martedì 30 settembre 2008

Novanta minuti con Ernst Zündel


A fine agosto, un giovane tedesco ha incontrato Ernst Zündel nel carcere dov'è rinchiuso. Ecco il racconto del suo incontro.

Novanta minuti con Ernst Zündel - Visita all’istituto penitenziario di Mannheim
Avevo letto e sentito di tutto a proposito di Ernst Zündel. Si pretendeva che fosse un pericoloso agitatore, un razzista, un fomentatore di disordini, un piromane che detestava tutto ciò che è ebraico. Peraltro, avevo sentito dire che era un martire dell’impero tedesco, un filantropo liberale, modesto e simpatico, un servitore del popolo, il suo popolo. Di fronte a dichiarazioni così contraddittorie, era più che logico che nascesse in me il desiderio di conoscere personalmente quest’uomo, soprattutto dopo la condanna emessa all’inizio 2007 dalla Corte d’Appello di Mannheim che condannava Ernst Zündel alla pena massima di cinque anni, non essendo stati contati i due anni di detenzione in Canada per accentuare la repressione (tanto più che il tribunale di Mannheim non ha autorizzato la condizionale una volta scontati i 2/3 della pena). Agli occhi del tribunale, era dunque evidente che quest’uomo doveva essere un criminale indurito e un nemico pubblico di prima classe. Confesso che, non avendo mai incontrato persone punite in questo modo, ero estremamente curioso circa l’impressione personale che mi avrebbe fatto questo signor Zündel. Ho deciso quindi di rendergli visita all’istituto penitenziario di Mannheim, in Herzogenriedstrasse 111. Innanzitutto, è stato molto difficile ottenere un appuntamento col prigioniero, perché la direzione della prigione gli accorda da una parte solo pochissime visite mensili, e dall’altra parte, la maggior parte di queste visite sono riservate ai suoi parenti. Zundel ha delle sorelle che vengono a vederlo regolarmente. Già all’inizio del 2008, d’accordo con il Servizio dei visitatori del carcere, avevo preso il treno per Mannheim, per incontrare Zündel, ma ero dovuto ripartire a mani vuote perché il prigioniero ignorava del tutto la mia venuta ed era già impegnato per quella data. Mi occorreva dunque ancora un po’ di preparazione e di tempo per realizzare il mio desiderio. Dopo alcune lettere e telefonate, e grazie all'appoggio di un’amica del prigioniero, mi sono visto fissare un nuovo appuntamento, questa volta con Ernst Zündel e con il Servizio dei visitatori del carcere di Mannheim. Sono ripartito quindi per Mannheim, sentendo crescere in me l’eccitazione, perché andavo a conoscere quest’uomo eccezionale. Il carcere di Mannheim si trova in un settore periferico della città, caratterizzato da numerosi isolati di case, alcuni negozi e po’ di verde; un quartiere operaio tipico, a forte presenza straniera. Costeggiando la Herzogenriedstrasse, si riconosce da lontano la prigione: alti muri sormontati da filo spinato, facciate di mattoni, per la maggior parte. Dall’altro lato della via, gli isolati di case si succedono. Non è facile parcheggiare, perché, apparentemente, molti impiegati del penitenziario si recano a lavorare in automobile. Infine ho scovato un posto per il parcheggio in una via laterale, e, alcuni minuti dopo, sono penetrato nel perimetro della prigione. Dopo aver superato la porta esterna - l’interfono avrebbe bisogno di essere sostituito, ma la sola parola «Zündel» basta a fare aprire la porta - si salgono alcune scale subito a destra. Dietro una parete a vetrata si trovano, seduti o in piedi, i funzionari di del penitenziario, vestiti di grigio, tutti di circa trenta o quarant’anni. Ad eccezione di un caso, sono tutti uomini. Tutti sembrano molto gentili. Spingo la mia carta d’identità dietro il finestrino per una fessura, ed è solo allora che i miei dati personali vengono inseriti nel computer della prigione. Mi viene quindi data un tipo di scheda di controllo che contiene i miei dati, quelli del prigioniero, e dei dati specifici del penitenziario. Ricevo inoltre una piccola chiave che apre un scaffale in cui devo depositare tutti i miei valori e altri oggetti che mi appartengono. Le regole della prigione di Mannheim vietano che si porti qualunque cosa quando si rende visita ad un prigioniero, né documenti, né denaro, né niente altro. Si possono portare solamente dieci euro di moneta che si possono spendere nella sala d’attesa per l’acquisto di merendine o di bevande dal distributore automatico. Dopo essermi liberato di tutti i miei oggetti personali e averli chiusi nello scaffale, non ho altro da fare che aspettare. La piccola sala d’attesa non può superare i quindici metri quadrati. In essa ci sono alcune semplici sedie e un fasciatoio. Sembra che qui vengano portati dei neonati. Sulle pareti ci sono alcuni affissi parzialmente ingialliti di cui una, tra le altre, propone un inquadramento psicologico dopo la visita. Dopo alcuni minuti, vengo chiamato. Una porta si apre, e vengo sottoposto ad una perquisizione corporale, dopo avere superato un portico simile a quelli degli aeroporti, e aver scatenato il segnale. Probabilmente è stata la mia cintura o la mia corona dentaria, visto che ho dovuto precedentemente depositare la mia moneta. La perquisizione ha luogo in un piccolo locale adiacente. Il funzionario della prigione è estremamente premuroso. Poiché non si trova nulla, sono autorizzato ad uscire dal locale. Mi si rende la mia moneta e la mia scheda di controllo, e mi si indica una nuova sala d’attesa che si trova dietro la porta d’entrata. Ho già percorso dieci metri. Non mi resta che utilizzare i miei dieci euro. Ho sentito dire che Ernst Zündel ama il cioccolato. Ritter Sport e Toblerone sono le uniche marche di cioccolato tra i dolciumi in vendita presso il distributore. Con sei pacchetti e due barre in mano, mi siedo su una delle sedie, e dispongo di un po’ di tempo per osservare i visitatori che si trovano con me in questa seconda sala d’attesa. C'è una tailandese silenziosa; una famiglia probabilmente di origine araba: la nonna porta un foulard; la madre sembra europea, ma non la sua piccola figlia; poi una famiglia serba con una nonna, due grandi donne molto robuste e due ragazzini che giocano rumorosamente con l’accento del Baden; poi, tre adolescenti, uno di pelle bianca e altri due di origine africana; e, finalmente, una madre tedesca insieme alla figlia, che sembrano uscite da un ambiente degradato. Non posso trattenermi dal pensare: è questo l’avvenire della Germania? Ma questo forse è solo un campione di delinquenza. Dopo un quarto d’ora, la porta d’acciaio che da sul cortile si apre bruscamente, e uno dei funzionari del penitenziario invita i visitatori ad entrare nel cortile. Si avvicina a me e mi chiedo se sono quello che vuole vedere il signor Zündel. Acconsento tranquillamente e cortesemente. Come un gruppo di turisti, attraversiamo allora, dietro il funzionario della prigione, il cortile che si trova tra i settori dell’entrata e un’ala del carcere. A sinistra e a destra, vedo di nuovo dei muri e del filo spinato; in alto, in compenso, il cielo blu e il sole. Alla fine di una quarantina di metri, siamo condotti a sinistra in un edificio e autorizzati a percorrere una scala che conduce al terzo piano. Veniamo portati in un locale di circa quaranta metri quadrati. Quest’ultimo è ammobiliato con piccoli tavoli contorniati da due a cinque sedie. All’estremità del locale c’è una stanza di sorveglianza con una vetrata. Mi si indica il tavolo più piccolo, vicino alla parete esterna. A sinistra e a destra, due finestre danno sull’esterno. Accanto a me, a non più di due metri, ci sono altri due tavoli ai quali sono seduti due gruppi di visitatori. Rifletto sul fatto che la confidenzialità non è certo possibile in questi luoghi. Dopo alcuni minuti, mentre tutti i visitatori aspettano al loro posto, una porta si apre all’altra estremità del locale. Vedo il funzionario della prigione avvicinarsi nel corridoio situato dietro questa porta e gridare ad un collega che i prigionieri possono entrare. Sento salire la tensione in me. Come sarà? Cosa accadrà? Potremo capirci, parlare senza problemi, o avremo delle difficoltà ad iniziare la conversazione? Una quantità di idee attraversano il mio spirito mentre guardo la porta e vedo introdurre i prigionieri nel locale, uno dopo l’altro. Arrivano innanzitutto due giovani stranieri robusti, poi un giovane tedesco che si dirige verso i tre adolescenti, poi un uomo a con la barba lunga che ricorda un po’ i combattenti talebani che si vedono alla televisione. Sembra molto gentile e dà un’impressione di intelligenza. In ogni caso, sorride alla sua famiglia e si getta tra le loro braccia. Adesso sono tutti là, tranne Zundel. Dopo un minuto, il funzionario della prigione fa un segno con la testa ed entra Ernst Zündel. Ecco come mi appare di primo acchito: abbastanza piccolo, forse un metro e sessantacinque, i capelli leggermente radi, un po’ corpulento. Una giacca blu leggera su di una camicia, un pantalone di cotone, il tutto molto discreto. I nostri occhi si incrociano. Mi alzo e vedo un sorriso, uno sguardo simpatico. Ha l’aria gentile. Viene verso di me completamente rilassato, e ci stringiamo con forza la mano. Scambiamo immediatamente alcune battute amichevoli. Sento che la simpatia reciproca è immediata. Il contatto è facile. Con quest’uomo si può parlare apertamente. Il suo viso è leggermente arrossato. Sembra sudare un po’. Parla di una malattia passeggera non completamente guarita, ma che lo sarà presto. I suoi occhi sono vivaci, sebbene il suo viso mostri una certa stanchezza. Ci sediamo uno di fronte all'altro, ci appoggiamo sul tavolo e iniziamo subito la discussione: Come va? Chi sono? Perché sono lì? Perché ho voluto vederlo? Perché sono così commosso? ecc... È uno scambio intenso. Il tempo è come sospeso. Disponiamo di novanta minuti pieni per questo incontro, e sento che basteranno affinché facciamo un po’ di conoscenza. Più parliamo, più ho il sentimento che quest’uomo non può essere cattivo. Sembra veramente amabile e gentile. Ciò che dice si capisce senza fatica. Non c’è traccia di emozione, di esaltazione, di aggressività o di odio. È un uomo che è in pace con sé e con il mondo, ma anche un uomo più che inquieto per la condizione del suo popolo. Mi pare di capire che ciò che ha contato per lui, durante tutti questi anni passati in Canada e negli USA, è stato il suo impegno disinteressato per il suo benamato popolo tedesco. Credo di afferrare che ha provato a fornire delle indicazioni e delle suggestioni determinanti, affinché questo popolo possa, per mezzo delle sue forze, ritrovare la fiducia in sé e l’amor proprio. Ma ammette che, purtroppo, questo impegno non ha avuto l’atteso successo. Ha forgiato la spada, secondo le sue parole, ma la spada non è stata utilizzata. Mi pare di leggere tra le righe la tristezza e, forse, la delusione provata vedendo che la sua azione non ha avuto un effetto sul suo popolo. Egli deplora lo stato attuale della sua patria, considera come cruciale la sua crescente erosione, dovuta già alle emigrazioni del XIX secolo e ai milioni di morti delle due guerre mondiali del XX secolo. Sebbene mi sembra di percepire nelle sue parole una certa rassegnazione, sento anche la sua volontà di non abbandonare il suo impegno in favore della sua patria. Certo, dice che non ha più intenzione di battersi fino alla fine, perché non è uomo che può sempre scontrarsi contro il muro. Ma se può fare qualcosa per il suo popolo, lo farà. E' per questo che si è occupato attivamente, durante la sua detenzione in Germania, della questione dell’alimentazione, e che è convinto che tale problema sia decisivo per la perpetuazione del popolo tedesco. Secondo lui, certe indagini attestano che una continua alimentazione malsana provocherà, a lungo termine, un deterioramento del suo patrimonio genetico. Ma la reintroduzione di un'alimentazione sana avrà invece, a lungo termine, un’influenza positiva sulla costituzione dei tedeschi. Ciò vale, naturalmente, per tutti gli altri popoli. Si è dato come compito di occuparsi attivamente di tale questione. Lo fa anche, naturalmente, per mantenere il buon funzionamento del suo spirito e per non lasciarsi inebetire dalla prigione. Tutto sommato, mi fa l’effetto di un uomo molto colto e aperto che ha osservato molto bene le particolarità dei diversi popoli. Per tale ragione è sedotto molto dall’efficacia e dallo spirito d’impresa degli americani, deplora la sottomissione dei tedeschi, ma vede anche la bontà e l'onestà del tedesco in quanto essere umano. Egli si lamenta con amarezza dell'aumento della pornografia nella vita quotidiana - pornografia che, se ho capito bene, si è propagata anche all'interno della prigione. Esprime tutti questi giudizi, analisi, prese di posizione in tono rilassato, sebbene animato, senza odio, dalla volontà di cogliere costantemente l'insieme, e di non perdere di vista le correlazioni, il contesto, come dice. I novanta minuti passano come il vento, e constato che ho ancora numerose domande da fargli. Ma il funzionario del carcere mette la mia scheda di controllo sul tavolo, e so che non abbiamo più di alcuni istanti. Gli chiedo se posso fare qualche cosa per lui. Mi chiede di salutare sua moglie, e di dirgli che tutto va bene. Aggiunge che è già impaziente di ricuperare la libertà; che continuerà ad occuparsi di alimentazione; che lascerà perdere il resto, avendo già fatto abbastanza a questo riguardo. Ernst Zündel è un uomo che ama la vita, la libertà, lo spirito d’impresa, la giustizia; un essere umano simpatico e gentile che emana una luce positiva; un uomo desideroso, certo, di far muovere le cose, ma senza tuttavia essere convulso o esasperato; un uomo con cui avrei ardentemente voluto parlare per molto più tempo; un uomo con cui si berrebbe certamente con piacere una birra; un essere umano modesto, ma anche colto e affettuoso. Confesso che mi ha sedotto, e sorpreso positivamente. E mi chiedo come un tale uomo abbia potuto essere condannato come fomentatore di agitazioni e come un incendiario, e incarcerato per sette anni a causa delle sue convinzioni. Ma ho letto da qualche parte che porre la domanda è già rispondere. Purtroppo, non si può dire di più.

Alexandre von Laubnitz, Germania, estate 2008.

lunedì 29 settembre 2008

Anche nella Repubblica Ceca...


Più di un sito, riprendendo un lancio dell'agenzia ceca CTK datato "Praga, 27 Settembre", segnala - con il titolo "Un sito nazista ceco continua malgrado le sanzioni" - il fatto che due attivisti di una certa età, Erik Sedlacek e Libor Budik, sono stati condannati, giovedì 25 Settembre, rispettivamente a tre e a due anni di prigione per aver, sul loro sito Internet, contestato l'Olocausto e messo in rete affermazioni ostili agli ebrei; le autorità ceche deplorano di non poter interdire questo sito, perchè il suo server sta negli Stati Uniti (http://www.individual.com/story.php?story=89188037 ).

Ricordiamo che il 29 Marzo è stato lanciato un grande progetto di insegnamento dell'Olocausto nelle scuole ceche.

Abbiamo scoperto peraltro che, lo scorso 17 Febbraio, l'ex ministro della giustizia slovacco Daniel Lipsic (del Partito Cristiano-Democratico), ha reclamato - dal canale televisivo TA3 - libertà di espressione per i revisionisti: "Non può esistere qualcosa come una verità ufficiale dettata per legge", ha detto (http://www.spectator.sk/articles/view/31177/11/denying_the_holocaust_vs_freedom_of_speech ).

domenica 28 settembre 2008

Ahmadinejad e l'Olocausto

AHMADINEJAD PARLA DELL’OLOCAUSTO ALLA CNN[1]

Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha parlato delle sue opinioni sull’Olocausto in un’intervista alla CNN con Larry King.

In un’intervista registrata martedì scorso con il suo famoso ospite televisivo, il presidente Ahmadinejad ha detto che il sionismo blocca la ricerca sull’Olocausto.

“Loro (i sionisti) non permettono a nessuno di discutere liberamente sugli eventi storici che sono accaduti. Dicono solo: questa è la nostra versione della storia, questo è quello che è accaduto e chiunque altro deve solo accettarla”, ha detto Ahmadinejad.

Larry King ha poi chiesto al presidente se, dal suo punto di vista, l’Olocausto non c’è stato.

“No. Quello che dico è: lasciate che vengano fatte più ricerche. C’è una tesi sull’estensione di questa calamità. Vi sono persone che sono d’accordo con essa, e persone che sono in disaccordo. Alcune la negano totalmente e altre concordano totalmente con l’intera versione. Quello che diciamo è che bisognerebbe costituire un gruppo imparziale che conduca uno studio indipendente sull’estensione della calamità”.

Nel Dicembre del 2005, Ahmadinejad fece diversi commenti sull’Olocausto, criticando le leggi europee che impediscono la ricerca su quest’evento.

In seguito alle sue osservazioni, i politici e i media occidentali lanciarono attacchi si vasta scala contro di lui, accusandolo di antisemitismo.

Tuttavia, durante la sua intervista con Larry King, Ahmadinejad ha negato di essere antisemita.

“Gli iraniani non hanno nulla contro il popolo ebreo e la sua religione”, ha detto il presidente.

Ahmadinejad ha fatto una distinzione tra sionismo e giudaismo dicendo che i sionisti non sono veri ebrei.

“Come si può essere religiosi e nello stesso tempo uccidere donne e bambini?”, ha detto.

King ha chiesto anche a Ahmadinejad di confermare o negare il fatto di aver detto di voler “cancellare Israele dalla mappa”.

Ahmadinejad ha replicato dicendo che il regime israeliano dovrebbe scomparire allo stesso modo in cui sono scomparsi il Sud Africa dell’apartheid e l’Unione Sovietica.

“La soluzione che proponiamo è umanitaria. Quello che diciamo è che dovrebbe essere tenuto un libero referendum nei territori palestinesi, permettendo al popolo palestinese di scegliere il proprio destino”, ha detto Ahmadinejad.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo in inglese è disponibile all’indirizzo: http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=70415&sectionid=351020101

sabato 27 settembre 2008

Il vero significato delle parole di Ahmadinejad


Da anni i media occidentali accusano il presidente dell'Iran Ahmadinejad di voler distruggere militarmente Israele. All'origine di queste accuse vi sono le parole del presidente che, nella versione riportata dalla stampa occidentale, avrebbe detto nel 2005 di voler "cancellare Israele dalla mappa del mondo" (http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/moriente21/moriente21/moriente21.html ). Sul sito internet di Press TV è possibile leggere da qualche giorno un'intervista a Ahmadinejad che permette di capire il vero significato delle parole pronunciate a suo tempo (http://www.presstv.com/detail.aspx?id=69866&sectionid=3510302 ).

Press TV: Così lei non ha minacciato di cancellare Israele dalla mappa in quanto leader dell'Iran? Che noi cancelleremo Israele dalla mappa?
Ahmadinejad: No. Noi diciamo che il popolo palestinese dovrebbe avere i suoi diritti, e quando il popolo palestinese eserciterà il suo diritto, questa cosa accadrà. Dov'è l'Unione Sovietica? L'Unione Sovietica è stata cancellata dalla mappa. Cos'è accaduto all'Unione Sovietica? La decisione del popolo, il voto del popolo. Quando al popolo dell'Unione Sovietica, il popolo russo, è stato permesso di decidere di prendersi carico del proprio destino, l'Unione Sovietica è scomparsa. Il regime sionista è un regime artificiale...un regime fasullo. Avete portato persone da differenti zone del mondo e avete costruito questo stato. No, tutto ciò non può durare, non è sostenibile. Se non daranno ascolto alla nostra soluzione, questa cosa un giorno accadrà.

Un comunicato di Georges Theil


Abbiamo ricevuto ieri un comunicato di Georges Theil, che accettiamo volentieri di diffondere, non senza precisare che il paragone fatto con l’ecologia è da molto tempo un’idea di Ernst Zündel il quale, ancora una volta, ha avuto il ruolo del precursore.

COMUNICATO DI GEORGES THEIL DEL 26 SETTEMBRE 2008

Voi sapete che mi trovo attualmente, e dopo lo scorso 27 Giugno, sotto il peso di una condanna a sei mesi di prigione senza condizionale per le mie affermazioni, contrarie alla legge Gayssot, tenute a Lione nell’Ottobre del 2004, quando risposi a delle domande di un giornalista sui contenuti del mio piccolo libro autobiografico “Un caso di insubordinazione”.[1] Questa condanna alla prigione, accompagnata da un importo esorbitante di pene finanziarie (ammenda penale, danni e interessi da devolvere a 9 associazioni “giudeo-memoriali”, spese d’inserzione obbligatoria del giudizio in numerosi giornali, spese giudiziarie), essendo inferiore o uguale a 6 mesi, è di solito suscettibile di essere in qualche modo “addolcita” dall’alternativa del braccialetto elettronico a domicilio, per una durata uguale. Ma questa soluzione è stata formalmente rifiutata dal giudice con la motivazione sbalorditiva che tale misura “sarebbe suscettibile di rafforzare G. Theil nelle sue convinzioni”. Una tale formulazione è in contraddizione formale con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e ha fatto giustamente sobbalzare i miei avvocati, suscitando da parte dell’avvocato Delcroix la redazione di un ricorso in Cassazione, che ho trasmesso al tribunale nei termini previsti. Dopo questi fatti, non ho ricevuto fino a oggi alcun segnale da parte dell’amministrazione giudiziaria [Theil infatti, pur essendo stato condannato in via definitiva, non è stato ancora portato in carcere]. E’ questo mio “regime speciale” (la mia detenzione sarà quella di un condannato per reato di stampa) ottenuto in questo stesso giudizio, che aumenta la confusione?
Io mi sento, per fare un paragone fisico-chimico, in stato di sopraffusione, uno stato sicuramente inquietante, ma meno stressante della situazione attuale del nostro amico Vincent Reynouard, che qui saluto per il suo coraggio e la sua tenacia.
Permettetemi di esporvi una riflessione che ho fatto di recente, e che mi ha catturato. La nostra battaglia, di fronte alle falsificazioni, agli occultamenti, alle menzogne storiche, è di illuminare con ogni mezzo il grande pubblico su un pezzo della nostra storia, alla luce delle opere e dei rapporti incontestati di maestri come Paul Rassinier, Arthur Butz, il professor Robert Faurisson, e Germar Rudolf (per l’essenziale). Questo è indispensabile perché le conseguenza delle falsificazioni della storia ufficiale sono mortifere.
Ma allora questa battaglia per la precisione storica non è forse una battaglia eminentemente ecologica, di fronte all’inquinamento generato da decenni di invasione menzognera da parte degli inquinatori planetari, che ci hanno ridotto ad una schiavitù più o meno completa, al servizio del loro isterismo? La battaglia ecologista, per la sopravvivenza dell’uomo e della natura, per l’onestà, passa in particolare per una lotta instancabile contro la spazzatura e i suoi propalatori: giustamente, li abbiamo identificati, hanno invaso i nostri media, ci martellano con la faccia tosta fondata sul nostro stato di schiavitù, LA LORO VERITA’ E’ LA MENZOGNA!
Ma, osservano certuni, ecco un dolce sogno! Di fronte alla drammatica situazione attuale, la situazione peggiore, l’inquinamento peggiore, non è forse quello in cui si vedono gli stessi consumatori che reclamano questi prodotti adulterati, per nutrirsene? Fino a morirne? Ma allora, la nostra lotta anti-inquinamento non diventa forse una lotta contro la droga, che richiede una cura di disintossicazione? O anche una lotta anti-cancro, che richiede l’asportazione del tumore? E la “giustizia” piegata, che osa giudicare ed enunciare la verità storica, non è la metastasi di questo tumore?
Voi vedete, cari amici, noi che credevamo all’inizio di essere dei semplici e impertinenti raddrizzatori della verità, eccoci divenuti ecologisti adepti e militanti della pulizia storica, e alla fine terapeuti per necessità, per non morire schiacciati dalle loro menzogne.
Ecco dunque IL REVISIONISMO O LA MORTE.

Georges Theil
[1] Disponibile al seguente indirizzo: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres6/DUBREUIL.pdf

venerdì 26 settembre 2008

Un articolo da ricordare: "Le menzogne di Hiroshima sono le menzogne di oggi"


LE MENZOGNE DI HIROSHIMA SONO LE MENZOGNE DI OGGI

Di John Pilger, 6 Agosto 2008[1]

In un articolo per il Guardian, nell’anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima del 6 Agosto del 1945, John Pilger descrive laprogressione di menzogne”, a partire dalle ceneri di quella città annichilita, fino alle guerre di oggie al minacciato attacco all’Iran.

Quando andai per la prima volta a Hiroshima nel 1967, l’ombra dei passi era ancora lì. Era un’impronta quasi perfetta di un essere umano a riposo: le gambe svasate, la schiena piegata, una mano sul fianco mentre la donna sedeva in attesa che la banca aprisse. Alle otto e un quarto della mattina del 6 Agosto del 1945, lei e la sua sagoma vennero bruciate sul granito. Fissai quell’ombra per un’ora o anche più, poi camminai lungo il fiume e incontrai un uomo chiamato Yukio, il cui petto era ancora impresso dal disegno della maglietta che indossava quando la bomba venne sganciata.

Lui e la sua famiglia vivevano ancora in una capanna, scagliata via nel polverone di un deserto atomico. Egli parlò di un enorme lampo sopra la città, una luce bluastra, qualcosa come un "corto circuito”, dopodiché soffiò un vento come un tornado e cadde una pioggia nera. “Fui gettato a terra e notai che erano rimasti solo gli steli dei miei fiori. Ogni cosa era immobile e silenziosa, e quando mi alzai, c’erano persone nude, che non dicevano niente. Qualcuna tra loro non aveva più la pelle, o i capelli. Ero sicuro di essere morto”. Nove anni dopo, quando tornai a cercarlo, era morto di leucemia.

Immediatamente dopo l’esplosione, le autorità alleate misero al bando ogni menzione della tossicità delle radiazioni, e ripetevano che la gente era rimasta uccisa o ferita solo a causa dello scoppio. Fu la prima grande menzogna. “Nessuna radioattività nelle rovine di Hiroshima”, disse il New York Times in prima pagina, un classico della disinformazione e dell’abdicazione del giornalismo, come venne evidenziato dal reporter australiano Wilfred Burchett con il suo scoop del secolo. “Ho scritto questo come un monito per il pianeta”, riferì Burchett sul Daily Express, dopo essere giunto a Hiroshima alla fine di un viaggio rischioso, il primo inviato ad averne avuto il coraggio. Descrisse corsie di ospedali piene di persone senza ferite visibili, ma che stavano morendo a causa di quella che egli definì “la peste atomica”. Per aver detto questa verità, il suo accredito di giornalista venne ritirato, venne messo alla berlina e calunniato – ma i fatti gli diedero ragione.

Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki fu un atto criminale di dimensioni mostruose. Fu uno sterminio premeditato che scatenò un’arma intrinsecamente malvagia. Per questa ragione i suoi difensori si sono rifugiati nella mitologia della “buona guerra” definitiva, il cui “lavacro etico”, come l’ha chiamato Richard Drayton, ha permesso all’occidente di espiare il suo sanguinario passato imperiale, ma di promuovere 60 anni di guerre rapaci, sempre all’ombra della Bomba.

La menzogna più duratura è che la bomba venne sganciata per porre termine alla guerra nel Pacifico e salvare vite umane. “Anche senza i bombardamenti atomici”, concluse il Rapporto sui Bombardamenti Strategici degli Stati Uniti del 1946, “la supremazia aerea nei confronti del Giappone avrebbe esercitato una pressione sufficiente a indurre la resa incondizionata e a evitare la necessità dell’invasione. Basata su un’indagine dettagliata dei fatti, e sostenuta dalle testimonianze dei leader giapponesi sopravvissuti coinvolti nella questione, è opinione del Rapporto che…il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra, e anche se non fosse stata prevista o contemplata un’invasione”.

Gli Archivi Nazionali di Washington contengono documenti del governo americano che registrano aperture di pace da parte dei giapponesi già nel 1943. Non ne venne presa in considerazione nessuna. Un cablogramma inviato il 5 Maggio del 1945 dall’ambasciatore tedesco a Tokyo e intercettato dagli Stati Uniti, toglie ogni dubbio al fatto che i giapponesi cercavano disperatamente la pace, inclusa la “capitolazione pur in presenza di condizioni dure”. Invece, il segretario americano della guerra, Henry Stimson, disse al presidente Truman che “temeva” che l’aviazione americana avesse distrutto il Giappone a tal punto che la nuova arma non avrebbe potuto “mostrare la sua forza”. In seguito ammise che “non venne fatto nessuno sforzo, e neppure venne preso in considerazione, di ottenere la resa semplicemente per non dover usare la bomba”. I suoi colleghi di politica estera erano ansiosi di “intimidire i russi con l’ostentazione della bomba”. Il generale Leslie Groves, direttore del Progetto Manhattan che era responsabile della progettazione della bomba, testimoniò: “Non mi sono mai ingannato sul fatto che era la Russia il nostro nemico, e che il progetto era condotto su questa base”. Il giorno dopo che Hiroshima venne annientata, il presidente Truman espresse la sua soddisfazione per il “successo travolgente dell’esperimento”.

Dal 1945, si ritiene che gli Stati Uniti siano stati sull’orlo di usare armi nucleari almeno tre volte. Mettendo in atto la loro fasulla “guerra al terrorismo”, gli attuali governi di Washington e Londra hanno dichiarato di essere pronti a lanciare attacchi nucleari “preventivi” contro stati che non hanno armi atomiche. Mentre ogni rintocco ci porta verso la mezzanotte di un Armaggeddon nucleare, le menzogne giustificatrici sono sempre più vergognose. L’Iran è la “minaccia” attuale. Ma l’Iran non ha armi nucleari e la disinformazione secondo cui si starebbe dotando di un arsenale nucleare viene in gran parte da uno screditato gruppo iraniano di opposizione sponsorizzato dalla Cia, il MEK – proprio come le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein venivano dal Congresso Nazionale iracheno, messo in piedi da Washington.

Il ruolo del giornalismo occidentale nel costruire quest’uomo di paglia è cruciale. Che il giudizio dell’intelligence americana dica “con grande sicurezza” che l’Iran ha abbandonato il suo programma nucleare militare nel 2003 è stato relegato nel dimenticatoio. Che il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, non abbia mai minacciato di “cancellare Israele dalla mappa” non interessa. Ma questo è stato il “fatto” mediatico, diventato un mantra, cui ha alluso Gordon Brown nella sua recente e deferente recita davanti al parlamento israeliano, mentre minacciava l’Iran ancora una volta.

Questa progressione di menzogne ci ha condotto a una delle più pericolose crisi nucleari dal 1945, perché la minaccia reale rimane quasi innominabile nei circoli dell’establishment occidentale, e perciò nei media. C’è solo una potenza nucleare aggressiva in Medio Oriente, ed è Israele. L’eroico Mordechai Vanunu cercò di avvertire il mondo nel 1986 quando rivelò le prove che Israele stava costruendo qualcosa come 200 testate nucleari. A dispetto delle risoluzioni dell’ONU, Israele adesso non vede l’ora di attaccare l’Iran, nel timore che una nuova amministrazione americana possa, soltanto possa, condurre dei negoziati autentici con una nazione che l’occidente ha corrotto da quando l’Inghilterra e l’America rovesciarono la democrazia iraniana nel 1953.

Sul New York Times del 18 Luglio scorso, lo storico israeliano Benny Morris, una volta ritenuto un liberale e ora consulente dell’establishment politico e militare del suo paese, ha minacciato “un Iran ridotto a un deserto nucleare”. Questo equivarrebbe a uno sterminio. Per un ebreo, l’ironia è clamorosa.

La questione è la seguente: siamo noialtri dei semplici spettatori, che sostengono, come facevano i bravi tedeschi, che “noi non sapevamo?”. Ci nasconderemo sempre di più dietro “uno schermo morale/legale ipocrita e unilaterale fatto di immagini positive dei valori occidentali e dell’innocenza dipinta come se fosse minacciata, e legittimando una campagna di violenza senza limiti”? Catturare criminali di guerra è di nuovo tornato di moda. Radovan Karadzic sta alla sbarra, ma Sharon e Olmert, Bush e Blair no. Perché no? La memoria di Hiroshima chiede una risposta.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=499

giovedì 25 settembre 2008

Ricordiamo il pestaggio del professor Faurisson


Il 16 Settembre scorso è stato il diciannovesimo anniversario della vile aggressione subita nel 1989 dal professor Faurisson, da parte di "tre giovani attivisti ebrei parigini": avvenne in un parco di Vichy, città di residenza del professore, mentre portava a spasso il suo barboncino. Un pescatore, attirato dalle grida della vittima, intervenne e gli salvò letteralmente la vita. Non entreremo nei dettagli, cosa che al professore non piacerebbe molto, ma ricordiamo solo che dovette subire un'operazione di 4 ore e mezza per ricomporre la mascella fratturata...

Fu il rimpianto Serge de Beketch, all'epoca direttore del settimanale "National Hebdo", a pubblicare per primo - e a tutta pagina - la foto di Faurisson sul suo letto d'ospedale, foto che fece il giro del mondo.

Ricordiamo anche che, se la polizia riuscì ad accertare che i colpevoli erano "tre giovani attivisti ebrei parigini", il cui indirizzo (da loro fornito) era quello della LICRA (Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo), tali colpevoli non furono incriminati e il dossier della polizia venne archiviato...

Ci permettiamo qui di raccontare due aneddoti a margine di questa aggressione, di cui uno farà sorridere i nostri lettori, ma l'altro forse meno:
1) Appena arrivato all'ospedale, Faurisson non cessava di sussurrare, nonostante la mascella fracassata: "Foto! Foto!" E l'infermiera presente rispondeva: "Sì, signore, non vi agitate, vi faremo una radiografia". Nonostante il dolore, Faurisson non aveva perduto di vista l'importanza che rivestiva una foto del suo viso massacrato; questa foto venne fortunatamente presa da un amico dei suoi figli e venne quindi messa in circolazione.

2) Il 17 Settembre successivo, il giorno dopo l'aggressione, il giovane pescatore che aveva salvato la vita al professore venne interrogato dalla polizia e, avendo appreso alla radio il nome della vittima, dichiarò che gli dispiaceva di avergli salvato la vita e che, se l'avesse saputo al momento, non gliel'avrebbe salvata...
Uscito dall'ospedale, circa una settimana più tardi, il professore, ignorando la reazione del pescatore davanti alla polizia, si informò del suo indirizzo e gli portò "la più grande scatola di cioccolatini che abbia mai visto in vita mia". Suonò alla porta, il giovane aprì, con il padre alle spalle e, nel momento in cui Faurisson si presentò, tutti e due gli rivolsero uno sguardo glaciale, ma presero lo stesso la scatola di cioccolatini...

mercoledì 24 settembre 2008

Bruno Gollnisch non demorde


Come abbiamo scritto ieri, Bruno Gollnisch non si è fatto scoraggiare dal rifiuto del presidente del Parlamento europeo di accogliere la sua Dichiarazione scritta del 18 Giugno scorso. Ha fatto perciò, lo scorso 3 Settembre, un intervento in seduta plenaria a Bruxelles sotto forma di unaDichiarazione scrittafondata, questa volta, sull’articolo 142 del regolamento (e non dell’articolo 116 come nel caso della sua precedente Dichiarazione), che sarà integrata al dibattito relativo al Rapporto sui diritti umani redatto dalla deputata dei verdi europei Hélène Flautre.

Bruxelles, 3 Settembre 2008

Dichiarazione scritta di Bruno Gollnisch
Sul Rapporto della signora Flautre

Valutazione delle sanzioni comunitarie previste nel quadro delle azioni e delle politiche della UE nell’ambito dei diritti umani.

Unendosi alle Nazioni Unite, il Parlamento europeo pretende di stabilire il regno dei diritti dell’uomo in tutto il mondo. Farebbe meglio a spazzare davanti alla porta di casa.
In Francia, in Belgio, in Germania, in Austria, migliaia di cittadini, compresi professori universitari, pubblicisti, deputati eletti dai loro compatrioti, vengono incriminati, condannati, rovinati, privati del loro impiego, imprigionati, accusati di razzismo per aver criticato l’immigrazione, di xenofobia per aver difeso la legittima preferenza nazionale, di negazionismo per aver criticato le “verità ufficiali” – seppur mutevoli – della storia contemporanea, di omofobia per aver espresso una legittima preferenza per la famiglia naturale, la sola capace di trasmettere la vita.
Queste persecuzioni politico-giudiziarie si estendono agli stessi avvocati. In Germania, la signora Sylvia Stolz viene arrestata per aver difeso in tribunale le posizioni del suo cliente. In Francia, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Parigi, rifiutando l’onorariato all’avvocato in pensione Eric Delcroix invece di prendere le sue difese, disonora sé stesso.
Dei magistrati, come Estoup a Versailles, Schir a Lione, Cotte a Parigi, rivaleggiano tra loro per fare delle applicazioni estensive di queste leggi arbitrarie nel disprezzo di tutti i principi protettori delle libertà. Ma soprattutto, numerosi responsabili di queste leggi liberticide siedono proprio qui.
E’ a loro, innanzitutto che si indirizza la nostra indignazione.

martedì 23 settembre 2008

Bruno Gollnisch contro le leggi liberticide


Lo scorso 18 Giugno, Bruno Gollnisch, deputato europeo, in seguito al rifiuto della concessione dell’onorariato opposto all’avvocato Eric Delcroix (vedi: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/04/la-decadenza-del-foro-francese.html ), ha depositato una “Dichiarazione scritta” al Parlamento europeo per denunciare l’intollerabile polizia del pensiero. Ecco questa dichiarazione scritta nella sua forma ufficiale:

DICHIARAZIONE SCRITTA
Depositata conformemente all’articolo 116 del regolamento
Da Bruno Gollnisch
Sulla libertà di espressione

“Il Parlamento europeo
Visti gli articoli
116 del suo regolamento
10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

A) Considerato che l’Ordine degli Avvocati di Parigi ha rifiutato l’onorariato a Eric Delcroix, a causa di una vecchia e ingiusta condanna susseguente alla sua pubblicazione di una difesa della libertà di espressione in ambito storico;
B) Considerata la giusta relazione dell’ex presidente dell’Ordine, Henri Ader, del 1998: “Il Consiglio dell’Ordine non deve emettere sanzioni in questa questione dove è in gioco il principio della libertà di espressione”;

1) Denuncia l’intollerabile polizia del pensiero, oggi primo fattore di dubbio crescente sulle affermazioni “ufficiali”, quantunque mutevoli, relative alla storia contemporanea;
2) Deplora che certi magistrati facciano di queste leggi penali una applicazione estensiva contraria a tutti i principi, su denuncia di associazioni partigiane persecutrici e stipendiate;
3) Considera che avallando questa deriva, gli avvocati del Consiglio dell’Ordine di Parigi hanno preso la loro meschina decisione: hanno mancato verso l’associazione, hanno violato le tradizioni del foro, hanno tradito la loro missione di difesa delle libertà;
4) Chiede l’abolizione delle leggi liberticide in Europa, e in particolare delle leggi francesi Pleven, Gayssot, e Perben;
5) Esige: l’arresto delle azioni giudiziarie, l’amnistia delle condanne penali, civili, disciplinari, e la loro integrale riparazione;
6) Indirizza la presente dichiarazione al Consiglio e alla Commissione, alla signora Rachida Dati, Guardasigilli, e al presidente dell’Ordine degli Avvocati di Parigi".

L’11 Agosto è pervenuta la risposta negativa del presidente del Parlamento europeo: la dichiarazione scritta in questione è “irricevibile” perché “la prima frase del primo paragrafo dell’articolo 116 prevede che i deputati possano depositare una dichiarazione scritta “su un argomento che rientra nel quadro delle attività delle Comunità Europee. Ora, l’argomento della vostra dichiarazione concerne una questione strettamente interna a uno stato membro dell’Unione”.

Bruno Gollnisch non si è fermato qui: ha depositato un ricorso.

lunedì 22 settembre 2008

Come diffondere il revisionismo

Di Christopher Vick (2008)[1]

Quando si tratta della nostra ricerca e degli sforzi di portare la verità al mondo sull’”Olocausto”, ho notato che alcuni revisionisti introducono il loro discorso dicendo: “Non nego l’Olocausto”. Ritengo che questo sia un errore fondamentale. Naturalmente noi lo neghiamo! La storiografia revisionista ha sradicato la leggenda dell’”Olocausto” dalle fondamenta, e in realtà tale leggenda è morta. La questione ora è quella di vincere la guerra della percezione nella mente dell’opinione pubblica. Agli occhi dell’opinione pubblica l’”Olocausto” equivale ai sei milioni, ai nazisti, a Hitler, a Auschwitz, ad Anna Frank, alle camere a gas, ai forni, e alle SS. Domandate a chiunque per strada quello che sa davvero sull’”Olocausto”. Vi garantisco che ascolterete recitata la suddetta lista di parole, con forse qualche nome e qualche luogo in più, ma questo è quanto!
La mia posizione è questa: nessuno di noi revisionisti accetta la versione della storia ortodossa su nessuno degli argomenti di questa lista, e allora perché dire: “Non nego l’Olocausto”, e poi cercare di procedere con i nostri argomenti? E’ chiaro che la ragione per cui qualche revisionista dice questo è quella di cercare di venire incontro ai nostri avversari sperando di evitare le solite accuse che i revisionisti sono antisemiti, neonazisti, odiatori – il solito. Quando diciamo che non neghiamo l’”Olocausto” contraddiciamo tutto quello per cui lottiamo. Questo lascia l’opinione pubblica confusa su quello che contestiamo, su quello che crediamo, e su quello per cui lottiamo. Così veniamo cancellati e l’opinione pubblica rimane con la Leggenda. Non dobbiamo negare, e non dovremmo negare, la sofferenza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Ma dovremmo negare che essa incluse le camere a gas omicide e lo sterminio intenzionale di milioni di ebrei da parte dello stato tedesco. Cioè dovremmo negare l’”Olocausto”. La chiave non è contestare o sdrammatizzare la sofferenza degli ebrei, ma rifiutare di accettare lo slogan dell’”Olocausto”. L’”Olocausto” stesso è un grande slogan e ha il potere. Fino a quando lo slogan rimarrà in vita continuerà a diffondersi come la malattia che è. Questa non è una critica personale agli individui che non negano l’”Olocausto” ma un appello a rimanere fermi sui nostri argomenti e ad attuare un cambiamento di strategia. Questa nuova strategia non ci farà perdere terreno. Abbiamo già perso il terreno che abbiamo perso. Ora è tempo di cominciare a guadagnare terreno presso la pubblica opinione. Dobbiamo negare lo slogan dell’”Olocausto”. Dovunque, ogni volta che viene utilizzato.
[1] Traduzione di Andrea Carancini

domenica 21 settembre 2008

La sintesi di Arthur Butz


BREVE INTRODUZIONE ALLO STUDIO DEL REVISIONISMO DELL’OLOCAUSTO

Di Arthur Butz (1991)[1]

Vedo tre ragioni principali per la credenza, diffusa ma erronea, nella leggenda dei milioni di ebrei uccisi dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale: le truppe americane e inglesi trovarono orribili mucchi di cadaveri nei campi della Germania occidentale da loro occupati nel 1945 (come Dachau e Belsen), non vi sono più grandi comunità di ebrei in Polonia, e gli storici di solito avallano la leggenda.

Durante le due guerre mondiali la Germania fu costretta a combattere il tifo, trasmesso dai pidocchi nel traffico costante con i paesi dell’Est. Ecco perché tutti i resoconti degli ingressi nei campi di concentramento tedeschi parlano di taglio dei capelli, di docce e di altre procedure di disinfestazione, come il trattamento degli alloggi con l’insetticida Zyklon B. Questa fu anche la ragione principale dell’alto tasso di mortalità nei campi, e della presenza in tutti i campi dei crematori.

Quando la Germania sprofondò nel caos, allora naturalmente tutti questi accorgimenti ebbero fine, e il tifo e altre malattie dilagarono nei campi, che ospitavano principalmente prigionieri politici, criminali comuni, omosessuali, obbiettori di coscienza, ed ebrei rastrellati per il lavoro. Di qui le scene orribili, che tuttavia non ebbero nulla a che fare con lo “sterminio” o con qualunque piano deliberato. Inoltre, i suddetti campi della Germania Ovest non erano i pretesi “campi di sterminio”, che erano tutti situati in Polonia (come Auschwitz e Treblinka) e che vennero tutti evacuati o smantellati prima di finire in mano ai sovietici, che non si trovarono di fronte alle scene suddette.

La “Soluzione Finale” menzionata nei documenti tedeschi consisteva in un programma di evacuazione, re-insediamento e deportazione di ebrei, con l’obbiettivo ultimo di espellerli dall’Europa. Durante la guerra gli ebrei di varie nazionalità vennero trasferiti a Est, come una tappa di questa Soluzione Finale. La leggenda afferma che tale evacuazione era dovuta soprattutto a scopo di sterminio.

La grande maggioranza dei milioni di persone presuntamente sterminate era composta da ebrei dell’Europa dell’Est, non da ebrei tedeschi o dell’Europa occidentale. Per questo motivo lo studio della questione per mezzo di statistiche demografiche è stato difficile se non impossibile, ma è un fatto che non vi sono più grandi comunità di ebrei in Polonia. Tuttavia i tedeschi furono solo uno dei fattori dello spostamento degli ebrei. I sovietici deportarono praticamente tutti gli ebrei della Polonia orientale all’interno dei territori sovietici nel 1940. Dopo la guerra, con gli ebrei polacchi e di altre nazionalità che si riversavano da Est nella Germania Ovest occupata, i sionisti ne trasferirono un gran numero in Palestina; gli Stati Uniti, poi, e altri paesi accolsero molti ebrei, nella maggior parte dei casi in condizioni che rendono impossibile una valutazione numerica. Inoltre i confini polacchi vennero drasticamente cambiati alla fine della guerra; il paese venne letteralmente spostato verso Ovest.

Gli storici di solito avallano la leggenda, ma vi sono dei precedenti alla cecità quasi incomprensibile degli studiosi. Ad esempio, nel corso del medioevo anche i nemici politici del Papa ammettevano la sua falsa pretesa che l’imperatore Costantino aveva ceduto nel 4° secolo il comando dell’Occidente al Pontefice, sebbene tutti sapessero molto bene che a Costantino erano succeduti altri imperatori. L’unanimità tra gli accademici è particolarmente sospetta quando vi sono grandi pressioni politiche; in alcuni paesi i revisionisti dell’Olocausto sono perseguiti penalmente.

E’ facile dimostrare che la leggenda dello sterminio merita incredulità. Anche il lettore occasionale della letteratura dell’Olocausto sa che durante la guerra quasi nessuno si comportava come se lo sterminio stesse accadendo. Perciò è un fatto comune rimproverare il Vaticano, la Croce Rossa e gli Alleati (specialmente le agenzie di intelligence) per la loro ignoranza e inazione, e spiegare che gli ebrei non resistevano alle deportazioni perché non sapevano quello che era loro riserbato. Se sommate tutto ciò vi troverete di fronte la strana teoria che per quasi tre anni i treni tedeschi, operando su scala continentale in territori europei densamente popolati, condussero regolarmente e sistematicamente milioni di ebrei alla morte, e nessuno se ne accorse, tranne pochi leader ebrei che fecero dichiarazioni pubbliche sullo “sterminio”.

A uno sguardo più ravvicinato, però, anche quei pochi leader ebrei non si comportarono come se lo sterminio fosse in atto. Le comunicazioni ordinarie tra i paesi occupati e neutrali rimasero aperte, ed essi furono in contatto con gli ebrei che i tedeschi stavano deportando, quegli ebrei che perciò non potevano essere ignari dello “sterminio”, se quelle affermazioni avessero avuto fondamento.

Questa incredibile ignoranza [della realtà] dovrebbe essere ugualmente attribuita al dipartimento di Hans Oster, dell’intelligence militare tedesca, definito correttamente “il vero quartier generale dell’opposizione a Hitler” in una recente intervista.

Quello che ci viene offerto come prova venne raccolto dopo la guerra, nei processi. La prove consistono quasi esclusivamente in testimonianze orali e in “confessioni”. Senza le prove fornite da questi processi non vi sarebbe nessuna prova significativa di “sterminio”. Bisogna fermarsi e meditare su tutto ciò attentamente. Furono necessari dei processi per stabilire che la battaglia di Waterloo accadde? I bombardamenti di Amburgo, Dresda, Hiroshima e Nagasaki? I massacri in Cambogia? Tuttavia questo programma durato tre anni, di vastità continentale, che si ritiene abbia fatto milioni di vittime, ha richiesto dei processi per accertare la sua esistenza. Non sto dicendo che i processi sono stati illegali o ingiusti; sto dicendo che la logica storica su cui la leggenda si basa non deve essere ammessa. Eventi come questi non possono accadere senza generare delle prove proporzionate e sincrone della loro esistenza, proprio come il fuoco di una grande foresta non può avere luogo senza produrre fumo. E’ come credere che New York sia stata distrutta dal fuoco, se venissero prodotte delle confessioni in tal senso.

Dettagliate considerazioni sulle prove specifiche avanzate a sostegno della leggenda sono state al centro della letteratura revisionista, e non possono essere riprese in questa sede, e tuttavia menzionerò un punto. La tesi della leggenda è che non vi furono mezzi tecnici approntati per il compito specifico dello sterminio, e che mezzi inizialmente approntati per altri scopi vennero gravati di tale compito in sistemazioni improvvisate. Così gli ebrei vennero presuntamente gasati con l’insetticida Zyklon, e i loro cadaveri svanirono nei crematori assieme ai morti per cause “ordinarie” (le ceneri e le altre tracce di questi milioni di vittime non sono mai state trovate).

Sicuramente ogni persona ragionevole ha motivo di rimanere incredula.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://forum.codoh.com/viewtopic.php?t=5132 . Il presente articolo è una sintesi di un’opera più approfondita (Context and perspective in the <<Holocaust>> controversy”), scritta dall’autore nel 1982 e tradotta in italiano nel 1999 (disponibile al seguente indirizzo: http://www.aaargh.com.mx/ital/ABcontesto.html ).

venerdì 19 settembre 2008

La caccia a Reynouard continua


Lo scorso 4 Settembre, in Belgio, alle ore 11, due ispettori si sono recati a casa di Vincent Reynouard (ancora latitante). Hanno perquisito l'abitazione, ma in modo blando. Marina Reynouard (moglie di Vincent) ha detto loro che suo marito è all'estero. Costoro le volevano far credere di essere venuti solo per interrogarlo e che sarebbe stata una faccenda di un quarto d'ora al massimo. Marina ha risposto loro che sapeva bene perchè erano venuti: per mettere suo marito in prigione. Hanno risposto che verranno sempre più spesso, e che un giorno torneranno in dieci, alle 5 della mattina, con un fabbro, per arrestare Vincent. L'hanno avvertita che tale procedura sarebbe traumatizzante per i figli (dunque il marito farebbe bene a consegnarsi). La loro visita è durata circa mezz'ora.

La caccia quindi continua. Fino a quando?

Processo Töben: prime tre udienze


La prima udienza del processo Töben si è svolta come previsto, il 5 Agosto, davanti alla Corte Federale di Adelaide presieduta dal giudice Bruce Lander. Ricordiamo che il processo è stato intentato dall'eterno persecutore dei revisionisti australiani: Jeremy Jones, ex-presidente del Consiglio esecutivo della comunità ebraica australiana, rappresentato dall'avvocato Robin Margo, contro Fredrick Töben, direttore dell'Adelaide Institute (http://www.adelaideinstitute.org/ ), difeso dall'avvocato David Perkins (è proprio Töben l'autore della brillante definizione: "Internet? Un'arma di istruzione di massa").

Non entreremo nei dettagli di questa prima udienza: ci accontentiamo di segnalare qualche punto:
sono stati portati contro Töben 24 capi d'accusa; per ciascuna di queste accuse l'imputato si è dichiarato non colpevole.

L'accusa principale che gli è stata rivolta è quella di aver ripetutamente infranto una sentenza del 2002 che gli aveva ordinato di rimuovere dal suo sito il materiale che non piaceva agli ebrei, soprattutto quello riconducibile alle seguenti affermazioni:

Esistono dei seri dubbi sull'esistenza dell'Olocausto;

E' assai poco probabile che siano esistite delle camere a gas a Auschwitz.

Altra grave accusa portata contro Töben: ha messo in causa l'integrità del tribunale che lo deve giudicare citando espressamente il nome di due giudici ebrei. Il giudice ha precisato che tutte le prove presentate dall'imputato per negare l'esistenza dell'Olocausto saranno considerate fuori luogo. In compenso, ha accettato, su istanza dell'avvocato di Töben, che non venga resa nota la situazione bancaria dell'imputato, disponendo anche che il querelante non sappia l'identità delle persone che hanno apportato il loro sostegno finanziario a Töben, anche riguardo all'azione in corso.

Il 6 Agosto, seconda udienza del processo, ha preso la parola l'accusa. Jeremy Jones è venuto alla sbarra per essere contro-interrogato. Poi l'avvocato Margo ha pronunciato la sua arringa, nel corso della quale ha chiesto che Fredrick Töben venga messo in carcere se non sarà in grado di pagare un'ammenda. Ha poi aggiunto, riferendosi all'imputato: "Ha scelto di dire la verità, quella che lui considera tale, invece di obbedire alla legge...Non avrebbe potuto dimostrare un disprezzo più evidente".

Il 7 Agosto è stato il giorno dell'arringa dell'avvocato di Töben, che ha evidenziato come il suo assistito non avesse più alcun motivo di conformarsi alla sentenza del 2002, che gli aveva ordinato di rimuovere dal sito il materiale giudicato antisemita: tale decisione, secondo l'avvocato Perkins, è stata superata dalla promulgazione della Legge del 2007 sulla cittadinanza australiana, il cui preambolo specifica che: "Ogni persona ha il diritto di esprimersi, quali che siano le sue opinioni...questa legge è stata fatta per unire tutti i cittadini australiani rispettando la loro diversità".
E' attesa la sentenza del giudice Lander.

giovedì 18 settembre 2008

Una lettera del prigioniero politico Gerd Honsik


Dalla nostra corrispondente Bocage riceviamo e pubblichiamo:

Ecco una lettera dello scrittore e poeta revisionista austriaco Gerd Honsik, arrestato in Spagna il 23 Agosto 2007 e incarcerato a Vienna il 6 Ottobre successivo, dove rischia 20 anni (!) di prigione per attività nazionalsocialiste e soprattutto per contestazione dell’Olocausto (traduzione rapida):

“26 Luglio 2008
[...] Perdonate il mio cattivo inglese: non ho un dizionario che mi permetta di verificare se quello che scrivo è corretto.
Per rispondere alle vostre domande: sto molto bene, fisicamente e moralmente. Ho perso 15 chili perché cammino ogni giorno più o meno 5 ore (di cui 4 nella mia cella), non mangio mai cibi grassi e faccio esercizio fisico ogni giorno. Sto bene moralmente perché vedo regolarmente la mia donna, i miei figli e i miei 8 nipoti; tre di questi ultimi hanno l’età per accompagnare i miei figli nelle loro visite.
L’atto di accusa è stato depositato; consta di 90 pagine e può essere diviso in tre parti: la prima parte tratta degli articoli che ho pubblicato sull’Olocausto tra il 1987 e il 1992; la seconda parte concerne dei testi che ho pubblicato in Spagna tra il 1992 e il 2007; la terza parte (che costituisce circa un terzo dei 32 punti dell’accusa) comprende:

1) Il fatto che ho negato che l’Austria sia stata liberata nel 1945 – ho detto che è stata occupata;
2) Il fatto che ho affermato che appartengo, in quanto austriaco, alla nazione tedesca;
3) L’opera che ho scritto contro Kalergi e Wiesenthal.[1]
La differenza esistente tra la mia situazione e quella dei processi che hanno luogo in Germania è la seguente:
a) Io non ho negato l’Olocausto dappertutto per la semplice ragione che non sono andato dappertutto per indagare. Ho negato soltanto Dachau, Mauthausen, e l’interno del campo di Auschwitz. Per quanto riguarda Dachau, ho vinto un processo nel 1987; per quanto riguarda Mauthausen e l’interno del campo di Auschwitz, vi sono degli autori celebri appartenenti alla “storia ufficiale” che hanno pubblicato dei dubbi dopo il 1992 sull’esistenza stessa di un Olocausto a Mauthausen e nel campo di Auschwitz.
b) Nel 1992, il Parlamento austriaco ha cambiato la legge (3G Verbotsgesetz) a causa mia e ha votato una nuova legge (3HVG). Nel corso del relativo dibattito parlamentare 7 deputati hanno pronunciato il mio nome e 5 di costoro hanno pronunciato quello del mio amico Ochensberger: tutti si sono detti d’accordo nel dire che le condanne nei nostri casi devono essere comminate in mesi e non in anni. E, soprattutto, molto importante: la libertà di ricerca non deve essere toccata. I membri della “storia ufficiale” hanno il diritto di fare delle ricerche e anche quello di “negare”, dal momento che non negano in modo totale ma solo nei dettagli. In tedesco le frasi sono le seguenti: “Die unbestreitbaren Verbrechen des Nationalsozialismus dürfen nicht geleugnet werden” [Non si possono negare i crimini del nazionalsocialismo che sono incontestabili] e: “Seriöze Wissenschaftler dürfen in Randbereichen forschen, solange sie die Verbrechen nicht “im Kern” bestreiten” [Nella misura in cui gli scienziati seri non contestano il “nocciolo” del crimine possono effettuare le loro ricerche su punti accessori].
Quindi […] ogni crimine è “incontestabile” fintantoché nessun membro della "storia ufficiale" non pubblica dei dubbi al riguardo. Non è stato possibile applicare questa legge né contro di me né a mio favore nel 1992, benché sia stata fatta proprio per Ochensberger e per me, perché è arrivata troppo tardi.
Attualmente, a causa di questi cambiamenti nella "storia ufficiale", vedo una possibilità di difendermi, non provando che le camere a gas non sono esistite ma provando che la storia ufficiale ha cambiato opinione venendo a coincidere con la mia (su tre campi). Quanto alle ricerche da effettuare sugli altri campi, come Belzec, Sobibor, Vilna e Kaunas, non mi interessano più, considerata la mia età.
Ho dunque chiesto al mio avvocato spagnolo Jose Maria Ruiz Puerta di inviarmi quello che il professor Faurisson, che ammiro molto, come sapete, ha pubblicato tempo addietro.

Spero di aver fatto, per voi e per tutti i vostri amici, il punto della situazione.

Con i più cordiali saluti, per voi e per tutti gli amici che ho in Francia,
Gerd Honsik

P. S. Le guardie sono assolutamente corrette con me, e mi trattano meglio che in Spagna. Sto (volontariamente) solo nella mia cella. La cosa un po’ triste è che sono adesso praticamente il solo austriaco (il solo a parlare tedesco) nel cortile, dove ho il diritto di camminare ogni giorno per un’ora. Ma gli altri prigionieri, che sono tutti stranieri (di cui alcuni con passaporto austriaco) sono molto gentili con me e ho qualche vero amico. In questo momento sono molto preso dalla preparazione del mio processo. Non so quando avrà luogo poiché ho depositato un ricorso contro l’accusa!"
[1] http://www.radioislam.org/historia/honsik/honsik.htm

mercoledì 17 settembre 2008

Un uomo da ammirare


PERCHE’ AMMIRO ERNST ZÜNDEL

Di Curt Womak (2007)[1]

Come si può ammirare un uomo che ammette pubblicamente la propria ammirazione per Adolf Hitler, che riconosce apertamente di essere uno “scettico dell’Olocausto”, e che non ha mai chiesto scusa per la sua “scorrettezza” politica e per le sue opinioni non conformiste? Chi potrebbe lodare un uomo che ha messo la sua libertà personale e persino la sua stessa vita a rischio innumerevoli volte solo per portare all’attenzione del mondo quella che ritiene essere un’onesta, quantunque alternativa, visione della storia? Chi potrebbe apprezzare qualcuno audace a tal punto da tracciare letteralmente una croce sulla propria schiena a favore dei tedeschi di tutto il mondo, per nessun’altra ragione che quella di scagionarli, almeno parzialmente, dalla colpa collettiva gettata su di essi dopo la seconda guerra mondiale, quei tedeschi che ancora oggi condannano pubblicamente Zündel per il ruolo che si è scelto di loro difensore? Chi potrebbe tenere in alta considerazione un uomo che rifiuta il materialismo del ventunesimo secolo come risposta alla vita e a tutti i suoi misteri, e cerca invece soddisfazione in attività più personali, come coltivare l’amicizia con coloro che non potrebbero certo promuovere il programma razzista “intollerante e violento” attribuito al presunto “patriarca” del “movimento dell’odio”?

Chi potrebbe ammirare un uomo che dalla società in genere ha ricevuto solo persecuzioni, che è stato il bersaglio di campagne di denigrazione, tuttora in corso, intraprese più di tre decenni orsono, che ha patito ogni attacco immaginabile alla sua persona, alle sue finanze, alla sua famiglia e persino alla sua stessa vita? Chi potrebbe avere stima di un uomo che nonostante tutte queste cose, e nonostante il fatto che si trova in prigione - in questo stesso momento – non per un reato, no…no…ma perché il governo canadese ha stabilito che questo pacifista rappresenta in qualche modo un pericolo per la Sicurezza Nazionale del Canada, conserva un contegno positivo e crede senza la minima incertezza, che la sua causa è giusta, e che la società un giorno lo giudicherà non per quello che i media correnti dicono di lui oggi ma per le sue azioni altruistiche e disinteressate portate avanti nel corso di una vita?

Di nuovo, chiedo, chi potrebbe mai apprezzare un uomo che negli ultimi decenni si è dedicato a portare avanti le opinioni impopolari di accademici che avevano lavorato duro ma che, se non fosse stato per Ernst Zündel, oggi potrebbero essere sconosciuti, e la loro opera buttata nel mare della storiografia da dimenticare – e questo non perché tale opera sia immeritevole ma perché incompatibile con le opinioni mainstream e politicamente accettabili? Come si potrebbe avere stima di un uomo come questo, quando ci sono in giro molti altri individui coraggiosi, desiderosi di difendere le proprie idee, eroi che non prenderebbero in considerazione l’eventualità di chiedere scusa per le proprie convinzioni, come i politici americani? Ad esempio, quando Jim Moran ha esclamato baldanzosamente che Israele ha fatto il massimo per guadagnare da una guerra degli Stati Uniti in Iraq, quell’Israele che in effetti stava influenzando la politica estera americana per mezzo di alcuni funzionari sionisti ben posizionati. Che dire di Trent Lott, che ha affermato in una cerimonia del GOP[2] che gli Stati Uniti oggi starebbero messi meglio se Strom Thurmond fosse diventato presidente negli anni ’50? Che dire degli arditi exploit di Howard Dean, la migliore scommessa dei democratici nel 2004, un uomo che non teme di prendere posizione su un argomento per il quale potrebbe poi chiedere scusa?. Sì, l’America è piena di persone coraggiose, di persone che non hanno paura di gettare il proprio vicino in pasto al coccodrillo, sperando di essere mangiate per ultime.

Se fossi interessato a personaggi che chiedono scusa e a prese di posizione titubanti su questioni ambigue, avrei un sacco di eroi da ammirare, proprio qui negli Stati Uniti. Come accademico, potrei scoprire altri accademici da idolatrare o da ammirare, vi sono così tanti esempi emblematici, sebbene ora non mi vengano in mente. Qualcuno di voi mi potrebbe gridare: “Hei, che ne dici di Noam Chomsky?”. Potrei solo dire: già visto, già sentito, dopo aver riscontrato lo stimato professore essere “comprensivo” verso i guai di Zündel: “vergognoso”, ha persino esclamato, ma alla fine ha capito che non sarebbe interesse di nessuno mettersi a difendere Zündel troppo rumorosamente.

Che dire di tutti i giornalisti pieni di fegato che lavorano per televisioni e giornali prestigiosi? Certamente, questi coraggiosi “difensori” della verità e della giustizia scriverebbero un articolo sul modo illegale con cui Zündel è stato deportato dagli Stati Uniti in Canada, dove è stato poi tranquillamente sbattuto in cella di isolamento in una prigione di Toronto. Questi coraggiosi giornalisti sarebbero di certo interessati ad evidenziare come si sia già abusato delle nuove leggi sul terrorismo per ridurre al silenzio i dissidenti. L’idea che il signor Zündel è una minaccia per la sicurezza nazionale di qualunque nazione è ridicola, quest’uomo non ha commesso un solo reato di violenza in tutta la sua vita e non è mai stato condannato per reati che non fossero in seguito abrogati dalla corte suprema canadese. Il baldo e coraggioso fornitore di notizie “imparziali e equilibrate” non ha ancora scritto un articolo che abbia neanche abbozzato un ritratto equo di Zündel. Il crimine di Zündel è che egli è politicamente scorretto, anticonformista e non importa quali pressioni vengano fatte su di lui: non chiederà mai scusa e non si prosternerà come i nostri illustri politici americani. E’ pericoloso solo per lo status quo, ed essi lo sanno, ecco perché langue attualmente in prigione, non perché rappresenti un pericolo per la società.

Ernst Zündel ammira Adolf Hitler, e allora? Ernst Zündel non crede che gli ebrei venissero gasati a Auschwitz, e allora? Ernst Zündel è estremamente critico del sionismo e delle sue mire sul pianeta, accidenti…è fin troppo brutto che un numero maggiore di persone non lo sostenga su questo punto! Zündel non ha paura di fare quello che Jim Moran non ha il fegato di fare, e cioè prendere posizione e sfidare lo stato d’Israele, e l’influenza indiscutibile che i sionisti hanno oggi negli Stati Uniti e in Canada. Non illudetevi, quest’influenza sproporzionata è davvero reale, vi sono deputati che hanno scritto libri su questo, come pure dei senatori. Viktor Ostrovsky, un ex agente del Mossad ha scritto un libro di confessioni sullo spionaggio israeliano negli Stati Uniti e su come gli israeliani possano fare affidamento sugli ebrei americani affinché facciano per loro buona parte del lavoro, dopotutto era una faccenda ebraica e non aveva niente a che fare con il patriottismo. E’ un fatto indiscutibile che più di cento israeliani siano stati detenuti per spionaggio negli Stati Uniti subito dopo l’11 Settembre, e inspiegabilmente estradati in Israele prima che le accuse potessero essere formalizzate e, fatto cruciale, prima che il popolo americano ne fosse informato.

E allora, è possibile ammirare un uomo come Zündel? Durante il suo famigerato Processo dell’Olocausto del 1988, un processo del quale i suoi nemici amano ricordare la sua condanna, senza mai ricordare che tale ingiusta condanna venne poi abrogata in seguito dalla Corte Suprema, Zündel a quanto pare impressionò un altro giovane chiamato Jürgen Neumann, che di Zündel disse questo: “è un uomo molto sincero. Sembrava che credesse davvero a quello che diceva…(Sorprendente) Non ha mai evitato nessuna domanda che gli veniva fatta”. Questo fu quello che impressionò Neumann durante il processo del 1988. Secondo Neumann, Zündel gli chiese di fare molte cose che un semplice propagandista non gli avrebbe mai chiesto, vale a dire di continuare ad approfondire l’argomento [l’Olocausto] in modo indipendente. Questo fece capire a Neumann che Zündel era sincero e che cercava continuamente di allargare il suo campo conoscitivo, come ogni storico dovrebbe fare. Immaginate questo: ammirare un uomo che fa e crede in quello che dice. Certamente uno strano concetto in un’epoca come la nostra, in cui possiamo vedere così spesso un enorme numero di persone più che desiderose di prendere qualunque posizione viene detto loro di prendere o, nel caso dei politici, da qualunque parte soffi il vento, come dimostrato dai sondaggi.

In un recente articolo, intitolato “Perché ammiro David Irving”, un signore di nome Nick Herbert ha detto questo sul “famigerato” David Irving, altro controverso autore revisionista: “Non sono uno storico professionale e la mia conoscenza di quello che è accaduto nella seconda guerra mondiale non è approfondita ma per la maggior parte della mia vita sono stato educato ai metodi del pensiero razionale e posso seguire un argomento come un cane da caccia. Riconosco un argomento valido quando ne vedo uno e mi sono familiarizzato con la maggior parte delle falsificazioni retoriche del ragionamento. Mi considero un esperto “scopritore della verità””. Herbert ha poi aggiunto: “Come scienziato, scoprire la verità è parte della mia professione”. Curiosamente, Herbert ha poi aggiunto di non aver mai letto un solo bestseller di Irving, la qualcosa mi indica che Irving, come Zündel prima di lui, è finito ormai su un “piano più alto”, e cioè quello nel quale entrambi i personaggi, per molti versi, sono diventati un mito. Lo storico Irving rifiuta questo ruolo, mentre il pubblicista Zündel lo accetta, riconoscendo il vantaggio straordinario che esso rappresenta nel “diffondere il messaggio”. Un altro signore di nome Edgar Steele ha recentemente commentato l’apparente titubanza di Irving nell’accettare tale ruolo, e ha suggerito che Irving ha preferito nascondersi tranquillamente dietro i suoi studi, aspettando che il revisionismo storico riesca in un modo o nell’altro a diventare di moda, qualcosa che Zündel sa che non accadrà mai a meno che i revisionisti non prendano dei rischi, e questo è esattamente quello che Zündel ha fatto per decenni. Steele ha persino dichiarato che la maggior parte dei fan di Irving probabilmente non era così interessata alla sua storiografia, ma lo considerava piuttosto come un simbolo, come qualcuno desideroso di sfidare i propalatori della storia faziosa, l’esistenza dei quali è oggi così clamorosamente evidente che solo gli spiriti più indottrinati possono negarla. Prendere questa posizione riguardo a Irving sminuisce il fatto che quest’uomo è uno storico straordinario, per molti versi senza paragoni, e ha un’abilità quasi insuperabile nel rendere la storia appetibile alle masse: la sua prosa è fantastica. Ma c’è un elemento di verità anche in quello che dice Steele: Irving è diventato un mito, anche per i suoi detrattori, che hanno ripetutamente cercato di relegarlo senza successo nella spazzatura dell’oscurità per più di venticinque anni.

Un dettaglio interessante sia su Ernst Zündel che su David Irving è che nessuno dei due ha un titolo di studio in storia, e tuttavia entrambi sono infinitamente più versati di me in ogni aspetto degli studi storici, di me che pure ho un master in storia e politica. Su questo non c’è alcun dubbio. Ho fatto conoscenza con Zündel per corrispondenza e sono rimasto letteralmente sbalordito dalla sua capacità di ricordare ogni più piccolo dettaglio, tra le migliaia di testi di storia che ha letto. Mi è stato detto che Irving ha una memoria fotografica, cosa che può esser vera, e che potrebbe spiegare la sua abilità fenomenale nel tenere le conferenze più logiche, strutturate e consequenziali che abbia mai ascoltato da uno storico.

Mi è ormai fin troppo chiaro che i nostri media correnti, presuntamente obbiettivi ed equilibrati, hanno seriamente travisato sia Irving che Zündel. Quando io e mia moglie, che è spagnola, abbiamo incontrato la signora Ingrid Zündel per la prima volta, non abbiamo riconosciuto la “crucca dagli occhi gialli, la “vedova nera” razzista sfegatata” che i media ci avevano fatto credere, no…Abbiamo incontrato una delle donne più intelligenti, gentili e preoccupate mai conosciute. La mia famiglia ed io ci siamo rapidamente innamorati di lei, ed ella ha detto, cosa più che ovvia a questo punto, che “se solo le persone conoscessero Ernst, scoprirebbero che è una delle persone più gentili del mondo”. In realtà, questo è esattamente quello che ho scoperto corrispondendo con lui, invece di basarmi su servizi giornalistici altamente faziosi o sulle descrizioni fatte dall’ADL.[3]

Ernst, a differenza della maggior parte degli altri revisionisti, che possono anche pensarla allo stesso modo, ma che sono troppo paurosi per ammetterlo, costituisce una minaccia per l’ADL perché non solo nega che vi fu un piano sistematico per gasare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma addita anche il sionismo e i suoi operatori, come l’ADL, come gli sfruttatori di questo mito, con lo scopo di spennare la popolazione non ebraica del pianeta e di imporre pretese irragionevoli e spesso controverse, qualcosa che il deputato Jim Moran una volta fu svelto a notare ma anche più svelto a scusarsene. Ci si deve chiedere se forse Ernst Zündel non è molto più importante di quanto chiunque abbia mai immaginato se, dopo tutto, qualcuno si è preso la briga di deportarlo silenziosamente e velocemente dagli Stati Uniti in un paese dove si poteva star sicuri che sarebbe stato ridotto al silenzio, durante il periodo di crisi negli Stati Uniti successivo all’11 Settembre. In realtà, Zündel è stato forse uno dei megafoni più rumorosi dell’America del Nord dopo l’attacco di New York, facendo onestamente notare fatti innegabili, per quanto sgradevoli, come il rimpatrio furtivo di più di cento spie israeliane dagli Stati Uniti, dopo l’attacco, come pure l’opinione estremamente impopolare che Israele è stata la sola entità che avesse qualcosa da guadagnare da una guerra preventiva contro l’Iraq. Dall’arresto illegale di Zündel e dalla sua deportazione, abbiamo imparato molto riguardo all’integrità del governo degli Stati Uniti, e precisamente il fatto che [tale governo] è più che pronto ad ingannarci, per esercitare il proprio dominio su di noi. Se Zündel oggi fosse libero, e non sottoposto all’oscuramento di notizie messo in atto per emarginare sempre più le sue opinioni più scomode, indicherebbe in Israele – senza timori reverenziali – il principale beneficiario di ogni ulteriore ostilità in Iran o in Siria, un’idea alla quale ora persino i moderati stanno accordando un certo credito.

E’ inevitabile quindi che sorga la domanda: rappresenta Zündel una minaccia per la Sicurezza Nazionale del Canada essendo egli presuntamente il “patriarca” di una sottocultura virulenta e violentemente razzista che non ha mai contato nulla nella politica che conta, o rappresenta una minaccia perché c’è una buona dose di fondatezza nei suoi argomenti? Si dice che il suddetto Noam Chomsky abbia detto una volta: “se voi non credete nella libertà di espressione per coloro che disprezzate di più, non credete nella libertà di espressione”. E’ un concetto incredibilmente semplice ma significativo, eppure gli americani contemporanei non riescono ad accettare la sua logica pura e incorrotta, nonostante si dichiarino – a parole – favorevoli ad esso in continuazione, citandolo come il nostro forse più importante diritto costituzionale. Il problema in America non è che non abbiamo una conoscenza teoretica dell’importanza della nostra Costituzione; è nell’applicazione dei suoi principi che finiamo per fallire. Il nostro governo, attraverso i media, diffonde il suo programma segreto facendoci vedere solo il suo fondamento, ma mai la sua intera struttura, e rafforza questo programma demonizzando ed emarginando i propri oppositori. Poiché siamo quasi totalmente alla mercé della nostra televisione – dai, ammettiamolo! – tendiamo a credere a quello che viene trasmesso e perciò finiamo per essere indottrinati, invece che istruiti, a prescindere da quello che dice Fox News, e quindi rifiutiamo, spesso su due piedi, le opinioni dissenzienti. Questo meccanismo, presso i pubblicitari, è conosciuto con la definizione di “distorsione selettiva”, ed è un concetto ben noto all’interno dell’apparato dei media. In psicologia sociale, la tendenza ad accettare quello che ci viene detto, non importa se è esatto oppure no, e a rifiutare poi informazioni successive, è conosciuta come “convinzione perseverante”. In ogni caso, essa avvalora quello che un ben noto cosmologo – e illustre pensatore – come Stephen Hawkins ha detto della conoscenza e cioè che “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma è l’illusione della conoscenza”.

Il modo in cui i media correnti hanno descritto Ernst Zündel nel corso di interi decenni è assolutamente sbagliato. Quest’uomo non è un “venditore di odio”, come è stato dipinto. Ernst Zündel è una persona straordinariamente coscienziosa, onesta ed intelligente – e integra. Io ammiro Ernst Zündel, nonostante le sue opinioni, perché è, in sé stesso, un individuo ammirevole. Non mi importa poi molto che le sue opinioni offendano altre persone; non mi deve importare. Se a tali persone lui o le sue idee non piacciono, ne prendo atto; Ernst non vuole farsi ascoltare da loro; vuole solo essere libero di esprimersi con coloro che sono interessati a quello che ha da dire. A differenza dei nostri attuali governi in America del Nord, Zündel, il presunto “nazista”, crede nella libertà di espressione e non ha mai abbracciato un altro modo di vedere.

Dobbiamo ricordare che non è stato così tanto tempo fa che il potere costituito ha descritto James Ennes, l’autore di Assalto alla Libertà, come “un antisemita, un razzista e un nazista”, semplicemente perché aveva detto la verità sul fatto che nel 1967 gli israeliani attaccarono intenzionalmente una nave americana, uccidendo dozzine di persone e ferendo un centinaio di marinai americani. I fatti dietro questo caso sono conosciuti da decenni, e tuttavia, le stesse forze che cercano oggi di ridurre Zündel al silenzio, ridussero al silenzio Ennes venti anni fa, nello stesso modo in cui hanno sempre tradizionalmente attaccato i divulgatori di verità, calunniandoli e rovinando i loro mezzi di sostentamento, la loro reputazione, la loro famiglia etc. Fortunatamente per Ennes, Ward Boston, il funzionario militare incaricato nel 1967 dell’indagine sul caso della detta nave, è recentemente uscito allo scoperto firmando degli affidavit in cui si afferma che Lyndon B. Johnson ordinò che il caso in questione venisse insabbiato, in modo che il popolo americano, a cui in teoria il presidente avrebbe dovuto rispondere, non venisse mai a sapere quello che era davvero successo. Ennes è stato “riabilitato”, come lo sarà un giorno Zündel, salvo il fatto che Ennes fu fortunato a non finire dietro le sbarre per le sue idee. Non ci possiamo permettere che dei paria socialmente “lebbrosi” come Ennes e Zündel tribolino per il fatto di esprimersi, quando noi siamo o troppo ignoranti o impauriti di agire in modo analogo.

Ernst Zündel non avrebbe mai dovuto essere deportato, contro la legge e contro la costituzione, dagli Stati Uniti per aver manifestato delle opinioni che differivano da quelle altrui. Non avrebbe dovuto essere sbattuto in una cella d’isolamento, privato della possibilità di leggere i giornali, e persino di semplici oggetti come coperte, sedie, e materiale per scrivere, ma lo è stato. Come abbiamo detto in precedenza, quest’uomo non è stato accusato di un reato, ma viene tenuto prigioniero perché le sue idee chiamano in causa individui appartenenti ad una minoranza ricca e potente del nostro popolo nell’attuazione di certi crimini. Crimini di cui tali individui sono in effetti colpevoli, e sapendo di essere colpevoli devono imprigionare e ridurre al silenzio individui coraggiosi come Zündel, che non rinnegheranno la verità, nonostante quello che queste persone fanno per ridurli al silenzio.

E’ per questa ragione che ammiro Ernst Zündel, un uomo che si rifiuta di chiedere scusa per avere delle valide opinioni, un uomo che rimane pronto a sacrificarsi per gli altri, anche se essi non riconoscono o non apprezzano i suoi sforzi. Ernst Zündel è un personaggio davvero originale, forse persino eccentrico, al giorno d’oggi: dopo tutto, credere in qualcosa in modo appassionato è considerato una manifestazione di radicalità o, peggio, di anticonformismo.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrcwzundel.html
[2] Acronimo per Golden Old Party: il Partito Repubblicano.
[3] ADL: acronimo che sta per Anti-Defamation League, Lega Anti-diffamazione, una delle lobby ebraiche più faziose (e potenti) d’America.