giovedì 31 luglio 2008

Vacanze


Il blog in Agosto si ferma. Ci si rivede a Settembre (se Dio vorrà).

Nel frattempo mi permetto di consigliare, come lettura estiva, il romanzo Sognando Palestina, di una scrittrice giovanissima e bravissima: Randa Ghazy (Fabbri Editori).

Buone vacanze a tutti!

mercoledì 30 luglio 2008

Le atrocità di cui non parlano mai


ATROCITA' SOVIETICHE: FOSSE COMUNI A SACHSENHAUSEN

Traduco a seguire un testo, trovato su Codoh (http://www.codoh.com/atro/atrsu3.html ), concernente le atrocità compiute dai sovietici - alla fine della seconda guerra mondiale - nel campo di concentramento ex-nazista di Sachsenhausen.
Andrea Carancini

FOSSE COMUNI CONTENENTI I CADAVERI DI 12.500 VITTIME
Gli investigatori che scavano nel sito di un campo di prigionia gestito dai sovietici nella ex Germania Est hanno scoperto fosse comuni contenenti i corpi di 12.500 persone, ha detto oggi il governo del Brandenburgo.Il campo era quello di Sachsenhausen, a Nord di Berlino, e rimase aperto dal 1945 al 1950. E' stato detto che le vittime comprendevano sostenitori veri e presunti dello sconfitto Terzo Reich, come pure cittadini considerati ostili dalle autorità comuniste. Fino a quando il governo comunista della Germania Est non crollò nel 1990, fu impossibile condurre ricerche come quella oggi in corso a Sachsenhausen. Scavi simili sono in corso in altri siti, e i responsabili si aspettano ulteriori scoperte, come quella annunciata oggi. Gli scavi di Sachsenhausen hanno rivelato 50 fosse, ognuna lunga circa 25 piedi e larga 13 [il piede corrisponde a circa 30,48 centimetri]. Sotto terra, i corpi erano ammucchiati in cumuli alti 15 piedi e anche più.I patologi hanno stabilito che la maggior parte delle vittime erano morte di fame, esposizione alle intemperie e malattie infettive. Alcuni erano stati chiaramente picchiati. La maggior parte erano bambini, adolescenti e anziani. Negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, le forze sovietiche di occupazione imprigionarono migliaia di tedeschi. Molti vennero accusati di crimini di guerra, e i loro processi furono pro forma, se mai vennero effettuati. Alcuni vennero semplicemente sequestrati mentre si trovavano per strada, vittime dei caporioni staliniani. Le vittime venivano portate in uno dei vari campi di prigionia. Alcuni di questi campi, come Sachsenhausen e Buchenwald, vennero impiantati sul sito di precedenti campi nazisti. Il governo tedesco valuta un totale di 65.000 vittime morte in questi campi gestiti dai sovietici, o durante il trasporto verso di essi. Durante i quattro decenni del dominio comunista nella Germania Est, vennero costruiti dei monumenti commemorativi in luoghi come Sachsenhausen e Buchenwald. Ma in tali monumenti veniva scritto che i campi vennero chiusi alla fine della guerra. Non menzionavano il fatto che nell’era post-nazista, tali campi divennero brutali prigioni militari gestite dai sovietici. Fonte: The New York Times, 24 Settembre 1992.

martedì 29 luglio 2008

Il vero volto dell'ADL


QUAL’E’ IL VERO PROGRAMMA ETNICO/RAZZIALE DELL’ADL?
 
Di Paul Grubach[1]
 
L’Anti-Defamation League of B’nai B’rith (ADL) è probabilmente ben conosciuta dalla maggior parte dei lettori di questo sito. Questa organizzazione religiosa ebraico-sionista, esente da tasse, e con sede a New York, con aderenti in quarantadue paesi, afferma di essere una delle più importanti organizzazioni per i diritti civili del mondo, e presuntamente, tra i suoi principali scopi vi sono quelli di impedire le discriminazioni e di garantire eguali diritti per tutti.[2] Indubbiamente, il programma socio-politico dell’ADL riflette i desideri di una parte significativa della comunità ebraica internazionale. Questo è il motivo per cui è importante porre la domanda: qual è il vero programma etnico dell’ADL?
 
L’ADL predica l’integrazione razziale, l’eguaglianza razziale e il multiculturalismo, poiché uno dei suoi slogan più popolari è il seguente: “La diversità è la nostra forza più grande.”[3] Questa lobby assai influente sponsorizza attività che esortano le persone “a rifiutare le divisioni razziali”, e condanna la discriminazione contro gli ebrei in cerca di alloggio come “una forma assai insidiosa di antisemitismo”.[4] Un obbiettivo fondamentale della sua attività negli Stati Uniti negli anni ’60 fu l’attuazione del Civil Rights Act del 1964.[5] Questa legislazione ha contribuito a creare una società razzialmente integrata negli Stati Uniti. L’ADL rifiuta infatti tutte le forme di “dominio razziale”. Vale a dire, quelle situazioni in cui un gruppo etnico domina su un altro, poiché l’ADL è particolarmente ostile verso tutte le manifestazioni di “supremazia bianca.” Dove coesistono differenti etnie nella stessa nazione, l’ADL si pone come una forte fautrice di una società integrata in cui tutte le etnie convivano tra eguali.

I critici tuttavia hanno affermato che questo “programma morale” dell’ADL è, in massima parte, una facciata ideologica, un metodo per promuovere furtivamente gli interessi ebraico-sionisti sotto le vesti della moralità. [6] Secondo questo punto di vista, l’opposizione pubblica contro la discriminazione etnico/razziale viene utilizzata al servizio del nazionalismo etnico/culturale ebraico-sionista dell’ADL. L’ADL predica l’eguaglianza universalistica e la mescolanza razziale per i non ebrei mentre conserva un’identità di gruppo esclusivista/separatista per gli ebrei. Il giudaismo si è caratterizzato [storicamente] per una separazione genetica e culturale dagli altri gruppi umani, e per un esplicito doppio metro di moralità: altruismo e cooperazione tra gli ebrei, ma competizione con i non ebrei. [7] Perciò, secondo questo punto di vista, le comunità ebraiche che risiedono fuori d’Israele – dove gli ebrei sono una minoranza – hanno bisogno di una nazione che tolleri la loro politica a lungo termine di non assimilazione e la loro solidarietà di gruppo. In una società integrata composta da una varietà di etnie differenti e competitive, tutte con interessi divergenti, è molto difficile sviluppare un movimento coeso di non ebrei che si opponga all’ebraismo organizzato. Inoltre, nelle società integrate fuori d’Israele, in cui i non ebrei hanno solo un senso debole e precario della propria identità, è meno probabile che gli ebrei vengano identificati come un elemento ostile, non assimilabile e estraneo. Di conseguenza, nelle società integrate e multiculturali fuori d’Israele, gli ebrei possono guadagnare potere e influenza.

E allora come la mettiamo? L'ADL è davvero interessata a creare società multiculturali dove tutte le etnie coesistano su una base di eguaglianza, dovunque nel mondo? Oppure questo programma multiculturale è in realtà una maschera ideologica sotto cui l’ADL promuove un programma ebraico-sionista: dominio ebraico in Israele dove gli ebrei sono la maggioranza, ma “eguaglianza razziale” e multiculturalismo fuori d’Israele affinché le comunità ebraiche beneficino enormemente di tale programma?
 
Fortunatamente, ci viene offerta una situazione nella quale possiamo mettere alla prova queste due ipotesi contrastanti: la nazione d'Israele. In un vecchio numero del New York Times, ci fu un articolo controverso che discuteva la proposta di sostituire lo stato sionista d’Israele con uno stato ebraico-arabo: uno stato bi-nazionale, etnicamente integrato e secolare, dove ebrei e arabi avrebbero vissuto insieme come eguali, sia da un punto di vista politico che sociale. Cito le parole dell’articolo: “L’impensabile è che Israele venga sostituito da uno stato bi-nazionale in cui ebrei e palestinesi vivrebbero insieme in democratica armonia.”[8]
 
Il presidente nazionale dell’ADL Barbara B. Balser rispose all’articolo con una sua “lettera all’editore”. Questa missiva esprime a quanto pare la politica ufficiale, definitiva, dell’ADL. Costoro rifiutano l’idea di uno stato bi-nazionale, etnicamente integrato e secolare in Medio Oriente, dove ebrei e arabi potrebbero vivere insieme come eguali. Essi etichettano tutto ciò come un “insidioso sforzo anti-israeliano”, e “uno sforzo per distruggere la sovranità ebraica sulla Terra Santa.” Essi vogliono chiaramente conservare la sovranità ebraica (leggi: il dominio ebraico sulla regione—uno stato dove gli ebrei sono segregati da, e conservano il dominio su, i non ebrei). [9] Questo ci suggerisce che quello che i critici dell’ADL dicono è vero. Se il motivo principale dell’ADL era di promuovere l’eguaglianza e il multiculturalismo, e la cessazione di tutte le forme di supremazia razziale e etnica, allora ci saremmo dovuti aspettare che promuovesse questo programma in Israele (dove gli ebrei sono la maggioranza), in modo altrettanto appassionato di come lo promuove in ogni altra parte del mondo (dove gli ebrei sono una minoranza). Ma non è questo il caso. In massima parte, l’ADL promuove l’integrazione e il multiculturalismo dovunque fuori d’Israele perché in tal modo fa avanzare il nazionalismo ebraico e permette agli ebrei di acquisire potere e influenza nelle società non ebraiche. E cioè, l’universalismo e gli appelli per l’eguaglianza vengono utilizzati per favorire il nazionalismo ebraico più settario. E’ difficile credere che costoro credano sinceramente negli ideali dell’eguaglianza e del multiculturalismo quando essi sono i sostenitori più ardenti d’Israele, una società separata e diseguale in cui la discriminazione è parte dell’ordine costituito e la supremazia ebraica è fissata per legge.[10]
 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è consultabile all’indirizzo: http://www.codoh.com/zionweb/zionpgadl.html
[2] Vedi il sito dell’ADL all’indirizzo: http://www.adl.org/ . Vedi anche Lee O’Brien, American Jewish Organisations and Israel, Washington, Institute of Palestine Studies, 1986, pp. 93-103.[3] Vedi la pubblicazione dell’ADL: ADL On the Frontline [L’ADL in prima linea], estate 1997, p. 8.
[4] ADL On the Frontline, Settembre/Ottobre 1997, p. 13; ADL On the Frontline, Giugno 1998, p. 7.
[5] O’Brien, pp. 93-94.
[6] Per esempio, vedi il dibattito epistolare di Paul Grubach con il direttore dell’ADL Abraham Foxman: http://www.washington-report.org/archives/April_2000/0004072.html
[7] Kevin MacDonald, A People that Shall Dwell Alone: Judaism as a Group Evolutionary Strategy [Un popolo che abiterà da solo: il giudaismo come una strategia evolutiva di gruppo], Westport, Connecticut, 1994; Kevin MacDonald, The Culture of Critique: An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements [La cultura della critica: un’analisi evolutiva del coinvolgimento ebraico nei movimenti intellettuali e politici del ventesimo secolo], Westport, 1998.
[8] Edward Rothstein, “Seeking an Alternative to a Jewish State”, New York Times, 22 Novembre 2003.
[9] Barbara B. Balser, Letter to the Editor, The New York Times, 25 Novembre 2003. In rete: http://ww.adl.org/media_watch/newspapers/20031125-nytimes.htm
[10] Uri Davis, Israel: an Apartheid State, London, 1987; Ian Lustick, Arabs in the Jewish State: Israel’s Control of a National Minority, Austin, Texas, 1980.

lunedì 28 luglio 2008

La Piovra

LA MASSONERIA DEL B'NAI B'RITH

di Andrea Carancini (2007)

Ho comprato oggi, 14 Dicembre 2007, il nuovo libro del giornalista investigativo Ferruccio Pinotti: Fratelli d'Italia, un tomo di ben 751 pagine (edito dalla BUR) dedicato alla massoneria italiana. Pur non avendolo ancora letto mi sembra, di primo acchito, un libro di grosso impegno e, soprattutto di una certa serietà: dico questo perché ho notato con favore il fatto che nel capitolo dedicato ai prelati massoni - La massoneria alla conquista della Chiesa - Ferruccio Pinotti dà risalto alle posizioni di don Luigi Villa, parlandone se non altro con rispetto.

Per chi non lo sapesse don Villa è un anziano (e benemerito) sacerdote bresciano che da cinquant'anni dà la caccia ai massoni nella Chiesa e ha scritto libri e opuscoli coraggiosi su Giovanni XXIII e Paolo VI, documentando le deviazioni dottrinali provocate dal Concilio Vaticano II.Dare spazio a un personaggio impopolare (in ambito ecclesiastico) come don Villa e alle sue tesi tutt'altro che peregrine non è poco, di questi tempi, e di questo va dato atto a Pinotti: il suo libro merita almeno di essere letto per intero.

C'è però un altro punto del suo libro che ha suscitato la mia attenzione, e in senso meno positivo: si tratta della nota a piè della pagina 465. Il capitolo è quello degli Illuminati della finanza, e tratta della setta massonica messa in piedi nel 2002 dall'ex Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia Giuliano Di Bernardo. In tale nota Pinotti definisce il B'nai B'rith quale "associazione fraterna ebraica fondata negli Stati Uniti nel 1843".
Mi piacerebbe, a questo proposito, fare una domanda a Pinotti: se egli definisce i massoni come "fratelli" (che è in effetti la definizione classica degli appartenenti alla massoneria) in che senso, se non massonico, sarebbero fratelli i membri del B'nai B'rith? In realtà Pinotti sa benissimo che il B'nai B'rith è un ordine massonico (riservato appunto ai soli ebrei). Il fatto è risaputo non solo da chiunque abbia un minimo di conoscenze massoniche, ma dagli stessi ebrei non iscritti alla massoneria. Che le cose stiano così lo si intuisce, oltretutto, dal contesto del capitolo in questione.

In esso Pinotti riporta la seguente frase di Di Bernardo:
«La ricerca delle certezze lo porta [l'uomo] a vedere, sotto una luce nuova non più negativa, i poteri forti che, in modo più o meno occulto, hanno guidato le sorti dell'umanità. Si tratta di quei poteri secolari come, ad esempio, gli ordini preposti all'esercizio del potere temporale che esistono all'interno di alcune Chiese (l'Opus Dei nella Chiesa cattolica), la massoneria, certe organizzazioni ebraiche (l'Anti-Defamation League) e altre».
E qui, nella nota predetta, Pinotti precisa opportunamente che l'Anti-Defamation League [Lega Anti-Diffamazione] «è considerato un vero e proprio braccio operativo del B'nai B'rith». Dalle informazioni appena riportate abbiamo appreso quindi che il B'nai B'rith è un'«organizzazione fraterna», un «potere forte», ed opera in modo «più o meno occulto». Esattamente le definizioni che nel suo libro Pinotti utilizza in continuazione per parlare della massoneria propriamente detta: fuochino.

Se però qualcuno avesse ancora dei dubbi al riguardo può consultare l’ottimo libro di Emmanuel Ratier Misteri e segreti del B'nai B'rith, edito a suo tempo dal Centro Librario Sodalitium, dove a p. 74 si mette bene in chiaro che oltre a prevedere gioielli, mazze, collari e grembiuli, i membri dell'ordine in questione osservano un rituale propriamente detto consistente in una mescolanza del rito di York e del rito Odd Fellows.

Ma allora perché non dirlo, che anche gli ebrei hanno la loro massoneria? Perchè qui ci troviamo in presenza dei limiti del discorso “politicamente corretto”: tale discorso può in certi casi - come quello del libro di cui stiamo parlando - non essere privo di coraggio e tuttavia, quando si sfiorano certe realtà, ecco che scatta immancabile l'autocensura. La morale è che, se sei un giornalista o uno scrittore, puoi parlare male della massoneria quanto vuoi (se sei un politico o un magistrato il discorso cambia) ma guai ad associare gli ebrei alla massoneria: rischi di passare subito per antisemita.

Eppure non solo ebraismo e massoneria sono strettamente collegati (la dottrina massonica è essenzialmente ebraica) ma il B'nai B'rith è la piovra massonica per antonomasia: The Octopus (La Piovra) intitolava Elisabeth Dilling un pamphlet del 1940 dedicato appunto al B'nai B'rith e allo strapotere dei sionisti negli Stati Uniti. Abbiamo riferito come secondo Giuliano Di Bernardo il B'nai B'rith è un "potere forte".

Ma quanto forte? Parecchio: quando il 31 Gennaio 1949 il presidente degli Stati Uniti Truman firmò i documenti ufficiali di riconoscimento dello Stato d'Israele i soli osservatori non appartenenti al governo americano furono tre dirigenti del B'nai B'rith (vedi link: http://www.bnaibrith.org.ar/website/contenido.asp?sys=1&id=54), da cui si estrae la seguente citazione:
"En la primavera de 1948. cuando el Gobierno de Estados Unidos no era demasiado favorable al establecimiento de un Estado Judío en Palestina, una delegación de B´nai Brith Internacional integrada por su Presidente Goldman, el Secretario Ejecutivo Bysgyer y Edward Jacobson, amigo personal de Presidente Truman entrevistó a éste y logró obtener una audiencia para Jaim Weitzman. El 31 de enero de 1949 el Presidente Truman firmó el reconocimiento del Estado de Israel y se encontraban presentes solamente los tres dirigentes de B´nai B´rith antes mencionados. La lapicera utilizada para la firma de tan trascendente documento fue obsequiada al Presidente de la Organización y se encuentra en el Museo de Washington".

Naturalmente i Figli dell'Alleanza (questo il significato del termine ebraico originale) negano ufficialmente di essere massoni. Il perché è comprensibile: in questo modo l’attività dell’organizzazione è molto più efficace e comoda, in particolare nelle relazioni con i cattolici. E' così, ad esempio, che il direttore europeo dell'organizzazione (recentemente defunto) Ernst Ehrlich è potuto passare inosservato come consulente del cardinale Bea nei frangenti decisivi che videro l'approvazione della costituzione conciliare Nostra Aetate durante il Vaticano II (vedi link: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/10/24/AR2007102402460_pf.html), un'approvazione che rivoluzionò la stessa dottrina cattolica.

Naturalmente delegazioni della detta organizzazione sono ricevute regolarmente dai pontefici, e nessuno (tranne qualche sparuto cattolico tradizionalista) trova nulla da ridire. Eppure i suoi membri, da bravi massoni, sono ferocemente anticristiani (come dimostra il capitolo del libro di Ratier intitolato "Il cristianesimo riveduto e corretto dal giudaismo): in America conducono da decenni una guerra continua (a base di denunce in tribunale) contro la presenza pubblica dei simboli cristiani (canti natalizi, inni religiosi, presepi). Non basta: la Corte Suprema degli Stati Uniti, su istanza dell'Anti-Defamation League, ha fatto bandire le preghiere, anche se volontarie e silenziose, sia nelle scuole che nei tribunali e in tutte le sedi locali, comunali, federali o statali (Ratier, p. 95).

Si capisce a questo punto il perché della supremazia del B'nai B'rith rispetto alle logge ordinarie: è l'unico ordine massonico ad avere il privilegio di non essere riconosciuto come tale! Prima di concludere vorrei però riferire un dettaglio inaspettato su queste brave personcine: come si sa il Ku Klux Klan è la più famosa (e famigerata) organizzazione razzista degli Stati Uniti. Meno conosciuto è il fatto che uno dei suoi fondatori fu Albert Pike, che non era solo un generale sudista durante la guerra civile americana ma anche Capo supremo del Rito scozzese antico e accettato della massoneria universale.
Ebbene, apprendiamo dal libro di Ratier che negli anni '20 del novecento tra alcuni dignitari del Klan e del B'nai B'rith intercorse un dialogo; ecco cosa scrisse a suo tempo sul Klan il bollettino del B'nai B'rith Hamenora del Gennaio 1923: «Il Ku Klux Klan può diventare uno strumento di progresso e di beneficenza, utile sia al Paese che ai suoi cittadini, se incomincerà a eliminare dal suo seno qualche migliaia di fanatici che lo gettano nell'intolleranza, nella viltà e nel crimine» (Ratier, p. 57).
Dunque secondo costoro il Klan non era una congrega di razzisti da sciogliere in ogni caso ma era uno "strumento di progresso", sia pure potenziale. Tra fratelli in fondo ci si capisce!

POST SCRIPTUM di oggi, 28 Luglio 2008

Proseguendo nella lettura del libro, di cui a Dicembre fornivo una prima impressione, devo correggere, in senso positivo, la mia riserva sul libro di Pinotti. Egli infatti, a p. 474, accenna alla "Israel lobby" e definisce l'Anti-Defamation League quale "figlia del B'nai B'rith, una sorta di potentissima massoneria in rapporti con molti gruppi di potere". Sia pure con qualche cautela, dunque, la verità è venuta a galla. Complimenti quindi all'autore per il suo libro serio e approfondito.

domenica 27 luglio 2008

Pietas bolscevica


Presento a seguire un brano del più famoso propagandista sovietico della seconda guerra mondiale: l'ebreo Ilya Ehrenburg, l'uomo che inventò (in un articolo del 20 Dicembre del 1944 apparso sulla rivista "Soviet War News") la cifra dei "sei milioni" di ebrei presuntamente fatti trucidare da Hitler. Il testo seguente, che ho trovato sul sito revisionista Codoh (http://www.codoh.com/atro/atrsu2.html ), è tratto dal libro di Ehrenburg "Vojna" (La guerra), pubblicato a Mosca nel 1942. Ecco un esempio di "hate speech" che i nemici dei revisionisti non amano ricordare.

Andrea Carancini

UCCIDETE IL TEDESCO!

I tedeschi non sono esseri umani. D'ora in poi la parola tedesco rappresenterà per noi la maledizione più terribile. D'ora in avanti alla parola tedesco scatenerete i vostri fucili. Noi non parleremo. Noi non ci emozioneremo. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco al giorno avrete perso il vostro tempo. Se non potete uccidere il vostro tedesco con un proiettile, uccidetelo con la baionetta. Se c'è calma nella vostra zona del fronte, se state aspettando di combattere, uccidete un tedesco prima del combattimento. Se lasciate vivo un tedesco, quel tedesco impiccherà un russo e violenterà una donna russa. Se uccidete un tedesco, uccidetene subito un altro: non c'è niente di più divertente per noi di un mucchio di cadaveri tedeschi. Non contate i giorni; non contate i chilometri. Contate solo il numero di tedeschi che avrete ucciso. Uccidete il tedesco: questa è la preghiera della vostra vecchia madre. Uccidete il tedesco: questo è quello che i vostri figli vi implorano. Uccidete il tedesco: questo è il grido della vostra terra russa. Non esitate. Non smettete. Uccidete.

Ilya Ehrenburg

sabato 26 luglio 2008

La Germania sta uccidendo Horst Mahler. Lentamente.


Abbiamo ricevuto dalla nostra corrispondente Bocage il seguente comunicato (traduzione rapida):

Qualcuno ricorderà che, il 23 Novembre 2007, il celebre avvocato tedesco Horst Mahler era stato condannato dal tribunale di Cottbus-Dissenchen (in Germania) a sei mesi di prigione per aver, il 15 Novembre 2006, fatto il saluto hitleriano in presenza di qualche amico davanti alla porta della prigione di quella stessa città, dove stava andando a scontare 9 mesi di prigione per "discorsi ostili agli ebrei".

Sia la procura che lo stesso Mahler avevano fatto appello contro la detta sentenza: la procura perché considerava la pena troppo lieve e Mahler per chiedere, da parte sua, l'assoluzione.

La decisione è stata presa il 22 Luglio scorso ed eccone il resoconto fattone dal nostro fedele traduttore:

"La decisione d'appello del tribunale di Cottbus è arrivata questo martedì 22 Luglio 2008. Il procuratore (la signora Cäcilia Kramer-Krahforst) aveva chiesto una condanna a 9 mesi invece dei 6 già comminati. Il tribunale, presieduto dal giudice Braunsdorf, è andato oltre la richiesta dell'accusa infliggendo a Mahler una condanna a 11 mesi senza condizionale.

Ma questo curioso processo d'appello ha anche provocato un principio di scandalo cui la stampa ha fatto eco. In effetti, non soltanto il presidente Braunsdorf non ha fatto mistero, nelle motivazioni della sentenza, dell'odio da lui provato nei confronti dell'imputato, ma ha anche trovato il modo di prendersela con la rappresentante dell'accusa.

Ella infatti, nella sua requisitoria, aveva manifestato come le idee dell'imputato le fossero estranee ma aveva aggiunto che era difficile non provare per il medesimo una certa forma di rispetto, per il coraggio dimostrato da Mahler e per la costanza con la quale ha cercato di trovare un giudice ben disposto nei suoi confronti: per Mahler, ecco il punto, l'articolo 86 del Codice Penale, che proibisce ogni mezzo di espressione ai soggetti qualificati di essere "contrari alla Costituzione" (vale a dire, nei fatti, agli esponenti dell'estrema destra) è incompatibile con la Legge fondamentale che garantisce a tutti la libertà di espressione.

Questa dichiarazione della signora procuratore è stata non solo violentemente condannata dal giudice durante l'udienza ma ha anche fatto scandalo. Non si può non ricordare a tal proposito quello che accadde a Mannheim nel 1994 quando, prima di condannare Günter Deckert [il fedele reporter delle udienze dei processi Zündel, Rudolf e Stolz], il giudice Orlet aveva espresso stima e rispetto per l'imputato, per "la sua forza di carattere", dichiarazione che scatenò uno scandalo senza precedenti, in cui lo stesso Helmut Kohl arrivò a offendere Orlet, prima che tale magistrato si vedesse costretto a chiedere la pensione anticipata per ragioni di "salute".

Speriamo che non succeda lo stesso alla signora Cäcilia Kramer-Krahforst".

Ricordiamo anche che il 28 Aprile scorso, Horst Mahler aveva subito un'altra condanna, da parte del tribunale di Erding, a 10 mesi di prigione senza condizionale, per l'intervista data alla rivista Vanity Fair, nella quale l'avvocato tedesco aveva negato l'Olocausto.

venerdì 25 luglio 2008

La fine ingloriosa di Guillaume Faye


LA NUOVA QUESTIONE EBRAICAO LA FINE DI GUILLAUME FAYE

Di Jürgen Graf (2007)[1]

Nella primavera del 2005 appresi che gli editori della rivista russa – di orientamento neo-pagano – Atenei, avevano invitato in Russia Guillaume Faye, uno dei principali pensatori della destra nazionalista francese, per partecipare a dei dibattiti su un’eventuale collaborazione futura nel quadro di un movimento nazionalista paneuropeo [“mouvement identitaire pan-européen”]. La notizia mi fece molto piacere. Fino a quel momento avevo letto due libri di Faye, pubblicati da L’Aencre: Archeofuturismo, del 1998, e La colonizzazione dell’Europa, del 2000, che costituivano nel loro insieme uno studio magistrale sulle conseguenze catastrofiche dell’immigrazione di massa. Leggendo queste opere mi convinsi che l’autore era un importante analista politico e uno scrittore di talento. Così ero molto impaziente di incontrarlo.

Faye arrivò a Mosca nel Maggio del 2005, accompagnato da due connazionali. Come previsto, parlare con lui fu interessante, poiché ha una conoscenza enciclopedica della politica francese in generale, e dei vari filoni del pensiero nazionalista in particolare. Durante la sua visita fece due conferenze, a Mosca e a S. Pietroburgo, a cui sfortunatamente non potei assistere.

All’epoca, i russi che lo avevano invitato pensavano di nominarlo direttore di un’associazione internazionale di tendenza etno-nazionalista, ma capirono presto che i suoi seri difetti personali lo rendevano inadatto al ruolo – a cui egli stesso, tra l’altro, non aveva mai aspirato: è sempre rimasto appagato dal ruolo di “ideologo”.

Nel Giugno del 2006, Faye venne nuovamente a Mosca per prendere parte ad un convegno organizzato da Atenei, il cui argomento era: Il futuro del mondo dei bianchi. Il titolo della sua conferenza era: Dalla geopolitica all’etnopolitica.[2] Yann-Ber Tillenon, Pierre Krobs e Pierre Vial erano gli altri tre oratori francesi.

Nel frattempo, lo storico russo Anatoli Ivanov aveva tradotto due dei libri di Faye in russo, entrambi pubblicati da L’Aencre: Perché combattiamo, del 2001, e Il colpo di stato globale: saggio sul nuovo imperialismo americano, del 2004.

Nel Luglio del 2007, Faye visitò Mosca una terza volta, in occasione di un convegno sulla Russia e sul mondo dei bianchi. Durante uno dei nostri incontri, Faye mi fece sapere che il suo ultimo libro, La nuova questione ebraica, sarebbe stato presto pubblicato. Due mesi dopo il suo ritorno in Francia avevo il libro tra le mie mani.[3]

Se bisognava dar credito al risvolto di copertina, Faye aveva scritto un libro “sbalorditivo”, trattando le questioni discusse “in un modo disinibito e singolare”. Mi accorsi presto che non si trattava di nulla del genere. La nuova questione ebraica é un libro disonesto il cui motivo ispiratore sembra essere solo il desiderio di disinformare.

Si tratta di un’accusa seria ma facilmente dimostrabile, come vedremo tra breve. La mia disamina critica si concentrerà essenzialmente sul sesto capitolo dell’opera (Tramonto della Shoah), come pure sugli altri passaggi riguardanti sia la “Shoah” (seguendo l’esempio degli ebrei, Faye preferisce questa parola ebraica al termine “Olocausto”) che i revisionisti. Considerata la sua grande importanza, il modo in cui questo argomento viene trattato diventa la pietra angolare di tutti le indagini sul ruolo degli ebrei nella società occidentale dopo il 1945. Un libro che accetta la versione ufficiale dei fatti o che elude la questione può essere al massimo di valore assai limitato.

La mia tesi può essere contestata sostenendo che nessun autore francese può gettare dei dubbi sulla versione kosher dell’Olocausto senza cadere sotto i colpi della legge Fabius-Gayssot. Mi si potrebbe far notare che nessuno ha il diritto di aspettarsi che Faye o chiunque altro si metta a rischiare la galera o pesanti multe. La mia risposta è che Faye avrebbe potuto ricorrere alla strategia utilizzata da David Duke nei suoi libri, e cioè My Awakening [Il mio risveglio] e Jewish Supremacism [Suprematismo ebraico]: senza approvare esplicitamente le loro affermazioni, Duke cita diversi revisionisti, espone i loro argomenti, evidenzia le contraddizioni e le incoerenze della versione ufficiale della storia, e conclude che la verità potrebbe essere scoperta attraverso quel dibattito che gli ebrei rifiutano pervicacemente. Questo modo di procedere mi sembra assolutamente accettabile sia dal punto di vista intellettuale che da quello morale.

Una tale strategia non metterebbe però necessariamente al riparo il suo autore dalla legge Fabius-Gayssot, come è stato dimostrato dal caso di Bruno Gollnisch, che si è ritrovato obbligato a pagare una pesante ammenda semplicemente per aver espresso dei dubbi sulla realtà storica delle camere a gas. Un autore che non sia pronto a correre un tale rischio dovrebbe stare alla larga da ogni discussione sulla questione ebraica. In questo modo potrà evitare il rischio della prigione e delle multe, ma anche il rischio di macchiare il proprio onore avallando una menzogna storica mostruosa.

Il punto di partenza di Guillaume Faye

In un messaggio ai suoi lettori, Faye scrive:

Mentre per i “revisionisti”, o “negazionisti dell’Olocausto”, quale che sia il termine che si preferisce,, considero la loro battaglia una mania adolescenziale, totalmente inutile, inefficace, e controproducente, contaminata inoltre da serie pecche metodologiche e da pregiudizi ideologici. Il loro atteggiamento non mi sconcerta da un punto di vista morale ma è come se stessero guardando nello specchietto retrovisore”.

Così, le tesi revisioniste non sconcertano l’autore “moralmente”. In realtà sembra che, in ogni caso, non ci sia nulla che possa sconcertarlo moralmente, poiché afferma:

In questo saggio, come in tutti i miei altri scritti, io difendo una posizione amorale, ispirata dalle idee di Machiavelli e di Nietzsche (p. 18).

Così, tenete bene a mente che questo autore difende una posizione amorale. Chiunque conosca certi episodi equivoci della sua vita non stenterà a crederlo…

Naturalmente, ci piacerebbe sapere quali sono, esattamente, le “serie pecche metodologiche” e i “pregiudizi ideologici” di cui sono colpevoli i revisionisti, ma non lo sapremo mai, perché l’autore non menziona un solo argomento revisionista e non cita una sola opera di un solo scrittore o storico revisionista.

Da parte mia, quando accuserò Faye lo farò con argomenti, fatti e citazioni. Mentre lui, che lancia un’accusa contro i revisionisti il cui lavoro contiene presuntivamente “serie pecche metodologiche”, non riesce a produrre il minimo argomento a sostegno della propria affermazione. E’ perciò colpevole di diffamazione contro di loro. Ma cos’altro ci si può aspettare da un uomo che ammette liberamente di stare difendendo una posizione amorale?

Le qualifiche di G. Faye come giudice del revisionismo

Scrive l’autore:

Per quanto riguarda i revisionisti, si noterà una questione irrisolta: cosa stanno contestando? Solo le camere a gas di esecuzione, o anche le deportazioni? O gli stermini? O la politica ebraica del nazionalsocialismo? O i criteri di internamento nei campi di concentramento? Non l’ho mai capito. Leggere la loro letteratura dà l’impressione che essi passino da un soggetto all’altro confusamente. Negano l’intenzione di sterminare gli ebrei, o i mezzi tecnici per attuarla? O forse il numero esatto degli scomparsi? (pp. 191-192).

Nel capitolo intitolato Conclusione, e riassunto delle tesi, Faye si ripete sfrontatamente:

Che cosa contestano? Solo che i mezzi impiegati fossero camere a gas, o il processo stesso di tentato sterminio? La deportazione degli ebrei nei campi di concentramento? Cos’è che non è esistito? A quale livello semantico si trovava la menzogna di cui stanno parlando e dov’è, esattamente la linea divisoria tra la realtà e l’inganno? Si può davvero credere che non ci furono persecuzioni antiebraiche? (p. 264).

Ora, le tesi dei revisionisti, basate sulle loro ricerche, sono note: essi contestano che ci fosse un piano per sterminare fisicamente gli ebrei, che ci fossero camere a gas di esecuzione, e la cifra dei sei milioni. Nessun revisionista si è mai sognato di contestare che ci furono deportazioni, o che il nazionalsocialismo avesse una politica antiebraica, o la stessa persecuzione degli ebrei. Chiaramente, se i revisionisti sposassero delle contro-verità così ovvie, non ci sarebbe bisogno di leggi totalitarie per contrastarli. Per smascherare tali ciarlatani sarebbe sufficiente, nel corso di discussioni pubbliche, mostrare i documenti in grado di confutare le loro affermazioni. Sarebbe un gioco da ragazzi, considerato che vi sono decine di migliaia di documenti comprovanti che le deportazioni vi furono. D’altro lato, non esiste un solo documento che comprovi la realtà di un presunto piano per lo sterminio fisico degli ebrei o della realtà storica delle presunte camere a gas di esecuzione.

Se questo signore ci dice che “non ha mai capito, esattamente” quello che i revisionisti dicono, posso dedurre solo tre possibili spiegazioni:

1) Ha letto certi autori revisionisti ma è troppo stupido per comprenderli; possiamo eliminare questa possibilità perché, qualunque altra cosa si possa pensare di G. Faye, sicuramente non è uno stupido;
2) Non ha mai letto nessuna opera revisionista. Egli è tanto interessato alla questione ebraica da averle dedicato un libro intero; è consapevole del significato cruciale della “Shoah”; sa anche che chiunque sollevi questioni su di essa viene perseguitato, e a dispetto di tutto ciò non ha mai avuto la curiosità di conoscere gli argomenti dei revisionisti. Non ha letto le opere di Paul Rassinier, sopravvissuto ad un campo di concentramento e padre del revisionismo. Non ha letto nulla di Robert Faurisson, Serge Thion, Pierre Guillaume, Pierre Marais, Henri Roques, Jean Plantin, o di Vincent Reynouard. Non ha letto neppure il libro di Georges Theil (Un caso d’insubordinazione: come sono diventato revisionista, pubblicato con lo pseudonimo di Gilbert Dubreuil, 2002, 117 pagine), che ha provocato una condanna particolarmente dura dell’autore. Non ha letto Il mito di Auschwitz, di Wilhelm Stäglich, disponibile in traduzione francese da oltre venti anni (dal 1986). Nonostante la sua buona conoscenza dell’inglese, non ha mai letto né gli scritti di Arthur Butz e degli altri revisionisti americani, né le fondamentali opere revisioniste pubblicate in inglese da Germar Rudolf, come Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto] o Lectures on the Holocaust [Conferenze sull’Olocausto], o gli studi di Carlo Mattogno, dei quali i più importanti sono stati pubblicati in inglese. Ma se quest’ipotesi è vera, e Faye non ha idea di cosa dicono i revisionisti, come può arrogarsi il diritto di dire che gli scritti revisionisti sono “contaminati da seri errori di metodo” e che egli si “dissocia completamente da quelli che negano la Shoah” (p. 171)?
3) Ultima possibilità: ha letto certe opere revisioniste e le ha capite perfettamente ma sostiene di non capirle, in modo da non dover rispondere agli argomenti in esse sollevati. Ma quest’ipotesi, che considero più probabile delle precedenti, non aiuta certo la causa di Faye, poiché lo rende semplicemente un mentitore.

Una nebbia in cui non si distingue nulla

Egli inoltre scrive:

"In realtà, i revisionisti costruiscono le loro idee in una nebbia, in cui non si capisce più niente. Hanno screditato loro stessi dando l’impressione che il Terzo Reich non perseguitò realmente gli ebrei, che è come dire che Cesare non invase la Gallia” (p. 192).

Notiamo innanzitutto che Faye, che aveva appena finito di affermare di non aver mai capito davvero quello che i revisionisti dicono, alla fine dice di aver capito quello che dicono: essi “danno l’impressione che il Terzo Reich, in definitiva, non perseguitò gli ebrei”! Accusando i revisionisti – i cui scritti sono straordinariamente chiari – di “costruire le loro idee in una nebbia dove non si capisce più niente”, egli descrive il suo proprio modo di affrontare le questioni, seminando confusione per impedire al lettore di capire quello che i revisionisti dicono davvero.

Ci da poi un altro esempio di questo modo di fare quando scrive:

Diversi autori revisionisti non hanno mai negato le persecuzioni o le deportazioni, ma solo il metodo, le camere a gas” (p. 183).

Non specifica chi siano questi autori revisionisti che non hanno mai negato le persecuzioni o le deportazioni, e non c’è bisogno di dire che evita di fare i nomi degli altri che, al contrario, avrebbero negato le persecuzioni e le deportazioni. In realtà, non potrebbe nominarli, per la semplice ragione che non esistono, e Faye lo sa meglio di chiunque altro.

UnaShoahsenza camere a gas?

Faye definisce il termine “Shoah” nel modo seguente:

La Shoah – o Olocausto – si riferisce all’eliminazione da parte del Terzo Reich della maggior parte degli ebrei askenaziti, dalla Germania e dall’Europa occupata o controllata, ufficialmente circa sei milioni di vittime. Secondo gli ebrei questo genocidio industriale fu sistematico e fu il peggiore di tutti i tempi. (p. 169).

Successivamente, egli scrive:

Quello che scredita il revisionismo è il modo in cui ha cercato di formulare una contestazione di carattere tecnico sulle camere a gas di esecuzione che si è risolta in una contestazione indifendibile della stessa Shoah. (p. 195).

Ma se la “Shoah” è stato “un genocidio industriale e sistematico” vi deve essere stata certamente un’arma per attuarlo. La tesi è che l’arma che lo attuò era costituita dalle camere a gas. Contestare la loro esistenza implica perciò necessariamente contestare lo stesso genocidio “industriale e sistematico” – e così, criticare i revisionisti per aver cercato “di formulare una contestazione di carattere tecnico sulle camere a gas come una contestazione indifendibile della stessa Shoah” è incoerente – non ha senso. Inoltre, questa conseguenza non può essere sfuggita a Faye il quale, di nuovo, cerca di confondere il lettore.

Perché Faye è contrario alle leggi-museruola

G. Faye assicura di essere contrario alla criminalizzazione del revisionismo perché, egli dice,

Le leggi anti-revisioniste hanno molto danneggiato gli ebrei…(p. 182) Un’opinione punita come se fosse un crimine, anche se è falsa, finisce per sembrare vera. Le leggi contro la negazione dell’Olocausto hanno avuto un effetto esattamente contrario a quello desiderato: hanno dato pubblicità al revisionismo e hanno sollevato dubbi sulla Shoah […] Queste repressioni dei revisionisti li hanno, ironicamente, aiutati immensamente…(pp. 262-263).

Oh, finalmente qualche buona notizia per Germar Rudolf e Ernst Zündel, che stanno in prigione in Germania per il crimine di revisionismo, e per Wolfgang Frölich e Gerd Honsik, in prigione in Austria per lo stesso crimine! Questi uomini pensavano ingenuamente che le leggi anti-revisioniste li avessero danneggiati, loro e le loro famiglie, ma grazie a G. Faye adesso possono scoprire che queste leggi “li aiutano immensamente” e danneggiano solo gli ebrei!

L’opinione che le leggi anti-revisioniste fanno solo pubblicità al revisionismo è ovviamente infondata. Mentre i politici che vi stanno dietro sono sicuramente dei personaggi odiosi, certamente non sono sciocchi, e bisogna ammettere che queste leggi si sono dimostrate relativamente efficaci. Esse costituiscono una violazione di quei “diritti umani” di cui i nostri politici ci parlano in continuazione; in tal modo smascherano questi ultimi mostrandoli per quello che sono: degli ipocriti spudorati.

Inoltre, non dobbiamo pensare che è per noncuranza, che questi politici si sono sentiti obbligati a mostrare la loro ipocrisia davanti a tutti. Poiché hanno proibito la libertà di parola e di pensiero su un unico argomento, l’Olocausto, quella libertà di cui altrimenti si professano appassionati difensori, sono ben consapevoli di trovarsi in contraddizione e di danneggiare la propria immagine agli occhi di una parte significativa dei loro elettori. Ma per i nostri regimi democratici l’argomento dell’Olocausto è così importante – e le argomentazioni dei revisionisti appaiono loro, dobbiamo supporre, così convincenti – che i nostri politici non hanno avuto altra scelta che quella di agire contro i loro stessi interessi per salvaguardare a tutti i costi la chiave di volta della nostra epoca di menzogne.

Si capiranno così i molti passaggi del libro in cui l’autore ci vuol far credere che la battaglia revisionista è insignificante e passé e, per farla breve, di nessun interesse. In questo quadro ci si imbatte nel classico argomento di coloro che, ansiosi di mostrare un minimo di “buone maniere” sull’Olocausto, e di non attirarsi l’odio degli ebrei, si mostrano “moderni” e indifferenti verso le anticaglie del passato. Quelli che ostentano questa tipica affettazione di modernità, continuando a violare tabù che non sono veri tabù, stanno bene attenti che le loro sconvenienze rimangano, se non nei confini dello “storicamente corretto”, nei confini dello “storicamente accettabile”.

Come se la battaglia revisionista non fosse più importante e opportuna che mai, in un’epoca in cui l’establishment, attraverso i suoi media, raddoppia i suoi sforzi per indottrinarci con la versione ufficiale del genocidio ebraico, in cui la “memoria” e i pentimenti per l’Olocausto non sono mai stati così pervasivi, e in cui la repressione dei revisionisti non è stata mai così dura e brutale come oggi!

A questo riguardo, il revisionista francese Serge Thion ha scritto:

Gli effetti della legge Fabius-Gayssot sono stati tremendi: la libertà di espressione ha iniziato a scomparire. Libri già scritti non sono stati più pubblicati. Si è anche smesso di scriverli. Quel po’ di dibattito che c’era è scomparso del tutto. Si è diffuso ovunque una sorta di sacro terrore, specialmente nelle scuole dove i professori sono stati costretti a ripetere pedissequamente la storia ufficiale in forma di catechismo, a cui nessuno crede. I media tremebondi si sono zittiti. Una ferrea camicia di forza si è stretta a poco a poco.[4]

Il revisionismo: unerrore politicosecondo G. Faye

Diverse volte Faye denuncia il revisionismo come un “errore politico”. Considera la lotta dei revisionisti non solo passé, ma anche “totalmente inutile, inefficace e controproducente” (p. 20). Critica i revisionisti per il fatto di “sostenere teorie e opinioni irrilevanti che creano solo problemi” (p. 264) e si chiede: “qual è il senso della loro lotta?” (p. 192).

In quanto persona “amorale”, Faye è evidentemente incapace di capire che i revisionisti (o almeno la maggioranza di essi – ammetto che vi possano essere delle eccezioni) non sono, o sono guidati solo in via secondaria, da motivazioni politiche. Le loro motivazioni principali sono la curiosità intellettuale e l’orrore delle menzogne. Per quelli tra loro che sono religiosi, una mistificazione delle dimensioni del presunto Olocausto è come “sputare in faccia a Cristo” (devo questa felice definizione a Vincent Reynouard); per gli atei e gli agnostici, come Robert Faurisson o il defunto Arthur Vogt, questa mistificazione deve essere combattuta perché avvelena il mondo.

Per quanto mi riguarda, ricordo vividamente quella sera del 29 Aprile del 1991, quando lessi, in traduzione tedesca, il famoso articolo del corrispondente di guerra ebreo-sovietico Boris Polevoi, articolo che era apparso sulla Pravda del 2 Febbraio del 1945, una settimana dopo la liberazione di Auschwitz (Robert Faurisson lo aveva già scoperto nel 1979). In tale articolo, Polevoi parlava di un nastro trasportatore sul quale i prigionieri venivano uccisi mediante corrente elettrica, e situava le camere a gas nella zona orientale del campo, dove più nessuno sostiene che vi siano state. Leggendo questo articolo, capii improvvisamente che la versione ufficiale di Auschwitz (e di conseguenza di quell’Olocausto di cui Auschwitz è la pietra miliare) era fiction. La mia indignazione non conobbe confini, e non potei dormire per molte notti. Capii che dovevo scoprire le risposte a due questioni: 1) cosa era successo davvero? E 2) Qual’era la natura di una società che da decenni sostiene, tramite la propaganda e la censura, una menzogna di queste dimensioni?

Tenete presente, inoltre, che la menzogna della “Shoah” implica una diffamazione senza precedenti del popolo tedesco, la cui storia è stata perciò espropriata. Le devastazioni psicologiche che questa menzogna ha inflitto alla nazione tedesca sono un disastro e non vi sarà cura possibile per lo spirito tedesco fino a quando tale menzogna persisterà.

Secondo quanto è scritto nel suo libro, Faye è “uno dei principali autori del movimento nazionalista europeo per i bianchi”. Di questo passo, se questo “movimento nazionalista europeo per i bianchi” si aspetta davvero che un grande popolo europeo rinunci alla sua storia e si rassegni alla diffusione di una mostruosa calunnia [come quella dell’Olocausto] – e tutto ciò per evitare di infastidire i miti oscuri di una piccola minoranza non europea – allora non vale un soldo e l’Europa può farne sicuramente a meno.

Di nuovo Faye scrive:

Mi sono sempre chiesto se i revisionisti credono davvero a quello che dicono, e se sono consapevoli del fatto che mettere in discussione la Shoah richiede, per essere credibile, una simultanea e inequivocabile condanna dell’ideologia e degli obbiettivi dichiarati del Terzo Reich (p. 193).

La prima affermazione dimostra un tale livello d’impudenza da non meritare ulteriori considerazioni; per quanto riguarda la seconda affermazione, la mia risposta è la seguente: tra i revisionisti vi sono dei sostenitori del nazionalsocialismo, come il tedesco Ernst Zündel, lo spagnolo Enrique Aynat, il francese Vincent Reynouard, e lo svizzero Gaston-Armand Amaudruz. Essendo uomini coraggiosi e commendevoli, non negano le loro convinzioni per “essere credibili” – “credibili”, inoltre, agli occhi di chi? Agli occhi di un sistema corrotto la cui chiave di volta è una menzogna, e la cui meta è la distruzione delle tradizioni, delle culture e dei popoli d’Europa?

In ogni caso va notato che dichiarare di essere anti-nazisti non protegge in alcun modo un revisionista, come hanno potuto sperimentare il famoso Roger Garaudy e il mio compatriota, assai meno famoso, Andres Studer, entrambi puniti con multe e condannati dai media come “antisemiti” sebbene avessero imprecato contro Hitler molte volte.

Infine, vi sono revisionisti come Robert Faurisson, Pierre Guillaume, e Serge Thion che, come sa chiunque, non nutrono simpatie per l’ideologia del Terzo Reich ma si rifiutano di sputare sui morti e sugli sconfitti. Questo atteggiamento cavalleresco mostra l’abisso che esiste tra queste persone e il penoso Guillaume Faye.

I testimoni anonimi o scomparsi di G. Faye

Faye ritiene di “provare” la realtà della “Shoah” quando scrive:

Negli anni settanta e ottanta incontrai, nel corso di indagini giornalistiche, dei francesi, degli italiani e dei tedeschi (ora deceduti) che erano stati funzionari dell’apparato statale nazionalsocialista o combattenti in unità delle SS, che non avevano mai preso parte al duro trattamento dei civili non-combattenti ma che condividevano l’ideologia di quell’epoca. Tutti concordarono nell’affermare che la Shoah – il tentativo di sopprimere gli ebrei d’Europa – era stata davvero un evento reale, che essi l’approvavano e che non poteva essere seriamente negato, neppure nell’interesse della futura reputazione del nazionalsocialismo (p. 193).

Che peccato che questi “funzionari dell’apparato statale nazionalsocialista” e questi combattenti delle “unità delle SS”, che si sentivano onorati dall’essere intervistati da Guillaume Faye negli anni settanta e ottanta, siano nel frattempo tutti morti! E che peccato che l’autore si dimentichi di fornirci i loro nomi! Nessuno potrà mai perciò verificare se questi combattenti professassero davvero le opinioni loro attribuite.

Leggendo passaggi come questo, ci si chiede per chi prenda l’autore i suoi lettori.

L’impudenza di Guillaume Faye

In un altro punto, il nostro autore ha l’impudenza di scrivere:

Mi sono sempre sentito distante e ostile verso i revisionisti (o negazionisti della Shoah, qualunque sia il termine che si preferisce). Mentre l’Europa viene sottoposta ad un’invasione islamica e terzomondista, questa questione mi è sempre sembrata un tipico esempio di falso problema, una forma di evasione – un modo per rifugiarsi nel passato. Per vigliaccheria o per paura essi confondono deliberatamente il nemico. Per non parlare di come molto spesso i revisionisti guardano con tenerezza ai loro maestri musulmani e arabi. […] Il revisionismo è il tipico esempio di una masturbazione con la storia per dimenticare il presente e il futuro…(p. 171).

Non raggiunge qui Faye il culmine della sfrontatezza? Conosco personalmente venti persone che sono state, o sono tuttora, in prigione per reato di revisionismo.[5] Con la sola eccezione di David Irving, che ha disonorato sé stesso ritrattando le proprie affermazioni precedenti riguardanti la non-esistenza delle camere a gas di esecuzione di Auschwitz, tutti questi uomini hanno dimostrato un coraggio ammirevole, e non vedo come un individuo come Faye abbia il diritto di insultarli accusandoli di “vigliaccheria”.

Riguardo ai nostri presunti “maestri musulmani e arabi”, devo informare Faye che non abbiamo nessun “maestro”, sia musulmano che arabo, e non abbiamo mai ricevuto un soldo da nessun governo musulmano.

Mentre per la “masturbazione” da lui denunciata nell’ultima frase del passaggio citato, non ho difficoltà a capire che un uomo che ha recitato in film porno possa essere ossessionato da soggetti sessuali, ma direi comunque a Faye di tenersi per sé questo genere di pensieri.

In via di principio, la mia critica potrebbe finire qui. Come abbiamo notato nell’introduzione, il modo in cui si affrontano la cosiddetta “Shoah” e il revisionismo costituisce la pietra miliare di ogni indagine sul ruolo degli ebrei nella società contemporanea. Abbiamo appena visto come Faye affronta queste questioni: il suo libro è un groviglio di disinformazione, diffamazione e menzogne spudorate. Data la mancanza di onestà dell’autore, il lettore non può aspettarsi nulla di positivo dagli altri capitoli. Nondimeno, desidero esaminare il modo in cui Faye tratta due questioni-chiave: il potere degli ebrei in Occidente – che, secondo lui, è in forte declino – e il ruolo degli ebrei nella promozione dell’immigrazione extra-europea in Europa e negli Stati Uniti.

Il presunto declino dell’influenza ebraica negli Stati Uniti e in Europa

G. Faye scrive:

La mia opinione è la seguente: mentre è vero che per due secoli gli ebrei hanno avuto, dato il loro numero, un peso e un’influenza straordinari nell’Occidente europeo e americano (estremamente negativo per alcuni, positivo per altri), quest’influenza ebraica è oggi in forte declino. Le ragioni sono molte: la cattiva immagine pubblica d’Israele; la perdita della forza economica e finanziaria delle comunità ebraiche in Europa e negli Stati Uniti; l’islamizzazione galoppante dell’Europa; il riassestamento del mondo a vantaggio di un Estremo Oriente indifferente agli ebrei; e un numero di altri fattori. (pp. 147-148).

Ho sempre ritenuto che l’umorismo nero fosse una caratteristica peculiare degli oratori inglesi ma, a quanto pare, mi sbagliavo: la patria dell’umorismo nero è la Francia e il suo campione imbattibile è G. Faye che, oltre a molte altre professioni, esercita anche quella di intrattenitore di cabaret!

Il nostro folle osa, in realtà, parlare di declino dell’influenza ebraica in un’epoca in cui gli Stati Uniti, l’unica superpotenza rimasta sulla scena dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sono guidati da un governo la cui politica estera è ispirata e condotta da una cricca di ultra-sionisti: i “neocon”. Nell’Aprile del 2003, dopo l’occupazione dell’Iraq, il pacifista israeliano Uri Avnery ha espresso una lucida analisi del movimento “neocon” e della sua influenza sull’amministrazione Bush. Dopo aver elencato i principali esponenti del movimento – William Kristol, Norman Podhoretz, Midge Decter, Robert Kagan, Richard Perle, David e Meyrav Wurmser, William Safire, Charles Krauthammer – Avnery ha esposto la sua conclusione: “Gli Stati Uniti controllano il mondo e gli ebrei controllano gli Stati Uniti. Mai prima d’ora gli ebrei hanno esercitato un’influenza così enorme sul centro della politica mondiale”.[6]

L’ebreo Avnery è decisamente più onesto del goy Faye!

Inoltre, gli stessi sionisti fanatici che hanno spinto gli Stati Uniti in guerra contro l’Iraq potrebbero presto istigare gli Stati Uniti a commettere un’altra aggressione: questa volta contro l’Iran. Gli Stati Uniti oggi sono un mostro tipo Frankenstein, con un corpo non ebreo e una testa ebrea, un mostro pronto a distruggere ogni paese considerato una minaccia per Israele. Secondo Faye, sarebbe questo il “declino” ebraico!

Ma guardiamo qual è la situazione in Francia, il paese di Faye. Dopo che il semi-ebreo Sarkozy, candidato della “destra”, ha vinto le elezioni presidenziali contro la candidata non ebrea di un partito socialista la cui classe dirigente è piena di ebrei, il detto Sarkozy ha subito nominato l’ebreo Bernard Kouchner al Ministero degli Esteri, un personaggio che ha colto immediatamente l’occasione per lanciare minacce funeste contro l’Iran! Ecco un altro esempio singolare del “declino dell’influenza ebraica” – giusto signor Faye?!

Ulteriori esempi di questo declino: la repressione che si aggrava sempre più contro i revisionisti; il numero crescente di paesi europei che hanno adottato leggi-museruola; la commemorazione del 60° anniversario della liberazione di Auschwitz (27 Gennaio 2005, con tutti i capi di stato europei riuniti ad Auschwitz ad inchinarsi davanti al nuovo cappello di Gessler) [Nota: quelli che conoscono la storia del patriota svizzero Guglielmo Tell ricorderanno che Gessler era il funzionario del Sacro Romano Impero che aveva innalzato un cappello nella piazza della città che rappresentava l’autorità dell’Imperatore, davanti al quale tutti i passanti si dovevano inchinare in segno di sottomissione, e fu il rifiuto di Guglielmo Tell a inchinarsi che lo mise nei guai con Gessler, che lo costrinse per punizione a colpire la mela sulla testa di suo figlio; Jürgen Graf è svizzero], e ancora, la morsa degli ebrei sul Vaticano, dove il signor Ratzinger, dopo aver ricevuto una delegazione del Congresso Mondiale Ebraico, si è immediatamente dichiarato molto preoccupato per il programma nucleare iraniano!

Detto questo, va riconosciuto che la potenza degli ebrei è in realtà vulnerabile. Richiede infatti la sopravvivenza del sistema globalizzatore dei regimi pseudo-democratici, in cui gli ebrei controllano il governo e l’opposizione nello stesso tempo (gli esempi classici sono l’Inghilterra, gli Stati Uniti e la Francia), un sistema che, nel caso di un crollo economico mondiale (inevitabile, nei prossimi dieci anni, secondo alcuni economisti), correrà seri pericoli. Per mantenere il loro controllo dell’Occidente, gli ebrei devono continuare a controllare gli Stati Uniti. Se oggi in Francia un governo nazionalista dovesse prendere il potere non è affatto impensabile che gli Stati Uniti bombarderebbero Parigi, esattamente come hanno bombardato Belgrado e Baghdad. Ma se gli ebrei perdessero gli Stati Uniti (un’ipotesi plausibile considerata la follia dei neocon e della loro marionetta Bush) rischierebbero di perdere tutto. La strada per la liberazione dell’Europa si riaprirebbe.

Gli ebrei e l’immigrazione

All’inizio del capitolo intitolato: Ebrei e immigrazione: una situazione in evoluzione, Faye riassume correttamente la posizione di molti nazionalisti americani ed europei:

Per una gran parte dei nazionalisti europei (non per tutti, va detto), come per molti dei loro omologhi americani, gli ebrei portano la responsabilità principale della massiccia immigrazione extraeuropea nelle nazioni di origine europea: prendete un gruppo etnico omogeneo giudicato minaccioso e annegatelo nella promiscuità, dopodichè dominate la massa imbastardita, il caos etnico spersonalizzato; distruggete la natura bio-culturale dei non ebrei, sradicate la loro identità per mezzo dell’odio ancestrale e di una strategia basata sulla vendetta e sulla forza bruta. Gli ebrei avranno perciò portato a termine il loro progetto di destabilizzazione e di putrefazione culturale – mentre applicano a sé stessi regole totalmente opposte: nazionalismo razziale e etnocentrismo. (pp. 215-216).

Il fatto che Faye consideri “sospetto” il quadro suddetto (p. 216) non cambia in nessun modo il fatto che tale descrizione sia basata sulla realtà storica. Per quanto concerne gli Stati Uniti, basta solo leggere il capitolo L’invasione guidata dagli ebrei del libro di David Duke Suprematismo ebraico per esserne convinti. Citando numerosi documenti, Duke mostra che le organizzazioni ebraiche americane hanno combattuto per decenni per abolire le leggi restrittive sull’immigrazione, che cercavano di preservare la composizione etnica della popolazione americana. Gli sforzi degli ebrei furono coronati dal successo nel 1965, ed hanno avuto come risultato che la popolazione di bianchi negli Stati Uniti, che era del 90% nel 1965, è arrivata nel 2006 al 63%. L’immigrazione non bianca ha raggiunto livelli record sotto Bill Clinton e George Bush, che sono anche i presidenti più favorevoli agli ebrei nella storia degli Stati Uniti. Se Faye considera questa una pura coincidenza, sono affari suoi.

Passiamo alla situazione in Francia. Faye continua a ripetere che gli ebrei francesi hanno totalmente ragione nel sentirsi minacciati dalla massiccia immigrazione nord-africana e musulmana, e che i leader ebrei si sono dati la zappa sui piedi sostenendo quest’invasione (cosa ovvia, in realtà). Egli conclude che un “compromesso storico” tra nazionalisti ed ebrei è auspicabile e in linea di principio possibile, ma si rammarica di dover dire che, fino ad oggi, tutti gli sforzi per raggiungere un tale compromesso sono falliti:

Chiaramente, si può ragionare nel modo seguente: dato che gli ebrei sono molto influenti sui media, sarebbe nell’interesse dei nazionalisti stringere con essi un’alleanza per combattere l’islamizzazione e l’immigrazione, eliminando in cambio ogni sentore di antisemitismo e ogni sostegno ai revisionisti dell’Olocausto. So che sono stati presi diversi contatti in base a questi indirizzi da parte dei massimi dirigenti di certi movimenti nazionalisti e etno-nazionalisti ma questi negoziati non hanno prodotto nessun risultato significativo. (p. 233-234).

Così, i negoziati non hanno prodotto “nessun risultato significativo”… Ma forse i movimenti “nazionalisti e etno-nazionalisti” menzionati da Faye sono quelli che controllano opportunisti come l’italiano Gianfranco Fini, uno che venderebbe anche sua madre per la carriera. Se fosse questo il caso, cesserebbero automaticamente di essere “nazionalisti e etno-nazionalisti”. Penso che con gli ebrei non sia possibile nessun compromesso, e per la ragione seguente: una lotta efficace contro l’immigrazione dentro l’attuale sistema politico è impossibile. Perciò, per fermare l’invasione il sistema attuale dovrebbe essere rovesciato, o con un’insurrezione o con un colpo di stato. Un governo nazionalista prodotto da un’insurrezione o da un colpo di stato dovrebbe avere necessariamente poteri dittatoriali, altrimenti non sarebbe in grado di prendere le drastiche misure necessarie a bloccare tutta l’immigrazione extraeuropea e ad iniziare il rimpatrio, almeno in parte, dei non europei già presenti sul suolo francese. In altre parole, il solo modo per arrestare l’invasione sarebbe quello di stabilire una dittatura nazionalista, un governo autoritario. Possono gli ebrei aspettarsi da un governo del genere che venga loro permesso di controllare i media, di diffondere le loro ideologie anticulturali e distruttive, e di utilizzare leggi totalitarie per soffocare ogni dibattito sulla “Shoah”? Gli ebrei, che sono intelligenti, sanno che la risposta è no. Senza bisogno di arrivare ad emulare il Terzo Reich, il cui obbiettivo era l’espulsione degli ebrei dall’Europa, un regime nazionalista dovrebbe prendere misure drastiche per limitare l’influenza ebraica. Gli ebrei diventerebbero in tal caso una minoranza tollerata senza nessuna influenza politica, economica o culturale, essendo negato loro l’accesso ai posti-chiave [Nota: questo è esattamente quello che viene fatto in Israele: nessun goy ha accesso ai posti-chiave della società e a nessun gruppo etnico non ebreo viene permesso di avere un’influenza politica, economica o culturale sulla nazione. Questo non accade per caso: Israele è governato esplicitamente in questo modo e nessuno si lamenta, a cominciare dagli stessi ebrei. Perché allora la Francia non dovrebbe essere governata in modo analogo?]. Non c’è bisogno di dire che per gli ebrei francesi una prospettiva del genere è totalmente inaccettabile.

A parte queste considerazioni che, dal punto di vista ebraico, escludono categoricamente ogni collaborazione con dei sinceri nazionalisti europei, è anche l’odio ancestrale ebraico a giocare un ruolo importante. La diffidenza verso le popolazioni che li ospitano, e l’odio della civiltà europea in generale e del cristianesimo in particolare sono così radicati nella psiche collettiva ebraica (anche se è vero che molti ebrei non nutrono sentimenti del genere), che in ogni società europea la comunità ebraica cercherà di continuare la sua opera distruttiva, anche se questo dovesse determinare un’islamizzazione che sarebbe un pericolo mortale per gli stessi ebrei! Questa situazione è come la favola dello scorpione e della rana: trasportato sul dorso della rana, lo scorpione la punge mentre stanno attraversando il fiume. La rana muore e lo scorpione annega. L’ha punta perché deve pungere. E’ la sua natura.

Queste sono le ragioni per cui il “compromesso storico” raccomandato da Faye rimarrà un sogno impossibile. Faye dovrebbe saperlo: come riferisce a p. 36, “l’ipocrita LICRA, controllata dagli ebrei”, ha svolto il ruolo di pubblico accusatore contro di lui in un processo in Francia per un suo libro contro l’islamizzazione della Francia!

Ma che ci si può fare? La LICRA è come lo scorpione: deve imperversare contro quelli che sono stati definiti come i suoi nemici, anche se essi si comportano in un modo che la LICRA dovrebbe approvare alla luce degli interessi della comunità ebraica!

Conclusione: Si tacuisses, philosophus mansisses[7]

Ogni critica del potere degli ebrei o del mito della “Shoah” nelle società occidentali contemporanee è molto pericolosa. Quelli che sono sufficientemente coraggiosi a sfidare il potere formidabile delle organizzazioni ebraiche sono pienamente consapevoli dei rischi che corrono. Non pensano di avere il diritto di chiedere ad altri di seguirli nel loro percorso. Sanno che non tutti sono come un Robert Faurisson, un Vincent Reynouard, un Ernst Zündel, un Germar Rudolf, un Horst Mahler, o un David Duke. Si astengono dal giudicare un uomo onesto ma debole come Bruno Gollnisch che, per paura dei tribunali francesi, ha ritrattato le proprie convinzioni revisioniste sperando di alleggerire la propria posizione. D’altro lato, essi non mostrano indulgenza per un David Irving che, senza la minima prova materiale o documentaria, accusa i tedeschi di avere ucciso 2.4 milioni di ebrei nei campi di Belzec, Sobibor e Treblinka (oggi la letteratura ufficiale dell’Olocausto ritiene che in questi campi vi siano stati solo 1.7 milioni di morti). Ed essi non avranno certo indulgenza per Guillaume Faye.

Nessuno ha chiesto a Faye di scrivere un libro sulla questione ebraica. Poteva stare zitto. Invece ha scritto un libro esecrabile. Senza essere spinto da motivi cogenti, approva la menzogna della “Shoah” e insulta sfacciatamente quelli che combattono contro tale menzogna. Si è messo dalla parte dei tiranni contro le loro vittime. Usa argomenti patetici per cercare di dimostrare che l’influenza ebraica sta scomparendo velocemente, quando i fatti dimostrano esattamente l’opposto. Nega l’evidenza, assolvendo le organizzazioni ebraiche da ogni responsabilità per l’invasione dell’Europa e dell’America da parte degli allogeni, e auspicando un’alleanza tra gli ebrei e gli euro-nazionalisti contro l’immigrazione islamica, un’alleanza che sa bene essere impossibile, prendendo i suoi lettori per dei babbei.

In chiusura permettetemi di notare che il confronto tra la detta opera, La nuova questione ebraica, con le opere precedenti di Faye mostra un peggioramento del suo pensiero che è evidente persino nello stile del libro. Faye utilizza liberamente i peggiori luoghi comuni in uno stile torbido ripreso dalla propaganda americano-sionista. Così per lui il presidente dell’Iran Mahmud Ahmadinejad non è nient’altro che un “fanatico patologico” (p. 188), mentre, in un’altra pagina, “il regime islamico fanatico dei mullah iraniani” è rimarchevole per il suo “dispotismo oscurantista” e il presidente venezuelano Hugo Chavez è un “tiranno neocomunista” (p. 244). Il linguaggio duro e insultante che l’autore usa per definire gli avversari del Nuovo Ordine Mondiale mostra, in ogni caso, a chi vanno le sue simpatie: ai potenti dell’ora presente.

Prima dell’uscita di questo libro certamente non era facile ammirare Faye a livello personale, ma si poteva almeno stimarlo come politologo. Dopo questo libro non è più possibile. Faye sa benissimo di essersi messo da sé in una situazione da cui potrà uscire difficilmente. Gli ebrei, lungi dall’essergli grati per la sua lealtà e per le sue profferte di collaborazione, lo disprezzeranno come disprezzano un Gianfranco Fini o un David Irving. In più, nei circoli nazionalisti ed etno-nazionalisti meritevoli di questo nome, Faye ora è screditato. Per sempre.

Come uno degli scrittori russi che lo avevano invitato a Mosca mi ha detto, Faye ha perso i suoi vecchi amici senza guadagnarne di nuovi.

Si tacuisses, philosophus mansisses.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo in inglese è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vpfaye.html
[2] Guillaume Faye, “De la Géopolitique à l’Ethnopolitique: Le Noveau Concept d’Eurosibérie. Le Rôle Historique Majeur de la Russie”, in The White World’s Future. International Conference, Moscow, June 8-9, 2006, Athenaum, P. O. Box 11, 109462, Mosca.
[3] Guillaume Faye, La Nouvelle Questione Juive, Les Editions du Lore, 2007.
[4] Serge Thion, “Brève Histoire du Révisionnisme”. In rete all’indirizzo: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/TEHERAN/STBrevehistoire.pdf
[5] Gaston-Armand Amaudruz, René-Louis Berclaz, Philippe Brennenstuhl, Günter Deckert, Wolfgang Frölich, Gerd Honsik, Ernst Indlekofer, David Irving, Erhard Kempner, Horst Mahler, Vincent Reynouard, Manfred Roeder, Germar Rudolf, Hans Schmidt, Pedro Varela, Sigfried Verbeke, Max Wahl, Udo Walendy, Hans-Jürgen Witsch, Ernst Zündel. – Il mio amico Ahmed Rami, che ha anch’esso mostrato grande coraggio, è stato messo in prigione per aver criticato il giudaismo ma era ovviamente il suo revisionismo a essere preso di mira.
[6] www.gush.shalom.org/archives/article242.html
[7] “Se fossi rimasto zitto, saresti rimasto un filosofo”.

giovedì 24 luglio 2008

Uno storico con le dita nella marmellata


ALBERTO MELLONI: UNO STORICO ALQUANTO GROSSIER

Di Andrea Carancini (2007)

Mi sono accorto solo qualche giorno fa di una polemica contro Pio XII lanciata l'anno scorso dallo storico Alberto Melloni dalle colonne del Corriere della Sera, e prontamente rilanciata contro Papa Pacelli dai giannizzeri di Informazione Corretta: si tratta dell'accusa - di provenienza ebraica - secondo cui il Papa avrebbe snobbato i cosiddetti Protocolli di Auschwitz, ossia le (presunte) testimonianze oculari, sullo sterminio in corso ad Auschwitz, di alcuni ebrei fuggiti da quel campo nella primavera del 1944 (l'articolo di Melloni, ripreso da Informazione Corretta è disponibile qui).

In tale articolo Melloni vanta l'autenticità e la veridicità di tali Protocolli:
«Anche prima dei protocolli si sapeva dell'intento genocida di nazisti e fascisti: ma essi trasformavano convinzioni generiche in dati precisi. E il 7 luglio 1944 il New York Times riferiva da fonti svizzere che due campi modello destinati allo sterminio e finora occultati erano stati scoperti nell'Alta Slesia, scrivendo un nome: Auschwitz».
L'accusa contro Pio XII è quella di aver ignorato tale "inoppugnabile" documento abbandonando gli ebrei ungheresi al loro destino, che era quello di venire deportati proprio ad Auschwitz.

Si tratta di una vecchia accusa, ripresa da Melloni con questa variante: mentre Pio XII degli ebrei se ne fregava c'era invece Mons. Roncalli - il futuro Giovanni XXIII - che i famosi Protocolli li avrebbe letti "piangendo" e accusando i suoi superiori di inerzia colpevole.

In questo Melloni si fa eco delle accuse già lanciate in precedenza da Dina Porat, una studiosa israeliana che ha riferito l'anno scorso sul tono presuntamente - e sottolineo presuntamente, come stiamo per vedere - ostile alla Santa Sede dei colloqui avvenuti ad Istambul nel 1944 tra Chaim Barlas (rappresentante in Turchia dell'Agenzia ebraica della Palestina) e il delegato apostolico Roncalli, concernenti proprio la questione dei Protocolli.

Ecco come Melloni riferisce e commenta la "rivelazione" di Dina Porat:
«L’indomani stesso [il 24 Giugno 1944] Barlas ne porta copia [dei Protocolli] a Roncalli: li traduce, glieli porge, ne annota la reazione ("li ha letti fra le lacrime”), e percepisce un'inedita espressione di disappunto. Roncalli promette di farli avere "al suo capo a Roma", annota Barlas, ma è chiaro che è a disagio per i suoi superiori "il cui potere e la cui influenza è grande, ma che “si trattengono dall’agire”. Barlas chiede perché il papa tace. Annota una risposta [di Roncalli]: “Non me lo chieda, amico mio. Dio guida le strade degli uomini che a noi sono nascoste”».
Nell’articolo non manca una frecciata al gesuita americano Robert Graham (uno degli autori della famosa raccolta di documenti Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale): Melloni, sulla falsariga della Porat, dà per scontato che Roncalli abbia subito avvisato il Papa, e che quindi non è vero - come sostenuto da Graham - che Pio XII ebbe sul suo tavolo i famosi Protocolli solo nell’Ottobre del 1944.

Su questo faccio una prima osservazione: Melloni cita al riguardo una pubblicazione di Graham del 1996 ma la cita in maniera molto vaga, senza nominare neppure il titolo dell’opera.

Seconda osservazione: qualunque fosse il testo del 1996 si tratta pur sempre - per lo storico - di una fonte secondaria. La fonte primaria, per studiare l’argomento in questione, è la già citata collezione degli Actes.

Questo denota la scarsa dimestichezza di Melloni con i documenti di prima mano, pubblicati a suo tempo proprio da Graham e dai suoi colleghi gesuiti.

E infatti lo storico Matteo Luigi Napolitano, che quella raccolta ben conosce, ha avuto buon gioco nel dare a Melloni un'autentica lezione di storia (l'articolo di Napolitano è disponibile qui).

Non risulta infatti difficile a Napolitano tracciare un quadro dei rapporti Barlas-Roncalli e Roncalli-Pacelli ben diverso, in cui risulta l’apprezzamento degli ebrei amici di Roncalli per l’attività della Santa Sede in loro favore, apprezzamento il cui esempio più evidente è dato da una lettera - datata 22 Novembre 1943 - inviata a Roncalli dal Gran Rabbino di Gerusalemme Herzog, in cui il rabbino ringrazia calorosamente sia Roncalli che il Pontefice.

Non finisce qui: Napolitano, che conosce anche il diario inedito di Roncalli, ha buon gioco nello smontare la tesi di Porat (e Melloni) secondo cui solo Roncalli e Barlas riuscirono a spingere Pio XII (che da solo non l’avrebbe mai fatto) a scrivere al Reggente ungherese una lettera in favore degli ebrei.

Come scrive Napolitano,
«Risulta dagli appunti del futuro “papa buono” che la data esatta in cui Barlas gli consegna un SOS (queste le esatte parole di Roncalli, che allude senza dubbio al Protocollo di Auschwitz) in favore degli ebrei europei è il 27 Giugno 1944, e non il 24».
Conclusione di Napolitano:
«A differenza di quanto sostiene la studiosa israeliana sulla base del suo errore di datazione, la lettera che Pio XII invia a Horty il 25 Giugno in favore degli ebrei ungheresi è del tutto indipendente dall'incontro tra Barlas e Roncalli e dall'invio al papa, da parte di quest'ultimo, di copia del Protocollo di Auschwitz».
Inoltre, sempre secondo Napolitano, non c’è «ombra di critica nei confronti delle alte sfere vaticane» da parte del delegato apostolico e del rappresentante dell'agenzia ebraica, come si evince non solo dal diario di Roncalli ma anche dal memoriale scritto dalla delegazione apostolica per il diplomatico americano Hirschmann.

Scacco matto.

Vorrei perciò porre all'attenzione del lettore il brano del diario del futuro Giovanni XXIII, in cui Roncalli riferisce della ricezione del famoso Protocollo di Auschwitz, perchè a mio avviso è meritevole di ulteriori osservazioni, tenendo però a mente la dichiarazione di Dina Porat, secondo cui
«Roncalli consentì a Barlas di incontrarlo nel cuore della notte per redarre lettere urgenti a Papa XII circa le sventure degli ebrei ungheresi».
Ecco il brano di Roncalli:
«27 Giugno 1944. Nel pomeriggio ricevetti Barlas venuto per un S.o.s. da lanciarsi alla S. Sede per la salvezza degli ebrei di Ungheria. Poi ricevetti le due ebree sorelle Bivas e il signor Bosvoc del consolato ungherese, ritiratosi col console dalle sue funzioni. Mi resta in tal modo pochissimo tempo per le mie occupazioni intorno a ciò che più occorre: conti, rapporti, etc. Telegrafai al S. Padre esibendo la villa per le vacanze dei colleghi e ringraziandolo del discorso a Propaganda».
Da quanto si legge in questo passo non solo non risulta - e questo Napolitano lo scrive - che Roncalli abbia immediatamente inviato a Pio XII la copia del Protocollo fornitagli da Barlas, ma risulta anche un certo disinteresse per il S. O. S. in questione: come egli ha cura di scrivere, per lui era più urgenteciò che più occorre») occuparsi della villa per le vacanze dei colleghi!

Evidentemente le “rivelazioni” contenute nel Protocollo non avevano certo fatto perdere il sonno a Roncalli.
Forse perché non le considerava, come dire, propriamente attendibili?
A questo punto ci interesserebbe sapere se, almeno in seguito, Roncalli inviò il documento in Vaticano ma questo Napolitano omette di scriverlo.
Una domanda comunque si pone: il giudizio di Roncalli sulla (in)attendibilità dei Protocolli era un giudizio individuale o era condiviso dalle alte sfere vaticane?

Al momento non sono in grado di dare una risposta documentata all’interrogativo; mi sembra però improbabile che quello di Roncalli fosse un atteggiamento puramente personale.

Ma c’è di più; c'è qualcosa che gli storici - anche quelli seri ma “politicamente corretti” come Napolitano - si guardano bene dal dire: a quanto pare Roncalli non era il solo a prendersela comoda, quando si trattava dei Protocolli di Auschwitz.

Riguardo a ciò è di grande interesse la lettura del libro Les Protocoles d'Auschwitz sont-ils une source historique digne de foi?, che è l’opera revisionista di riferimento sull'argomento "Protocolli" (disponibile qui).

Leggendo tale libro (scritto dal revisionista spagnolo Enrique Aynat) apprendiamo ad esempio che il Protocollo n°1 (quello più famoso, il cui redattore presunto è l'ebreo slovacco Rudolf Vrba) si trovava già a Ginevra il 17 Maggio del 1944 (in possesso dell'organizzazione sionista Hechaluz) ma che il dr. Riegner - residente anch'egli a Ginevra e dirigente del Congresso ebraico mondiale - prese conoscenza di tale rapporto solo un mese più tardi, e non da parte della detta organizzazione sionista bensì per mano del rappresentante del governo ceco in esilio!

Come mai una tale negligenza se il documento era considerato attendibile?

Con la massiccia deportazione in corso sarebbe stato infatti di somma urgenza avvertire gli ebrei ungheresi di quello che li stava aspettando ad Auschwitz.

Non basta. Come venne riconosciuto anche dallo storico israeliano Yehuda Bauer, almeno una copia del Protocollo n°1 giunse a Budapest tra la fine di Aprile e l'inizio di Maggio del 1944, e tuttavia è solo durante la seconda metà di Giugno che i dirigenti ebrei ungheresi cominciarono a diffondere copie dei Protocolli.

Come mai, si domanda il revisionista Enrique Aynat (e ci domandiamo a nostra volta), gli ebrei ungheresi attesero così tanto per divulgare un documento di tale importanza per la loro stessa comunità?

In conclusione, quindi, non solo la contrapposizione Roncalli "buono"-Pio XII "cattivo" - montata da storici grossier come Melloni - è completamente fasulla ma l'accusa ebraica contro il Papa di aver snobbato i Protocolli di Auschwitz può essere tranquillamente rispedita al mittente.