sabato 28 febbraio 2009

Hoffman su Williamson


WILLIAMSON SULLA GRANDEZZA DI DIO; HOFFMAN SU WILLIAMSON[1]

Come qualcuno di voi saprà, il Vescovo Richard N. Williamson ha un blog settimanale: “Dinoscopus”.

La sua ultima nota è molto commovente. Attenzione: non contiene polemiche o controversie storiche di nessun genere. E’ una meditazione puramente contemplativa, di alto livello, sulla letteratura occidentale. Da qui si capisce che il Vescovo Williamson è un messaggero di cultura.

Non abbiamo bisogno di commentare il livello di quelli, tra i suoi avversari, che vorrebbero schiaffarlo in una galera tedesca in base a un Mandato d’Arresto Europeo. O Tempora! O Mores!
Potete leggere la sua nota del 28 Febbraio al seguente indirizzo: http://dinoscopus.blogspot.com/ .

Infine, dopo che abbiamo pubblicato, nei giorni scorsi, un articolo in questo blog sulle scuse del Vescovo per aver detto la verità[2], abbiamo ricevuto uno tsunami di lettere che lo relegano nelle “tenebre esteriori”, insieme a poche altre che lo difendono.

La mia opinione è che la seconda richiesta di scuse del Vescovo Williamson ha avuto lo scopo di allegerire la pressione esercitata su Benedetto XVI dalle forze schierate contro il Papa a causa della sua revoca della scomunica di Williamson.

Inoltre, se Dio si serve del Vescovo Williamson per smascherare la venalità e gli errori del giudaismo e dell’idolatria olocaustica, allora il Vescovo Williamson sarà davvero capace di difendersi e persino di spuntarla. Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra.

Ad esempio, da quando questa controversia è esplosa sulla scena mondiale, sono stato contattato da un eminente teologo, già famoso per la sua difesa di Papa Giovanni Paolo II, e da un professore di un prestigioso college cattolico conservatore. Entrambi queste persone erano ansiose di avere informazioni sul giudaismo e sulla truffa delle camere a gas omicide. Sono stato contattato anche da dozzine di altre nuove persone, non così famose, ma per l’appunto interessate alle verità proibite.

Questo è un esempio su scala ridotta di cosa accade quando una persona in posizione di leadership si prende la responsabilità di dire la verità alle potenze terrene. Quello che è stato appioppato ai cattolici in tutti questi lunghi anni dalla Chiesa Postconciliare è la più straordinaria esibizione di codardia verso queste potenze terrene, e questo ha demoralizzato e abbattuto innumerevoli anime che sentivano che se i papi non hanno il coraggio di affrontare gli eredi dei farisei, è perché è loro dovere comportarsi così.

Sebbene la seconda richiesta di scuse di Williamson sia secondo me una battuta d’arresto, non è stata una ritrattazione o un tradimento della verità detta sulla mistificazione delle camere a gas di esecuzione di Auschwitz. E’ stata invece una mossa diplomatica e caritatevole, e con questo non penso che si tratti di una riserva mentale o di una dichiarazione ambigua, ma di un tentativo del Vescovo Williamson di dichiarare alle persone di buona volontà dentro al Vaticano che lui non è un uomo testardo o orgoglioso. Ma nella misura in cui a nessun uomo può essere ordinato di dire una menzogna nel nome di Gesù Cristo, il Vescovo Williamson farà tutto quello che potrà, senza ricorrere alla menzogna, per aiutare il Papa a gettarsi dietro le spalle i sionisti e i rabbini.

Questo è certo un atto di fiducia nel Papa e nelle persone che lo circondano, che non è stato finora ricambiato, almeno non pubblicamente. Quello che trapela dai canali diplomatici dietro le quinte è un’altra questione.

A motivo dei miei gravi dubbi sulla moralità e l’etica del Vaticano e di questo Papa, se fossi al posto del Vescovo non avrei chiesto scusa una seconda volta. Tuttavia, sarebbe bene se tutti noi avessimo un po’ di umiltà e comprendessimo che noi non siamo al posto del Vescovo Williamson. Quelli tra noi che gridano sui tetti in e-mail anonime di quanto siano disgustose le sue scuse, potrebbero davvero essere i primi a capitolare se si trovassero al suo posto.
[1] http://revisionistreview.blogspot.com/2009/02/williamson-on-gods-grandeur-hoffman-on.html
[2] http://revisionistreview.blogspot.com/2009/02/bishop-williamson-apologizes-for.html

Un negazionismo perfettamente legale


UN NEGAZIONISMO PERFETTAMENTE LEGALE: QUELLO DELL’OLOCAUSTO COMPIUTO DAGLI ALLEATI A DRESDA

“IL MITO DI DRESDA: Storia – Per quanto sia stato discutibile, l’orrendo bombardamento del 1945 di Dresda aveva una chiara logica militare, dice uno storico britannico, perché era “un importante centro di trasporti e di comunicazioni distante meno di 120 miglia dai russi in avanzata”. Ogni Febbraio, egli dice, i neonazisti tedeschi protestatari gonfiano “il mito che la città non aveva nessuna importanza militare o industriale” in modo tale da “relativizzare l’Olocausto di Adolf Hitler”” (http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,607524,00.html ).

La replica di Michael Hoffman (http://revisionistreview.blogspot.com/2009/02/perfectly-legal-denial-of-allied.html ):

Questo è negazionismo dell’Olocausto del tipo accettabile. Uno va in prigione, in Germania, per aver detto che le camere a gas di esecuzione di Auschwitz-Birkenau erano “un mito”, ma la tesi che l’olocausto di Dresda è un mito viene pubblicata sullo Spiegel, il principale giornale tedesco, e resa oggetto di una discussione “seria e rispettabile”. Questa ipocrisia è sbalorditiva.

Non sono solo i “neonazisti” che protestano per il massacro di almeno 100.000 civili a Dresda. Chiunque, da Kurt Vonnegut agli stessi sopravvissuti ormai anziani, ha espresso il suo giusto sdegno.

La parola “olocausto” denota morte mediante fuoco. Dresda fu un olocausto – un incenerimento di massa – un atto di terrorismo che non può essere giustificato se non sulla base del concetto di colpa collettiva, sebbene anche questa nozione sia impresentabile poiché migliaia di vittime erano profughi in fuga dai sovietici.

Se è soltanto “moralmente discutibile” massacrare decine di migliaia di donne e bambini tedeschi, allora l’opera di deumanizzazione compiuta su di loro è completa.

Nessuno può discutere l’icona giudaica paurosamente gonfiata dei “sei milioni” di morti senza essere gettato in carcere, in Germania, ma per i morti di Dresda il più influente giornale tedesco può pubblicare impunemente la dichiarazione: “i neonazisti usano l’anniversario…per gonfiare paurosamente le cifre”

venerdì 27 febbraio 2009

Carlo Mattogno sulle analogie tra Olocausto e 11 Settembre


REVISIONISMO ECOMPLOTTISMO

di Carlo Mattogno

Prendo spunto dallo scritto di Franco Cardini sul caso Williamson[1], già esaminato da Andrea Carancini su questo Blog, anche se in una prospettiva molto particolare[2], per svolgere qualche considerazione su revisionismo e “complottismo”.

La pubblicazione da parte di Enrico Deaglio nel settimanale Diario dell’inchiesta Il complotto dell'11 Settembre? Una boiata pazzesca! (settembre 2006) ispirò a Pierluigi Battista questa recensione apparsa sul Corriere della Sera il 2 ottobre 2006:
«Le Twin Towers e la rivincita degli «ingenui»
Un ringraziamento speciale a Enrico Deaglio, che con il suo ultimo «Diario» ci fa sentire un po' meno sciocchi: noi ingenui che pensavamo fossero veri gli aerei dell' 11 settembre scagliati contro le Torri gemelle e il Pentagono, che i passeggeri fossero morti davvero, che il crollo del World Trade Center fosse causato degli aerei conficcati nei grattacieli con il loro carico di 37.800 litri di cherosene ciascuno. Stupidamente ignari che Osama Bin Laden fosse solo il nome d' arte di George W. Bush, eravamo abbindolati da una cupola di «sionisti, agenti Cia e Adepti Illuminati per il Nuovo Ordine Mondiale». Questo ci dicevano i maniaci del Complotto. Ma grazie a Deaglio, che ha portato in Italia il lavoro certosino di trenta giornalisti del Popular Mechanics, possiamo finalmente capire quale cumulo di menzogne e di teoremi bislacchi sia al centro della grande fantasia complottista. Non eravamo stupidi noi, erano i teorici del complotto che ci raccontavano un sacco di bugie. L' ossessione complottista, a differenza della realtà, esercita un fascino potentissimo. Suggerisce la sensazione inebriante di guardare le cose dietro il velo della verità ufficiale, trasforma la vita in un thriller avvincente e galvanizza l' esistenza con il sapore dell' intrigo. Per questo i manuali dei cospirazionisti dell' 11 settembre vendono milioni di copie e la trasmissione di Milena Gabanelli ad essi dedicata fa il boom di ascolti. Attenzione, però, perché la Grande Cospirazione è intessuta di colossali sciocchezze. Dicono che le torri sono crollate per effetto di «esplosioni controllate». Ma centinaia di esperti consultati dal giornale americano (e menzionati da «Diario») sostengono che è impossibile, che a quella temperatura l' acciaio si sbriciola, e che soprattutto, questo è il punto cruciale che persino noi profani possiamo afferrare, per ottenere l' esplosione «sarebbero state necessarie almeno 75 tonnellate di esplosivo, che avrebbero dovuto essere trasportate con carrelli e piazzate intorno alle colonne di acciaio». Pensate: un traffico pazzesco di camion e carrelli, con decine di persone impegnate a sistemare l' esplosivo, nel cuore di New York, senza farsi vedere da nessuno, contando sulla complicità di un numero incalcolabile di persone. Non è un' ipotesi fantasticamente insensata? E poi. Dicono che nessun aereo si è schiantato sul Pentagono, bensì un missile telecomandato dai malvagi architetti del complotto. E perché lo dicono? Perché nessuno l' ha visto in tv. Ma l' hanno visto centinaia di testimoni oculari: tutti agenti della Cia. E i passeggeri morti dell' American Airlines 77, i cui resti sono stati identificati con l' esame del Dna insieme a quelli dei cinque dirottatori? Agenti della Cia, e pure i parenti che fintamente ne piangono la scomparsa, gli esperti che hanno condotto le analisi, i trasportatori che hanno collocato rapidamente sul luogo finti rottami ancora fumanti di una finta fusoliera, i finti morti dell' United Airlines che si è schiantato in Pennsylvania, la sua finta scatola nera fintamente ritrovata, i parenti finti che hanno ricevuto le ultime finte telefonate disperate dei loro congiunti. Un immenso esercito di agenti della Cia. Non è straordinariamente sciocco credere alle suggestioni degli agguerriti complottisti? Migliaia di persone coinvolte e vincolate all' omertà, oltre a decine di controllori di volo compiacenti, centinaia di familiari assoldati, stuoli di politici e giornalisti. Ora che comincia anche in Italia il tour del circo itinerante dei complottisti, ospiti i Giulietto Chiesa e i Franco Cardini, un grazie rinnovato a Deaglio che ci mette al riparo da una gigantesca mistificazione. Per dirla con il suo titolo: una boiata pazzesca.
Battista Pierluigi»[3].

Franco Cardini e Giulietto Chiesa, sentitisi chiamati in causa, replicarono il 7 ottobre con la lettera che segue, indirizzata al direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e a Pierluigi Battista, Sergio Romano, Enrico Deaglio:
«Caro Direttore,
chiedendo a Lei (o, se ciò è da Lei ritenuto più opportuno, al dott. Sergio Romano) di pubblicare questa nostra lettera ci appelliamo, prima che alla legge sulla stampa, al Suo rispetto per la verità.
Nella rubrica “Opinioni” di qualche giorno fa, il dottor Pierluigi Battista indica i sottoscritti e altri loro omonimi, che noi non conosciamo (deduciamo ciò dal fatto che egli ci denomina “i Giulietto Chiesa e i Franco Cardini”: siamo dunque più di due) quali titolari di un “circo itinerante dei complottisti” che starebbe facendo “un tour” per propagandare una “Grande Cospirazione ...intessuta di colossali sciocchezze” a proposito dei fatti dell’11.9.2001. Le sciocchezze che noialtri “maniaci del complotto” propaganderemmo sarebbero state smentite dal n.XI.37/38 del “Diario” diretto da Enrico Deaglio che ha portato in Italia il lavoro certosino di trenta giornalisti del Popular Mechanics i quali avrebbero smascherato il “cumulo di menzogne e di teoremi bislacchi al centro della grande fantasia complottista”. Pertanto, a quel che sembra, noi propaganderemmo “un sacco di bugie”.
Purtroppo per il Suo valente collaboratore, la realtà è ben diversa. Enrico Deaglio ha riciclato, con un anno e mezzo di ritardo, il numero del marzo 2005 della rivista Popular Mechanics in cui compariva un’inchiesta-dossier dal titolo Debunking 9.11 lies (“Smentiamo le menzogne dell’11 settembre”), redatto non da “trenta giornalisti”, bensì da uno solo, Benjamin Chertoff, dal giornale definito our senior researcher (“il nostro ricercatore più esperto”), il quale avrebbe – a suo dire – intervistato ben 300 testimoni. Preferiamo tradurre senior con “più esperto” (la lingua inglese usa tale aggettivo in questo senso), giacché non possiamo credere ch’egli sia “ il più vecchio”, come una traduzione letterale indurrebbe a far credere. Difatti, il signor Chertoff è un promettente venticinquenne. Ignoriamo quanto sia esperto, e in quali campi, ma una cosa la sappiamo: egli è nipote di Michael Chertoff, un signore che il Presidente Bush ha nominato a capo del Dipartimento “Homeland Security”. Un ministro, quindi: il quale ben conosce le questioni dell’11 settembre, in quanto era a quel tempo assistant attorney a New York (e in tale veste è stato anche sospettato di aver occultato alcune prove che sarebbero state utili all’inchiesta). La parentela è stata confermata dal giornalista Christopher Bollyn su American Free Press del 7 marzo 2005 (al quale il Chertoff aveva cercato di mentire, negando il fatto). Naturalmente, dopo che negli States la cosa è stata smascherata, il dossier di Popular Mechanics è rapidamente scomparso dalla circolazione: oggi più nessuno lo citerebbe senza coprirsi di ridicolo. Ma, come accade sovente, lo si è ripresentato sotto altra forma (il libro Debunking 9/11 myths a cura di David Dunbar e Brad Reagan, Hearst Books, nato già vecchio) e intanto, secondo una buona regola commerciale di stampo liberista, si è cercato di riciclarlo alla periferia dell’impero. Non fanno così le multinazionali, quando “regalano” ai bambini africani derrate e medicinali scaduti, deducibili dalle imposte? Ha quindi davvero ragione la copertina del periodico del Deaglio: “Una boiata pazzesca”.
Pertanto, tutto quello che, riassumendo il Deaglio che ricicla il Chertoff, il Battista afferma a proposito dei dubbi emersi su alcuni aspetti della ricostruzione ufficiale di quella tragica giornata, non solo è stato ampiamente contestato dal marzo dello scorso anno ad oggi, ma è destituito di plausibile fondamento. E’ purtroppo stato altresì accertato che i molti pretesi intervistati dal Chertoff si riducevano da intervistati a ripetitori delle tesi avallate e fatte proprie dall’amministrazione Bush, quando non addirittura a persone in un modo o nell’ altro legate agli organi governativi. Quanto noi affermiamo, e molto di ben più grave, è ampiamente documentato in molte ricerche uscite sia a stampa, sia on line. Ci limitiamo a citare almeno tre fra le pubblicazioni più serie e attendibili: Jürgen Elsässer, Comment le Jihad est arrivé en Europe, Vevey, Xenia, 2006 (l’edizione originale è in tedesco; quella francese si avvale di una Prefazione di J.-P. Chevènement); Webster Tarpley, 9/11. Synthetic terror made in USA, Joshua Tree, California, Progressive Press 2006, ben 492 pagine; Barrie Zwicker, Towers of deception. The media cover-up of 9/11, New Society Publishers (Canada), 2006, pp. 400 accompagnate dall’impressionante DVD The great conspiracy. Aspettiamo con ansia il prossimo elzeviro dell’amico Battista, quando si sarà letto queste oltre mille pagine.
Cordiali saluti»[4].
Questo scambio di cortesie mostra quanto siano straordinarie le analogie tra revisionismo storico e “complottismo” relativo alle vicende dell’11 settembre 2001, cominciando dalla denominazione spregiativa, “complottisti”, che richiama quella di “negazionisti”:
- l’asserzione, come scrive Diario, di un’«“altra verità” che si contrappone alla “storia ufficiale”»(p. 12);
- il Führerbefehl riguardo all’attentato: «Osama bin Laden in persona forniva ulteriori dettagli della sua ideazione, addestramento e realizzazione della strage dell’11 settembre»(p. 12);
- i documenti e le prove: «Recuperati dagli archivi di al Quaeda, si sono visti i testamenti dei dirottatori, il loro addestramento alla lotta in una cabina di aereo e i famosi coltellini»(p. 12);
- le prove materiali: «Rottami della fusoliera del Boeing American Airlines 77 trovati sulla scena dell’attentato al Pentagono»(p. 15);
- le perizie tecniche;
- «centinaia di testimoni oculari»;
- i resti dei cadaveri e delle vittime «identificati con l' esame del Dna»;
- la confutazione radicale delle tesi “complottistiche”: «Due anni fa la rivista promosse un’inchiesta in profondità sull’11 settembre analizzando le teorie cospirazioniste. Mise al lavoro 30 giornalisti e intervistò 300 esperti e concluse, in un numero speciale del marzo 2005, che nessuna delle teorie resisteva alla prova dei fatti»(p. 13);
- il rimprovero classico ai “complottisti” di proferire «un sacco di bugie», «colossali sciocchezze», un «cumulo di menzogne».
In pratica, la “storia ufficiale” dell’11 settembre è, apparentemente, di gran lunga più documentata e inattaccabile della “storia ufficiale” delle “camere a gas” omicide.
In effetti, per le 23 o 28 “camere a gas” omicide dei quattro “campi di sterminio” totale di Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka, in cui sarebbero stati assassinati da 1.740.000 a 1.908.000 Ebrei, non esiste alcuna prova documentaria o materiale, soltanto testimonianze, contraddittorie e insensate. Per quanto riguarda Auschwitz, per le 7 “camere a gas” omicide del crematorio I e dei cosiddetti “Bunker” di Birkenau (cui vengono attribuite oltre 200.000 vittime) non ci sono parimenti prove documentarie o materiali, mentre a sostegno della realtà delle 8 “camere a gas” omicide dei crematori II-V di Birkenau vengono addotti soltanto alcuni “indizi”, ma tutti concentrati nella fase della costruzione degli impianti, sicché essi riguardano eventualmente la progettazione e la costruzione di “camere a gas” omicide, non già il loro impiego[5].
È come se la “storia ufficiale” dell’11 settembre, a cominciare dal crollo delle torri gemelle e delle loro vittime, fosse basata esclusivamente su testimonianze e su qualche indizio, senza alcuna prova documentaria o materiale.
Ma allora perché studiosi seri come Cardini “negano” questa “storia ufficiale”?
Perché, essendo dotati di intelligenza e di senso critico, non sono disposti a trangugiare “verità” preconfezionate, ma le analizzano tecnicamente mostrandone le incoerenze e l’infondatezza.
Esattamente ciò che fanno gli studiosi revisionisti nei confronti delle “verità” preconfezionate sulle “camere a gas”.
I “complottisti” si richiamano a pubblicazioni serie e attendibili, che invitano a leggere, ma che nessuno leggerà, perché Deaglio dixit, perciò non vale la pena di esaminare «oltre mille pagine» di «colossali sciocchezze»; proprio come i revisionisti hanno le proprie pubblicazioni serie e attendibili, che nessuno legge, perché Pierre-Vidal Naquet, Valentina Pisanty et alii dixerunt.
Nello scritto sul caso Williamson summenzionato, Cardini espone un “eptalogo” il cui primo punto suona così:
«la shoah è una realtà immensa, spaventosa e incontrovertibile, comprovata da documenti e testimonianze che possono senza dubbio venir riconsiderati e all’interno dei quali possono anche trovarsi errori e perfino falsificazioni, che tuttavia non sono praticamente suscettibili di attenuare in modo sensibile le enormi responsabilità di chi tali delitti concepì e attuò e di chi ne fu esecutore o complice».
Ma ciò può valere perfettamente anche per la “storia ufficiale” dell’11 settembre.

Si profila così una curiosa contraddizione di fondo: nell’ambito delle vicende dell’11 settembre i “complottisti” adottano una rigorosa metodologia revisionistica, ma nel quadro della Shoah la loro intelligenza e il loro senso critico si offuscano irrimediabilmente, sembrano colpiti da cecità e paralizzati, tanto che sono più che propensi a trangugiare senza battere ciglio tutte le relative “verità” preconfezionate.
Viltà? Timore di infrangere dei tabù inviolabili? Oppure, più semplicemente, ignoranza della metodologia e delle argomentazioni revisionistiche?
Una scelta metodologica appare comunque inevitabile: non si può essere ipercritici in un campo di indagine, completamente acritici in un altro.

Carlo Mattogno, 26 Febbraio 2009

[1] A proposito del caso Williamson e del “revisionismo-negazionismo”, in: http://21e33.blogspot.com/2009/02/franco-cardini-sul-caso-williamson.html.
[2] Davvero Gesù era “ebreo”? Lettera aperta a Franco Cardini, in: http://andreacarancini.blogspot.com/search?updated-max=2009-02-17T04%3A16%3A00-08%3A00&max-results=7
[3] Corriere della Sera, 2 ottobre 2006, p. 28, consultabile in:
http://archiviostorico.corriere.it/2006/ottobre/02/Twin_Towers_rivincita_degli_ingenui_co_9_061002064.shtml.
[4] http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=printpage&artid=2689
[5] Vedi al riguardo il mio articolo La “Repubblica” della disinformazione, in:http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/02/carlo-mattogno-la-repubblica-della.html

giovedì 26 febbraio 2009

L'appello allo sterminio dei palestinesi lanciato da importanti rabbini israeliani


Presentiamo la traduzione del secondo dei tre volantini diffusi il 17 Febbraio scorso dalla Vieille Taupe, benemerita associazione revisionista parigina. Si tratta del testo riguardante l'appello allo sterminio totale dei palestinesi lanciato un anno fa da alcuni influenti rabbini israeliani (la versione originale del volantino è disponibile all'indirizzo seguente: http://vho.org/aaargh/fran/archVT/vt09/20090217c.html ).

MIO DIO, SONO DIVENTATI MATTI!

Tutti i palestinesi dovrebbero essere uccisi;
gli uomini, le donne, i bambini e anche il bestiame
Rabbin Israël Rosen

Questa è una sentenza religiosa emessa l'anno scorso (1) dal rabbino Rosen, direttore dell’Istituto Tsomet, un istituto religioso per studenti e per soldati esistente da lunga data nelle colonie israeliane della Cisgiordania. In un articolo pubblicato da numerosi giornali religiosi israeliani, e ripreso dal giornale di sinistra Haaretz il 26 marzo (2008), Rosen afferma che ci sono degli elementi nella Torah che giustificano questa presa di posizione. Rosen, che ha l’autorità per emettere sentenze religiose per gli ebrei, ha scritto che i Palestinesi sono come il popolo degli Amaleciti che avevano attaccato le tribù ebree mentre andavano a Gerusalemme, condotti da Mosè, dopo la fuga dall’Egitto. Egli ha scritto che Dio ha trasmesso tramite la Torah una sentenza che aveva autorizzato gli Ebrei ad uccidere gli Amaleciti, e che questa sentenza è riconosciuta come facente parte della giurisprudenza ebraica.

Sentenza della Torah

L’articolo di Rosen, che ha fatto un gran rumore in Israele, includeva la sentenza della Torah: “Annientate gli Amaleciti dall’inizio alla fine. Uccideteli e spogliateli di ogni possedimento. Non mostrate nessuna pietà. Uccideteli senza fermarvi, uno dopo l’altro. Non lasciate nemmeno un bambino, una pianta, un albero. Uccidete il loro bestiame, dai cammelli agli asini”. Rosen aggiunge che gli Amaleciti non erano una razza o una religione particolari, ma piuttosto tutti quelli che odiavano gli ebrei per ragioni religiose o nazionali. Rosen va fino al punto di dire che gli “Amaleciti ci saranno finché ci saranno gli ebrei”. In ogni epoca gli Amaleciti si evidenzieranno fra le altre razze per attaccare gli Ebrei, e per questo la guerra contro di loro deve essere globale”. Egli raccomanda l’applicazione della “sentenza degli Amaleciti” e dice che gli Ebrei devono mettere in atto l’applicazione di questo giuramento in tutte le epoche, perché è un “comandamento divino”.

Rosen non esita a definire i Palestinesi come gli “Amaleciti della nostra epoca”. Scrive: “Quelli che uccidono gli studenti mentre stanno recitando la Torah e che inviano missili sulla città di Sdérot, che seminano il terrore fra gli uomini e fra le donne, quelli che ballano sul sangue versato sono gli Amaleciti, e noi dobbiamo rispondere loro con odio. Noi dobbiamo estirpare ogni traccia di umanità nei loro confronti, per permetterci di uscirne vincitori”.

La maggior parte dei rabbini israeliani che emettono sentenze religiose sostiene il punto di vista del rabbino Rosen

La cosa più grave è che la maggior parte dei rabbini autorizzati ad emettere dei pareri religiosi condivide il punto di vista del rabbino Rosen, come confermato dal giornale Haaretz. A capo di quelli che condividono queste opinioni troviamo il rabbino Mordechai Eliyahu, che rappresenta l’autorità maggiormente riconosciuta all'interno del movimento religioso in Israele. L’opinione di Rosen è condivisa anche dal rabbino Dov Lior, presidente del Consiglio dei rabbini della Giudea e della Samaria (Cisgiordania), e dal rabbino Shmuel Eliyahu che è il rabbino capo di Safed e il candidato alla carica di principale rabbino di Israele. Anche un certo numero di politici israeliani ha dato la propria approvazione, compreso Uri Lubiansky, il sindaco di Gerusalemme.

In Israele non c’è nessun dubbio che l’attacco ad una scuola religiosa a Gerusalemme, un anno fa, e nel corso del quale furono uccisi otto studenti ebrei, è stata l’occasione per l’emissione di precetti di natura razzista e fomentanti l’odio da parte delle autorità religiose ebraiche. Il giorno dopo l’attentato di Gerusalemme, un certo numero di rabbini guidati da Daniel Satobsky emisero un parere diretto alla gioventù ebraica e “a tutti coloro che credono nella Torah”, secondo il quale occorreva vendicarsi verso i Palestinesi più in fretta possibile. Una settimana dopo, un gruppo di rabbini influenti emisero una sentenza religiosa che autorizzava l’armata israeliana a bombardare le zone civili palestinesi. Questa sentenza è stata emessa dall’ “Associazione dei rabbini della Terra di Israele”, e stabilisce che le leggi religiose ebraiche permettono il bombardamento in Palestina delle zone abitate, nel caso in cui siano il luogo da dove partono gli attacchi contro le zone residenziali ebraiche. Viene precisato che “quando i residenti di città vicine ad infrastrutture e a località abitate ebraiche inviano razzi sulle infrastrutture ebraiche con l’obiettivo di uccidere e di distruggere, la Torah autorizza l’attacco con missili, anche se si tratta di zone residenziali abitate da civili.

Si può notare che queste dichiarazioni deliranti e infiammate hanno preceduto di molti mesi i bombardamenti su Gaza e l’operazione “piombo fuso” che gli ebrei stavano preparando. Ci piacerebbe sapere cosa ne pensano i Vescovi di Francia e in particolare quelli che sono coinvolti (a ragione) nel dialogo fra ebrei e cristiani, e di cosa discutono con i loro omologhi ebrei, oltre alla necessità di insegnare la Shoah.

“Dio rende matti quelli che vuole perdere!”

(1) Aprile 2008. Queste informazioni sono tratte da un articolo molto più sviluppato e pubblicato nel sito:
http://www.france-palestine.org/imprimersans.php3?id_article=8706
del quale consigliamo la lettura.

Horst Mahler in prigione per sei anni!


Il 25 Febbraio 2009, il tribunale di Monaco ha condannato Horst Mahler a 6 anni di prigione e, esattamente come era stato proceduto contro Sylvia Stolz, il celebre avvocato ha lasciato la sala delle udienze tra due poliziotti, avendo il giudice ordinato l'incarcerazione immediata.

mercoledì 25 febbraio 2009

Una petizione a sostegno di Mons. Williamson


Che siate cattolici oppure no, vi invitiamo a firmare la petizione a sostegno di Mons. Williamson disponibile all'indirizzo seguente: http://petitions.tigweb.org/FSSPX?signedpetition=1909320862 .

Eccone il testo tradotto:

SOSTENERE MONS. WILLIAMSON

Il 21 Gennaio è stata resa pubblica un’intervista di Mons. Richard Williamson concessa a una catena televisiva svedese in cui affermava – in buona sostanza, e in lingua inglese – che “non vi furono degli ebrei uccisi dai tedeschi nelle camere a gas”.

Come ci si poteva aspettare, certe autorità del giudaismo talmudico si sono strappate le vesti e hanno minacciato.
Come ci si poteva aspettare, la stragrande maggioranza della stampa mondiale si è scatenata contro di lui e contro Roma.
Come ci si poteva aspettare, molti vescovi francesi hanno nuovamente professato la loro fede nella religione della Shoah, per condannare e gettare l’anatema contro coloro che professano la religione del Golgota.

E’ con molta preoccupazione che abbiamo appreso in seguito che il superiore della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, Mons. Bernard Fellay, ha imposto il silenzio a Mons. Williamson. Mons. Williamson non può dunque difendere il proprio onore e quello di Roma contro la muta di cani lanciata dal Mondo contro di lui.

Ed è anche con una preoccupazione maggiore che abbiamo appreso che Mons. Fellay ha dichiarato che gli ebrei di oggi sarebbero “i suoi fratelli maggiori nella fede”.

Come possono coloro che hanno rinnegato la fede dei propri patriarchi e dei propri profeti essere i suoi fratelli maggiori nella fede?

Cattolici o no, ma attaccati alla difesa della verità storica, e a che tutti i vescovi e i sacerdoti della FSSPX continuino a difendere integralmente la fede cattolica, noi esprimiamo il nostro sostegno a Mons. Richard Williamson e preghiamo Mons. Bernard Fellay, a nome di Colui che è la Verità e il segno di contraddizione nel Mondo, di togliere l’interdizione che pesa sul suo confratello nell’episcopato.

Che Mons. Williamson non venga gettato in pasto e consegnato senza difesa ai nemici interni ed esterni della Chiesa cattolica!

martedì 24 febbraio 2009

Franco Cardini: professione di fede o professione di fideismo?


Franco Cardini mi ha risposto: alla mia lettera aperta dello scorso 16 Febbraio (http://andreacarancini.blogspot.com/2009/02/davvero-gesu-era-ebreo-lettera-aperta.html ) l'illustre professore ha risposto due giorni dopo con una replica, alquanto stizzita, in dodici punti (disponibile sul suo sito: http://www.francocardini.net/ ).

Inizialmente pensavo di rispondere punto per punto, ma poi mi sono reso conto che non ne vale la pena: ai lettori non cattolici di questo blog diatribe come queste (forse) non interessano, e per quanto riguarda i (molti) lettori cattolici di Cardini, penso che siano rimasti ulteriormente sconcertati dalla sua risposta.

Mi accontento di richiamare un solo punto, tra quelli formulati dal noto cattedratico:

Scrive Cardini: "Che la personalità di Gesu sia autenticamente storica, non è comprovato da sufficienti fonti. Voglio dire che, tradizione scritturale neotestamentaria a parte (sul cui valore storico è aperta una polemica vertiginosa), né Giuseppe Flavio, né Tacito, né Traiano ci forniscono prove storiche sufficienti a ritenere storica la figura di Gesù come riteniamo per esempio storica la figura di Giulio Cesare, sulla quale esiste una quantità di “prove incrociate” di tipo documentario (annali, ma anche documenti legittimamente ritenuti autentici di tipo epigrafico, archeologico, iconico ecc.)".

Si tratta di una posizione che, dopo il Concilio Vaticano II, è diventata dominante non solo nella pubblicistica cattolica di massa ma anche nelle università, sui giornali e nel mondo dell'editoria. Ma è davvero fondata? Chi cerca di argomentare in senso contrario, a favore quindi della piena attendibilità storica dei Vangeli, si trova sovente sbarrate tutte le porte che contano.

Ad esempio, importanti saggisti cattolici come don Ennio Innocenti e don Antonio Persili sono ancora oggi costretti a stampare in proprio i libri che scrivono, visto che persino noti editori che non esitano a professarsi cattolici, non sono interessati a pubblicare le loro opere.

Penso quindi che la migliore risposta, non solo al professor Cardini ma anche a questo clima di ostracismo, sia segnalare due libri, che ritengo particolarmente significativi, dei predetti autori. Il primo libro è: Sulle tracce del Cristo Risorto, di Don Antonio Persili, richiedibile all'autore all'indirizzo:

Don Antonio Persili
Piazza S. Giorgio 14
00019 Tivoli

Il secondo libro è: Gesù a Roma, di don Ennio Innocenti e Ilaria Ramelli (di cui don Innocenti è stato costretto a stampare in proprio anche la quarta edizione, nonostante che l'opera in questione abbia goduto di una recensione ampiamente favorevole da parte di Civiltà Cattolica).

Il volume è richiedibile a:
don Ennio Innocenti
Via Capitan Bavastro 136
00154 Roma

Cari lettori di questo blog, non abbiate remore a contattare gli autori e ad acquistare i suddetti libri: non ve ne pentirete!

lunedì 23 febbraio 2009

Un volantino su Gesù distribuito dalla Vieille Taupe


Il 17 Febbraio 2009 la Vieille Taupe, nota e benemerita associazione revisionista parigina, ha pubblicato tre volantini molto interessanti (il cui testo originale è consultabile al seguente indirizzo: http://vho.org/aaargh/fran/archVT/archVT.html ). Uno di questi, quello su Gesù e la conversione degli ebrei, lo abbiamo subito fatto tradurre per questo blog, poichè il suo contenuto cade, come si dice, a fagiolo nel dibattito in atto con lo storico Franco Cardini su questo argomento.

Eccone il testo:
ESISTONO ANCORA I CATTOLICI FEDELI AL MESSAGGIO DI GESU' CRISTO?

Che senso può avere la parola “Cattolico” fuori dal rispetto dei fatti e delle gesta di Gesù Cristo?
E che senso può avere la parola “Cristiano?”
Il Cristo, circonciso e presentato al Tempio, tanto da poter essere giudicato attraverso i Vangeli, era un ebreo (1) originario della Galilea che predicava nelle sinagoghe della Palestina occupata.
Si è circondato da discepoli ebrei, gli apostoli, per diffondere il suo insegnamento innanzitutto tra gli ebrei. Ma Cristo era portatore di un messaggio diverso da quello che si aspettavano i farisei e i sadducei. Altrimenti non si comprenderebbe che cosa Cristo è venuto a fare sulla terra!
E non si comprenderebbe perchè le autorità religiose del Tempio di Gerusalemme hanno complottato contro di Lui. E ottenuto la condanna a morte di Cristo sulla Croce, dalla autorità romane, detentrici dello Jus gladii in quanto potenza imperiale che riconosceva la giurisdizione della religione locale.
In modo quanto mai evidente un Cristiano non potrebbe essere antisemita, pena l'assurdità e la contraddizione. E non potrebbe negare il rinnovamento radicale portato per il messaggio di Cristo e degli apostoli: "la nuova Alleanza compiuta universalizzando l'antica Alleanza".
In modo evidente un Cristiano non può cessare di sperare che gli Ebrei si convertano al messaggio di Cristo. E non può cessare di sperare che gli Ebrei ripudino le loro fantasie di dominio locale e mondiale.
Qual'è l'essenza del messaggio di Cristo che i farisei e i sadducei non potevano accettare? Un messaggio universale, un messaggio d'amore rivolto a tutta l'Umanità, un messaggio di pace ottenuto non con la dominazione ma con la giustizia. (2)
Ed è l'ebreo e cittadino romano San Paolo, convertito sulla via di Damasco, che esprimerà meglio questo messaggio e lo metterà in pratica nella sua azione missionaria verso i gentili e verso gli ebrei: "Non ci saranno più nè ebrei nè greci!".
Se l'Antica Alleanza non era sufficiente a se stessa, perchè gli Ebrei attendevano il Messia?
Che cosa potrebbe aspettarsi un Cristiano se non il riconoscimento del Messia da parte degli Ebrei, Messia creatore per mezzo dell'accettazione umanamente inconcepibile (soprannaturale) della morte sulla Croce per arrestare il ciclo di violenza degli uomini e vincere il loro orgoglio?
Il libro allegato qui sotto è il libro di un ebreo divenuto cristiano cattolico ortodosso, in quanto ha vissuto e sperimentato successivamente sulla propria pelle il vicolo cieco al quale porta il messianismo "comunista" in Russia e il messianismo sionista in Palestina, i due grandi messianismi carnali del XX° secolo, dei quali molti ebrei si sono investiti.
Il libro di Israel Adam Shamir, La battaglia del discorso, è un grido di speranza e un appello, come lo era stata la conversione dell'ebreo Vanunu affinché si compisse infine la missione di Cristo:
"Pace in terra agli uomini di buona volontà".
E questo suppone che gli Ebrei compiano infine la Missione che Dio ha loro affidato e rinuncino al vello d'oro e ad ogni messianismo carnale. E che rinuncino all'idolatria del loro Stato ebreo, come aveva chiesto loro già Cristo, a favore di un messianismo puramente spirituale:
"Il nostro regno non è di questo mondo!"
"Date a Cesare quello che è di Cesare!"
Così Cristo non sarà morto e risuscitato invano. Ed il suo Vangelo, la narrazione fatta dai suoi discepoli giudei, potrà continuare a guidarci.
Un gruppo di ricercatori Cattolici
(1) la parola "ebreo" per intendere gli ebrei della diaspora dopo la distruzione del Tempio appare piuttosto tardi e solleva numerosi problemi. La pretesa dei giudei moderni di discendere dagli "Ebrei" e dalla stirpe di Abramo rivela una fantasia razzista.
(2) Pax Christi in opposizione a Shalom. Shalom, che si traduce allo stesso modo di "pace", è la tranquillità che deriva dall'annientamento dei propri nemici, in opposizione alla pace "pacifica" ottenuta con un ordine giusto e con il rispetto dell'altro e della sua alterità.

domenica 22 febbraio 2009

Paul Rassinier, buon Samaritano di Pio XII


Non c’è dubbio che la migliore difesa dell’operato di Papa Pio XII durante la seconda guerra mondiale sia a tutt’oggi L’OperazioneVicario”, di Paul Rassinier (disponibile dal 2005 nell’eccellente traduzione di Ilaria Ramelli: http://ita.vho.org/Rassinier.htm ). Della bontà del libro di Rassinier se n’è accorto anche un saggista cattolico come don Curzio Nitoglia (http://www.doncurzionitoglia.com/OLOCAUSTO-310120009.htm ).

E’ possibile trovare delle interessanti notizie, sia sull’opera di Rassinier in generale che su quest’ultimo libro, nella pregevole tesi di laurea di Jean Plantin dedicata al fondatore del revisionismo dell’Olocausto (http://vho.org/aaargh/fran/livres3/JPRassinier.pdf ). In particolare, nel capitolo 2 della seconda parte (Pie XII, le pape outragé) è possibile leggere le frasi seguenti:

“L’opera di Rassinier [L’Operazione “Vicario”] fu nel complesso ben accolta negli ambienti cattolici e anche tra le più alte sfere della Chiesa. In guisa di conclusione a questa questione del “Vicario” ci è sembrato interessante citare un estratto della lettera, datata 24 ottobre 1965, che Mons. Georges Roche, Superiore Generale dell’Opus Cenaculi del Vaticano, indirizzò a Paul Rassinier:

“Ho letto il vostro libro L’Operazione “Vicario” e questa lettura mi ha sconvolto. Voi conoscete, in San Luca, la parabola del buon Samaritano (gli scismatici e gli atei di quel tempo)…Ateo e libero pensatore, voi siete, ai miei occhi, il buon Samaritano. Voi siete e sarete a lungo il rimprovero vivente per tutti quei sacerdoti e tutti quei leviti che, alla maniera di Pilato, si lavano le mani di fronte a questa criminale operazione “Vicario” e, con il loro silenzio e la loro codardia di fondo diventano, davanti alla storia, i complici dei “briganti” che non potendo più uccidere Pio XII, vogliono ucciderne la memoria…

Vi ringrazio con tutto il fervore della mia anima, a nome di tutti quelli che, fedeli alla memoria incorruttibile di Eugenio Pacelli, non hanno la vostra cultura storica, il vostro talento letterario, e forse (lo dico arrossendo) il vostro coraggio tanto ammirevole quanto indomabile”.

sabato 21 febbraio 2009

Omer Goldman: la meglio gioventù d'Israele


RIFIUTARE DI SERVIRE

Di Dheera Sujan, 22 Gennaio 2009[1]

Omer Goldman ha 19 anni, è ebrea, vive a Tel Aviv, è una bella ragazza e non è difficile immaginare che riesca a realizzare la sua ambizione di diventare un’attrice.

Ma da quando aveva 8 anni, ha anche un altro sogno – quello di lavorare con un’organizzazione come Amnesty International, sperando di contribuire a realizzare un mondo migliore. Fino ad ora, il suo modo di agire in questa direzione è andando in prigione. Scegliere di andare in prigione piuttosto che servire nell’esercito israeliano – un adempimento obbligatorio per tutti i giovani israeliani.

E Omer Goldman non era destinata alla prigione. Per la maggior parte della propria vita pensava di arruolarsi nell’esercito, e di diventare un eroe del proprio paese. Dopo tutto, suo padre, è un ex capo del Mossad, ed è ancora considerato uno degli uomini più potenti dell’apparato di sicurezza del paese. La sua sorella maggiore e la maggior parte dei suoi amici hanno fatto il servizio militare senza discutere.

Ma la seconda guerra contro il Libano ha iniziato a cambiare la mente di Omer. Ha visitato Hebron, ha iniziato ad andare regolarmente in Cisgiordiania e ha visto come i palestinesi vivono, come vengono trattati.

Ha iniziato ad andare alle dimostrazioni, e ha fatto parte, in un paese della Cisgiordania, di un gruppo di protesta che cercava di rimuovere un checkpoint che era stato costruito in mezzo al paese senza alcuna necessità.

“Non doveva stare lì”, dice, “lo hanno messo solo per angariare i paesani”. E improvvisamente i soldati hanno iniziato a fare fuoco contro il gruppo di manifestanti.

“Questo è l’esercito che ero stata indotta a credere che mi stava proteggendo, che mi stava aiutando”, dice: lo shock dell’avvenimento è ancora evidente nella sua voce. E’ stata colpita ad una mano da un proiettile di gomma e in quel momento ha capito che non avrebbe mai indossato l’uniforme di una forza che commette azioni del genere.

Il giorno che doveva firmare, si è presentata con un centinaio di sostenitori. E si è pubblicamente rifiutata di arruolarsi. E’ stata immediatamente portata in una cella, e poi davanti a un tribunale militare, dove il giudice – un ufficiale di alto rango – ha cercato di convincerla che poteva diventare un soldato e cambiare le cose dall’interno.

“Potresti offrire caramelle ai bambini palestinesi nei checkpoint”, le ha detto, a quanto pare senza ironia. La sua replica – “offrire caramelle non cambia il fatto che sarò lì illegalmente” – lo ha fatto infuriare tanto che le è stata inflitta una sentenza più dura di quelle comminate ad altri obbiettori di coscienza che stavano lì quel giorno.

Omer ha scontato due periodi di tempo in galera – e nonostante la sua paura della prigione, e la sua consapevolezza che è stata un’esperienza orribile venire rinchiusa in una cella di medie dimensioni con altre quaranta donne – dice che retrospettivamente quel periodo è stato tra quelli più significativi della propria vita.

Omer è adesso esentata dalla coscrizione per motivi medici, ma continua a partecipare alle dimostrazioni, e a parlare pubblicamente contro quella che considera un’ingiustizia commessa dai propri connazionali e dal suo governo contro una popolazione civile innocente. La sua presa di posizione le è costata parecchio. Gli amici l’hanno allontanata, gli estranei l’hanno attaccata fisicamente, e suo padre rifiuta ogni contatto con lei.

Così, perché continuare? Perché prendere una tale posizione? La sua risposta è ferma:

“Perché quando l’Occupazione finirà, in venti o trent’anni, sebbene spero che succeda prima, voglio poter dire che ho fatto qualcosa, che non sono stata solo a guardare questa ingiustizia…il mio stare in prigione non ha aiutato neanche un palestinese, lo so, ma almeno ho fatto qualcosa pensando che fosse giusta – per dire che la violenza non è la risposta.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.radionetherlands.nl/thestatewerein/otherstates/tswi-090124-Omer-Goldman

venerdì 20 febbraio 2009

Hampshire all'avanguardia nel boicottaggio di Israele


IL COLLEGE HAMPSHIRE DIVENTA IL PRIMO COLLEGE DEGLI STATI UNITI A DISINVESTIRE DALL’OCCUPAZIONE ISRAELIANA[1]

Il college Hampshire di Amherst, Massachussets, è diventato il primo college degli Stati Uniti a disinvestire dalle aziende coinvolte nell’occupazione israeliana della Palestina.

Questo passo cruciale è il diretto risultato di due anni di campagna intensiva da parte del gruppo del campus, Students for Justice in Palestine (SJP). Il gruppo ha fatto pressioni sul consiglio di amministrazione del college Hampshire affinché disinvesta da sei aziende ben precise, a causa della violazione dei diritti umani nella Palestina occupata. Oltre 800 studenti, professori, ed ex allievi hanno firmato la “dichiarazione istituzionale” del SJP che chiedeva il disinvestimento.

La proposta avanzata dal SJP è stata approvata Sabato 7 Febbraio dal consiglio di amministrazione. Nel disinvestire da queste aziende, il SJP ritiene che Hampshire abbia preso le distanze da relazioni di complicità con l’occupazione illegale e con i crimini di Israele.

I verbali del consiglio di amministrazione del college confermano che “il Presidente Hexter ha riconosciuto che è stato merito del SJP portare questa questione all’attenzione del comitato”. Questa decisione pionieristica fa seguito, nella storia di Hampshire, al fatto di essere stato il primo college del paese a disinvestire 32 anni fa dal Sudafrica dell’apartheid, una decisione presa sulla base di analoghe preoccupazioni umanitarie. Questo disinvestimento è anche stato il risultato diretto della pressione esercitata dagli studenti.

Il disinvestimento è stato sin qui approvato, tra gli altri, da Noam Chomsky, Howard Zinn, Rashid Kalidi, dalla vice-presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, da Cynthia McKinney, dall’ex membro dell’African National Congress[2] Ronnie Kasrils, da Mustafa Barghouti, dallo storico israeliano Ilan Pappe, da John Berger, dal Premio Nobel Mairead Maguire, e da Roger Waters dei Pink Floyd.

Le sei corporation, che forniscono tutte il complesso militare israeliano con attrezzature e servizi, nella Cisgiordania Occupata e a Gaza, sono: Caterpillar, United Technologies, General Electric, ITT Corporation, Motorola e Terex. Inoltre la nostra politica impedisce ogni reinvestimento in tutte le compagnie coinvolte nell’occupazione illegale.

SJP risponde all’appello della società civile palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento, e le Sanzioni (BDS) come mezzo di pressione non violenta per costringere lo stato di Israele a cessare le sue violazioni del diritto internazionale. Il SJP si è posto sulla scia di molti gruppi e istituzioni famose quali la National Association of Teachers in Further and Higher Education [Associazione degli insegnanti dell’istruzione superiore], in Inghilterra, il gruppo israeliano Gush Shalom, il Congress of South African Trade Unions [Congresso dei sindacati sudafricani], la Canadian Union of Public Employees [Unione canadese degli impiegati pubblici], e l’American Friends Service Committee[3].

Mentre esprimiamo la nostra opposizione all’occupazione illegale e alle gravi violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese, in quanto membri di un istituto di istruzione superiore consideriamo nostra responsabilità morale quella di esprimere la nostra solidarietà agli studenti palestinesi il cui accesso all’educazione è gravemente ostacolato dall’occupazione israeliana.

Il SJP ha dimostrato che i gruppi studenteschi possono organizzare, chiamare a raccolta e fare pressioni sulle proprie scuole affinché disinvestano dall’occupazione illegale. Il gruppo spera che questa decisione aprirà la strada ad altre istituzioni di istruzione superiore degli Stati Uniti affinché prendano misure analoghe.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://bdsmovement.net/?q=node/301
[2] Il partito di cui è stato leader Nelson Mandela
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/American_Friends_Service_Committee

La Svizzera non abolirà la legge museruola


Questa volta, la Svizzera non è stata all'altezza: non è riuscita a raccogliere le 100.000 firme necessarie all'iniziativa popolare "Per la libertà di espressione: no alle museruole", che aveva per scopo l'abolizione dell'articolo 261 bis del Codice penale, questo articolo famoso che, dal 1995, permette di condannare i revisionisti.

Oltre gli ostacoli incontrati per ottenere delle firme su un tale argomento - di cui la maggior parte della gente se ne infischia - un certo numero di circostanze si sono congiunte per accentuare la difficoltà di questa raccolta di firme.

La Svizzera potrà dunque continuare a condannare i revisionisti e a imprigionarli, come ha fatto con G. A. Amaudruz, messo in prigione precisamente per il suo revisionismo nel 2003 all'età di 83 anni.

giovedì 19 febbraio 2009

Studenti italiani: cosa aspettate a seguire l'esempio?


GLI STUDENTI ARRABBIATI PER GAZA FANNO RINASCERE I SIT-IN

Di Alexandra Topping, The Guardian, 14 Febbraio 2009[1]

Una nuova onda di attivismo studentesco scatenata dagli avvenimenti di Gaza ha visto in Inghilterra decine di edifici universitari occupati, con alcuni degli istituti educativi di vertice del Regno Unito che hanno acconsentito ad assegnare borse di studio a studenti palestinesi o a disinvestire da aziende di armi legate a Israele.

Sebbene l’attacco al territorio [di Gaza] sia finito tre settimane fa, il perdurare della rabbia per l’attacco ha spinto gli studenti a inscenare dei sit-in in 21 università, molti dei quali organizzati tramite blog, Facebook e messaggi di posta elettronica.

Gli studenti di Glasgow e Manchester rifiutano di lasciare gli edifici fino a quando le loro richieste non verranno accolte, dopo che occupazioni analoghe in altre università hanno ottenuto risultati tangibili in quella che viene vista come una nuova epoca di attivismo studentesco altamente organizzato.

Katan Alder, di 22 anni, uno dei 50 contestatori dell’Università di Manchester che hanno occupato un edificio dell’università per 9 giorni, ha detto che gli studenti stanno abbandonando le tattiche diplomatiche in favore dell’azione diretta.

“C’è un nuovo livello di rabbia tra gli studenti che prima non vedevamo”, ha detto. “C’è decisamente una nuova fiducia tra gli studenti, che iniziano a capire che se vogliono ottenere qualcosa la semplice trattativa non funziona: le nostre azioni devono intensificarsi”.

Gli studenti del Goldsmiths, Università di Londra, hanno finito ieri l’occupazione dopo che la loro richiesta – due borse di studio per studenti dell’Università palestinese di Al-Quds – sono state accolte. Gli studenti si sono mobilitati per un anno senza successo, ma le loro richieste sono state accolte nel giro di 24 ore dopo che avevano occupato il municipio di Deptford, che ospita gli uffici dei dirigenti dell’università, ha detto James Heywood, di 21 anni.

“Venivamo ignorati e trattati concondiscendenza, così quando abbiamo visto quello che stava succedendo in altre università siamo passati all’azione diretta”, ha detto.

La tecnologia ha avuto un ruolo integrale nelle proteste. Nel giro di pochi minuti dall’inizio dell’occupazione gli studenti del Goldsmiths si sono messi a bloggare, e una recente protesta che ha riunito 2.000 studenti è stata organizzata quasi esclusivamente tramite messaggi di testo virale, ha detto Heywood.

Le richieste degli studenti includono un appello a cessare tutti gli investimenti in aziende d’armi che possono commerciare con Israele, borse di studio per studenti palestinesi e assistenza umanitaria.

Al King’s College di Londra, gli studenti hanno ottenuto borse di studio e donazioni per istituzioni palestinesi.

Un’occupazione di 7 giorni all’Università di Cambridge, che ha visto vietare agli studenti l’accesso al cibo prima di essere minacciati da un’ingiunzione del tribunale il 1 Febbraio, ha ottenuto poco in fatto di concessioni.

Ma la scorsa settimana 60 accademici dell’università hanno inviato una lettera aperta al vice-cancelliere lamentando le tattiche da “mano pesante” utilizzate per stroncare la protesta e sostenendo gli appelli degli studenti a disinvestire dall’industria delle armi e a offrire borse di studio agli studenti palestinesi.

La professoressa Priyamvada Gopal, una dei firmatari, ha detto: “E’ stato solo quando gli studenti si sono galvanizzati che abbiamo pensato di scrivere una lettera di gruppo come accademici, seguendo l’esempio degli studenti”.

Ella crede che il movimento sia uno dei primi segni di una nuova consapevolezza politica. “Finora questa è una minoranza piccola ma rumorosa, ma penso che stiamo assistendo a un’emersione dalla frivolezza e dall’apatia degli anni ‘90”.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/world/2009/feb/14/gaza-student-protests

Vincent Reynouard ancora libero, nonostante tutto!


Ieri, 18 Febbraio, alle 6 del mattino, numerosi membri della polizia giudiziaria belga hanno fatto irruzione al domicilio di Vincent Reynouard. Presentatisi con un fabbro, non hanno suonato e sono andati direttamente a perlustrare le varie stanze dell’abitazione. Poiché Vincent era assente, sono tornati a mani vuote. Hanno però detto alla moglie che erano “sotto pressione” da parte della Procura e che torneranno “tutti i giorni”, di mattina e di sera, per catturare Vincent. Hanno anche aggiunto: “Augurate buon compleanno a vostro marito”, poiché Reynouard è nato il 18 Febbraio 1969. Ha dunque compiuto ieri 40 anni.
Aggiungiamo che, da diversi mesi, Vincent Reynouard era giunto a farsi una clientela dando lezioni private (pur nella latitanza!). Era riuscito a raccogliere qualche centinaia di euro al mese e a inviarli alla famiglia. Il passa-parola aveva ben funzionato, tutti gli allievi si conoscevano. In seguito alla comparsa di un articolo su di lui su “Paris-Match”, un genitore di un allievo lo ha identificato. In questo caso, il passa-parola è servito nel senso contrario. In meno di una settimana, Vincent ha perduto tre quarti dei suoi allievi. Inoltre, a causa della delazione, ha dovuto abbandonare l’appartamento dove si era rifugiato, e coloro che gli erano rimasti fedeli. Interrogato sugli ultimi fatti, Vincent ha detto che tutto questo non cambierà niente: continuerà fino all’ultimo secondo di libertà a lottare per la "Verità". Mandiamo quindi un saluto affettuoso alla sua coraggiosa moglie e ai suoi coraggiosi figli i quali, malgrado tutto, continuano a formare una famiglia unita e solidale. Ieri mattina, il suo primogenito (che aveva visto nel 2006, a Parigi, suo padre arrestato e ammanettato) ha detto semplicemente: “Questo mette del pepe sulla vita…”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Auschwitz: l'esistenza occultata delle camere di disinfestazione


Le polemiche delle scorse settimane relative ai casi Williamson e Abrahamowicz hanno mostrato un dato incortrovertibile: l’”uomo della strada” ignora totalmente che, comunque la si voglia pensare sulle (presunte) camere a gas omicide annesse ai crematori, ad Auschwitz c’erano comunque delle vere camere a gas di disinfestazione. La pubblicistica di massa fa di tutto per tenere i propri lettori disinformati su questo aspetto cruciale ma la storiografia sterminazionista – quella più seria, almeno – da tempo ha dovuto ammetterlo. Ecco ad esempio cosa scrive Jean-Claude Pressac nel suo monumentale studio Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, (scritto nel 1989 e disponibile in rete all’indirizzo seguente: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/pressac0053.shtml): “Lo studio dei “siti Cantiere” BW 5a e 5b nella prima fase di costruzione (Birkenau 1) presenta camere a gas di spidocchiamento che utilizzano Zyklon-B e mostra l’evoluzione delle tecniche di “disinfestazione” utilizzate in questi edifici.

“Quando Birkenau 1 venne completato, vi fu il bisogno urgente di avere un’installazione di spidocchiamento, come quella dello Stammlager, Block 3. Venne elaborato un progetto, che mostra docce e impianti di spidocchiamento riuniti assieme, una soluzione che inizialmente non era stata possibile nel campo principale. Poiché la situazione sanitaria dei prigionieri era catastrofica, il solo prodotto adatto per misure drastiche era lo Zyklon-B, già utilizzato in precedenza, un prodotto che essendo sotto forma di gas doveva venire utilizzato necessariamente in uno spazio chiuso, una “Gaskammer/camera a gas”. I due edifici, BW 5a e 5b avevano una camera a gas per edificio, ognuna provvista di due ventilatori.

“Ma dall’Aprile del 1943 venne deciso di sostituire le camere a gas di spidocchiamento con una tecnica meno pericolosa, quella delle camere di disinfestazione ad aria calda [Disegno della Direzione delle Costruzioni 2262 dell’8/4/1943]. Questa conversione venne concretizzata nel disegno 2540 del 5 Luglio 1943.

“Attualmente, tuttavia, solo il BW 5b ha ancora una camera a gas in conformità con i disegni 801, 1293 e 1715. Vari miglioramenti fatti alle installazioni BW 5a e 5b implicarono che tali installazioni vennero provviste di vere saune […].

“Negli edifici BW 5a e 5b, lo spidocchiamento dei prigionieri e la loro vestizione seguivano sempre lo stesso schema. Semplificando in qualche modo la procedura, i prigionieri entravano, da sinistra a destra, attraverso l’entrata frangivento, nella camera “sporca”, dove si spogliavano, e i loro vestiti venivano presi in consegna attraverso l’anticamera “sporca” e inviati nella camera a gas. Dopo la distruzione dei pidocchi mediante l’acido cianidrico, gli effetti personali venivano, privi dei parassiti ma ancora sporchi, restituiti ai prigionieri. Da parte loro, i prigionieri, passavano sotto le docce, la cui temperatura variava secondo il capriccio del “mixer” di acqua calda/fredda a disposizione, quindi uscivano sul lato “pulito” e aspettavano che i loro vestiti venissero sottoposti a trattamento per poterli indossare di nuovo […].

“Questo procedimento aveva un serio problema: i vestiti sporchi, che erano stati indossati con i pidocchi, venivano restituiti con i pidocchi morti ma ancora in uno stato di sporcizia. Vennero prese delle disposizioni per cercare di alleviare questo problema, l’uso di autoclavi e di camere ad aria calda rendeva infatti possibile disinfestare e disinfettare allo stesso tempo, come pure pulire in modo approssimativo. […]”

Ecco quindi dimostrato che le camere a gas di disinfestazione esistettero davvero, e non vennero utilizzate per uccidere i detenuti (pur essendo, secondo un autorevole studioso come Carlo Mattogno, perfettamente adatte allo scopo) ma per tenerli in vita. E non basta: da quello che scrive Pressac l’amministrazione del campo cercò anche di migliorare la pulizia non solo dei detenuti ma dei loro vestiti: come quadra tutto questo con un programma di sterminio?

martedì 17 febbraio 2009

Due appelli di Ahmadinejad in favore del revisionismo


Estratti, riprodotti in inglese dall’agenzia pro-israeliana MEMRI (Middle East Media Research Institute), di due importanti discorsi tenuti dal Presidente Ahmadinejad il 27 e il 28 gennaio del 2009 (la settimana della Giornata internazionale della memoria dell “Olocausto”!). Due appelli revisionisti ai professori, agli studenti, ai ricercatori e agli intellettuali.

Ciò che segue sono degli estratti dai due discorsi tenuti dal Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad durante la settimana della Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto. Il primo [è stato pronunciato] ad una conferenza sull’Olocausto alla Sharif University of Technology di Teheran il 27 gennaio 2009, la cui trascrizione è stata pubblicata dall’agenzia di stampa iraniana IRNA. Il secondo è stato trasmesso dal notiziario televisivo IRINN il 28 gennaio 2009.

27 Gennaio 2009: “Un intrigo politico alla ricerca di potere ha preteso di difendere un gruppo di vittime [dell’Olocausto] – ed ha chiesto riparazioni per il loro sangue

Onorevoli ospiti, cari professori e studenti: un’occhiata agli eventi seguiti alla Seconda Guerra Mondiale mostra che la questione dell’Olocausto e il modo esagerato in cui esso è stato raccontato era un pretesto per protrarre ed espandere il dominio dei vincitori, in particolare degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, nell’arena internazionale.

L’illegittimo regime sionista è un prodotto dell’Olocausto. Mentre molte persone delle varie nazioni sono morte nella Seconda Guerra Mondiale – si è detto che ne sono stati uccisi 65 milioni – un intrigo politico alla ricerca di potere ha preteso di difendere un gruppo di vittime ed ha chiesto riparazioni per il loro sangue. [Questo intrigo] ha ordinato che i sopravvissuti di questo particolare gruppo di vittime dovesse ricevere un compenso – e parte di esso era lo stabilire il regime sionista in terra di Palestina.

Con questo pretesto, essi hanno attaccato la Palestina e, dopo aver massacrato il popolo [autoctono] cacciandolo dalle sue case, ne hanno occupato la patria, creando il regime sionista – per assicurarsi che nessun potere regionale potesse emergere nelle terre islamiche, a scapito del potere degli Occidentali; [in quanto] la civiltà e la cultura islamiche hanno il potenziale dinamico per intralciare i loro interessi, che sono fondati sull’oppressione e sulla sete di potere. Questi principi e questa filosofia comprendono il regime sionista.

Oggi, fra coloro che vivono nelle terre sotto questo regime di occupazione sono inclusi alcuni elementi del popolo originario della Palestina, ma la maggioranza è costituita da immigranti provenienti dall’America, dall’Asia e dall’Europa. La gran parte non è formata da sopravvissuti della guerra, dunque anche secondo la logica dell’Olocausto, [essi non dovrebbero trovarsi lì].

Sfortunatamente, per 60 anni essi non hanno permesso a nessuno di fare domande sulla essenza reale dell’Olocausto o di dubitare della sua logica – perché se la verità dovesse venire alla luce, non resterebbe nulla della loro logica di democrazia liberale.

Sono gli stessi fautori della democrazia liberale a difendere l’Olocausto, ad averlo santificato al punto da interdire ogni accesso alla questione. Rompere il lucchetto dell’Olocausto e riesaminarlo equivarrà a tagliare le arterie vitali del regime sionista. Ciò ne distruggerà il fondamento filosofico e la ragion d’essere.

Oggi i sionisti dominano molti centri mondiali del potere, della finanza e della comunicazione. Ma io voglio attrarre l’attenzione dei ricercatori su un’altra importante questione: La putrida entità del regime sionista non è l’unico frutto dell’Olocausto. Le conseguenze e le ripercussioni dell’Olocausto sono infatti ben maggiori.

Disgraziatamente, oggi i sionisti hanno irretito molti uomini politici e molti partiti, e stanno razziando in questo modo la ricchezza e le risorse delle diverse nazioni, privando i popoli della loro libertà e distruggendo le loro culture e i loro valori umani, espandendo la loro rete di corruzione.

Io invito i cari ricercatori, intellettuali, giovani e studenti che sono dei battistrada, a riesaminare non solo l’Olocausto ma anche le sue conseguenze, informando gli altri dei propri studi e ricerche. Non dimentichiamo che mai come ora, l’intrigo sionista, realizzatosi con l’Olocausto, deve essere esposto e presentato ai popoli per quello che veramente è.

Esprimo la mia gratitudine a tutti gli organizzatori di questa conferenza e ringrazio tutti i ricercatori e gli autori che hanno lavorato in questo campo e che stanno pubblicando le loro opere di valore sull’argomento.

Siate vittoriosi.

Mahmoud Ahmadinejad [i]

IRINN TV, 28 gennaio: “Cambiamentosignifica che essi devono porre fine alla loro presenza militare nel mondo

Se il popolo iraniano non fosse stato soggetto a costrizioni politiche e geografiche, sarebbe stato pronto a difendere, al fianco del popolo di Gaza, la gloria, l’onore e la dignità umana. Quando [gli Stati Uniti] dicono che stanno per fare un cambiamento, quest’ultimo può assumere una di queste due forme: o essere un cambiamento fondamentale, che influenzerà ed altererà il corso delle cose; oppure un cambiamento tattico: che coinvolgerà il loro modus operandi e la loro retorica; come pure l’uso dei loro strumenti politici.

Ovviamente, se essi intendono questo secondo tipo di cambiamento, la cosa sarà presto svelata, e i popoli del mondo vi si opporranno.

[…]

Quando essi affermano che le loro politiche riguardano il cambiamento, ciò significa che essi devono porre fine alla loro presenza militare nel mondo. Devono riunire queste forze e impiegarle alle loro frontiere, al servizio del loro popolo. […]

Un incidente noto come “9/11” è avvenuto . Non è ancora chiaro chi l’ha messo in atto, chi vi ha collaborato, e chi ha preparato loro la via. L’evento è avvenuto e, come nel caso dell’Olocausto, l’hanno blindato, rifiutando di istituire dei gruppi di indagine oggettiva per scoprire la verità. Hanno invaso l’Iraq e l’Afghanistan, usando il “9/11” come pretesto.

[…]

Se parlate di cambiare le vostre politiche, dovete permettere delle indagini sulle ragioni del “9/11”, e su i suoi colpevoli. […]

Il Sig. Bush si è permesso di interferire nelle vicende di tutti i popoli: “Sig. Sudan, perché vive in questo modo?” “Sig. Pakistan, perché cammina in questa maniera?” “Sig. Arabia Saudita, perché prega così?” “Sig. Iran, perché le interessa il progresso scientifico?” Se vogliono cambiare le loro politiche, ciò significa che gli Stati Uniti non si devono permettere di interferire negli affari degli altri popoli. […]

Se volete cambiare la vostra politica, dovete alleggerire la pressione sul popolo americano, garantendogli la libertà di essere coinvolto negli affari politici e di determinare da sé stesso il proprio destino.

[…]

Per più di 60 anni, i governi americani che si sono susseguiti hanno tormentato l’Iran.

[…]

Hanno preso il nostro petrolio, ci hanno tolto la nostra ricchezza, e hanno distrutto la nostra cultura. […]

A coloro che affermano di voler cambiare le cose – cambiare significa chiedere perdono al popolo iraniano e tentare di fare ammenda per il loro nero passato, e per i crimini che hanno commesso contro il popolo iraniano. […]

Se qualcuno desidera parlare al popolo iraniano nel linguaggio del Sig. Bush, nello stile del Sig. Bush, con la mentalità del Sig. Bush, e con il bellicismo del Sig. Bush – anche se userà nuove parole – il popolo iraniano gli darà la medesima risposta che, per molti anni, ha dato al Sig. Bush e ai suoi lacché…

[i] IRNA (Iran), 27 gennaio 2009, http://www5.irna.ir/AR/View/FullStory/?NewsId=323311.

lunedì 16 febbraio 2009

Davvero Gesù era "ebreo"? Lettera aperta a Franco Cardini


DAVVERO GESU’ ERAEBREO? LETTERA APERTA A FRANCO CARDINI

Gentile prof. Cardini,
mi consenta di interpellarla a proposito di un suo recente articolo, pubblicato sul suo sito (http://www.francocardini.net/ ) e rilanciato da altri siti, a cominciare da quello del prof. Claudio Moffa (http://21e33.blogspot.com/2009/02/franco-cardini-sul-caso-williamson.html ). L’articolo in questione si intitola: “A proposito del caso Williamson e del “revisionismo-negazionismo””.
Come lei forse sa, da oltre un anno sono l’animatore del blog “Andrea Carancini” (http://andreacarancini.blogspot.com/), che si occupa proprio delle tematiche da lei affrontate nel suo articolo. In questo caso però, vorrei per una volta porre in secondo piano la questione del revisionismo dell’Olocausto per interloquirla su un’altra questione da lei affrontata nel predetto articolo: quella, per intenderci, della figura storica di Gesù.

Lei ha infatti scritto: «Per il resto, Lerner richiama Oz il quale ha sottolineato come Gesù fosse non cristiano, bensì ebreo: hanno perfettamente ragione, tanto Oz quanto Lerner. Il punto é che il Gesù dei cristiani non si esaurisce nel Gesù storico: il cilicio Saul, un tessitore nato non lontano dal Libano terra natale di Lerner, lo ha spiegato bene (al di là della controversa attribuzione delle sue lettere, come appunto Lerner rammenta). Gesù era certo ebreo: ma il progetto di un cristianesimoeresia ebraica”, per così dire, è stato accantonato allorché la tesi di Paolo e di Barnaba, quella della Ecclesia e gentibus, ha battuto quella di Pietro e di Giacomo, l’Ecclesia e circumcisione. Il cristianesimo non può non ritenere l’ebraismo “intrinseco” a sé: ma e irrevocabilmente altra cosa rispetto ad esso».

Non le nascondo, caro professore, che queste parole hanno suscitato sconcerto non solo in me ma in molte altre persone. Che certi ebrei dicano certe cose, fa infatti parte dell’”ordine delle cose” ma che le dica una persona come lei, che non manca occasione (come nel detto articolo) di professarsi “cattolico” è preoccupante. Sappiamo cosa intendono certi ebrei quando dicono che “Gesù non era cristiano ma ebreo”: se non era cristiano non era neppure il Cristo, e se non era il Cristo non era neppure Dio (come sostiene invece la dottrina cattolica). Sappiamo anche – e lo sappiamo dai Vangeli - come prosegue questa logica “ebraica”: se Gesù era solo un ebreo allora era “reo di morte”, perché osò proclamarsi “Figlio di Dio”, e quindi bene fecero i sinedriti a condannarlo e i romani a crocifiggerlo. I cristiani che, come lei, prestano credito a questa logica spesso non si rendono conto (ma questo non mi pare il suo caso) delle implicazioni insite nell’affermare che Gesù era “ebreo” (nel senso di “non cristiano” perché, quanto all’appartenenza etnica, è fin troppo ovvio che Gesù fosse “ebreo”).

Dire che Gesù non era “cristiano”, equivale a mettegli di nuovo le mani addosso e ad accompagnarlo, di nuovo, sul Golgota!
Caro professore, permette una domanda? Secondo lei, Gesù (il Gesù storico, intendo) è risorto oppure no? E’ il Figlio di Dio oppure no?
E poi: davvero lei crede, come ha scritto qualche giorno fa, che “il Gesù dei cristiani non si esaurisce nel Gesù storico”?
A me sembra che la sua affermazione riecheggi, non so quanto involontariamente, alcune delle affermazioni condannate a suo tempo da S. Pio X nel decreto “Lamentabili” e, in particolare, la proposizione n°31 (“La dottrina su Cristo, tramandata da Paolo, Giovanni e dai Concili Niceno, Efesino e Calcedonense, non è quella insegnata da Gesù ma che su Gesù concepì la coscienza cristiana”) e la proposizione n°35 (“Cristo non ebbe sempre la coscienza della sua dignità messianica”).[1]
Anche la sua affermazione successiva, quella relativa al contrasto fra la “tesi” di Paolo e Barnaba e quella di Pietro e Giacomo, mi sembra una forzatura che non tiene conto di quello che dicono davvero i testi neotestamentari (e in particolare gli Atti degli Apostoli), che testimoniano invece, al di là del fugace contrasto da lei ricordato, la mirabile unità morale degli Apostoli. Anche qui lei riecheggia un’altra ben nota diceria “ebraica”: quella secondo cui non è stato Gesù il fondatore del cristianesimo bensì San Paolo (tesi che implica che San Paolo fosse un impostore, visto che nelle sue lettere mise bene in chiaro di non aver fatto altro che trasmettere quello che gli era stato insegnato dagli altri apostoli).
Fin qui il mio sconcerto per il Cardini cattolico.
Mi permetta ora di rivolgermi allo storico, meritatamente illustre, che lei è.
Anche in questo caso vorrei porle una domanda: lei è convinto, oppure no, dell’attendibilità storica dei Vangeli?
Perché le due dicerie ebraiche predette si fondano appunto su un presupposto: quello che i Vangeli non sarebbero testimonianze veraci della vita di Gesù bensì resoconti cronologicamente assai tardivi, scritti dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Questo presupposto, dato per scontato da buona parte della corrente pubblicistica di massa, è stato sfidato con successo da alcuni esegeti e da alcuni storici onesti che, negli ultimi decenni, hanno reagito alla deriva neomodernista dell’esegesi biblica: mi riferisco ad autori come Mons. Francesco Spadafora, John Robinson, Claude Tresmontant, Jean Carmignac, Carsten Peter Thiede, Marta Sordi e Ilaria Ramelli.
Si tratta di studiosi che rappresentano autentiche “pietre d’inciampo” per l’anticristianesimo così pervasivo della nostra epoca e, come tali, oggetto di boicottaggi ed ostracismi accademici e mediatici. La cosa non stupisce: sono anch’essi, nel loro campo d’indagine, dei revisionisti.
Lei li conosce? Ha mai letto le loro opere e, se le ha lette, perché continua a dare credito a personaggi come Amos Oz e Gad Lerner che certo non brillano per approfondimento storiografico?
Ancora una domanda, professore (e mi rivolgo sempre allo storico): se Gesù era solo “un ebreo” – sia pure eretico - come spiegare l’odio costante e abnorme espresso nei suoi confronti nel Talmud?
Un’ultima cosa, prof. Cardini: mi risulta (mi dica se sbaglio) che lei ha delle radici tradizionaliste: è un vecchio allievo del noto filosofo cattolico Attilio Mordini ed è un cultore di quel grande scrittore che fu Domenico Giuliotti.
Si è mai chiesto cosa penserebbero questi due illustri personaggi delle sue ultime esternazioni?
Cordiali saluti,

domenica 15 febbraio 2009

MacKenzie Paine: Lettera ai Vescovi Americani


La lettera seguente venne scritta nel 2001 da MacKenzie Paine, una donna magnifica che nel giro di due anni inondò di messaggi i revisionisti (e i non revisionisti) del mondo intero, e che morì in un incidente d’auto nel Marzo del 2002. La porgiamo all’attenzione dei lettori italiani per la sua straordinaria attualità.
Andrea Carancini

LETTERA AI VESCOVI AMERICANI

Di MacKenzie Paine12 Giugno 2001

Vostre Eccellenze,

Vi scrivo come cattolica, come americana e come madre. So che state preparando una dichiarazione formale di politica [estera] riguardante la situazione in Terra Santa. Sono confortata da questa notizia e aspetto con impazienza la vostra dichiarazione. La mia sincera speranza è che riusciate a essere almeno altrettanto coraggiosi, se non di più, della lettera della Delegazione delle Chiese al Segretario di Stato Colin Powell, che è stata resa pubblica il 7 Giugno 2001.

Confesso, Vostre Eccellenze, di essere disillusa e scoraggiata dal comportamento a quanto pare eccessivamente tollerante della Chiesa verso i gruppi ebraici di interesse particolare degli Stati Uniti. La Vostra attività politica, nonostante i vostri sforzi di essere equi e imparziali, sta avendo su molti cattolici, me compresa, l’effetto contrario. Capisco che la diplomazia è importante ma non dovrebbe, la diplomazia, essere reciproca? Dopo tutto, siamo cattolici, non ebrei. Molti di noi sono rimasti delusi dalla propria Chiesa perchè non ha fatto qualcosa in più per fermare l’abominevole massacro di musulmani e di cristiani in Terra Santa, proprio mentre opera per istituire corsi di studi sull’Olocausto ebraico, nelle scuole cattoliche, e riti interreligiosi. Siamo stati umiliati e sconcertati dalle numerose scuse alla comunità ebraica per crimini che non abbiamo commesso, e per pensieri che non abbiamo mai avuto. Mentre pochi estremisti ebrei radicali gridano che mostrare la Santa Croce è un atto di insensibilità nei loro confronti, la nostra Chiesa mostra la menorah durante la Messa.

Quando siamo diventati cattolici ebrei? Quand’è che è diventato ammissibile massacrare cristiani e musulmani a causa delle sofferenze ebraiche del passato? Vi sono norme differenti di comportamento morale per gli ebrei sionisti rispetto a quelle di noi cristiani? Spero sinceramente che i nostri Vescovi siano forti nella dichiarazione politica che state preparando, e che dicano: Basta! Prego affinché i cristiani, i musulmani e gli ebrei religiosi della Terra Santa possano ricevere il nostro pieno sostegno, mentre combattono per la propria vita contro zelanti coloni sionisti provenienti da New York, dal New Jersey, dalla Russia ecc.

Ebrei, cristiani e musulmani vivevano in perfetta armonia in Terra Santa, prima che gli estremisti sionisti invadessero e iniziassero a soppiantare la popolazione indigena. Le Vostre Eccellenze sanno tutto ciò, ma vi sono così tante persone nel nostro paese che non lo sanno. Vi prego: aiutateli a capire la verità.

Sua Santità conosce tutto questo. Potevo leggerglielo in faccia quando visitò uno dei campi profughi palestinesi, dove le donne stringevano le chiavi delle loro case, le chiavi che stringono da cinquant’anni, aspettando di tornare a casa.

Capisco che è il governo degli Stati Uniti a fornire il sostegno finanziario e militare allo stato di Israele, e per questo mi vergogno. Ma mi aggrappo alla speranza che la mia chiesa si conformi alla dottrina cristiana più rigorosa, e faccia tutto quello che è in suo potere per perseguire la verità, la pace e la giustizia. Molti innocenti sono stati massacrati e ora siamo di fronte alla prospettiva di una guerra, a causa della rapacità e dell’immoralità di un pugno di uomini.

La Chiesa Cattolica ha in sé stessa la capacità di diffondere la parola di verità al popolo americano. La verità è che la sofferenza ebraica non è unica, e che nessuna dose di sofferenza di nessun popolo giustifica l’intensificazione della sofferenza di un altro popolo. I cristiani porgono l’altra guancia. Noi non crediamo nella regola dell’”occhio per occhio”.

Sto pregando insieme a molte altre persone affinchè possiate fare da battistrada a una pace giusta e durevole in Terra Santa, con determinazione e sotto la guida divina.

MacKenzie Paine

sabato 14 febbraio 2009

Dieudonné-Faurisson: il Panico del Sistema


Presento a seguire la traduzione di un articolo, apparso su Rivarol il 9 Gennaio del 2009, di Jérôme Bourbon:

DIEUDONNE'-FAURISSON: IL PANICO DEL SISTEMA -
Indignazione per il trio Dieudonné, Faurisson, Le Pen

Nel momento in cui Israele si apprestava a lanciare una sanguinosa operazione militare contro Hamas a Gaza, Dieudonné, in chiusura del suo spettacolo “J’ai fait l’con” (Ho fatto lo stronzo), il 26 dicembre allo Zénith, faceva consegnare dal suo direttore di scena vestito con un pigiama a quadri ornato da una stella gialla il “premio dell’infrequentabilità e dell’insolenza” a Robert Faurisson.
Far sì che uno dei capi della scuola revisionista fosse osannato da più di 5.000 persone in pieno centro di Parigi, chi avrebbe potuto immaginare un simile colpo teatrale!
In una linea di emancipazione dal Sistema sempre più radicale, Dieudonné ha deciso di colpire duro. Ancora di più di quanto non avesse fatto nel luglio 2008 quando aveva scelto Jean-Marie Le Pen come padrino di battesimo della figlia Plume.

Ovazione per il capo della scuola revisionista

Ecco come l’ex partner di Elie Seumon ha presentato il suo ospite agli spettatori: “Bernard-Henri Lévy, il filosofo miliardario, aveva descritto il mio ultimo spettacolo allo Zénit come “Il più grande incontro antisemita dalla seconda guerra mondiale”. Ho agganciato una persona che lo farà inorridire (lett. Salire sulle tende). La persona che entrerà in scena è di per sé stessa uno scandalo. E’ la persona più infrequentabile di Francia. (…..) Vi chiedo di accogliere con un scroscio di applausi il signor Robert Faurisson.”
Che spettacolo allucinante vedere l’autore di “Scritti revisionisti” salutare la folla mentre dalle prime file alcuni giovani gridavano: “Faurisson, hai ragione!”. L’anziano professore dell’Università di Lyon II si rivolge all’umorista: “Ci hai detto: “Ho fatto lo stronzo”. Questo è vero. Ma questa sera stai davvero facendo lo stronzo!” Poi Faurisson arringa per alcuni minuti un pubblico sovraeccitato: “Vi ringrazio perché non sono proprio abituato ad avere questo genere di accoglienza. Si dice che io sia un “gangster della storia”. L’ha detto Le Monde e Le Monde ha sempre ragione. Tu hai avuto ragione nel dire che sono stato oggetto di un trattamento speciale, dieci volte, e una volta sono stato proprio ad un passo dalla morte e la persona che mi ha salvato la vita, e che non conosceva il mio nome, il giorno dopo ha detto alla polizia che le dispiaceva di avermi salvato la vita. Io ti posso compromettere! Voi non sapete quello che io dico, quello che sostengo. La maggior parte di voi conosce solo le sciocchezze che i media riportano su di me. Sapete che esiste in questo Paese una legge speciale che può far trovare Dieudonné davanti alla 17ma corte del tribunale dove io sono già stato un numero incalcolabile di volte, tante da non ricordare neanche quante? Io non ho il diritto di dire cosa sia il Revisionismo, che quella gente là chiama “Negazionismo”. Io li chiamo “affermazionisti” e voi scriverete la parola come vorrete. Ecco, sono 34 anni (1974-2008) che io sono trattato nel mio paese come un Palestinese e non posso impedirmi di fare causa comune con loro”. E Dieudonné, dopo avergli concesso l’ovazione, gli ha stretto la mano dicendogli: “La nostra stretta di mano è di per sé uno scandalo!

Prigione per il comico ?

Infatti, dopo 24 ore di silenzio che testimoniano senza dubbio la perplessità del Sistema, che si domandava come reagire di fronte ad un tale attentato contro l'ideologia benpensante, è scoppiato il putiferio. Il molto conformista Journal du dimanche ha provveduto a dare il «la » . In tutta la classe politica la riprovazione è evidentemente generale, dall’ UMP al PCF passando per il PS e per il Nouveau Centre.
Il CRIF denuncia una “mascherata odiosa, una vergogna per il nostro Paese” e chiede che “si cessi di finanziare con soldi pubblici i luoghi dove si esibisce il multi-recidivo Dieudonné”. L’UEJF ma anche SOS-Racisme e il CRAN (Consiglio Rappresentativo delle associazioni dei neri di Francia) di Patrick Lozès gridano la propria indignazione, quest’ultimo considerando che Dieudonné è diventato “un rappresentate dell’estrema destra” mentre la LICRA, com’è sua abitudine, si stupisce e domanda, da una parte, di vietare lo spettacolo che dovrebbe continuare per tutto il mese di gennaio a Main D’Or e , d’altra parte, una severa pena detentiva per Dieudonné perché, secondo essa, “il delitto di apologia di negazionismo si è consumato!” Facciamo presente che non esiste nel codice penale l’apologia di negazionismo. E i censori del Sanhedrin dovranno rivedere la loro lezione! Solo Serge Klarsfeld si dimostra apparentemente più moderato: se da una parte condanna “una dolorosa provocazione”, non sporgerà denuncia perché “nessun proposito negazionista ha avuto luogo allo Zénith”, in quello che è stato, secondo il presidente dell’Associazione dei figli e delle figlie dei deportati ebrei, “uno scivolone controllato”.
Entra in gioco anche il Governo. Il ministro della Cultura, Christine Albanel, esprime la sua “costernazione”. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, deplora « che Dieudonné si spinga ogni giorno più in là nell’odio e nella provocazione antisemita », mentre il portavoce del PS, Benoît Hamon, richiede un “reazione dura” dei poteri politici considerando che se “Faurisson è un falsario della storia, Dieudonné è un falsario della comicità”. Il 29 dicembre la Procura apre un’inchiesta preliminare per “determinare se i delitti di crimini contro l’umanità (...) o di ingiurie antisemite sono stati consumati”.

La presenza di Jean-Marie Le Pen

Quello che ha accresciuto l’emozione nella classe politico-mediatica è stata la contemporanea presenza del trio infernale, costituito da Faurisson, Le Pen e Dieudonné. Come si legge sul blog di Pierre Assouline, critico letterario de Le Monde, “I loro detrattori non avrebbero nemmeno osato pensarlo: loro lo hanno fatto. I tre riuniti la stessa sera nella stessa sala, sulla stessa linea, applauditi dalle sincere approvazioni del pubblico”. Molte personalità dette di estrema destra erano presenti all’appuntamento, tra i quali il saggista Alain de Benoist; alcuni fra gli eletti nelle file del Fronte Nazionale, come Dominique Joly e Alexandre Simonnot; Frédéric Chatillon, un vecchio dirigente del GUD, e Marc Georges, alias Marc Robert, coordinatore de la campagna di Dieudonné per le elezioni presidenziali del 2007. Si notava anche la presenza della militante pro-palestinese Ginette Skandrani e quella del giovane leader radicale nero Kémi Seba, il cui movimento Tribu Ka è stato dissolto nel 2006 da Sarkozy, all’epoca ministro dell’Interno di Villepin, e che oggi dirige il Movimento dei dannati dell’imperialismo. Alla fine dello spettacolo, una trentina di amici di Dieudonné si sono ritrovati nella zona VIP, per condividere il “bicchiere dell’amicizia”.
Robert Faurisson e Jean-Marie Le Pen, che curiosamente non si erano mai incontrati prima, hanno potuto conoscersi e scambiare qualche parola in amicizia.
Intervistato il 30 dicembre nella trasmissione televisiva Les Quatre Vérités su France 2, Jean-Marie Le Pen non ha per niente condannato l’iniziativa del comico: “Sono stato spettatore di uno spettacolo in effetti molto interessante e che volevo conoscere (…) Ho imparato a comprendere Dieudonné, non è solo uno chansonnier di talento, è una persona che ha un cuore”. A proposito del premio consegnato a Faurisson il capo del FN ha dichiarato: “E’ stato un po’ diverso da uno spettacolo di chansonnier, c’è stata un’ingerenza nella politica che ha stupito ma è un problema del sig. Dieudonné. Io guardo, giudico, e ho trovato che è stata una sorpresa, forse un po’ scioccante rispetto a quello che era l’argomento”, ma il fatto che il comico sia stato indagato per incitamento all’odio razziale non lo indispone: “Non è la persecuzione di cui sono vittime le persone che condiziona la mia simpatia o la mia antipatia, al contrario direi”, ha detto. Alla domanda su cosa pensasse di Robert Faurisson e delle sue tesi il presidente del Fronte Nazionale si è ben guardato dal disapprovare: “Sostanzialmente, a proposito di questi argomenti io mi vieto di pensare, perché in Francia non si ha il diritto di farlo”. Di fatto, in diverse riprese, nel 2008, il fondatore del FN ha avuto atteggiamenti degni di quella che i politologi chiamano estrema destra radicale. In relazione alla volontà di Sarkozy di associare ogni bambino ebreo deportato ad uno studente della scuola media, Le Pen aveva denunciato “la religione della Shoah”. Poi, il 18 marzo, sulla tomba di François Duprat, in occasione del trentesimo anniversario del suo assassinio, Le Pen ricordava il suo vecchio amico come un “martire della libertà di spirito, un eroe delle nostre battaglie” affermando che “Duprat pensava di avere il diritto come cittadino e il dovere come storico di ricercare la verità storica e di pubblicarla, e questa è senza dubbio la causa della sua morte”, chiara allusione ai suoi lavori e alle sue convinzioni revisioniste. Un mese più tardi, nel mensile Breton, il presidente del FN andava ancora più avanti. In risposta al giornalista che gli faceva osservare che “il problema non è quello di sapere il numero dei morti, ma il modo nel quale sono stati uccisi, nel quadro di un programma di distruzione umana”, il presidente del FN rispondeva: “Ma questo è perché Lei ci crede. Io non mi sento obbligato ad aderire a questa visione. Io constato che ad Auschwitz c’era la fabbrica IG Farben, che aveva 80.000 operai che ci lavoravano. Da quel che so io, questi non sono stati gasati: E neppure bruciati”.

I crucci di Marina

Stando a Liberation del 2 gennaio, che dedica 2 pagine piene alle “cattive compagnie” di Dieudonné, Marine Le Pen è molto meno favorevole di suo padre alle iniziative del comico. L’indomani dello spettacolo, mentre era in vacanza alle Antille, ha inviato un SMS sferzante ai suoi collaboratori parigini: “Questa messa in scena è desolante. Questi sono matti!” Non è la prima volta che su questi argomenti la beniamina del capo dimostra dei pudori da ragazzina. Nel luglio 2004, al tempo della falsa aggressione antisemita del RER D, in cui una mitomane, Marie Leblanc, aveva fatto credere che le avevano disegnato sul corpo una croce uncinata, Marine Le Pen si era precipitata alla manifestazione di protesta organizzata dal socialista Jean-Paul Huchon, presidente del consiglio regionale dell’Ile-de-France. Solo qualche ora prima che l’inganno, tra l’altro evidente dall’inizio, fosse scoperto! Al Parlamento Europeo ha desiderato far parte del gruppo Europa-Israele, al quale appartiene il presidente della LICRA, Patrick Gaubert. Avrebbe voluto far visita allo Stato ebraico dove, come Gianfranco Fini, avrebbe senza dubbio riacceso la fiamma del memoriale dell’Olocausto allo Yad Vashem, ma all’ultimo minuto le autorità israeliane si sono opposte alla visita della figlia di Le Pen. Non aveva gradito la visita di Dieudonné al BBR nel novembre 2006 perché lo sospettava di antisemitismo.
Si è recata a New York sulle rovine del World Trade Center invitata dai neo-con sionisti e si è dissociata dalle dichiarazioni – non accertate – di Gollnisch sulle camere a gas nell’ottobre del 2004 e dalle esternazioni iconoclaste di suo padre a Rivarol nel gennaio 2005, e al mensile Breton nell’aprile 2008.
D’altro canto Dieudonné non s’inginocchia di fronte alla Lobby e non si lascia impressionare dalla cancellazione di una decina dei suoi spettacoli, di cui 2 a Montpellier. Il 31 dicembre, nel suo teatro della Main D’Or, non ha tenuto un profilo basso: “Praticamente dovevo trovare qualcuno di più impresentabile di Le Pen. Ci ho messo due mesi a trovare Robert! Un diamante, l’eletto! Bello pesante! Mi hanno detto : « Se te la fai con lui sei finito”. Rispetto a lui Le Pen è come Casimir nell’Isola dei Ragazzi. Sono andato a trovarlo. Mi ha detto: “Se c’è da infastidire qualcuno, ne ho da vendere”. La sua specialità: la contestazione. E’ riuscito a colpirmi. Contesta il luogo di pellegrinaggio della schiavitù a Gorée. E’ lì che tutti i Neri piangono, lì ci si raccoglie. Mi ha risposto: ma no, è un soggetto cinematografico! Io mi sono detto: un tipo così mi farà spaccare il contachilometri!”


La creatura ci è sfuggita

Il sistema non sa come reagire perché il colpo viene da dove non si aspettava. Dieudonné era stato programmato, formattato, drukerizzato [sic] per recitare la parte del Nero al servizio devoto all’ideologia antirazzista per colpevolizzare i Francesi di Francia, bianchi, cristiani. Per molti anni ha indossato la maschera che gli avevano confezionato, presentandosi nel 1997 a Dreux contro Marie-France Stirbois, denunciando allora “il cancro del FN” e il “grande capo guercio”. E adesso la creatura è sfuggita ai suoi creatori. Volendo scherzare sugli ebrei e su Israele si è reso conto che toccava un tabù. Invece di spaventarsi è andato sempre più avanti nell’impertinenza, nell’insolenza, nell’intromissione. E siccome l’uomo è un meticcio franco-camerunense che attira fin dall’inizio della sua attività un pubblico giovane, bianco-nero-misto sensibile alla causa palestinese, è più difficile demonizzarlo. Il comico, sviluppando le contraddizioni dell’ideologia antirazzista ne dimostra l’ipocrisia.
Si capisce lo smarrimento dei cani da guardia del Sistema di fronte a questo elettrone libero. Per Dieudonné, l’”Olocausto” è in effetti l’arma numero uno dell’entità sionista e quest’arma gli garantisce la sua insolente impunità. Da qui gli appelli alla violenza contro il comico e contro Faurisson. In modo chiaro, in Actualité juive del 31 dicembre che cita approvandoli i propositi di un responsabile dell’associazione: “se le autorità vogliono evitare gli scontri nei pressi del teatro (la Main d’Or) è necessario che si prendano le proprie responsabilità” (vale a dire vietare immediatamente lo spettacolo). In modo più esplicito il 3 gennaio alla radio Europe 1, il giornalista Pierre Louis Basse a dichiarato che con quelle persone là “non si discute, gli si taglia la gola”. Da parte sua, quello che anima Faurisson è “il desiderio di essere odiato”. Il suo ospite, il filosofo Vincent Cespedes, ha affermato che allo Zénith, Dieudonné si è fatto « trasformare in un mostro » presentando il professore. L’insulto e l’appello al linciaggio al posto delle argomentazioni! Vale a dire il panico nel Sistema!
In effetti, per poco che Tsahal s’impantani a Gaza, in un momento in cui crepitano già su Internet le accuse contro il truffatore ebreo Madoff, chissà se un avvicinamento degli antisionisti di tutti i tipi non costituisca un vero pericolo per i guardiano di questa Memoria grazie alla quale si uccidono e si opprimono tutti i giorni uomini, donne, bambini e vecchi nella Palestina occupata?

Jérôme BOURBON