giovedì 1 gennaio 2009

E il mondo guarda in silenzio


BAGNO DI SANGUE A GAZA MENTRE IL MONDO GUARDA IN SILENZIO

Di Laila El-Haddad, Live from Palestine, 30 Dicembre 2008[1]

“C’è un blackout totale a Gaza adesso. Le strade sono immobili come la morte”.

Sto parlando su Skype con mio padre, Moussa el-Haddad, un medico in pensione che vive a Gaza City, da Durham, North Carolina, negli Stati Uniti, dove vivo dalla metà del 2006 – dal mese in cui i confini di Gaza sono stati ermeticamente chiusi da Israele, e il blocco dei territori occupati è stato rafforzato ulteriormente.

Sta fuori sul suo terrazzo. Sono le due del mattino.

“Riesco a vedere solo grandi pennacchi di fumo che si alzano lentamente su tutta la città, dovunque guardi”, dice, sebbene essi siano un sottoprodotto bello e gradevole di qualche avvenimento atroce e malefico.

Mio padre stava camminando fuori quando sono iniziati i primi colpi – “Ho visto i missili cadere e ho pregato; la terra ha tremato; il fumo si è alzato; le ambulanze fischiavano”, mi ha detto.

Mia madre stava nella clinica della Red Crescent Society [Associazione della Mezzaluna Rossa] vicino le università, dove lavora part-time come pediatra. Dietro la clinica c’era uno dei centri della polizia che sono stati rasi al suolo. Ha detto di essere scoppiata a piangere, all’inizio, dato che l’estrema vicinanza degli attacchi l’ha traumatizzata. Dopo che si è calmata, sono andati a curare le vittime ferite dall’attacco, prima che venissero trasferite all’ospedale al-Shifa.

Ora, tre giorni dopo, sono intrappolati dentro casa.

Mio padre fa un lungo sospiro, prima di continuare. “Ehud Barak è diventato matto. E’ diventato matto. Sta bombardando dovunque e qualunque cosa…nessuno è al sicuro”.

Nel sottofondo si sentono le esplosioni. Suonano distanti e sorde ai microfoni del mio portatile, ma suonano come un’eco nella valle della morte. Mi riportano in mente le mie notti terribili a Gaza di soli due anni fa. Notti che ossessiano ancora oggi mio figlio di quattro anni, che non vuole dormire da solo.

“Riesci a sentirli?”, continua mio padre. “La nostra casa sta tremando. Stiamo tremando dalle fondamenta”.

Viene al telefono mia madre. “Ciao, ciao, cara”, mormora, la sua voce trema. “Sono dovuta andare al bagno. Ma ho paura ad andarci da sola. Volevo fare le wudu’ [abluzioni] prima della preghiera ma avevo paura. Ricordi i giorni in cui andavamo al bagno assieme perché eri troppo spaventata per andarci da sola?”. Ride ripensandoci. Ora le sembra divertente, di aver avuto paura di morire in un posto di relax; di essere terrorizzata dalla stessa situazione apparentemente ridicola.

E’ proprio la paura di stare da soli. Quando “senti” le notizie prima che diventino tali, desideri la chiarezza – vuoi che qualcuno ti spieghi la situazione, che te la presenti bene in termini e riferimenti comprensibili. Solo per stare sicuro che questa volta non tocchi a te.

“E’ strano, tutto il mio corpo sta tremando. Perché tutto questo? Perché tutto questo?”, si chiede, mentre si sentono continue esplosioni in sottofondo. “Eccoli di nuovo. Un’esplosione dopo l’altra. Quindici. Prima di questa, una o due, forse 20 in totale finora”. Contare rende la cosa più semplice. Contare gli attacchi li rende più facili da fronteggiare. Più lontani.

Parliamo tra noi durante della giornata. La notte scorsa, lei mi ha chiamato per dirmi che c’erano elicotteri sopra di loro, come se potessi farci qualcosa; come se la mia voce potesse farli scomparire.

Alla fine la sua paura è scemata…”OK, OK, tuo padre dice che erano gli elicotteri della marina…Hanno colpito il molo…poveri pescatori; non è come se fosse un vero molo…è solo il molo, solo il molo…”

Hanno sbattuto le finestre aperte, per impedire un’implosione.

“Naturalmente dormiamo nella tua stanza adesso, è più sicura”, mi dice lei, del mio spazio vuoto, abbandonato.

All’amica del cuore di mia madre, Yosra, è stato chiesto di lasciare la propria casa. Vivono in un appartamento vicino a molti dei complessi ministeriali sotto tiro. Erano stati avvisati di non andare alla moschea per le funzioni, per non essere bombardati.

Un altro amico di famiglia, una vecchia cristiana armeno-palestinese, e farmacista in pensione, è paralizzata dalla paura e vive chiusa in casa, come molti. Vive da sola, di fronte all’edificio Saraya della polizia, sulla strada Omar al-Mukhtar. L’edificio è stato già bombardato due volte.

La pioggia della morte continua a cadere su Gaza. E silenziosamente, il mondo guarda. E silenziosamente, i governi complottano: come riusciremo a far sì che il tuono e le nubi piovano morte su Gaza?

Sembra che tutto questo, alla fine della giornata, sia in qualche modo una risposta a qualcosa: missili; tregue infrante; inconciliabilità…

E’ come se la situazione precedente fosse non solo accettabile ma normale. Come se una calma che non dà sollievo – politico, economico o in altro modo – ai palestinesi di Gaza, privi di uno stato, occupati e assediati, fosse sopportabile. Come se gli insediamenti non avessero continuato a espandersi; come se i muri non avessero continuato a estendersi e a soffocare terre e vite umane; come se le famiglie e gli amici non fossero stravolti; come se la vita non fosse paralizzata; come se le persone non venissero sterminate; come se i confini non fossero blindati e il cibo, la luce e il carburante venissero erogati.

Ma è il fardello che i prigionieri devono sopportare: essi hanno infranto le condizioni della loro prigionia. Eppure vi sono preoccupazioni per la “situazione umanitaria”: fino a quando non crepano di fame…

Il carceriere migliora le condizioni di vita di quando in quando, a vari livelli di relatività, ma le porte della prigione rimangono sigillate. E così quando vi sono 20 ore filate di interruzione della corrente i prigionieri vorrebbero che le ore fossero solo otto; e sognano i giorni che ne hanno solo quattro.

Anche la mia amica Safa Joudeh si trova a Gaza City. E’ una giornalista indipendente di 27 anni.

“A questo punto la sensazione è che non sia Hamas il bersaglio, è l’intera popolazione di Gaza”, ella dice. “Gli attacchi sono stati, e lo voglio sottolineare, indiscriminati. Dicono che i bersagli erano edifici e persone legati ad Hamas, ma gli impiegati di questi edifici sono impiegati pubblici, non sono attivisti politici…gli altri bersagli includono le case, le moschee, l’università, il porto, le barche da pesca, il mercato del pesce”.

Nessuno esce di casa da sabato, dice.

“Naturalmente le strade erano piene di gente il primo giorno degli attacchi. Sono arrivati improvvisamente e in un’ora in cui la gente stava badando alle proprie faccende quotidiane. Gli ultimi due giorni le strade erano completamente vuote. Le persone hanno chiuso i negozi e hanno cercato di stare vicine alle proprie famiglie e ai propri cari. Molte case sono senza pane, i forni hanno smesso di lavorare due giorni prima dell’attacco per mancanza di carburante e di farina”.

Il piccolo negozio sulla strada dove sta la casa dei miei genitori, vicino alla moschea Kinz, dove vanno molti residenti benestanti del quartiere Remal, apre per un po’ dopo la preghiera. Mio padre va e prende quello che può – fin che può.

E’ rimasto loro solo un pacchetto di pane ma dicono di stare OK.

“Quelli con i bambini sono quelli che soffrono davvero. Il nipote di Umm Ramadan adesso dorme solo in braccio a lei. Stanno di nuovo bagnando i loro pantaloni”.

Mio figlio, Yousuf, interviene nella conversazione senza formalità, sporgendo la testa sullo schermo del mio portatile.

Sido, mi piace il fatoosh[2]che mi cucinavi! Sido…stai bene?”

Habibi, quando ci vediamo di nuovo – se ci vedremo ancora – lo preparerò per te”, promette lui. La mera possibilità sembra confortarlo, non importa quanto sia illusoria.

Il 1 Gennaio è il compleanno di mia figlia Noor. Compirà un anno. Non posso fare a meno di pensare: chi è nato oggi in questa Gaza insanguinata?

Laila El-Haddad è una giornalista palestinese indipendente, una fotografa e una blogger che divide il suo tempo tra Gaza e gli Stati Uniti.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10077.shtml
[2] Il fatoosh è un’insalata.

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