Il discorso di Catherine Ashton che i media italiani non hanno riportato

ISRAELE: IL COMMENTO DELLA DIRIGENTE UE SULL’'OCCUPAZIONE' GETTA UNA CAPPA SUI LEGAMI

Di Akiva Eldar, 19.12.2009[1]

Funzionari governativi di Gerusalemme hanno aspramente criticato il nuovo alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e la difesa, Catherine Ashton, per i suoi brucianti commenti sull’”occupazione israeliana” nel suo discorso inaugurale.

La Ashton ha espresso martedì brucianti critiche alla politica israeliana nel suo primo discorso come alto rappresentante della politica estera e della difesa.

I funzionari governativi di Gerusalemme hanno detto di essere rimasti sorpresi, scontenti e preoccupati che una figura così elevata abbia espresso delle critiche prima di visitare Israele e apprendere i fatti. Hanno detto che tali commenti gettano una cappa sulle relazioni con l’Unione Europea, e di essersi particolarmente arrabbiati che ella non abbia apprezzato il congelamento degli insediamenti, come avevano fatto i suoi colleghi europei.

La statista inglese, già commissaria europea al commercio nella Commissione Europea, ha detto che a giudizio della UE, “Gerusalemme est è un territorio occupato, come la Cisgiordania”.

La Ashton ha chiesto che Israele rimuova immediatamente il blocco contro la Striscia di Gaza, e ha ribadito che l’unione è contraria all’esistenza del muro di separazione in Cisgiordania, come è contraria allo sfratto dei palestinesi dalle proprie case a Gerusalemme est.

La statista, il cui titolo completo è Baronessa Ashton di Upholland, ha anche definito il congelamento parziale degli insediamenti in Cisgiordania da parte di Israele solo come “un primo passo”, al contrario del più cordiale apprezzamento del provvedimento da parte dei ministri degli esteri della UE, che la settimana scorsa ne avevano preso “positivamente atto”.

Nel suo discorso ai deputati di Strasburgo, la Ashton, che è stata nominata solo di recente al nuovo incarico, ha detto di aver parlato con gli israeliani, con i palestinesi e con il Segretario di Stato degli Stati Uniti sul ruolo del Quartetto di mediatori internazionali, e su quello del suo inviato speciale nella regione, Tony Blair.

La Ashton ha riferito di aver detto personalmente a Blair che “Il Quartetto deve dimostrare di valere il denaro [che costa], di essere capace di rafforzarsi”.

In seguito ai suoi commenti, un certo numero di deputati del settore liberale del parlamento hanno chiesto misure punitive contro Israele, inclusa la sospensione dell’accordo di associazione con la UE. Il membro del centro-sinistra irlandese Proinsias De Rossa, che ha visitato la Cisgiordania la settimana scorsa, ha definito il trattamento dei palestinesi da parte di Israele una forma di “apartheid”.

Questa volta non è stato né il “famigerato” Presidente svedese che aveva spinto la UE verso una risoluzione anti-israeliana, né “un giudice sognante a occhi aperti” che aveva spiccato un mandato d’arresto contro un ministro degli esteri israeliano. La critica a Israele è diventata il linguaggio preferito del discorso europeo.

Quando il governo israeliano offre nuovi vantaggi ai coloni, e i colloqui di pace con i palestinesi vengono tenuti in stallo, anche il lungo braccio della superpotenza è impotente. Persino l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Martin Indyk, un pio ebreo che funge da consigliere esterno del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non nasconde il suo disappunto per la politica degli insediamenti.

Indyk ha detto recentemente a Haaretz in un’intervista che le dichiarazioni di figure come il Ministro senza portafoglio Benny Begin, secondo cui la costruzione degli insediamenti continuerà nonostante la moratoria, stanno danneggiando gli interessi di Israele. Egli ha detto che questi commenti, come pure la decisione di erogare fondi agli insediamenti isolati, rafforzano l’impressione che la dichiarazione del congelamento non valga la carta su cui è scritta. Egli ha ammonito che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu pagherà un prezzo politico per questa mossa, senza incassare i vantaggi che ci si prefissava di ottenere per Israele nell’agone internazionale.

[1] http://haaretz.com/hasen/spages/1135787.html