La pulizia etnica della Palestina

LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA

Di Ilan Pappé

Recensito da Thomas Kues[1]

Nel Maggio di quest’anno, Alex Miller, del partito Israel Beiteinu (“La nostra terra Israele”) ha presentato alla Knesset un nuovo disegno di legge per reati d’opinione. Come i lettori di questo bollettino forse già sanno, Israele è uno di quei paesi amanti della libertà che proibiscono il “negazionismo dell’Olocausto”. Poiché il presunto genocidio con le camere a gas costituisce, per usare le famose parole del prof. Faurisson, “la spada e lo scudo” di questa entità neocoloniale, questo potrebbe essere un provvedimento legislativo lungimirante.

L’agenzia d’informazioni Memrit e altri “spin-doctor” e agenti israeliani della disinformazione, imitati pappagallescamente dalla maggior parte dei media occidentali, continuano a sostenere, nonostante le irrefutabili prove contrarie, che il Presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, questa nuova incarnazione di Haman e di Hitler, stia preparando un olocausto nucleare per gli israeliani, avendo affermato persino pubblicamente la propria intenzione di “cancellare Israele dalla mappa”, quando in realtà disse che il regime israeliano sarebbe “scomparso dalle pagine della storia”, nel senso in cui accadde al regime sovietico. Si tratta degli stessi propagandisti che spronano l’Occidente ad andare in guerra contro l’Iran a causa del suo normale programma nucleare, mentre negano l’esistenza del loro imponente arsenale di armi nucleari (come dice Dick Morris: “Se l’Iran ottiene la bomba, la userà per uccidere sei milioni di ebrei”). Come dite voi “chutzpah”?[2]

Alex Miller ha alzato il livello dell’ipocrisia israeliana proponendo una legge che criminalizza ogni commemorazione pubblica dell’evento che i palestinesi chiamano “al Nakbah”, e cioè la brutale pulizia etnica di circa 800.000 palestinesi dalla loro madrepatria in occasione della creazione dello stato israeliano. Se la legge verrà approvata, la versione sionista ufficiale della storia sarà la sola ad essere permessa. Secondo questa utilitaristica espressione di falsa storiografia, i suddetti 800.000 palestinesi lasciarono le loro case volontariamente per lasciare campo libero agli eserciti delle nazioni arabe che nel 1948 fecero guerra al ricostituito stato israeliano.

Ilan Pappé, uno storico israeliano nato nel 1954, e professore di storia all’Università di Exeter, ha dedicato il suo libro La pulizia etnica della Palestina[3] allo smascheramento del mito della “ritirata volontaria”. Di conseguenza, è stato boicottato, isolato e diffamato con i soliti sospetti (ad esempio, si veda la pagina di discussione sull’articolo di Wikipedia su Pappé[4]).

Pappé è una persona onesta, pienamente consapevole dell’importanza politica del mito ufficialmente sanzionato, e del ruolo che il metodo revisionista deve esercitare nella soluzione della crisi medio-orientale. Contrariamente a molti storici israeliani (per non parlare dei politici e di altri portavoce ufficiali) che sostengono che Israele emerse come un Davide che aveva fronteggiato una schiera di Golia occidentali e arabi, non nega il ruolo cruciale che ebbe l’Olocausto nella fondazione di questo stato neocoloniale. In Occidente c’era la forte idea (alimentato dai lobbisti sionisti) di compensare gli ebrei con un loro stato in Palestina, che produsse una politica di concessioni verso i coloni israeliani. In realtà, la risposta inglese all’attentato terroristico contro l’Hotel King David e ad altri atti di terrorismo sionista fu estremamente misurata rispetto al trattamento inflitto ai ribelli palestinesi. Tutto ciò, associato al fatto che l’atteggiamento dei vicini stati arabi verso la questione palestinese fu decisamente ambiguo, ebbe come conseguenza che i palestinesi, dopo il crollo della loro classe dirigente alla fine della seconda guerra mondiale, si ritrovarono in una situazione disperata in cui nessuno era disposto ad aiutarli.

A differenza di altri casi di pulizia etnica, i responsabili della Nakba sono ben conosciuti, come le circostanze delle decisioni che la concretizzarono. L’uomo al vertice degli avvenimenti fu, non c’è bisogno di dirlo, David Ben-Gurion, a casa del quale tale soluzione venne discussa e preparata. Subito sotto di lui c’era un gruppo di dodici consiglieri, tra cui Moshe Dayan, Yigael Yadin, Yigan Allon e Yitzhak Sadeh. La cerchia successiva era costituita dai comandanti regionali, ognuno responsabile della pulizia etnica di una certa area. La maggior parte di questi uomini vengono oggi presentati come “eroi di guerra”. Il più famoso fu il futuro primo ministro Yitzhak Rabin, che operò nelle città di Ramle e di Lydda, come pure nell’area della Grande Gerusalemme. Altri comandanti furono Moshe Kallman, Moshe Karmel e Shimon Avidan. Un ruolo cruciale venne esercitato da funzionari dell’intelligence, comandati dal futuro capo del Mossad e dello Shabak[5], Issar Harel. Questi uomini furono coinvolti in alcune delle peggiori atrocità, ed ebbero anche l’ultima parola su quali villaggi dovessero essere distrutti e su chi dovesse essere ucciso. Fare una lista dei criminali responsabili non sarebbe un problema, ma naturalmente un processo del genere non avrà mai luogo.

Pappé sottolinea che la Nakba non venne condotta in base a una decisione improvvisa, ma fu il risultato di un lungo processo le cui radici risalgono alla fase pionieristica del sionismo. Già nel 1917, Leo Motzkin, descritto da Pappé come un sionista moderato, parlò del reinsediamento forzato dei palestinesi in aree esterne alla “Eretz Israel” [Grande Israele]. Si può dire che l’effettiva preparazione militare ebbe inizio alla fine degli anni ’30 quando il gruppo paramilitare Haganah, che più tardi divenne lo zoccolo duro dell’esercito, fu ristrutturato con l’aiuto del funzionario inglese O. C. Wingate, in modo tale che le “forze di difesa” ebraiche fossero associate alle truppe inglesi che combatterono la rivolta palestinese del 1936. In tal modo, i membri dell’Haganah appresero come terrorizzare e sottomettere gli indigeni.

Il programma sionista venne preparato nei minimi particolari. Studiosi di topografia e di etnologia vennero assunti dal Jewish National Fund per registrare tutti i dati disponibili sui villaggi palestinesi, un progetto che venne completato all’inizio degli anni ’40. In particolare, venne presa nota di quei villaggi dove erano diffusi sentimenti antisionisti. Tali villaggi vennero presi particolarmente di mira dall’esercito israeliano. Come Pappé fa notare, gli studiosi coinvolti, a partire da Ezra Danin, erano pienamente coscienti che la loro attività era finalizzata a scopi militari. Nel 1947, venne compiuta la revisione finale del loro “archivio”, per produrre le liste dei palestinesi “ricercati”. Questa categoria consisteva di persone coinvolte nel movimento nazionale palestinese (che aveva dominato la politica palestinese dopo il 1933), persone che avevano preso parte alle insurrezioni contro le truppe inglesi o sioniste, o persone che semplicemente avevano “visitato il Libano”. Nel 1948, queste persone vennero radunate e giustiziate. In certi casi, a essere “ricercati” erano interi villaggi.

Il programma di pulizia etnica di Ben-Gurion venne finalmente realizzato a partire dalla fine del 1947. Portava il nome in codice di “Piano D” (o Dalet, in ebraico). Come si può dedurre dalla sua designazione, era stato preceduto da tre piani poi scartati. L’operazione venne preparata fin nei dettagli e poi rivista per essere adattata a nuove situazioni. Il Piano A datava al 1937, mentre il Piano B venne stilato nel 1946. Il nocciolo del Piano C, una lista dettagliata di azioni violente da condurre contro i palestinesi, passò nel Piano D. I leader palestinesi, gli agitatori e le persone che li finanziavano, i palestinesi che partecipavano ad azioni contro gli ebrei, e i funzionari e gli ufficiali palestinesi di rango superiore (ricompresi nel Mandato Inglese) – dovevano tutti essere uccisi. Inoltre, i trasporti dovevano essere danneggiati, l’economia palestinese (pozzi d’acqua, fabbriche, ecc.) distrutta, e i luoghi pubblici (inclusi i caffè) attaccati.

Forse le prove più schiaccianti contro i negazionisti della Nakba vengono fornite nel capitolo 4. Qui apprendiamo che la prima fase della pulizia iniziò già nel Dicembre del 1947, con gli attacchi ebraici contro un certo numero di villaggi palestinesi. Sebbene in scala ridotta rispetto a quanto accadde in seguito, queste prime operazioni portarono all’esilio di circa 75.000 persone, quasi il 10% della cifra totale delle vittime della Nakba. Secondo la versione ufficiale, le espulsioni di massa ebbero luogo solo dopo il 15 Maggio del 1948, e furono la conseguenza della guerra arabo-israeliana. In realtà, il “Piano D” venne iniziato il 10 Marzo 1948. Questo significa che le azioni contro i palestinesi non furono attuate come rappresaglia ma facevano parte di un programma di violenze apertamente dichiarato, che portò - alla fine dell’Aprile di quell’anno - all’espulsione di ulteriori 250.000 palestinesi. A tutto ciò fece poi seguito una serie di massacri intesi a mettere in fuga la popolazione rimanente.

L’alleanza araba, pur consapevole della situazione disperata dei palestinesi, aspettò fino alla metà di Maggio - quando il Mandato Inglese ebbe formalmente termine e venne dichiarato lo stato ebraico - per intervenire militarmente. Il tacito accordo tra Ben-Gurion e i governanti giordani, in base al quale la Giordania avrebbe dovuto occupare il 20% del territorio palestinese come proposto dalle Nazioni Unite, trattenne l’esercito arabo più forte dal difendere i palestinesi, dando un grande aiuto all’attuazione della pulizia. I leader sionisti, mentre usavano l’immagine apocalittica di un “secondo olocausto” per aumentare il numero di reclute dell’esercito, non dubitarono mai che le loro forze sarebbero state sufficienti per battere i deboli eserciti arabi, occupare la Palestina ed espellere la sua popolazione indigena.

Molte pagine dell’opera di Pappé sono dedicate al gran numero di massacri attuati nei villaggi palestinesi, come Ayn al-Zaytun (dove, tra gli altri, vennero legati e fucilati 37 adolescenti presi a caso), Tantura, Lubya, Ayn Ghazal, Dawaymeh (centinaia di civili falciati davanti a una moschea, bambini con la testa fracassata, donne stuprate o bruciate vive), Sa’sa, Safsaf, Hula, Saliha. Qualche assassino venne in seguito incriminato da corti militari, ma la maggior parte venne poi rilasciata. Uno di loro, Shmuel Lahis, che aveva ucciso personalmente 35 persone, venne graziato dal presidente israeliano ed ebbe poi una carriera politica. Oltre ai massacri nei villaggi, molte delle espulsioni ebbero luogo in condizioni particolarmente inumane. Nelle città di Lydd e di Ramleh, gli abitanti dovettero percorrere a piedi tutto il tragitto per la Cisgiordania. Come ci si poteva aspettare, molti morirono durante il percorso. Anche i bombardamenti aerei ebbero un ruolo importante nel processo di espulsione.

La mentalità ordinaria dei leader sionisti di Tel Aviv e dei macellai sul posto si può intravedere da citazioni come quella tratta dall’annotazione del diario di Ben-Gurion del 24 Maggio 1948, dove il primo ministro parla di distruggere la Siria, la Transgiordania e l’Egitto come vendetta del loro presunto trattamento del popolo ebreo “al tempo della Bibbia”. Possiamo ricordare a questo proposito l’invettiva contro Babilonia del Salmo 136: “Beato chi afferrerà e sbatterà i tuoi bambini contro la roccia!”.

Gli ultimi tre capitoli del libro riguardano la susseguente occupazione della Palestina, il furto continuato delle terre palestinesi, la profanazione dei luoghi di culto musulmani, e i vari aspetti dell’oppressione israeliana di quei palestinesi che rimasero sulla loro terra dopo il 1948. Un aspetto cruciale di questa tirannia è costituito dalla negazione ufficiale che una qualsivoglia pulizia etnica abbia mai avuto luogo. La proposta di mettere fuori legge la memoria della Nakba, e il recente disegno di legge che vorrebbe rendere la negazione del “diritto di Israele di esistere come stato ebraico” un reato punibile fino a un anno di prigione, sono chiari segni di disperazione. Se, o piuttosto quando, queste proposte verranno trasformate in leggi, la falsità della tesi di Israele di essere un normale stato democratico diventerà sempre più ovvia anche nelle nazioni occidentali, con i loro media faziosamente pro-israeliani. Nel frattempo, il pregevole e accurato libro di Ilan Pappé – è certamente uno dei migliori libri scritti finora sulle origini dello stato israeliano – merita di essere diffusamente letto e discusso.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_163.pdf
[2] Termine ebraico che designa la spudoratezza e l’improntitudine (nota del traduttore).
[3] http://www.fazieditore.it/scheda_libro.aspx?l=1098
[4] http://en.wikipedia.org/wiki/Talk:Ilan_Papp%C3%A9
[5] Acronimo ebraico dell’israeliano Shin Bet, il servizio di intelligence degli affari interni.