sabato 31 gennaio 2009

Camere a gas: la domanda di James Morgan Read


Ha suscitato ampio scandalo, nei giorni scorsi, l'uscita di don Floriano Abrahamovicz, che si è chiesto se davvero le camere a gas dei campi nazisti abbiano avuto un altro uso, oltre a quello di disinfettare. Ma al di là delle grida di disapprovazione c'è una cosa che va detta: nel 1945 lo storico americano James Morgan Read (autore del classico studio Atrocity Propaganda 1914-19: http://www.amazon.co.uk/Atrocity-propaganda-1914-19-James-Morgan/dp/B0007DWHXI ) si era chiesto esattamente la stessa cosa.

In un suo articolo, apparso il 30 Maggio del 1945 sul settimanale The Christian Century, e intitolato "Trials for War Criminals" [I processi ai criminali di guerra] troviamo infatti il passo seguente:

"I processi ai criminali di guerra dovrebbero stabilire la verità riguardo alle atrocità. Ho avuto una modesta esperienza nello studio di valutazione delle prove nelle storie di atrocità. Non è facile, quando ti devi basare sulla testimonianza dei reporter, delle delegazioni ufficiali di parte e persino di testimoni oculari non sottoposti ad un contro-interrogatorio...Un esempio di ciò che è necessario in fatto di esame imparziale delle accuse di atrocità ci viene fornito dai resoconti sulle camere della morte dei campi tedeschi. Molti di questi campi ovviamente, come misura preventiva, combattevano le epidemie di tifo e usavano camere di disinfestazione per spidocchiare i prigionieri. La domanda è: quante di queste camere rispondevano a degli sforzi autentici di uccidere i pidocchi e quante di esse furono una scusa inconsistente o addirittura un'opera non mascherata per uccidere le persone? I processi potranno stabilire i fatti al di là di ogni ragionevole dubbio".

Ma, come dimostra l'articolo 19 dello statuto del Tribunale di Norimberga ("Il Tribunale non sarà vincolato dalle regole tecniche di produzione delle prove. Adotterà e applicherà al massimo grado possibile una procedura rapida e non tecnica, e ammetterà ogni prova che a suo giudizio abbia valore probatorio": http://www.lrz-muenchen.de/~satzger/unterlagen/V1E.pdf ) gli Alleati non avevano nessun interesse ad approfondire la questione.

Don Floriano ha fatto quindi benissimo a riproporla.

Carancini-Tornielli: scambio di email


A proposito del Vescovo "negazionista" Mons. Williamson, ho avuto nei giorni scorsi con il noto vaticanista de Il Giornale, Andrea Tornielli [foto], il seguente scambio di email:

scusi tornielli,
perchè ha definito "deliranti" le dichiarazioni di mons. williamson? lei conosce forse la materia?
e, in ogni caso, come si permette?!
a.c.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=323537&PRINT=S

Prima risposta di Tornielli:

Ho definito deliranti le parole di Williamson perché le ritengo tali. Affermare che le camere a gas non sono mai esistite è una pura corbelleria, tanto quanto dire che gli ebrei morti nei campi non sono stati più di 200-300mila. Assurdità.
Un pochino, solo un pochino, la materia la conosco.
saluti
andrea [tornielli]

Mia prima replica:

gentile tornielli,
grazie della sua cortese risposta.
devo però ribadire che se si vuole definire "deliranti" le affermazioni del vescovo in questione bisognerebbe dimostrare il perchè.
ma dimostrarlo vorrebbe dire entrare nel merito della questione, e sui giornali "mainstream" questo è tabù perchè la gente avrebbe perlomeno qualche sentore che forse, finora, non gliela avete raccontata giusta...
saluti,
a.c.

Seconda risposta di Tornielli:

Gentile Andrea,
no. La dimostrazione delle affermazioni spetta ai negazionisti. Che prove non le hanno mai prodotte...
saluti
at

Mia seconda replica:

gentile tornielli,
mi scusi se mi permetto di mettere qualche puntino sulle "i".
per prima cosa, quelli che lei definisce sprezzantemente "negazionisti" sono in realtà gli storici e gli studiosi revisionisti dell'olocausto.
"negazionista" è termine che, per quanto sia invalso nell'uso comune, costituisce di fatto un'insulto, perchè presuppone la malafede di tutti coloro che non accettano la versione ufficiale della "shoah" (potrà trovare qui un'ulteriore spiegazione del perchè è ingiusto tacciare di "negazionismo" i revisionisti: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/05/il-revisionismo-davvero-pseudo.html ).
in secondo luogo, l'onere della prova spetta a chi formula le accuse: sono i governi occidentali - e gli ebrei - che dal 1945 accusano i nazisti di aver sterminato gli ebrei.
quello che i revisionisti sostengono è precisamente che prove serie al riguardo non sono mai state fornite: per prove serie intendo prove che reggano in tribunale, non la solita memorialistica che abbonda sui giornali.
se lei, a tale proposito, legge lo statuto del tribunale di norimberga (articolo 19), troverà che quel tribunale non era legato alle regole di formulazione della prova che valgono nei tribunali ordinari: http://www.lrz-muenchen.de/~satzger/unterlagen/V1E.pdf.
quindi è quantomeno dubbio che il tribunale di norimberga (punto di riferimento e fondamento delle attuali legislazioni europee "antinegazioniste") abbia dimostrato l'esistenza dell'olocausto.
quanto alla sua affermazione secondo cui i "negazionisti" non hanno prodotto prove contrarie alla versione ufficiale della "shoah", beh, vi sono intere biblioteche - biblioteche revisioniste - che dimostrano la superficialità della sua valutazione (qui può trovare un assaggio: http://ita.vho.org/LIBRI.htm ).
distinti saluti,
a.c.

La mia ultima replica è rimasta senza risposta

venerdì 30 gennaio 2009

Una deputata europea contro la censura della storia

Abbiamo letto sul sito Le Post (http://www.lepost.fr/article/2009/01/29/1404299_une-depute-europeenne-suedoise-et-souverainiste-s-oppose-a-la-censure-de-l-histoire.html ) la seguente notizia:

Una deputata europea svedese e legittimista si oppone alla censura della storia.

Hélène Gaudin [il cognome vero in realtà è Goudin], deputata del movimento di giugno che siede a Bruxelles nel gruppo di Philippe de Villiers, ha interrogato il Consiglio europeo sulla libertà in fatto di storia. Nella sua interrogazione scritta, la detta deputata chiede:

"La Presidenza del Consiglio ritiene giusto di regolamentare, per mezzo di una legislazione dell'Unione Europea, il modo in cui gli storici e la collettività in generale devono interpretare i dati e i fatti storici? La Presidenza ritiene che sia compito degli stati membri, piuttosto che degli storici, di interpretare gli avvenimenti storici? Non sarebbe meglio rispondere alle idee e alle interpretazioni estreme - o che possono scioccare - della storia, con un dibattito libero e aperto, piuttosto che affidarsi ad una legislazione europea comune?"

Leggiamo su Wikipedia che Hélène Goudin, nata il 25 Novembre del 1956 a Bruxelles, "è un politico svedese e membro del Parlamento Europeo con la Lista di Giugno, che fa parte del gruppo denominato "Indipendenza e Democrazia". Goudin è uno dei Vice-Presidenti dell'Assemblea Parlamentare congiunta".

Riparte il Master Mattei

Una sfida all’omologazione culturale e giornalistica:

RIPARTE IL MASTER ENRICO MATTEI IN VICINO E MEDIO ORIENTE. LA PROSSIMA SETTIMANA SI CHIUDONO LE ISCRIZIONI

Il master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente riparte. Il corso, che si svolgerà con cadenza settimanale ogni venerdì e sabato, inizia il 6 e 7 febbraio prossimi con un seminario di due giorni dedicato a La guerra di Gaza: analisi, problematiche, prospettive, a cui parteciperanno storici, giuristi, giornalisti ed esperti a vario titolo di Medio Oriente. Altri convegni in programma, quello su Informazione e disinformazione in Medio Oriente, e quello di Economia sui mutamenti dei rapporti economici fra Italia e mondo arabo e islamico dopo l’11 settembre. Come le precedenti tre edizioni, anche questa si caratterizza per la rosa di docenti autorevole: fra i nomi, il giudice Rosario Priore e l’avv. Marazzita sul caso Moro, il Preside della Facoltà di Studi Arabo-islamici de “L’Orientale” di Napoli sul diritto islamico, la giudice Forleo sulle problematiche giuridiche interne e internazionali del terrorismo, l’economista e saggista Giancarlo Galli – autore di numerosi saggi sull’economia finanziaria e i suoi conflitti interni – lo storico Franco Cardini, il presidente della Camera di Commercio Italo-araba Sergio Marini, il sociologo Umberto Melotti sull’immigrazione, il prof. Mauro Rosati dell’Università di Teramo e tantissimi altri nomi visionabili sul sito del master. “Un master allo stesso tempo altamente professionalizzante grazie ai docenti di altissimo profilo che vi partecipano – dice il direttore e fondatore del corso Claudio Moffa, docente all’Università di Teramo - e allo stesso tempo sicuramente diverso e controcorrente rispetto ai tempi di follia che stiamo vivendo. Noi continueremo sulla nostra strada: siamo ben disposti, al di là delle mie e nostre personali opinioni, a dar spazio a tutte le voci dei diversi campi di sapere affrontati, compresa ovviamente la questione del cosiddetto ‘negazionismo’ ”.

Vedi tutti i programmi e le modalità di iscrizione sul sito
http://www.mastermatteimedioriente.it/.

giovedì 29 gennaio 2009

I gas tossici e la storia dell'Olocausto


IL GAS TOSSICO TEDESCO (1914-1944)

Di Richard Widmann (2009)[1]

Quando il pubblico pensa all’argomento dello sviluppo e dell’utilizzo del gas tossico, da parte dei tedeschi e dei nazisti, nel corso degli anni precedenti e contemporanei alla seconda guerra mondiale, vengono subito in mente le immagini dei programmi di sterminio su vasta scala e delle camere a gas di Auschwitz e degli altri campi di concentramento. La storia dell’Olocausto tuttavia suggerisce che i nazisti utilizzarono metodi, attrezzature e gas che vennero messi all’opera per uno scopo diverso da quello per il quale erano stati progettati. Viene suggerito che, con delle modalità alquanto primitive, il personale dei vari campi di concentramento sviluppò metodi tra loro differenti per mettere all’opera quello che viene considerato un programma coordinato di sterminio degli ebrei.

La storia tradizionale dell’Olocausto suggerisce l’importanza dell’aver adattato attrezzature e metodi per mettere all’opera un programma di sterminio pianificato a livello centrale. Noi diremo invece che se la classe dirigente nazista avesse ideato un programma di sterminio degli ebrei, le armi di tale sterminio erano già sviluppate e avrebbero potuto essere utilizzate molto facilmente. L’apparato nazista per la guerra chimica era il più progredito del mondo. Il gas tossico prodotto durante gli anni che condussero alla seconda guerra mondiale rende assurda la storia tradizionale dell’Olocausto. Non c’è nessuna ragione per la quale i nazisti avrebbero avuto bisogno di modificare camion sovietici o di stornare l’utilizzo dello Zyklon B dai programmi di disinfestazione, concepiti per tenere in vita i detenuti, ai programmi di sterminio.[2] Le armi richieste per un programma di sterminio non solo esistevano ma erano fabbricate in quantità tale da poter attuare un programma del genere, se fosse stato ordinato.

L’utilizzo del gas velenoso durante la prima guerra mondiale

Per capire le potenzialità dei tedeschi riguardo ai gas tossici durante la seconda guerra mondiale, è importante esaminare brevemente l’utilizzo dei gas tossici durante la prima guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale, entrambe le parti del conflitto utilizzarono grandi quantità di gas tossico. Nel corso della guerra vennero utilizzate più di un milione e trecentomila tonnellate di sostanze chimiche, per agenti che andavano dal semplice gas lacrimogeno al gas mostarda.[3] Quando la guerra ebbe inizio, la Germania aveva la prima industria chimica di tutte le nazioni combattenti; in realtà, i tedeschi erano i leader del mondo intero. Le fabbriche di prodotti chimici più importanti erano situate nella Ruhr, ed erano conosciute come le Interessen Gemeinschaft Farben, o I. G. Farben.[4]

L’introduzione della guerra chimica venne attivamente sostenuta dalla I. G. Farben e dal suo capo, Carl Duisberg. Duisberg non solo esortò nel 1914, nel corso di una conferenza speciale, i vertici militari tedeschi a utilizzare il gas tossico, ma studiò personalmente la tossicità dei differenti gas bellici.[5] Duisberg sostenne anche Fritz Haber, principale scienziato dell’epoca, in Germania, e capo del suo laboratorio scientifico, l’Istituto Kaiser Wilhelm di Chimica Fisica a Berlino. Nei suoi studi sugli effetti del gas tossico, Haber notò che l’esposizione a una bassa concentrazione di gas tossico per lungo tempo aveva spesso lo stesso effetto (la morte) dell’esposizione ad un’alta concentrazione per breve tempo. Egli formulò una relazione matematica tra la concentrazione del gas e il tempo necessario di esposizione. Questa relazione divenne nota come regola di Haber.[6]

Durante la prima guerra mondiale, sia i tedeschi che gli Alleati utilizzarono in modo piuttosto efficace diversi tipi di gas tossico. Questi variarono dal cloro, all’inizio della guerra, al fosgene, che venne introdotto dalla I. G. Farben. Il fosgene era circa 18 volte più potente del cloro. Erano [già] mortali concentrazioni di 1/50.000.[7] Nel corso di questo periodo, i tedeschi svilupparono e inaugurarono diversi nuovi gas, per vedersi poi imitati dagli Alleati. Nel Luglio del 1917, la I. G. Farben creò un nuovo gas chiamato inizialmente dagli artiglieri “Croce Gialla”. La Croce Gialla era più letale di ogni altro gas precedente. Questo gas, il diclorodietilsolfuro, divenne noto come “gas mostarda”.

Le truppe che venivano attaccate con il gas mostarda, all’inizio accusavano solo una lieve irritazione agli occhi. Sembrava che facesse poco o nulla e molte truppe non si preoccupavano di mettere le maschere antigas. Ma nel giro di una giornata, subivano terribili sofferenze. I soldati sviluppavano sulla pelle macchie rosse e umide che si trasformavano in grandi pustole gialle che potevano raggiungere la lunghezza di un piede. Coloro che venivano colpiti dal gas mostarda morivano dopo una lunga agonia. Nel corso di dieci giorni, i tedeschi utilizzarono contro le postazioni alleate oltre un milione di proiettili contenenti 2.500 tonnellate di gas mostarda.[8] Per inciso, anche gli inglesi utilizzarono il gas mostarda negli ultimi giorni della guerra. In un attacco sferrato il 14 ottobre del 1918, Adolf Hitler venne momentaneamente accecato nel corso di una sortita inglese contro il 16° Reggimento della fanteria di riserva bavarese.[9]

Gli anni tra le due guerre

Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, i principali combattenti annunciarono la propria opposizione all’utilizzo delle armi chimiche. A Ginevra, nel 1925, i rappresentanti delle maggiori potenze firmarono una restrizione legale contro l’utilizzo delle armi chimiche. Eppure, durante gli anni “interbellici”, varie nazioni europee utilizzarono di fatto il gas tossico. Tra loro vi furono gli inglesi (contro i sovietici nel 1919), gli italiani (contro gli etiopici nel 1935) e i giapponesi (contro i cinesi nel 1937).[10] Nel corso di questi anni la I. G. Farben continuò ad ampliare le proprie conoscenze scientifiche. Nei laboratori della Bayer, membro del cartello della I. G. Farben, uno scienziato, Gerhardt Schrader, fece una scoperta fondamentale. Il 23 Dicembre del 1936, egli mise a punto una nuova sostanza chimica nell’ambito di uno studio sui potenziali insetticidi. Durante l’esperimento, Schrader sperimentò il suo nuovo preparato sui pidocchi in una concentrazione di 1/200.000. Tutti i pidocchi morirono in pochi secondi.[11]

Nel Gennaio del 1937, Schrader scoprì che il suo nuovo prodotto aveva spiacevoli effetti collaterali sugli esseri umani. Il prodotto che Schrader aveva sviluppato era il Tabun, il primo gas nervino del mondo. Il Tabun rappresentava un balzo in avanti esponenziale nel livello di tossicità dei gas velenosi. Anche in dosi molto piccole, l’inalazione o l’assorbimento – attraverso la pelle – del Tabun colpiva il sistema nervoso centrale e provocava delle convulsioni e una morte quasi immediate.[12] Il Tabun era così letale che presto divenne chiaro che non poteva essere utilizzato come insetticida. Schrader, tuttavia, contattò il ministero della guerra e vennero effettuati degli esperimenti per conto della Wehrmacht.

Nel 1938, Schrader venne trasferito in una nuova sede per sviluppare nuovi preparati per la Wehrmacht. Egli scoprì ancora un altro preparato, a cui diede il nome di Sarin. Negli esperimenti iniziali del gas Sarin sugli animali, si scoprì che il Sarin era dieci volte più letale del Tabun.[13] Con l’approssimarsi della guerra, i chimici tedeschi vennero attivamente impiegati nello sviluppo del gas Soman. Il Soman, un altro preparato chimico organico della famiglia del Tabun, venne valutato come 200 volte più letale del Tabun.

Il gas tossico e la storia dell’Olocausto

Nonostante il livello di tossicità e le enormi scorte di questi mortiferi gas nervini, la storia dell’Olocausto si è sviluppata intorno all’utilizzo di due gas, il monossido di carbonio e lo Zyklon B. Lo Zyklon B venne sviluppato durante gli anni ’20, quando gli scienziati che lavoravano all’istituto di Fritz Haber svilupparono questo tipo di gas all’acido cianidrico per utilizzarlo come insetticida, specialmente come disinfettante per i magazzini di grano.[14] E’ interessante notare che la I. G. Farben vendette i diritti di produzione dello Zyklon B poco prima della guerra a due ditte private, la Tesch und Stabenow, di Amburgo, e la Degesch, di Dessau.

Secondo la detta storia, quattro dei sei principali “centri di sterminio” utilizzarono gas monossido di carbonio, che veniva presuntamente prodotto utilizzando mezzi alquanto disparati. A Chelmno, secondo Arno Mayer, I prigionieri venivano “ammucchiati in camion in cui finivano asfissiati dalle esalazioni del monossido di carbonio”. Egli prosegue osservando che “non c’era nulla di particolarmente moderno o industriale sia nelle installazioni che nelle operazioni condotte a Chelmno-Rzuchow”.[15]

Il secondo presunto centro di sterminio era Belzec. Quello che ci viene raccontato è che lì, dopo aver utilizzato monossido di carbonio imbottigliato, gli addetti allo sterminio passarono a utilizzare le esalazioni prodotte da camion.[16] A Sobibor, il gas sarebbe stato prodotto da un motore. Se dobbiamo credere a Kurt Gerstein, venne fornito lì, a scopo di sterminio, anche lo Zyklon B.[17] A volte leggiamo anche, sempre a proposito di Sobibor, del motore di un sottomarino utilizzato per produrre CO, per uccidere detenuti ebrei.[18] A Treblinka leggiamo del monossido di carbonio pompato in una camera dal tubo di scarico di un carrarmato catturato ai sovietici. La storia ortodossa dell’Olocausto contiene persino un episodio in cui il comandante di Auschwitz Rudolf Höss visita Treblinka e conclude che lì il metodo di sterminio è inefficiente.[19]

Si racconta poi che gli ultimi due “centri di sterminio”, Auschwitz e Majdanek, utilizzarono lo Zyklon B. Il processo di sterminio descritto per Auschwitz richiede che qualcuno salga su una scala sopra la “camera a gas”, apra il barattolo di Zyklon B con uno speciale apriscatole, e versi i granuli contenenti l’acido cianidrico in una speciale apertura della colonna di sostegno della camera nella quale i granuli avrebbero sviluppato il gas.[20] L’assurdità della storia riguardante le Zyklon B è che persino degli storici ortodossi dell’Olocausto come Jean-Claude Pressac e Robert Jan van Pelt hanno ammesso che le epidemie di tifo scoppiate nei campi richiedevano che ogni cosa venisse disinfestata, e che “c’era bisogno di tonnellate di Zyklon B per salvare [Auschwitz]”.[21] Così, prosegue la storia, da un lato i nazisti utilizzavano lo Zyklon B per disinfestare i campi, contrastando perciò la diffusione del tifo, e dall’altro utilizzavano lo stesso prodotto per uccidere gli stessi detenuti le cui vite stavano cercando di salvare.

La storia delle gasazioni dell’Olocausto suggerisce una mancanza di coordinazione, da parte del governo nazista. Vi sarebbe stata l’adozione simultanea di metodi diversi, che avrebbero prodotto risultati diversi per attuare quello che viene descritto in modo tipico come un “genocidio” industriale centralizzato. In realtà, la storia ufficiale dell’Olocausto suggerisce in sé stessa che il programma di sterminio fu tutt’altro che organizzato a livello centrale e che i metodi impiegati subirono sul campo un’evoluzione decisamente caotica.

Alla luce dello sviluppo di gas tossici sofisticati come il Tabun e il Sarin, e della loro produzione su vasta scala, la storia ufficiale dell’Olocausto appare assurda.[22] Gli storici dell’Olocausto devono ancora rispondere alla domanda del perché i nazisti non utilizzarono il Tabun o il Sarin se avessero voluto attuare uno sterminio degli ebrei. Inoltre, persino negli ultimi giorni della guerra, quando la classe dirigente nazista cercava nuovi armamenti sofisticati, non utilizzarono le loro scorte di gas tossico su nessun fronte. Tutto ciò si pone in totale contrasto rispetto all’immagine popolare che si ha dei metodi e della mentalità nazista.

Non vi sono dubbi che i sovietici scoprirono grosse quantità di Zyklon B quando giunsero a Auschwitz e a Majdanek, quantità che servivano a combattere il tifo piuttosto che a uccidere i detenuti. Similmente, i racconti dei motori dei sottomarini e dei carri armati catturati ai sovietici che emettevano le esalazioni diesel a scopo di sterminio appaiono essere nient’altro che un prodotto della propaganda di guerra. Se la classe dirigente nazista avesse voluto sterminare gli ebrei d’Europa, avrebbe avuto a disposizione mezzi molto più sofisticati e letali per attuare un tale piano. La storia ufficiale delle gasazioni dell’Olocausto richiede un’interruzione della ragione e una fede nell’assurdo.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/gcgv/gcgvgas.html
[2] Jean-Claude Pressac e Robert Jan van Pelt, “The Machinery of Mass Murder at Auschwitz”, capitolo 8° di Anatomy of the Auschwitz Death Camp, Israel Gutman e Michael Berenbaum editori, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, p. 215. Pressac e van Pelt raccontano l’incredibile storia delle SS naziste che avrebbero utilizzato il 95% di scorte di Zyklon B a scopo di disinfestazione per tenere in vita i detenuti, mentre avrebbero dirottato il rimanente 5% per azionare le presunte camere a gas in modo da uccidere la medesima popolazione carceraria.
[3] David Tchanz, “A Whiff of Death: Chemical Warfare in the World Wars” [Una zaffata di morte: la guerra chimica nelle guerre mondiali], Command, n°33, Marzo-Aprile 1995, XTR Corporation, San Luis Obispo, CA 93403, p. 48.
[4] L’impero dell’I. G. Farben. http://reformed-theology.org/html/books/wall_street/chapter_02.htm
[5] Tschanz, p. 49.
[6] http://en.wikipedia.org/wiki/Fritz_Haber
[7] Tschanz, p. 52.
[8] Tschanz, p. 53.
[9] William Moore, Gas Attack! Chemical Warfare 1915-18 and Afterwards [Attacco con il gas! La guerra chimica 1915-1918 e in seguito], Leo Cooper, New York, 1987, p. 223.
[10] Tschanz, pp. 54-55.
[11] Tschanz, p. 55.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] M. Szöllössi-Janze, “Pesticides and war: the case of Fritz Haber” [Gli insetticidi e la guerra: il caso di Fritz Haber], European Review, 2001.
[15] Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? TheFinal Solutionin History [Perchè i cieli non si oscurarono? La Soluzione Finale nella storia], Pantheon Books, New York, 1988, p. 391.
[16] Mayer, p. 402.
[17] Per un analisi approfondita del “Rapporto Gerstein” vedi: http://www.vho.org/aaargh/fran/ACHR/ACHR.html
[18] Friedrich Paul Berg, “The Diesel Gas Chambes: Myth Within a Myth”, Journal of Historical Review, Vol. 5, n°1, Inverno 1984, p. 23 [In rete all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v05/v05p-15_Berg.html .
[19] Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, Quadrangle Books, Chicago, 1967, p. 565.
[20] Pressac e van Pelt, p. 235.
[21] Ibid., p. 215.
[22] In una versione rielaborata del suo classico articolo sulle camere a gas a motore diesel, Friedrich Berg ha fatto esattamente questa affermazione. In effetti, ha dato un nuovo titolo al suo articolo: “The Diesel Gas Chambers: Ideal fort Torture – Absurdfor Murder” [La camera a gas a motore diesel: ideale per la tortura, assurda per l’omicidio], vedi Ernst Gauss, Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], Theses & Dissertation Press, 2000 (in rete all’indirizzo: http://www.vho.org/GB/Books/dth/found.html

mercoledì 28 gennaio 2009

Il giudizio di Michael Hoffman sul caso Williamson


CONTINUI A PARLARE, VESCOVO WILLIAMSON

Di Michael Hoffman, 27 Gennaio 2009[1]

C’è un chiasso alquanto sconcertante che reclama la testa del Vescovo Richard Williamson, il prelato della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX) che dubita dell’esistenza delle camere a gas omicide ad Auschwitz-Birkenau, e la cui scomunica, insieme a quella dei suoi tre confratelli vescovi, è stata tolta da Papa Benedetto XVI.

Contro questo vescovo, e più in generale contro il revisionismo della seconda guerra mondiale, è stato operato un travisamento equivalente alla falsa testimonianza. Persone ignoranti, che non hanno mai letto un testo revisionista,[2] hanno inventato fantasie sfrenate sull’indole dei revisionisti e su quello in cui credono.[3]

L’Arcivescovo Marcel Lefebvre, il fondatore della FSSPX che fu nemico implacabile del giudaismo,[4] viene raffigurato come un prelato concentrato esclusivamente sul ripristino della vecchia Messa in latino, come se il solo ripristino, separato da tutti i mali che ci assediano, fosse una panacea. Questo è un errore che Mons. Lefebvre non assecondò mai. Egli pose invece l’accento sulla Regalità di Cristo nella nostra cultura e nella nostra società. Come può sopravvivere una tale Regalità quando una truffa gigantesca come quella delle [presunte] camere a gas omicide incatena la mente di milioni di cristiani?

Una parte considerevole del movimento cattolico tradizionalista è costituita da borghesi reazionari e da esteti preoccupati quasi esclusivamente dei cerimoniali e di apparire in buona luce agli occhi del Vaticano e del mondo, in modo da avere a propria disposizione una bella liturgia, con musiche, incensi, campane e candele adeguati. L’insegnamento radicale di Cristo non rientra nella loro mentalità, e oso dire che con Lui si sentirebbero in imbarazzo, se Egli si trovasse oggi tra loro, poiché aveva la tendenza, nelle grandi occasioni, a pronunciare sgradevoli verità sul giudaismo farisaico, cosa che oggi sarebbe vista, da coloro che sono impegnati a fare pressioni sul Vaticano (e dai media sionisti!), come un comportamento da maleducati.

Che il Vescovo Williamson neghi oppure no l’esistenza di camere a gas di esecuzione ad Auschwitz-Birkenau non dovrebbe condizionare in alcun modo la sua presenza nella Chiesa di Cristo, o il suo diritto a poter parlare, insegnare e pubblicare, non più di quanto i cattolici neocon, che negano il recente massacro israeliano di 1.300 palestinesi, inclusi 400 bambini, alcuni dei quali bruciati dal gas tossico a base di fosforo (ironia delle ironie), perdano la propria presenza all’interno della gerarchia o nelle loro chiese locali, a causa della loro abbietta negazione dell’olocausto perpetrato dagli israeliani contro gli arabi.

Dio dice: “Le mie vie non sono le vostre vie”, ma molti dei detrattori di Richard Williamson immaginano Dio come se lo immagina il Talmud, come un assistente del dominante Sinedrio, il tribunale rabbinico di fronte al quale si pretende che tutti noi ci inginocchiamo, inghiottendo le sue scandalose menzogne in modo da farci trattare da bravi piccoli boyscout.

Ognuno è libero di rifiutare o di accogliere le opinioni del Vescovo Williamson, ma tutti noi dovremmo difendere il suo diritto a esprimerle, specialmente alla luce del fatto che qualche sopravvissuto dell’Olocausto sembra ritenere che la propria sofferenza per mano dei nazisti (reale o immaginaria) gli dia il permesso di massacrare impunemente gli abitanti indigeni della Palestina.[5]

Se le coraggiose osservazioni del Vescovo Williamson, per quanto inopportune, ci portano a riflettere due volte sull’alibi del genocidio israeliano, allora le persone di buona volontà dovranno sentirsi rincuorate. Assistiamo invece al triste spettacolo di maestrine cattoliche benpensanti freneticamente indaffarate a cercare di allisciare le piume scompigliate di rabbini i cui artigli sono ancora freschi del sangue di Gaza.[6]

L’Olocausto è l’ultima religione di stato presa davvero sul serio in un Occidente altrimenti incredulo. Auschwitz ha sostituito la Resurrezione come evento ontologico centrale della nostra storia, una sostituzione che è facile da dimostrare: nessuno va in prigione se nega la Resurrezione, mentre invece gli storici revisionisti scontano lunghe pene detentive per aver dubitato dell’icona delle camere a gas omicide; tra questi prigionieri politici c’è Germar Rudolf, il brillante candidato al dottorato in chimica al Max Planck Institute.

Lungi dall’esaltare il cristianesimo, come il Vaticano immagina, la religione dell’Olocausto è la sua antagonista mortale nei cuori e nelle menti del genere umano. La tipica “lezione suprema dell’Olocausto”, impartita nelle sinagoghe e dedicata all’idolo dei Sei Milioni – che viene spacciata sotto forma di “musei di storia dell’Olocausto” - insegna che la fede cristiana storica, fissata nel Vangelo di Giovanni e realizzata dalla chiesa antica e medioevale, ha inevitabilmente favorito il “fanatismo malvagio” che ha “spianato la strada alle gasazioni di massa di Auschwitz”.

Nonostante i roboanti anatemi della stampa prostituita e dei prelati della “nuova chiesa”, come può un vero pastore sottomettersi a questa falsa religione e alla sua Neo-Lingua orwelliana dell’”Olocausto”, che nella sua essenza rappresenta la calunnia funesta e perpetua contro Gesù Cristo e i suoi discepoli autentici?

Continui a parlare, Vescovo Williamson, le vittime del falso Israele vogliono che lei dia voce al tormento degli oppressi e alla schiavitù dei liberi.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.com/2009/01/speak-on-bishop-williamson.html
[2] Come ad esempio le Lectures on the Holocaust [Conferenze sull’Olocausto] di Germar Rudolf, disponibili all’indirizzo seguente: http://www.vho.org/dl/ENG/loth.pdf
[3] Ecco un esempio: http://www.remnantnewspaper.com/Archives/2009-0131-ferrara-triumph_and_tribulation.htm
[4] http://ncronline3.org/drupal/?q=node/3180
[5] http://www.irishtimes.com/newspaper/opinion/2009/0106/1230936698370.html?via=mr
[6] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1059124.html

martedì 27 gennaio 2009

Faurisson: intervista al quotidiano Echorouk


TESTIMONIANZA STORICA DEL PROFESSOR FAURISSON - 12 Gennaio 2009


Intervista concessa, in esclusiva, dal professor Robert Faurisson al grande quotidiano arabofono algerino Echorouk (Aurora). Versione italiana.

« L’Olocausto » è una menzogna storica. Proprio all’apogeo del massacro sionista di cui è vittima il popolo palestinese a Gaza, il professor Robert Faurisson riafferma che nel corso della seconda guerra mondiale non c’è mai stato un genocidio degli ebrei e che i nazisti, all’epoca di Hitler, non hanno mai perpetrato ciò che oggi viene chiamato « l’Olocausto ». Dopo che egli ha pubblicamente espresso queste convinzioni, la lobby ebraica non ha smesso di aggredirlo e di perseguitarlo per le sue ricerche storiche e per le sue opinioni. Io l’ho incontrato per la prima volta(http://www.echoroukonline.com/ara/interviews/10166.html) poco più di due anni fa, alla conferenza internazionale su « l’Olocausto » che si teneva allora a Teheran. Da allora ho avuto con lui parecchi incontri [i] e scambi di corrispondenza. Con la guerra d’Israele contro Gaza, il professor Robert Faurisson si è nuovamente opposto, mettendosi di fronte agli ebrei, divulgandone ed esponendone le ambizioni e la viltà. Io gli ho chiesto di accordare un’intervista ad Echorouk, cosa che lui ha accettato volentieri. Nella sua lettura della situazione, il professor Faurisson prevede, a lungo termine, la sconfitta degli ebrei nella loro occupazione della Palestina; questi ebrei conosceranno la sorte comune a tutti gli invasori.

Intervista realizzata da Mourad Ouabass

Robert Faurisson, chi è Lei?

Sto per avere 80 anni. Sono nato vicino a Londra, nel 1929, da padre francese e madre scozzese. Sono sia suddito britannico che cittadino francese. Sono stato professore d’università. Ho insegnato alla Sorbona e in una università di Lione. Possiedo l’agrégation di lettere (francese, latino, greco) e il dottorato in lettere e scienze umanistiche (il che comprende la storia). Le mie due specializzazioni sono state, da un lato, la « letteratura francese moderna e contemporanea » e, dall’altro, la « critica dei testi e documenti (letteratura, storia, media) ». Mi sono interessato specialmente alla propaganda di guerra durante la Seconda guerra mondiale.
Può mettere il lettore algerino al corrente delle vostre ricerche, le quali hanno lo scopo di rivedere la storia di ciò che al giorno d’oggi viene chiamato « l’Olocausto » degli ebrei?
Al processo di Norimberga (1945-1946), il tribunale dei vincitori ha segnatamente accusato la Germania vinta 1) d’aver ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei d’Europa; 2) d’avere a questo scopo, messo a punto ed utilizzato delle armi di distruzione di massa chiamate, in particolare, « camere a gas »; 3) d’avere, essenzialmente con queste armi, ma anche con altri mezzi, provocato la morte di sei milioni di ebrei.

Come ha riesaminato queste accuse?

In appoggio a questa triplice accusa, ripresa per più di sessant’anni dall’insieme dei grandi mezzi di comunicazione di massa occidentali, nessuno ha potuto produrre alcuna prova che resista alla verifica. Sono quindi giunto alla seguente conclusione: Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, e l’intero popolo palestinese.

Quali sono stati, sulla Sua vita personale, gli effetti di queste conclusioni delle Sue ricerche storiche, che offendono la credenza pubblica in ciò che si chiama « l’Olocausto »?

La mia vita è diventata un inferno dal giorno in cui, nel luglio 1974, sono stato segnalato dal giornale israeliano Yedioth Aharonoth. Dal 1974 ad oggi, ho subito dieci aggressioni fisiche, ho avuto innumerevoli processi e condanne ed ho finito per venire privato del diritto di insegnare all’università. In Francia, per far tacere i « revisionisti » che noi siamo, la lobby ebraica ha ottenuto il voto di una legge speciale, la legge Fabius-Gayssot del 13 luglio 1990, ricalcata su un a legge israeliana del luglio 1986. Laurent Fabius è un deputato socialista, ricchissimo ed ebreo, mentre Jean-Claude Gayssot è un deputato comunista. La legge Fabius-Gayssot prevede fino ad un anno di prigione, 45 000 € d’ammenda e ancora altre punizioni per coloro che « contestano » il preteso « Olocausto ». In quasi tutto il mondo occidentale, con o senza legge speciale, il revisionismo viene severamente sanzionato. Un certo numero dei miei colleghi o amici revisionisti sono stati o sono attualmente in prigione, per lunghi anni, specialmente in Germania e in Austria, paesi con i quali nessun [vero] trattato di pace è stato ancora firmato dal 1945 e i cui governi restano sottomessi alla volontà dei vincitori della Seconda guerra mondiale.

« L’Olocausto » è diventato un tabù mondiale?

Nel mondo occidentale, si ha il diritto di contestare tutte le religioni salvo la religione de «l’Olocausto ». Ci si può burlare di Dio, di Gesù, di Maometto ma non di quello che Simon Wiesenthal, Elie Wiesel e Simone Veil hanno raccontato sul preteso genocidio o le pretese camere a gas. Auschwitz è diventato un luogo sacro. Vi si organizzano dei pellegrinaggi. Vi si vedono delle pretese reliquie di pretesi gassati: delle scarpe, degli occhiali, dei capelli e dei bidoni dell’insetticida Zyklon B che viene presentato come il prodotto che è servito ad accoppare gli ebrei, mentre veniva adoperato per la disinfezione dei vestiti o dei locali nei campi falcidiati dalle epidemie di tifo petecchiale. Ci raccontano che i Tedeschi cercavano «la soluzione finale della questione ebraica » in Europa e che questa formula nascondeva, sembrerebbe, la loro volontà di sterminare gli ebrei. Questo è falso. Non bisogna barare. I Tedeschi cercavano in realtà « una soluzione finale TERRITORIALE della questione ebraica». Essi volevano espellere gli ebrei verso un territorio che fosse per loro appropriato. È esatto che prima della guerra, essi hanno per un certo tempo, pensato che questo territorio potesse situarsi in Palestina ma, molto velocemente, hanno considerato che questa soluzione sarebbe stata impossibile, e che bisognava scartarla per riguardo verso « il nobile e valoroso popolo arabo » (sic ! io garantisco l’autenticità di queste parole).

Cos’è accaduto, alla fine dei conti?

Desiderosi, durante la guerra, di neutralizzare gli ebrei, i Tedeschi ne hanno messo un certo numero nei campi di concentramento o di lavoro in attesa che il conflitto finisse. Essi hanno rimandato al dopo-guerra la soluzione definitiva. Durante la guerra e fino agli ultimi mesi della stessa, hanno detto agli Alleati: « Voi ammirate gli ebrei? Prendeteli. Noi siamo pronti ad inviarvi quanti ebrei europei vorrete ma ad una espressa condizione: ed è che questi ebrei resteranno in Gran Bretagna fino alla fine del conflitto; essi non devono con nessun pretesto andare in Palestina; il popolo palestinese ha già talmente sofferto a causa degli ebrei che sarebbe una ‘indecenza’ (sic) accrescerne il martirio.»

Ecco che mi spingo a chiederLe la Sua opinione sul massacro che ha luogo attualmente a Gaza.

Oggi più che mai, il popolo palestinese subisce un calvario. L’esercito israeliano, dopo avere inflitto a questo popolo l’operazione « Uva dell’ira », poi l’operazione « Baluardo a Jenin», seguita dall’operazione « Arcobaleno » e dall’operazione « Giorno di penitenza », infligge loro attualmente l’operazione « Piombo fuso ». Invano! Invano perché, a mio avviso, lo Stato d’Israele non vivrà nemmeno il tempo che è durato il Regno Franco di Gerusalemme, vale a dire 89 anni. La maggior parte degli ebrei lascerà queste terre con lo stesso panico con cui i coloni francesi hanno lasciato Algeri nel 1962 o con cui l’Esercito americano ha abbandonato Saigon nel 1975. La Palestina ridiventerà un paese libero, in cui musulmani, cristiani, ebrei ed altri potranno coabitare. Almeno questo è il voto che io formulo, io che, dopo 34 anni, vengo trattato in Francia come una sorta di Palestinese. Io l’ho detto l’11 e il 12 dicembre 2006, al momento della conferenza su « l’Olocausto » organizzata a Teheran sotto l’egida del presidente Ahmadinejad: noi abbiamo tutti i mezzi per dare aiuto alla liberazione della Palestina. Questo mezzo consiste nel far conoscere al mondo intero le conclusioni della ricerca revisionista. Bisogna togliere ogni credito a questo preteso « Olocausto » diventato l’arma numero uno del sionismo e dello Stato d’Israele; questa menzogna è la spada e lo scudo di questo Stato. Sarebbe assurdo cercare di difendersi contro l’armamento militare degli Israeliani risparmiando l’arma numero uno della loro propaganda nel mondo intero.

Ho recentemente appreso che un altro processo La minaccia prossimamente perché Lei persiste a contestare – il che è in Francia proibito per legge – la realtà de « l’Olocausto » degli ebrei. Quando cesseranno i Suoi problemi con i tribunali, dato che sta per raggiungere l’età di 80 anni?

Vi annuncio che al mio prossimo processo, di cui non conosco ancora la data, dichiarerò questo ai miei tre giudici della XVIIa camera del tribunale correzionale di Parigi (2 e 4, Boulevard du Palais, 75001 Parigi): « Chiunque si autorizza ad affermare che le pretese camere a gas naziste ed il preteso genocidio degli ebrei siano state una realtà storica si trova, che lo voglia o meno, a dare il proprio avallo ed una spaventosa menzogna che è diventata l’arma numero uno della propaganda di guerra dello Stato d’Israele, uno stato colonialista, razzista ed imperialista. Chi ha la disinvoltura di garantire il mito de l’Olocausto si osservi le mani! Le sue mani sono rosse del sangue dei bambini palestinesi! »
[i] La prima intervista con il professor Faurisson è stata pubblica su Echorouk il 27 dicembre 2006 e si trova su Internet all'indirizzo http://www.echoroukonline.com/ara/interviews/10166.html.

lunedì 26 gennaio 2009

Uno storico articolo di Zündel su Norimberga


NORIMBERGA: IL CRIMINE CHE NON MORIRA’

Di Ernst Zündel (1996)[1]

Alla vigilia del 50° anniversario dei processi di Norimberga, è opportuno che condivida con i miei lettori di lingua inglese qualche riflessione su questi processi. Vorrei cominciare con una citazione rivelatrice e stimolante proveniente da nientedimeno che Nahum Goldman, che fu a lungo presidente del World Jewish Congress, in un libro intitolato The Jewish Paradox:

“A parte il mio incontro con i sopravvissuti dei campi di concentramento dopo la liberazione, tornai ufficialmente in Germania solo per incontrare il Cancelliere Adenauer e per i negoziati sui risarcimenti. Queste riparazioni costituiscono un’innovazione straordinaria in termini di diritto internazionale.

Fino ad ora, quando un paese perdeva una guerra, pagava i danni al vincitore, ma era una questione tra stati, tra governi. Ora, per la prima volta, una nazione doveva fornire risarcimenti sia a dei comuni individui che a Israele, che legalmente non esisteva al tempo dei crimini di Hitler. Ma devo ammettere che l’idea non venne a me.

Durante la guerra il WJC [World Jewish Congress] aveva creato un Institute of Jewish Affairs a New York [il suo quartier generale ora sta a Londra]. I suoi direttori erano due grandi giuristi ebrei lituani, Jacob e Nehemiah Robinson. Grazie a loro, il loro istituto mise a punto due idee assolutamente rivoluzionarie: il Tribunale di Norimberga e i risarcimenti tedeschi”. [The Jewish Paradox, Grosset & Dunlap, 1978, p. 122].

Negli Stati Uniti, il nuovo canale tematico “Court TV” sta offrendo a tutto il continente nord-americano uno speciale su Norimberga – una festa dell’odio televisivo della durata totale di 15 ore. Parimenti, la Divisione Radiofonica della Canadian Broadcasting Corporation ha diffuso un sequel utilizzando giornali-radio d’epoca, con le tipiche onde corte distorte e crepitanti, dedicati ai procedimenti di Norimberga del 1946. Ancora una volta, i commentatori dei telegiornali ripetono pedissequamente fino alla nausea tutte le testimonianze disgustose e bugiarde degli spergiuri e degli artisti dell’impostura, insieme alle tristi “testimonianze”, spesso estorte con la tortura, dei leader politici e militari tedeschi.

Posso definire trasmissioni come queste solo come una “diffusione di odio”, che in Canada è un reato in base alla legge anti-discriminazione, in questo caso odio contro i tedeschi, con il pretesto di illustrare la “storia”. L’attuale stato tedesco, uno stato vassallo o Quisling (le mie scuse al signor Quisling!) fondato dagli Alleati nella Germania post-bellica – uno stato le cui radici e le cui fondamenta promanano da questi processi vergognosi, basati sulla vendetta degli Alleati contro lo sconfitto popolo tedesco – non difenderà il proprio popolo dalla valanga di odio e menzogne, così cercherò di difenderlo io. Preparatevi ad un po’ di materia di riflessione.

Il fatto che questa possa essere la prima volta che qualcuno dei miei lettori viene in contatto con una diversa versione storica dei Processi di Norimberga dimostra l’andazzo della nostra epoca. Siamo così abituati alla calunnia e alla maldicenza che spesso neppure le notiamo o le riconosciamo come tali. Siamo così abituati a vedere la Germania come il giusto e meritato capro espiatorio di tutti i suoi “crimini nazisti”, che non volgiamo mai la mente alla fabbricazione di tali crimini – ai suoi Artefici.

Scrive Nahum Goldman in The Jewish Paradox, a p. 123:

“Durante una riunione del World Jewish Congress a Londra, un ebreo russo chiamato Noah Baron, uomo meraviglioso e grande idealista, mi disse di assumere un ruolo attivo, prima di tutto incontrando Adenauer. Ero molto titubante, perché non era facile per me parlare di nuovo ai tedeschi. E alla fine fu la mia testa, non il mio cuore, a farmi decidere di negoziare. Ma posi una condizione preliminare prima di incontrare il Cancelliere: Adenauer doveva fare una solenne dichiarazione al Parlamento; doveva dire che per quanto la Germania di quei giorni non fosse la Germania che aveva prodotto Auschwitz, aveva nondimeno ereditato le responsabilità del nazismo e i risarcimenti erano un dovere; doveva aggiungere che i risarcimenti materiali non potevano cancellare il male fatto agli ebrei dai tedeschi.

Ora vedete come è iniziata – e si è evoluta! – tutta questa storia dei “Processi di Norimberga”, che si è conclusa con un tale fardello e con somme di risarcimento così enormi strappate alla nazione sconfitta, alla Germania, nel corso degli ultimi 50 anni.

Quando pensiamo ai processi di Norimberga pensiamo a Auschwitz, a Bergen Belsen, a Dachau – luoghi che gli Alleati “liberarono” e dove trovarono quegli "scheletri” – che fruttarono quegli sfondi fotografici così sfruttati e così utili per giustificare ciò che ne seguì, da quel momento in poi.

Il senso di colpa, utilizzato in modo sapiente, è un’arma terribile, uno strumento potente e anche una grossa vacca da mungere. Vi furono, in realtà, una politica e un programma volti a punire la Germania per i propri presunti crimini di guerra molto prima che i “crimini” della Germania nazista venissero “rivelati”, per mezzo dei cinegiornali e di titoli sensazionalistici, ad un mondo sbalordito, rabbrividito e orripilato.

Vi sono milioni di parole, e decine di migliaia di libri che sono stati scritti sui processi di Norimberga in risposta a questi presunti crimini di guerra – pubblicazioni in tutte le lingue, tutte che ripetono a pappagallo la propaganda alleata post-bellica e tutte che si scambiano, l’una con l’altra, le note a piè di pagina. Ma una menzogna ripetuta sei milioni di volte non diventa per questo una verità. Questo articolo esaminerà i presupposti e le ragioni della menzogna – una delle quali è che Norimberga e i suoi vergognosi procedimenti sono stati le levatrici della propaganda dell’Olocausto.

Le generazioni che sono diventate adulte dopo la fine della seconda guerra mondiale, hanno avuto poche possibilità di esaminare criticamente i processi di Norimberga. Non hanno avuto accesso, ad esempio, alle informazioni che mostrano quello che importanti personalità dell’epoca pensavano sulla procedura vergognosa di utilizzare leggi retroattive contro un ex nemico ormai inerme, militarmente sconfitto e militarmente occupato.

Secondo Nahum Goldman, ex presidente del World Jewish Congress, già durante la guerra erano stati approntati dei piani, con precisione e scaltrezza, ed erano state poste le fondamenta della menzogna. Molto tempo prima che l’America acconsentisse a introdurre i propri giovani in una guerra fratricida combattuta non per gli interessi nazionali americani ma per gli interessi di una popolazione straniera - e per quelli di uno Stato che allora neppure esisteva - venne posto in essere un Institute of Jewish Affairs a New York che escogitò una trappola diabolica.

Scrive Goldman, in The Jewish Paradox, pp. 122-123, trattando questo punto:

“L’idea dell’Istituto era…che la Germania nazista doveva pagare dopo la propria sconfitta. Per questo bisognava credere ancora nella [sua] sconfitta, in un’epoca in cui sembrava probabile che in Europa la guerra era perduta per gli Alleati ma, come Churchill e De Gaulle, conservai la mia fede. Non ho mai dubitato, neppure per un momento, perché sapevo che Hitler non sarebbe riuscito a controllarsi e che i suoi eccessi avrebbero trascinato gli Alleati nel conflitto. Secondo le conclusioni dell’Istituto, i risarcimenti tedeschi avrebbero dovuto essere pagati innanzitutto al popolo che aveva perso i propri averi in favore dei nazisti. Inoltre se, come speravamo, fosse stato creato lo stato ebraico, i tedeschi avrebbero pagato i danni per permettere ai sopravvissuti di stabilirsi lì. La prima volta che quest’idea venne espressa fu durante la guerra, nel corso di un convegno a Baltimora”.

Come tutti sappiamo, e come non ci è stato mai permesso di dimenticare, Hitler, a tempo debito, perse la guerra. Ora era il momento di condurre dei processi-show di tipo staliniano contro la classe dirigente tedesca sconfitta e consegnare quindi al mondo i suoi reprobi. Era questa la “punizione”? Pensateci!

Continua Goldman:

“L’importanza del tribunale che sedette a Norimberga non è stata riconosciuta per come merita. Secondo il diritto internazionale, era in realtà impossibile punire dei soldati che avevano obbedito agli ordini. Fu Jacob Robinson ad avere quest’idea insolita e straordinaria. Quando iniziò a proporla a i giuristi della Corte Suprema americana, lo presero per matto. “Cosa hanno fatto questi ufficiali nazisti di così inaudito? Domandarono. “Puoi immaginare Hitler messo sotto processo, o forse anche Goering, ma questi sono semplici soldati che hanno eseguito gli ordini e che si sono comportati in modo leale”. Fu quindi con la più grande difficoltà che riuscimmo a convincere gli Alleati; gli inglesi erano decisamente contrari, i francesi scarsamente interessati, e sebbene in seguito prendessero parte [ai procedimenti] non ebbero un gran ruolo. La svolta venne quando Robinson riuscì a convincere il giudice della Corte Suprema, Robert Jackson”. [The Jewish Paradox, p. 122.]

Cosa avvenne in seguito? Il controllo totale dell’informazione e la manipolazione delle notizie per mezzo della censura.

Dopo che la guerra era finita, e la Germania era stata sconfitta, le potenze Alleate, in realtà, avendo costituito un governo militare – che potrebbe essere definito una dittatura militare, per molti versi più restrittiva dello stato di Adolf Hitler – avevano il controllo ferreo di tutti i canali di comunicazione. Questo fatto non può essere sottovalutato.

Dal controllo e dalla supervisione del servizio postale fino alle comunicazioni telegrafiche e telefoniche, alle stazioni radio, ai libri, ai giornali e alle case editrici, gli Alleati controllavano un efficace “sistema di licenze”. Chiunque non si piegava alla propaganda Alleata subiva per punizione la perdita o la sospensione della propria licenza. I giornalisti perdevano i loro accrediti. I giornali perdevano i propri già scarsi fondi o i propri privilegi di spedizione a tariffa ridotta. Inoltre, la Germania venne divisa in zone di occupazione militare, che erano come degli stati in miniatura, che rilasciavano i propri passaporti, e le proprie tessere e i buoni spesa per il cibo, il carburante e il vestiario. Se volevate viaggiare nella Germania occupata, da una zona all’altra, nei primi anni dopo la guerra, dovevate spiegare alle autorità militari locali, con una richiesta scritta, il motivo del viaggio, la persona che volevate incontrare e dove volevate stare. Dovevate richiedere dei buoni spesa per il periodo della vostra assenza. C’erano anche altre restrizioni burocratiche estremamente gravose per gli avvocati difensori di Norimberga, derivanti sia da disposizioni specifiche che dall’assenza di disposizioni. Molti treni non arrivavano in orario, oppure non arrivavano affatto per mancanza di carbone. La maggior parte degli edifici erano senza riscaldamento. La popolazione soffriva la fame. Il paese era largamente privo di uomini adulti. C’erano rovine dovunque volgevate gli occhi. C’era dolore dovunque. Molto più dolore di quello patito durante una guerra aspramente combattuta.

Ho scoperto nel corso delle mie conversazioni e delle mie interviste, e persino durante i miei processi, che i giudici, i procuratori e persino gli avvocati difensori[2] non hanno la più pallida idea di qual’era davvero la vita dei collegi di difesa di Norimberga negli anni 1946-49. La generazione odierna, plagiata dalla frenesia mediatica per casi come quello di O. J. Simpson, e saturata dalle immagini, non ha indizi per capire in quali condizioni lavorarono gli avvocati difensori tedeschi. Neanche un indizio! Sospetto inoltre che alla generazione cinica di avvocati, pubblici ministeri e giudici di oggi, arraffa-soldi e arrivisti, non gliene importi un accidente di quale fosse allora la realtà e l’orribile verità. Ma certe cose vanno ricordate, per amore di verità storica.

Immaginate cosa sarebbe successo se aveste detto alle forze di occupazione che volevate andare a Norimberga a testimoniare in difesa di Rudolf Hess, Joachim von Ribbentrop, Kaltenbrunner, Göring, Streicher, o di capi dell’esercito come Keitel, Jodl, Dönitz, Raeder e altri! Se il funzionario dell’esercito al quale vi foste rivolti per il permesso era un ebreo con l’uniforme della Russia, o della Francia, o dell’America o dell’Inghilterra: immaginate la risposta! Non avrebbe pensato che il tedesco che inoltrava una tale richiesta era un nazista intento a ulteriori intrighi? Non c’è bisogno di essere un ingegnere spaziale per indovinare quante persone fossero restie a compromettersi politicamente come testimoni o periti della difesa dopo essere sopravvissuti a un guerra brutale, a orrendi raid aerei e alle orde stupratrici e predatorie dei sedicenti “liberatori. Chi avrebbe scelto di esporsi volontariamente all’arresto, ai pestaggi, alla tortura ecc., considerate le circostanze?

E’ straordinario che vi furono comunque dei testimoni a discarico, che si fecero avanti e cercarono di aiutare questi sventurati prigionieri di Norimberga. Vi sono casi di testimoni d’importanza cruciale per la difesa, che erano stati convinti dagli avvocati difensori a venire a testimoniare, ma che vennero tenuti prigionieri dagli Alleati nei campi di concentramento, e che risultarono – che fortuna, per l’accusa! – “dispersi” durante il trasferimento: “dispersi” fino a quando il processo aveva superato il punto in cui la loro testimonianza avrebbe potuto aiutare la difesa.

Gli stessi avvocati difensori operarono contro difficoltà quasi insuperabili. Stavano seduti nei seminterrati freddi e umidi di case semidistrutte dai bombardamenti, con finestre chiuse con assi, lavorando con addosso il cappotto, scrivendo con dita irrigidite, indossando cappelli, sciarpe e guanti per proteggersi dal freddo e dall’umidità avvolgente, cercando di scrivere qualche testo e di formulare qualche argomento in modo che il cliente, che veniva quotidianamente denigrato sulla stampa e alla radio, nei cinegiornali e nei notiziari delle Forze Armate come se fosse un mostro spregevole e un criminale privo di tracce di umanità, potesse ricevere una parvenza di difesa in quei procedimenti kafkiani e da incubo chiamati i Processi di Norimberga.

Erano tempi davvero disperati per i tedeschi! L’esercizio della difesa era ostacolato dalla mancanza di collaboratori, di spazio, di macchine da scrivere (e dei relativi nastri), e persino di carta carbone – sì, di carta carbone! – come pure dalla mancanza di fotocopiatrici e di forniture di carta. Ricordiamo che, nel 1945, una fotocopia significava esattamente quanto detto dal termine in questione. Bisognava fare una foto utilizzando una pellicola speciale. Bisognava sviluppare e asciugare un negativo. Quest’ultimo, a sua volta, doveva essere trasferito per mezzo di un ingranditore - e in una camera oscura - su una carta fotografica sensibile alla luce, che doveva quindi venire impressionata utilizzando sostanze chimiche non facilmente disponibili ed essiccatori elettrici a tamburo, ricorrendo alla preziosa elettricità per asciugare le foto (l’elettricità veniva severamente razionata per circa due ore al giorno, con non più di un certo numero di kilowatt disponibili a persona).

Cercate di mettervi nei panni degli avvocati difensori o, in questo caso, nei panni di tutti i collegi di difesa tedeschi, quando a due dozzine di avvocati, che difendono un gran numero di clienti differenti, vengono consegnate dall’accusa 30, 50, 100 o 200 pagine di documenti – spesso questa era l’unica serie di documenti disponibile per tutti i difensori! – e voi avete un tempo limitato fino al giorno dell’udienza per studiare, analizzare, soppesare le accuse, cercare testimoni potenzialmente a discarico in un paese devastato dai bombardamenti dove decine di milioni di persone sono senza casa, a soffrire la fame e il freddo. Gli elenchi del telefono vecchi e ancora esistenti sono inutilizzabili, perché il servizio telefonico in molti luoghi ancora non è stato ripristinato e i privati difficilmente ricevono una telefonata approvata dalle autorità di occupazione, a meno che siate “essenziali” – vale a dire, che siate un medico.

Esaminiamo ora il diritto degli imputati ad avere un difensore di propria scelta – un diritto considerato sacro nella maggior parte dei paesi civili. Cosa pensate che significasse, un tale diritto, in quei giorni isterici e senza legge della Germania post-bellica? Quale avvocato avrebbe osato difendere un “mostro nazista”? Molti anni dopo, il mio avvocato venne accusato, durante i processi a mio carico nel Canada "pacifico e democratico" - dagli opinionisti dei media, dagli avvocati e persino da un giudice - di “…essere troppo strettamente associato” a me, l’accusato: tutti a mostrare una violenta intolleranza contro di me, diffamato da coloro che nella società contemporanea hanno nelle loro mani il destino degli imputati. Immaginate quale coraggio debbono avere avuto questi avvocati difensori di Norimberga – che erano anche padri di famiglia, che erano uomini sposati – contenti di essere sopravvissuti alla guerra, e spinti a rifarsi una vita oltre le macerie della Germania sconfitta, decimata e devastata del 1946.

Ci voleva molto di più del fegato. Ci voleva una vera dedizione al principio e all’amore della giustizia che pochi, nella società odierna, possono rivendicare di possedere.

Immaginiamo che voi foste un avvocato di una statura tanto eroica. Gli Alleati, probabilmente, avrebbero dato del “nazista” anche a voi, inserendovi nella classe dei “criminali, da quando il partito nazista era stato dichiarato dai conquistatori un’”organizzazione criminale”. La maggior parte degli appartenenti all’elite intellettuale della Germania erano stati membri del Partito Nazionalsocialista, e quasi tutti erano andati in guerra, ed è molto probabile che fossero stati uccisi o gravemente feriti. Quelli che sopravvissero, erano davvero persone non gradite. Ritornavano da una guerra devastante e si ritrovarono non solo criminalizzati ma anche privati dei loro diritti civili e umani da conquistatori crudeli che continuavano tutto il tempo a ciarlare incessantemente, nella loro propaganda, del Nuovo Ordine degli Alleati.

Se, dopo aver superato enormi ostacoli, vi trovavate infine a essere scrutati, interrogati e accreditati come avvocati ai processi di Norimberga – che cosa vi sareste trovati ad affrontare, in realtà? Diamo uno sguardo freddo e duro a questo cosiddetto Tribunale Militare Internazionale. Quanto nobile e virtuoso suona questo appellativo! Un’etichetta come questa può nascondere molte piaghe. La piaga di Norimberga è ancora in corso.

Ecco cos’era Norimberga:

non fu assolutamente un tribunale militare internazionale. Non fu internazionale neppure nella sua composizione. Furono i vincitori a sedere in giudizio contro gli sconfitti. Il giudice Harlan Fiske Stone, che era allora Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti e, in quel ruolo, capo del giudice Jackson (il Procuratore Capo americano a Norimberga), ebbe questo da dire mentre conversava con un reporter della rivista Fortune, secondo quanto riportato in: Harlan Fiske Stone: Pillar of the Law [Harlan Fiske Stone: una colonna della legge], di Alpheus Thomas Mason, The Viking Press, p. 715:

“Per sua informazione, ma non perché sia pubblicata come proveniente da me, vorrei informarla che la Corte Suprema non ha avuto nulla a che fare, né direttamente né indirettamente, con i Tribunali di Norimberga, o con l’azione governativa che li ha autorizzati. Non sono stato informato della partecipazione del giudice Jackson fino a quando la sua nomina da parte dell’Esecutivo è stata annunciata sulla stampa.

“Finora il processo di Norimberga è un tentativo di legittimare l’esercizio del potere del vincitore sopra il vinto, perché il vinto aveva intrapreso una guerra di aggressione”, spiegò Stone, “Mi dispiace moltissimo vederlo abbellito con una finta facciata di legalità. Il meglio che si può dire di esso è che è un atto politico degli Stati vittoriosi, che può essere moralmente giusto com’era giusto il sequestro di Napoleone nel 1815. Ma quella volta gli alleati non sentirono il bisogno di giustificarlo con un appello a inesistenti principi legali. In pratica, mi sembra che le difficoltà e le incertezze di dire chi sia l’aggressore nelle condizioni che producono la guerra moderna dovrebbero renderci esitanti nel basarci in futuro su un principio che richiederebbe sempre una risposta, da parte del vincitore.

“Tutte le guerre in realtà sono aggressive. La vera fonte dell’autorità è “il potere del vincitore sopra gli sconfitti”.

“Non mi disturberebbe così tanto”, scrisse, “se questo potere venisse esercitato apertamente e lealmente per punire i leader tedeschi per essere dei cattivi soggetti, ma mi disturba che contro gli accusati sia stato abbellito con i paramenti del diritto anglosassone e delle garanzie costituzionali. E’ come se ci fossimo compromessi con la tesi che il risultato di ogni guerra deve essere che i capi degli sconfitti devono essere giustiziati dai vincitori”.

Questa fu la realtà. Il giudice Jackson, che maneggiava l’accusa dei processi più importanti di Norimberga, era un uomo con ambizioni presidenziali che aveva bisogno di un alto profilo ricavabile da un palcoscenico a proprio servizio: i Processi di Norimberga dovevano essere il trampolino di lancio per la sua corsa alla presidenza degli Stati Uniti. La corte di Norimberga non era stata selezionata da, o composta da, giudici della neutrale Svizzera, o della neutrale Svezia, o di qualche più lontana nazione africana, asiatica o latinoamericana. Furono in gran parte dei giudici civili americani a costituire il nerbo del collegio giudicante degli Alleati – non furono ufficiali di carriera, che avrebbero potuto avere una qualche comprensione e compassione per quello che i capi militari e il governo [della nazione sconfitta] avevano passato nelle condizioni estreme del periodo bellico. Essi avrebbero indubbiamente avuto una maggiore considerazione del perché alcune misure belliche vennero assunte dalla Germania nei giorni disperati della guerra. L’elite del paese aveva vissuto quello che una serie di giudici americani di piccole città non avrebbe potuto.

Inoltre, gli Alleati vittoriosi proseguirono spudoratamente, e con altri mezzi, la propria guerra contro i tedeschi fino a molto tempo dopo che gli scontri bellici erano cessati – non con le bombe e i proiettili ma, ora, con psicologi che formulavano false diagnosi o, ancora peggio, dando mano libera ai torturatori: inquirenti cinici e brutali che potevano, e lo facevano spesso, maltrattare, picchiare, bastonare, affamare, soffocare, e mutilare i propri prigionieri per costringerli a rendere confessioni e dichiarazioni che venivano estorte in modo altrettanto brutale delle confessioni delle streghedurante i vergognosi processi di stregoneria del Medioevo.

L’ingiustizia dei Processi di Norimberga è stata testimoniata non solo da Harlan Fiske Stone, Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, ma anche dal giudice della Corte Suprema dello Iowa Charles F. Wennerstrum, un uomo del Midwest, che sedette in uno dei tribunali che giudicarono dopo la guerra i criminali nazisti minori.

Wennerstrum fece notare, in una famosa e controversa intervista rilasciata a un reporter del Chicago Daily Tribune, che spesso gli inquirenti e alcuni dei pubblici ministeri erano ebrei fuggiti dalla Germania nazista e che erano tornati indossando l’uniforme degli Alleati per tormentare e vendicarsi dei nazionalsocialisti, i quali avevano voluto espellere gli ebrei dallo spazio vitale europeo perché li consideravano dannosi per lo sforzo bellico e per la civiltà europea occidentale.

Ecco come l’articolo descrive i personaggi che giunsero nella Germania postbellica per regolare i propri conti personali, visti con gli occhi del giudice Wennerstrum, dopo che se ne andò via disgustato:

“Se avessi saputo sette mesi fa quello che so adesso”, ha detto (Wennerstrum) agli amici mentre faceva le valige per tornarsene in America, “Non sarei mai venuto qui…Il processo iniziale per crimini di guerra venne presieduto e condotto da americani, russi, inglesi e francesi con la maggior parte del tempo, degli sforzi e delle spese impiegati per coprire le colpe degli Alleati e per addossare la responsabilità esclusiva della seconda guerra mondiale alla Germania.

“Quello che ho detto sul carattere nazionalista dei tribunali”, ha continuato il giudice, “si applica all’accusa. Gli alti ideali, proclamati come se fossero le ragioni della creazione di questi tribunali, non erano evidenti.

“L’accusa non è riuscita a tenere lontana l’obbiettività dallo spirito di vendetta, dalle ambizioni personali mirate all’ottenimento delle condanne. Non è riuscita a stabilire dei precedenti che potevano aiutare il mondo ad evitare future guerre.

“C’è un’atmosfera qui assolutamente malsana. C’era bisogno di interpreti. Gli americani sono particolarmente scadenti come interpreti. Sono stati utilizzati avvocati, impiegati, interpreti e studiosi diventati americani solo in anni recenti, la cui formazione era radicata negli odi e nei pregiudizi europei…” [Chicago Daily Tribune, 23 Febbraio 1948].

In altre parola, gli Alleati fornirono gli inquirenti, la maggior parte dei quali erano ebrei, come alcune delle vittime - che avevano avuto a che fare per una vita intera con gli ebrei, e che perciò li avevano riconosciuti - avevano dichiarato. Quelli tra noi che sono tedeschi e che possono parlare tedesco possono riconoscere facilmente l’appartenenza etnica di alcuni tra gli accusatori dal loro accento e dalla cadenza dei loro discorsi, anche nelle trasmissioni radiofoniche e televisive.

Nei processi la maggior parte delle prove era “documentaria”, selezionata dagli Alleati dalla gran massa degli archivi catturati. La selezione dei documenti venne fatta dall’accusa. La difesa ebbe accesso solo ai documenti che l’accusa giudicò pertinenti ai procedimenti, e che vennero resi disponibili alla difesa. Gli Alleati potevano scegliere di divulgare o di nascondere e/o distruggere qualsiasi documento che non quadrasse con la loro strategia processuale. Gli Alleati riconobbero in altre sedi che i loro Ministeri addetti alla propaganda e i loro servizi segreti avevano in precedenza contraffatto timbri nazisti, lasciapassare nazisti, passaporti nazisti, ordini, carte d’identità ecc., contraffatti in modo tale da ingannare i nazisti molte volte, perché erano così perfetti, e grazie ai quali i propagandisti Alleati hanno gongolato fino a oggi.

Anche mettendo da parte le discutibili prove “documentarie”, esaminiamo qualche “testimonianza” degli accusati – come sono state ottenute e quello che davvero significano.

Al cuore del Tribunale di Norimberga troviamo, come detestabili punti esclamativi, certe parole: “Genocidio”, “Camera a gas”, “Sei milioni”. Queste parole, e il giudizio di valore che denotano, derivano in gran parte dalle ammissioni e dalla dichiarazione giurata di un uomo, Rudolf Höss, l’ex comandante di Auschwitz.

Rudolf Höss è stato il più importante testimone dell’Olocausto prodotto dagli Alleati. La sua dichiarazione e la sua testimonianza vennero largamente citate sia dall’accusa – e dalla sentenza del Tribunale Militare Internazionale – che dalla stampa. Fu la sua testimonianza che gettò le fondamenta e che convalidò la tesi dello “sterminio di milioni di persone con il gas ad Auschwitz”. E’ sulla “confessione” di Höss che hanno fatto grande affidamento fino ad oggi storici come Raul Hilberg, come una fonte documentaria di prima mano.

E’ vero che Höss parlò a Norimberga di orrende “atrocità”, e che confermò tale verità sotto giuramento con una dichiarazione che accettò di firmare per il pubblico ministero. In essa, confessava di aver dato gli ordini per la gasazione di milioni di vittime. La dichiarazione, naturalmente, era in inglese, una lingua che non parlava né capiva, secondo quanto detto dai suoi familiari.

Sappiamo ora dal libro Legions of Death, che Rudolf Höss venne picchiato quasi a morte da membri ebrei dell’esercito inglese, dopo la sua cattura, e trattato brutalmente fino a quando non fornì queste “testimonianze” davvero devastanti, utilizzate da allora in poi dai propagandisti Alleati. Giudicate voi. Ecco un estratto da questo libro di Rupert Butler, pubblicato da Hamlyn Paperbacks, p. 235:

“Alle 5 del pomeriggio dell’11 Marzo del 1946, la signora Höss aprì la porta di casa a sei specialisti di intelligence in uniforme inglese, la maggior parte dei quali erano alti e minacciosi e tutti addestrati nelle più sofisticate tecniche di interrogatorio prolungate e spietate.

Non venne usata nessuna violenza fisica sulla famiglia: non ce ne fu quasi bisogno. La moglie e i bambini vennero separati e sorvegliati. Il tono di voce di Clarke era intenzionalmente basso e colloquiale.

Iniziò gentilmente: “So che l’ultima volta che suo marito è venuto a trovarla è stata la notte scorsa”.

La signora Höss replicò semplicemente: “Non lo vedo da quando si è nascosto mesi fa”.

Clarke provò un’altra volta, parlando con gentilezza ma con un tono di rimprovero: “Lei sa che non è vero”. Poi all’improvviso le sue maniere cambiarono e si mise a urlare: “Se non ce lo dice, vi consegneremo ai russi e vi metterano davanti a un plotone di esecuzione. Suo figlio andrà in Siberia”.

Era più che sufficiente. Alla fine, un’affranta signora Höss rivelò il nascondiglio dell’ex Comandante di Auschwitz, l’uomo che ora si chiamava Franz Lang. Analoghe minacce sul figlio e sulla figlia produssero l’identica informazione.

Quando trovarono Höss, ecco come la cattura ebbe luogo. Clarke, uno dei partecipanti, la ricorda vividamente:

“Stava in cima a un letto a castello a tre piani, indossando un pigiama di seta nuovo. Scoprimmo in seguito che aveva smarrito la pillola di cianuro di cui la maggior parte di loro erano muniti. Non avrebbe avuto molte possibilità di usarla perché gli infilammo una torcia in bocca”.

Höss urlò di terrore alla sola vista delle uniformi inglesi.

Clarke gli gridò: “Qual è il tuo nome?”

Ogni volta che rispondeva: “Franz Lang”, la mano di Clarke si abbatteva sul viso del prigioniero. La quarta volta che accadde, Höss crollò e disse chi era.

L’ammissione scatenò improvvisamente l’odio dei sergenti ebrei della squadra incaricata della cattura, i cui genitori erano morti ad Auschwitz a causa di un ordine firmato da Höss.

Il prigioniero venne trascinato via dal letto, e il pigiama gli venne strappato di dosso. Venne quindi trascinato nudo su uno dei tavoli destinati alla tortura, dove sembrò a Clarke che le botte e gli urli non dovessero terminare mai.

Alla fine, l’Ufficiale Medico esortò il Capitano: “Falli smettere, a meno che non vogliate portarvi dietro un cadavere”.

Venne gettata su Höss una coperta e venne trascinato sulla vettura di Clarke, dove il sergente gli versò in gola una buona dose di whiskey. Allora Höss cercò di dormire.

Clarke gli piantò il suo manganello di servizio sotto le palpebre e gli ordinò in tedesco: “Tieni aperti i tuoi occhi da porco, bastardo”.

La squadra tornò a Heide verso le tre del mattino. La neve stava ancora infuriando ma la coperta venne strappata via da Höss e venne fatto camminare completamente nudo per il cortile della prigione fino alla sua cella. Ci vollero tre giorni per strappargli una dichiarazione coerente.

Questa dichiarazione, estortagli con il terrore, è quella che tutti conosciamo – la “prova” della cosiddetta “gasazione degli ebrei”.

Gli storici oggi ammettono finalmente che Höss è un testimone totalmente inattendibile – e c’è da meravigliarsi? Egli parlò di un campo di concentramento chiamato “Wolzek” che nemmeno esisteva. Giurò che ad Auschwitz erano state gasate e bruciate 2.500.000 persone e che un ulteriore mezzo milione morì di malattia, per un totale di 3 milioni di morti. Il Toronto Sun del 18 Luglio del 1990 disse che ne erano morti un milione e mezzo. Il Washington Post, alla stessa data, menzionò anch’esso 1.5 milioni. Da un articolo di Krzyszlov Leski, citiamo il passaggio seguente:

"La Polonia ha ridimensionato il proprio calcolo del numero di persone uccise dai nazisti nel campo della morte di Auschwitz da 4 milioni a solo 1 milione.

"Si ritiene che la grande maggioranza dei morti siano stati ebrei, nonostante le affermazioni dell’ex governo comunista polacco secondo cui nel più grande campo di concentramento di Hitler morì un numero equivalente di polacchi…

"Il nuovo studio potrebbe riaccendere la controversia sulle dimensioni della Soluzione Finale di Hitler.

"Shevach Weiss, sopravvissuto al campo della morte e membro del Partito Laburista del Parlamento israeliano, ha espresso incredulità sulla revisione delle cifre dicendo: “Sembra scioccante e strano”…

"Shmuel Krakowsky, capo delle ricerche del museo Yad Vashem dedicato alle vittime ebree dell’Olocausto, ha detto che le nuove cifre polacche sono esatte.

“La cifra dei quattro milioni sfuggì al Capitano Rudolf Höss, il comandante nazista del campo della morte. Qualcuno l’ha accettata, ma era esagerata…”

"Ma le autorità polacche hanno detto che le cifre esatte del numero degli uccisi potrebbero essere formulate solo studiando i documenti tedeschi sequestrati dall’Unione Sovietica. Ma Mosca ha rifiutato di restituire gli archivi".

E’ la scusa migliore! Nel 1989 organizzai una petizione per convincere il leader dell’allora Unione Sovietica Gorbaciov a divulgare i registri mortuari di Auschwitz catturati nel 1945 quando l’Armata Rossa prese possesso del complesso di Auschwitz. Pochi mesi dopo successe davvero. Gorbaciov consegnò questi documenti importantissimi alla Croce Rossa, documenti che mostravano nei dettagli perché le persone erano morte ad Auschwitz, la causa e l’ora della morte, la loro data di nascita, il loro indirizzo ecc.

Erano elencati i nomi di 74.000 morti, di cui solo circa 30.000 erano ebrei, insieme a un numero quasi equivalente di polacchi e di appartenenti ad altre nazionalità.

Un’Olocausto che si rimpicciolisce incredibilmente! I “milioni” che abbiamo sentito per mezzo secolo e di cui sentiamo e leggiamo ancora oggi: tutto è iniziato con la “testimonianza” estorta a suon di botte al povero Höss in quella notte orribile nella sconfitta Germania.

Lo storico Christopher Browning ha dovuto infine ammettere, in un recente articolo di Vanity Fair, che Höss era un testimone inattendibile. Browning ha detto che:

“…Höss è sempre stato un testimone molto debole e confuso. I revisionisti lo utilizzano sempre per questa ragione, per cercare di screditare la memoria di Auschwitz in quanto tale”.

Ma tutto ciò invalida le tesi dei revisionisti o la loro strategia? Assolutamente no. Al contrario. Dopo tutto, la testimonianza di Höss venne utilizzata come lo scheletro su cui venne subito costruito l’intero mito dell’Olocausto. I revisionisti si sono concentrati su Höss precisamente perché egli è probabilmente la fonte più importante degli storici dell’Olocausto. Raul Hilberg, che ha scritto la “Bibbia” dell’”Olocausto”, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier, edizione riveduta, 1985) si basa decisamente sulla testimonianza di Höss, e Höss fu il testimone primario su cui si basò il Tribunale di Norimberga nel suo giudizio sullo “sterminio degli ebrei”, anche se aveva detto alla corte di essere stato selvaggiamente torturato.

E quel che più conta, il trattamento di Höss da parte degli Alleati e l’inaffidabilità totale delle sue “prove” non sono insoliti. Non sappiamo quanti degli accusati ai processi di Norimberga vennero crudelmente maltrattati, poiché i riferimenti nelle trascrizioni processuali ai maltrattamenti subiti vennero espunte dai registri.

Un esempio è la testimonianza di Streicher. Venne scritto sul Times di Londra che Streicher testimoniò di essere stato torturato, bastonato, sputato e costretto a bere da una latrina (“Streicher Open His Case”, The Times, 27 Aprile 1946). La sua testimonianza venne in seguito espunta dai registri processuali con la partecipazione attiva dell’accusa, del presidente del tribunale, e persino del suo avvocato difensore!

Altre tracce del trattamento brutale inflitto ai prigionieri di Norimberga, tuttavia, sono sopravvissute. Una di queste testimonianze è il riferimento del Gauleiter Sauckel alle minacce subite dalla sua famiglia, riferimento che è rimasto nella trascrizione. Durante la sua testimonianza nel Maggio del 1946, Sauckel testimoniò di aver firmato un documento, anche se non sapeva cosa c’era in quel documento, dopo che la sua famiglia con 10 bambini venne minacciata di deportazione in Russia.

E infine, non va dimenticato che questo è stato il solo procedimento giudiziario, condotto in nome delle nazioni civili, per il quale non era previsto un meccanismo di appello ad un’autorità parallela o superiore per una revisione del processo, o delle sentenze cui questo cosiddetto tribunale militare internazionale era giunto. Il loro giudizio sulla classe dirigente della nazione più popolosa d’Europa, contro la quale avevano combattuto una guerra prossima al genocidio, era definitivo e assoluto.

Tenete bene a mente tutto ciò quando leggete, guardate e ascoltate tutto il battage emotivo di questi giorni sui media, in televisione e alla radio. E per cosa?

Il leader ebreo Nahum Goldman lo spiega per filo e per segno per voi nel suo libro sbalorditivo, The Jewish Paradox, pp. 123-125, in cui ammette l’esistenza della madre di tutte le truffe. Secondo le sue stesse parole, alla conclusione dell’accordo Goldman ottenne da Adenauer, il primo cancelliere nominato dagli Alleati dello stato-Quisling tedesco, che:

“i tedeschi avrebbero dovuto pagare un totale di 80 miliardi…Senza i risarcimenti tedeschi che iniziarono ad affluire durante i suoi primi dieci anni di vita, Israele non avrebbe metà delle sue attuali infrastrutture: in Israele tutti i treni sono tedeschi, le navi sono tedesche, e lo stesso è per le installazioni elettriche e per gran parte dgli impianti industriali…e ciò senza contare le pensioni individuali pagate ai sopravvissuti. Israele riceve oggi centinaia di milioni di dollari in valuta tedesca ogni anno. In certi anni la somma di denaro ricevuta da Israele da parte della Germania è stata doppia o tripla rispetto ai contributi ricevuti dall’ebraismo internazionale. Oggi, non c’è più nessuna opposizione a questo principio”.

Non dappertutto, però!

Quando i Processi e i Procedimenti di Norimberga vengono privati dell’iperbole e della cortina fumogena che li circondano, possiamo dire brutalmente che:

fecero tutto gli Alleati. Gli Alleati combatterono una guerra in terra straniera – in parte per costituire lo stato di Israele. Gli Alleati fornirono una mano sollecita alle crescenti ambizioni del campo sionista. Per mezzo dei processi di Norimberga, gli Alleati contribuirono alla fondazione e al finanziamento di Israele. Per mettere al sicuro Israele, gli Alleati e i membri del loro apparato diventarono accusatori, ricercatori, inquirenti, procuratori, giudici e carnefici – tutto in una volta! Gli Alleati fornirono gli “esperti” che vagliarono i documenti tedeschi, che erano tutti nelle loro mani, evidenziando i documenti incriminanti e scartando le prove a discolpa. A questi inquirenti venne detto di “trovare” contro gli sventurati imputati solo i documenti incriminanti, secondo quanto mi è stato detto dallo studioso americano Charles Weber, PhD, che era stato uno di questi ricercatori per conto degli Alleati, e che ha testimoniato ai miei processi. A questi ricercatori venne detto di ignorare quei documenti che avrebbero potuto risparmiare la vita dei capi tedeschi sotto accusa. Quando poi tutto era stato detto e fatto, non c’era neppure l’appello.

Il Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, Harlan Fiske Stone, parlando del Procuratore Capo americano, Jackson, disse infine le seguenti parole, secondo quanto viene riportato nel libro summenzionato, a p. 746:

“Jackson è in trasferta a condurre il suo festino cruento di alta classe a Norimberga”, osservò. “Non mi importa quello che fa ai nazisti, ma odio vedere la finzione secondo cui sta dirigendo una corte e un procedimento in base alla legge ordinaria. E’ una truffa un po’ troppo ipocrita per soddisfare le mie idee vecchio stampo”.

Una truffa un po’ ipocrita!

Qualche record degli Alleati di cui “essere orgogliosi” – aver aiutato a fabbricare una farsa processuale tanto macabra, ispirata all’ideologia perversa marxista-sionista, che condannò a morte il solo tentativo militare mai intrapreso per impedire all’”impero del male” di portare a tutti noi la sua ideologia basata sulla legislazione “anti-odio”.

I polli stanno tornando a casa per andare a dormire? Ecco come l’America e il “mondo libero” hanno mostrato la propria gratitudine ai difensori dell’Europa e della Civiltà Occidentale: impiccando uomini coraggiosi e onesti che avevano cercato così a lungo e in modo tanto valoroso di fermare la decadenza e l’ipocrisia di quello che adesso chiamiamo, rabbrividendo, “il prossimo Nuovo Ordine Mondiale”!

Mi inchino con riverenza a quelli che vennero uccisi per via giudiziaria a Norimberga. Furono i martiri del mondo, non i reprobi. Nessuno di loro sarebbe stato condannato a morte in un giusto processo. Nessuno! Non dimentichiamo che sacrificarono un’intera nazione, e alla fine anche loro stessi, per salvare la Civiltà Occidentale. Vennero sconfitti da delinquenti in toga e da gangster in uniforme, e dai complotti tramati dagli imbroglioni dei ghetti e delle shtetl [cittadine con un’elevata percentuale di ebrei] dell’Europa Orientale.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.zundelsite.org/english/advanced_articles/incorrect.011.html
[2] Qui Zündel si riferisce ai due processi che lo hanno visto imputato in Canada, nel 1985 e nel 1988, per “diffusione di false notizie” relativamente all’Olocausto.