lunedì 30 giugno 2008

Medvedev condanna il revisionismo


Il nuovo presidente della Russia, che secondo il prof. Faurisson è di origine ebraica, ha dichiarato che la Russia e l'Unione Europea sono giunte a una totale comprensione reciproca, almeno su un punto: quello di condannare il revisionismo storico, qualificato come fenomeno "allarmante" (http://fr.rian.ru/world/20080627/112390173.html ).

"La revisione della storia è inammissibile", ha ripetuto il presidente russo durante la conferenza stampa seguita al summit Russia-UE tenutosi nella località siberiana di Khanty-Mansiisk. E ha aggiunto: "su questa questione la comprensione reciproca tra la Russia e l'Unione Europea è totale". Medvedev ha condannato l'"inammissibile condiscendenza verso i tentativi di glorificare gli accoliti dei nazisti e la volontà manifesta di riscrivere certe pagine della storia europea del 20° secolo".

La Russia e l'UE faranno dunque fronte comune contro i revisionisti? Una cosa è certa: il revisionista Jürgen Graf (da tempo rifugiatosi in Russia per non finire in galera nella "civilissima" Svizzera a causa delle sue scoperte storiografiche) e a cui è stato sempre negato il passaporto dalle autorità russe, continuerà a fare vita grama, sempre che non venga rimpatriato.

Così vengono trattati gli storici di valore nell'Europa contemporanea!

domenica 29 giugno 2008

Il dottor Mengele? Non era così mostruoso


LEZIONI DALL’AFFARE MENGELE

Di Mark Weber (1985)[1]

Con l’eventuale eccezione di Hitler e Himmler, nessun uomo è stato dipinto - negli anni passati - come la personificazione del Male Nazista come il dr. Josef Mengele. La leggenda di Mengele ha fornito la base per due romanzi che Hollywood ha trasformato in film di successo: The Marathon Man di William Goldman e I ragazzi dal Brasile di Ira Levin. In quest’ultimo film, Gregory Peck impersonava un dr. Mengele implacabilmente maligno, che clonava dozzine di piccoli Hitler nel quadro di un diabolico complotto nazista ambientato in America Latina.

In innumerevoli articoli di giornali e riviste, Mengele viene abitualmente accusato di aver spedito 400.000 persone alle camere a gas mentre prestava servizio come medico capo ad Auschwitz-Birkenau negli anni 1943 e 1944. L’uomo soprannominato l’Angelo della Morte avrebbe condotto “esperimenti” raccapriccianti su vittime ebree selezionate e si sarebbe deliziato con sadiche atrocità. Ad esempio, secondo il U. S. News and World Report (datato 24 Giugno 1985) egli godeva nel “dare caramelle a bambini che gettava poi vivi nei forni mentre canticchiava Mozart e Wagner”. Il Washington Post (datato 8 marzo1985) riferì che Mengele “gettava abitualmente vivi i bambini nei forni” e “ordinava alle donne in cinta di stendersi sulla schiena per poi calpestarle fino a farle abortire”.

Questa campagna mediatica raggiunse l’apice nel Giugno del 1985 quando il nome di Mengele venne ripetuto quotidianamente sulle prime pagine dei giornali e nelle trasmissioni serali dei telegiornali. Il viso di Mengele campeggiava sulla copertina del settimanale scandalistico People. La caccia che era stata portata avanti per anni giunse finalmente al termine quando un gruppo internazionale di esperti forensi identifico con certezza i resti mortali esumati da una tomba brasiliana come quelli del dr. Josef Mengele. Grazie alle testimonianze di parenti e amici del medico tedesco e ad una gran quantità di materiale documentario si riuscì poi a stabilire che Mengele era morto annegato nel Febbraio del 1979.

Se nessuna persona ragionevole intende giustificare o rendere presentabili delle vere atrocità, senza riguardo per chi le abbia commesse, un riguardo elementare per la decenza e la verità rende necessario un altro sguardo, più attento, alla leggenda di Mengele. Quanto c’è di vero nelle accuse?

L’accusa usuale che Mengele “mandò 400.000 ebrei nelle camere a gas di Auschwitz” è una falsità basata in parte sul travisamento dei fatti. E’ vero che, insieme ad altri medici del campo, Mengele selezionava abitualmente persone abili al lavoro dai trasporti dei nuovi arrivati. Gli scrittori dell’Olocausto affermano che tutti gli ebrei che arrivavano ad Auschwitz e non erano in grado di lavorare venivano immediatamente uccisi nelle camere a gas. La cifra dei 400.000 è semplicemente una valutazione congetturale del numero degli ebrei inabili che arrivarono a Birkenau nel 1943 e nel 1944, quando Mengele era medico capo.

In realtà, un gran numero di ebrei inabili vennero ammessi al campo e ivi internati. In accordo con altre prove, i registri tedeschi ufficiali mostrano che una parte molto rilevante della numerosissima popolazione ebraica di Birkenau – nel 1943 e nel 1944 – era inabile al lavoro (vedi: G. Reitlinger, Final Solution [La Soluzione Finale], p. 125; e A. Butz, Hoax [La mistificazione del ventesimo secolo], p. 124).

Molti ebrei sopravvissero alla guerra grazie alle cure mediche nell’ospedale del campo, che era sotto la supervisione generale del dr. Mengele. Uno di questi ebrei era Otto Frank, padre della famosa Anne Frank. Dopo essersi ammalato, Otto venne trasferito all’ospedale, dove rimase fino all’arrivo ad Auschwitz delle truppe sovietiche nel Gennaio del 1945. Quando i tedeschi evacuarono il campo poco prima, essi si lasciarono dietro quelli che non potevano muoversi, tra cui i detenuti malati e anziani, e un certo numero di bambini. Le accuse più orripilanti fatte contro Mengele, come la storiaccia che egli gettava vivi i bambini nei forni, sono fandonie malate e assurde che contraddicono quello che si conosce della personalità del dottore. Ad esempio, come riferì la rivista Time (in data 24 Giugno 1985), Mengele “si dava talvolta a gesti di galanteria: dopo aver inviato una dottoressa ebrea in cinta a Cracovia per condurre delle ricerche in sua vece, Mengele le mandò dei fiori per la nascita del suo bambino.”

E’ possibile, naturalmente, che Mengele possa aver ucciso dei detenuti, sebbene i funzionari del campo che commettevano tali crimini rischiavano punizioni severe. Ad esempio, il medico del campo di Buchenwald, il dr. Waldemar Hoven, venne condannato a morte da un tribunale di SS per aver ucciso dei detenuti.

Il columnist Jeffrey Hart ha scritto di dubitare di molte delle storie sul “mostro Mengele” diffuse dai media. “Come storico professionista raccomanderei una certa cautela per molti degli aneddoti che vengono abitualmente accettati come fatti”, ha scritto Hart. “La mia impressione è che molte cose di questo genere appartengano alla mitologia, escogitata come un genere di metafora…dubito che la storia secondo cui egli uccise una donna rompendole la gola con lo stivale sia vera. Ci vorrà molto tempo prima che gli studiosi separino i fatti dalla finzione riguardo a Mengele.” (Washington Times, 9 Luglio 1985).

Mentre Hart merita di essere elogiato per aver espresso pubblicamente il suo cauto scetticismo su una parte della mitologia di Mengele, sarebbe veramente coraggioso da parte sua se guardasse all’intera storia dell’Olocausto con lo stesso occhio indagatore. Qual è la sua “impressione” sulla diceria popolare, convalidata a Norimberga, che i Tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri ebrei? E che dire delle storie sulle gasazioni a Dachau, Buchenwald, Mauthausen e Auschwitz?

Le prove sembrano piuttosto chiare che Mengele, in realtà, condusse ad Auschwitz delle ricerche mediche su alcuni detenuti. A questo proposito è forse meritevole di menzione il fatto che il governo americano condusse “esperimenti” simili sia durante che dopo la seconda guerra mondiale. Medici militari americani infettarono dei neri con batteri di sifilide senza il loro consenso come parte di un’indagine riguardante nuovi modi di trattare le malattie veneree. E durante gli anni ’50 la CIA finanziò esperimenti psichiatrici che prevedevano l’LSD, la privazione del sonno, l’elettroshock e il lavaggio del cervello di pazienti senza il loro consenso. Un sopravvissuto, Louis Weinstein, viene ora descritto come una “cavia umana, un povero relitto senza memoria né vita.” Il governo americano è stato citato per risarcimento a nome di Weinstein e di altre otto persone (Washington Post, 1 Agosto 1985, editoriale).

Un articolo imperfetto ma istruttivo su Mengele del prof. Robert Jay Lifton della City University di New York è apparso il 21 Luglio del 1985 sul New York Times Magazine. Questo lungo saggio inizia notando che “Mengele è stato a lungo il centro di quello che potrebbe essere definito un culto per il demoniaco. Egli è stato visto come la personificazione del male assoluto…” Ma, come Lifton spiega, egli non era la “forza inumana o addirittura soprannaturale” ritratta dai media.

Da giovane Mengele era normale, intelligente e serio. Durante i suoi tre anni di servizio militare, la maggior parte passati al fronte orientale, egli si dimostrò un soldato coraggioso e diligente, ed ebbe cinque decorazioni, incluse le Croci di Ferro di Prima e Seconda Classe. Come medico capo di Auschwitz-Birkenau, Mengele era responsabile del grande staff di detenuti medici, la maggior parte dei quali ebrei, che medicavano i detenuti.

Lifton fa notare che le testimonianze “oculari” su Mengele dell’assai pubblicizzato processo su Auschwitz di Francoforte erano piene di errori. Ad esempio, sebbene Mengele fosse solo uno dei numerosi dottori del campo che effettuavano i turni per decidere quali detenuti fossero abili al lavoro e quali no, un ex detenuto ebreo insistette al processo che il solo Mengele era sempre lì per le selezioni. Quando il giudice commentò che “Mengele non poteva essere stato lì tutto il tempo”, il testimone replicò: “Secondo me, sempre. Notte e giorno.” Altri ex detenuti descrissero Mengele come di “aspetto molto ariano”, o “alto e biondo”, sebbene egli fosse in realtà di altezza media, con capelli scuri e carnagione scura.

Tra i molti miti circolati su Mengele, scrive Lifton, figurano le dicerie che egli consigliava il Presidente del Paraguay Stroessner su come sterminare gli indiani nativi di quel paese, e che realizzò una fortuna in Sud America grazie ad un grande traffico di droga condotto da ex nazisti.

Un attendibile documento d’epoca riguardante la personalità di Mengele e il suo comportamento durante la sua permanenza ad Auschwitz è la “Valutazione del Capitano SS dr. Josef Mengele”, datata 19 Agosto 1944 (L’originale si trova a Berlino). Il rapporto è molto lusinghiero:

"Il dr. Mengele ha un carattere aperto, onesto e solido. E’ assolutamente affidabile, integro e leale. Non manifesta alcuna debolezza di carattere o cattive tendenze. La sua costituzione emotiva e fisica è notevole. Durante il suo periodo di servizio nel campo di concentramento di Auschwitz, ha impiegato le sue conoscenze teoriche e pratiche per combattere violente epidemie. Con prudenza e continua energia, e spesso nelle condizioni più difficili, ha portato a termine tutti gli incarichi assegnati con piena soddisfazione dei superiori. Si è mostrato capace di gestire ogni situazione. Inoltre, ha utilizzato il poco tempo libero che aveva per portare avanti con passione i suoi studi di antropologia. Il suo contegno discreto e modesto è quello di un buon soldato. Grazie al suo comportamento è particolarmente ben voluto dai suoi colleghi. Egli tratta i subordinati con assoluta equità e con la necessaria severità, ma nondimeno è straordinariamente ammirato e apprezzato. Nel suo comportamento, nei risultati sul lavoro e nel suo atteggiamento, il dr. Mengele mostra una concezione della vita assolutamente solida e matura. E’ cattolico. Il suo modo di parlare è spontaneo, disinvolto, convincente e vivace".

Il rapporto continua notando che Mengele aveva “contratto il tifo mentre esercitava coscienziosamente i suoi doveri di medico ad Auschwitz”. Elenca poi i premi che ricevette per coraggio e dedizione e conclude che era meritevole di promozione.

Dopo essere giunto in Sud America per evitare di diventare un imputato da “processo show”, Mengele visse per dieci anni in Argentina e in Paraguay conservando il suo nome. Non ci sono prove che abbia mai provato vergogna o senso di colpa per nessuna delle cose che fece ad Auschwitz. Al contrario. In una lettera a suo figlio Rolf egli scrisse: “Non ho la minima ragione per giustificarmi o scusarmi di una qualunque delle mie decisioni o azioni.” (Time, 1 Luglio 1985).

Tra le sue carte personali trovate dalla polizia brasiliana nel Giugno del 1985 c’era un confuso scritto semibiografico intitolato, in latino, Fiat Lux, apparentemente scritto da Mengele mentre si trovava ancora in una fattoria bavarese poco dopo la fine della guerra. Il contenuto dello scritto non è stato finora reso pubblico (New York Times, 23 Giugno 1985).

Mengele parlò occasionalmente del suo passato con i coniugi Stammer, una coppia con cui visse per 13 anni nella loro fattoria vicino a San Paolo del Brasile. La signora Gitta Stammer ricordava che Mengele aveva detto che gli ebrei erano un gruppo ostile che operava contro la Germania e che i tedeschi li volevano fuori della loro patria. Mengele insistette ripetutamente che egli non aveva commesso alcun crimine, e che – al contrario – era divenuto vittima di grandi ingiustizie (New York Times, 14 Giugno 1985; Baltimore Sun, 14 Giugno 1985).

Durante gli ultimi anni di vita Mengele visse con una coppia austriaca, Wolfram e Liselotte Bossert, nella loro fattoria brasiliana. Nel corso di un’intervista i Bossert espressero grande ammirazione e un affetto speciale per il loro modesto ospite. In risposta a una domanda sulle presunte atrocità di Mengele ad Auschwitz, Wolfram Bossert disse: “Lo ammiro come persona per le sue molte qualità, non per quello che ha commesso. E persino oggi esiste il dubbio che si tratti di qualcosa di vero.” (Washington Post, 10 Giugno 1985).

Un amico di vecchia data sia del dr. Mengele che della sua famiglia in Germania, Hans Sedlmeier, ha detto a un reporter: “Le potrei dire quello che Mengele ha fatto, quello che ha fatto ad Auschwitz, e quello che ha fatto dopo, ma non mi crederebbe. I giornali non stamperanno la verità, perché non fa comodo agli ebrei…Mi rifiuto di parlare dell’affare Mengele. I giornalisti hanno già scritto così tante menzogne, e quello che la stampa ebraica ha detto…” Evidentemente esasperato, non finì la frase. (New York Times, 13 Giugno 1985).

Nel loro trattamento sensazionalistico della storia di Mengele, i media hanno ignorato quella che è probabilmente la lezione più importante dell’intero affaire. Fino all’estate del 1985, quando venne stabilito definitivamente che Mengele era morto dal 1979, gli “esperti dell’Olocausto” e i “cacciatori di nazisti” professionisti insistevano solennemente che il dottore tedesco era vivo. La maggior parte di loro affermava che egli si nascondeva in Paraguay.

La “cacciatrice di nazisti” israeliana Tuvia Friedman riferì verso la fine del 1984 che Mengele era stato visto poco prima a Orlando e a Tampa, in Florida, e a New Orleans (AP, 3 Ottobre 1984). Pochi mesi dopo la Friedman annunciò che sebbene egli avesse “grandi proprietà” negli Stati Uniti, Mengele si trovava probabilmente in Italia. Inoltre, il dottore fuggiasco era stato riconosciuto qualche tempo prima in una grande riunione nazista alle Bermuda (Jewish Week, 8 Febbraio 1985).

Stanley E. Morris, un funzionario federale coinvolto nelle indagini del governo americano su Mengele, disse a un reporter lo scorso Maggio che su Mengele “arrivano giornalmente tonnellate di informazioni, la maggior parte inutili”. “Una lettera veniva da una persona che affermava di aver visto Martin Bormann, Hitler e Mengele viaggiare insieme in una decappottabile a Philadelphia”, egli disse (New York Times, 28 Maggio 1985).

Verso la fine di Gennaio del 1985, il deputato americano Robert Torricelli (democratico, del New Jersey) ritornò da una visita in Paraguay con “notizie sbalorditive” secondo cui Mengele viveva in una colonia tedesca sulle montagne del Paraguay (Newsweek, 4 Febbraio 1985).Citando due fonti presuntamente molto attendibili, il London Sunday Times (10 Febbraio 1985) riferiva che Mengele viveva “piuttosto apertamente” in Paraguay, trascorrendo molto del suo tempo in una capanna di tronchi vicino il palazzo estivo del Presidente Alfredo Stroessner. Il “cacciatore di nazisti” più famoso di tutti, Simon Wiesenthal, annunciò di esser sicuro “al 100%” che Mengele viveva in Paraguay e accusò che la famiglia di Mengele – residente in Germania Ovest – sapeva bene dov’era (Newsweek, 20 Maggio 1985). Alla fine di Maggio del 1985, la taglia offerta da Wiesenthal e dai governi di Israele e della Germania Ovest, dal Centro Simon Wiesenthal e da altri per la cattura di Mengele ammontava a 3.4 milioni di dollari.

L’”esperto dell’Olocausto” e “cacciatore di nazisti” di fama internazionale Serge Klarsfeld accusò che “Mengele sta in Paraguay sotto la protezione personale del presidente Stroessner”. Egli, un avvocato ebreo parigino, precisò persino la sua residenza: “Mengele vive in una grande villa privata fuori Asuncion, di proprietà di Stroessner o di un amico del Presidente” (Newsweek, 20 Maggio 1985).

La moglie di Klarsfeld, Beate, volò in Paraguay alla fine di Maggio, dove manifestò nel centro di Asuncion portando un cartello che definiva il Presidente Stroessner un mentitore per aver affermato di non sapere dove Mengele viveva. Mentre la televisione e i giornali americani ricolmavano la signora Klarsfeld di elogi e solidarietà, il popolo del Paraguay considerò il suo comportamento come offensivo e vergognoso. Ella venne prontamente cacciata dal suo hotel.

Come il prosieguo degli eventi ha mostrato, non era Stroessner che stava mentendo, ma casomai Klarsfeld e i suoi compari narcisisti.

Uno dei pochi che ha avuto il raro coraggio di condannare pubblicamente la lampante irresponsabilità degli “esperti” nel caso Mengele è stato Dane Bowen Jr., un professore di storia all’Università di Lock Haven. In una lettera al New York Times (in data 29 Giugno 1985) egli ha ammonito: “Sia i cacciatori di nazisti professionisti che i politici americani che sono andati a caccia di voti a spese di un paese straniero amico dovrebbero essere abbastanza responsabili da scusarsi pubblicamente per aver accusato avventatamente il governo del Paraguay di “proteggere” Josef Mengele”.

Per anni, gli “esperti dell’Olocausto” e i “cacciatori di nazisti” sono stati dipinti dai media come oracoli dal profondo intuito e dalle informazioni attendibili. Essi sono trattati con un timore reverenziale non concesso ad altre figure pubbliche, e anche le loro accuse più sensazionali vengono accettate acriticamente e passate al pubblico come fatti. Ma per tutti coloro interessati alla verità, il drammatico finale della ricerca internazionale di Mengele ha screditato gli “esperti” e ha evidenziato vistosamente la loro incauta noncuranza della precisione.

Sebbene la ricerca di Mengele appartenga ormai al passato, la caccia frenetica ai “nazisti fuggitivi” continua. L’imperterrito Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles ha persino rilasciato una “lista dei più ricercati”, completa di taglie. Tuttavia questo potrebbe rivelarsi come un altro imbarazzante errore di calcolo perché in cima alla lista si trova Leon Degrelle, il carismatico leader politico belga, nonché eroe di guerra della legione Wallonia dei volontari SS. Attualmente cittadino spagnolo, il forbito Degrelle vive apertamente in Spagna da anni e gradisce le opportunità di difendere pubblicamente le proprie opinioni. Le sue apparizioni alle televisioni olandese e spagnola in anni recenti sono state, secondo tutti i resoconti, altamente convincenti (le appassionanti memorie di guerra di Degrelle, Campagna di Russia, sono state recentemente pubblicate dall’Institute for Historical Review).

Appare evidente che sino a quando i revisionisti continueranno il loro lavoro, non vi sarà rallentamento nella caccia – cui i media sono assai sensibili – agli inafferrabili “nazisti fuggiaschi”. Serge Klarsfeld ha candidamente ammesso al New York Times (3 Marzo 1985) che una parte dell’intensa attenzione per Mengele e altri “criminali nazisti” negli anni recenti è dovuta alla necessità di controbilanciare la sfida dei revisionisti all’ortodossia dell’Olocausto.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale può essere consultato in rete all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v06/v06p377_Weber.html

sabato 28 giugno 2008

La settimana nera dei revisionisti


Diversi giornali hanno annunciato due giorni fa - il 26 Giugno - che Vincent Reynouard, già condannato qualche giorno prima a Bruxelles, è stato nuovamente condannato il 25 Giugno dalla Corte d'Appello di Colmar: la condanna è a un anno di prigione (senza condizionale) più 20.000 euro di ammenda (ammenda raddoppiata rispetto alla condanna di primo grado) più altre spese (tra cui quella della pubblicazione della sentenza su svariati giornali): http://www.lemonde.fr/web/depeches/0,14-0,39-35985265@7-37,0.html ).

"E' un risultato straordinario, che soddisfa la LICRA [Lega contro il razzismo e l'antisemitismo] totalmente", ha dichiarato all'AFP [Agence France Presse] l'avvocato della Lega Raphael Nisand.

Passiamo ai guai di un altro revisionista, e cioè di George Theil.

Ieri, venerdì 27 Giugno 2008, Theil ci ha fatto sapere, di ritorno dal Palazzo di Giustizia di Grenoble, che la pena di un anno di prigione senza condizionale è stata confermata in appello.

Confermando la sentenza di primo grado, la Corte ha respinto il fatto che la moglie di Theil abbia assoluto bisogno della presenza del marito al proprio fianco;

la Corte ha poi rilevato che Theil "non si considera un delinquente", che "non ha mai fatto autocritica", che "ha perseverato nel proprio atteggiamento nonostante la precedente condanna" e che "ammetterlo agli arresti domiciliari (come aveva richiesto) lo avrebbe confortato nelle sue convinzioni".

Commento di Georges Theil: "L'assenza di "pentimento" e il fatto di aver contestato la versione ufficiale della storia della seconda guerra mondiale mi procurano dunque la prigione [con il regime carcerario della "maison d'arret"]. L'assegnazione ai domiciliari sotto controllo elettronico mi avrebbe dunque confortato nelle mie convinzioni!"

Ricordiamo che le condizioni carcerarie della "maison d'arret" sono più dure del regime normale di detenzione: ai detenuti è proibito sia l'uso del telefono che di internet (http://fr.wikipedia.org/wiki/Maison_d ). Ricordiamo anche che il caso Theil nasce dalla pubblicazione in proprio, da parte del condannato, del seguente opuscolo: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres6/DUBREUIL.pdf .

Passiamo a un altro revisionista, questa volta in Germania. Si tratta di Marcel Wöll, 25 anni, che è stato condannato mercoledì scorso a quattro mesi di prigione senza condizionale. La Corte d'Appello di Giessen ha confermato la sentenza di primo grado: nel Marzo del 2007, nel corso di una riunione del suo partito - il NPD - Marcel Wöll aveva messo in dubbio l'Olocausto, definendo l'invio di scolaresche ad Auschwitz come "lavaggio del cervello", e il Museo di Auschwitz di "luogo del presunto terrore nazionalsocialista".

Non è finita: ho ricevuto qualche minuto fa un comunicato del prof. Faurisson. Ecco cosa dice:

"A Bruxelles, questa mattina, alle ore 11, dei poliziotti si sono presentati a casa di Madame Reynouard, giovane madre di sette figli. Non avendo trovato Vincent Reynouard, si sono comportati in modo molto aggressivo e hanno minacciato di "tornare alle 5 del mattino" e di "sfasciare tutto" ["tout casser"]".

venerdì 27 giugno 2008

Una storica conferenza di Germar Rudolf


CONFERENZA SUL REVISIONISMO

Di Germar Rudolf, 29 Maggio 2004[1]

Signore e Signori!

Permettetemi prima di tutto di esprimere la mia gratitudine a David Duke per avermi dato la possibilità di parlare a questo raduno. La mia presenza qui è tutt’altro che scontata, e non mi riferisco al fatto di essere stato sottoposto ad una massiccia persecuzione nel mio paese d’origine, la Germania, che ancora oggi mi rende assai difficile rimanere un uomo libero. Quello a cui mi riferisco sono due fattori che mi avevano quasi convinto a non venire qui.

Il primo è qualcosa di più di una storia triste; qualche collega revisionista, infatti, mi aveva detto: “Non andare lì. E’ stato condannato; deve aver fatto qualcosa di sbagliato”. A mia volta ho risposto in questo modo: “Bene, ascoltate! Quello che sappiamo sulla condanna di David Duke viene dai media e dai tribunali, e come revisionisti dovremmo tutti sapere che non troveremo mai la verità sui resoconti dei media e nelle sentenze dei tribunali, naturalmente. Così ho insistito per farmi una mia idea personale. Poiché non lo avevo mai visto, ho voluto parlargli di persona. E sono sicuro del fatto – e David Duke lo ha promesso – che alla fine pubblicherà tutte le sue carte e i suoi documenti su internet, in modo che tutti noi potremo scoprire da noi stessi che è stato davvero condannato in modo ingiusto.

La cosa che mi preoccupava di più, anche più di questa questione, è il mio status legale in questo paese. A causa di una serie interminabile di raid di polizia, di libri mandati legalmente al rogo, e di processi penali contro di me nel mio paese natale a causa ai miei scritti scientifici, ho chiesto asilo politico negli Stati Uniti alla fine del 2000. Il procedimento è ancora in corso, e perciò ho bisogno di stare attento alle persone con cui ho a che fare. E’ così perché ogni attività politica da parte mia che le autorità potrebbero interpretare come – cito – un atto di persecuzione o – cito – l’atto di approvare una persecuzione, e cioè che io perseguiti qualcuno o che approvi un’eventuale persecuzione – ogni atto classificato in questo modo potrebbe portare al rigetto della mia richiesta d’asilo. Il risultato sarebbe che il signor Ashcroft - o il suo successore - mi rimanderebbe in Germania, dove dovrei affrontare molti anni di prigione.

Naturalmente, potreste chiedervi in che modo la mia partecipazione a questo bel convegno potrebbe essere interpretato come “l’atto di approvare una persecuzione”. Esaminate il confine settentrionale con il Canada e avrete la risposta. Dal Febbraio del 2003, un mio collega revisionista e caro amico, Ernst Zündel, viene tenuto lì in cella d’isolamento, aspettando la sua deportazione per la Germania, perché le autorità canadesi lo considerano una minaccia per la loro sicurezza nazionale. Tutte le prove che hanno per affermare questo consistono nell’affermazione – in parte infondata – che in passato Ernst Zündel si è associato, in un modo o nell’altro, con vari gruppi considerati dalle autorità canadesi estremisti o appartenenti alla destra radicale.

Questo colpevole di associazione [sovversiva] è perciò vivo e vegeto proprio a nord del confine di questo grande paese e, in seguito all’11 Settembre e al cosiddetto Patriot Act, non ho dubbi che le autorità statunitensi troverebbero il modo di procedere in modo analogo, se ne avessero la possibilità.

Desidero perciò che teniate presente il rischio che sto correndo parlandovi. Considerate solo l’immagine che si ha di voi, come individui o per le associazioni che rappresentate, presso i media o le autorità. Considerate la deformazione - stile cartoni animati - con cui vi rappresentano, come persone o associazioni malvagie – o come rappresentano me, naturalmente. Essi vedono le persone e le associazioni con le quali mi trovo oggi, come il male, e potrebbero cercare alla fine di trarne vantaggio affermando che sono legato a gruppi che – ai loro occhi – approvano atti di persecuzione. E allora, perché vi parlo comunque, anche se questo potrebbe portare alla completa distruzione della mia vita sociale? Permettetemi di elencare qualcuna delle mie ragioni:

il concetto di “colpevolezza per associazione” è immorale e illegale in ogni stato di diritto. Se evitassi il contatto con persone con le quali mi trovo in disaccordo solo per paura di inconvenienti legali, approverei questi comportamenti immorali e illegali. E’ quindi dovere di ogni cittadino non prestare attenzione alle minacce legali di punizione per il fatto di avere rapporti con – cito – le persone sbagliate – fine della citazione.

La sola ragione che accetterei per non parlare con certe persone, sarebbe quella di giungere per mio conto alla conclusione di non volere avere rapporti con persone che hanno certe opinioni. Il problema, naturalmente, è quello di come poter sapere o scoprire le idee che voi, gente, avete su certe questioni politiche. In altre parole: per accertare se voglio, oppure no, parlare con voi avrei bisogno di sottoporre ognuno di voi ad un’accurata disamina politica. E per essere equo, dovrei applicare questo criterio ad ogni persona con cui mi capita di parlare: sia in questa stanza, dove vedo certe persone che non avevo mai visto prima e che potrei non vedere più di nuovo, o anche, per esempio, in qualsiasi treno del metrò di Chicago, i cui passeggeri potrei allo stesso modo non incontrare mai più. Naturalmente, una tale procedura sarebbe non solo assurda, ma anche contraria a tutti i comportamenti di una società libera, ma sarebbe anche qualcosa di più: sarebbe contraria al diritto alla privacy. Mi rifiuto perciò di raccogliere informazioni sui miei ascoltatori. presenti e futuri, o sui miei partner nei dibattiti.

Io stesso sono stato ripetutamente vittima delle paure provocate dalla “colpevolezza per associazione”. Non solo gli estranei, ma anche individui che un tempo consideravo amici, e persino alcuni parenti, si sono rifiutati di avere a che fare con me perché erano sotto pressione da parte della società. Anche se i miei cosiddetti amici e i miei parenti sapevano che la propaganda messa in atto dai media tedeschi era sbagliata e distorta, tuttavia hanno ceduto alla pressione. Perciò la mia linea di condotta è quella di non essere succube del “politicamente corretto”, ma di rimanere fedele ai miei principi; di decidere per conto mio con chi voglio parlare; e di farmi la mia idea personale sui miei interlocutori piuttosto che farmi dire quello che devo pensare su di loro.

Se avessi voluto piegarmi alle pressioni dei governi che volevano che non parlassi di certi argomenti e che non entrassi in relazione con certe persone, sarei rimasto in Germania, avrei scontato la mia condanna e avrei smesso di fare quello che faccio. Ho invece deciso di percorrere l’altra strada, quella di esercitare fermamente il mio diritto alla libertà di parlare di qualunque cosa mi garbi e con chiunque mi garbi, senza essere per questo ritenuto responsabile delle opinioni e delle azioni altrui. Non cambierò questo comportamento solo perché mi trovo negli Stati Uniti.

La censura è il più grande ostacolo posto sulla strada del revisionismo storico. Sarebbe davvero il colmo se mi auto-censurassi rifiutando di dire la mia quando ne ho la possibilità: potrei essere più controproducente di così?

Ultima ragione, ma non meno importante: è sicuramente vero che non condivido certe opinioni che qualcuno di voi ha. Ma questo disaccordo, vorrei sottolinearlo, è fin troppo naturale. Può essere osservato in ogni luogo in cui gli esseri umani si incontrano. Ma è forse questa una ragione per non scambiarsi delle opinioni? Non è uno dei principi di questa società presuntamente illuminata che se uno ha un’opinione ritenuta erronea, non dobbiamo evitare questa persona ma dobbiamo piuttosto cercare di parlarci per tentare di fargli cambiare idea? Così, anche se tutti voi aveste delle opinioni totalmente ripugnanti, cosa ci sarebbe di così cattivo nel fatto che vi parlo per cercare di cambiare la vostra idea sul revisionismo?

Tuttavia, come ho detto prima, non conosco le vostre idee, e non voglio neppure conoscerle, perché non è affar mio conoscere le idee di ogni essere umano su ogni argomento potenzialmente controverso.

Mi scuso per questa prolungata precisazione, ma data la mia situazione legale, spero che capirete perché ho dovuto iniziare la mia prolusione con queste spiegazioni.

Sebbene non sia qui per scoprire le vostre opinioni su certi argomenti, capisco che tutti voi siete qui per scoprire le mie su certe questioni controverse, la qualcosa è, dopotutto, una delle ragioni per cui avete fatto di tutto per essere qui presenti. Così, permettetemi di mettervi tutti nei guai associandovi a me questa sera.

In una telefonata di un paio di settimane fa, Duke mi ha detto quale sarebbe stato lo scopo del convegno: individuare e discutere idee su come cambiare lo status quo sociale e politico in America. Il fatto di conoscere anche soltanto un po’ David Duke dovrebbe permettere a chiunque di farsi una vaga idea di quello che lui vuol dire con ciò. Permettetemi perciò di cogliere quest’opportunità spiegando innanzitutto cos’è il revisionismo, e cosa non è.

Il revisionismo non è un’ideologia. E’ un semplice concetto, un metodo. Il revisionismo riguarda soprattutto la precisione. Il revisionismo storico riguarda il tentativo di rendere gli studi storici più esatti, per metterli in accordo con i fatti.

Per quanto noioso possa sembrare, c’è qualcosa di esplosivo in quest’idea, perché quello che ho appena definito non è nient’altro che la definizione basilare di ogni storiografia. La verità, tuttavia, è che molti storici “normali”, ma sarebbe meglio dire “ordinari”, non rispettano questa regola, quando si affrontano certi argomenti. La ragione è molto semplice: si chiama condizionamento politico.

Ogni regime politico e ogni società esercitano una pressione sugli storici affinché la storia venga scritta in un modo che è loro favorevole. Le dittature possono esercitarla in modo più aperto e brutale delle cosiddette repubbliche, ma la differenza è solo di grado. Il revisionismo storico è la forza che resiste e che combatte questa pressione. Sebbene in sé stesso sia apolitico, il revisionismo storico perciò ha un profondo effetto politico. Poiché è sempre diretto contro i poteri vigenti, è sempre all’opposizione, se non decisamente rivoluzionario. Desidero tuttavia che teniate presente questo: la forza del revisionismo risiede nella sua scientificità, dal suo astenersi da ogni tentativo di diventare politico. Poiché solo affermazioni inequivocabili, oggettive, avvalorate da prove incontrovertibili, e prive di attacchi personali e di interpretazioni faziose, hanno il potere di coinvolgere potenzialmente chiunque.

Permettetemi ora di esaminare più da vicino il mio argomento specifico: il revisionismo dell’Olocausto. Si tratta solo di una piccola branca del revisionismo, quasi certamente la più controversa. Il prof Faurisson una volta ha detto che il revisionismo dell’Olocausto è la bomba atomica intellettuale dei poveri e degli oppressi. Ha detto anche che le prime vittime della propaganda dell’Olocausto, e di conseguenza i primi beneficiari del revisionismo dell’Olocausto, sono i tedeschi – ma non i loro governanti – oltre naturalmente ai palestinesi senza distinzioni. Ritengo, tuttavia, che queste affermazioni non siano di grande aiuto perché non mostrano realmente il quadro completo della situazione. Permettetemi perciò di fornire una descrizione più esaustiva cercando di individuare prima di tutto chi sono i primi beneficiari della propaganda dell’Olocausto e per quale motivo. Seguirò il mio percorso argomentativo così come l’ho delineato nel mio contributo ad un opuscolo commemorativo che ho pubblicato nel Gennaio di quest’anno in onore del 75° compleanno del prof. Faurisson. Dividerò le categorie che ricavano benefici massicci dai miti dell’Olocausto in tre gruppi:

I sionisti. Include la maggior parte degli ebrei - anche se non tutti - ma anche molti cristiani che hanno un’adorazione irrazionale per gli ebrei in quanto Popolo Eletto da Dio. Nel mondo vi sono certamente più cristiani sionisti che ebrei sionisti, sebbene i cristiani non siano di solito fanatici come gli ebrei. Il motivo per cui i sionisti traggono vantaggio dal mito dell’Olocausto è ovvio: perchè conferisce agli ebrei uno status di inattaccabilità morale, che è la pole position per ottenere il controllo su altre categorie di persone, come il prof. Norman Finkelstein ha bellamente dimostrato nel suo libro L’industria dell’Olocausto. Infine, la maggior parte dei cristiani sionisti sono sionisti perché credono nell’Olocausto, che trasforma gli ebrei in quanto tali – e lo stato d’Israele insieme a loro – in icone religiose.

Il capitalismo internazionale. Il capitalismo ha interesse a spezzare i confini [degli stati nazionali] sia da un punto di vista politico/fiscale, sia dal punto di vista etnico/culturale, perché il profitto di ogni capitalista aumenta quando gli stessi prodotti si possono vendere ovunque nel mondo. L’Olocausto viene solitamente descritto come la conseguenza logica delle ideologie di destra (come il nazionalsocialismo), come l’esito finale dell’esclusivismo nazionalista e etnico. Perciò, il mito dell’Olocausto è l’arma perfetta per combattere ogni genere di indipendenza nazionale, di autarchia e di protezionismo, ogni genere di identità e di esclusivismo etnico e culturale.
Gli ideologi dell’egualitarismo. Quelli che affermano che tutti gli esseri umani sono uguali – io li chiamo egualitari – hanno un’arma straordinaria nel mito dell’Olocausto, da loro considerata come la “prova” suprema della malvagità assoluta di ogni ideologia che osi fare delle distinzioni tra i vari gruppi umani. Utilizzando come argomento l’Olocausto, chiunque dissenta dalle concezioni egualitarie può essere facilmente ridotto al silenzio mettendolo di fronte all’argomento delle camere a gas: “Tutti sappiamo dove conducono le ideologie che affermano che le persone non sono uguali: alle camere a gas di Auschwitz”.

Perciò, l’ideologia dell’egualitarismo, che è la forza motrice della sociologia e della politica di sinistra, diventa virtualmente inattaccabile. Sebbene gli ideologi dell’egualitarismo siano di solito antagonisti rispetto al capitalismo internazionale, di fatto si sostengono reciprocamente, perché la distruzione delle culture particolari e dei gruppi etnici – uguaglianza contro identità – è lo scopo di entrambe le ideologie. Le ideologie di sinistra si oppongono talvolta anche al valore dell’altruismo, essendo considerato contrario agli ideali dell’auto-realizzazione e dell’emancipazione, perché l’altruismo richiede un senso di appartenenza a un particolare gruppo umano, nonché un comportamento basato sullo spirito di sacrificio in favore di tale gruppo, e contro – almeno indirettamente – altri gruppi. Il capitalismo internazionale condivide questo intento di distruggere le identità e ogni legame con gruppi particolari, perché il consumatore atomizzato e senza identità, che professa degli pseudo-valori meramente egoistici, materialistici e edonistici, e non certo degli ideali altruistici, può essere manipolato molto facilmente, come preda indifesa di ogni campagna pubblicitaria.

I demografi mostrano che le popolazioni autoctone dell’Europa stanno andando a rotoli, in conseguenza di una pandemia di edonismo, che ha inondato questo continente con un’intensità che procede parallela all’intensità della propaganda dell’Olocausto. Nel giro di cento anni, l’Europa rimarrà spopolata delle sue popolazioni originarie, rimpiazzata da stranieri provenienti soprattutto dall’Asia minore e dall’Africa. L’America del Nord è di fronte a una situazione analoga, che però può essere vista come una semplice “reconquista”, principalmente ad opera dei mestizos messicani.

Il capitalismo internazionale sta conducendo il mondo sull’orlo dell’esaurimento ecologico generalizzato e della rovina economica – un orlo che sarà presto varcato – soprattutto a causa di una progressiva redistribuzione della ricchezza, dai poveri ai ricchi – sia a livello nazionale che internazionale – grazie a un sistema monetario basato sul debito pubblico e sugli interessi composti. La rivolta, forse addirittura una rivoluzione, sarà inevitabile nel lungo periodo. Una via d’uscita sembra impossibile, perché richiederebbe concetti finanziari radicalmente “nuovi”, come quelli che erano stati sperimentati con successo dal…regime innominabile a cui viene attribuita l’invenzione delle “camere a gas”. Così, imponiamo a tutti il silenzio e continuiamo a correre verso il disastro!

Nel frattempo, la lobby sionista di Washington ha iniziato a combattere una guerra “eterna” con l’obbiettivo di stabilizzare Israele, conquistare le fonti petrolifere del Medio Oriente, e sostenere la spina dorsale – il dollaro - del fatiscente capitalismo internazionale, con la violenza e la forza bruta. Sarà tutto inutile, perché nessuno può sfuggire alle leggi matematiche delle funzioni esponenziali nascondendosi dietro il debito pubblico e un gigantesco deficit commerciale.

L’economia mondiale è squilibrata: nel corso degli anni gli Stati Uniti sono arrivati a perdere fino al 5% del proprio reddito in favore di paesi stranieri, dei quali il principale beneficiario è la Germania.

E allora, qual è il ruolo del revisionismo dell’Olocausto? E’ vero che il revisionismo non può risolvere nessuno dei problemi testé nominati. Quello che il revisionismo può fare, però, è sfidare l’egemonia morale e culturale dell’ideologia dominante delle società occidentali, le cui carenze sono la ragione del declino finora evidenziato. Se il revisionismo avrà successo, l’egemonia morale e culturale dell’egualitarismo, dell’internazionalismo e del sionismo crollerà, perché le idee antagoniste non si possono più diffamare così facilmente, ammesso che sia possibile in assoluto, e perché tutti quelli che traggono vantaggio dall’Olocausto per i loro scopi politici dovranno affrontare una situazione in cui questa politica sarà controproducente, se non disastrosa.

Sebbene il revisionismo non sia né di destra né di sinistra, né tedesco né ebraico, né internazionalista né patriottico, è sempre dalla parte degli oppressi: siano essi palestinesi, iracheni, o patrioti tedeschi, o qualsiasi altro gruppo che lotta per preservare la propria identità, o persino la propria stessa esistenza. Domani potrebbe trattarsi degli ebrei, se la loro esistenza venisse minacciata.

Capisco che molti di voi sono preoccupati per il futuro del retaggio, culturale e etnico, europeo degli Stati Uniti. Sebbene gli americani di origine europea non siano negli Stati Uniti né una minoranza né un gruppo perseguitato, è certamente vero che coloro che insistono a voler preservare l’identità europea di questo paese, e che si oppongono ai matrimoni misti, incontrino l’opposizione massiccia dell’establishment. La ragione è che tali idee sono agli antipodi delle tre ideologie suddette: il mondialismo, l’egualitarismo e il sionismo. In quanto tale, il revisionismo dell’Olocausto può esservi d’aiuto. Ma vi prego di essere consapevoli che il revisionismo non è un’arma a vostra esclusiva disposizione. Esso è anche un arma potenziale per molte nazioni del mondo nella loro lotta contro lo sfruttamento economico da parte del capitalismo internazionale, la cui forza motrice sono gli Stati Uniti. Inoltre, è un’arma potenziale per tutte le minoranze etniche di questo paese che vogliano preservare la propria identità e resistere ai tentativi di assimilazione. E infine, come forza capace di minare alla base la legittimità del mondialismo, il revisionismo è anche un’arma potenziale contro il nuovo impero chiamato Stati Uniti d’America. Per dirla in modo schietto, ciò significa che il cittadino americano che voglia utilizzare il revisionismo a fini politici finisce per segare il ramo su cui è seduto, perché la maggior parte della ricchezza americana dipende attualmente dallo sfruttamento economico ed ecologico del pianeta. Quando questo tipo di nuovo imperialismo si fermerà, si fermerà anche la ricchezza americana e ne risulterà una massiccia povertà per la maggior parte della popolazione di questo paese, a meno che l’America non venga ristrutturata nel senso di una società più equa, più solidale e più altruista.

Per terminare questa parte della mia relazione, permettetemi di sintetizzare quanto detto finora dicendo che in sé stesso il revisionismo dell’Olocausto è, e deve essere, apolitico. Tuttavia, l’impatto politico potenziale del revisionismo è globale in scala e rivoluzionario in profondità. Tale impatto non va a beneficio esclusivamente di un certo gruppo, ma a beneficio di chiunque sia oppresso dai poteri vigenti, e questa categoria include forse il 95% dell’intera popolazione del pianeta, soprattutto nel terzo mondo, ma anche i poveri e gli oppressi delle nazioni industrializzate.

Dico questo qui perché, riguardo alla lotta politica, tutti tengano bene a mente il vecchio proverbio romano: divide et impera. Se tuttavia sentite di aver bisogno di spezzare il giogo di governanti stranieri e ostili, dovete applicare il principio opposto: unita et libera – unitevi e liberatevi. Contro i poteri forti avete bisogno di unirvi al maggior numero possibile di alleati, altrimenti non riuscirete a liberare voi stessi. Perciò, dovrete trovare un terreno d’intesa con altri gruppi che soffrono a causa della situazione attuale. Ho mostrato come il revisionismo dell’Olocausto possa potenzialmente guadagnare il sostegno del 95% dell’umanità – bianchi, gialli, rossi, e neri, americani e stranieri, cristiani, musulmani, atei e persino degli ebrei non sionisti. In questo modo, potremo vincere.

Passiamo ora alla questione più spinosa: come può il revisionismo dell’Olocausto diventare egemone? La mia risposta potrà sorprendervi, forse deludervi, ma è questa: possiamo fare ben poco per raggiungere questa meta, e se il revisionismo diventerà dominante, non sarà certo per causa nostra. Ecco perché:

Le due caratteristiche principali delle società moderne sono:
l’alto livello di specializzazione.
Il loro essere società informatiche, in cui le informazioni sono trasmesse ad un livello pervasivo dai media controllati dai poteri dominanti.

Le conseguenze di tali caratteristiche sono le seguenti:

a) in una società altamente specializzata, gli esperti di un determinato campo stabiliscono quello che viene percepito come vero e quello che viene considerato falso. La maggior parte delle persone non ha altra scelta se non quella di affidarsi al consiglio dell’esperto, e fa bene. Perciò, fino a quando quasi tutti gli storici dell’Occidente sottoscriveranno la versione dominante prestabilita dell’”Olocausto”, il mondo occidentale presumerà che questa è la “verità”.
b) I media contemporanei, dominati dalla TV, insieme a sofisticate tecniche psicologiche, ci portano al fatto insormontabile che la stragrande maggioranza della gente crederà sempre a quello che i notiziari diranno loro. E non avremo mai la possibilità di competere con questi giganteschi mass-media multimiliardari. Ogni goccia d’informazione che riusciremo a portare all’attenzione dell’opinione pubblica si disperderà nell’oceano della disinformazione dominante.

Quando David Duke mi ha chiesto due settimane fa di presentare un’agevole sintesi degli argomenti più importanti e aggiornati del revisionismo, mi sono chiesto: perché dovrei farlo? La risposta potrebbe essere: sia per convincervi se voi stessi non siete convinti, oppure per permettervi di uscire da qui e di convertire il mondo. Tuttavia, l’esperienza che mi viene dalle molte conferenze che ho fatto davanti a uditori impreparati mi dice che non posso convincere una folla, a cui è stato fatto il lavaggio del cervello, con argomenti scientifici divulgati in un’ora o due, quando poi i miei uditori tornano a casa e rimarranno esposti ad altri vent’anni e più della solita massiccia propaganda olocaustiana diffusa da tutti i canali dei media. La mia esperienza mi dice anche che solo una percentuale dal 2 al 3% di ogni gruppo di persone è capace di esercitare un pensiero critico, fuori dagli schemi. La maggioranza seguirà sempre il gregge. E quando si parla di Olocausto, il gregge segue quello che gli dicono i media, e i media riportano quello che scrive la maggioranza degli storici.

Questo significa che rimarremo incastrati per sempre da questa gigantesca menzogna?

No. Ma la soluzione non sta in noi revisionisti che cerchiamo di convincere la gente normale o di fare della vana contro-informazione contro i mass-media. Naturalmente, continuo a fare anche questo, perché non si sa mai, e perché per me avere dei clienti che pensano che io abbia ragione è anche un mezzo necessario di sopravvivenza economica. Tuttavia, non mi faccio l’illusione che noi revisionisti potremo mai risolvere questo problema. La soluzione è altrove.

C’è solo una risorsa che il revisionismo ha, e si chiama precisione.

Se è vero che solo quel 2 o 3% di spiriti critici è il potenziale destinatario dei nostri sforzi, e se è vero inoltre che sono gli esperti a essere ascoltati dai media e dall’opinione pubblica, allora dobbiamo incominciare con quel 2 o 3% di storici [relativamente] critici. E c’è solo una cosa che può convincere questo tipo di studiosi: essere talmente precisi e superiori rispetto a quanto è stato scritto in precedenza che essi non possano fare altro che rimanere persuasi. E questo è l’argomento di cui desidero parlare adesso.

Negli ultimi otto anni ho sentito e risentito il discorso che il revisionismo dell’Olocausto ha esplorato tutto l’esplorabile, che tutti gli argomenti importanti sono stati già presentati, che tutto quello che è stato detto dalla contro-parte è stato confutato migliaia di volte, e che non è rimasto nulla da fare se non dedicarsi a qualcos’altro.

Questo discorso è vero e falso nello stesso tempo. Anche se è vero che diversi argomenti-bomba, realmente convincenti, sono in circolazione da molti anni, se non da decenni, non è esatto dire che tutto è stato già esplorato e che tutti gli argomenti della controparte sono stati confutati. Io tendo a guardare la cosa dal punto di vista opposto: quando ho iniziato a essere coinvolto nel revisionismo, all’inizio degli anni ’90, fui colpito dalla mancanza di studi che fossero conformi a criteri scientifici. Avendo percorso un tirocinio di dieci anni di studi scientifici, ho appreso scrupolosamente come deve essere fatto un lavoro scientifico. Quasi nessuno dei lavori revisionisti che ho letto in quegli anni era conforme ai criteri necessari. E quando c’era un libro che soddisfaceva i detti criteri, l’argomento trattato copriva solo una parte del gigantesco avvenimento chiamato Olocausto, che si estende nello spazio per un intero continente, nel tempo per cinque anni, e riguarda milioni di individui in centinaia di posti diversi. Come si può affermare che poche monografie di una manciata di autori coprano l’intera area d’indagine?

Non è stato prima della metà degli anni ’90 che la ricerca scientifica degna di questo nome è iniziata: ricerca che è stata condotta in numerosi archivi e località di tutta Europa, ma soprattutto in quell’Europa orientale che era stata fino a qual momento inaccessibile. Decine, se non centinaia di migliaia di documenti sono stati riesumati e analizzati. E non è stato prima del 1998 che il primo frutto di questa ricerca è stato pubblicato in una serie di relazioni e monografie che ho avuto sia il compito che l’onore di portare alla luce con la mia casa editrice bilingue. E posso dire che abbiamo solo iniziato l’enorme compito di scrivere una serie di antologie e di monografie meticolosamente documentate di quello che è successo e di quello che non è successo agli ebrei europei durante la guerra.

Per darvi solo un esempio: esaminiamo una delle opere standard sull’Olocausto, il Kalendarium [degli avvenimenti del campo di Auschwitz] di Danuta Czech. La prima edizione di quest’opera di circa 900 pagine venne pubblicata negli anni ’60. E’ basata su migliaia di documenti e di testimonianze che provano presuntamente lo sterminio di massa a Auschwitz. Non è stato scritto mai nulla da parte revisionista che abbia affrontato quest’opera. E allora come si può dire che l’abbiamo confutata se non l’abbiamo neppure trattata? E questo è proprio quello che ci vuole per convincere gli storici [potenzialmente] scettici: a) confutare la tesi di questo libro e di altri libri simili e b) pubblicarne uno che sia molto più preciso, esatto e affidabile in modo tale che ogni storico dotato di senso critico debba cambiare campo. Ancora non abbiamo fatto nulla del genere, neanche lontanamente. Dall’anno 2000, tuttavia, ci stiamo dedicando al compito enorme di dedicarci al campo di Auschwitz, con diversi autori, e ho investito decine di migliaia di dollari in questo progetto, nonostante i miei problemi finanziari. I primi risultati di questa ricerca sono stati presentati al pubblico in diverse relazioni che ho pubblicato nelle mie riviste, e mentre questa ricerca era in corso siamo usciti anche con una serie di libri su altri campi, come Majdanek, Stutthof, Treblinka, Belzec, alcuni dei quali sono qui disponibili nel mio spazio librario. Tutti questi lavori sono innovativi, nel senso che presentano un livello di scrupolosa ricerca storica mai visto finora in nessuna delle due parti di questa controversia. L’enorme opera su Auschwitz in due volumi, più di duemila pagine, che verrà presentata alla fine di questo progetto, e che si basa su decine di migliaia di documenti originali e su una gran quantità di prove forensi, sarà pubblicata fra tre anni, se saremo fortunati. La ragione è semplice: il revisionismo può contare, per ora, solo su UN ricercatore a tempo pieno [Carlo Mattogno]. Sì, avete sentito bene: solo una persona su sei miliardi! E non sono io, poiché sono solo un editore! La ragione di tutto ciò è anch’essa semplice da individuare: la persecuzione. La maggior parte delle persone che hanno intrapreso qualche ricerca a un certo punto sono state condotte alla rovina, economica e personale, dalle persecuzioni e dai procedimenti penali, come me.

Alcuni dei risultati della nostra ricerca in corso sono consultabili nel libro che ho pubblicato di recente, nel caso qualcuno sia interessato. E’ scritto in modo tale da convincere l’esperto di storia potenzialmente scettico, e adesso vi mostrerò che questa strategia funziona.

Il primo passo in questa direzione è stato un libro pubblicato nel 1995 dallo storico Joachim Hoffmann (che ha lavorato a lungo in un istituto di ricerca finanziato dal governo tedesco) sulla guerra tedesco-sovietica del 1941-45. Sebbene il suo principale obbiettivo sia un altro, Hoffmann ha discusso le menzogne propagandistiche e le esagerazioni propalate dai sovietici, e così facendo si è imbattuto – prima accidentalmente e poi sistematicamente – nella ricerca dei revisionisti, che ha avuto il coraggio di citare. Ho avuto il piacere di pubblicare la traduzione inglese del suo libro, e così facendo sono riuscito a penetrare non solo nella mente del suo autore ma anche a sapere quello che sta avvenendo nella cerchia degli storici tedeschi: prima di tutto, non pochi di essi, sono davvero spaventati dalla persecuzione governativa ma, in secondo luogo, sono anche consapevoli del fatto che la storia che viene insegnata in Germania è assai poco esatta. Hanno grattato solo la superficie delle menzogne ma sicuramente hanno sentito la puzza. La paura della persecuzione e la mancanza di argomenti li tiene però ancora a bada.

Il secondo passo di cui voglio parlare è un articolo pubblicato nel Maggio del 2002 da un importante redattore, Fritjof Meyer, della principale rivista tedesca: Der Spiegel. Quest’articolo ha fatto molte concessioni al revisionismo, delle quali vorrei elencare solo alcune: l’ex comandante del campo di Auschwitz, Rudolf Höss, fu costretto con la tortura a scrivere la sua “confessione”. La capacità di cremazione dei crematori di Auschwitz è stata largamente esagerata. Il solo lavoro attendibile sulla capacità reale è stato pubblicato dai revisionisti, e Meyer cita anche il libro su cui si è basato: Dissecting The Holocaust, il mio volume antologico di cui è stata appena pubblicata la seconda edizione inglese. Tenete presente che questo libro ha scatenato una delle più grandi perquisizioni – e conseguente rogo delle copie del libro – mai intraprese nella storia della Germania contemporanea! Eppure Meyer ancora cita quest’opera “infernale” – seppur prendendo le distanze dal resto del libro, ma lo fa!

Il risultato della sua indagine è che ad Auschwitz non sono morte un milione di persone ma forse solo la metà.

E, quel che più conta: i locali finora ritenuti come le principali attrezzature dello sterminio, certe camere mortuarie dei crematori di Auschwitz, in realtà, secondo Meyer, non furono affatto utilizzate come camere a gas!

Quest’articolo provocò uno scambio di opinioni tra Meyer e il capo del dipartimento della ricerca del Museo di Auschwitz, Franciszek Piper. Nella sua confutazione dell’attacco portatogli da Piper, Meyer si è basato ancora di più sugli argomenti revisionisti, citando decine di documenti che i nostri indefessi ricercatori hanno riesumato e pubblicato nel corso degli anni – per quanto Meyer non li degni neppure di una sola parola. Questa controversia, con un’analisi delle concessioni e degli errori che sono stati fatti dai due polemisti, è stata attentamente documentata sulla mia rivista The Revisionist.

Il terzo passo in avanti è un libro dello storico tedesco “mainstream”, Werner Maser, libro che è stato pubblicato lo scorso Aprile. Il suo titolo è: “Falsità, favole e verità su Hitler e Stalin”. Sebbene non abbia ancora letto il libro, che sto per ricevere, un editore tedesco mio amico mi ha già detto che Maser si rifà al coraggioso semi-revisionismo di Meyer e fa addirittura un passo ulteriore: ha osato citare la mia rivista tedesca, scusandosi per questo (non c’è bisogno di dirlo) ma dicendo che questa rivista pubblica così tanti documenti importanti che non poteva fare a meno di nominarli. Citare la ricerca revisionista in libri dell’establishment è diventato inevitabile.

Vedete: eccoci al punto. Se si presentano studi scrupolosi e prove scientifiche schiaccianti, gli studiosi dotati di senso critico all’interno della comunità degli storici alla fine ne terranno conto. Lentamente, all’inizio, ma lo faranno. E per essere franchi: non mi importa se forniranno gli opportuni riferimenti al nostro lavoro oppure no, o se facendolo parleranno male di noi, fintantoché accetteranno i fatti per come sono. E’ questo che mi interessa al momento.

Quella che possiamo sperimentare adesso in Germania è la prima fase di un nuovo orientamento, la fase preparatoria di una rivoluzione storiografica. E sono sicuro che si diffonderà, perché affonderò i miei tacchi sul suolo di questo paese per continuare a pubblicare [libri] nella nuova lingua franca, in modo che il mondo intero possa scoprire la madre di tutte le menzogne, e come è stata creata e sfruttata dai poteri dominanti!

Finora ho parlato quasi esclusivamente di politica. Tuttavia, siccome non voglio deludere quelli di voi che si aspettavano anche qualcosa sul revisionismo, accondiscendo al desiderio di David Duke di fornirvi degli orientamenti su come trattare l’argomento Olocausto quando ne parlate con altre persone. Ma, di nuovo, non può essere quello che vi aspettate perché adesso non vi darò un prontuario degli argomenti più esplosivi del revisionismo. Una delle ragioni per cui non lo farò è che sono giunto alla conclusione che la maggior parte delle persone, quando vengono messe di fronte a una massiccia bordata di argomentazioni reagiscono in modo opposto a quello che vorremmo: finiscono per considerarci dei fanatici, nel migliore dei casi, e perfidi nazisti nel peggiore. Tuttavia, se davvero volete leggere un riassunto delle nostre argomentazioni, potete prendere gratis il nostro volantino La controversia dell’Olocausto, qui sul mio tavolo dei libri oppure, se volete approfondire l’argomento, vi raccomando allora di comprare il mio libro Dissecting the Holocaust.

Come ho detto in precedenza, ho qualche esperienza di tentativi fatti per far diventare le persone più critiche verso quello che sono costrette a sorbirsi dai media, dai politici, e dalle istituzioni scolastiche, in modo tale che alla fine possano valutare le argomentazioni revisioniste. Finora l’approccio più efficace si è rivelato quello che si tiene lontano dall’Olocausto in quanto tale, ma che parla invece di avvenimenti accaduti nel 1900, l’anno in cui la propaganda dell’Olocausto è iniziata. Sì, mi avete sentito bene: il 1900. Non il 1941, e neppure il 1933, no, sto parlando dell’anno Uno Nove Zero Zero.

Di quello di cui parlerò adesso sono debitore ad uno degli autori della mia collana, Don Heddesheimer, che ha rintracciato tutte le notizie di cui sto per parlare, e il cui libro ho avuto l’onore di pubblicare l’anno scorso. Il suo titolo è: "The First Holocaust. Jewish Fund Raising Campaigns with Holocaust Claims During and After World War One" [Il primo olocausto. Le campagne ebraiche di raccolta fondi con dicerie sull’Olocausto durante e dopo la prima guerra mondiale]. Il titolo stesso dice molto.

La questione è fondamentalmente la seguente: da quando sappiamo che durante l’Olocausto della seconda guerra mondiale sono morti sei milioni di ebrei? Solo pochi minuti fa ho menzionato Hoffmann come il primo storico tedesco “mainstream” che abbia utilizzato gli argomenti dei revisionisti. Egli ha anche scoperto che i sovietici utilizzarono la cifra dei sei milioni, nelle loro pubblicazioni propagandistiche, già nel Dicembre del 1944, in un’epoca in cui nessuno poteva conoscere il tasso di mortalità. Heddesheimer ha riesumato molti articoli, pubblicati soprattutto dal New York Times, tra la fine della prima guerra mondiale e il 1927, che dicevano che milioni di ebrei nell’Europa orientale avrebbero subito una catastrofe a causa della fame e delle malattie se non avessero ricevuto aiuti massicci. Parole ronzanti come Olocausto, sei milioni, e sterminio, c’erano già tutte. Ho riprodotto alcune frasi tratte dagli articoli del New York Times sulla copertina del libro di Heddesheimer. L’esempio più impressionante, che è conosciuto già da un bel po’, venne pubblicato sul numero del 31 Ottobre del 1919 della rivista The American Hebrew da Martin H. Glinn, che era stato governatore dello stato di New York alla fine della prima guerra mondiale. In questo articolo possiamo leggere frasi come le seguenti:

“Dall’altra parte del mare, sei milioni di uomini e donne ci chiedono aiuto […] sei milioni di essere umani. […] Sei milioni di uomini e donne stanno morendo […] nell’incombente olocausto della vita umana […] sei milioni di uomini e donne affamati. Sei milioni di uomini e donne stanno morendo […]”

Heddesheimer ha anche provato che queste dicerie erano tutte fraudolente. Ha mostrato pure che già nel 1900 i sionisti affermavano che sei milioni di ebrei sofferenti in Europa sarebbero stati un buon argomento per il sionismo.

Vedete: la propaganda dell’Olocausto è molto più vecchia della seconda guerra mondiale. Far capire questo alla gente offre una tale apertura che dopo questa rivelazione la maggior parte delle persone accetterà la possibilità che le informazioni siano state manipolate.

Un’altra serie [di dicerie] che corre lungo un secolo di propaganda dell’Olocausto quasi ininterrotta è quella relativa alle camere a gas. Permettetemi di mostrarvi su questo due articoli di giornale. Il primo è stato pubblicato sull’inglese Daily Telegraph, il 22 Marzo 1916, a p. 7, vale a dire in piena guerra. Recita così:

“Secondo un’informazione attendibile, le vittime degli austriaci e dei bulgari superano le 700.000 unità. […] Donne, bambini e anziani sono stati fucilati nelle chiese dagli austriaci, e anche infilzati con le baionette o soffocati con il gas asfissiante”.

Oggi viene generalmente riconosciuto che questa fu una menzogna propagandistica inventata dagli inglesi. Ora, confrontiamo quest’informazione con un articolo che apparve sullo stesso Daily Telegraph il 25 Giugno del 1942, a p. 5, e cioè cinque giorni prima che il New York Times, di proprietà ebraica, riferisse per la prima volta del presunto sterminio degli ebrei nell’Europa controllata dai tedeschi:

“I tedeschi hanno ucciso 700.000 ebrei in Polonia. Camere a gas mobili”.

Ora, se pensate che sia ovvio che nessuno diffonderebbe oggi dicerie tanto vergognose sugli avvenimenti in corso nel mondo, devo darvi un’altra lezione assolutamente sbalorditiva: permettetemi di sottoporvi solo due esempi da una guerra del 1991, quasi cinquant’anni dopo l’inizio della propaganda del secondo Olocausto. Riguarda la prima guerra dell’America contro l’Iraq, intrapresa per far sloggiare le truppe irachene fuori dal Kuwait. La Jewish Press, di New York, che allora si definiva come “il più grande settimanale indipendente anglo-ebraico”, scrisse sulla sua copertina il 21 Febbraio 1991:

“GLI IRACHENI HANNO CAMERE A GAS PER TUTTI GLI EBREI”.

Oppure prendete la copertina del volume 12, numero 1 (primavera 1991) di Response, un periodico pubblicato dal Simon Wiesenthal Center di Los Angeles, e distribuito in 381.065 copie:

“I TEDESCHI PRODUCONO ZYKLON B IN IRAQ (La camera a gas fatta in Germania dell’Iraq)”.

Spero che afferriate l’idea: 1900, 1916, 1927, 1942, 1991…

Nel 1991 era sicuramente tutta un’invenzione, come pure le dicerie successive prima della seconda guerra dell’America contro l’Iraq nel 2003, secondo cui l’Iraq possedeva o stava per possedere armi di distruzione di massa – sebbene in quest’ultimo caso non fosse menzionata l’arma chiamata “Zyklon B”. Ma, come il rinomato giornale israeliano Haaretz proclamò orgogliosamente il 7 Aprile 2003:

“La guerra in Iraq è stata ideata da 25 intellettuali neoconservatori, la maggior parte dei quali ebrei, che stanno spingendo il Presidente Bush a cambiare il corso della storia”.

E proprio recentemente, il 21 Maggio 2004, il senatore Fritz Hollings ha orgogliosamente proclamato che questa guerra, naturalmente, è stata combattuta per Israele e per nient’altro. Perché, come tutti sappiamo, gli ebrei israeliani meritano una protezione preventiva dall’annientamento mediante armi di distruzione di massa – che sia lo Zyklon B oppure no, che siano armi inventate oppure no…

Solo con questi argomenti a disposizione, messi per iscritto sulla quarta di copertina di un libro che neanche tocca direttamente l’argomento scottante dell’Olocausto, potete uscir fuori e aprire la mente della gente, per far notare loro che forse non proprio tutte le dicerie riferite agli eventi accaduti tra il 1941 e il 1945 sono vere. Forse, dopotutto c’è una possibilità che le cose siano state deformate, distorte, esagerate, inventate. E se la gente ammette questa possibilità, sarà sufficientemente aperta per leggere da sé, nelle nostre pubblicazioni specialistiche – tutte peraltro accessibili su internet – chi è che dispone degli argomenti migliori.

Vi ringrazio per la vostra attenzione.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://forum.codoh.com/viewtopic.php?t=1123

giovedì 26 giugno 2008

Reynouard e Verbeke latitanti

Il 20 Giugno avevo scritto che Vincent Reynouard e Siegfried Verbeke erano stati condannati dal tribunale di Bruxelles a un anno di prigione senza condizionale e a 25.000 euro di ammende varie. Il tribunale aveva richiesto anche l'arresto immediato dei due imputati. Reynouard ha fatto appello: secondo il suo avvocato la richiesta d'appello non comporta la sospensione della pena, secondo altri due avvocati invece sì, a partire dal momento in cui viene registrata, che è una questione di pochi giorni.

Per quanto riguarda Verbeke, condannato "per difetto", poiché non si è presentato alle udienze, mi giunge voce che il suo processo dovrà essere riesaminato. Abbiamo anche appreso che lunedì scorso (23 Giugno), verso le ore 20.15, tre membri della polizia belga si sono presentati a casa di Reynouard, presumibilmente per arrestarlo. Il ricercato però è fuggito, forse all'estero. E' probabile che penda su di lui un Mandato d'arresto europeo.

Quanto a Siegfried Verbeke, è anche lui latitante.

Questi tristi accadimenti dimostrano non solo la disumanità delle leggi antinegazioniste ma anche la malafede di tutti coloro che le hanno volute: se i revisionisti dell'Olocausto raccontassero frottole non ci sarebbe nessun bisogno di sbatterli in prigione!

mercoledì 25 giugno 2008

Un commento sul voto irlandese


GLI IRLANDESI STANNO BLOCCANDO ILRESTO DELL’EUROPA”?

Di Martin Helms[1]

E’ sempre stato chiaro che le elite dominanti non avrebbero accettato il “no” irlandese al loro amato piano. Questa volta gli eurocrati non stanno affatto mentendo quando dicono che non hanno un piano B. Dopo il primo shock, ululando e digrignando, continueranno semplicemente a portare avanti il piano A. Di conseguenza, la manovra per scartare la volontà popolare e infrangere le loro stesse regole, così come i principi fondamentali delle società libere, è già iniziata.

Uno degli argomenti più disgustosi e scandalosi fatti circolare dagli eurocrati e dai loro accoliti sui media dominanti è che gli 862.415 elettori irlandesi non hanno il diritto di bloccare la meta agognata da circa 450 milioni di europei. Questa deformazione della verità non viene mai contestata.

Prima di tutto, gli irlandesi sono stati di fatto i soli cittadini d’Europa a essere interpellati. Il resto dei 446, o giù di lì, milioni di cittadini non sono mai stati consultati. Come può un qualsiasi politico affermare che i suoi elettori vogliono la ratifica della Costituzione Europea formalizzata dal Trattato di Lisbona quando tutta la classe politica ha energicamente insistito a non consultare i cittadini? In realtà, in molti paesi i politici ammettono apertamente che i propri elettori avrebbero fatto quello che hanno fatto gli irlandesi, e cioè votare contro la sporca faccenda.

Così non è vero che pochi irlandesi bloccano la volontà di centinaia di milioni di altri elettori europei ma è chiaro invece che una massa di elettori irlandesi si sono opposti a poche migliaia di politici e di burocrati che costituiscono l’elite del potere europeo. Da questo punto di vista, la prospettiva è totalmente diversa, o no?

In secondo luogo, cosa ne è stato di quei 20 milioni di elettori francesi e olandesi che hanno detto no allo stesso documento tre anni fa? Perché il loro “no” non viene compreso nel conto? Naturalmente, la manovra con questi numeri non funzionerebbe. Quando gli eurocrati parlano di 450 milioni di europei, i cui cuori e i cui sogni sarebbero stati spezzati dall’egoismo del piccolo numero degli elettori irlandesi, si dimenticano di sottrarre a tale cifra i milioni di francesi e di olandesi (e di irlandesi) dal totale complessivo. Queste sono le nazioni che – quando è stata data loro la possibilità – hanno votato contro il progetto in questione. Le sole nazioni ad approvare con un referendum la Costituzione Europea sono state la Spagna e il Lussemburgo. In realtà, il 60% dei paesi che hanno avuto la possibilità di votare la Costituzione, l’hanno rifiutata. Stranamente, nel caso della Spagna e del Lussemburgo, nessuno si sogna di dire che l’elettorato non ha capito la domanda e ha votato sì non alla costituzione ma a sostegno del proprio governo. Non ho neppure sentito dire che la vera ragione per cui la Spagna ha votato a favore è che voleva che la Turchia diventasse uno stato membro dell’Unione. Solo quando la risposta non piace agli eurocrati, essi pensano che l’elettorato è stupido e non sa di che cosa si tratta.

La dura verità è che nessun governo in Europa, tra quelli che hanno approvato il Trattato di Lisbona, può continuare a pretendere di essere legittimo. I governi sono andati, consapevolmente e volontariamente, contro la volontà del popolo, hanno gettato via le loro costituzioni, hanno corrotto i loro tribunali affinché fossero consenzienti (distruggendo così la certezza del diritto) e hanno iniziato a governare senza il consenso del popolo e senza le regole dello stato di diritto. La strada che conduce alla tirannia ha una sola direzione. Si può solo inasprire l’apparato repressivo per controllare i sudditi e la gente potrà solo diventare più sprezzante e ostile verso i propri governi mentre gli arbìtri aumentano. Questo è il percorso che porta alla rivoluzione. Bene! Come ha detto Thomas Jefferson, “L’albero della libertà deve essere ristorato di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni”. Ho la sensazione che sempre più persone in giro per l’Europa sono pronte per questo. E i politici?
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.brusselsjournal.com/node/3350

Una lettera di Lady Renouf




Strano ma vero, il giornale della comunità ebraica inglese, The Jewish Chronicle, ha pubblicato nel giro di pochi giorni due risposte di due revisionisti che erano stati chiamati in causa dai suoi articoli: dopo il diritto di replica concesso all'astronomo Nicholas Kollerstrom (pubblicato il 7 Giugno) è stata la volta di Lady Michèle Renouf, che si è vista pubblicare - il 13 Giugno - buona parte della sua replica assai lunga, inviata al giornale dopo che questo l'aveva rimproverata di aver preso le difese di Kollerstrom. Per chi volesse saperne di più su questa coraggiosa signora ecco l'indirizzo del suo sito: http://www.tellingfilms.co.uk/default.htm .

E questa è la traduzione della sua risposta (disponibile in originale all'indirizzo: http://www.thejc.com/home.aspx?ParentId=m12s30&SecId=30&AId=60665&ATypeId=1 ):

Non sono, e non sono mai stata un membro o una sostenitrice del British National Party di Nick Griffin (come da voi riportato nella vostra rubrica Media il 30 Maggio scorso); al contrario, ho criticato lo spirito olocaustiano (fondato su un dogma, e non sui fatti) del suo partito e, di conseguenza, mi è stato impedito di promuovere il mio film Jailing Opinions in uno dei suoi raduni.

Non sono neppure membro del forum letterario New Right [Nuova Destra], sebbene abbia avuto molte volte il piacere di parlare a questa cordiale assemblea, che include tendenze politiche e religiose molto differenti, e che non può essere sensatamente definita come un gruppo “neonazista”.

Sono orgogliosa di confermare la mia partecipazione al Convegno di Teheran del 2006 sull’Olocausto, che era aperto a tutti le parti in causa qualificate della controversia, al contrario del recente – e antirevisionista – Convegno sui revisionisti di Berlino, sponsorizzato dal governo, che ha spudoratamente impedito la presenza di tutti gli scettici sull'argomento, sia storici che scienziati.

E’ triste dirlo, ma la verità è esattamente opposta alla demonizzazione razzista, fatta dal Jewish Chronicle, dell’Iran come “regime malvagio e dittatoriale”. La realtà è che nei paesi presuntamente democratici del “Mondo Libero” i cittadini e persino gli stranieri (ad esempio, lo storico David Irving) vengono imprigionati semplicemente per aver espresso delle opinioni critiche, o per aver portato avanti le proprie ricerche.

Questi procedimenti giudiziari vengono intrapresi per il solo fatto di avere espresso opinioni dissenzienti sulla storia dell’Olocausto, a prescindere dal merito [degli argomenti]. I revisionisti e i loro avvocati vengono imprigionati senza poter difendere le basi scientifiche dei propri argomenti. […]

Per contrasto, si può soltanto elogiare la politica di amichevole dibattito tenuta dall’ammirevole televisione iraniana, che permette a tutte le parti in causa di confrontarsi.

Se difendere la ricerca razionale, di matrice agnostica, da un lato e i servizi di una televisione imparziale dall’altro, mi fa essere accusata di “creare legami” tra i “neonazisti” e i “fondamentalisti islamici”, allora forse questo fatto riguarda più il carattere irrazionale della nostra democrazia e le interpretazioni fraudolente dei suoi media, che il mio carattere o il mio comportamento.

I fatti dicono che l’Iran è un paese pacifico, in cui gli ebrei non sono maltrattati in alcun modo; al contrario della brutale politica di stato dell’Entità Sionista di Israele verso i palestinesi autoctoni, autenticamente semiti e oppressi senza scampo. La tipica demonizzazione, da parte del vostro giornale, degli oppositori d’Israele non può nascondere questi fatti, e non può neppure occultare il suprematismo razzista intrinseco al progetto sionista.

martedì 24 giugno 2008

Aggiornamento sito V. H. O.




Aggiornata la pagina italiana del sito VHO (http://ita.vho.org/LIBRI.htm ) con quattro interessanti contributi: due articoli di Thomas Kues, l'ormai famosa intervista di Faurisson a Giovanna Canzano, e un articolo di Jürgen Graf sulla clamorosa controversia Meyer-Piper del 2004.

lunedì 23 giugno 2008

Olocausto: percorso a tappe





Letto sul sito di "marketwire" (http://www.marketwire.com/mw/release.do?id=870284 ):

Il Canada ha percorso un altra tappa per diventare membro a tutti gli effetti del Gruppo di lavoro [Groupe de travail, Task Force: http://www.holocausttaskforce.org/ ] per la cooperazione internazionale in materia di sensibilizzazione, di commemorazione e di ricerca riguardante...l'Olocausto [i punti di sospensione non sono miei].

Riassumendo: a nome del governo e a titolo di capo della delegazione canadese, l'onorevole Jason Kenney, segretario di stato, è stato fiero di annunciare il 18 Giugno scorso che il Canada ha ottenuto lo status di "paese di collegamento" in seno al predetto Gruppo di lavoro. Il Canada sta cercando di diventarne membro a tutti gli effetti.

Il processo di adesione a questo gruppo comporta tre tappe. I paesi devono passare dallo status di paesi osservatori a quello di "paesi di collegamento", prima di diventare membri a pieno titolo. Il Canada ha ottenuto lo status di paese osservatore nel Giugno del 2007 e, con questo titolo, ha assistito alle sedute plenarie del Dicembre 2007 [quale onore!].

Il Gruppo di lavoro è stato istituito nel 1998, su iniziativa svedese. I membri (ne fanno parte 20 nazioni, tra cui l'Italia) si impegnano a promuovere la dichiarazione di Stoccolma con diverse forme di commemorazione dell'Olocausto. Nel corso degli ultimi sei anni, il Gruppo di lavoro ha finanziato più di cento programmi in tutto il mondo, con relativa pubblicazione di libri e di altri documenti pedagogici.

Ho consultato il sito della delegazione italiana (http://www.pubblica.istruzione.it/shoah-itfitalia/eventi.shtml ) ma non mi sembra molto aggiornato: nella rubrica "eventi" l'ultimo appuntamento risale agli inizi del 2005 (quando all'Italia era stata affidata la presidenza annuale del gruppo di lavoro). Poi più nulla, a quanto pare. Lo zelo dell'Italia per l'Olocausto sembra decisamente inferiore a quello canadese. Cosa aspettano a declassarla?!

domenica 22 giugno 2008

Il caso Claudio Moffa


I fatti che sto per raccontare sono estremamente gravi. I lettori di questo blog già conoscono il professor Claudio Moffa, l'unico docente universitario italiano che abbia provato a sdoganare il revisionismo dell'olocausto, invitando due volte Robert Faurisson a tenere lezioni per i propri corsi. Che fosse per questo finito nell'occhio del ciclone lo sapevamo.

Quello che non immaginavo è che venisse boicottato perfino da tre dei principali gestori italiani di servizi internet. Sì, avete capito: mi riferisco proprio a Fastweb (il provider di Moffa), a Telecom-Alice e perfino a Wind-Infostrada.

Come ce ne siamo accorti? Giorni fa vengo contattato da Moffa, che mi prega di inoltrare, per email, a una lista di suoi corrispondenti l'invito al prossimo convegno del 7 Luglio, a Roma, da lui organizzato (http://www.21e33.blogspot.com/ ). Moffa infatti non ci riesce perché ogni volta che prova a spedire la relativa email il messaggio gli torna indietro, con la dicitura "policy" (che in inglese significa "politica" e anche "linea di condotta").

L'invito a contattare i corrispondenti di Moffa mi viene quindi reiterato da una nostra comune amica, la quale da giorni prova - inutilmente - a inviare il detto messaggio tramite il proprio provider, che è Telecom-Alice. In particolare, l'amica in questione mi invita a inserire nel messaggio l'indirizzo preciso del blog di Moffa, per vedere se è proprio questo il motivo del blocco della posta.

Carico il messaggio con l'indirizzo del blog che, lo ripeto, è: http://www.21e33.blogspot.com/ e lo invio ai destinatari concordati tramite il mio provider, che è Wind-Infostrada. Come previsto, il messaggio non lo riceve nessuno. La nostra amica aveva ragione! Ogni messaggio che reca l'indirizzo del blog di Moffa o ritorna indietro o viene automaticamente cestinato dal server.

Ribadiamo allora pubblicamente, per chi ancora non lo sapesse, che il prossimo 7 Luglio, alle ore 15.30, nella Sala Corsi dell'Ordine degli Avvocati di Roma, in via del Valadier 32, il Comitato 21 e 33 e l'Istituto Enrico Mattei di Alti Studi in Vicino e Medio Oriente, promuovono un dibattito su:

"LE OPINIONI IMBAVAGLIATE - I pericoli per la libertà di espressione e per il diritto di difesa in Italia". I lettori desiderosi di ulteriori particolari possono consultare il blog di Moffa (che ancora, per fortuna, non è stato oscurato).

Mi auguro che in una delle prossime occasioni di incontro il Comitato 21 e 33 formalizzi la propria associazione dal punto di vista giuridico (se ancora non è stato fatto), per poter intentare le opportune azioni legali contro i detti provider di posta elettronica, in modo che il coraggioso prof. Moffa non venga lasciato solo a combattere contro queste incredibili prevaricazioni.

sabato 21 giugno 2008

L'arte nazista. Sembra che non fosse spazzatura


UNA PRIMAVERA PER HITLER

Di Roger Griffin (2008)[1]

Alla fine della seconda guerra mondiale, l’esercito americano confiscò centinaia di opere d’arte naziste. Ritenute inadatte a essere esposte in pubblico, vennero portate negli Stati Uniti e tenute segrete. La ragione, secondo il ricercatore Gregory Maertz, era che questi dipinti erano di valore estetico tanto elevato che la loro esposizione avrebbe imbarazzato l’opinione ufficiale, che vede il nazismo come il male puro e semplice.

Sebbene molte di queste opere d’arte siano ritornate in Germania, la loro forza estetica e la loro umanità continuano a imbarazzare le autorità. Maertz riferisce che vi sono musei tedeschi che ancora oggi negano l’esistenza di opere che egli ha visto con i propri occhi nei loro depositi. Perché ogni nozione di pietas nazista, o di valida arte nazista, confonde i nostri sentimenti e le nostre certezze più profonde.

In un episodio dell'Ispettore Morse chiamato “Il crepuscolo degli dei” (1993), Morse rassicura fiduciosamente il sergente Lewis che “Quello che stiamo cercando qui è il genere di persona che squarcia quadri, prende a martellate le statue di Michelangelo e brucia i libri; qualcuno che odia l’arte e le idee così tanto da volerle distruggerle: un fascista”. Per l’ispettore amante dell’opera lirica, quindi, è assiomatico che il fascismo sia una forma di vandalismo, un assalto nichilista alla stessa civiltà, un assalto che prese la sua forma più infame nel regime di terrore capeggiato da Adolf Hitler.

Nel 1989 il produttore cinematografico Peter Adam riuscì almeno a prendere sul serio la cultura nazista al punto di produrre un documentario di due ore sull'Arte nel terzo Reich, per la prestigiosa serie culturale della BBC intitolata Omnibus. Tuttavia anch’egli confermò lo stereotipo che grava sull’arte nazista quando avvertì i suoi spettatori che i dipinti, le sculture e gli edifici che stavano per vedere erano l’espressione di un’”ideologia barbara”. “Si può guardare all’arte del terzo Reich solo con le lenti di Auschwitz”, concluse.

E così mentre il catalogo della mostra sul modernismo del 2006 del Victoria and Albert Museum, “Designing a New World”, designava la Volkswagen come un esempio spettacolare dell’ingegneria e dei principi estetici modernisti, esso manifestava ancora grande perplessità su come fosse stato possibile che un prodotto tecnologico così “avanzato” e razionalmente bello potesse essere uscito da un regime basato sulla barbarie e sulla fuga dalla modernità, attratto dalla vita pastorale e dalle elucubrazioni sulla supremazia ariana. La tendenza è sempre quella di evidenziare il cattivo gusto e gli aspetti più scopertamente regressivi dell’arte nazista – simboleggiati dalla squallida opera d’artista dello stesso Hitler, e di escludere e negare l’origine fascista dei capolavori che amiamo.

Considerati i crimini dei nazisti, una tale operazione è allettante. Allettante ma faziosa, da un punto di vista storico. I nazionalismi fascisti, come il nazismo e il fascismo italiano di Mussolini, non sono stati mai semplicemente un ritorno al passato, e il loro senso della cultura, dell’arte e del destino umano hanno in comune con altre forme di modernismo del ventesimo secolo – quel modernismo che è perpetuamente celebrato e alla moda – molto più di quanto vorremmo ammettere. Come ha scritto Gregory Maertz, “il modernismo ufficiale è stato blindato dalle contaminazioni ideologiche e estetiche con il terzo Reich”.

A differenza del termine “modernità”, che indica l’impatto delle nuove tecnologie e delle nuove relazioni sociali sulle società tradizionali, “modernismo” è un termine solitamente applicato alle arti che hanno rotto con le convenzioni formali del Rinascimento. Tuttavia, un certo numero di storici amplificano ulteriormente il suo significato. Essi vedono la corrente di innovazione estetica che ha inondato la società europea alla fine dell’ottocento e all’inizio del novecento, portando con sé un flusso di nuovi “ismi”, come espressione di un impulso più profondo: quello di formulare un nuovo ordine sociale capace di riscattare l’umanità dal caos e dalla crisi provocati dalla devastazione – operata dalla modernità – delle sicurezze tradizionali.

Da questo punto di vista, nel cuore del modernismo risiede un paradosso sostanziale: la sua sorgente emotiva non è moderna. Trae piuttosto origine dallo sforzo umano primordiale di edificare quello che il sociologo Peter Berger chiama il “sacro tetto”, per agire da riparo contro l’horror vacui del caos e della morte. La modernità, che lacera quel tetto, che minaccia la coesione della cultura tradizionale e la sua capacità di assorbire i cambiamenti, provoca un riflesso istintivo di autodifesa volto a riparare quelle lacerazioni, riaffermando quei valori “eterni” e quelle verità che trascendono la transitorietà dell’esperienza umana. Se il tetto è danneggiato in modo irrimediabile vi sono le condizioni per quello che i sociologi conoscono come il “movimento di rinascita”, che cerca di edificare un tetto interamente nuovo, un nuovo firmamento metafisico per rinnovare il mondo da capo.

Da questa prospettiva il modernismo è una reazione radicale contro la modernità. Al suo livello più programmatico e utopico, è un tentativo di arrestare il movimento della “decadenza” costruendo una modernità alternativa dal lato opposto rispetto a quello dell’autodistruzione strutturale e morale della società contemporanea. E’ contro questa prospettiva che emersero le varianti razziste del nazionalismo. Esse si proponevano di rivitalizzare una società in decadenza ricollegando i moderni cittadini alla propria storia, alla propria cultura, alle radici etniche e territoriali, non con uno spirito antimoderno ma per costruire un nuovo futuro.

Questa prospettiva, quindi, invita a capire in modo nuovo, da un punto di vista storico piuttosto che mitico, i tentativi intrapresi dai fascisti, dai nazisti, dai bolscevichi e dai comunisti cinesi per costruire una società moderna, post-tradizionale e post-liberale, una società abitata da un “Uomo Nuovo”. Come versioni moderne di una rinascita primordiale, esse aspiravano a creare un nuovo modello di stato totalitario, uno “stato modernista” la cui politica era elaborata all’interno di una visione globale della storia, che presentava un nuovo firmamento di valori trascendentali. Ognuna di esse cercò di creare una nuova epoca. Una delle ovvie differenze tra questi modelli, tuttavia, è che mentre il comunismo voleva tagliare i ponti con la decadenza del passato feudale e capitalista, l’Italia fascista e la Germania nazista cercarono di mobilitare le masse con narrazioni mitiche sulla superiorità culturale e razziale degli antichi romani e degli ariani.

Il fatto che nessuno dei due regimi si accinse alla distruzione del capitalismo, e che entrambi istituirono culti basati su valori eroici e mitici, ha rafforzato la convinzione diffusa che il fascismo sia una forza politica essenzialmente antimoderna, reazionaria, con lo sguardo rivolto al passato, la parodia di una “vera rivoluzione”. In realtà i miti germanici e greco-romani avevano per il terzo Reich e per la “nuova Roma” la stessa funzione esercitata dalla categoria del “primitivo” per artisti come Stravinsky, Picasso e Gauguin: quella di venire arruolati nella fondazione di un migliore – e moderno – futuro.

E così la tecnologia pionieristica dell’”automobile del popolo”, (originariamente concepita come l’”automobile della Forza attraverso la Gioia”) destinata a correre sulle “Strade Adolf Hitler” di un sistema autostradale nazionale concepito con uno slancio modernista mozzafiato, è assolutamente compatibile con il bizzarro progetto di Himmler del “Retaggio Ancestrale”, intrapreso per documentare le perdute meraviglie dell’antica civiltà ariana. Non dovrebbe quindi più sorprendere che lo stesso Goebbels, che sovrintendeva alla purga dell’arte degenerata, si assicurasse che a Edvard Munch – il pittore norvegese autore di un dipinto come “L’urlo”, che è la quintessenza del modernismo – venissero concessi i funerali di stato, con la bara scortata da bandiere con la svastica. Similmente, i progetti architettonici titanici di Albert Speer indicavano non una nostalgia antimoderna per le glorie della civiltà greca, bensì la rinascita della volontà ariana di costruire con uno stile che fosse senza tempo ma anche ultramoderno. In realtà, le linee “pulite” dello spoglio neoclassicismo degli edifici civili aveva connotazioni di igiene sociale, come i nudi dei quadri e delle statue che li adornavano celebravano implicitamente la salute fisica di una comunità nazionale concepita non solo in termini razziali ma anche eugenetici.

Persino la campagna di eutanasia e i genocidi multipli [quali?] attuati dal terzo Reich devono essere compresi non come delle mere orge di sadismo gratuito e di nichilismo ispirato dall’odio, ma come il danno collaterale della lotta per portare avanti una rivoluzione antropologica per il bene supremo di tutta l’umanità. I più ferventi convertiti di Hitler pendevano dalle sue labbra quando annunciava che “la nuova era del presente è all’opera su un nuovo tipo di uomo. Uomini e donne devono essere più sani, più forti: c’è un nuovo senso della vita, una nuova gioia di vivere”.

Lo scopo supremo dei nazisti non era solo eccellere in tutte le sfere della vita sociale ma generare un tipo superiore di essere umano. L’attivista nazista Franz Pfeffer von Salomon formulò con inquietante lucidità le implicazioni logiche di questa concezione meritocratica per le forme di vita “inferiori”: “gli alberi che non portano frutti devono essere recisi e gettati nel fuoco”.

Quello che la visione del mondo nazista aveva in comune con l’umanesimo era la fede nella perfettibilità del genere umano, per quanto la sua utopia di purezza razziale e di omogeneità culturale implicasse l’eliminazione di tutti gli elementi deficitari e decadenti. Era un umanesimo selettivo, il tentativo definitivamente modernista di applicare i principi biopolitici in modo da classificare gli individui in base al loro livello di umanità innata. Così, per quanto sia spiacevole, non dobbiamo sorprenderci nello scoprire che i nazisti e i fascisti italiani potevano continuare a mostrare tenerezza o compassione all’interno del loro gruppo di appartenenza, non più di quanto troviamo scioccante che gli antichi romani, i proprietari di schiavi nel sud degli Stati Uniti, o i sudafricani bianchi all’epoca dell’apartheid coltivassero la propria forma di empatia umana.

Non è incoerente che sotto il regime nazista venisse prodotta un’arte potente ma anche compassionevole. L’umana infelicità connessa ai bombardamenti terroristici delle più importanti città tedesche, ad esempio, venne resa con grande espressività da Adolf Wegener, un artista che era anche ufficiale della Wehrmacht, nonché leale nazista. Qualcuno, come Hans Rossmanit - un altro artista combattente - estese la propria empatia umanista, almeno sulla tela, fino ad abbracciare le vittime slave dell’operazione Barbarossa, nonostante il loro status ufficialmente subumano.

Mentre è evidente che i nazisti distrussero volentieri opere d’arte e vite umane ad un livello senza precedenti, non si trattò di una semplice orgia nichilista. Fu invece un atto calcolato di “distruzione creativa”, volta a distruggere per costruire. I quadri non venivano “squarciati” ma pubblicamente ridicolizzati e in un caso – si trattava di quadri moderni – vennero bruciati. Più spesso venivano svenduti o collocati nelle collezioni private dei leader nazisti – se il loro soggetto o le loro qualità formali venivano considerati come “degenerati”. Il nazismo perciò attaccò il “bolscevismo culturale” nel quadro della stessa crociata che lo portò a “sradicare” quello che considerava come il prodotto di un’umanità inferiore, per aprire la strada ad una nuova, salutare, rigenerata cultura tedesca che avrebbe salvato l’Occidente dall’autodistruzione.

Il fascismo aveva il senso della cultura, aveva molto in comune con il modernismo e, per quanto possa sembrare assurdo, produsse opere dotate di umanità e di dignità.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://newhumanist.org.uk/1415