1945 fornita dal testimone polacco Stanislaw Kozak, che descrive una baracca contenente tre stanze ognuna provvista di un grande forno, alcuni di questi scrittori dicono anche che i forni venuvano utilizzati per riscaldare l’aria delle “camere a gas” nei giorni in cui faceva freddo, per rendere più efficienti le gasazioni.

Ma come è stato mostrato in questo articolo, quando le testimonianze oculari vengono esaminate e confrontate con dei dati scientifici, come pure con la documentazione sull’uso dello Zyklon B, esse indicano un certo numero di fattori i quali, messi assieme, rendono tali gasazioni omicide sperimentali decisamente inverosimili. In realtà, ogni elemento indica che le installazioni descritte da Kozak erano innocue componenti di un impianto di disinfestazione ad aria calda.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/gcgv/gckozak.html
[2] Carlo Mattogno, Belzec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2004, p. 45.
[3] Ibidem.
[4] Mattogno, op. cit., p. 46, nota 109.
[5] Mattogno & Graf, Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003, p. 130.
[6] Jean-Claude Pressac, “Enquête sur les camps de la morte”, in Historama, n°34, 1995, pp. 120 e seguenti; citato in Graf & Mattogno, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003, p. 291.
[7] http://www.deathcamps.org/belzec/belzec.html
[8] Citato in Klee e altri, The Good Old Days, Free Press, New York, 1991, p. 230.
[9] Dichiarazione di Josef Oberhauser a Monaco il 12 Dicembre del 1960, ZStL, Az: 208 AR-Z 252/59, citato in: Michael Tregenza, “Belzec – Das vergessene Lager des Holocaust”, in: I. Wojak, P. Hayes (editori), “Arisierungim Nationalsozialismus, Volksgemeinschaft, Raub und Gedächtnis, Campus Verlag, Frakfurt/Main, New York, 2000, pp. 248-249, 263.
[10] Disponibile in rete all’indirizzo: http://www.iapa.ca/pdf/carbon_monoxide_feb2003.pdf (p. 3).
[11] Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 66.
[12] Riprodotto in ibid, pp. 18-20.
[13] http://www.jewishgen.org/Yizkor/belzec1/bel081.html
[14] Citato in Carlo Mattogno, Belzec…, p. 12. E’ degno di nota che il numero di baracche coincide con quello di Kozak, sebbene il loro scopo rispettivo differisca.
[15] Ibid, p. 16.
[16] Citato in ibid, pp. 18-20.

giovedì 26 marzo 2009

Mons. Williamson risponde a Mons. Fellay


Sabato 21 Marzo, Mons. Williamson ha scritto quanto segue sul suo blog Dinoscopus (http://dinoscopus.blogspot.com/ ):

Eleison Comments LXXXIX

(…)
Inoltre, sembra che la cura del riposo debba prolungarsi. In una recente intervista con il settimanale tedesco “Der Spiegel”, il Superiore Generale della Fraternità [S. Pio X] viene citato per aver detto - tra le altre cose – forse a causa delle pressioni provenienti dai media…”Se il Vescovo Williamson sta zitto, se non si fa vedere, sarebbe molto meglio per tutti…Spero che si autoescluda dalla vita pubblica per un bel pezzo…Ha fatto del male alla Fraternità e ha danneggiato la nostra reputazione. Prendiamo certamente le distanze da lui…”
Perciò il futuro è nelle mani di Dio. Vorrei poter dire che non mi va di essere ridotto al silenzio, ma se l’alternativa è quella di essere ridotto a dire solo le cose cui i “gentlemen dell’Informazione” non sono contrari, allora penso di preferire il silenzio. Già nel 1985, anno di pubblicazione di “Iota Unum” – la famosa analisi del professor Romano Amerio dei cambiamenti introdotti dal Vaticano II – il professore italiano predisse che sarebbe venuto un tempo in cui sarebbe rimasto solo il silenzio…Kyrie Eleison.

Più denaro per i sopravvissuti dell'Olocausto (ma solo per quelli ebrei)


Letto il 19 Marzo sul sito del quotidiano tedesco “Bild” (un grazie alla nostra traduttrice): http://www.bild.de/BILD/news/telegramm/news-ticker,rendertext=7729824.html .

Più denaro per i sopravvissuti dell’Olocausto.

Gli aiuti tedeschi agli ebrei d’Europa sopravvissuti dell’Olocausto e bisognosi, saranno più sostanziosi. I versamenti mensili aumenteranno del 35% nei paesi che non fanno parte dell’UE e dell’11% nei paesi che ne fanno parte. Questo è quanto annunciato dall’associazione per i risarcimenti Jewish Claims Conference, in seguito ai negoziati con il ministero federale delle finanze. Gli aumenti ammontano a un totale di 60 milioni di euro per 10 anni. Tutti gli aventi diritto riceveranno ogni mese, a partire dal Gennaio del 2010, un sussidio di 240 euro. Finora, gli aiuti mensili ai 7580 sopravvissuti dei paesi membri dell’UE arrivavano a 216 euro al mese, e a 178 euro al mese per i sopravvissuti dei paesi non membri.

mercoledì 25 marzo 2009

Il rapper FASC parla di Horst Mahler


Sul blog “Les intransigeants”, “blog redatto da un gruppo di studenti cattolici per la Tradizione/Rivolta contro il modernismo”, è stata pubblicata ieri un’intervista di FASC, un rapper che ha composto una canzone dedicata a Mons. Williamson, il cui video è stato diffuso sul sito dell’…UPJF! (Union des patrons et des professionnels juifs de France). Sul blog si può leggere: “Questo sito sostiene il Vescovo Williamson contro il Nuovo Ordine Mondiale”, e si vede Williamson attorniato di bambini, probabilmente argentini. Ecco un estratto dell’intervista di FASC (http://intransigeants.wordpress.com/2009/03/24/interview-exclusive-de-fasc-sur-les-intransigeants/ ):

INTERVISTA ESCLUSIVA DI FASC CON "GLI INTRANSIGENTI", MARTEDI' 24 MARZO 2009:

(…)
EL CRISTERO:
“Qual è l’ultimo grande avvenimento dell’attualità che ti ha colpito?”

FASC:
“Il fatto che Horst Mahler abbia ricevuto 11 anni di prigione senza condizionale per aver detto che l’Olocausto è la più grande menzogna della storia, è una cosa che mi disgusta. Non capisco perché ci si accanisca a reprimere le affermazioni revisioniste. In questo periodo abbiamo saputo che un belga di 50 anni ha stuprato per 18 anni la figlia della sua donna e si è preso 5 anni…ma dove stiamo andando? Merda, se i revisionisti sono tanto coglioni come si dice, perché non accettare il dibattito che propongono? E’ una cosa che si risolverebbe in fretta, non ci sarebbero problemi a ridicolizzarli in TV…ma no, si risponde a colpi di leggi…Hanno paura di qualcosa, lassù?

Yitzhak Arad: partigiano o aguzzino?


UN INQUIETANTE SINTOMO DI REVISIONISMO

Di Thomas Kues (2008)[1]

Yitzhak Arad, nato in Lituania nel 1926, è uno dei più eminenti storici ortodossi dell’”Olocausto”. Dopo essere entrato illegalmente in Palestina nel 1945, iniziò la carriera militare all’interno delle milizie sioniste e dei gruppi terroristici che diedero in seguito origine all’esercito israeliano. Alla fine raggiunse il grado di generale di brigata e venne nominato “Ufficiale Capo dell’Istruzione”. Ritiratosi dall’esercito nel 1972, mutò la sua carriera in quella di storico. Docente all’Università di Tel Aviv, è stato anche per 21 anni (1972-1993) Presidente dello Yad Vashem, che è l’Authority ufficiale di Israele per l’Olocausto e forse il più importante centro archivistico di studi sull’”Olocausto”. Il libro di Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka viene abitualmente considerato l’opera di riferimento per questi tre “campi di puro sterminio”.[2] Arad ha anche partecipato come perito al processo, tenutosi in Israele, contro John Demjanjuk. Le sue ricerche più recenti si sono concentrate sull’”Olocausto” degli ebrei nei territori sovietici occupati dai tedeschi.

Nel 2006 si è diffusa nel mondo la notizia che le autorità lituane stavano indagando sull’ipotesi che Arad, che all’epoca dei fatti era membro di un gruppo di partigiani controllati dai sovietici, abbia fatto parte durante gli anni di guerra del NKVD (Commissariato del Popolo degli Affari Interni). Secondo i resoconti giornalistici, gli inquirenti sospettavano che Arad avesse partecipato alle esecuzioni di civili lituani e di membri della resistenza anti-sovietica. Secondo Arad, le autorità lituane stavano perseguendo una vendetta personale contro di lui perché aveva denunciato certi collaborazionisti lituani dei tedeschi, coinvolti in atrocità di guerra contro gli ebrei locali.

Alla fine di Settembre del 2008, il Procuratore Generale della Lituania ha annunciato che le autorità giudiziarie del suo paese hanno deciso di accantonare le indagini contro Arad, presuntamente a causa di “dati insufficienti a portare il caso in tribunale”. La decisione è stata calorosamente accolta dallo Yad Vashem. L’Authority dell’”Olocausto” ha commentato ufficialmente la notizia affermando che “le indagini penali sulle attività dei partigiani ebrei durante l’Olocausto sono un inquietante sintomo di revisionismo che non può aver luogo in un paese che si sforza di fare parte della comunità democratica delle nazioni”. La stampa ha citato anche una lettera dell’Agosto 2008 del Presidente dello Yad Vashem, Avner Shalev, al primo ministro lituano, in cui si proclamava che “solo affrontando apertamente ed esplicitamente la verità piena e complessa del passato la vostra nazione riuscirà a costruire per sé stessa un futuro sicuro e stabile”.[3]

E’ difficile considerare la lettera di Shalev se non come una velata minaccia: se la Lituania non cessa immediatamente le indagini sui crimini di guerra commessi dagli ebrei e non accetta il suo”peccato” per aver preso parte all’Olocausto – un peccato che non potrà mai venire perdonato ma che esige nondimeno il pentimento, sotto forma di enormi risarcimenti allo stato ebraico e alle organizzazioni sioniste – verrà isolata, economicamente e politicamente. A quanto pare, la Lituania dovrebbe anche fare in modo che alle sue scolaresche venga insegnato che l’Armata Rossa arrivò come “liberatrice”, e che qualsiasi resistenza ai padroni bolscevichi (spesso ebrei) fu antisemita, fascista, e malvagia. Come una delle molte piccole nazioni dell’Europa orientale che credono che la sicurezza e la stabilità vengano dall’unione con la UE e con la NATO – vale a dire dal permettere all’esercito americano di utilizzare il proprio territorio a piacimento – la Lituania è tentata di piegarsi alla “comunità globale” e ai suoi padroni sionisti, e di fare atto di contrizione quando il Presidente Shalev e i suoi accoliti faranno schioccare il loro frustino.

La dichiarazione dello Yad Vashem sulla natura delle indagini è anche più illuminante. Può solo significare che la più importante istituzione sull’”Olocausto” del mondo ha dichiarato tabù ogni indagine sui crimini di guerra perpetrati dagli ebrei durante l’epoca dell’”Olocausto”. Per “revisionismo” bisogna intendere “l’eresia contro l’unica vera fede dell’Olocausto”. Il semplice indizio che degli ebrei durante la seconda guerra mondiale possano aver agito da macellai – e, per estensione, che gli ebrei possano essere qualcosa d’altro che vittime di un conflitto – deve essere evitato come un reato d’opinione. Tutto ciò ci ricorda naturalmente le parole del Papa dell’”Olocausto”, Elie Wiesel, allo scrittore francese François Mauriac nel 1967: “L’ebreo non è mai stato un carnefice; è stato quasi sempre la vittima”.[4] Questa idea demenziale naturalmente ha le sue radici nella particolare mentalità ebraica “suprematista”, che è stata forse espressa nel modo migliore dal rabbino Yaacov Perrin, il quale al funerale dello stragista Baruch Goldstein proclamò che: “Un milione di arabi non valgono un’unghia di un ebreo”.[5] Poiché l’ebreo è una vittima per definizione, e poiché in ogni caso la vita di un ebreo vale più di quella di un non ebreo, ne consegue che non può essere accusato dell’omicidio dei gentili. In effetti, ogni indizio che la seconda guerra mondiale sia stata qualcos’altro che una lotta in bianco e nero tra il bene e il male, polarizzata intorno al martirio dei sei milioni di ebrei, è un grande NO allo Yad Vashem, allo stato d’Israele, e ai suoi accoliti della diaspora - come l’European Jewish Congress - tutti sostenitori entusiastici delle leggi penali anti-revisionistiche. Per mezzo dell’influenza politica ed economica, tutti gli “inquietanti sintomi di revisionismo” devono essere eliminati!

E allora cosa dire di Yitzhak Arad? Cosa sarebbe successo se i lituani avessero deciso di continuare le indagini? Queste domande sono puramente teoriche. Israele è un rifugio per qualunque criminale che possa vantare origini ebraiche. Individui ricercati per attività criminali in altre nazioni, semplicemente non vengono estradati e, come insegna il caso di Solomon Morel, la cosa è vera anche per i criminali di guerra.[6] Come molti altri boia del NKVD, Yitzhak Arad potrà vivere la sua vita nel benessere e al sicuro, godendosi le ricchezze di una terra che ha contribuito a rubare. Questa è la morale fornita dal meraviglioso mondo di oggi.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrtkarad.html
[2] Yitzhak Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhardt Death Camps, Indiana University Press, Bloomington, 1987.
[3] http://www.ejpress.org/article/30684
[4] Elie Wiesel “To a Concerned Friend” [A un amico preoccupato], in One Generation After [Una generazione dopo], Random House, 1970.
[5] Citato in The New York Times, 28 Gennaio 1994.
[6] Come è stato spiegato da John Sack in An Eye For An Eye: The Untold Story of Jewish Revenge Against Germans in 1945 [Occhio per occhio: la storia non raccontata della vendetta ebraica contro i tedeschi nel 1945], Basic Books, 1993.

martedì 24 marzo 2009

Un fiammingo si pronuncia contro la legge antirevisionista


Il giornalista e pubblicista fiammingo Mark Grammens, di 76 anni, editore del quindicinale “Journaal” e noto commentatore politico, ha ricevuto il 9 Marzo, alla scuola Vlerick di Gand, il “Prix pour la Liberté” dell’associazione Nova Civitas, fondata dal professore Boudewijn Bouckaert, dell’Università di Gand. Nel discorso seguito alla consegna del premio, Grammens si è pronunciato chiaramente contro le leggi liberticide, compresa la legge antirevisionista.

In sostanza, ha dichiarato: non bisogna mai censurare un’opinione. Questo vale per la legge contro i “negazionisti”. Una stampa rispettosa della sua vocazione deve combattere un tale attentato alla libertà di opinione, perché quando si condanna la negazione delle atrocità di Auschwitz si potrà anche, un domani, non importa in quale paese, condannare la negazione, per esempio, dell’immacolata concezione della Vergine Maria.

La storiografia non è una scienza esatta ma una disciplina che deve essere fatta oggetto di una riscrittura ad ogni nuova generazione. Il progresso e l’accettazione di nuove conoscenze sono il risultato di un processo dialettico, dove la tesi originale, ad esempio quello che oggi viene detto su Auschwitz, può approdare, grazie a un dibattito intellettuale che presenta l’antitesi, vale a dire quello che oggi viene detto dai “negazionisti”, a una conclusione che realizza la sintesi di una questione. Senza antitesi non si può mai essere sicuri della verità o del valore di una tesi. Detto altrimenti, rendendo illegale il “negazionismo”, non si potrà mai essere sicuri di quello che nasconde la realtà della persecuzione degli ebrei.

Il fatto che viviamo in una democrazia, e che le leggi siano votate secondo una procedura democratica, non significa che siamo liberi. Delle opinioni possono essere manifestamente sbagliate ma, in quanto opinioni, devono poter essere espresse; possono essere combattute ma non proibite da una legge. Se si comincia a proibire le opinioni (…) ci si dirige verso uno stato totalitario.

lunedì 23 marzo 2009

Il sionismo visto da un rabbino antisionista

ISRAELE, GIUDAISMO E SIONISMO

Conferenza del Rabbino Ahron Cohen alla Birmingham University, Inghilterra, 26 Febbraio 2003[1]

Amici, è un onore avere l’opportunità di parlarvi oggi.

Io e i miei colleghi di Neturei Karta partecipiamo ad occasioni come questa perché riteniamo di avere il dovere sia religioso che umanitario di pubblicizzare il nostro messaggio, il più possibile. Così spero e prego che con l’aiuto del Creatore le mie parole e le nostre discussioni, qui, oggi, possano essere corrette e precise, nel loro contenuto e nelle loro conclusioni. Come vi è stato già detto, io sono un ebreo ortodosso (e cioè un ebreo che cerca di vivere la propria vita in totale accordo con la religione ebraica). Sono impegnato nell’adempimento dei doveri ecclesiastici all’interno della comunità ebraica e in particolare sono impegnato nell’educazione dei nostri giovani e nell’aiutarli a conseguire una condotta sana e corretta. E’ perciò di particolare interesse per me poter parlare a voi, un corpo studentesco, oggi.

Mi è stato chiesto di parlarvi del giudaismo e del sionismo. Questo argomento è naturalmente tremendamente importante alla luce dell’attuale situazione in Palestina, dove abbiamo – diciamolo – una parte, i sionisti (che sono anch’essi degli ebrei) desiderosi di imporre uno Stato “settario” sulla testa di una popolazione indigena, i palestinesi. Uno scontro che ha provocato spargimenti di sangue e brutalità di cui non si riesce a vedere la fine, a meno che vi sia un cambiamento davvero radicale.

I miei titoli per parlare di questo argomento derivano dall’essere uno dei molti ebrei ortodossi che simpatizzano completamente con la causa palestinese: noi protestiamo in modo veemente contro i terribili errori perpetrati in Palestina contro il popolo palestinese dall’illegittimo regime sionista.

La punta avanzata di quelli tra noi che sono impegnati, attivamente e regolarmente, in questa controversia sono chiamati Neturei Karta, termine che può essere tradotto in modo approssimativo come Guardiani della Fede. Non siamo un partito o un’organizzazione a parte, ma rappresentiamo fondamentalmente la filosofia rappresentativa di una parte significativa dell’ebraismo ortodosso.

Permettetemi innanzitutto di dichiarare in termini categorici che il giudaismo e il sionismo sono incompatibili. Essi sono diametralmente opposti.

La questione deve sicuramente apparire a molti di voi che oggi sono qui come un paradosso. Dopo tutto, tutti sanno che i sionisti sono ebrei e che il sionismo è a vantaggio degli ebrei. I palestinesi sono i nemici dei sionisti. Come può essere allora che io, un ebreo, possa simpatizzare con la causa palestinese?

Vorrei cercare di rispondere a questa domanda e tornare all’argomento della mia conferenza – il giudaismo e il sionismo – su due livelli: la fede religiosa e l’umanitarismo. Tenete presente che essere umanitari è anche un obbligo religioso fondamentale.

Prima di tutto dal punto di vista della fede religiosa ebraica. Dobbiamo esaminare qualche aspetto della storia del popolo ebreo e della sua fede basilare nel controllo dell’Onnipotente sul nostro destino e su ciò che l’Onnipotente vuole da noi. Tutto questo è fissato nei nostri insegnamenti religiosi, nella nostra Torah, e ci è stato insegnato nel corso delle generazioni dai nostri grandi leader religiosi. Rispetto a tutto ciò, esaminiamo anche la storia del sionismo, come si è sviluppata e quali sono i suoi scopi.

La nostra religione è per noi un modo di vivere totale. Ci mostra come vivere una vita al servizio dell’Onnipotente. Influenza ogni aspetto della nostra vita, dalla culla alla tomba. Quello che ci viene insegnato è quello che ci è stato rivelato dalla Divina Rivelazione, come viene descritta nella Bibbia, circa tremila e cinquecento anni fa, e cioè quando venne alla luce il popolo ebreo. Tutti i nostri obblighi religiosi, pratici e filosofici, sono fissati nella Torah, che comprende la Bibbia (il vecchio testamento) e un vasto codice di Insegnamenti Orali che ci sono stati trasmessi nel corso delle generazioni.

Come detto, la nostra religione è un modo di vivere totale che copre ogni aspetto della nostra vita. Un aspetto della nostra religione, soggetto a certe condizioni, è che ci verrà data una terra, la Terra Santa, conosciuta ora come Palestina, nella quale vivere e attuare vari doveri del nostro servizio all’Onnipotente.

Ora, prima che io prosegua, desidero sottolineare qualcosa che è davvero fondamentale per capire la differenza tra il giudaismo e il sionismo, e cioè che il concetto di nazionalità dell’ebraismo ortodosso è molto diverso dal concetto di nazionalità ritenuto dalla maggior parte dei popoli. La maggior parte dei popoli pensano che la nazione sia un popolo specifico che vive in una terra specifica. La terra è essenziale per l’identità di una nazione. Una religione ci può essere come ci può non essere, ma la religione è irrilevante per l’identità nazionale. Il concetto di nazionalità del giudaismo ortodosso, tuttavia, è quello di un popolo specifico con una religione specifica. E’ la religione che stabilisce l’identità nazionale. Una terra ci può essere come ci può non essere, la terra è irrilevante per l’identità nazionale ebraica.

Questo è confermato dal fatto che la nazione ebraica è stata senza una terra per 2000 anni, ma fino a quando ha conservato la propria religione ha conservato la propria identità.

Ora ho detto in precedenza che ci è stata data una terra, ma a certe condizioni. Le condizioni erano, fondamentalmente, che dovessimo conservare i valori morali, etici e religiosi più alti. Il popolo ebreo ha posseduto la terra per i primi millecinquecento anni della sua esistenza. Ma purtroppo le condizioni non furono adempiute al livello richiesto [dall’Onnipotente] e gli ebrei vennero esiliati dalla loro terra. Negli ultimi duemila anni circa, il popolo ebreo è rimasto in uno stato di esilio decretato dall’Onnipotente, perché non aveva conservato i valori richiesti. Questo stato di esilio è la situazione che permane fino ad oggi. E’ una parte fondamentale della nostra fede accettare di buon animo l’esilio decretato dall’Onnipotente e non cercare di combattere contro di esso, o di farlo cessare con le nostre mani. Agire in tal modo costituirebbe una ribellione contro la volontà dell’Onnipotente.

In termini pratici, sebbene abbiamo conservato la nostra identità ebraica, in virtù del nostro attaccamento alla nostra religione, nondimeno l’esilio per noi significa innanzitutto che gli ebrei devono essere soggetti ai paesi in cui vivono in modo leale e non cercare di governare le popolazioni indigene di tali paesi.

In secondo luogo, significa che non possiamo tentare di costituire un nostro Stato in Palestina. Questo si applicherebbe anche se la terra non fosse occupata, e si applica certamente quando, come è questo il caso, c’è una popolazione indigena esistente. Questa proibizione costituisce una parte fondamentale del nostro insegnamento: ci è stato fatto giurare di non contravvenirvi e siamo stati ammoniti delle spaventose conseguenze in cui saremmo incorsi.

Ne consegue, perciò, che gli ebrei, oggi, non hanno il diritto di governare in Palestina.

Esaminiamo ora il movimento sionista. Venne fondato circa 100 anni fa, soprattutto da individui secolarizzati, che stavano abbandonando la loro religione ma conservavano ancora quello che consideravano il marchio [d’infamia] di essere ebrei in esilio. Ritenevano che il nostro stato di esilio fosse dovuto al nostro atteggiamento servile – la mentalità del Golus (esilio) – e non a un Ordine Divino. Volevano sbarazzarsi dei vincoli dell’esilio e cercare di costituire una nuova forma di identità ebraica. Non basata sulla religione ma basata sulla terra. Basata su una tipica aspirazione nazionalista, secolare, guidata dall’emozione, simile a quella della maggior parte delle altre nazioni. La loro politica aveva come perno centrale l’aspirazione di costituire uno Stato Ebraico in Palestina. Ma stavano forgiando un nuovo tipo di ebreo. In realtà non era assolutamente un ebreo – era un sionista.

Il movimento sionista costituiva l’abbandono completo dei nostri insegnamenti e della nostra fede religiosa – in generale – e in particolare un abbandono del nostro approccio al nostro stato di esilio e al nostro atteggiamento verso i popoli con cui viviamo.

Il risultato pratico del sionismo sotto forma dello Stato conosciuto come “Israele” è completamente estraneo al giudaismo e alla Fede Ebraica. Lo stesso nome “Israele”, che originariamente designava quelli che sono conosciuti come i Figli di Israele, e cioè il Popolo Ebraico, è stato usurpato dai sionisti. Per questa ragione, molti ebrei ortodossi evitano di riferirsi allo Stato sionista con il nome di “Israele”.

L’ideologia del sionismo non è quella di affidarsi alla divina provvidenza ma di prendere la legge nelle proprie mani e di forzarne il risultato sotto forma di uno Stato. Questo è del tutto contrario all’approccio alla questione dell’esilio che la nostra Torah ci richiede di adottare, per come ci è stato trasmesso dai nostri grandi leader religiosi.

Ho parlato finora dal punto di vista della fede religiosa. Ma esaminiamo il punto di vista umanitario (che è esso stesso un obbligo religioso, come ho detto in precedenza). L’ideologia dei sionisti era, ed è, quella di forzare l’aspirazione ad uno Stato senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di coloro che si trovano sulla loro strada. I palestinesi stavano sulla loro strada. Ci troviamo di fronte al fatto che, per conseguire un’ambizione nazionalista malconcepita, è stata commessa dai sionisti una scioccante trasgressione della giustizia naturale, costituendo in Palestina un regime illegittimo del tutto contro la volontà della popolazione lì residente, i palestinesi, trasgressione che inevitabilmente ha dovuto fondarsi sulla perdita di vite umane, sulle uccisioni e sui furti.

La maggior parte degli ebrei ortodossi accettano il punto di vista dei Neturei Karta fino al punto di non essere d’accordo, in via di principio, sull’esistenza dello Stato sionista, e non “verserebbero una lacrima” se tale Stato dovesse finire. Vi è tuttavia una gamma di opinioni su come affrontare il fatto che al momento lo Stato sionista esiste. Queste opinioni variano dalla cooperazione effettiva, all’accettazione pragmatica, all’opposizione totale sempre e comunque. Quest’ultima costituisce l’approccio dei Neturei Karta. Ma c’era e c’è un ulteriore fenomeno sionista che complica il quadro. Esso è costituito dai sionisti religiosi. Si tratta di persone che affermano di essere fedeli alla religione ebraica, ma sono state influenzate dalla filosofia, nazionalista e secolarizzata, sionista, e che hanno aggiunto una nuova dimensione al giudaismo – il sionismo, con lo scopo di costituire e di espandere uno Stato ebraico in Palestina. Essi cercano di realizzare questo scopo con grande fervore (io lo chiamo giudaismo con qualcosa d’altro). Essi affermano che questo fa parte della religione ebraica. Ma il fatto è che questo è assolutamente contrario agli insegnamenti dei nostri grandi leader religiosi.

Inoltre, da un punto di vista umanitario, anche la loro ideologia era, ed è, quella di forzare la loro aspirazione senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di chiunque si trovi sulla loro strada. I palestinesi sono quelli che si trovano sulla loro strada. La cosa più scioccante è che tutto questo viene fatto in nome della religione. Mentre in realtà c’è un obbligo totalmente contrario, da parte della nostra religione, ed è quello di trattare tutte le persone con compassione.

Per riassumere. Secondo la Torah e la Fede ebraica, l’attuale rivendicazione dei palestinesi – e degli arabi – a governare in Palestina è giusta ed equa. La rivendicazione sionista è sbagliata e criminale. Il nostro atteggiamento verso Israele è che l’intero concetto è sbagliato e illegittimo.

C’è un altro problema, ed è quello che i sionisti hanno fatto in modo di apparire come i rappresentanti e i portavoce di tutti gli ebrei e così, con le loro azioni, suscitano l’ostilità contro gli ebrei. Quelli che nutrono questa ostilità sono accusati di antisemitismo. Ma quello che deve essere messo decisamente in chiaro è che il sionismo non è il giudaismo. I sionisti non possono parlare a nome degli ebrei. I sionisti possono essere nati come ebrei, ma essere ebreo richiede anche l’adesione alla fede e alla religione ebraiche. Così ciò che diventa decisamente chiaro è che l’opposizione al sionismo e ai suoi crimini non implica l’odio per gli ebrei o l’”antisemitismo”. Al contrario, il sionismo stesso e le sue azioni costituiscono la più grande minaccia per gli ebrei e per il giudaismo.

La lotta tra arabi ed ebrei in Palestina è iniziata solo quando i primi pionieri sionisti vennero in Palestina con lo scopo esplicito di formare uno Stato sulla testa della popolazione araba indigena. Questa lotta è continuata fino ad oggi, ed è costata e continua a costare migliaia e migliaia di vite. L’oppressione, le violenze e gli omicidi in Palestina sono una tragedia non solo per i palestinesi ma anche per il popolo ebreo. E fa parte delle spaventose conseguenze che ci erano state preannunciate se avessimo trasgredito il nostro obbligo religioso di non ribellarci contro il nostro esilio.

Desidero aggiungere che il rapporto tra musulmani ed ebrei risale alla storia antica. La maggior parte delle relazioni furono amichevoli e reciprocamente vantaggiose. Storicamente, accadde di frequente che quando gli ebrei venivano perseguitati in Europa trovavano rifugio nei vari paesi musulmani. Il nostro attaggiamento verso i musulmani e gli arabi può essere solo di amicizia e di rispetto.

Vorrei finire con le seguenti parole. Noi vogliamo dire al mondo, specialmente ai nostri vicini musulmani, che non c’è odio o ostilità tra l’ebreo e il musulmano. Vogliamo vivere assieme come amici e vicini, come abbiamo fatto per la maggior parte del tempo nel corso delle centinaia e persino delle migliaia di anni in tutti i paesi arabi. E’ stato solo l’avvento dei sionisti e del sionismo che ha rovesciato questa lunga relazione.

Consideriamo i palestinesi come il popolo che ha diritto di governare in Palestina.

Lo Stato sionista conociuto come “Israele” è un regime che non ha diritto di esistere. La sua esistenza continuativa è la causa di fondo del conflitto in Palestina.

Preghiamo per una soluzione al terribile e tragico punto morto attuale. Auspichiamo che tale soluzione
avvenga sulla base delle pressioni morali, politiche ed economiche imposte dalle nazioni del mondo.

Preghiamo per la fine degli spargimenti di sangue e per la fine delle sofferenze di tutti gli innocenti – sia ebrei che non ebrei – del mondo.

Siamo in attesa dell’abrogazione del sionismo e dello smantellamento del regime sionista, che farà cessare le sofferenze del popolo palestinese. Accetteremmo di buon grado l’oppportunità di vivere in pace in Terrasanta sotto un governo che sia interamente conforme ai desideri e alle aspirazioni del popolo palestinese.

Che noi si possa meritare presto il tempo in cui tutto il genere umano vivrà reciprocamente in pace.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nkusa.org/activities/speeches/bham022603.cfm

domenica 22 marzo 2009

La Sporca Guerra di Corea


PIU’ DI 100.000 PERSONE MASSACRATE DAGLI ALLEATI DURANTE LA GUERRA DI COREA

Un’indagine ufficiale ha rivelato che più di 100.000 civili sudcoreani vennero massacrati dalle truppe alleate che combattevano a fianco dell’Inghilterra e degli Stati Uniti nella Guerra di Corea

Di Richard Spencer[1]

Le autorità coreane hanno scoperto fosse comuni contenenti migliaia di corpi, inclusi gruppi di bambini. Ricerche intensive di documenti, inclusi fascicoli declassificati a Washington, hanno scoperto le prove dei massacri di almeno 100.000 persone sospettate di simpatizzare per i nordcoreani.

Si ritiene che in qualche caso le forze americane furono presenti e, in almeno un caso, un ufficiale americano autorizzò un massacro di prigionieri accusati di avere simpatie di sinistra.

La Guerra di Corea, in cui la Corea del Sud, gli americani, gli inglesi e altre forze alleate combatterono contro la Corea del Nord e i suoi alleati cinesi fino a giungere ad una situazione di stallo, fu particolarmente sanguinosa.

Si è sempre saputo che vennero commesse atrocità da entrambe le parti, mentre il fronte del conflitto oscillava avanti e indietro, dal profondo sud fino alle vicinanze del confine cinese.

Ma sotto la dittatura militare della Corea del Sud, i crimini commessi dalle proprie forze sono stati discussi raramente. Le nuove scoperte indicano che c’era il disegno di sbarazzarsi di coloro che vennero sospettati di avere simpatie di sinistra, quando i nordcoreani stavano avanzando, e poi nuovamente di quelli che vennero accusati di collaborazionismo quando i nordcoreani si ritirarono.

L’indagine, condotta da una Commissione nazionale per la Verità e la Riconciliazione, è diventata profondamente controversa, perché c’è qualcuno che teme che sia volta a screditare il giusto atteggiamento filo-americano della politica sudcoreana.

Ma il suo operato è stato bene accolto dai sopravvissuti, come Kim Jong-chol, di 71 anni, che sfuggì quando aveva 14 anni a una fucilazione di massa. Suo padre, la sua sorella di sette anni, i nonni e i cugini vennero tutti uccisi.

“Quelli che assistettero alle uccisioni hanno detto che furono spaventose. Vennero uccisi dei neonati assieme alle madri che li tenevano in braccio”, ha detto. “Ora voglio che il governo riesumi i loro corpi, ed eriga un monumento alla loro memoria”.

Il padre di Kim era una guardia sudcoreana arruolata da una milizia locale dopo che le forze del nord varcarono il confine nel 1950 all’inizio della guerra.

Quando i sudcoreani e l’esercito americano recuperarono le posizioni, un capo della polizia locale del loro distretto, il distretto di Namyang Ju, ordinò che i sospettati di collaborazionismo venissero radunati, insieme alle loro famiglie.

“Venimmo portati in un magazzino del paese”, ha deto Kim, “ma riuscii a sfilarmi i legacci dai polsi e a fuggire via”.

“Due giorni dopo trovai la fossa dove avevano sparato ai prigionieri. Scavai con le mie mani e trovai i corpi di mia nonna e di mio nonno. Non ho mai trovato mio padre e mia sorella”.

Il massacro di Namyang Ju alla fine venne fatto cessare, ma non prima che venissero uccise 460 persone – uno dei tanti massacri che la commissione ha documentato nei dettagli.

Le ricerche negli archivi americani hanno rintracciato uno scambio di corrispondenza in cui un colonnello americano dà la sua approvazione a un massacro in cui vennero fucilate 3.500 persone sospettate di avere simpatie di sinistra.

Il professore Kim Dong-choon, uno dei 15 membri della commissione, ha detto che ci sono almeno quattro casi documentati di bombardamenti contro i civili, da parte degli americani. Gli americani temevano che vi fossero tra loro degli infiltrati. Inoltre, le forze americane furono presenti in due grandi massacri di migliaia di persone, vicino Busan e a Daejeon.

“Per le persone che hanno più di 70 anni e che hanno vissuto la guerra e la dittatura, tutto ciò non costituisce certo una novità – in tutti questi anni era un segreto di dominio pubblico”, ha detto. “Ma per la generazione più giovane molte cose erano finora sconosciute, e per loro è stato uno shock”.

Le truppe inglesi rientrano tra i pochi gruppi a cui non vengono mossi grossi addebiti dalla commissione, tranne l’accusa che, quali autorevoli partner dell’alleanza, conoscevano l’esistenza dei massacri ma non fecero pressioni sufficienti per indurre gli americani a interromperli.

E’ stato accertato dalla commissione che gli ufficiali inglesi protestarono con i generali americani e almeno in un caso intervennero militarmente per fermare una fucilazione di massa a nord di Seul.

Alla fine degli anni ’50, circa nello stesso periodo in cui la famiglia di Kim Jong-chol veniva uccisa, 37 truppe di Fucilieri Reali del Northumberland – arrivate da poco – vennero inviate dal Brigadiere Tom Brodie a rispondere ai rapporti sulle uccisioni dei civili.

“Erano stati già uccisi”, ha detto al Daily Telegraph il soldato David Strachan, uno dei due del gruppo ancora vivi, parlando dalla sua casa spagnola, dove vive in pensione. “Fu la polizia locale a farlo. Il nostro capitano li avvicinò, ma gli puntarono contro una pistola”.

“Ci diede l’ordine di puntare le baionette – e a quel punto misero giù le armi. Penso che salvammo lì circa 400 persone”.

Strachan ha detto che quando tornò in patria non vide discussioni su quello che aveva visto.

“C’erano profughi uccisi dappertutto. Assistemmo a un sacco di massacri”, ha detto. Quando tornai non vidi nulla su quello che era successo. Venne messo tutto a tacere”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/southkorea/4015742/More-than-100000-massacred-by-allies-during-Korean-War.html