domenica 30 novembre 2008

Ancora guai per Töben


Mentre le autorità tedesche sembrano prendersi una pausa nel loro tentativo di ingabbiare Töben in Germania, torna d’attualità il caso – vecchio di due anni – pendente sul revisionista australiano nella sua madrepatria: si tratta di una querela per “disprezzo della corte”, sporta a suo tempo da Jeremy Jones, il nemico giurato di Töben in Australia: http://www.ajn.com.au/news/news.asp?pgID=6660 . Jones, in qualità di presidente dell’Executive Council of Australian Jewry (Consiglio Diretivo dell’Ebraismo Australiano), vinse nel 2002 una prima causa contro Töben, intentatagli per i contenuti presuntamente antisemiti del suo sito (http://www.adelaideinstitute.org/ ). Oggi Töben è accusato di non aver rimosso il materiale “antisemita” che il tribunale gli aveva a suo tempo ordinato di eliminare. In fondo all’articolo dell’Australian Jewish News, che riporta la notizia in questione, c’è un interessante commento di un lettore anonimo, meritevole di essere tradotto integralmente. Ecco il testo:

“E’ davvero ironico che il dr. Töben debba essere accusato di disprezzo della corte, visto che nelle settimane scorse i processi che lo hanno riguardato, in Germania e in Inghilterra, hanno attratto un ben meritato disprezzo. Un ente "serio e organizzato" come Scotland Yard, che ha convalidato il mandato tedesco prima dell’arresto del dr. Töben all’aeroporto di Heathrow, dovrebbe aspettarsi il pubblico disprezzo dopo che il mandato è stato ritenuto nullo a causa della propria genericità e imprecisione. Il Procuratore Generale d’Inghilterra, Baronessa Scotland, meriterebbe il disprezzo dei Lord, che dovrebbero chiedere le sue dimissioni, dopo che ella ingannò il Parlamento nel Luglio del 2003, affermando alla Camera dei Lord che nessuno sarebbe stato estradato in base al nuovo Mandato d’Arresto Europeo, in casi come quello del dr. Töben. Soprattutto merita disprezzo l’intero sistema giudiziario tedesco, avendo mirato all’estradizione del dr. Fredrick Töben, e avendo messo in carcere persone come Ernst Zündel, Germar Rudolf e Sylvia Stolz, per il reato di aver cercato di applicare alla storia dell'Olocausto i normali metodi di critica delle fonti. Se le loro conclusioni erano sbagliate, dovevano essere contestati utilizzando i normali metodi della critica razionale, e non ridotti al silenzio con il carcere. Alla luce di questi fatti il disprezzo della corte non è un reato ma un dovere per chiunque cerchi di conservare la propria credibilità intellettuale”.

sabato 29 novembre 2008

Premio Nobel: l'Onu sospenda Israele


Il Premio Nobel Mairead Maguire ha detto giovedì che le Nazioni Unite dovrebbero sospendere o revocare la membership d’Israele (http://www.haaretz.com/hasen/spages/1039394.html ).

La signora Maguire ha detto che Israele dovrebbe essere punita per aver ignorato una serie di risoluzioni dell’ONU nel corso degli anni.

La signora Maguire vinse il Nobel per la Pace nel 1976 per la sua opera di pacificazione in Irlanda del Nord. Sta visitando i territori palestinesi per protestare contro il blocco, attuato da Israele, della Striscia di Gaza. Era giunta a Gaza il mese scorso, con una nave che portava una delegazione internazionale di dimostranti, giunti colà per attirare l’attenzione sul blocco israeliano contro i territori controllati da Hamas. Israele ha in pratica chiuso ermeticamente i territori dopo le elezioni vinte da Hamas nel 2007. La chiusura è stata inasprita due settimane fa, come risposta ad alcuni razzi lanciati contro i confini d’Israele.

La signora Maguire ha detto giovedì, nel corso di una conferenza stampa, che è giunto il momento che la comunità internazionale prenda delle misure contro Israele.

Una preziosa sostenitrice


C’è stata ieri a Londra l’attesa conferenza-stampa di Lady Michele Renouf sul caso Töben, alla quale ha partecipato anche il professor Faurisson (http://www.theaustralian.news.com.au/story/0,25197,24723357-2703,00.html ). Nel corso della conferenza Faurisson ha coraggiosamente ribadito che le camere a gas per uccidere gli ebrei sono una leggenda frutto della propaganda bellica. La stampa inglese ha ignorato le dichiarazioni di Faurisson ma quello che conta è che ora Fredrick Töben è tornato in libertà, lasciando i suoi persecutori tedeschi a bocca asciutta.

Lady Renouf ha rivendicato il proprio ruolo nell’esito positivo del caso Töben, affermando che continuerà a lavorare per la causa dei revisionisti e per la libertà di ricerca storica, contro ogni divieto e tabù: “Questo per me non è un hobby – sento che è una responsabilità. Ora che so che le persone vengono imprigionate per le loro opinioni, non posso smettere di cercare di fare qualcosa”.

“Abbiamo ottenuto un grande successo”, ha aggiunto, “il dr. Töben non è stato condannato e questo paese non è stato costretto a uniformarsi alle leggi tedesche contro la negazione dell’Olocausto. Abbiamo dimostrato che il Mandato d’Arresto Europeo è troppo vago per essere utilizzato al riguardo”.

“Se non fossi intervenuta, [Töben] sarebbe ora in Germania in prigione e in questo paese le leggi anti-revisioniste sarebbero passate dalla porta di servizio”. Come è stato riconosciuto dagli osservatori, Lady Renouf ha assunto uno specialista di estradizioni e ha convinto Töben a permettere ai suoi legali di fondare la difesa sull’imprecisione del mandato di arresto, piuttosto che sul merito delle proprie opinioni.

Lady Renouf ha detto di aver finanziato le proprie attività a sostegno dei revisionisti “con qualche difficoltà”, utilizzando i propri risparmi, e vendendo la propria collezione d’arte e i cimeli di famiglia, perché “gli ebrei con cui ho a che fare nel mio lavoro sono sionisti, e così il mio lavoro è diminuito”.

Lady Michele è stata cacciata nel 2003 dal Reform Club dopo aver portato lì come ospite David Irving. Attualmente è minacciata di espulsione da un gruppo di discussione londinese, l’European Atlantic Group. I suoi critici “dicono sempre che sono affascinante ma sinistra”, ha detto, “perché se mi incontrate di persona non troverete l’”odio” di cui mi accusano”. Negando di essere antisemita, ha aggiunto: “Sono contraria alla religione ebraica, non agli ebrei”.

venerdì 28 novembre 2008

Un silenzio abominevole


GAZA AGONIZZA, E NESSUNO LA STA A SENTIRE

Di Sonja Karkar, The Electronic Intifada, 27 Novembre 2008[1]

Che genere di governo può negare, nel 21° secolo, ad un altro popolo i diritti umani basilari – e cioè il diritto al cibo, all’acqua, all’alloggio, alla sicurezza e alla dignità?

Che genere di governo impone sanzioni draconiane a un altro popolo per aver eletto democraticamente un governo non di suo gradimento?

Che genere di governo chiude ermeticamente un territorio densamente popolato da un milione e mezzo di persone, in modo che nessuno possa entrare o uscire senza permesso, i pescatori non possano pescare nelle proprie acque, e gli aiuti umanitari non possano essere distribuiti alla popolazione affamata?

Che genere di governo taglia il carburante, l’acqua e l’elettricità e poi fa cadere sulla popolazione le bombe e il fuoco dell’artiglieria?

La risposta è: nessun governo onesto.

E nonostante ciò, governo dopo governo, Israele continua a chiedere elogi e riconoscimenti come se fosse la prima democrazia del mondo, superiore a tutte le altre, nonostante il suo disprezzo per il diritto internazionale, le sue violazioni dei diritti umani, e la criminalità e la corruzione dei leader israeliani. Ancora peggio, il mondo ha accettato e ha accolto nel proprio seno ogni governante israeliano come ospite di riguardo.

Questo dovrebbe dare a ognuno di noi il tempo di riesaminare le nostre nobili dichiarazioni di indipendenza e quelle sui diritti umani, sull’etica, la moralità, le convinzioni religiose, le libertà civili e lo stato di diritto. Stanno lì solo per essere mostrate o significano davvero qualcosa? Sono state fatte solo per qualche popolo o per tutti i popoli?

Il Presidente di Israele, Shimon Peres è solo uno dei molti leader che hanno favorito la politica e i programmi aggressivi di Israele, e tuttavia è stato insignito del titolo di cavaliere dalla Regina [d'Inghilterra] e probabilmente verrà insignito con una serie di conferenze a lui intitolate dal Balliol College dell’Università di Oxford. Onori decisamente dubbi, per un uomo che contribuì ad espellere forzosamente 750.000 palestinesi dalla propria terra nella guerra del 1948.

Oggi, vediamo a Gaza il genere di ghetto che il mondo pensava di non vedere mai più: il paragone è stato fatto all’inizio di quest’anno dal Ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai, quando ha minacciato “un olocausto [shoah] più grande” contro i palestinesi di Gaza. In seguito, si è giustificato dicendo che aveva usato tale espressione con il significato di “disastro”, quando in realtà il termine in questione è ben noto a chiunque. Ad ogni modo, la minaccia è stata sinistra a sufficienza.

La morte lenta che colpisce i palestinesi a Gaza sta trovando le prime vittime nei più di 400 malati in condizioni critiche a cui viene impedito di lasciare Gaza per cure mediche urgenti negli ospedali israeliani o arabi. Migliaia di altri pazienti vengono mandati via dagli ospedali, che soffrono di una grave penuria di 300 generi differenti di medicine.

Gli ospedali sono stati privati di medicine e di attrezzature per così tanto tempo, che il filo di rifornimenti finalmente concessi, non può più soddisfare i bisogni vitali minimi della popolazione civile. Similmente, il carburante concesso è a malapena sufficiente a far funzionare la centrale elettrica di Gaza per un giorno.

Questa distribuzione centellinata di soccorsi è stata suggerita dal consigliere Dov Weisglass del Primo Ministro israeliano, che nel Febbraio del 2006 disse: “L’idea è di mettere a dieta i palestinesi, ma di non farli morire di fame”.

Una politica così ostile ha condotto ad una pesante crescita della denutrizione, poiché le persone vengono private dei loro bisogni primari. Non solo i mulini sono stati costretti a chiudere perché il carburante e l’elettricità sono cessati, ma ora tutte le scorte di grano si sono esaurite. Dei 72 panifici in funzione nella Striscia di Gaza, 29 hanno completamente cessato di cuocere il pane e gli altri li stanno per seguire. Questo significa che anche l’alimento più basilare – il pane – presto non sarà più disponibile per la popolazione affamata.

Un rapporto della Croce Rossa descrive gli effetti dell’assedio come “devastanti”. Il settanta per cento della popolazione sta soffrendo per l’incertezza del cibo, mentre la sospensione, dal 4 Novembre, dei soccorsi alimentari a circa 750.000 profughi nei pietosi campi di Gaza, ha ulteriormente devastato i palestinesi, che non hanno alternative.

Le Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch hanno tutte definito come “crudele” il blocco di Gaza. L’ex Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, non si perita dal definire la situazione come un”odiosa atrocità”, equivalente a un crimine di guerra.

In Inghilterra, la delegata di Oxfam, Barbara Stocking ha vivamente criticato il Ministro degli Esteri David Miliband per non aver nominato la “disperazione” di Gaza nel suo recente viaggio in Israele e in Palestina.

La tattica di Israele potrebbe però essere controproducente.

La chiusura di Gaza da parte di Israele è stata così draconiana, che i più grandi network mediatici del mondo, incluso il New York Times, si sono indignati che ai loro giornalisti è stato proibito di entrare nella Striscia di Gaza, e hanno protestato scrivendo al Primo Ministro Ehud Olmert.

Anche i leader delle confessioni cristiane sono stati esclusi da Gaza. La settimana scorsa, Israele ha impedito all’Arcivescovo Franco, nunzio papale in Israele, di celebrare la Messa che segna l’inizio dell’Avvento che conduce al Natale.

E nei territori occupati della Cisgiordania, il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha approvato la costruzione di centinaia di insediamenti illegali, in flagrante spregio degli accordi di pace, frustrando ulteriormente l’attuale amministrazione americana, desiderosa di ottenere una soluzione prima della fine del proprio mandato.

Quello che è davvero sbalorditivo è il silenzio del mondo di fronte a tutto questo. La premura vergognosa di concedere a Israele ogni onore e riconoscimento per preservarlo dalla colpa storica di aver orchestrato la distruzione della società palestinese, è a dir poco irragionevole.

Sonja Karkar è fondatrice e presidente di Women for Palestine, nonché fondatrice e animatrice di Australians for Palestine, a Melbourne. E' anche direttrice di http://www.australiansforpalestine.com/ e scrive articoli sulla Palestina per varie pubblicazioni.
[1] http://electronicintifada.net/v2/article9997.shtml

giovedì 27 novembre 2008

Lo sapevate?


DA DOVE VIENE LA STELLA DI DAVIDE?

Rivelazioni sorprendenti sull’origine del simbolo di Israele

Di Israel Shahak

(Articolo tratto dal numero 3 – 2004, di The Revisionist).

Nel 1998 lo stato di Israele ha celebrato il suo cinquantesimo compleanno. Il mondo occidentale si è quindi unito alle celebrazioni, inclusi molti cristiani praticanti. Si possono osservare, specialmente nelle librerie, grandi stelle di Davide mostrate in quantità nelle vetrine, per attrarre l’attenzione su libri che elogiano la storia dello stato sionista. Che la storia di Israele venga spiegata in questi libri in modo piuttosto unilaterale – eliminando il destino degli eterni perdenti del conflitto mediorientale, i palestinesi, non è la sola critica che si può avanzare. Un’altra critica riguarda il fatto che nei paesi occidentali – fortunatamente – nessuno si arrabbia per delle réclame che utilizzano la Stella di Davide ma, d’altro lato, l’ostentazione di crocifissi cristiani in Israele provoca violente proteste e persino misure legislative. La discriminazione religiosa che c’è in Israele non è percepita fuori d’Israele, perché oggi non è permesso criticare le vittime del passato. La rivelazione che fu l’ordine cattolico dei gesuiti a scegliere la Stella di Davide come simbolo ebraico è alquanto divertente, se non proprio ironica.

I fatti riguardanti la questione di come la Stella di Davide sia emersa, e di come sia stata accettata dagli ebrei come “proprio” simbolo, si trovano solo in articoli di storici israeliani di vaglia, pubblicati su riviste storiche specializzate. Prima di tutto è necessario comprendere che il vero nome ebraico, come pure in yiddish, di questo simbolo è, in realtà, “Scudo di Davide”. Non so perché alla fine è stato chiamato “Stella di Davide”.

Bisogna notare che nell’antichità e nel medioevo gli ebrei non avevano simboli né nazionali né religiosi, anche se occasionalmente venivano usati vari simboli, soprattutto il candeliere a sette braccia (simbolo ufficiale di Israele) e il leone rampante.

La storia dello Scudo di Davide inizia a Praga nell’anno 1648. Durante quell’anno, che era l’ultimo della Guerra dei Trent’anni, Praga era assediata dall’esercito svedese. La città era difesa soprattutto dalla guardia civica di Praga, che comprendeva un reparto di ebrei (fu così fino all’epoca di Maria Teresa, che pose termine alla partecipazione degli ebrei alla milizia cittadina). Poiché gli svedesi non riuscirono a prendere la città, l’Imperatore tedesco Ferdinando III distribuì bandiere onorifiche e altre decorazioni a tutti i reparti della guardia civica, secondo l’affiliazione di ciascun reparto. Anche gli ebrei ne facevano parte. Ma nessuno, a Vienna, sapeva che tipo di simbolo mettere sulla bandiera che doveva essere assegnata agli ebrei. Persino la famiglia Openhaimer, gli “ebrei di corte” dell’Imperatore, non sapeva cosa fare. In cerca di aiuto, per trovare un simbolo ebraico, ci si rivolse agli eruditi gesuiti di Vienna. Questi ultimi finalmente giunsero alla conclusione che il Re Davide “deve aver avuto la prima e ultima lettera del proprio nome, D, sul proprio scudo”. Sapevano che l’alfabeto ebraico era evoluto in aramaico verso l’anno 400 prima di Cristo, sebbene l’alfabeto precedente venisse ancora utilizzato in occasione delle festività. Le antiche monete ebraiche, per esempio, sono segnate da queste antiche lettere, che sono identiche alle lettere puniche. In questo alfabeto, la lettera D è un triangolo, simile al delta greco odierno (Δ). Perciò sovrimpressero due triangoli, che formarono lo Scudo di Davide. Tale simbolo venne quindi ricamato sulla bandiera ebraica e presentato agli ebrei di Praga come simbolo onorifico per la loro dedizione alla nazione.

Gli ebrei, a loro volta, gradirono questo simbolo, e i loro rabbini più eruditi ne compresero il significato, poiché la trasformazione dell’alfabeto ebraico veniva menzionata anche nel Talmud. Così questo nuovo simbolo iniziò a diffondersi nelle città che avevano legami con Praga, e venne utilizzato nelle sinagoghe e durante le festività. Una di queste città era Francoforte sul Meno, e quando alla famiglia Rotschild di Francoforte venne conferito il titolo nobiliare, all’inizio del diciannovesimo secolo, i suoi membri posero questo simbolo ebraico, che all’epoca era già famoso, sul loro stemma. Da allora il simbolo si diffuse a macchia d’olio in tutte le comunità ebraiche, incluse le comunità non europee, perché i Rotschild avevano una grande reputazione tra gli ebrei dell’epoca. Venne persino detto, in lontane comunità, che lo scudo aveva poteri magici, e c’erano storie, provenienti ad esempio dallo Yemen, nelle quali si raccontava che gli antenati dei Rotschild erano riusciti a esorcizzare il diavolo dalla figlia dell’Imperatore, ecc.

Gli ebrei non hanno mai avuto notizia di questo simbolo, e non lo hanno mai utilizzato, prima del 1648, ad eccezione del periodo tra il 700 e il 400 prima di Cristo, quando veniva utilizzato dagli ebrei, come pure dai non ebrei, nelle formule magiche. In ogni caso, è piuttosto divertente che il simbolo ebraico, che oggi sta sulla bandiera d’Israele, fu individuato dai gesuiti viennesi, su richiesta dell’Imperatore tedesco.

Oggi in Israele nessuno sostiene che questo simbolo ha un’origine antica, perché molti israeliani sono interessati alla storia ebraica e fanno gli archeologi per hobby, e una tale diceria sarebbe velocemente smascherata. Perciò l’origine di questo simbolo viene semplicemente ignorata. Anche il movimento sionista non ha utilizzato lo scudo di Davide fino alla morte del fondatore Herzl; sulla bandiera di Herzl c’era il leone rampante, circondato da sette stelle a cinque punte. Tuttavia, David Wolfsohn, il successore di Herzl, che aveva più attenz[1]ione per la sensibilità ebraica, creò la bandiera che più tardi venne accettata dallo Stato di Israele. Lo sfondo bianco con le strisce blu ai bordi è legato all’odierna sciarpa ebraica per le preghiere. Il colore deriva, però, dalla toga romana, dove il viola è stato sostituito dal blu, poiché questo particolare tipo di blu è uno dei colori preferiti dagli ebrei, per ragioni a me finora sconosciute.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://vho.org/tr/2004/3/Shahak249f.html

Barzelletta

Una giornalista americana, inviata della Cnn, va in Afghanistan, prima dell'invasione U.S.A., per girare un reportage sui terribile governo dei talebani. La prima cosa che nota è questa: gli uomini camminano sempre avanti, e le loro donne dieci passi indietro. Dopo l'invasione U.S.A., torna per documentare come sono cambiate le cose. E vede immediatamente un capovolgimento radicale: adesso sono le donne che camminano avanti, e i loro mariti dieci passi indietro. Stupita ed esaltata, ferma una donna e le chiede il motivo di una tanto straordinaria inversione. Risposta: "Le mine antiuomo !"

mercoledì 26 novembre 2008

Criminali di guerra: due pesi e due misure

Letto sul settimanale Rivarol (1 rue d'Hauteville, 75010 Paris), numero d’estate, dal 1 Agosto al 4 Settembre 2008, a pagina 12:

MEMORIA SELETTIVA

di Henry Boulade

Milivoj Asner (o Georg Aschner secondo l’ortografia tedesca delle sue generalità), nato nel 1913 a Daruvar (una città croata che si trovava allora in Austria-Ungheria), ha recentemente fatto l’attualità della stampa internazionale. Per il semplice motivo che questo vecchio signore – che il Centro Simon Wiesenthal accusa di crimini contro l’umanità e che era considerato decrepito – è stato visto, apparentemente in piena forma, sulle strade di Klagenfurt, durante le festività dell’Euro Foot (2008). Asner – che figura in quarta posizione sulla lista dei “nazisti” (1) che sono ricercati dall’implacabile vendetta di Efraïm Zuroff – sarebbe stato ufficiale di polizia, nella regione di Pojega, all’epoca in cui Ante Pavelic dirigeva la Croazia, ed a quel titolo, avrebbe contribuito alla deportazione di un certo numero di Ebrei, di Serbi e di Zingari. Essendo cittadino austriaco, Vienna ha fino ad ora rifiutato la sua estradizione, invocando, allo stesso tempo, per non perseguirlo, sia la prescrizione del reato che il suo cattivo stato di salute. Come di consueto, la procedura messa in atto contro questo quasi centenario è altamente contestabile: il dossier che lo riguarda – guazzabuglio di pettegolezzi raccolti qua e là da un aspirante giornalista in cerca di pubblicità – è molto scarno e le Cancellerie austriaca e croata avrebbero probabilmente voglia di chiuderlo, senza darvi seguito. Dopotutto, non è ciò che hanno fatto le Autorità israeliane quando la Giustizia lituana e polacca hanno loro richiesto di interrogare alcuni partigiani ebrei sui quali pesano delle pesanti presunzioni di crimini? Il caso di Solomon Morel è senza dubbio il più conosciuto. Nato nel 1919, a Grabowo, e serenamente deceduto a Tel Aviv nel 2007, Morel, nel 1945, aveva diretto, per conto del NKVD polacco, i campi di concentramento di Zgoda e di Jaworzno. Nel primo di quei Campi, vi furono 1.700 detenuti – civili tedeschi o partigiani anti-comunisti – che morirono di dissenteria, di tifo o sotto tortura, e nel secondo, all’incirca 7.000. Convocato dalla giustizia del suo Paese, Morel lasciò precipitosamente Katowice nel 1992, per rifugiarsi in Israele, dove le Autorità, per ben due volte (1995 e 2005) hanno rifiutato di estradarlo. Motivi invocati: la prescrizione del reato e dei problemi di salute…

Altri casi significativi, quelli di Yitzhak Arad e Fania Branstovsky, entrambi veterani delle bande partigiane rosse della foresta di Rudnicki, in Lituania. Accusati d’avere preso parte all’attacco del villaggio di Koniuchy o Kaniukai (29 Gennaio 1944) ed all’assassinio di almeno 38 civili polacchi (2), questi due individui vivono oggi tranquillamente in Israele. Nato nel 1926, Arad (alias Tolka) non è uno qualunque, in quanto ha servito come Generale nell’Esercito israeliano, prima di dirigere il memoriale di Yad Vashem, per più di vent’anni. I Giudici di Vilnius vorrebbero interrogare questo dignitario, ed ugualmente la sua vecchia compagna (Fania Branstovsky), ma lo Stato ebraico non sembra affatto essere disposto a cooperare… Tanto più che i crimini di Koniuchy portano ugualmente pregiudizio alla legenda del celebre Abba Kovner (1918-1987), Comandante della Brigata ebraica di Rudnicki e Capo del distaccamento dei Vendicatori (Nakam), nonché responsabile dell’incarceramento e della detenzione dei prigionieri di guerra tedeschi presso lo Stalag XIII e… Presidente della Società Israeliana dei Letterati! Lo Stato d’Israele non è il solo a mettere i bastoni tra le ruote quando si tratta di indagare sui crimini che avrebbero potuto commettere degli ex partigiani ebrei. Così attivi contro John Demjanjuk, gli USA non sono mai apparsi desiderosi di occuparsi, ad esempio, dei fratelli Tuvia e Aharon Bielski che risiedevano sul loro territorio. Responsabili di una banda partigiana comunista, alla quale viene imputato il massacro, à Naliboki (8 Maggio 1943), di 128 contadini polacchi, i fratelli Bielski non hanno mai dovuto rispondere di nessun aspetto del loro passato. Soltanto Aharon (alias Aron Bell) ha conosciuto qualche “seccatura” nel 2007. Ma soltanto per avere sequestrato una vecchia vicina e tentato di rapinarla. In Gran Bretagna, identica passività per quanto riguarda la sinistra Helena Wolinska-Brus (nata Fajga Mindla Danielak), 89 anni, già “Procuratore militare”, alla quale vengono addebitati centinaia di arresti arbitrari e l’assassinio del Generale Fieldorf, eroe dell’Esercito polacco dell’Interno. Emigrata dalla Polonia nel 1968, rifugiata nel Regno Unito nel 1971 e quasi subito naturalizzata britannica, quell’affascinante dama vive oggi ad Oxford, in tutta tranquillità…
Il Signor Zuroff ed i suoi accoliti hanno forse della memoria ma, non sono fortunatamente i soli…

Henry Boulade
(1) Dove figurano ugualmente i nomi dell’inossidabile Aloïs Brunner e del fantomatico Dr. Heim, dell’estone Harry Mannil, dell'ucraino John Demjanjuk, dell’ungherese Sandor Kepiro e del danese Soeren Kam.
(2) Ex protagonista di quegli avvenimenti, lo storico Chaïm Lazar parla invece di 300 vittime.

martedì 25 novembre 2008

La Germania continua a minacciare Töben

Il pubblico ministero di Mannheim Andreas Grossmann ha detto che la Germania continuerà a perseguire Fredrick Töben anche dopo la recente sconfitta londinese: http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5io4Yp9wnD1DM1cJ8OaHutNGbBqGQD94LFDP00

Sebbene Töben sia australiano e il suo sito web sia basato in Australia, Grossmann ha detto che la legge tedesca permette di perseguirlo per "negazionismo dell'Olocausto", perché il suo sito può essere visibile in Germania: "L'Inghilterra non lo estraderà ma continueremo a cercare di arrestarlo in altri paesi".

Nel frattempo, Töben ha lasciato l'Inghilterra e trascorre un breve periodo di vacanze, prima di rientrare in Australia.

La più grande libreria revisionista d'Europa

Segnalo volentieri ai lettori di questo blog l'esistenza della libreria Akribeia (http://www.akribeia.fr/ ). Animata dal mitico Jean Plantin, questa libreria dispone del più vasto catalogo revisionista d'Europa (catalogo che non riguarda solo il revisionismo dell'Olocausto ma, più in generale, tutta la storia del novecento esaminata da un punto di vista non conformista). Oltre alle ultime novità (tra le quali spicca la traduzione francese dell'opus magnum di Udo Walendy, "Wahrheit für Deutschland" - "Vérité pour l'Allemagne", sulle origini della seconda guerra mondiale), si possono trovare opere rare e altrove introvabili di Faurisson, Bardeche e Rassinier. Di quest'ultimo è stato recentemente ristampato Candasse, la sua autobiografia, per la prima volta dopo il 1955.

Una libreria e un catalogo (richiedibile anche, per via epistolare a: Akribeia, 45/3 route de Vourles, 69230 ST. GENIS LAVAL) vivamente consigliati a tutti coloro che vogliono fare un regalo di Natale diverso dal consueto.

lunedì 24 novembre 2008

L'appello di Blois è una truffa!


LEGGI SULLA "MEMORIA STORICA": UNA GARA D'IPOCRISIA

di Jérôme Bourbon

Articolo tratto dal settimanaleRivarol(1, rue d'Hauteville, 75010 Paris) 2877, del 24 Ottobre 2008, pag. 3. Nell’articolo che seguecome sottolinea il Prof. Faurisson - Jérôme Bourbon smaschera gli ipocriti.

Ed ecco che l’Associazione ‘Libertà per la Storia’, attualmente presieduta da Pierre Nora (storico e membro dell’Accademia francese), fa di nuovo parlare di sé. L’11 Ottobre scorso, ad esempio – in occasione dell’XI° ‘Appuntamento della Storia’ ed in compagnia dell’inevitabile Jack Lang – ha perfino lanciato ‘l’Appello di Blois’[http://www.lph-asso.fr/actualites/50.html ]. I firmatari del testo, ai cui primi ranghi troviamo Pierre Nora e Françoise Chandernagor (romanziera e membro dell’Accademia), si dicono “inquieti dei rischi di una moralizzazione retrospettiva della Storia e di una censura intellettuale”, e si appellano “alla mobilitazione degli storici europei ed alla saggezza dei politici. La Storia non deve essere schiava dell’attualità, né essere scritta sotto il dettato di storie concorrenti. In uno Stato libero, non appartiene a nessuna autorità politica di definire la verità storica e di restringere la libertà dello storico sotto la minaccia di sanzioni penali”. La stessa Associazione chiede “agli storici di raggruppare le loro forze all’interno dei paesi rispettivi, creandovi delle strutture simili alla nostra e, nell’immediato, di firmare individualmente questo appello per dare un segnale forte alla deriva delle leggi sulla memoria”, ed invitano i responsabili politici a “non istituire, attraverso la legge, per quanto riguarda il passato, delle verità di Stato la cui applicazione giudiziaria può comportare delle gravi conseguenze per il mestiere di storico e la libertà intellettuale in generale”.

Reato europeo dibanalizzazione grossolana

Perché una così improvvisa mobilitazione? Poiché (come pochi sanno…) esiste una risoluzione europea, in preparazione da molti anni, che rischia di prendere rapidamente effetto e di estendersi al campo delle leggi sulla memoria, in tutto il Continente. Questa risoluzione – adottata dal Parlamento europeo il 20 Aprile del 2007, a due giorni dal primo turno dell’elezione presidenziale in Francia – prende origine da un’iniziativa del Governo Jospin. Se sarà confermata dal Consiglio dei Ministri europei, instaurerà per tutti i "genocidi, crimini di guerra a carattere razzista e crimini contro l'umanità", un reato di “banalizzazione grossolana” ed anche di "complicità di banalizzazione". In altre parole, tutti i paesi dell'Unione europea che non posseggono ancora (e sono almeno i due terzi) nella loro legislazione dei dispositivi giuridici che sanzionano il revisionismo o la violazione di qualsiasi altro nuovo dogma storico, dovranno allinearsi su quella risoluzione.
E’ per questa ragione che il 9 Ottobre scorso, Pierre Nora e Françoise Chandernagor, sempre animati dal suddetto spirito, hanno pubblicato, presso le edizioni del CNRS, il loro libro, “Liberté pour l’histoire” (Libertà per la storia). A priori, ci si dovrebbe piuttosto rallegrare per quella loro volontà di sciogliere i nodi che soffocano la libera ricerca storica. Ricordiamo, tra l’altro, che – nel Dicembre 2005 – quando fu fondata l’Associazione ‘Libertà per la Storia’ da diciannove storici ed intellettuali, sotto la presidenza dello scomparso René Rémond (vedere: “Ecrits de Paris” o “Scritti di Parigi” del Febbraio 2006 – che possono essere richiesti al nostro indirizzo, contro 6 euro – dove il testo di fondazione di questa associazione è interamente riportato e nel quale sono ugualmente ricordate nel dettaglio le circostanze della sua creazione), l’associazione in questione chiedeva esplicitamente l’abrogazione di tutte le leggi sulla memoria. In particolare: la Legge Gayssot del 1990 (che punisce la contestazione dei crimini contro l’umanità, riconosciuti come tali dal Tribunale militare internazionale di Norimberga); la Legge Taubira del 21 Maggio 2001 (che qualifica crimine contro l’umanità, la schiavitù ed il commercio degli schiavi praticati dalle Nazioni occidentali a partire dal XV° secolo); la Legge Masse del 2001 (che crea un delitto di contestazione del genocidio armeno del 1915); e la Legge Mekachera del 2005 (abolita nel 2006 da Chirac, a seguito della levata di scudi della sinistra) che specificava il “ringraziamento della Nazione verso i Francesi rimpatriati” e di cui un articolo – che fece scandalo negli ambienti benpensanti – citava "il ruolo positivo della presenza francese nei territori d’oltre-mare".

Un’inaccettabile criminalizzazione del passato

Sulla pagina ‘Dibattiti” del quotidiano Le Figaro dell’8 Ottobre scorso, il già citato Pierre Nora e la romanziera Françoise Chandernagor emettono un certo numero di verità, sempre utili da ricordare. Il primo afferma, non senza ragione, che "dietro le nobili aspirazioni che le ispirano – e che nascondono, generalmente, soltanto demagogia elettorale e viltà politica – la filosofia d'insieme, spontaneamente accordata allo spirito dell'epoca, tende ad una criminalizzazione generale del passato di cui occorre ben vedere che cosa implica e dove conduce". La seconda, si stupisce, invece, che nella legge Taubira "soltanto la tratta transatlantica e quella che, nell’Oceano indiano, deportò degli Africani sull’isola Maurice e quella della Réunion siano considerate crimini contro l' umanità. Non sono, dunque, prese in esame e condannate, né la tratta e la schiavitù arabe, né la tratta inter-africana, similmente molto importanti – e più spaziate nel tempo, poiché certe pratiche hanno continuato a durare, in tutta legalità ‘interna’, se non internazionale, fino agli anni 1980 (nel Niger e nel Mali, ad esempio) ed al 2007 (data in cui la Mauritania ha adottato una legge che proibisce e reprime la detenzione di schiavi)". Ci si ricorda che, per avere insistito su queste verità poco ‘Politicamente corrette’, lo storico della tratta negriera, Pétré-Grenouilleau, è stato trascinato in Tribunale ed imputato di razzismo da parte di associazioni e collettivi di afro-caraibici che si pretendono discendenti di schiavi. Figlia di Guardia Sigilli, l’ex allieva dell’ENA (Scuola Nazionale di Amministrazione) Chandernagor ha ugualmente ragione di commuoversi che il nostro paese si riconosca colpevole di un crimine nel quale non ha quasi nessuna responsabilità: "La Francia non entrò ufficialmente nella tratta degli schiavi che alla fine del XVII° secolo, mentre il periodo considerato dalla legge comprende il XV°, il XVI° ed il XVII° secolo. Dunque, il crimine oggi riconosciuto dalla Francia comincia prima che i Francesi lo abbiano commesso. Alla stessa maniera che aveva già riconosciuto, al posto dei Turchi, il genocidio armeno, la Francia riconosce ugualmente per legge, i peccati degli Inglesi, degli Olandesi, dei Portoghesi… Nell’insieme, parlando del XV° secolo, riconosce addirittura la tratta 'transatlantica’ degli schiavi, prima ancora che l'America venisse scoperta!".

Come preservare l’esclusività ebraica senza provocare scandalo

Si potrebbero calorosamente applaudire tutte queste sagge considerazioni, se la stessa fermezza di giudizio fosse applicata alla legge Gayssot. Ora, dalla sua fondazione, non soltanto l’Associazione ‘Libertà per la Storia’ non ha mai difeso un solo storico revisionista condannato ed imprigionato in nome di questa legge d'eccezione; non soltanto non ha protestato contro le pene di prigione effettiva che sono state inflitte a Georges Theil o Vincent Reynouard, né contro l’incarcerazione di Rudolf, di Zündel, di Stolz, di Honsik e, più recentemente, di Töben, ma ormai giustifica apertamente la repressione: “Il crimine contro l'umanità era stato concepito per fatti contemporanei che superavano l'intendimento e di cui l'orrore e l'ampiezza non erano previsti da nessuna categoria giuridica. Qualificava il presente immediato, non riguardava il ricordo, né la memoria, né il passato. Quanto alla legge Gayssot, era stata concepita, nelle circostanze molto precise del negazionismo faurissoniano, non contro gli storici ma, contro i militanti della contro-verità storica. Con l'estensione della legge Gayssot e la generalizzazione della nozione di crimine contro l'umanità, si è giunti ad una doppia deriva: la retroattività senza limiti e la vittimizzazione del passato", scrive Pierre Nora nel suo opuscolo "Libertà per la Storia". Argomento specioso: il genocidio armeno è ugualmente del XX° secolo e non appartiene dunque ad un passato lontano. In ogni caso, per le giovani generazioni, 1915 e 1940-45, non cambia molto. In verità, ciò che Nora deplora, è che altre "categorie richiedono le garanzie che la legge Gayssot, nel 1990, ha offerto agli Ebrei". Detto altrimenti, quando si tratta di concedere uno statuto privilegiato alla Comunità (ebraica) e di accordarle l'esclusività della sofferenza, Nora – che ha diretto i tre volumi molto conformisti, intitolati "Luoghi della memoria" – non vi trova nulla da ridire ma, quando altri popoli o etnie si pongono similmente in vittime, questoai suoi occhinon è più accettabile. In un'intervista al Nouvel Observateur del 9-15 Ottobre 2008, Claude Lanzmann, il realizzatore del film "Shoah" , riconosce che la legge Gayssot è "la sola che (gli) importi veramente” (ci mancherebbe altro!), critica "l'escalation che ha condotto alla proliferazione delle leggi sulla memoria storica" e felicita Nora "di essersi edulcorato", non chiedendo più, come nel 2005, l'abrogazione di quella legge. Tuttavia, gli fa obiezione di essere ancora troppo liberale. "Secondo la logica 'démocratica' di Pierre Nora, sarebbe stato normale che io non mi fossi indignato quando 'Rivarol', il foglio antisemita, è stato autorizzato a ricomparire (nelle edicole)". Ancora una volta, Lanzmann, rispetto ai fatti, prende delle curiose libertà: il nostro settimanale è stato creato nel 1951 e, dunque, non esisteva durante la guerra, né prima! Occorrerebbe che il cineasta rilegga le sue schede!

...e richiudere il vaso di Pandora

In realtà, questo bel mondo è un po' “infastidito sui bordi”, in quanto vede bene che la legge Gayssot è la matrice di tutte le leggi sulla memoria; una legge che ha aperto il ‘vaso di Pandora’ dalla quale scaturiscono tutte le rivendicazioni comunitariste che conducono ad una criminalizzazione generale del passato, rendono impossibile il lavoro dello storico, uccidono ogni spirito critico ed appaiono come un’involuzione intellettuale senza precedenti (vedere la ‘cabala’ contro l'accademico Sylvain Gougenheim colpevole di avere dimostrato nel suo "Aristotele al monte Saint-Michel" - Ed. Le Seuil - il primordiale contributo dei monaci alla riscoperta del pensiero greco - RIVAROL del 18 Aprile e 3 Ottobre 2008). Però come riconoscere apertamente, senza suscitare, qua e , reazioni d'indignazione, che la Shoah è un fenomeno unico nella Storia e che solo la sua negazione deve essere repressa? E’ questa dichiarazione che ha condotto Dieudonné a ribellarsi contro il trattamento disuguale delle "memorie". Claude Lanzmann, infatti, ha osato impudentemente scrivere sulla sua rivista "Les Temps modernes": "La legge Gayssot è una garanzia di protezione per tutte le vittime". Poiché, nel suo spirito, una vittima è inevitabilmente ebrea. Se non lo è, non conta. D’altronde, sempre secondo Lanzmann, su "L’Obs" (Le Nouvel Observateur), gli Armeni – che hanno giudicato scioccante l’eccezionalità in favore degli Ebrei –"hanno avuto torto", semplicemente.

Il rifiuto di riconoscere il genocidio vandeano

Ciò che ‘Libertà per la Storia’ teme ugualmente, sono le rimostranze di altre vittime della Storia; vittime che hanno il torto di non essere dalla buona parte. Nel suo libro, Nora ne elabora l'elenco: "Non c’è nessuna ragione perché i discendenti delle vittime di tutta la storia di Francia non reclamino e non ottengano ciò che i figli e le figlie dei discendenti di schiavi hanno ottenuto. Il ‘genocidio’ (notate le virgolette) vandeano aspetta il suo riconoscimento ufficiale, i Russi bianchi non mancano di argomenti contro i massacri comunisti in Ucraina (Holodomor), lo stesso dicasi dei rifugiati Polacchi contro i massacrati di Katyn". E si potrebbe pure aggiungere le vittime della Rivoluzione francese e delle due epurazioni gaulliste del 1944-46 e del 1962. Occorre soprattutto che quelle vittime non possano rivendicare nulla. Lo si è visto d’altronde nel 2005, con la Legge sulla Colonizzazione, rapidamente ritirata. I Francesi rimpatriati (d’Algeria) hanno avuto la sfortuna di essere dalla parte sbagliata della barricata. Come i Vandeani, gli Aristocratici ed i Sacerdoti refrattari, sotto la rivoluzione…

Quando le maschere cadono

Le cose sono ormai molto chiare: la battaglia dell’AssociazioneLibertà per la Storia’ contro le leggi sulla memoria era fin dall'origine unconiglio di pezza’ ed una frode gigantesca, un immenso raggiro… Una battaglia che non intende affatto combattere per la verità storica e le pretese esorbitanti di una lobby “potente e nociva”, dixit Mitterrand. Oggi, le maschere cadono. Non è infatti questione, ovviamente, d'abrogare la sacro-santa Legge Gayssot. Tanto più che Jean-Claude Gayssot – in un’intervista incrociata con Chandernagor, su "Le Figaro Magazine" dell'11 Ottobre 2008, dove la romanziera dice piacevolmente dei revisionisti che si tratta "di un piccolo gruppo d'imbecilli”, dice chiaramente che la sua Legge – di cui ricorda tra l’altro che l'articolo 9 che istituisce ‘il reato di contestazione’, non è farina del suo sacco ma del Governo Rocard – è stata istituita per ridurre al silenzio Faurisson e Le Pen. E per l'ex Ministro di concludere: "E’ il ruolo del Parlamento di proteggere la libertà ma, non togliamogli la libertà di proteggere". Un Comunista che si erige a protettore delle libertà ed a garante della verità storica, per servire gli interessi della razza di Sion, ecco [qualcosa] che indubbiamente non manca di faccia tosta!

Jérôme BOURBON, jeromebourbon@yahoo.fr.

domenica 23 novembre 2008

Non tutti gli ebrei la pensano come Pacifici


IL NEGAZIONISMO NON E' MATERIA PENALE

Di Geoffrey Alderman, 30 Ottobre 2008[1]

LE LEGGI CONTRO I NEGAZIONISTI DELL'OLOCAUSTO RIENTRANO IN UN TREND PERICOLOSO.

Nel suo numero del 3 Ottobre, il JC [Jewish Chronicle] ha raccontato la storia dell’arresto, all’aeroporto di Heathrow in base ad un Mandato d’Arresto Europeo emesso dal governo tedesco, di un negazionista di origine tedesca, Fredrick Töben. Töben attualmente è cittadino australiano. Non importa; era arrivato a Heathrow dagli Stati Uniti, in viaggio per Dubai. La polizia lo ha arrestato perché il governo tedesco ritiene che egli abbia continuato a pubblicare materiale su internet negando o “minimizzando” l’Olocausto nazista degli ebrei.

Nel 1999, Töben scontò una condanna in Germania dopo aver pubblicato dei pamphlet che negavano lo sterminio degli ebrei ad Auschwitz. In seguito alla sua comparsa, all’inizio del mese, davanti ai magistrati di Londra, si dice che un portavoce del Community Security Trust abbia elogiato l’azione delle autorità inglesi in esecuzione al Mandato d’Arresto Europeo, e abbia espresso la speranza che la legge tedesca “faccia il suo corso”.

Spero che nulla del genere accada a Töben. Spero che il mandato di estradizione venga annullato, in modo che Töben sia di nuovo libero di girare il mondo negando l’Olocausto a proprio piacimento. Spero anche che non solo questo genere di incidenti non accadano più in questo paese, ma che il governo inglese chieda che le leggi tedesche (e austriache) che criminalizzano la negazione dell’Olocausto vengano abrogate il prima possibile.

E’ stato scritto molto, sulla stampa, sul trattamento vergognoso subito da Töben. La mia collega editorialista del JC Melanie Phillips ha giustamente condannato questo trattamento come una negazione della libertà di parola. Il 10 Ottobre, Anshel Pfeffer ha giustamente sostenuto sul JC che perseguire i negazionisti dell’Olocausto è uno spreco di denaro, con il solo risultato di dare a questi detestabili deficienti l’attenzione che cercano. Concordo totalmente con tutto ciò. Ma le mie preoccupazioni sul caso Töben sono molto più profonde.

Le mie preoccupazioni hanno a che fare con la tendenza allarmante degli stati-nazione a criminalizzare il passato e, in particolare, con una pessima proposta ora sotto esame da parte dell’Unione Europea, per costringere gli stati membri dell’Unione a rafforzare particolari interpretazioni della storia sotto le vesti di “combattere il razzismo e la xenofobia”. Questa proposta viene (sorpresa, sorpresa!) dal governo tedesco, il cui Ministro della Giustizia vuole, a quanto pare, realizzare una situazione in cui “scusare, negare o banalizzare pubblicamente in modo grave i reati di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra” verrebbe punito, in tutta l’Unione, con una pena da uno a tre anni di carcere.

Domandatevi in che modo una legge così folle potrebbe essere rafforzata, e con quali risultati. Domandatevi chi deciderà se un particolare avvenimento storico equivale a un “genocidio”. Domandatevi con quale grottesco criterio la banalizzazione di, diciamo, un crimine di guerra equivale a una “grave” banalizzazione. Ma, mentre iniziate a rispondere a queste domande, tenete presente quanto segue. In Turchia, attualmente, è reato penale dire che il trattamento degli armeni da parte dei turchi ottomani 90 anni fa, o giù di lì, equivale a un genocidio. In Svizzera però è reato penale dire l’esatto contrario. In Francia, nel 1995, il rinomato storico ebreo del mondo orientale e dell’Islam Bernard Lewis (nato a Stoke Newington, e ora professore all’Università di Princeton) è stato in effetti condannato per aver scritto un articolo (su Le Monde) in cui sosteneva che, sebbene gli armeni fossero stati brutalmente repressi, questo trattamento non equivaleva a un genocidio perché i massacri che ebbero luogo non furono né controllati né ispirati dal governo.

Come il rinomato storico inglese Timothy Garton Ash (professore a Oxford) ci ricorda sul Guardian (del 16 Ottobre), secondo una legge francese promulgata nel 2001, lo schiavismo è stato designato quale crimine contro l’umanità. Se, mentre mi trovo in Francia in vacanza, vengo sentito casualmente dire che lo schiavismo non fu in realtà un crimine contro l’umanità, rischio di essere trascinato in tribunale? E se scappo in Inghilterra i ragazzi in divisa blu mi arresteranno qui grazie a un Mandato d’Arresto Europeo ispirato dalla Francia? O supponiamo che dichiari che l’uccisione dei palestinesi a Deir Yassin nel 1948 non fu un crimine di guerra. Se le proposte dell’Unione Europea fossero attuate, rischierei la galera solo perché ho esercitato il mio giudizio professionale in un modo che ha offeso qualche propagandista arabo?

Il compito dello storico è di indagare, verificare, sfidare e, se necessario, correggere, la memoria collettiva della società. In questa funzione, lo stato non deve avere alcun ruolo, proprio nessuno. Certamente non in Inghilterra, che si compiace di presentare sé stessa come un bastione di libertà accademica.

[1] http://www.thejc.com/articles/denial-not-a-criminal-matter

sabato 22 novembre 2008

Champagne per Töben


VITTORIA TOTALE NEL CASO TÖBEN[1]

Nel pomeriggio del 19 Novembre 2008, mentre il parlamento inglese si abbassava a rendere omaggio al Presidente di uno stato canaglia,[2] un piccolo gruppo di attivisti conseguiva una vittoria importantissima per la libertà di espressione, grazie alla liberazione di uno storico che era stato incarcerato.

Lo studioso australiano dr. Fredrick Töben era stato rinchiuso nella prigione di Wandsworth, dal momento del suo arresto all’aeroporto di Heathrow, il 1 Ottobre scorso. Sebbene non fosse accusato di alcun reato contro la legge inglese, era stato messo in prigione in base ad un Mandato d’Arresto Europeo emesso dalle autorità tedesche, che hanno cercato di portarlo davanti al tribunale distrettuale di Mannheim per il “reato” di pubblicazioni su internet di opinioni critiche in fatto di storia.

Opinioni di questo tipo vengono criminalizzate dal famigerato “Articolo 130” del codice penale tedesco, e il dr. Töben rischiava una condanna a 5 anni di prigione. Poche settimane fa, il pubblico ministero di Mannheim, Andreas Grossman, si era vantato con la stampa di essere sicuro che il dr. Töben sarebbe finito in prigione in Germania all’inizio dell’anno prossimo.[3] Grossman aveva anche evidenziato il proprio orgoglio inquisitoriale sottolineando che quelli che in Germania vengono messi in prigione per le proprie opinioni “hanno poche possibilità di uscire prima di aver scontato interamente la propria condanna”, a causa del proprio rifiuto di pentirsi.

Fortunatamente la tracotanza di Grossman ha incontrato la propria Nemesi nella giudice distrettuale Daphne Wickham, del tribunale londinese di Horseferry Road, la quale ha stabilito che il mandato tedesco non era valido.[4]

La giudice Wickham ha difeso l’argomento del difensore del dr. Töben, Ben Watson, secondo cui le autorità tedesche non avevano fornito, nel loro mandato, sufficienti particolari sull’esatta natura del “reato” del dr. Töben, una lacuna che si è dimostrata impossibile da correggere, forse a causa dell’indeterminatezza dello stesso concetto di “Olocausto” nella legge tedesca, che non specifica quello che si può o non si può “negare”, e che non menziona neppure il metodo, presuntamente “ovvio”, dello sterminio industriale mediante gasazione. Le dette autorità si erano semplicemente riferite alla “diffusione su internet” di opinioni storiche proibite dall’Articolo 130, senza specificare esattamente di quale pagina web o di quale email si trattasse , né quando né dove fossero state pubblicate. Il mandato non è riuscito nemmeno a specificare il modo in cui il dr. Töben avrebbe infranto l’Articolo 130, che parla vagamente di argomenti che approvano, negano o minimizzano l’esistenza di quei fatti storici della Germania nazionalsocialista che vengono ritenuti “manifestamente ovvi”. Chiaramente i procuratori avevano immaginato che il dr. Töben si sarebbe difeso, e che le sue modeste risorse legali sarebbero state insufficienti contro la forza e la capacità combinate dei due governi, quello inglese e quello tedesco.

I procuratori della Corona inglese, agendo a nome della propria controparte tedesca, si sono appellati all’Alta Corte di Londra, cercando di reiterare il mandato e di ricominciare il procedimento di estradizione – ma il 19 Novembre tale appello è stato clamorosamente abbandonato con una sentenza che ha ordinato il rilascio immediato dell’imputato, in quella che è una vittoria completa degli esperti del dr. Töben.

Dopo aver iniziato la giornata in una cella della prigione di Wandsworth, il dr. Töben ha trascorso la serata in un ricevimento a base di champagne a St. James, ospite di Lady Michèle Renouf, che ha coordinato la campagna a sua difesa e ha ingaggiato il team di specialisti, composto da Kevin Lowry-Mullins, dello studio Dass Solicitors, e da Ben Watson, dello studio 3 Raymond Buildings.

Lady Renouf ritiene che, ora che al dr. Töben è stata data piena soddisfazione, le leggi repressive della Germania stiano adesso sotto accusa. Il tribunale dell’opinione pubblica internazionale accusa ora la Germania del 21° secolo di crimini contro i principi europei tradizionali di giustizia e di libera ricerca scientifica. Questi principi sono stati ereditati dalla Grecia classica, che valorizzava le quattro virtù inseparabili della saggezza (insieme alla scienza), la temperanza, il coraggio e la giustizia.

Sotto accusa, assieme allo stato tedesco, è il Procuratore Generale, la baronessa Scotland, che sovrintende all’Ufficio Accusa della Corona, che ha ingiustamente imprigionato il dr. Töben per cinquanta giorni in base a un mandato che non è riuscito neppure a soddisfare i criteri minimi per permettere una procedura di estradizione.

Proprio la baronessa Scotland (nel suo precedente incarico di Ministro dell’Interno) fu responsabile di aver fatto approvare la legge sull’estradizione alla Camera dei Lord. Proprio lei rassicurò nel 2003 il parlamento che gli storici revisionisti come il dr. Töben non sarebbero stati sottoposti a estradizione in base al Mandato d’Arresto Europeo, per aver pubblicato le proprie opinioni su internet. Eppure, cinque anni dopo, ha permesso ai propri funzionari di attuare esattamente quel tipo di estradizione che aveva promesso in parlamento che non sarebbe mai stata attuata. Se la baronessa Scotland avesse il minimo senso di onore personale o di responsabilità politica, si dovrebbe dimettere immediatamente.

Nel frattempo il dr. Töben proseguirà la propria opera di storico, con la consapevolezza che nonostante la perfidia dei politici inglesi, i tribunali di Londra hanno salvato l’onore del proprio paese e hanno preservato il retaggio orgoglioso della Magna Charta.

Lasciamo che questa vittoria della libertà faccia indietreggiare la tirannia in quei paesi europei che mettono in galera le opinioni e, sempre più, anche i giuristi che le difendono. La sconfitta di nemici apparentemente invincibili, da parte del dr. Töben, dovrebbe portare a una rinnovata offensiva contro le leggi repressive europee, per ottenere la libertà tanto attesa di Ernst Zündel, Germar Rudolf, Sylvia Stolz, Gerd Honsik e Wolfgang Frölich – e alla revoca dei procedimenti legali contro Vincent Reynouard, Jürgen Graf, Robert Faurisson e molti altri intrepidi scienziati e studiosi, i quali insistono che non vi dovrebbero essere eccezioni al normale metodo revisionista.[5] Essi si pongono a difesa del “dibattito e dell’argomentazione razionale”, contro il proclama antieducativo del Forum internazionale di Stoccolma del 2000, che cerca di dettare le “linee-guida dell’insegnamento sull’Olocausto”. Queste linee-guida stanno per essere blindate nella politica educativa inglese, sostenute da un’industria propagandistica multimilionaria che promuove un approccio unilaterale a quello che, invece, dovrebbe essere un argomento democraticamente discutibile e sottoposto a più punti di vista. L’improvviso alt al procedimento di estradizione contro il dr. Töben, ha già spinto diversi commentatori, inclusi il Jewish Chronicle[6] e il Jerusalem Post[7], a chiedere che il revisionismo venga combattuto nella aule scolastiche piuttosto che nelle aule di tribunale. Il dr. Töben e i suoi colleghi studiosi, liberati dalla spada di Damocle della “giustizia” tedesca del 21° secolo, sono pronti ad aprire su questo nuovo fronte il dibattito sulla verità storica.

La portavoce europea del dr. Töben, Lady Renouf, desidera ringraziare tutti i sostenitori che hanno contribuito a confortare il dr. Töben durante la sua prigionia, e che hanno dato la propria disponibilità a contribuire al pagamento della cauzione di 100.000 sterline, fortunatamente ormai inutile.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.jailingopinions.com/tobenvictory.htm
[2] http://www.tellingfilms.co.uk/peres.htm
[3] http://www.theaustralian.news.com.au/story/0,25197,24478370-5006787,00.html
[4] http://www.tellingfilms.co.uk/toben-291008.htm
[5] http://www.news.com.au/dailytelegraph/story/0,22049,24484456-5001021,00.html
[6] http://www.thejc.com/articles/denial-not-a-criminal-matter
[7] http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1225715329900&pagename=JPost/JPArticle/ShowFull

venerdì 21 novembre 2008

La vittoria di Töben


Il governo tedesco ha rinunciato al tentativo di estradare Fredrick Töben dall’Inghilterra (http://www.timesonline.co.uk/tol/news/uk/article5199874.ece ).

L’avvocato di Töben, Kevin Lowry-Mullins, ha confermato ieri che l’appello delle autorità tedesche è stato ritirato, e di aver firmato assieme al governo tedesco un decreto consensuale per porre termine al caso.
Lowry-Mullins ha dichiarato che “Töben è stato rilasciato ieri [ormai l’altro ieri] ed è al settimo cielo”. E ha aggiunto: “Il reato non è stato commesso in Inghilterra. Se il dr. Töben fosse stato estradato in Germania per negazione dell’Olocausto, che non esiste come reato in questo paese [l’Inghilterra], allora ci saremmo trovati in una situazione in cui, ipoteticamente, il governo iraniano avrebbe potuto richiedere l’estradizione di tutti i gay iraniani che hanno richiesto asilo politico”.

Lowry-Mullins ha detto che il procuratore capo tedesco a un certo punto era così fiducioso della vittoria da vantarsi che Töben sarebbe finito in Germania per Natale.

L’avvocato di Töben ha poi aggiunto che il governo tedesco era rimasto scosso dai commenti che egli aveva fatto fuori del tribunale, dopo l’udienza sulla scarcerazione. “Ho detto: “Andremo fino in fondo, fino alla Camera dei Lord e lasceremo che decidano””.

“Ma quando la legge sull’estradizione è stata approvata dalla Camera dei Lord nel 2002, una degli interrogativi era che cosa sarebbe successo se qualcuno, arrestato in base al Mandato d’Arresto Europeo, fosse stato in procinto di venire estradato in un paese dove la negazione dell’Olocausto è reato. La risposta fu: “No. Questo non succederà mai””.

Lowry-Mullins ha confermato che Töben si trova ancora in Inghilterra, in attesa della restituzione del suo passaporto.

giovedì 20 novembre 2008

Carlo Mattogno sulle presunte rivelazioni di Bild


INUOVIDOCUMENTI SU AUSCHWITZ DI BILD.DE:
UNA BUFALA GIGANTESCA

Di Carlo Mattogno

L’8 novembre 2008 il giornale tedesco Bild.de ha pubblicato un articolo a firma dello storico Ralf Georg Reuth intitolato “Bild mostra i documenti dell’atrocità che sono stati trovati ora a Berlino. I disegni costruttivi di Auschwitz[1], che in Italia ha provocato eccitazione e commenti tracotanti contro i “negazionisti”.
Sebbene l’importanza della scoperta sia già stata drasticamente ridimensionata da due storici ebrei, Israel Gutman e Robert Jan van Pelt[2], vale comunque la pena di approfondire la questione, se non altro a beneficio di quei creduloni sempre pronti ad ingoiare senza battere ciglio qualunque panzana - si tratti di testimonianze, come quella di Shlomo Venezia[3], o di documenti, come quelli in oggetto - purché porti acqua al mulino olocaustico.
Reuth informa che «a quanto pare (angeblich)[!] nello sgombero di un appartamento di Berlino» sono state trovate 28 piante originali risalenti agli anni 1941-1943. «Sono documenti dell’atrocità. Accuratamente disegnati. Planimetrie, piante e viste laterali di edifici, tutto su carta ingiallita, generalmente in scala 1:100. Sono piante del campo di sterminio nazionalsocialista di Auschwitz».
Tra questi documenti ci sono anche «un impianto di disinfestazione (Entlausungsanlage) con camera a gas (Gaskammer[4] e un crematorio[5]. Viene anche dato risalto al fatto che «una delle planimetrie è stata siglata personalmente, con matita verde, dall’allora Reichsführer-SS e capo organizzatore del genocidio Heinrich Himmler», ma senza specificare di quale planimetria si tratti.
Il direttore archivista dell’Archivio Federale (Bundesarchiv) di Berlino, Hans-Dieter Kreikamp ha attribuito un’ «importanza straordinaria» ai documenti, dichiarando al giornale che
«i piani sono le testimonianze autentiche del genocidio degli Ebrei europei sistematicamente progettato». Dal canto suo lo storico aggiunge che «i documenti confutano inoltre gli ultimissimi negatori dell’Olocausto».
Indi descrive le due terribili “prove”. «Il documento dell’atrocità più sconvolgente: la pianta di un “impianto di disinfestazione” (Entlausungsanlage). Da uno “spogliatoio” (Auskleideraum) delle porte conducono ad una “sala lavaggio e doccia” (Wasch- und Brauseraum) e di lì ad un “vestitoio” (Ankleideraum).
Ma dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” [locali di compensazione della pressione] in una “camera a gas”. Sulla pianta è scritto nero su bianco: “Gaskammer”. Il fatto che nella grossa “camera a gas” di 11,66 x 11,20 metri[6] non si dovessero disinfestare capi di vestiario coll’agente a base di acido cianidrico solitamente usato dalle SS, bensì gasare esseri umani, dev’essere considerato molto probabile (sehr wahrscheinlich).
Infatti (denn) la pianta, che fu disegnata ad Auschwitz da un “detenuto n. 127”[7], risale all’8 novembre 1941. In questo periodo il comandante del campo Rudolf Höss faceva già esperimenti coll’agente a base di acido cianidrico “Zyklon-B”, col quale nel campo principale di Auschwitz fece uccidere detenuti malati e prigionieri di guerra russi».
Reuth rileva poi che il presunto sterminio sistematico degli Ebrei europei non fu deciso alla conferenza di Wannsee, ma ben prima, e commenta: «Non è noto se l’“impianto di disinfestazione” di Auschwitz-Birkenau fu costruito esattamente come fu disegnato nei piani. Certo è che le gasazioni in massa di Ebrei europei ad Auschwitz cominciarono nella primavera del 1942 in una ex casa colonica, la cosiddetta “casa rossa” ».
La seconda “prova” riguarda ovviamente il crematorio. «Gli Ebrei uccisi furono cremati inizialmente in fosse scavate nel terreno. Già nell’ottobre dell’anno precedente fu presa in considerazione la costruzione di un grosso crematorio. Nel novembre furono poi realizzati i primi disegni. Il piano in possesso di Bild.de mostra un primo schizzo con viste laterali e piante sempre in scala 1:100. Particolarmente istruttivo: il disegno del piano interrato. Esso mostra i basamenti per i forni crematori, che furono successivamente forniti dalla ditta “Topf und Söhne” di Erfurt.
Nella pianta è schizzato anche il “L-Keller” (Leichenkeller: scantinato obitorio), che ha una larghezza di otto metri. I progettisti delle Waffen-SS non avevano stabilito la sua lunghezza. Vi si può leggere: “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” ».
Questo presunto «vero scoop storico», come lo definisce Il Messaggero[8], è in realtà una vera bufala. I documenti in questione sono noti da anni agli specialisti, essendo stati pubblicati da Jean-Claude Pressac tra il 1989 e il 1993. Io stesso li ho consultati a Mosca nel 1995 nell’ Archivio russo di Stato della guerra (Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv: RGVA).
Nel suo studio Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers[9], il ricercatore francese dedicò un capitolo alle “Installazioni di spidocchiamento e disinfestazione nel KGL [campo per prigionieri di guerra] di Birkenau costruzioni BW[10] 5a e 5b” (pp. 53-62) nel quale presentò i progetti originali dell’ “Entlausungsanlage” summenzionata (pianta 801 dell’8 novembre 1941: “Entlausungsanlage für K.G.L., impianto di disinfestazione per il KGL”)[11], comprendenti anche la pianta dell’approvvigionamento idrico e della rete fognaria dell’impianto (pianta 1293 del 9 maggio 1942)[12], la pianta relativa all’installazione al suo interno di una sauna (pianta 1715 del 25 settembre 1942)[13] e quella riguardante la trasformazione della camera a gas del BW 5b in impianto di disinfestazione ad aria calda (pianta n. 2540 del 5 luglio 1943)[14].
Questi progetti si riferivano a due cosiddette “Entlausungsbaracken” (in realtà strutture in muratura) che furono costruite una nel settore femminile BIa di Birkenau (BW 5a), l’altra nel settore maschile BIb (BW 5b) esattamente secondo i piani.
Una lettera redatta il 9 gennaio 1943 dal capo della Zentralbauleitung di Auschwitz, SS-Hauptsturmführer Karl Bischoff, con oggetto “Installazioni igieniche nel K.L. e nel K.G.L. di Auschwitz” elenca appunto tutte le installazioni igieniche presenti nei campi di Auschwitz e Birkenau, tra le quali le due summenzionate, descritte così: «1 apparato di disinfezione [Desinfektionsapparat] (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda [Heissluftapparat] (ditta Hochheim), così pure una sauna [Saunaanlage] sono installati nella baracca di disinfestazione [Entlausungsbaracke] del campo maschile del KGL, BAI [il BW 5b] e sono in funzione dal novembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico [Kammer für Blausäurevergasung] che è già in funzione dall’autunno del 1942. 1 apparato di disinfezione (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda (ditta Hochheim), così pure una sauna sono installati nella baracca di disinfestazione del campo femminile del KGL, BAI [il BW 5a] e sono in funzione dal dicembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico che è già in funzione dall’autunno del 1942»[15].
E una “Lista degli impianti di disinfestazione, bagni e apparati di disinfezione costruiti nel KL e nel KGL di Auschwitz” stilata dall’impiegato civile della Zentralbauleitung Rudolf Jährling il 30 luglio 1943, in riferimento ai «B.W. 5a und 5b» menziona una «Blau[säure]gaskammer», una camera a gas ad acido cianidrico[16]. Il termine “Gaskammer” designava dunque una vera camera di disinfestazione e l’ Entlausungsanlage un vero impianto di disinfestazione.
Del resto, come risulta dal suo testo[17], Pressac non è stato sfiorato neppure lontanamente dall’idea balzana che queste due installazioni fossero state progettate a scopo omicida; e Robert Jan van Pelt, nel suo ponderoso The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial[18], non accenna nemmeno fugacemente a una tale possibilità, che non è mai stata avanzata da nessuno storico e da nessun testimone.
Reuth pretende invece che lo scopo criminale dell’impianto di disinfestazione sia «molto probabile» perché, a suo dire, nel novembre 1941 Höss faceva già esperimenti di gasazione omicida con lo Zyklon B. Il riferimento è alla storiella della prima gasazione omicida nel Bunker del Block 11 di Auschwitz, che ho già smantellato da anni[19].
Quanto alla descrizione della pianta secondo la quale «dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” in una “camera a gas”», bisogna rilevare che essa è a dir poco maliziosa, perché le parti destra e sinistra dell’impianto di disinfestazione erano simmetriche; e se è vero che dal vestitoio una sola porta conduceva in una sola anticamera e poi, attraverso un locale di compensazione della pressione, nella camera a gas, è altrettanto vero che il medesimo percorso era specularmente possibile anche dallo spogliatoio.
Per poter insinuare che la pianta in questione mostri un impianto omicida, Reuth ha infatti taciuto il fatto essenziale che l’Auskleideraum, lo spogliatoio, è designato nella pianta “unreine Seite”, lato contaminato, l’Ankleideraum, il vestitoio, “reine Seite”, parte incontaminata. Ciò spiega chiaramente la finalità e il funzionamento dell’impianto.
I detenuti contaminati (infestati da parassiti) entravano nell’Auskleideraum, si spogliavano nudi e poi entravano attraverso l’apposita porta nel Wasch- und Brauseraum, dove si lavavano; indi, uscendo dalla porta opposta, entravano nell’Ankleideraum, dove ricevevano e indossavano i vestiti disinfestati. Parallelamente, infatti, i vestiti contaminati lasciati dai detenuti nell’Auskleideraum venivano raccolti e trasportati, attraverso il Vorraum e la Schleuse, nella camera a gas dove venivano disinfestati; poi, passando per la seconda porta che dava sull’altra Schleuse e sull’altro Vorraum, venivano riportati nell’Ankleideraum ai detenuti[20].
Le due anticamere e le due camere di compensazione della pressione non comunicavano e non potevano comunicare l’una con l’altra, per evitare una eventuale contaminazione che avrebbe reso vano l’intero processo di disinfestazione. Per questo Bild.de ha deciso maliziosamente di pubblicare soltanto la sezione della pianta che riguarda la camera a gas[21].
Passiamo alla pianta del crematorio. Anche qui nessuna novità. Essa era già stata pubblicata da
Pressac nel libro Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse[22], documenti 10-11 fuori testo. Si tratta della pianta redatta nel novembre 1941 dall’architetto Werkmann, un impiegato civile che faceva parte della Sezione II/3/3 (Affari edilizi dei campi di concentramento e campi per prigionieri di guerra) [Abteilung II/3/3 (Bauangelegenheiten der KL und KGL)] dell'Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio centrale bilancio e costruzioni).
Reuth richiama l’attenzione sul fatto che la lunghezza del Leichenkeller non è menzionata, ma al suo posto appare l’indicazione “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno”. Nel suo resoconto già citato, Il Messaggero, a questo punto, tagliando e rimettendo insieme a casaccio spezzoni del testo di Bild.de, commenta: «La lunghezza esatta del forno crematorio non viene ancora definita e sarà fissata “a seconda delle esigenze”. Un particolare, questo, decisamente macabro che secondo il direttore dell'Archivio federale tedesco Hans Dieter Kreikamp “è una prova autentica del genocidio degli ebrei europei sistematicamente progettato dal regime nazista”».
La pianta in discussione era la revisione da parte di Berlino del progetto eseguito ad Auschwitz dall’SS-Untersturmführer Walter Dejaco il 24 ottobre 1941 su suggerimento dell’ingegnere della Topf Kurt Prüfer, parimenti pubblicato da Pressac (documento 9), in cui il Leichenkeller, al pari della pianta di Werkmann, è disegnato solo in parte, ma reca l’indicazione delle misure: m 8 x 60. Dato che la scala del progetto è di 1:100, si comprende facilmente perché il Leichenkeller non sia stato disegnato per intero. La pianta di Werkmann ha solo l’indicazione della larghezza, 8 metri, sicché la scritta “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” fa pensare più a una riduzione che a un aumento della lunghezza di 60 metri. In effetti, nei crematori di Birkenau questo locale divenne il Leichenkeller 2, che era lungo 49,49 metri.
Il bello è che il libro di Pressac fu prontamente tradotto anche in tedesco[23], sicché Bild.de non ha alcuna giustificazione. Il contesto storico reale nulla concede all’ipotesi che il crematorio di questo progetto servisse a scopo di sterminio. Pressac afferma esplicitamente che «il fabbricato concepito da Prüfer e migliorato da Werkmann, non era stato progettato a questo scopo», con riferimento ai «trattamenti omicidi col gas»[24].
Nel mio studio Genesi e funzioni del campo di Birkenau[25] ho documentato che il Kriegsgefangenenlager di Birkenau fu progettato il 30 ottobre 1941 per 125.000 prigionieri di guerra sovietici che dovevano essere impiegati in lavori di costruzione nel quadro del “Generalplan Ost” (“progetto generale Est”), un piano di colonizzazione tedesca dei territori orientali incorporati dalla Germania (soprattutto i Reichsgaue Danzica-Prussia orientale e Wartheland) per mezzo di manodopera coatta - prigionieri di guerra sovietici, poi Ebrei - concentrata nei campi di Birkenau, di Lublino e di Stutthof.
In tale contesto rientra anche la decisione di costruire il crematorio in oggetto, che è spiegata così in una lettera di Bischof, all’epoca Bauleiter di Auschwitz, al Rüstungskommando (comando degli armamenti) di Weimar del 12 novembre 1941:
«La ditta Topf & Söhne, impianti tecnici di combustione, Erfurt, ha ricevuto da questo ufficio l’incarico di costruire il più presto possibile un impianto di cremazione, perché al campo di concentramento di Auschwitz è stato annesso un campo per prigionieri di guerra che in brevissimo tempo sarà occupato da circa 120.000 Russi. La costruzione dell’impianto di cremazione è diventata perciò assolutamente necessaria per prevenire epidemie e altri pericoli». [«Die Firma Topf & Söhne, feuerungstechn. Anlagen, Erfurt hat von der hiesigen Dienststelle den Auftrag erhalten, schnellstens eine Verbrennungsanlage aufzubauen, da dem Konzentrationslager Auschwitz ein Kriegsgefangenenlager angegliedert wurde, das in kürzester Zeit mit ca. 120 000 Russen belegt wird. Der Bau der Einäscherungsanlage ist deshalb dringend notwendig geworden um Seuchen und andere Gefahren zu verhüten»][26].
Himmler, in qualità di «Commissario del Reich per il consolidamento del germanesimo» (Reichskommissar für die Festigung deutschen Volkstums), era responsabile del “Generalplan Ost” e dunque della progettazione e costruzione del campo di Birkenau, perciò c’è poco da stupirsi se qualche pianta fu siglata da lui personalmente «con matita verde».
In questa gigantesca bufala chi fa la figura più grama sono Hans-Dieter Kreikamp e Ralf Georg Reuth. Si stenta a credere che uno storico e un «direttore archivista dell’Archivio Federale di Berlino» abbiano dato prova di un’ignoranza storica così grottesca.
E se questi sono gli storici e gli archivisti tedeschi, i dilettanti allo sbaraglio italiani sono in ottima compagnia.

Carlo Mattogno, 12 Novembre 2008

[1] Die Baupläne von Auschwitz, in:
http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/bild-zeigt-dokumente-des-grauens-die-jetzt-in-berlin-gefunden-wurden.html.
[2] Auschwitz expert: Blueprints found in Berlin not of death camp, in: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1035958.html.
Expert: Uncovered Auschwitz plans important, in:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3619600,00.html
[3] Vedi al riguardo il mio studio «La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia. 2008. In: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres8/CMVENEZIA.pdf.
[4] Vedi documento 1.
Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/gaskammer.html.
[5] Vedi documento 2.
Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/keller.html.
[6] Si tratta delle misure esterne; quelle interne sono m 9,90 x 10,90.
[7] Il detenuto polacco Josef Sikora, che lavorava come disegnatore nell’ufficio di progettazione della Bauleitung di Auschwitz.
[8] Olocausto, un inferno pianificato dal ’41, in: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=10992.
[9] The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989.
In web: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/.
[10] Bauwerk: costruzione o cantiere.
[11] Vedi documento 3. Da: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/ , al pari dei documenti 3a, 4, 5 e 6.
[12] Vedi documento 4.
[13] Vedi documento 5.
[14] Vedi documento 6.
[15] RGVA, 502-1-332, p. 47.
[16] RGVA, 502-1-332, p. 9.
[17] J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit.,pp. 53-54.
[18] Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
[19] C. Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992. Traduzione riveduta, corretta e ampliata: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
[20] Vedi documento 3a.
[21] Vedi documento 1.
[22] CNRS Editions, Parigi, 1993. Trad. it.: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.
[23] Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco-Zurigo, 1994.
[24] J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 74.
[25] Consultabile in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMGeneralplanOst.pdf.
[26] RGVA, 502-1-314, pp. 8-8a. Lettera di Bischof, all’epoca Bauleiter di Auschwitz, al Rüstungskommando (comando degli armamenti) di Weimar del 12 novembre 1941.