mercoledì 31 dicembre 2008

Gaza: comunicato del Centro di Salute Mentale

IL BOMBARDAMENTO ISRAELIANO DANNEGGIA GRAVEMENTE LE STRUTTURE UMANITARIE

Comunicato stampa del Gaza Community Mental Health Programme, 30 Dicembre 2008[1]

Verso le 1 e 50 del mattino di martedì 30 Dicembre del 2008, i bombardieri israeliani F-16 hanno colpito un sito della polizia palestinese a Gaza, che dista 70 metri dall’edificio principale del Gaza Community Mental Health Programme (GCMHP) a Sheikh Ejleen a Gaza Beach. Il bombardamento è avvenuto nel quadro dei perversi attacchi militari che l’esercito israeliano ha intrapreso contro Gaza a partire dal 27 Dicembre 2008.

Il brutale bombardamento ha provocato la massiccia distruzione dell’edificio principale dell’ GCMHP, in cui sono crollati completamente e parzialmente i muri e quattro soffitti. Danni estremi sono stati inflitti alle mobilie, alle attrezzature, ai dispositivi elettrici ed elettronici come pure ai file e ai documenti che si trovavano nell’edificio di quattro piani, che contiene uffici, sale per le terapie, la biblioteca e i dipartimenti contabili e amministrativi.

Fortunatamente il custode, che si trovava nell’edificio, non si è fatto male. Era però in stato di shock a causa della forza delle esplosioni.

Di conseguenza, la tremenda distruzione dell’edificio e di quanto conteneva costringerà il GCMHP a sospendere la sua attività per qualche tempo.

Un certo numero di esponenti della direzione hanno visitato l’edificio per valutare i danni e per prendere dei provvedimenti che assicurino la protezione dell’edificio nei tempi difficili che Gaza sta vivendo.

Il Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza condanna quest’azione brutale e gli attacchi che a Gaza prendono di mira tutto. Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché intervenga con urgenza e faccia ogni tentativo per proteggere la popolazione civile palestinese e le istituzioni di Gaza, che sono in pericolo reale di morte e di distruzione.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10072.shtml

martedì 30 dicembre 2008

Perché?


PERCHE’ ISRAELE HA BOMBARDATO UN’UNIVERSITA’?

Di Akram Habeeb, dalla Striscia di Gaza occupata, 29 Dicembre 2008[1]

Come studioso Fulbright e professore di letteratura americana all’Università Islamica di Gaza (IUG), ho sempre preferito rimanere silenzioso sul conflitto israelo-palestinese. Ho sempre sentito che la mia missione era di predicare l’amore e la coesistenza pacifica. Ma la massiccia offensiva d’Israele contro la Striscia di Gaza mi induce a parlare chiaro.

La notte scorsa, che è la seconda notte dell’attacco senza precedenti di Israele contro Gaza, sono stato svegliato dal rumore assordante dei bombardamenti intensivi. Quando ho saputo che Israele aveva bombardato la mia università con gli F-16 di fabbricazione americana, ho capito che il suo bersaglio era fallimentare. Naturalmente i politici e i generali israeliani diranno che l’Università Islamica è una roccaforte di Hamas e che predica il terrorismo.

Come professore indipendente, non iscritto a nessun partito politico, posso dire che l’Università Islamica è un’istituzione accademica che abbraccia un largo spettro di tendenze politiche. La considero un’università prestigiosa che incoraggia il liberalismo e la libertà di pensiero. Questo punto di vista personale potrebbe sembrare fazioso; invito perciò chiunque dubiti delle mie affermazioni a controllare il sito web dell’Università Islamica e a esaminare la sua storia. Apprenderà della sua membership in numerose istituzioni accademiche internazionali, del ruolo attivo che i suoi professori esercitano nella ricerca accademica come pure dei premi e delle borse di studio che hanno ricevuto.

Perché Israele ha bombardato un’università? Israele non ha colpito solo la mia università, la notte scorsa. Ha bombardato anche moschee, farmacie, e case. Nel campo profughi di Jabaliya le bombe israeliane hanno ucciso quattro bambine, sorelle della famiglia Balousha. A Rafah hanno ucciso tre fratelli, di 6, 12 e 14 anni di età. Hanno ucciso anche una madre, insieme al suo figlioletto di un anno, della famiglia Kishko, di Gaza City.

Questi atti mi fanno riflettere su alcuni dei comandamenti dati da Dio al “Popolo Eletto”: tu non ucciderai. Non bramerai la casa del vicino. Nessuno può essere stato scelto da Dio per appropriarsi della terra di un altro popolo e per ucciderne i membri. Israele ha compiuto da sé queste scelte etiche. Israele ha scelto da sé di intraprendere queste guerre per eliminare il popolo indigeno della Palestina.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10069.shtml

Le notti d'inferno di Gaza


LA NOTTE PIU’ LUNGA DELLA MIA VITA

Di Safa Joudeh, dalla Striscia di Gaza occupata, 28 Dicembre 2008[1]

Questo è un aggiornamento di quello che sta succedendo qui dove mi trovo, la seconda notte dei raid aerei (e navali) di Israele su Gaza.

Sono le una e trenta del mattino, ma sembra come se il sole fosse già alto. Nelle ultime ore vi sono stati bombardamenti aerei pesanti e simultanei su Gaza City e sulla zona settentrionale della Striscia di Gaza. Sembra la notte più lunga della mia vita. Nella mia zona è iniziata con il bombardamento delle officine (ubicate di solito al piano terra degli edifici residenziali abitati da famiglie private), dei garage e dei magazzini di una delle aree più popolose di Gaza City: “Askoola”.

Circa un’ora fa, hanno bombardato l’Università Islamica, distruggendo l’edificio dei laboratori. Come ho già detto in un precedente resoconto, casa mia è vicina all’università. Abbiamo sentito la prima esplosione, le finestre hanno tremato, i muri hanno tremato e il mio cuore era come se mi uscisse letteralmente fuori di bocca. I miei genitori, i miei fratelli e i miei cugini, che stanno con noi perché la loro casa è stata danneggiata il primo giorno dei raid, stavano cercando di dormire. Siamo tutti corsi verso il lato della casa più lontano dai bombardamenti. Hala, la mia sorella di 11 anni, è rimasta immobile e abbiamo dovuto trascinarla nell’altra stanza. Ho ancora i segni sulla spalla da quando Aya, il mio cugino di 13 anni, si è aggrappato a me durante le successive quattro esplosioni, una più violenta e paralizzante dell’altra. Guardando fuori della finestra qualche istante dopo, il cielo notturno era diventato color grigio sporco a causa del fumo.

Le navi da guerra israeliane hanno colpito qualche istante fa l’unico porto di Gaza; sono stati esplosi 15 missili, che hanno distrutto barche e parti del porto. Questi sono solo i resoconti radiofonici iniziali. Non sappiamo quale sia l’entità dei danni. Sappiamo che l’industria del pesce da cui dipendono direttamente o indirettamente migliaia di famiglie non costituisce una minaccia per la sicurezza israeliana. Il cronista della radio ha iniziato a contare le esplosioni: penso che abbia perso il conto dopo le prime sei. Fino ad ora abbiamo sentito altri tre scoppi. “Sono terrorizzata dai fischi”, ho detto a mia sorella, riferendomi al suono che il missile fa prima di colpire. Questi momenti in cui ci si domanda dove andrà a cadere sono angosciosi. Quando i fischi e le esplosioni sono finiti il cronista ha annunciato che era stato bombardato il mercato del pesce (vuoto, naturalmente).

Abbiamo appena sentito che quattro sorelle della famiglia Balousha sono state uccise in un attacco che ha bersagliato la moschea vicino alla loro casa nella zona nord della Striscia.

Sapete cosa mi preoccupa, più dei botti e degli scoppi, del fumo, delle sirene delle ambulanze e dei fischi? Il suono costante, sinistro, esasperante e monotono degli elicotteri Apache sopra di noi che mi ronza in testa giorno e notte. E' come se sentissi cose, che non sento, ma che sento.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10065.shtml

lunedì 29 dicembre 2008

Dieudonné e Faurisson scandalizzano la Ministra


Letto ieri da un dispaccio dell'AFP: la Ministra francese della Cultura e della Comunicazione, Christine Albanel, ha espresso domenica la propria "costernazione" per l'invito in scena rivolto dall'umorista Dieudonné a Robert Faurisson durante il suo ultimo spettacolo "J'ai fait le con" [Ho fatto lo stronzo]: http://fr.news.yahoo.com/2/20081228/ten-robert-faurisson-invite-par-dieudonn-31281c2.html .

"Questa provocazione offende e ferisce di nuovo le memorie", ha deplorato la Ministra.

Prosegue il dispaccio: "Il controverso umorista Dieudonné ha invitato venerdì sera sulla scena dello Zénith di Parigi il negazionista Robert Faurisson, che contesta da 30 anni la realtà dell'Olocausto, a cui ha assegnato un "premio dell'infrequentabilità e dell'insolenza". In un video in rete pubblicato da Le Post che mostra integralmente la scena che si è svolta alla fine dello spettacolo, Dieudonné ha fatto scattare un'ovazione in onore di Faurisson, accolto in scena da un abbraccio. Il premio gli è stato consegnato da una persona travestita da deportato ebreo".

Da Le Figaro abbiamo poi appreso che tra Dieudonné e Faurisson si è svolto il seguente dialogo (http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2008/12/28/01016-20081228ARTFIG00088-nouvelle-provocation-de-dieudonne-.php ): "La sua presenza qui e la nostra stretta di mano sono già uno scandalo in sé", ha ironizzato Dieudonné. "Non sono abituato a questa accoglienza. Sono considerato un gangster della storia. Tu ci hai detto: "Ho fatto lo stronzo". Questo è sicuro, ma stasera lo stai facendo veramente!", gli ha risposto Faurisson. "E' proprio la più grande cazzata che ho fatto ma la vita è troppo breve. Cazzeggiamo e disobbediamo il più possibile!", gli ha risposto l'umorista.

La vera Shoah


L’AMMONTARE DELLE MORTI E DELLA DISTRUZIONE E' INCONCEPIBILE

Di Safa Joudeh, dalla Striscia di Gaza occupata, 27 Dicembre 2008[1]

E’ stato poco prima di mezzogiorno che ho sentito la prima esplosione. Sono corsa alla finestra ed ero a malapena riuscita ad arrivare lì e a guardare fuori che sono stata spinta all’indietro dalla forza e dalla pressione dell’aria di un’altra esplosione. Per qualche momento non ho capito ma poi mi sono resa conto che le promesse di Israele di un’offensiva su vasta scala contro la Striscia di Gaza si erano materializzate. Dopo tutto le dichiarazioni del Ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni successive all’incontro dell’altro ieri con il Presidente egiziano Hosni Mubarak non erano vuote minacce.

Quello che è avvenuto sembra decisamente surreale, a questo punto. Non avremmo mai immaginato nulla del genere. E’ successo tutto così velocemente, ma l’ammontare delle morti e della distruzione è inconcepibile, persino per me e mi trovo in mezzo a tutto ciò e sono passate solo poche ore.

Sono stati colpiti sei siti durante il raid aereo a Gaza City. Le immagini probabilmente non sono state trasmesse dai canali statunitensi. C’erano pile e pile di corpi nei siti colpiti. Mentre li guardavi potevi vedere che qualcuno di quei giovani era ancora vivo, qualcuno sollevava una mano, e un altro alzava la testa. Sono morti probabilmente poco dopo perché i loro corpi erano bruciati, molti avevano perso degli arti, qualcuno stava con le viscere di fuori e giacevano tutti in pozze di sangue. Fuori di casa mia, che è vicina alle due più grandi università di Gaza, un missile è caduto su un grosso gruppo di giovani, studenti universitari. Erano stati avvertiti di non stare in gruppo perché questo ne faceva dei facili bersagli, ma stavano aspettando i bus per tornare a casa. Ne sono rimasti uccisi sette, quattro studenti e tre ragazzi dei nostri vicini, giovani della famiglia Rayes e nostri cari amici. Mentre scrivo sento da fuori la processione di un funerale; ho guardato fuori un attimo fa ed erano i tre ragazzi Rayes. Passavano tutto il tempo assieme quando erano vivi, sono morti assieme e condividono assieme lo stesso funerale. Niente ha potuto fermare mio fratello di 14 anni dal correre fuori a vedere i corpi dei suoi amici che giacevano sulla strada dopo che erano stati uccisi. Da quel momento non ha più detto una parola.

Cosa voleva dire il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert quando ha dichiarato che noi, il popolo di Gaza, non eravamo il nemico, che erano Hamas e la Jihad islamica a dover essere colpite? Questa dichiarazione è stata fatta per farci infuriare oltre il nostro stato di shock, per calmare ogni sentimento di rabbia e di vendetta? Per farsi beffe di noi? I gruppi di bambini che tornavano a casa da scuola e che adesso si contano tra i morti e i feriti erano militanti di Hamas? Poco più oltre sulla mia strada circa un’ora e mezza dopo il primo assalto, tre bambine stavano passando accanto a uno degli obbiettivi quando un missile ha colpito l’edificio sede della Sicurezza Preventiva. I corpi delle bambine sono stati ridotti in pezzi che hanno coperto la strada da un lato all’altro.

In tutti i siti colpiti, la gente si fa largo tra i morti, con il terrore di riconoscere tra essi un membro della propria famiglia. Le strade sono cosparse dei loro corpi, delle loro braccia, delle loro gambe, dei loro piedi, qualcuno con la scarpa e qualcuno senza. La città è in stato di allarme, panico e confusione, i cellulari non funzionano, gli ospedali e gli obitori sono stracolmi e qualche morto giace ancora sulle strade con i familiari raccolti intorno, che baciano i loro visi, e li stringono. Fuori degli edifici distrutti i vecchi stanno in ginocchio per terra a piangere. Le loro esili speranze di ritrovare i propri figli svaniscono dopo un’occhiata a come sono ridotti gli edifici dei loro uffici.

E anche dopo che i morti vengono identificati, ai dottori è affidato il duro compito di riunire le membra sparse per consegnarle alle loro famiglie. I corridoi degli ospedali sembrano un mattatoio. E’ davvero peggio di qualunque film dell’orrore possiate immaginare. Il pavimento è pieno di sangue, i feriti sono appoggiati contro i muri o giacciono sul pavimento, accanto ai morti. I dottori lavorano affannosamente e le persone con ferite non mortali vengono rispedite a casa. Una mia parente è stata ferita da un pezzo di vetro proveniente dalla finestra del soggiorno e le è rimasto un taglio profondo proprio in mezzo al viso. E’ stata rimandata a casa; troppe altre persone avevano bisogno di cure più urgenti. Suo marito, dentista, l’ha portata nella sua clinica e le ha ricucito il viso usando l’anestesia locale.

Più di 200 persone sono morte nei raid aerei di oggi. Questo significa più di 200 processioni funebri, qualcuna oggi, la maggior parte domani, probabilmente. E pensare che ieri queste famiglie erano preoccupate per il cibo, il riscaldamento e l’elettricità. A questo punto penso che essi – e in realtà tutti noi – avrebbero preferito con gioia che Hamas rinunci per sempre a tutti i diritti basilari rimanenti che abbiamo rivendicato negli ultimi mesi se questo avesse potuto fermare quello che è successo.

Il bombardamento è stato molto vicino a casa mia. La maggior parte dei miei familiari vivono in questa zona. La mia famiglia sta bene ma due case dei miei zii sono rimaste danneggiate.

Noi possiamo riposare facilmente, gli abitanti di Gaza possono piangere stanotte. Si dice che Israele abbia promesso di non compiere più raid per ora. La gente sospetta che il prossimo passo sia quello degli omicidi mirati, che implicherà inevitabilmente ancora più malcapitati innocenti il cui destino è già stato segnato.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10059.shtml

domenica 28 dicembre 2008

Un'intervista con Richard Falk

SOSTENERE I DIRITTI UMANI GLOBALI: INTERVISTA CON RICHARD FALK

Di Victor Kattan, The Electronic Intifada, 24 Dicembre 2008[1]

Qualche giorno fa, le autorità israeliane hanno espulso il professor Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, che era entrato nel paese per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele. Il collaboratore di Electronic Intifada Victor Kattan ha intervistato Falk sui motivi che stanno dietro la sua espulsione, sul paragone che egli ha fatto tra il trattamento dei palestinesi da parte di Israele e i crimini nazisti compiuti durante la seconda guerra mondiale, sul suo duplice ruolo di accademico e di sostenitore dei diritti umani, e su come i difensori di Israele stornano l’attenzione da quello che sta succedendo nei territori, attaccando i critici della politica israeliana.

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.

Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?

Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.

VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.

Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?

RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.

VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?

RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.

VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?

RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.

Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.

VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?

RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.

Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!

Victor Kattan è un tutor del Centre for International Studies and Diplomacy alla School of Oriental and African Studies di Londra, dove insegna diritto internazionale agli studenti universitari. Il suo libro, From Coexistence to Conquest: International Law and the Origins of the Arab-Israeli Conflict 1891-1949, verrà pubblicato da Pluto Books nel Giugno del 2009. Victor è il curatore di The Palestine Question in International Law, che è stato pubblicato dal British Institute of International and Comparative Law nel Maggio del 2008 e che ospita una serie di articoli di eminenti studiosi di diritto internazionale sul conflitto israelo-palestinese.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10051.shtml

sabato 27 dicembre 2008

Ancora un processo contro Horst Mahler


Il 20 Dicembre è uscito un articolo sul sito "sueddeutsche.de" che recita quanto segue (un grazie al nostro traduttore):

L'estremista di destra Mahler davanti ai tribunali

Il 12 Gennaio 2009 l'estremista di destra ed ex avvocato della Frazione Armata Rossa (RAF) Horst Mahler, di 72 anni, dovrà rispondere di cinque capi di imputazione relativi al reato di "istigazione all'odio" davanti al tribunale di grande istanza di Monaco. Secondo un comunicato di venerdì [19 Dicembre] del servizio stampa del ministero, il principale capo d'accusa contro Mahler riguarda la diffusione, da parte dell'imputato, di un libro del negatore dell'Olocausto Germar Rudolf, già lui stesso condannato a due anni e mezzo di prigione. E' stato parimenti imputato a Mahler di aver fatto, nel corso di un'intervista, delle dichiarazioni antisemite che sono state pubblicate su Internet e che fanno appello alla violenza contro gli ebrei [sarà vero? n. d. r.]. La procedura contro l'avvocato Mahler dovrà durare cinque giorni con l'osservanza delle più severe misure di sicurezza [come se fosse un pericoloso malfattore, n. d. r.].

venerdì 26 dicembre 2008

Il senatore Roeland Raes ha fatto appello

Un dispaccio del 20 Dicembre scorso segnala che il senatore belga Roeland Raes, ex vice-Presidente del Vlaams Belang, che era stato condannato il 12 Dicembre dal tribunale correzionale di Bruxelles a 4 mesi di prigione con la condizionale per aver espresso dubbi sullo sterminio degli ebrei e sulla cifra delle vittime, ha presentato appello, come annunciato dal suo avvocato. Egli era stato condannato anche a pagare 1000 euro di danni e interessi al Centro per le Pari Opportunità e per la Lotta contro il Razzismo (CECLR), nonché al Forum delle associazioni ebraiche, che si erano entrambi costituiti parte civile.

giovedì 25 dicembre 2008

Natale

LA NOTTE DI NATALE

di Domenico Giuliotti (da Poesie, Firenze, 1932)

Fermi sui colli, nel candor lunare,
in mezzo alle dormienti pecorelle,
i pastori vegliavano; più chiare
parean le stelle.

Luceano i rivi tra le roccie; i fiumi
pareano lungi rutilar di gemme,
e a mezza valle si vedeano i lumi
di Betelemme.

Era la notte dei prodigi: ed era
quasi emanato dalla calma astrale,
sulle cose, un tepor di primavera
celestiale.

Ecco; e nel mentre il luccichio d'un astro
di là da' monti, misteriosamente,
accompagnava i sacri a Zoroastro,
Magi d'Oriente,

i mandriani, cui pur or calato
era sugli occhi un velo cenerogno,
ecco dinanzi videro un alato
Angelo, in sogno.

E disse loro: "Giubbilate in cuore,
da che, secondo le divine leggi,
in Betelemme è nato il Re Pastore
di tutti i greggi.

Or voi sorgete ed al Signor che è nato
sopra la paglia e i piccioli occhi nuovi
apre e sorride, se lo scalda il fiato
denso dei bovi,

lasciata sola, senza guardia, a Dio,
la greggia sulle balze dirupate,
lieti movendo, tra le valli, un pio
inno cantate".

Disse e disparve: E in segno di letizia
universale, fra l'eterno riso
delle stelle, la candida milizia
del Paradiso,

gloria cantando, disegnava lieti
giri lucenti e vive rose ed archi,
mentre i sapienti, i martiri, i profeti,
i patriarchi,

intorno ad una balenante croce,
quali con palme, quali con alloro,
lenti moveano al suon d'armoniose
cetere d'oro.

E sparve il sogno per i cieli; e quando
nel plenilunio della sacra notte
i mandriani, alla Città, cantando
scesero a frotte,

tra le petrose balze dirupate,
vegliava Dio le ignare pecorelle,
placidamente ancora addormentate
sotto le stelle.

mercoledì 24 dicembre 2008

Israele e i diritti umani


LA MIA ESPULSIONE DA ISRAELE

Quando sono arrivato in Israele come rappresentante delle Nazioni Unite sapevo che vi potevano essere dei problemi all’aeroporto. E c’erano.

Di Richard Falk[1], 20 Dicembre 2008[2]

Il 14 Dicembre sono arrivato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per svolgere il mio incarico di relatore speciale per le Nazioni Unite sui territori palestinesi.

Stavo conducendo una missione che aveva lo scopo di visitare la Cisgiordania e Gaza per preparare un rapporto sull’osservanza da parte di Israele dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Erano stati fissati degli incontri al ritmo di uno l’ora durante i sei giorni previsti, a cominciare da quello, il giorno seguente, con Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese.

Sapevo che vi potevano essere dei problemi all’aeroporto. Israele si era fortemente opposta al mio incarico alcuni mesi prima e il suo ministro degli esteri aveva rilasciato una dichiarazione secondo cui avrebbe proibito il mio ingresso se fossi venuto in Israele nel mio ruolo di rappresentante dell’Onu.

Allo stesso tempo, non avrei fatto il lungo viaggio dalla California, dove vivo, se non fossi stato ragionevolmente ottimista sulle mie possibilità di riuscire a entrare. Israele era stata informata che avrei guidato la missione e avrei fornito una copia del mio itinerario, e aveva rilasciato i visti alle due persone che mi assistevano: un addetto alla sicurezza e un assistente, che lavorano entrambi nell’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani a Ginevra.

Per evitare un incidente all’aeroporto, Israele avrebbe potuto o rifiutarsi di accettare i visti o comunicare alle Nazioni Unite che non mi avrebbero permesso di entrare, ma non è stata presa nessuna delle due misure. Sembra che Israele abbia voluto impartire a me, e in modo assai più significativo alle Nazioni Unite, una lezione: non vi sarà nessuna collaborazione con coloro che esprimono forti critiche sulla politica di occupazione israeliana.

Dopo che mi è stato negato l’ingresso, sono stato tenuto in custodia cautelare insieme a circa altre 20 persone con problemi d’ingresso. Da questo momento, sono stato trattato non come un rappresentante delle Nazioni Unite, ma come una sorta di minaccia per la sicurezza, sottoposto ad una perquisizione corporale minuziosa e alla più puntigliosa ispezione dei bagagli che abbia mai visto.

Sono stato separato dai miei due colleghi delle Nazioni Unite, a cui è stato permesso di entrare in Israele, e condotto nell’edificio di detenzione dell’aeroporto, distante circa un miglio. Mi è stato chiesto di mettere tutti i miei bagagli, insieme al cellulare, in una stanza e sono stato portato in un piccolo locale chiuso a chiave che puzzava di urina e di sudiciume. Conteneva altri cinque detenuti e costituiva uno sgradito invito alla claustrofobia. Ho passato le successive 15 ore rinchiuso in questo modo, il che è equivalso ad un corso intensivo sulle miserie della vita carceraria, inclusi lenzuola sporche, cibo immangiabile e luci che passavano dal bagliore all’oscurità, controllate dall’ufficio di guardia.

Naturalmente, la mia delusione e la mia dura reclusione sono cose insignificanti, non meritevoli di notizia per sé stesse, date le serie privazioni sopportate da milioni di persone in tutto il mondo. La loro importanza è soprattutto simbolica. Sono una persona che non ha fatto nulla di sbagliato, se non esprimere la propria forte disapprovazione per la politica di uno stato sovrano. Soprattutto, l’ovvia intenzione era di umiliare me come rappresentante dell’Onu, e di mandare perciò un messaggio di sfida alle Nazioni Unite.

Israele mi ha sempre accusato di essere prevenuto e di aver fatto accuse incendiarie sull’occupazione dei territori palestinesi. Nego di essere stato prevenuto ma insisto invece che ho cercato di essere obbiettivo nel valutare i fatti e la legislazione di pertinenza. Il carattere dell’occupazione è di dare adito ad aspre critiche sull’atteggiamento israeliano, specialmente sul rigido blocco imposto a Gaza, che ha come conseguenza la punizione collettiva di un milione e mezzo di abitanti. Prendendo di mira l’osservatore, invece di quello che viene osservato, Israele gioca una partita scaltra. Distoglie l’attenzione dalle realtà dell’occupazione, praticando in modo efficace una politica di diversione. Il blocco di Gaza non assolve nessuna funzione legittima da parte di Israele. Si dice che sia stato imposto come rappresaglia per alcuni razzi di Hamas e della Jihad islamica che sono stati lanciati oltreconfine sulla città israeliana di Sderot. L’illegalità di lanciare questi razzi è indiscutibile, ma non giustifica in alcun modo l’indiscriminata rappresaglia israeliana contro l’intera popolazione di Gaza.

Lo scopo dei miei rapporti è di documentare a nome delle Nazioni Unite l’urgenza della situazione a Gaza e altrove, nella Palestina occupata. Questo lavoro è di particolare importanza ora che vi sono segnali di una rinnovata escalation di violenza e persino di una minacciata rioccupazione da parte di Israele.

Prima che una tale catastrofe accada, è importante rendere la situazione il più trasparente possibile, e questo è quello che avevo sperato di fare esercitando il mio compito. Nonostante l’ingresso negato, il mio sforzo sarà di continuare a utilizzare tutti i mezzi disponibili per documentare la realtà dell’occupazione israeliana nel modo più veritiero possibile.

[1] Richard Falk è professore di diritto internazionale alla Università di Princeton e relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.informationclearinghouse.info/article21505.htm

Il segreto del Lusitania


IL SEGRETO DEL LUSITANIA: LA SCOPERTA DELLE ARMI SMENTISCE LE ASSERZIONI DEGLI ALLEATI CHE FOSSE SOLTANTO UNA NAVE PASSEGGERI

Di Sam Greenhill, 20 Dicembre 2008[1]

Il suo affondamento con la perdita di quasi 1.200 vite umane provocò un tale sdegno che spinse gli Stati Uniti nella prima guerra mondiale.

Ma ora i sommozzatori hanno rivelato un tenebroso segreto sul carico trasportato dal Lusitania nel suo viaggio conclusivo del Maggio 1915.

Le armi da essi trovate nella stiva indicano che i tedeschi hanno sempre avuto ragione nel sostenere che la nave stava trasportando materiale bellico e che era un obbiettivo militare legittimo.

La nave Cunard, diretta da New York a Liverpool, venne affondata otto miglia a largo della costa irlandese da un sottomarino tedesco.

Affermando che il Lusitania era solo una nave passeggeri, gli inglesi accusarono subito i “pirati unni” di aver massacrato dei civili.

Il disastro venne usato per sobillare l’odio contro i tedeschi, soprattutto negli Stati Uniti, da dove provenivano 128 delle 1.198 vittime.

Un centinaio di morti erano bambini, molti dei quali sotto i due anni.

Robert Lansing, il segretario di stato degli Stati Uniti, scrisse in seguito che l’affondamento gli diede “la convinzione che alla fine saremmo diventati l’alleato dell’Inghilterra”.

Agli americani venne persino detto, falsamente, che ai bambini tedeschi era stato concesso un giorno di vacanza per celebrare l’affondamento del Lusitania.

Il disastro ispirò una moltitudine di manifesti di arruolamento che chiedevano vendetta per le vittime.

Uno di questi, che mostrava come tutti sanno una madre che scivolava sotto le onde con il proprio bambino, recava il semplice slogan: “arruolati”.

Due anni dopo, gli americani si unirono agli Alleati come potenza associata – una decisione che diede una svolta decisiva alla guerra contro la Germania.

La squadra di sommozzatori ritiene che giacciano nella stiva del Lusitania circa quattro milioni di proiettili Remington 303 fabbricati negli Stati Uniti, a una profondità di circa 100 metri.

I tedeschi avevano insistito che il Lusitania – la più veloce nave di linea dell’Atlantico del Nord – veniva usata come nave militare per spezzare il blocco che Berlino stava cercando di imporre intorno all’Inghilterra dallo scoppio delle ostilità nell’Agosto del 1914.

Winston Churchill, che fu dapprima Lord dell’Ammiragliato e che a lungo è stato sospettato di conoscere le circostanze dell’attacco più di quanto avesse lasciato credere in pubblico, scrisse in una lettera confidenziale poco dopo l’affondamento che alcuni attacchi dei sottomarini tedeschi andavano auspicati.

Egli disse: “E’ della massima importanza attrarre le navi neutrali sulle nostre rive, soprattutto nella speranza di coinvolgere gli Stati Uniti contro la Germania. Da parte nostra vogliamo il traffico – più ce n’è meglio è, e se qualcuno finisce nei guai, ancora meglio”.

Hamton Sides, che scrive per Men’s Vogue negli Stati Uniti ha assistito alla scoperta dei sommozzatori.

Egli ha detto: “Si tratta di proiettili che erano stati espressamente fabbricati per uccidere i tedeschi nella prima guerra mondiale – quei proiettili che i funzionari inglesi a Whitehall e i funzionari americani a Washington avevano a lungo negato che si trovassero a bordo del Lusitania”.

La scoperta può aiutare a spiegare perché una nave lunga 241 metri come il Lusitania sia affondata in 18 minuti a causa di un solo siluro tedesco giunto a colpire il suo scafo.

Alcuni dei 764 sopravvissuti riferirono di una seconda esplosione che può essere stata provocata dalle munizioni.

Gregg Bernis, un uomo d’affari americano che possiede i diritti sul relitto e che sta finanziando le ricerche, ha detto: “Questi quattro milioni di proiettili non erano solo la scorta di qualche cacciatore privato. Ora che li abbiamo trovati gli inglesi non possono più negare che c’erano munizioni a bordo. C’erano letteralmente tonnellate e tonnellate di roba immagazzinata nelle stive non refrigerate del carico, ambiguamente etichettate come formaggio, burro e ostriche. Ho sempre avuto la sensazione che ci fossero esplosivi importanti nelle stive – granate, polvere da sparo, cotone per fucili – che vennero fatti saltare dal siluro e dall’afflusso dell’acqua. E’ questo che ha affondato la nave”.

Bernis sta progettando di commissionare ulteriori immersioni l’anno prossimo per un esame forense completo del relitto a largo di County Cork.

[1] http://www.dailymail.co.uk/news/article-1098904/Secret-Lusitania-Arms-challenges-Allied-claims-solely-passenger-ship.html?ITO=1490#

martedì 23 dicembre 2008

Come si costruivano le prove a Norimberga


ILPROTOCOLLOHOSSBACH: LA DISTRUZIONE DI UNA LEGGENDA

Das Hossbach-“Protokoll”: Die Zerstoerung einer Legende, di Dankwart Kluge, Druffel Verlag, 1980, 168 pagine.

Recensito da Mark Weber (1983)[1]

Hitler, ci è stato detto ripetutamente, si era proposto di conquistare il mondo, o almeno l’Europa. Nel grande Tribunale postbellico di Norimberga, gli Alleati vittoriosi cercarono di provare che Hitler e i suoi accoliti intrapresero una sinistra “Cospirazione per condurre una guerra di aggressione”. Il reperto di prova più importante per sostenere tale accusa fu ed è un documento conosciuto come il “Protocollo Hossbach” o “Memorandum Hossbach”.

Il 5 Novembre del 1937, Hitler riunì pochi alti ufficiali per una conferenza nella cancelleria del Reich a Berlino: il Ministro della Guerra Werner von Blomberg, il Comandante dell’Esercito Werner von Fritsch, il Comandante della Marina Erich Raeder, il Comandante dell’Aviazione Hermann Göring, e il Ministro degli Esteri Konstantin von Neurath. Era presente anche il Colonnello conte Friedrich Hossbach, aiutante di Hitler.

Cinque giorni dopo, Hossbach scrisse a memoria un resoconto non autorizzato della riunione. Egli non aveva preso note durante la conferenza. Hossbach affermò dopo la guerra di aver chiesto due volte a Hitler di leggere il memorandum, ma il Cancelliere replicò che non aveva tempo. A quanto pare nessuno degli altri partecipanti conobbe mai l’esistenza del resoconto della conferenza fatto dal Colonnello. Né considerarono tale riunione particolarmente importante.

Pochi mesi dopo la conferenza, Hossbach venne trasferito ad altro incarico. Il suo manoscritto venne archiviato insieme a molti altri documenti e dimenticato. Nel 1943 il Colonnello conte Kirchbach, ufficiale di stato maggiore, trovò il manoscritto e ne fece una copia per sé stesso. Kirchbach lasciò l’originale di Hossbach in archivio e diede la copia in suo possesso a suo cognato, Victor von Martin, per sicurezza. Poco dopo la fine della guerra, Martin consegnò tale copia alle autorità alleate di occupazione, che la utilizzarono per produrne una versione sostanzialmente alterata come prova d’accusa a Norimberga. Vi si introdussero frasi inventate come quelle che attribuiscono a Hitler la seguente affermazione: “La questione tedesca può essere risolta solo con la forza”. Ma soprattutto, il documento presentato a Norimberga è lungo meno della metà del manoscritto di Hossbach. Sia l’originale scritto da Hossbach che la copia appartenuta a Kirchbach e a Martin sono totalmente (e opportunamente) scomparsi.

Secondo il documento attribuito a Hossbach e presentato a Norimberga – e da allora largamente citato – Hitler disse ai presenti che le sue considerazioni dovevano essere viste come un “testamento finale” nel caso dovesse morire. La parte più incriminata cita Hitler come se avesse detto che le forze armate avrebbero dovuto agire, al più tardi nel 1943-45, per conquistare lo “spazio vitale” (“Lebensraum”) di cui la Germania aveva bisogno. Ma se la Francia si fosse indebolita a causa di una crisi interna prima di quell’epoca, la Germania doveva agire contro la Repubblica Ceca (Boemia e Moravia). O, se la Francia fosse rimasta invischiata nella guerra (con l’Italia) in modo tale da non poter attaccare la Germania, allora la Germania si sarebbe dovuta impadronire contemporaneamente della Repubblica Ceca e dell’Austria. I presunti riferimenti di Hitler allo “spazio vitale” riguardano solo l’Austria e la Repubblica Ceca.

Quando Hitler andò al potere nel 1933, la Germania era militarmente alla mercè di potenze straniere ostili. Il riarmo era iniziato lentamente e all’inizio del 1937, a causa della mancanza di materie prime, i tre rami dell’esercito dovettero ridurre le spese. Tra i detti rami scoppiò una furibonda controversia per accaparrarsi le risorse rimanenti.

Contrariamente a quanto suggerito dal protocollo Hossbach, Hitler convocò la conferenza del 5 Novembre del 1937 in parte per indurre alla riconciliazione i vertici militari in lite, e in parte per riprendere il programma di riarmo della Germania. La politica estera era solo una questione accessoria. Hitler cercò di giustificare il bisogno di ricostruire la forza militare tedesca presentando, in modo esagerato e ipotetico, diverse situazioni di crisi all’estero che avrebbero richiesto un’azione militare, nessuna delle quali si verificò davvero. Hitler non annunciò un nuovo corso della politica estera tedesca, ancora meno un programma di guerra aggressiva.

A Norimberga Göring testimoniò che Hitler gli aveva detto privatamente poco prima della conferenza che lo scopo principale della convocazione di tale riunione era di “mettere pressione al Generale von Fritsch, poiché egli (Hitler) era insoddisfatto delle operazioni di riarmo”. Raeder confermò la dichiarazione di Göring.

Come altri conservatori aristocratici e tradizionalisti, Hossbach diventò un aspro oppositore di Hitler e del regime nazionalsocialista. Fu intimo amico del Generale Ludwig Beck, che venne giustiziato nel 1944 per il suo ruolo direttivo nel complotto che cercò di uccidere Hitler e di rovesciarne il governo. Nonostante le sue smentite dopo la guerra, è praticamente certo che Hossbach preparò la sua tendenziosa versione della conferenza su impulso di Beck, per screditare il regime di Hitler dopo un colpo di stato. Hossbach era anche vicino all’Ammiraglio Wilhelm Canaris, capo del servizio segreto militare, e del Generale Ziehlberg, entrambi giustiziati anch’essi per il loro ruolo nel complotto del 1944. Ancora all’inizio del 1938 Hossbach, Beck e Canaris erano a favore di un colpo di stato per rovesciare Hitler.

Il memorandum Hossbach viene spesso citato in libri di storia divulgativi come prova definitiva dei piani di Hitler per una guerra aggressiva. Un buon esempio è l’inaffidabile bestseller di William Shirer Ascesa e caduta del Terzo Reich, che presume che il protocollo registrasse il “punto di svolta decisivo del Terzo Reich”. Su questa fatidica conferenza, Shirer ha scritto: “…Il dado era tratto. Hitler aveva comunicato la sua decisione irrevocabile di entrare in guerra. Per il pugno di uomini che l’avrebbero diretta non vi poteva essere più alcun dubbio”. Come molti altri pubblicisti germanofobi, Shirer cita in modo ingannevole il memorandum Hossbach come un resoconto attendibile. Egli distorce persino la reale importanza militare dei partecipanti della conferenza. Dei cinque ufficiali di vertice presenti, tre (Blomberg, Fritsch, Neurath) persero il posto nel giro di pochi mesi. Raeder venne sostituito come Comandante della Marina nel Gennaio del 1943. Solo Göring era davvero vicino a Hitler.

Il ruolo importante del fraudolento protocollo Hossbach al Tribunale di Norimberga è un’altra schiacciante conferma del carattere illegittimo, da processo-show, di questa performance giudiziaria così spettacolare.Sulla base di tale protocollo, che divenne il documento di Norimberga 386-PS, l’atto d’accusa del Tribunale dichiarò: “Un influente gruppo di cospiratori nazisti si riunì assieme a Hitler il 5 Novembre del 1937 per discutere la situazione. Ancora una volta venne sottolineato che la Germania doveva avere il proprio spazio vitale nell’Europa centrale. Essi riconobbero che tale conquista avrebbe probabilmente incontrato delle resistenze, liquidabili con la forza, e che tale decisione avrebbe probabilmente condotto a una guerra generale”. Il pubblico ministero americano Sidney Alderman disse al Tribunale che il memorandum (“Uno dei documenti sequestrati più impressionanti e rivelatori”) aveva tolto ogni dubbio sulla colpevolezza dei leader tedeschi per i loro crimini contro la pace. Esso funse anche da fondamento alla conclusione dei giudici di Norimberga che la “Cospirazione per condurre una guerra d’aggressione” da parte della Germania ebbe inizio con la conferenza del 5 Novembre 1937. Il documento fu decisivo per la condanna di Göring, Neurath e Raeder per il loro ruolo nella “cospirazione criminale”. Lo spurio protocollo Hossbach è fin troppo tipico del genere di prove utilizzate dagli Alleati vittoriosi a Norimberga per legittimare l’imprigionamento e le uccisioni giudiziarie degli sconfitti leader tedeschi.

Non c’è dubbio, ora, che il protocollo Hossbach sia privo di valore come documento storico. Dopo la guerra sia Hossbach che Kirchbach dichiararono che la versione utilizzata dall’accusa era molto differente dal manoscritto che essi ricordavano. Hossbach testimoniò anche a Norimberga di non poter confermare che la versione utilizzata dall’accusa fosse del tutto corrispondente al manoscritto che aveva redatto nel 1937. E nelle sue memorie ammise che, in ogni caso, Hitler non aveva descritto nessun tipo di “piano di guerra” nel corso della riunione. A Norimberga, Göring, Raeder, Blomberg e Neurath denunciarono tutti il protocollo Hossbach come un travisamento grossolano della conferenza (Fritsch era morto). Il protocollo riguarda solo la prima parte della riunione, distorcendo così il suo vero carattere. Il memorandum si conclude con la semplice frase: “La seconda parte della conferenza riguarda le questioni sugli armamenti materiali”. Non vengono forniti dettagli. Nel 1968 Victor von Martin descrisse il memorandum con queste parole: “Il protocollo presentato alla corte di Norimberga venne assemblato in modo tale da cambiare totalmente il significato [dell’originale] e può essere definito perciò solo come una grossolana falsificazione”.

Quando scrisse il suo studio pionieristico Le origini della seconda guerra mondiale, A. J. P. Taylor accettò il memorandum Hossbach come un resoconto fedele della riunione del 5 Novembre del 1937. Ma nella sezione dei “Ripensamenti” aggiunti alle edizioni successive, il rinomato storico inglese ammise di essere stato inizialmente “abbindolato” dalla “leggenda” del documento. Questa conferenza presuntamente cruciale fu in realtà “una manovra di politica interna”. Il protocollo stesso, osservò Taylor, “non contiene direttive per azioni [militari] oltre al desiderio di una crescita degli armamenti”. Egli osservò tristemente che “quelli che credono nei processi politici possono continuare a citare il memorandum Hossbach”. H. W. Koch, docente all’Università di York (Inghilterra) smantellò ulteriormente la leggenda in un articolo del 1968 in cui concludeva che il famigerato protocollo “sarebbe stato inammissibile in ogni altro tribunale eccetto all’infuori del Tribunale di Norimberga”.

Dankwart Kluge ha fornito un valido contributo alla nostra comprensione delle origini della seconda guerra mondiale. Il suo studio rimarrà per molti anni come l’esame più autorevole di una grande truffa documentaria. Quest’opera affascinante include il testo completo del protocollo Hossbach, come pure un’appendice, quattro foto, e un’esauriente bibliografia. L’autore è nato nel 1944 a Breslau (Wroclaw), in Silesia. Dal 1974 ha lavorato come avvocato a Berlino Ovest. Kluge ha compiuto un lavoro ammirevole nel raccogliere il proprio materiale, che non è tratto solo da tutte le fonti documentarie disponibili, già pubblicate e non, ma anche da numerose interviste personali e dalla corrispondenza con testimoni-chiave. Kluge argomenta la propria tesi in modo irresistibile, sebbene lo stile narrativo sia un po’ debole. Questo studio importante non lascia dubbi che il protocollo tanto reclamizzato sia in realtà una revisione falsificata di una copia non autenticata di un originale non autorizzato, che è scomparso. Harry Elmer Barnes, a cui l’opera è dedicata, l’avrebbe gradita di cuore.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v04/v04p372_Weber.html

No dei serbi alla legge antirevisionista

Letto il 18 Dicembre sul sito del quotidiano austriaco “Der Standard” (un grazie al nostro traduttore), http://derstandard.at/?url=/?id=1227289115816 : La proibizione della negazione dell'Olocausto non è passata. Sarajevo/Belgrado – Alcuni deputati serbi del parlamento bosniaco hanno respinto un progetto di legge che prevedeva di punire la negazione o la giustificazione dell’Olocausto e di altri genocidi e crimini contro l’umanità. Secondo i media, undici deputati serbo-bosniaci hanno votato contro. In un parlamento che dispone di 42 seggi tale progetto di legge non ha dunque ricevuto il sostegno sufficiente dei deputati della repubblica serba di Bosnia per poter essere approvato. Secondo i deputati suddetti il progetto di legge in questione era di qualità “scadente”.

lunedì 22 dicembre 2008

Un articolo proto-revisionista del 1946

QUANTO E' ALTO IL NUMERO DELLE VITTIME EBREE?[1]

Questo articolo è uno dei primi ad aver contestato le statisticheufficialidel numero delle vittime ebree. “Quanto è alto il numero delle vittime ebree?” venne originariamente pubblicato in Svizzera nel 1946. Siamo grati a Thomas Kues per averlo tradotto in inglese, crediamo per la prima volta.

In modo del tutto indipendente dai dati pubblicati sul n°241 del Basler Nachrichten dal dr. Perlzweig, capo dell’ufficio politico del World Jewish Congress [Congresso Mondiale Ebraico], dati riguardanti il numero degli ebrei caduti vittime del regime nazista in Europa, abbiamo ricevuto da un corrispondente dagli Stati Uniti il seguente articolo, intitolato “Quanto è alto il numero delle vittime ebree?”:

Quasi ogni nazione (con la significativa eccezione dell’Unione Sovietica!) ha finora reso pubblica la propria cifra ufficiale dei morti di guerra – rivelando quindi il fatto sorprendente che tali perdite sono molto più basse di quelle della prima guerra mondiale. E’ anche più sorprendente, tuttavia, il fatto che finora non sia stata resa pubblica nessuna cifra ufficiale delle perdite ebraiche, ma solo stime private e semi-ufficiali. Queste stime – probabilmente provenienti da una fonte centrale di propaganda – danno una cifra che va dai 5 ai 6 milioni di ebrei morti a causa della persecuzione del regime di Hitler e a causa della guerra. Se questa cifra fosse corretta, allora le perdite ebraiche sarebbero più grandi delle perdite dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, dell’Australia, del Canada, della Nuova Zelanda, della Francia, del Belgio, dell’Olanda, della Danimarca, della Norvegia e del Lussemburgo messe assieme, la qualcosa rende anche più incomprensibile che ci si accontenti di una semplice stima per questa scioccante perdita di vite.

Una valutazione sommaria chiarisce però che questo numero di vittime ebree non può essere esatto. Data la curiosa assenza di fonti ufficiali già menzionata, si può a questo punto indagare tale problema solo sulla base dei seguenti dati comunemente disponibili.

Secondo queste fonti, il numero degli ebrei che vivevano in Europa nel 1933 – esclusa l’Unione Sovietica – ammonta a circa 5.5 milioni, una cifra fornita anche dall’American Jewish Conference [Conferenza Ebraica Americana] (secondo un rapporto del New York Times dell’11 Gennaio del 1945). Da questo numero deve essere sottratto il milione circa di ebrei che vivevano a est della Linea Molotov-Ribbentrop. Prima del 21 Giugno del 1941, questi ultimi erano del tutto fuori della portata delle persecuzioni del regime di Hitler e dopo tale data la grande maggioranza di essi fuggì all’interno della Russia e della Siberia, insieme all’Armata Rossa in ritirata. Anche se assumiamo che solo la metà circa degli ebrei che vivevano a est della Linea Molotov-Ribbentrop riuscirono a sfuggire all’invasione tedesca raggiungiamo una cifra totale fissa, sanzionata dalla più alta autorità ebraica, di 5 milioni di ebrei che vivevano in Europa sotto la potenziale portata del potere di Hitler.

Da questa cifra deve essere anche sottratto il numero degli ebrei che vivevano nei paesi neutrali dell’Europa. Secondo il World Calendar del 1942, p. 594, il numero degli ebrei nelle nazioni non occupate da Hitler corrispondeva alle cifre seguenti: Gibilterra 865, Inghilterra 300.000, Portogallo 1.200, Spagna 4.000, Svezia 6.553, Svizzera 17.973, Irlanda 3.888, Turchia 78.730 – totale 413.128.

Così il numero degli ebrei europei alla portata di Hitler e di Himmler si riduce a circa 4.5 milioni. Da questo numero deve essere a sua volta sottratto il grande flusso di migranti che durante gli anni 1933-45 si sono spostati da tutte le nazioni e da tutti i continenti. A causa del vasto sostegno internazionale dato giustamente a queste masse di profughi ebrei minacciati, una percentuale significativa di essi è riuscita a raggiungere un asilo sicuro.

Sfortunatamente non vi sono statistiche ufficiali disponibili che documentino in modo esatto l’immigrazione degli ebrei nell’America del Nord e del Sud, in Australia, in Asia e nelle nazioni neutrali d’Europa. Se tuttavia partiamo dalla ragionevole ipotesi che dopo il 1933 almeno l’80%, e dopo lo scoppio della guerra praticamente tutti i migranti classificati come “tedeschi, austriaci o polacchi” erano in realtà membri del popolo ebreo, allora possiamo desumere da varie fonti (tra queste il giornale ebraico Aufbau) il seguente quadro dell’emigrazione ebraica dal 1932 al 1945:

in Inghilterra circa 120.000, in Svezia circa 25.000, in Svizzera circa 60.000, in Spagna e in Portogallo circa 5.000, in Canada circa 60.000, negli Stati Uniti circa 450.000, in America Centrale circa 75.000, in Sudamerica circa 225.000, in Australia circa 15.000, in Cina (Shanghai) circa 35.000, in India circa 25.000, in Africa circa 45.000, in Palestina circa 300.000, per un totale di circa 1.440.000, arrotondabile a 1.500.000.

Nulla di concreto può essere detto sull’afflusso nelle vaste aree dell’Unione Sovietica e della Siberia, poiché al riguardo non vi sono statistiche di sorta. In ogni caso è degno di nota che, secondo un rapporto del New York Times basato sulla breve conferenza di una signora ebrea tornata [da un viaggio] riuscirono a fuggire in Siberia più di 500.000 ebrei polacchi.

Il numero degli ebrei effettivamente all’interno dei territori controllati da Hitler si riduce perciò a 3 milioni al massimo. Sfortunatamente la mancanza di cifre esatte riguarda anche il numero degli ebrei sopravvissuti in Europa, e curiosamente persino l’altrimenti esauriente rapporto emesso dal British-American Palestine Committee [Comitato anglo-americano per la Palestina] si accontenta di presentare “stime”. Secondo tali stime il numero degli ebrei che vivono ancora in Europa (esclusa l’Unione Sovietica) ammonta a 1.559.650.

Secondo i calcoli suddetti, che sfortunatamente non si basano su dati ufficiali nuovi, ma derivano esclusivamente da cifre fornite dalle autorità ufficiali, in totale meno di un milione e mezzo di ebrei vanno provvisoriamente catalogati come “morti o scomparsi”.

Si spera che una percentuale sostanziosa di questo numero si riveli appartenere a persone ancora vive quando verranno presentate per la prima volta statistiche adeguate. A causa dell’enorme importanza che viene data ora allo “sterminio degli ebrei” dall’opinione pubblica mondiale, è assolutamente necessario che venga costituita il prima possibile, da parte delle Nazioni Unite, una commissione d’inchiesta ufficiale per accertare il vero numero dei morti ebrei.

Già oggi almeno una cosa è sicura: la tesi che la cifra ammonti a 5-6 milioni di morti (cifra accettata in modo sbalorditivo persino dal Comitato per la Palestina) è falsa. Il numero delle vittime ebree si trova probabilmente tra il milione e il milione e mezzo, poiché non ve n’erano di più alla portata di Hitler e di Himmler. E’ presumibile e sperabile che il numero finale dei morti ebrei sia anche più basso. Ma bisogna fare chiarezza, e perciò la verità, importante sia per il presente che per il futuro, deve essere accertata da una speciale commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite.
[1] http://www.codoh.com/incon/inconhigh.html . Traduzione di Andrea Carancini.

domenica 21 dicembre 2008

Austin App in difesa di Ilse Koch


ILSE KOCH E I PRESUNTI PARALUMI[1]

Di Austin J. App, 9 Ottobre 1948[2]

Inquirer
Philadelphia, Pa

Al Direttore dell’Inquirer:

Secondo gli articoli e le lettere pubblicati sul The Inquirer molte persone vogliono la pelle di Ilse Koch e si sono arrabbiate perché la sua condanna è stata di soli quattro anni. Alcuni giustificano il proprio desiderio di vederla morta con le accuse non dimostrate secondo cui sono stati trovati a Buchenwald paralumi di pelle umana.

E’ bene ricordare a quelli che la pensano così che, parlando di cose simili, un soldato americano ha inviato a Roosevelt un tagliacarte da lui ricavato dal teschio di un giapponese. Sebbene Roosevelt abbia rifiutato il “dono” la domanda, per quelli che vogliono mettere a morte Ilse Koch per il suo presunto e indimostrato collegamento con i paralumi umani, è se questo americano che, non presuntamente bensì orgogliosamente, ha ricavato dei tagliacarte da ossa umane abbia ricevuto più dei quattro anni comminati a Ilse Koch. Il compito dell’America è di spazzare via la sporcizia prima di tutto dalla propria porta. Dio non condannerà l’America per essere stata clemente con Ilse Koch ma condannerà l’America per aver impiccato e calunniato membri di altre nazioni per azioni che se compiute dai propri connazionali vengono spacciate per esuberanza o souvenir di caccia. Solo dopo che l’americano che ha fabbricato il tagliacarte con ossa umane sarà stato punito potremo permetterci di preoccuparci dei crimini di Ilse Koch. Se non vogliamo impiccarlo per il suo comprovato “lavoretto” con le ossa allora non possiamo pensare di impiccare Ilse Koch per i suoi presunti paralumi.

Per quelli che pensano che Ilse Koch debba essere impiccata perché è stata brutale con i detenuti, lasciamo prima di tutto che constatino, di nuovo, se tutti gli americani che sono stati brutali allo stesso modo sono stati impiccati. Il vostro numero dell’8 Ottobre riporta l’accusa del giudice E. Leroy van Roden, formulata dopo aver esaminato i processi di guerra di Dachau, secondo cui “gli imputati sono stati brutalmente picchiati…Spesso i cappucci messi sulla testa dei prigionieri erano insanguinati per i colpi dati ad altri prigionieri…Alcuni inquirenti hanno cercato di estorcere confessioni travestendosi da sacerdoti”. Quelli che vogliono la pelle di Ilse Koch si stanno dando da fare affinché questi individui ricevano più dei quattro anni comminati a lei? Se non è così, allora questo è il loro primo dovere. Tra persone oneste, è lo sporco davanti alla propria porta ad avere la precedenza.

Cordiali saluti,
Austin J. App, PhD.
[1] Originariamente pubblicato in: Morgenthau Era Letters: 119 Letters to Newspapers and NewsmakersMostly in the Decade from 1941-1950 [Lettere dell’era Morgenthau: 119 lettere a giornali e a fabbricanti di notizia – Per la maggior parte nel decennio dal 1941 al 1950], Boniface Press, 1966.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vpaakoch.html

sabato 20 dicembre 2008

Austin App su Dachau

NESSUN GASATO A DACHAU[1]

Di Austin J. App, 5 Aprile 1961[2]

Inquirer
400 N. Broad St., Philadelphia, Pa.

Al Direttore:

Bob Considine nella sua terza serie sull’”Orrore e morte a Dachau” (5 Aprile) cita il Vescovo Ausiliario di Monaco, Johann Neuhaeusler. In essa Considine cita un personaggio che dice che “ci manderanno a calci nella camera a gas”, dando la solita impressione che a Dachau vennero gasate migliaia di persone.

Anni addietro, il 27 Agosto del 1949, il Vescovo Neuhaeusler in un’intervista che mi concesse a Monaco mise in chiaro che nessuno è mai stato gasato a Dachau. Egli lo affermò anche nel suo opuscolo: “So war es in Dachau” (G. Manz AG., Monaco, 72 pagine, marchi 2.50).

In realtà sembra che tra il 1933 e il 1945 sperimentarono Dachau un totale di 206.000 prigionieri, alcuni dei quali erano politici ma vi furono anche molti veri criminali. Di questi un massimo di 27.000 non ne uscì vivo, alcuni vennero messi a morte, altri morirono per altre cause, in maggioranza di tifo, che grosso modo corrisponde ai prigionieri americani di guerra che vennero messi a morte o che morirono durante la Guerra Civile nel campo per prigionieri di guerra di Andersonville, sotto gli aupici dei loro compatrioti americani.

In fatto di atrocità, se si è persone d’onore, ci si accerta dei fatti e le atrocità si mettono in prospettiva con quelle di altre nazioni.

Distinti saluti,
Austin J, App, PhD.
[1] Originariamente pubblicato in: Morgenthau Era Letters: 119 Letters to Newspapers and NewsmakersMostly in the Decade from 1941 to 1950 [Lettere dell’era Morgenthau: 119 lettere a giornali e a fabbricanti di notizie – Per la maggior parte nel decennio dal 1941 al 1950], Boniface Press, 1966.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vpaadachau.html

venerdì 19 dicembre 2008

Revocare la membership d'Israele


REVOCARE LA MEMBERSHIP DI ISRAELE ALLE NAZIONI UNITE

Di Snorre Lindquist e Lasse Wilhelmson – Stoccolma[1]

La Striscia di Gaza è ora il più grande campo di concentramento del mondo. La situazione sta diventando sempre più intollerabile per il milione e mezzo di palestinesi che vivono lì. La distribuzione di cibo, medicine e carburante è resa difficile o del tutto bloccata. La denutrizione dei bambini sta crescendo. I rifornimenti d’acqua e le fognature hanno cessato di funzionare. I bambini muoiono per mancanza di assistenza sanitaria. I tunnel verso l’Egitto, scavati a mano, sono i soli momenti di respiro. Ai giornalisti e ai diplomatici viene negato l’ingresso. Israele sta pianificando un numero maggiore di operazioni militari. I palestinesi di Gaza vengono adesso costretti alla resa e diventeranno un problema egiziano.

Le Nazioni Unite dovrebbero usare la parola apartheid in rapporto a Israele e prendere a modello le sanzioni verso l’ex Sud Africa. Miguel d’Escoto Brockman, Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha espresso tale messaggio nel corso di una riunione avvenuta il 24 Novembre del 2008, alla presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

Il Premio Nobel della Pace del 1976 Mairead Maguire, irlandese, ha suggerito di recente la costituzione di un movimento popolare che chieda la revoca della membership di Israele alle Nazioni Unite. La comunità internazionale ha ora bisogno di mettere pressione a Israele per fermare i suoi crimini di guerra.

Nemmeno una volta, negli ultimi 60 anni, Israele ha mostrato la volontà di uniformarsi alle condizioni richieste dalle Nazioni Unite per la membership assunta nel 1948, e cioè che ai palestinesi che erano stati espulsi dalle proprie case fosse permesso di ritornare il prima possibile. Israele inoltre detiene l’assai poco lusinghiero record mondiale di inosservanza delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

E’ dubbio, sotto l’aspetto della legislazione sui diritti umani, se Israele sia uno stato legittimo. I rapporti ufficiali tra gli stati esigono di solito confini certi e una costituzione, e Israele manca di entrambi. Tali requisiti erano anche previsti dal Piano di Spartizione della Palestina stabilito dalla risoluzione n°181 delle Nazioni Unite, approvato dall’Assemblea Generale nel Novembre del 1947. Il piano venne accettato in Palestina dagli ebrei sionisti ma venne rifiutato come ingiusto, per ottime ragioni, dagli stati arabi. Solo le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu sono obbligatorie. In seguito, Israele rivendicò in modo unilaterale una quantità di territorio molto più grande di quella indicata dalle Nazioni Unite.

L’espulsione dell’80% dei palestinesi che vivevano a ovest della linea dell’armistizio nel 1947, e il rifiuto di Israele di permettere loro di ritornare, costituisce l’argomento umanitario per poter espellere Israele dalle Nazioni Unite. Non solo Israele si è fatta gioco del Piano di Spartizione ma ha, con le sue azioni, pregiudicato i presupposti – fragili sin dall’inizio – della sua membership alle Nazioni Unite.

Israele fa uso di varie strategie per raggiungere i propri obbiettivi, gli stessi obbiettivi di oltre cento anni fa: il minor numero possibile di palestinesi, dominati e indeboliti al massimo, in aree piccole il più possibile tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. E cercare quindi di ottenere l’approvazione internazionale per il furto del territorio considerato vitale per lo “stato” che si autodefinisce “ebraico e democratico”. Tutto ciò ovviamente non somiglia in alcun modo ad un processo di pace.

Perché nessuno commenta mai il fatto che il primo ministro di Israele non perde mai occasione per ribadire quanto è importante che il resto del mondo e i palestinesi riconoscano Israele, non come un paese democratico per tutti i propri cittadini, ma come uno “stato ebraico”?

Cosa avremmo detto se il primo ministro del Sud Africa, allo stesso modo, avesse chiesto il riconoscimento del Sud Africa come uno “stato bianco e democratico”, accettando così di fatto il sistema razzista dell’apartheid che permetteva che i non bianchi venissero classificati come esseri umani inferiori?

Nell’articolo The End of Zionism [La fine del sionismo], pubblicato sul Guardian il 15 Settembre del 2003, il dissidente ebreo ed ex speaker della Knesset Avraham Burg ha scritto:

“Gli ebrei della Diaspora, per i quali Israele è un pilastro centrale della propria identità devono prestare ascolto e parlare chiaro…Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto il tallone israeliano e nello stesso tempo pensare che siamo l’unica democrazia in Medio Oriente. Non vi può essere democrazia senza eguali diritti per tutti coloro che vivono qui, per l’arabo come per l’ebreo…Il primo ministro dovrebbe presentare l’alternativa in modo esplicito: razzismo ebraico o democrazia”.

Non può essere trovato nessun sostegno, nella raccomandazione delle Nazioni Unite riguardante uno stato ebraico e uno palestinese, ai diritti ineguali per i cittadini dei rispettivi paesi. Né vi sono indicazioni su come uno stato “ebraico” potrebbe diventare ebraico. Vi è un sostegno, tuttavia, all’intenzione che le condizioni demografiche dovrebbero essere conservate intatte al momento della spartizione. Interpretare nel testo un’intenzione in favore di uno “stato ebraico” adattato all’ideologia del sionismo, è totalmente in contraddizione con il testo della risoluzione.

Perfino la Dichiarazione Balfour, che non si occupò affatto dei diritti umani, osservava che il focolare nazionale ebraico in Palestina non doveva in alcun modo prevaricare i diritti dei palestinesi. Né il Presidente degli Stati Uniti Truman riconobbe Israele come uno stato ebraico. Al contrario, egli scartò precisamente tale definizione prima di prendere la propria decisione di riconoscere Israele.

Così, la legittimità di uno “stato ebraico” agognata in modo tanto insistente da Israele manca di fondamento nei documenti internazionali che riguardano la costituzione di tale stato. Il governo di Israele ne è, naturalmente, pienamente consapevole. Altrimenti perché continuerebbe a chiedere questo riconoscimento?

Le Nazioni Unite dovrebbero ora intraprendere il boicottaggio dello stato, basato sull’apartheid, di Israele e, con la minaccia dell’espulsione dalle Nazioni Unite, chiedere che Israele permetta ai profughi palestinesi espulsi di ritornare, in conformità alle risoluzioni delle Nazioni Unite n°194 e 3236.

Fatto questo, potrebbero aver luogo fattivi colloqui di pace, e potrebbero essere trovate varie soluzioni per la coabitazione con eguali diritti di tutti i popoli tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Nessuna soluzione del genere può essere conpatibile con il mantenimento di uno stato ebraico di apartheid.

Snorre Lindquist è un architetto svedese autore, tra le altre cose, della Casa della Cultura di fronte alla Chiesa della Natività a Betlemme.

Lasse Wilhelmson è un commentatore della situazione in Medio Oriente, ed è membro di un’amministrazione locale in Svezia da 23 anni, quattro dei quali in un ruolo direttivo.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=14445

Un'altra storica lettera di Austin App

I SEI MILIONIVOGLIAMO LE PROVE[1]

Di Austin J. App, 16 Luglio 1949[2]

Time
Rockfeller Center
New York 20, New York

Ai Redattori:

Voglio ringraziarvi sinceramente della vostra lettera del 23 Maggio in cui, per comprovare la dichiarazione di Time che avevo contestato, citate la testimonianza del dr. Wilhelm Hoettl resa il 26 Novembre del 1945, secondo cui vennero “uccisi” sei milioni di ebrei dal regime di Hitler.

Quello che mi ha fatto particolarmente piacere è che la vostra lettera evidenziava che i redattori di Time credono davvero che siano stati uccisi così tanti ebrei e non stanno, come avevo sospettato, semplicemente ripetendo questa vecchia accusa per compiacere i seguaci di Morgenthau.

Eppure, prego di nuovo Time, come ho fatto un anno fa, di effettuare una volta per tutte un’indagine approfondita su questo problema. E’ importante stabilire i fatti, perché ora, ogni volta che qualcuno chiede una Carta Atlantica di (vera) pace per la Germania, viene deriso con l’affermazione “Cosa avete fatto per impedire l’uccisione di sei milioni di ebrei da parte di Hitler?” Di recente, quando dei prelati cattolici hanno protestato per l’espulsione degli arabi dalla Pakestina, da parte dei sionisti, è stata questa la risposta dei sionisti.

Chiaramente, un crimine è sempre un crimine, sia che venga commesso contro uno solo che contro sei milioni. Ma anche la quantità ha la sua importanza. Se ad esempio Hitler, nel 1936, avesse totalmente derubato e inesorabilmente espulso i 700.000 ebrei in Germania e avesse contestualmente permesso che il 20% di loro venissero maltrattati a morte, sarebbe stato un crimine orribile ma non sarebbe stato tanto enorme come l’espulsione di tre milioni di sudeti, sanzionata dall’accordo di Potsdam, con una morte violenta di questi sudeti che è stata valutata nell’ordine delle 600.000 unità. Sono importanti sia i fatti che i numeri, quando si parla di atrocità.

Quando sono venuto in Europa a Giugno, avevo calcolato dalle fonti migliori allora a disposizione che circa 1.500.000 ebrei avevano perso la vita a causa dei nazisti, alcuni dei quali perché erano partigiani e spie, uccisi come gli americani hanno fatto o avrebbero fatto con persone colpevoli di simili reati.

Stando qui da un mese, si stanno accumulando le prove che anche questa stima è troppo alta. Prego di nuovo Time di indagare questa materia in modo approfondito. Sicuramente il fatto che anche voi non possiate citare un’autorità migliore di quella di un “Obersturmbannfuehrer”terrorizzato e isterico, che ha testimoniato quattro anni fa, dovrebbe farvi sospettare che se le cifre da lui fornite avrebbero potuto essere comprovate, coloro che ripetono l’accusa per perseguitare i tedeschi lo avrebbero fatto da molto tempo.

Ma in ogni caso, vi ringrazio sinceramente per la vostra lettera dettagliata e onesta.

Cordiali saluti,
Austin J. App, PhD.


[1] Originariamente pubblicata in: Morgenthau Era Letters: 119 Letters to Newspapers and NewsmakersMostly in the Decade from 1941 to 1950 [Lettere dell’era Morgenthau: 119 lettere a giornali e a fabbricanti di notizie – Per la maggior parte nel decennio dal 1941 al 1950], Boniface Press, 1966.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vpaaproof.html

giovedì 18 dicembre 2008

Un articolo di Claudio Moffa sul caso Stolz


Segnalo che sul sito di "Giustizia Giusta" (http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=2731&Itemid=72#jc_writeComment ) è uscito un interessante articolo del prof. Claudio Moffa su Sylvia Stolz, l'avvocato tedesco condannato a tre anni e mezzo di prigione per "negazionismo". Buona lettura.