sabato 3 gennaio 2009

Non ci sono più parole


NON ABBIAMO PIU’ PAROLE

Di Ali Abunimah, 29 Dicembre 2008[1]

“Suonerò musica e festeggerò quello che l’aviazione israeliana sta facendo”. Queste agghiaccianti parole sono state pronunciate sabato su al-Jazeera da Ofer Shmerling, un funzionario civile della difesa israeliana nella zona di Sderot vicina alla Striscia di Gaza. Per giorni gli aerei israeliani hanno bombardato Gaza. Quasi 300 palestinesi sono stati uccisi e un migliaio feriti, in maggioranza civili, inclusi donne e bambini. Israele afferma che la maggior parte dei morti erano “terroristi” di Hamas. In realtà, gli obbiettivi erano stazioni di polizia in zone residenziali densamente popolate, e i morti includono molti funzionari di polizia e altri civili. In base al diritto internazionale, i funzionari di polizia sono civili, e prenderli di mira è un crimine di guerra non minore di quello compiuto su altri civili.

I palestinesi non trovano le parole per descrivere questa nuova catastrofe. E’ il nostro 11 Settembre, o è un assaggio della “più grande shoah” che Matan Vilnai, il ministro della difesa, ha minacciato a Febbraio, dopo l’ultimo round di stragi?

Israele dice di agire in “rappresaglia” dei razzi lanciati con crescente intensità da quando il 19 Dicembre è scaduta una tregua di sei mesi. Ma le bombe sganciate su Gaza sono solo una variazione del metodo usato da Israele per uccidere i palestinesi. Negli ultimi mesi sono morti soprattutto di morte silenziosa, in particolare i vecchi e i malati, privati del cibo, delle cure per il cancro e di altre medicine da un assedio israeliano che ha preso di mira un milione e mezzo di persone – soprattutto profughi e bambini – ingabbiati nella Striscia di Gaza. Gli ordini di Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, di negare le medicine sono tanto mortiferi e illegali quanto quelli di mandare gli aerei.

Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, si è giustificato dicendo che Israele voleva la “pace” – una continuazione della tregua – mentre Hamas ha scelto il terrore, costringendolo ad agire. Ma qual è l’idea di Israele di una tregua? E’ molto semplice: i palestinesi hanno il diritto di stare zitti mentre Israele li affama, li uccide e continua a colonizzare in modo violento la loro terra.

Come John Ging, il capo delle operazioni della United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi], ha detto a Novembre: “Il popolo di Gaza non ha alcun beneficio; non hanno nessun conforto di un’esistenza dignitosa…Alle Nazioni Unite le nostre scorte sono state persino ridotte durante il periodo del cessate-il-fuoco, al punto che siamo stati lasciati in una posizione vulnerabile e precaria e in pochi giorni di chiusura abbiamo finito il cibo”.

Questa è la tregua israeliana. Ogni atto di resistenza incluse le proteste pacifiche contro il muro dell’apartheid in Cisgiordania hanno sempre ricevuto le pallottole e le bombe israeliane. Nessun razzo viene lanciato in Israele dalla Cisgiordania ma gli omicidi extragiudiziari israeliani, i furti dei terreni, i pogrom e i rapimenti da parte dei coloni non si sono fermati neppure per un giorno durante la tregua. L’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas controllata dall’occidente ha accettato tutte le richieste di Israele. Sotto lo sguardo orgoglioso dei consiglieri militari degli Stati Uniti, Abbas ha costituito le “forze di sicurezza” per combattere la resistenza a nome di Israele. Niente di tutto questo ha risparmiato un solo palestinese della Cisgiordania dall’implacabile colonizzazione di Israele.

I media israeliani riferiscono che l’attacco a Gaza è stato pianificato da lungo tempo. Se è così, la tempistica dei giorni finali dell’amministrazione Bush può indicare lo sforzo israeliano di trarre vantaggio da un momento in cui vi possono essere ancora meno critiche del solito.

Non c’è dubbio che Israele sia incoraggiata dalla complicità dell’Unione Europea, che in questo mese ha votato di nuovo per rafforzare i propri legami con Israele, nonostante la condanna – da parte dei propri funzionari e di quelli delle Nazioni Unite – della “punizione collettiva” inflitta a Gaza. Altri fattori in tal senso sono stati anche il tacito sostegno dei regimi arabi e il fatto che le predette sollevazioni nelle strade arabe non si sono mai materializzate.

Ma c’è un mutamento qualitativo nell’ultimo orrore: per quanto la rabbia degli arabi sia diretta contro Israele, essa si è anche concentrata contro i regimi arabi – specialmente quello che governa l’Egitto – visti come collusi con l’attacco israeliano. Il disprezzo per questi regimi e per i loro capi è stato espresso più apertamente che mai. Ma questi sono i regimi illegittimi che i politici occidentali continuano a considerare come i propri alleati “moderati”.

I fronti diplomatici, come il Quartetto dominato dagli Stati Uniti, continuano a trattare l’occupante e l’occupato, il colonizzatore e il colonizzato, l’esercito ad alta tecnologia da primo mondo e la popolazione di profughi vicina alla morte per fame come se stessero sullo stesso piano. Sta tramontando la speranza che la prossima amministrazione di Barack Obama operi qualche cambiamento fondamentale nella politica americana così disperatamente faziosa a favore di Israele.

In Europa e in Medio Oriente, il gap tra i governanti e i governati non può essere più grande, quando si tratta di Israele. La complicità ufficiale e il sostegno a Israele contrastano con lo sdegno popolare per i crimini di guerra attuati impunemente contro la popolazione sotto occupazione e contro i profughi.

Con i governi e le istituzioni internazionali che non riescono ad assolvere il proprio compito, il Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee [Comitato Nazionale Palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni] ha rinnovato il suo appello alla società civile internazionale affinché intensifichi il proprio sostegno alla campagna di sanzioni modellata sul riuscito movimento anti-apartheid.

Ora è il momento di incanalare la rabbia delle nostre emozioni in uno sforzo a lungo termine per fare in modo che non ci sveglieremo mai più con un’”altra Gaza”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/dec/29/israel-gaza-attack-palestinian-reaction

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