mercoledì 30 aprile 2008

Università inglese licenzia accademico revisionista


Nicholas Kollerstrom, 61 anni, astronomo, ricercatore presso l'università UCL (University College London) di Londra, è stato licenziato lo scorso martedì 22 Aprile per aver pubblicato sul sito revisionista CODOH il seguente articolo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrillusion.html .


Un portavoce dell'università ha detto: "Le opinioni espresse dal dr. Kollerstrom sono diametralmente opposte agli scopi, agli obbiettivi e allo spirito dell'UCL, in modo tale che desideriamo non essere associati in alcun modo ad esse o al loro autore. Perciò non abbiamo altra scelta se non quella di porre termine all'incarico del dr. Kollerstrom con effetto immediato" (http://www.thejc.com/home.aspx?ParentId=m11&SecId=11&AId=59657&ATypeId=1 ).


Una fonte della medesima università ha aggiunto che c'erano già state in passato delle preoccupazioni sulle opinioni (non conformiste) che Kollerstrom aveva espresso sugli attentati di Londra del 7 Luglio 2005 e su quelli dell'11 Settembre 2001.


Tra le aree di ricerca di Kollerstrom figurano la teoria lunare di Newton (http://www.greenlion.com/cgi-bin/SoftCart.100.exe/Kollers.html?E+scstore ) e la scoperta inglese di Nettuno nel diciannovesimo secolo.


Come revisionista ha scritto anche un ottimo articolo sui bombardamenti anglo-americani contro la Germania, tradotto in italiano al seguente indirizzo: http://ita.vho.org/007kollerstrom.htm .


Quello che è successo a Kollerstrom è indicativo di quanto accade nei paesi anglosassoni: la libertà di parola non è conculcata per legge, come accade in Francia e nei paesi di lingua tedesca, ma se qualcuno si azzarda a dire la propria su argomenti tabù perde il lavoro, come è accaduto a suo tempo a Fred Leuchter (negli Stati Uniti) per aver scritto il suo famoso rapporto (http://www.ihr.org/jhr/v10/v10p453_Leuchter.html ) e a Joel Hayward in Nuova Zelanda, per aver scritto la sua tesi di dottorato ( http://vho.org/aaargh/engl/hay/hayindex.html ).

martedì 29 aprile 2008

Le complicità del governo canadese


IL CANADA RIMUOVE GLI STATI UNITI E ISRAELE DALLA LISTA DEI PAESI CHE PRATICANO LA TORTURA

Di David Ljunggren, 19 Gennaio 2008[1]

Ottawa (Reuters) – Il ministro degli esteri del Canada, rispondendo alle pressioni dei suoi alleati più stretti, ha detto sabato che avrebbe rimosso gli Stati Uniti e Israele da una lista di monitoraggio dei paesi dove i carcerati rischiano di essere torturati.

Entrambi i paesi hanno espresso malcontento dopo che era emerso che erano stati inseriti in un documento che faceva parte di un manuale di formazione sul problema della tortura fornito ai diplomatici canadesi.

Il ministro degli esteri Maxime Bernier ha espresso rincrescimento per l’imbarazzo provocato dalla divulgazione del manuale, che classifica anche come tortura certe tecniche americane d’interrogatorio.

“Esso contiene una lista che include in modo erroneo alcuni dei nostri più stretti alleati. Ho impartito istruzioni affinché il manuale venga rivisto e riscritto”, ha dichiarato Bernier.

“Il manuale non è né un documento politico né programmatico. In quanto tale, non esprime le opinioni o le posizioni del governo”.

Il documento – reso disponibile alla Reuters e ad altri organi d’informazione – ha imbarazzato il governo conservatore di minoranza, che è un alleato fedele sia degli Stati Uniti che d’Israele.

L’ambasciatore statunitense ha detto che quell’elenco era assurdo, mentre l’inviato israeliano ha espresso la volontà che il proprio paese venisse rimosso da tale elenco.

Richiesto del perché i due paesi erano stati inseriti nella lista, un portavoce di Bernier ha detto: “Il manuale sollevava di proposito questioni di pubblico interesse per stimolare la discussione e il dibattito tra i partecipanti al corso”.

Il governo ha fornito per errore il documento a Amnesty International nel corso di una causa intentata dalle associazioni per i diritti umani contro il governo di Ottawa riguardo al trattamento dei detenuti in Afghanistan.

AMPIE PROVE DELLE VIOLENZE

La sezione canadese di Amnesty International, che afferma che vi sono ampie prove che i detenuti vengono torturati nelle prigioni sia degli Stati Uniti che d’Israele, ha detto di essere rimasta delusa dalla dichiarazione di Bernier.

“Quando si tratta di un argomento come la tortura, la principale preoccupazione del governo non dovrebbe essere quella di non imbarazzare gli alleati”, ha detto alla Reuters Alex Neve, il segretario generale dell’associazione. L’ambasciata statunitense non ha risposto immediatamente alla richiesta di commenti.

Sotto la “definizione di tortura” il documento elenca tecniche statunitensi d’interrogatorio quali la nudità forzata, l’isolamento, la privazione del sonno e la bendatura dei prigionieri.

Esso menziona anche il centro di detenzione statunitense di Guantanamo Bay a Cuba, dove viene tenuto prigioniero un canadese.

L’uomo, Omar Khadr, sta a Guantanamo da cinque anni. E’ accusato di aver ucciso un soldato americano durante uno scontro in Afghanistan nel 2002, quando aveva 15 anni.

Altri paesi della lista includono la Siria, la Cina, l’Iran, l’Afghanistan, il Messico e l’Arabia Saudita.

Il ministro degli esteri ha intrapreso il corso di formazione sul problema della tortura dopo che Ottawa è stata criticata per il modo con il quale ha gestito il caso dell’ingegnere canadese Maher Arar, che venne deportato dagli Stati Uniti in Siria nel 2002.

Arar afferma di essere stato ripetutamente torturato negli anni da lui trascorsi nelle prigioni di Damasco. Un’inchiesta ufficiale su questo caso ha dimostrato che i diplomatici canadesi non erano stati istruiti per scoprire se i detenuti potevano essere stati torturati.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.reuters.com/article/wtMostRead/idUSN1762987120080119?sp=true

lunedì 28 aprile 2008

L'ultima censura contro Faurisson


Martin Peltier e Robert Faurisson
a Radio Courtoisie

Il 9 aprile 2008, il giornalista Martin Peltier ha intervistato il professor Faurisson sull’emittente Radio Courtoisie (Parigi). «Bocage» ha voluto incontrare il giornalista per fargli alcune domande a proposito di questa trasmissione radiofonica e dei suoi strascichi.

Bocage: Gli ascoltatori di Radio Courtoisie sono rimasti scioccati quest’ultimo mercoledì sera: Le Libre Journal di Martin Peltier è stato interrotto bruscamente, senza spiegazioni, sostituito dalla musica, e quello di Paul Marie Coûteaux, che doveva seguire, è stato differito (vedi nº/messaggio dell’11 aprile intitolato «Une émission révisionniste censurée» («Una trasmissione revisionista censurata»). Due giorni più tardi, Henry de Lesquen, che aveva assunto Martin Peltier dopo la morte di Serge de Beketch, per sostituirlo una settimana su quattro, ha posto fine a questa collaborazione. Ecco la spiegazione di questa incredibile vicenda, raccontata da uno dei suoi protagonisti.

Martin Peltier: «Sopravvivere tra censura e autocensura»

Bocage: Cos’è accaduto a Radio Courtoisie mercoledì 9 aprile?

Martin Peltier: Avevo invitato alla seconda parte del mio Libre Journal, dalle 19,30 alle 21,00, il Professor Faurisson. Un po’ prima delle 20,00, la musica ha coperto le nostre voci e il tecnico mi ha segnalato con un gesto che la trasmissione era finita. Ci è stato detto che un membro del CSA ha consigliato questa censura nell’interesse della stazione radiofonica, ed è ciò che è stato ripetuto per un’ora agli innumerevoli ascoltatori che hanno telefonato per reclamare contro tale censura.

Bocage: Le Parisien dell’indomani (10 aprile) ha fornito un’altra versione.

Martin Peltier: Infatti. Secondo questa rivista, uno dei suoi giornalisti, sorpreso da questa brusca interruzione dei programmi, ha interrogato immediatamente Henry de Lesquen, il direttore di Radio Courtoisie, che gli avrebbe dato la seguente risposta: è stata la delegata alle questioni editoriali, Madame Paoli, che avrebbe preso la decisione di interrompere, in quanto «uno degli invitati avrebbe fatto affermazioni inaccettabili», senza che siano state precisate quali. Qualunque sia la versione autentica, si deve notare la prontezza delle reazioni di tutti. Madame Paoli, o un membro del CSA all’ascolto della mia trasmissione, non ha esitato a disturbare Lesquen che in quel momento presiedeva una riunione. Il giornalista del Parisien è stato ancora più reattivo. Prima dell’imbavagliamento, ha avuto il tempo di stupirsi, di chiamare, di scrivere e di buttare giù il suo articolo. Si tratta certamente di un buon professionista. Comunque sia, venerdì 11 aprile, ho ricevuto una lettera raccomandata di Lesquen che mi annunciava che la mia rubrica Le Libre Journal era stato soppressa. Nel pomeriggio, Lesquen mi ha telefonato per spiegarsi, non tanto sui fatti, quanto sulla ragione della censura.

Bocage: È chiaro: Robert Faurisson nega l’esistenza delle camere a gas omicide nell’Europa occupata da Hitler. Ora, ciò è vietato dalla legge Gayssot ed egli è stato condannato parecchie volte per questa sua convinzione. Dunque, il vostro invito era una provocazione suicida?

Martin Peltier: No. Avevo formalmente vietato a Faurisson di affrontare la questione delle camere a gas. Ci eravamo accordati sul fatto che ci saremmo limitati ad affrontare quattro temi. Innnanzi tutto, la persecuzione dei revisionisti, giudiziaria, disciplinare ed altro. Poi, la critica delle leggi che restringono la libertà di ricerca, alla luce delle petizioni firmate in questi ultimi anni da rinomati storici francesi. Terzo, l'esame dei falsari approfittatori della Shoah dei quali la recente attualità offre ottimi esempi. Infine, sulle orme di Raul Hilberg, principale storico dell’Olocausto, dovevamo mettere in luce i progressi che l’eresia revisionista fà fare alla Storia ufficiale.

Bocage: Questi argomenti, sebbene un po’ borderline, possono essere affrontati, ma perché con Faurisson? La sua stessa persona è diventata il simbolo della provocazione.

Martin Peltier: La questione è di sapere se Robert Faurisson è un uomo o una bestia. Se è un uomo, come direbbe Primo Levi, ha dei diritti. Certo, è un multirecidivo, un pregiudicato, ma ha pagato il suo debito alla società, e ha dunque il diritto di vivere e di esprimersi come ogni altro, purché non infranga la legge. Un paragone non guasterà. La campagna per la depenalizzazione dell’aborto è culminata con il Manifeste des salopes («Manifesto delle prostitute»): alcuna donne in vista vi rivendicavano il loro crimine per ottenere l’abrogazione della legge che lo reprimeva. Ora, lungi dal condannarle, le si loda. E si imbavaglierebbe Faurisson, anche se si impegnasse a rispettare la legge Gayssot? Quale persona normale, quale spirito retto, tollererebbe questi «due pesi e due misure»?

Bocage: Certamente, ma rimanere al livello dei principî può essere talvolta infantile. Lesquen è responsabile di Radio Courtoisie, della sua sopravvivenza. Lei gli avrebbero dovuto sottoporre l’elenco dei suoi invitati.

Martin Peltier: No. Quando mi ha chiesto di venire a Radio Courtoisie, mi ha elencato verbalmente un insieme di restrizioni, ma mi ha lasciato libero circa gli invitati e gli argomenti da trattare. Ciò che mi rimprovera è un errore di giudizio. Per lui, essendo Faurisson ciò che è, e la giurisprudenza in materia di revisionismo ciò che sappiamo, affrontare l’argomento come ho fatto era impossibile. Egli vede una prova sovrabbondante nel seguente fatto: gli invitati della trasmissione di Coûteaux, avendo appreso che il diabolico professore era stato prima di loro nello studio, si sono defilati e la trasmissione ha dovuto essere spostata. «Avevano delle bocche da sfamare».

Bocage: Vedete, il divieto verte su Faurisson.

Martin Peltier: Non completamente. Henry fa un’analisi più sottile. Nei trent’anni che Robert Faurisson ha condotto le sue ricerche revisioniste, è stato oggetto di tanti attacchi che lo si può paragonare, in un certo qual modo, a Galileo. Da tutte le sue parole si evince, anche quando si domina, una rivolta indomabile e la certezza di avere ragione. Durante i suoi venticinque minuti di trasmissione, non ha tenuto nessun discorso revisionista passibile della legge Gayssot, ma, a più riprese, ha lasciato intuire che, se potesse parlare, si vedrebbe ciò che si vedrebbe... Una mente contorta potrebbe ricorrere contestando un crimine contro l’umanità poggiando sulla sola convinzione implicita dell’imputato! Henry non vuole correre nessun rischio e ha tagliato. Se un tale procedimento fosse intentato, potrebbe causare delle spese legali insostenibili per Radio Courtoisie, una reputazione che farebbe fuggire una parte dei suoi invitati e dei suoi ascoltatori, e forse, alla fine, causare la soppressione dell’autorizzazione a trasmettere. Un responsabile deve prendere la sua decisione in pochi secondi. Lesquen viene da una famiglia di marinai. Ha preferito sacrificare una scialuppa per salvare la sua fregata.

Bocage: Dunque, approvate le sue decisioni?

Martin Peltier: Non esageriamo, ma le comprendo, soprattutto quella che ha preso a caldo. La soppressione del mio Libre Journal mi sembra inutile e rischia di disgustare una parte degli ascoltatori. Quanto a me, la rimpiango un po’, perché avevamo ritrovato, con alcuni amici della stampa nazionale, un tono e un ambiente che ricordavano momenti buoni e che potevano contribuire a mantenere l’unità del nostro schieramento nei momenti difficili che stiamo attraversando. Ma, dall’altro lato, è un peso in meno: meno lavoro e meno spese, perché sapete che non si è né pagati né spesati a Radio Courtoisie, e, non abitando a Parigi, ogni mese ero in perdita. Forse il giornalismo a spese dell’autore non fà più per me.

Bocage: E la trasmissione con Faurisson come la giudicate?

Martin Peltier: Un po’ corta, ci stavamo solo scaldando, e i punti più interessanti non sono stati affrontati. Ciò nonostante, essa ha il merito di esistere. E le cose più corte sono talvolta le migliori. Abbiamo avuto la dimostrazione che un tabù vieta ogni libera espressione in Francia. E che impone l’autocensura ai più intelligenti e ai più coraggiosi: giacché io non ritengo affatto Radio Courtoisie un’accozzaglia di babbei. Ricordiamo così, nel modo più esplicito, che oggi il nostro Paese è un territorio occupato. È molto difficile sopravvivere, tra censura e autocensura. Ecco perché comprendo bene la posizione di Lesquen. Ci sono due armi per servire la notizia in Francia: la spada e lo scudo. Io ho scelto la spada, Lesquen lo scudo.

Bocage: Avete ripreso le parole del Colonnello Rémy, quando pensava che De Gaulle e Pétain si erano divisi i ruoli durante l’occupazione.

Martin Peltier: Tranne che per la differenza di De Gaulle, non spero di dividere il campo dei francesi legati alla loro patria. Non vorrei che certi si stacchino da Radio Courtoisie a causa mia non so per quale supposta tiepidezza. Il paragone con l’occupazione mi sembra azzeccato. Radio Courtoisie è una radio così libera come lo era la zona che aveva lo stesso nome: libera, ma sotto la minaccia permanente dell’occupante. È una Radio «nono», non occupata, il che non è poi così male. Il Maresciallo sopprime ciò che dev’essere per salvare ciò che può essere.

Bocage: Allora, nessun rimpianto?

Martin Peltier: Siete davanti ad un equilibrista che ha appena perso l’equilibrio. Mi dispiace di essere caduto. La mia donna mi ha detto: «Ti sei creduto più furbo di tutto il mondo e adesso ti ritrovi nella m..., come al solito». Ma preferisco concludere diversamente. è col tempo che appaiono le ultime conseguenze e la portata finale di un atto. Forse un giorno Radio Courtoisie si onorerà di essere stata la stazione che ha lasciato parlare Faurisson per venticinque minuti. E non si tratta solamente di difendere l’onore della stampa e dei francesi; si tratta di salvare il futuro. Non ce l’ho con Lesquen per il suo realismo; io mi occupo di realtà più elevate. Rifiutando che si calpesti il diritto, la verità, la libertà e la giustizia, cerco di salvare le chances di una gioventù che soffre sotto il giogo, e che domani troverà - non ne dubito - i mezzi efficaci della vittoria.

Testimonianza raccolta da Memona Pfennigstein.

domenica 27 aprile 2008

Lettera aperta a Nadine Gordimer


NADINE GORDIMER: PRENDI POSIZIONE ANCHE CONTRO L’APARTHEID D’ISRAELE

Di Haider Eid, 25 Aprile 2008[1]

Gentile signora Gordimer,

Sono un docente universitario palestinese che vive a Gaza. Si dà il caso che abbia anche la cittadinanza sudafricana grazie al mio matrimonio con una cittadina di quell’amato paese. Ho trascorso più di cinque anni a Johannesburg, la città in cui mi sono laureato e dove ho insegnato sia nelle università tradizionalmente frequentate dai neri che in quelle frequentate dai bianchi. Nell’università di Vista, a Soweto, ho tenuto corsi sui Suoi romanzi anti-apartheid My Son’s Story [La storia di mio figlio], July’s People [Il popolo di Luglio] e The Late Bourgeois World [Il mondo del borghese defunto]. Tengo corsi sugli stessi romanzi, oltre che sul romanzo The Pick Up [L’aggancio] e sulle Selected Stories [Storie scelte], ai miei studenti palestinesi di Gaza, all’università di Al-Aqsa. Il corso è intitolato: “Resistenza, razzismo e xenofobia”. Ho scelto deliberatamente di tenere corsi sui Suoi romanzi perché, essendo Ella una scrittrice anti-apartheid, ha sfidato gli stereotipi razzisti invocando la resistenza contro tutte le forme di oppressione. Il Suo sostegno alle sanzioni contro l’apartheid in Sudafrica ha impressionato, per non dire di più, i miei studenti di Gaza.

La notizia costituita dalla Sua consapevole decisione di prendere parte alle celebrazioni per il 60° anniversario della fondazione dello stato d’Israele, ci ha raggiunto – come studenti e cittadini di Gaza – sia come una dolorosa sorpresa che come un esempio lampante di ipocrita doppio metro intellettuale di giudizio. I miei studenti, traumatizzati psicologicamente ed emotivamente, e mostrando già i primi segni di denutrizione in conseguenza della politica di genocidio attuata dal paese la cui nascita Ella sta per celebrare, chiedono una spiegazione.

Si pongono pieni di meraviglia, come pure il sottoscritto, la seguente questione: come può esserLe sfuggita l’opinione dell’Arcivescovo Desmond Tutu secondo cui le condizioni della Palestina occupata da Israele sono peggiori di quelle dell’apartheid [sudafricano]? Si domandano: come può Ella ignorare il rapporto imparziale e penetrante dell’osservatore delle Nazioni Unite per i diritti umani John Dugard sulla situazione terribile dei diritti umani nei territori occupati? E’ possibile che ignori gli scritti del ministro del Sudafrica Ronnie Kasrils susseguenti alla sua ultima visita a Gaza e in Cisgiordania? Proprio come Lei, questi tre uomini da me citati, tutti sudafricani, si sono distinti nella lotta contro il razzismo e contro l’apartheid. Le parole di Dugard sulla Palestina sono assai significative: “Certamente ho un senso di deja vu…La cosa triste è che Israele non vuole assolutamente imparare dal precedente del Sudafrica”. In un articolo intitolato: “Apartheid: Israele ha scelto quello che il Sudafrica ha abbandonato”, Dugard ha osservato che la situazione dei diritti umani nei territori occupati continua a peggiorare e ha definito tali condizioni “intollerabili, spaventose, e tragiche per i palestinesi comuni”. E’ significativo il fatto che Dugard abbia fatto dei paragoni scioccanti tra la situazione in Palestina e il Vostro Sudafrica sotto l’apartheid: “Molti aspetti dell’occupazione israeliana superano quelli del regime dell’apartheid. La distruzione su vasta scala, da parte d’Israele, delle case palestinesi, la distruzione delle terre agricole, le incursioni militari e gli omicidi mirati dei palestinesi oltrepassano ogni pratica analoga nel Sudafrica dell’apartheid”.

Inoltre, nella sua dichiarazione finale, il forum delle associazioni non governative del Convegno Mondiale contro il Razzismo (tenutosi a Durban nel 2001) ha affermato che: “Dichiariamo che Israele è uno stato razzista, fondato sull’apartheid, in cui il marchio dell’apartheid in quanto crimine contro l’umanità è caratterizzato dalla separazione e dalla segregazione, dagli espropri, dalle restrizioni sui terreni, dalla snazionalizzazione, dalla “bantustanizzazione” e dagli atti inumani”.

Ella conosce senza dubbio i profondi legami d’Israele con il Sudafrica dell’apartheid, quando lo stato ebraico, rompendo l’embargo internazionale, rifornì il Sudafrica di armi per centinaia di milioni di dollari. Il Sudafrica dell’apartheid faceva affidamento sull’Israele dell’apartheid per convincere i governi occidentali ad abolire l’embargo. Signora Gordimer: come si è relazionata con Israele in quel periodo e qual’era la Sua posizione riguardo a quei paesi e a quegli individui che non sostenevano la politica dell’isolamento applicata al Sudafrica? Ella sarà stata sicuramente critica nei confronti della politica di “coinvolgimento costruttivo” guidata dall’allora primo ministro inglese Margaret Thatcher e dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan al culmine di quella lotta, negli anni ’80. Ed oggi, inspiegabilmente, Ella si è unita ai nemici delle sanzioni.

L’eminente studioso palestinese Edward Said, che Le offrì [a suo tempo] la sua amicizia, sarebbe costernato dalla Sua decisione. Egli La presentava come un modello di quelli che definì “gli intellettuali di opposizione”. Aveva la forte convinzione che, riguardo ad Israele, “ci vogliono solo pochi spiriti coraggiosi che parlino e che incomincino a sfidare uno status quo che peggiora e che diventa ogni giorno più subdolo”. Ancora non sapeva che Ella si sarebbe dimenticata degli oppressi della Palestina.

I miei studenti infreddoliti e affamati, si sono divisi in due gruppi: un gruppo è irremovibile nel credere che Ella, come molti dei Suoi personaggi coraggiosi, riconsidererà la Sua partecipazione ad un festival israeliano finalizzato a celebrare l’annientamento della Palestina e dei palestinesi. L’altro gruppo crede che Ella ha già passato il guado dalla parte dell’oppressore, rinnegando ogni parola scritta in passato. Aspettiamo tutti la Sua prossima mossa.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9488.shtml

sabato 26 aprile 2008

Il pericolo McCain


PERCHE’ BISOGNA TEMERE UNA PRESIDENZA McCAIN

Di Anatol Lieven, 24 Marzo 2008[1]

Può sembrare incredibile dire questo, date le passate esperienze, ma entro pochi anni l’Europa e il mondo potrebbero avere nostalgia per l’amministrazione Bush. Avremo questa possibilità se gli Stati Uniti eleggeranno il senatore John McCain come presidente a Novembre.

Nel corso degli anni, gli Stati Uniti si sono introdotti in diversi potenziali punti critici del pianeta. Il partito repubblicano sta ora per introdurre una bomba incendiaria naturale sotto forma dell’uomo che gestirà questi punti critici. I problemi provocati da McCain derivano dalla sua ideologia, dalla sua politica e soprattutto dalla sua personalità. La sua ideologia, come quella dei suoi principali consiglieri, è neo-conservatrice. In passato, McCain veniva considerato un realista di stampo conservatore vecchio stile. Oggi, il ruolo dei realisti nella sua squadra, è meramente decorativo.

Guidato in passato dalla sua intensa dedizione in favore della guerra in Iraq, McCain ha fatto affidamento soprattutto su neo-conservatori come il suo intimo amico William Kristol, redattore del Weekly Standard. Il suo principale consigliere per la politica estera è Randy Schneunemann, un altro importante neo-conservatore nonché fondatore del Comitato per la Liberazione dell’Iraq. McCain condivide la fede di questi personaggi in quella che Kristol ha definito “la grandezza nazionale del conservatorismo”. Nel 1999, McCain dichiarò: “Gli Stati Uniti sono la nazione indispensabile perché abbiamo dimostrato di essere la più grande forza del bene nella storia del genere umano…Abbiamo tutte le intenzioni di continuare a esercitare la nostra supremazia nelle faccende del mondo per il bene dell’umanità”.

Le promesse di McCain, durante la visita della scorsa settimana a Londra, per sentire più da vicino gli alleati europei dell’America, devono essere prese con grande cautela. In realtà non vi sono prove che egli sarebbe disposto a cambiare nessuna delle linee-guida della politica americana, se l’Europa glielo chiedesse.

Rispecchiando il programma neo-conservatore di diffondere la democrazia con la forza, McCain ha dichiarato nel 2000: “Attuerei una politica che definisco “rullo compressore degli stati canaglia”. Armerei, addestrerei, equipaggerei, sia dall’esterno che dall’interno, le forze che rovescerebbero finalmente i governi [nostri nemici] e installerebbero dei governi liberi e democraticamente eletti”. McCain vorrebbe attaccare l’Iran, se fosse necessario, per prevenire la sua realizzazione di armi nucleari, e l’anno scorso è stato filmato mentre cantava “Bomb, bomb Iran” [bombardate l’Iran] sulle note della canzone dei Beach Boys Barbara Ann.

McCain mostra qualcosa in più del solito livello di odio dell’establishment americano nei confronti della Russia, insieme ad una particolare solidarietà per la Georgia e per il ripristino del dominio georgiano sull’Abkhazia e sull’Ossezia meridionale. Egli propugna l’espulsione della Russia dal gruppo degli otto paesi più industrializzati del mondo e, come Schneunemann, è un forte sostenitore di un rapido ingresso della Georgia e dell’Ucraina nella Nato. Schneunemann ha persino accusato Condoleezza Rice, il segretario di stato, di essere “conciliante” con la Russia. L’espansione della Nato fornisce un esempio di quello che potrebbe essere una presidenza di McCain. A parte la minaccia delle rappresaglie dei russi, se i georgiani pensassero di poter contare sull’appoggio americano in un’eventuale guerra, potrebbero essere tentati di intraprenderla. Una presidenza di McCain darebbe loro una buona ragione per aver fiducia nel sostegno americano.

La politica di McCain non sarebbe così preoccupante se non fosse per la sua notoria rapidità nell’infuriarsi di fronte a cose percepite come insulti nei suoi confronti o nei confronti del suo paese. Anche Thad Cochran, un suo collega senatore repubblicano, ha detto che “Certamente non conosco nessun altro presidente, da quando sono qui, che ha avuto un carattere come il suo”.

Nonostante tutta la sua bellicosità, il presidente George W. Bush ha saputo trattare in modo prudente e diplomatico con la Cina e persino con la Russia. Potremmo fidarci che McCain si comporti allo stesso modo?

McCain esemplifica il “nazionalismo jacksoniano” – da Andrew Jackson, il nemico degli indiani e presidente del diciannovesimo secolo – e la tradizione militare scozzese-irlandese, da cui entrambi i personaggi derivano. Come il grande coraggio di McCain quando era prigioniero in Vietnam e la sua onorevole opposizione alla tortura praticata allora dalle forze statunitensi dimostrano, egli possiede anche le virtù di questa tradizione. Ma ancora, alcune delle più grandi catastrofi del ventesimo secolo sono state provocate da uomini coraggiosi e d’onore, con un senso appassionato della missione nazionale.

Non solo gli elettori americani, ma anche i governi europei dovrebbero utilizzare i prossimi nove mesi per valutare le conseguenze di un’eventuale elezione di McCain, e pensare a come poter impedire ad un’amministrazione McCain l’attuazione di politiche incendiarie o, se necessario, a come proteggere l’Europa dalle conseguenti devastazioni.

L’autore dell’articolo è professore al King’s College di Cambridge e membro anziano della New America Foundation. Il suo libro, America Right or Wrong, analizza il nazionalismo americano.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.libertypost.org/cgi-bin/readart.cgi?ArtNum=220153

venerdì 25 aprile 2008

Hillary, la bugiarda




HILLARY CLINTON HA MENTITO DI NUOVO SULL’IRAQ

Di Stephen Zunes, 2 Febbraio 2008[1]

Nel dibattito di giovedì scorso tra i candidati democratici alle presidenziali, Hillary Clinton ha mentito di nuovo sull’Iraq.

Al dibattito di Los Angeles, Hillary Clinton ha dichiarato: “Li abbiamo bombardati per giorni nel 1998 perché Saddam Hussein aveva buttato fuori gli ispettori”.[2]

Quest’affermazione è totalmente falsa. I bombardamenti erano stati pianificati da mesi e gli ispettori non vennero buttati fuori. Venne loro ordinato di andarsene dal Presidente Clinton prima che iniziassero i bombardamenti condotti dagli Stati Uniti.

La cronologia, che è di dominio pubblico, è la seguente:

All’inizio del 1998, l’amministrazione Clinton iniziò a sollevare delle preoccupazioni sul rifiuto da parte dell’Iraq di permettere agli ispettori dell’UNSCOM (Commissione Speciale sull’Iraq delle Nazioni Unite) di visitare i cosiddetti “siti presidenziali”, una serie di edifici e di terreni – elencati in abbondanza – localizzati in tutto il paese, siti che a detta dell’Iraq venivano utilizzati dai funzionari governativi. Anche se le prove emerse in seguito hanno rivelato che gli iracheni non avevano nulla da nascondere – poiché tutte le armi proibite e tutto il materiale bellico erano stati eliminati molto tempo prima – Saddam Hussein tenne duro. Dato che un certo numero di eminenti leader politici americani, di entrambe le parti, avevano chiesto apertamente di assassinarlo, la riluttanza del capo iracheno a far entrare gli americani nei palazzi presidenziali può essere stata motivata dalla preoccupazione che tale concessione avrebbe reso lui e gli altri leader iracheni di prim’ordine personalmente vulnerabili. Inoltre, gli iracheni si erano lamentati che, a dispetto della politica dichiarata di non voler inserire nell’UNSCOM degli esperti provenienti da “stati fornitori di intelligence”, c’era un numero sproporzionato di americani coinvolti nelle ispezioni, individui che stavano deliberatamente prolungando le operazioni e che avrebbero potuto fornire informazioni all’esercito americano.[3] Il dittatore iracheno aveva anche, a quanto è stato riferito, un disordine ossessivo-compulsivo che lo spingeva ad ordinare che i propri palazzi venissero tenuti meticolosamente puliti ed era particolarmente restio a permettere a gruppi numerosi di stranieri di muoversi nelle proprie abitazioni.

L’insistenza dell’amministrazione Clinton nel sollevare all’epoca questa questione era piuttosto sospetta: le restrizioni imposte dagli iracheni su questi “siti presidenziali” esistevano già sin da quando iniziarono le sanzioni, circa sette anni prima, senza che fossero state sollevate obiezioni da parte dei funzionari delle Nazioni Unite. Tuttavia improvvisamente, nel Gennaio del 1998, l’amministrazione Clinton decise che si trattava di una violazione intollerabile della risoluzione n°687 del Consiglio di Sicurezza - che chiedeva all’Iraq che il suo disarmo venisse verificato – e ammoniva l’Iraq che gli Stati Uniti avrebbero intrapreso una pesante campagna di bombardamenti (anche senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, come invece era d’obbligo) se gli iracheni non avessero permesso l’effettuazione di queste ispezioni. A partire dal Febbraio di quell’anno, sembrava probabile un aggressione militare americana su vasta scala. Tuttavia, il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, riuscì a raggiungere un accordo alla fine di quel mese che apriva i palazzi presidenziali agli ispettori delle Nazioni Unite, ma con una presenza diplomatica aggiuntiva in ragione dello status speciale di tali siti.

La delusione, da parte degli esponenti dell’amministrazione Clinton, che i bombardamenti non sarebbero stati intrapresi come previsto era tangibile. Tuttavia Clinton non rinunciava a cercare una scusa per poter attaccare l’Iraq.

Alla fine di Ottobre, l’Iraq impose nuove restrizioni all’UNSCOM in seguito alle rivelazioni[4] che gli Stati Uniti stavano in realtà utilizzando l’UNSCOM come uno strumento per spiare il governo iracheno. Il 10 Novembre, in seguito alle pressioni ricevute dal presidente Clinton, il direttore dell’UNSCOM Richard Butler annunciò la sua decisione di portare l’UNSCOM via dall’Iraq anche senza la necessaria autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. L’Iraq allora cambiò atteggiamento e acconsentì a permettere agli ispettori la ripresa delle loro attività. Gli Stati Uniti, tuttavia, erano ansiosi di iniziare l’azione militare, soprattutto a partire dalla metà di Dicembre, per trarre vantaggio dalla sovrapposizione delle unità militari americane in rotazione nel Golfo Persico, che rendeva tale momento particolarmente propizio per significativi bombardamenti aerei.

Secondo l’ex ispettore-capo Scott Ritter, il consigliere di Clinton per la sicurezza nazionale Sandy Berger – che figura ora tra i consiglieri principali della senatrice Clinton – si incontrò con Butler il 30 Novembre, per dare istruzione al direttore dell’UNSCOM di provocare l’Iraq affinché rompesse il suo accordo di piena cooperazione con l’UNSCOM. Senza consultare, come invece avrebbe dovuto, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, Butler annunciò agli iracheni che aveva deciso di rifiutare le modalità di accesso ai siti segreti concordate in precedenza, e che riguardavano il numero di ispettori dell’UNSCOM. Egli scelse quale sito di cui pretendeva l’accesso senza restrizioni il quartier generale del Partito Baath a Baghdad, un posto assai improbabile come luogo di detenzione di armi di distruzione di massa ma assai indicato per provocare una reazione negativa. Gli iracheni rifiutarono l’accesso al gruppo allargato di ispettori nelle loro sedi di partito, ma permisero loro un accesso senza restrizioni in una serie di installazioni militari segrete.

A quel punto, Butler e l’amministrazione Clinton ordinarono unilateralmente[5] agli ispettori delle Nazioni Unite di uscire dall’Iraq per non fare correre loro il rischio di venire danneggiati dagli imminenti bombardamenti massicci. Tornati a New York, i funzionari americani aiutarono Butler, nel corso di una seduta in tarda notte nella sede della Missione degli Stati Uniti distante dalla sede centrale delle Nazioni Unite, a stilare un rapporto che incolpava esclusivamente l’Iraq per l’impasse. Mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite era riunito in una seduta speciale di emergenza per formulare una risposta al rifiuto di cooperare da parte degli iracheni, gli Stati Uniti – con l’aiuto dell’Inghilterra – lanciarono, per quattro giorni, una serie di massicci bombardamenti aerei contro l’Iraq nel quadro di un’operazione che è stata poi conosciuta col nome di Desert Fox [volpe del deserto]. Come risposta, l’Iraq proibì agli ispettori dell’UNSCOM di ritornare.

Sicuramente la senatrice Clinton era a conoscenza di tutto ciò, poiché ha sottolineato come prova della sua presunta esperienza negli affari esteri la sua serrata consultazione, nel corso di tali crisi, con suo marito e con i consiglieri della sicurezza nazionale del marito. La sua affermazione quindi, durante il detto dibattito, che il bombardamento ebbe luogo perché Saddam Hussein “buttò fuori gli ispettori”, è una crassa menzogna per giustificare una campagna di bombardamenti durata quattro giorni che uccise centinaia di persone, molte delle quali erano civili innocenti, e che diede a Saddam Hussein il pretesto per rifiutare agli ispettori delle Nazioni Unite il ritorno in Iraq nei quattro anni successivi. Un numero di analisti strategici (incluso il sottoscritto) lanciarono pubblicamente il monito, prima degli attacchi del Dicembre del 1998, che intraprendere dei bombardamenti aerei così massicci avrebbe provocato la fine delle ispezioni delle Nazioni Unite e avrebbe fatto passare l'arrendevolezza irachena dal 95% allo zero. Tuttavia il presidente Clinton voleva chiaramente che le ispezioni finissero perché – come la senatrice Clinton ha riconosciuto – l’amministrazione statunitense aveva cambiato politica e aveva deciso di passare dal contenimento dell’Iraq al cambiamento di regime. In realtà, la conseguente assenza degli ispettori diventò la giustificazione principale del presidente George W. Bush, della senatrice Clinton e di altri a sostegno dell’invasione dell’Iraq quattro anni dopo.

In effetti, nel dibattito di giovedì notte, la senatrice Clinton ha affermato di aver votato nell’Ottobre del 2002 a favore della guerra contro l’Iraq perché “avevamo bisogno di introdurre gli ispettori”. Tuttavia, anche questa è una menzogna, poiché Saddam Hussein si era già dichiarato all’epoca d’accordo per un ritorno degli ispettori. Inoltre, la senatrice Clinton votò contro l’emendamento sostitutivo Levin, che garantiva anch’esso al presidente Bush l’uso della forza, ma solo se l’Iraq si fosse rifiutata di ottemperare alle richieste delle Nazioni Unite relative alle ispezioni. Al contrario, la senatrice Clinton votò a favore della risoluzione, sponsorizzata dai repubblicani, che autorizzava il presidente Bush ad invadere l’Iraq secondo il tempo e le circostanze da lui scelte, a prescindere dal ritorno degli ispettori. In verità, ispezioni sulle armi irachene, senza restrizioni e su vasta scala, erano in corso da circa quattro mesi quando l’amministrazione Bush decise di intraprendere, nel Marzo del 2003, l’invasione di cui la senatrice Clinton aveva votato l’autorizzazione.

Tutto ciò fa parte di un disegno in atto da molto tempo da parte della senatrice Clinton per ingannare l’opinione pubblica americana sull’Iraq, in modo da poter giustificare la propria politica militarista. E’ importante ricordare che, tornando all’Ottobre del 2002, nonostante il diffuso e pubblico scetticismo espresso da parte di esperti del controllo delle armi riguardo alle affermazioni dell’amministrazione Bush secondo cui l’Iraq si stava riarmando, la senatrice Clinton insistette[6] che il possesso da parte dell’Iraq di armi biologiche e chimiche era “indubbio” e “indiscutibile”. Ella affermò anche, nonostante i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica affermassero che il programma nucleare iracheno era stato totalmente abbandonato, che l’Iraq stava cercando di “sviluppare armi nucleari”.

Tutto ciò suscita inevitabilmente la preoccupazione che se la senatrice Clinton verrà eletta presidente, ella non avrà scrupoli a mentire di nuovo agli americani per giustificare l’entrata in guerra.

Stephen Zunes è professore di scienze politiche all’Università di San Francisco.[7]
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.commondreams.org/archive/2008/02/02/6802/print/
[2] http://edition.cnn.com/2008/POLITICS/01/31/dem.debate.transcript/index.html
[3] http://www.merip.org/mer/mer206/legalism.htm
[4] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/06/09/AR2006060900940_pf.html
[5] http://www.wrmea.com/archives/may2002/0205022.html
[6] http://clinton.senate.gov/speeches/iraq_101002.html
[7] http://www.stephenzunes.org/

giovedì 24 aprile 2008

Citazione talmudica


NEL TALMUD C’E’ SCRITTO ANCHE QUESTO

Citazione talmudica autenticata

“Se un uomo adulto ha un rapporto sessuale con una bambina che ha meno di tre anni, tutti concordano che non si tratta di un atto sessuale significativo, perché avere un rapporto con una bambina che ha meno di tre anni è come infilare un dito in un occhio. Proprio come una lacrima che viene versata quando un dito viene inserito in un occhio verrà sostituita da un’altra lacrima, così anche la verginità di una bambina che ha meno di tre anni di età sarà ristabilita, perché il suo imene ricrescerà”.

Fonte: Talmud, Trattato Ketubot 11b, “The Talmud: The Steinsaltz Edition”, volume 7, p. 145; Rabbi Israel V. Berman traduttore e curatore (New York, Random House, 1991).

Ricerca effettuata da Michael Hoffman, autore di Judaism’s Strange Gods.

Il ruolo degli ebrei nelle primarie


DOZZINE DI SUPER-DELEGATI EBREI POTREBBERO AVERE LA CHIAVE DELLE PRIMARIE

Di Jennifer Siegel, 20 Marzo 2008[1]

Secondo una nuova indagine condotta dal Forward, una percentuale sproporzionatamente alta di super-delegati del Partito Democratico è ebraica. Molti di loro hanno dichiarato il proprio sostegno a Hillary Clinton, fino a costituire più del 15% dei suoi attuali sostenitori.

Come in genere accade tra i super-delegati - il cui sostegno rimane mutevole - diversi sostenitori ebrei della senatrice di New York hanno detto nel corso di interviste che i loro voti rimangono a disposizione di chi li vuole. Detto questo, più di 70 super-delegati ebrei faranno il viaggio per Denver, la prossima estate, per il raduno della nomina del candidato democratico alle presidenziali. Essi costituiscono circa un decimo degli 800 circa super-delegati del partito (il termine super-delegato designa gli eletti e i funzionari di partito il cui status come delegati al raduno non dipende dalle primarie e dai caucus[2] degli stati).

Se le primarie dei democratici si decideranno al foto-finish, questi ebrei accreditati potrebbero esercitare un ruolo preponderante nel consacrare il candidato al raduno del partito di Agosto. E sarebbe un’esperienza memorabile: sebbene gli ebrei vengano da lungo tempo considerati un formidabile blocco elettorale, e siano super-rappresentati tra i ranghi degli attivisti e dei pensatori liberali del paese, sono diventati solo ultimamente membri abituali dell’establishment del Partito Democratico, con una rappresentanza senza precedenti sia per quanto riguarda i funzionari eletti che i dirigenti di partito.

“La politica in America è diventata una professione ebraica, proprio come le arti liberali e la giurisprudenza”, ha detto Ira Forman, direttore esecutivo del National Jewish Democratic Council, e autore di un libro sugli ebrei e la politica americana. “Adesso siamo super-rappresentati in tutti questi settori”.

Il numero relativamente alto di ebrei tra i super-delegati evidenzia un più vasto mutamento politico avvenuto negli ultimi decenni, secondo Forman. Sebbene gli ebrei siano sempre stati ben rappresentati nella sinistra americana, egli dice, storicamente tendevano a gravitare più verso obbiettivi particolari, come i movimenti per il lavoro e per i diritti civili, piuttosto che verso una partecipazione attiva alla politica di partito.

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, tuttavia, il numero dei politici ebrei è cresciuto in modo significativo, con 33 esponenti ebrei eletti al Congresso nel 2006, dai 13 che erano nel 1950. Inoltre, negli ultimi 15 anni, il DNC (Democratic National Committee) è stato guidato da tre presidenti ebrei - il capo degli “Americans for Peace Now” Debra DeLee; l’attivista del Massachusetts Steve Grossman, e il Governatore della Pennsylvania Ed Rendell, tutti sostenitori adesso della Clinton – mentre il presidente attuale, l’ex governatore del Vermont Toward Dean, è sposato a una donna ebrea e ha educato i propri figli come ebrei. Dei nove funzionari nazionali del DNC, tre sono ebrei.

Susan Turnbull, che è diventata vice-presidente del DNC nel 2005, ha detto al Forward che ha iniziato a organizzare incontri per membri ebrei del DNC alle riunioni nazionali del partito negli ultimi anni, e comunica occasionalmente via e-mail su problemi di interesse comune come quando, alcuni anni fa, ha aiutato a far passare in seno al DNC una risoluzione contro il disinvestimento da Israele.

Per compilare una lista di super-delegati ebrei, il Forward ha incluso funzionari eletti e membri del DNC conosciuti sui giornali come ebrei, La Turnbull ha identificato ulteriori membri ebrei del DNC, e la lista del Forward è stata verificata dai responsabili delle campagne della Clinton e di Obama. Tale lista può aver omesso dei super-delegati ebrei la cui appartenenza religiosa non è notoria.

Nelle attuali primarie presidenziali, il sostegno dei super-delegati ebrei è particolarmente importante per la Clinton, che ha vinto le competizioni di New York, del New Jersey e della California e ha il sostegno assicurato di una maggioranza di super-delegati ebrei del Golden State e del Nordest – inclusa una dozzina circa del suo stato di provenienza di New York.

Nelle ultime settimane, mentre il senatore dell’Illinois Barack Obama si è assicurato un numero maggiore di nuovi super-delegati e ha strappato alla Clinton alcuni super-delegati che all’inizio si erano impegnati in favore della sua avversaria, i sostenitori della Clinton si sono adoperati per rafforzare il suo consenso e per contrastare la crescente percezione da parte di molti all’interno del partito che se Obama conserva la sua attuale supremazia nel voto popolare, come pure nel numero totale di stati e di delegati, i super-delegati finiranno per associarsi a lui.

I super-delegati “non sono stati selezionati dal partito a livello nazionale per essere come piante dentro i vasi o come timbri di gomma”, ha scritto Grossman, uno dei principali raccoglitori di fondi della Clinton, in una lettera aperta da lui spedita nei giorni scorsi ai membri del DNC. La lettera ha invitato coloro che sono ancora indecisi a sospendere la propria decisione sulla competizione in corso fino a quando saranno concluse tutte le primarie all’inizio di Giugno.

In un’intervista al Forward, Grossman sosteneva che se il risultato della combattuta Florida verrà conteggiato e se la Clinton andrà forte nelle restanti primarie, il risultato complessivo sarebbe non risolutivo e rientrerebbe nella responsabilità dei super-delegati votare secondo coscienza.

Ma a dispetto degli sforzi per assicurarsi il loro sostegno nelle ultime settimane, diversi super-delegati ebrei che sono attualmente già schierati hanno detto al Forward che essi potrebbero cambiare il loro voto.

“Mi trovo tra l’incudine e il martello”, ha detto June Fisher, 76 anni, membro del DNC proveniente dal New Jersey, che ha lavorato per diversi democratici nel corso di una lunga carriera politica, e che attualmente lavora come coordinatrice part-time di progetti speciali per il senatore Bob Menendez. Mentre la Fisher aveva appoggiato la Clinton dopo che la sua scelta iniziale – il senatore Joseph Biden del Delaware – era uscita di scena, ella ha detto che sarebbe disponibile a riconsiderare la propria decisione – e questo a dispetto di due telefonate ricevute dall’ex presidente Bill Clinton, delle quali una proprio nelle ultime due settimane.

Rachel Binah, un’attivista democratica di lungo corso proveniente dalla California settentrionale, ha detto di essersi impegnata in favore della senatrice di New York dopo aver ricevuto “pesanti pressioni”, incluse telefonate sia da parte di Chelsea che di Hillary Clinton. Binah ha spiegato il suo dilemma in termini alquanto più spicci.

“Chiunque abbia un po’ di buon senso non lo avrebbe dichiarato, e se io fossi intelligente non lo direi”, ha detto Binah al Forward. “Ma come si può dire di no alla ex first lady, e potenzialmente prima donna presidente, che ti parla di persona per 20 minuti al telefono?”
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.forward.com/articles/12998/
[2] Il caucus è, in senso generico, un incontro che si svolge tra i sostenitori di un partito politico o di un movimento.

mercoledì 23 aprile 2008

Conferenze aperte a tutti





http://www.mastermatteimedioriente.it/

FABIO ALBERTI, ROSANNA BUDELLI, FRANCO CARDINI, PAOLO MATTHIAE, GIANCARLO PACIELLO, AUGUSTO SINAGRA

A partire dal 24 aprile le lezioni del master potranno essere frequentate in forma gratuita anche dai non iscritti. Basta prenotarsi con un email a claudio.moffa@fastwebnet.it, o telefonando al 320 0892770. Qui di seguito vi segnaliamo
I PROSSIMI APPUNTAMENTI

giovedì 24 aprile:


FABIO ALBERTI SULLE ONG IN MEDIO ORIENTE

Presidente di Un Ponte per Bagdad, la ONG pacifista che subì il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari nel 2004, Alberti parlerà del difficile lavoro dei cooperanti in Medio Oriente, fra il necessario e utile collegamento con i governi e il rapporto fluido ma indispensabile con le società civili dei paesi in cui operano. Ore 9,30 e 11,30 del 24 aprile, via Veio 37 Roma.


GIANCARLO PACIELLO SULLA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE

Il noto saggista e esperto in Medio Oriente, affronta il controverso tema della nascita dello stato d'Israele: "liberazione nazionale" per i sionisti, "nakba", cioè catastrofe per i palestinesi cacciati a centinaia di migliaia dalle loro case e dalle loro terre nel 1948. Una catastrofe che ancora dura, come dimostra la terribile situazione in cui sono costretti a vivere i palestinesi di Gaza. Ore 15, via Veio 37 Roma

ROSANNA BUDELLI SUL DIRITTO DI FAMIGLIA NEI PAESI ARABI

Docente all'Orientale di Napoli e all'ISIAO, Rosanna Budelli affronta un tema sempre più importante anche nel nostro paese, obbiettivo e residenza di tanti migranti dal Medio Oriente: il diritto di famiglia nei paesi arabi, argomento in Occidente spesso tanto sconosciuto quanto essenziale per un corretto rapporto interculturale. Ore 17, via Veio 37 Roma

* * * * *

venerdì 2 maggio
nella sala conferenze del Museo Nazionale d'Arte Orientale altri tre nomi eccellenti:
FRANCO CARDINI, PAOLO MATTHIAE, AUGUSTO SINAGRA
Una giornata molto importante per lo studio multidisciplinare del Medio Oriente che caratterizza il master. Lo storico medievalista Franco Cardini parlerà delle Crociate e della figura del Saladino, emblematica di un Islam ben diverso dalle immagini stereotipate diffuse all'epoca come spesso oggi nell'Europa cristiana.


Paolo Matthie, pro rettore dell'Università di Roma e archeologo notissimo per aver scoperto Ebla, parlerà dell'uso e della distorsione politica della ricerca archeologica in Medio Oriente: un fenomeno già consolidato, con l'archeologia biblica, nell'epoca coloniale ma che forse continua a perpetuarsi oggi, come potrebbero indicare le polemiche storico-ideologiche fra il regime di Saddam Hussein e Israele, e i saccheggi di musei e siti archeologici subiti dall'Iraq nei giorni successivi l'attacco anglo-americano del 2003.

Augusto Sinagra, ordinario di Diritto internazionale all'Università la Sapienza di Roma e avvocato internazionalista, parlerà di un contenzioso politico giuridico spesso dimenticato, la questione cipriota.
Per informazioni 320 0892770

La morsa sionista sull'Europa


PUBBLICA E SOCCOMBI

Di Eric Walberg, 16 Aprile 2008[1]

La polizia del pensiero si aggira per l’Europa, ci dice Eric Walberg

Un pubblico dipendente francese è stato licenziato alla fine di Marzo per aver pubblicato, sul sito oumma.com, quella che è stata ampiamente descritta come “una violenta polemica anti-israeliana”, un crimine indagato nientemeno che dal Ministro dell’Interno Michele Alliot-Marie. Bruno Guigue, vice-prefetto della città di Saintes, ha scritto che Israele è “il solo stato dove i cecchini uccidono le bambine fuori dai cancelli delle loro scuole”. Autore di diversi libri sul conflitto israeliano-palestinese, Guigue ha scritto anche delle “prigioni israeliane dove – grazie alle leggi religiose – si smette di torturare durante il Sabato”.

“Questa è solo la punta dell’iceberg”, ha detto l’autore russo-israeliano Israel Shamir al settimanale Al-Ahram. “Vi sono migliaia di persone condannate e incarcerate per simili “crimini”, principalmente in Germania e in Austria, un numero maggiore di tutti i dissidenti mai incarcerati nella Russia sovietica. La maggior parte di questi casi non raggiungono mai l’opinione pubblica”.

Che un modesto vice-prefetto sia diventato oggetto dell’intervento personale del Ministro dell’Interno per aver fatto le affermazioni suddette è sbalorditivo, ed è solo un esempio della mano pesante della Israel Lobby in Europa. Il vero “crimine” di Bruno Guigue, è chiaro, è stato quello di criticare lo stato d’Israele.

Sebbene non sia un “negazionista dell’Olocausto”, Guigue sta patendo un destino simile a quello dei suoi colleghi antisionisti che vengono processati in base alle leggi anti-negazioniste, attualmente in vigore in 12 paesi europei. Le vittime più famose di queste leggi sono gli scrittori David Irving e Ernst Zündel, che sono stati incarcerati per aver messo in discussione l’estensione del tasso di mortalità degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e la tesi che i nazisti avessero un piano per uccidere tutti gli ebrei (rom, omosessuali e comunisti vengono dimenticati nel trambusto) rispetto alla pulizia etnica allora in corso in Europa.

Per quanto siano un’arma essenziale dell’arsenale politico d’Israele, secondo Shamir, tali leggi non vengono solitamente invocate; esse sono concepite più come un avvertimento. Piuttosto, gli scrittori e i loro editori vengono citati [in tribunale] in base a più ampie leggi anti-diffamazione, come è stato il caso di Norman Finkelstein, figlio di due sopravissuti dell’Olocausto, e del suo editore francese Aden Brussels nel 2004, quando sono stati accusati di revisionismo dell’Olocausto e di istigazione all’antisemitismo. Il direttore del Simon Wiesenthal Center Shimon Samuels ha dichiarato: “La tesi di Finkelstein è un attacco estremista agli ebrei in generale, e agli ebrei americani in particolare, in quanto li accusa di sfruttare la sofferenza della Shoah come “pretesto per i loro crimini nel quadro del conflitto in Medio Oriente”. Questa tesi costituisce il credo fondamentale dell’antisemitismo moderno. Egli sfrutta la sua stessa ascendenza ebraica per attaccare, come “razzisti”, dei particolari leader ebrei, le loro organizzazioni, e il popolo ebreo. Sono convinto che solo una sanzione penale limiterà il danno inferto da questa diffamazione particolarmente offensiva”.

Samuels ha paragonato Finkelstein a Roger Garaudy, un rinomato filosofo marxista che ha egli pure trascorso tre anni in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, condannato in Francia nel 1996 in base alla legge Fabius-Gayssot, una legge che – egli argomenta – “ripristina la legge, abolita dopo Vichy, che considera reato penale la contestazione della verità ufficiale. Essa ripristina la discriminazione contro chiunque non si sottometta al pensiero unico e al culto dei tabù del “politicamente corretto” imposti dai capi americani e dai loro mercenari occidentali, specialmente israeliani”.

L’edizione francese dei “Fiori di Galilea” di Shamir, “un libro che rigurgita di istigazione all’odio razziale”, secondo il pubblico ministero Marc Levy, è stata sequestrata ed effettivamente bruciata, e il suo editore è stato multato nel 2005. Su richiesta della Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo (LICRA), i giudici francesi hanno incriminato Shamir per aver detto che “il concetto proprio di Olocausto è un concetto di superiorità ebraica” e per aver definito i Protocolli dei Savi di Sion come un “pamphlet politico”. Ironicamente, il mandato d’arresto, se fosse stato eseguito, avrebbe comportato la sua deportazione da Israele in Francia, “per essere processato per la mia presa di posizione contro l’egemonia ebraica”. Egli ha detto ad Al-Ahram che considerava l’incriminazione come un complimento che lo accomunava all’”illustre elenco di autori i cui libri sono stati bruciati e messi al bando in Francia, da Voltaire a Baudelaire, da Nabokov a Joyce, da Wilhelm Reich a Vladimir Lenin”.

Nessuno degli scrittori suddetti, condannati a causa di questa caccia alle streghe, hanno mai propugnato la violenza fisica contro gli ebrei. Shamir e Finkelstein sono essi stessi ebrei, anche se, è vero, Shamir si è convertito al cristianesimo. Shamir ha detto ad Al-Ahram che “dove le critiche pubbliche contro Israele sono assenti dal dibattito pubblico, disegnare una svastica su una tomba ebraica non è un atto di razzismo ma piuttosto una protesta contro le atrocità israeliane”, e afferma che la presa soffocante dei sionisti sulla società europea istiga realmente il sentimento anti-ebraico. Egli si è spinto a dire che questo è precisamente quello che vogliono per completare quella pulizia etnica in Europa che Hitler chiaramente si proponeva. “Se la paura ebraica del razzismo può essere alimentata, gli ebrei migreranno in Israele, e questo è lo scopo dei sionisti”.

I reati d’opinione come ai tempi di Vichy, i roghi dei libri, la pulizia etnica – tutto richiama la politica di quegli stessi nazisti contro cui i sionisti inveiscono.

Ma ci sono segni che la musica potrebbe finire. Persino la scrittrice pro-israeliana Deborah Lipstadt, nonostante la sua battaglia legale con lo storico inglese David Irving, è contro le leggi anti-negazioniste, come la maggior parte degli storici e come importanti scrittori come Timothy Garton Ash, inclusi ebrei come Noam Chomsky.

Nel 1996 Garaudy aveva scritto: “Nel diluvio di insulti, nessuno ha contestato la mia analisi del controllo della politica americana da parte della Israel Lobby e del finanziamento dello stato d’Israele in quanto rappresentante della politica americana in Medio Oriente”. Tuttavia questo [argomento] costituisce ora il nucleo di un’analisi di grande successo di due autori americani, nonché la convinzione manifesta del professore americano di legge Richard Falk il quale, come consigliere delle Nazioni Unite, ha paragonato la politica israeliana nei confronti dei palestinesi al record della Germania nazista in fatto di punizioni collettive. A dispetto dell’aspra condanna da parte d’Israele, egli è stato nondimeno designato a Marzo per un incarico della durata di sei anni come investigatore, per conto del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, delle azioni israeliane nei territori palestinesi.

Per il giornalista Ash, il punto di svolta si è verificato nel 2006, quando l’assemblea nazionale francese ha approvato una legge che rende reato penale il negare che i turchi abbiano commesso un genocidio a danno degli armeni durante la prima guerra mondiale. Egli ha anche scritto, esasperando il concetto, che il parlamento europeo dovrebbe rendere obbligatorio descrivere come “genocidio” il trattamento subito dai nativi americani da parte dei coloni americani. “Nessuno può stabilire per legge la verità storica. Nei limiti in cui è possibile stabilire una verità storica, questa deve essere accertata da una ricerca senza restrizioni, con gli storici che argomentano in base alle prove e ai fatti, vagliando e discutendo le affermazioni di ogni altro interlocutore senza paura di processi o di persecuzioni”.

Dopo l’appello, Shamir ha promosso una nuova edizione francese del suo libro messo al bando (comunque pur sempre disponibile su Internet) nel 2006 e ha pubblicato un’edizione francese dei saggi raccolti nel libro “Our Lady of Sorrows” [Nostra Signora dei Dolori] suscitando un interesse molto maggiore di quello che avrebbe ottenuto se la sua opera fosse stata semplicemente ignorata dall’establishment.

La legge anti-negazionista è stata abrogata in Slovacchia nel 2005, e la Spagna ha depenalizzato il negazionismo nell’Ottobre del 2007. Tuttavia, sebbene la stanchezza da Olocausto cominci a profilarsi mentre Israele celebra il suo 60° anniversario della propria fondazione, l’egemonia culturale sionista in Europa è ancora forte. Dopo la depenalizzazione del negazionismo in Spagna, i tribunali spagnoli hanno inflitto una pesante condanna all’editore Pedro Varela di Barcellona e hanno ordinato la distruzione di migliaia di libri, incluso uno di Shamir.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://axisoflogic.com/artman/publish/article_26543.shtml

martedì 22 aprile 2008

La Cina buona per gli ebrei


LA CINA BUONA PER GLI EBREI

Un libro intitolatoGli ebreiperché sono ricchi?” sarebbe considerato antisemita in ogni altro paese del mondo. In Cina, tuttavia, è una forma di complimento. Ronen Medzini sviluppa delle considerazioni sull’idolatria dei cinesi per lo spirito ebraico

Di Ronen Medzini, 13 Aprile 2008[1]

Quando mi presento ad un cinese, il mio ego rimane sempre lusingato. “Un ebreo? Molto intelligente!”, è la risposta immediata. La maggior parte delle volte viene seguita da: “siete molto bravi negli affari”,

Non c’è dubbio, tuttavia, che la mia risposta preferita è: “siete come Einstein!”. In realtà c’è una certa somiglianza tra Einstein e me. E la prova è che solo questa settimana sono riuscito a riparare una perdita nella mia lavatrice tutto da solo.

Da tempo immemorabile, e in molte parti del mondo fino ad oggi, gli ebrei hanno sofferto a causa dell’antisemitismo e della discriminazione. Anche in Cina vi sono dei pregiudizi contro gli ebrei e Israele, ma sorprendentemente la maggior parte di essi sono positivi.

Sebbene la grande maggioranza dei cinesi non ha mai incontrato un ebreo, l’opinione prevalente in Cina elogia e glorifica gli ebrei e lo stato d’Israele. Altre perle di saggezza dei cinesi sono le seguenti: “Israele è piccolo e circondato da nemici, ma riesce a sopravvivere e ad avere successo”, e “La Cina e il giudaismo sono le sole cose che hanno conservato il loro carattere nel corso della storia”.

“Israele e la Cina sono amici intimi”: ai cinesi piace lusingare, mostrando grande competenza nella storia degli ebrei in Cina. E in realtà, gli ebrei devono molto alla Cina, che è stata come un oasi di tregua per gli ebrei della diaspora nel secolo scorso.

La bolla ebraica in Cina

I documenti storici dicono che i primi ebrei arrivarono in Cina nell’ottavo secolo dalla Persia, attraverso la Via della Seta. La prima comunità ebraica in Cina venne fondata nell’anno 1163 nella città di Kai-Fang nel distretto di Nan, dove venne costruita la prima sinagoga cinese.

Alla fine del diciannovesimo secolo, gli ebrei russi si stabilirono nelle città di Tianjin e di Dalian, nella Cina del Nord. Ma la più grande comunità dell’epoca, che comprendeva circa 25.000 ebrei al suo apice, venne costituita nella città di Harbin, dove gli ebrei arrivarono in seguito all’estensione della linea ferroviaria tran-siberiana.

Teddy Kaufman, presidente dell’associazione Israele-Cina, è nato a Harbin nel 1924 ed è emigrato in Israele nel 1950. La sua infanzia nella città fu tranquilla e normale. Aveva numerosi amici cinesi che studiavano con lui a scuola, ed egli prese parte attiva alla vita della comunità.

“Non sapevamo nulla di quello che accadeva in Europa. Eravamo completamente separati dal mondo ebraico”, mi ha detto. Quando gli ho chiesto se aveva mai sperimentato atti di antisemitismo, egli ha detto: “Naturalmente, da parte dei russi della città”. E da parte dei cinesi? “Mai”.

Quando gli ho chiesto se era grato ai cinesi del loro trattamento equo nei confronti degli ebrei, ha risposto immediatamente: “Senza dubbio”.

Nel 1931, e in seguito alla presa di possesso da parte dei giapponesi del distretto della Manciuria nella Cina settentrionale, la situazione degli ebrei peggiorò. Vennero costretti a vivere sotto il controllo e le restrizioni dei loro affari e ubbidirono alle leggi giapponesi. Negli anni seguenti, circa 4.500 ebrei emigrarono dalla Cina settentrionale a Shanghai, prima che i giapponesi prendessero il controllo della città.

Oasi di tregua a Shanghai

“Il mondo sembra essere diviso in due: i posti dove gli ebrei non possono vivere, e i posti dove gli ebrei non possono entrare”, scriveva Chaim Weizmann nel 1936, dopo che i nazisti ascesero al potere in Europa e che altri paesi vietarono agli ebrei di rifugiarsi colà.

Un’eccezione fu la città di Shanghai, che negli anni ’30 era il solo luogo al mondo che non richiedeva un visto d’ingresso. Negli anni ’30 e durante la seconda guerra mondiale, circa 18.000 ebrei che lasciarono l’Europa nazista trovarono rifugio in tale città.

Essi si unirono a due ondate di immigrati ebrei che avevano già raggiunto Shanghai. La prima, nel 1848, di ricchi ebrei provenienti da Baghdad, che avevano accumulato molto potere e molte proprietà nella città, e la seconda di ebrei russi negli anni ’30.

La maggior parte degli immigrati ebrei arrivarono senza nessuna risorsa, e vennero aiutati finanziariamente dai ricchi ebrei di Baghdad e dalle donazioni raccolte dal Joint degli Stati Uniti. La comunità ebraica sviluppo a Shanghai una vita indipendente, che comprendeva scuole, ospedali, cimiteri, teatri, e persino associazioni sportive.

Nel 1937 Shanghai venne occupata dai giapponesi, e nel 1942, in seguito alle pressioni della Germania nazista sulle autorità giapponesi, i giapponesi comandarono a tutti i “residenti di Shanghai senza cittadinanza” (una formula concepita contro gli ebrei) di trasferirsi in un’area affollata di poco più di un chilometro quadrato nel povero quartiere di Hongkou.

Il quartiere, che era conosciuto come il “ghetto di Shanghai”, era la zona dei poveri della città, e gli ebrei vissero lì assieme ai cinesi. Le condizioni di vita del ghetto erano molto difficili, c’era una grande penuria di cibo, e scoppi di epidemie dovute alle scadenti condizioni sanitarie. A Shanghai, tuttavia, a differenza del resto del mondo, quasi tutti gli ebrei sopravvissero alla guerra.

I cinesi all’epoca venivano anche perseguitati e massacrati dai giapponesi. “I cinesi e gli ebrei sono legati da una fratellanza speciale, la fratellanza dei perseguitati”, mi è stato detto da Shalom Greenberg, il rabbino di Shanghai. “Anche oggi gli ebrei sono grati ai cinesi per averli trattati come eguali, come esseri umani”.

Dopo la fondazione dello stato d’Israele, e in seguito all’ascesa in Cina del comunismo, che non portò benefici alle minoranze e alle religioni straniere, quasi tutti gli ebrei lasciarono la città. La maggior parte di loro emigrò in Israele, il resto si trasferì in altri paesi. Oggi, Dvir Ben-Gal guida le visite sulle tracce della comunità ebraica di Shanghai.

La comunità ebraica di Shanghai oggi comprende circa 2.000 ebrei, tutti nuovi arrivati. La prossima settimana, almeno 500 persone sono attese per prendere parte alla celebrazione notturna della Pasqua, che sarà organizzata in città dalla Chabad House e sarà condotta dal rabbino Greenberg.

La via ebraica alla ricchezza

Uno degli assunti basilari più comuni, in Cina e nel resto del mondo, è che gli ebrei hanno denaro e potere. La differenza sta nell’atteggiamento verso tale assunto. Mentre in molte parti del mondo gli affari e il dominio degli ebrei sono visti con un senso di disgusto, i cinesi hanno sviluppato una grande ammirazione, persino un’idolatria, nei riguardi dello spirito ebraico.

Qual è la ragione principale di questo atteggiamento? La Cina non si sente, e non si è mai sentita, minacciata dagli ebrei. Al contrario, la Cina guarda al giudaismo come ad una cultura antica e saggia come la propria, e rispetta la morale elevata e i valori familiari sottolineati nella Bibbia.

Perciò, il sospetto/odio/invidia verso il denaro e il potere ebraico è stato sostituito in Cina da un altro fenomeno: la curiosità. La domanda: “Perché gli ebrei sono così potenti nel mondo?” viene fatta da molti cinesi.

Ne ho trovato la prova nella libreria locale. Nella sezione business, ho notato un libro con un titolo interessante: “La via ebraica alla ricchezza”. Quando ho chiesto alla commessa se c’erano libri simili, mi ha indicato un’intera sezione di libri sugli affari che utilizzano il motivo ebraico per attirare clienti.

Un altro libro, che ho notato immediatamente, comprende un’illustrazione di Mosè che afferra le Tavole della Legge mentre la didascalia recita: “Le antiche e grandi scritture ebraiche per diventare ricchi”.

Quando ho chiesto alla commessa quali di questi libri era diventato un bestseller, ella mi ha porto il libro “La saggezza negli affari degli ebrei e l’arte del comportamento appropriato secondo il Talmud”. Non ricordo di aver imparato a scuola come diventare ricco ma questo è un modo sicuramente originale di rendere le lezioni più interessanti.

Altri libri che ho trovato sugli scaffali comprendevano: “I metodi più efficaci del business ebraico”, “Capire i mercanti ebrei: come riescono a vendere e ad avere successo”, e “Gli ebrei: perché sono ricchi?”.

E’ molto probabile che libri con titoli simili pubblicati in ogni altro paese sarebbero considerati antisemiti e razzisti. In Cina, tuttavia, possono essere considerati come una sorta di distorto complimento per la nostra tradizione. Dopo tutto, quando ho detto alla commessa che sono ebreo, ella ha esclamato immediatamente: “Wow, sei intelligente!”.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.ynetnews.com/Ext/Comp/ArticleLayout/CdaArticlePrintPreview/1,2506,L-3531164,00.html

lunedì 21 aprile 2008

La decadenza del Foro francese


Letto sul settimanale "Rivarol" (1 Rue d'Hauteville, 75010 Parigi), nel numero 2851 del 28 Marzo 2008, a p. 4, il seguente omaggio all'avvocato Eric Delcroix, che è stato per più di trentasette anni il difensore fedele dei revisionisti e a cui è stato rifiutato l'onorariato [l'iscrizione onoraria all'Ordine degli avvocati]:


Delitto d'opinione


Il 31 Dicembre, il nostro illustre amico Eric Delcroix ha lasciato - ahimè - il Foro al termine di trentasette anni di una carriera brillante e totalmente disinteressata: gli onorari che ci chiedeva erano di rara modestia (era d'altronde la stessa cosa per gli assai rimpianti François Patrimonio e Georges-Paul Wagner) ed è stato gratuitamente che ha difeso Michel Lajoye e ha seguito la sua pratica per circa due decenni.

Ritiratosi dalla professione, l'avvocato Delcroix ha chiesto l'onorariato, che permette non di patrocinare ma di conservare il titolo di avvocato e di fornire dei consulti (gratuiti). Il Consiglio dell'Ordine lo ha convocato l'11 Marzo per trattare il suo caso e, trasformandosi in Sinedrio (o in annesso del KGB) ha tentato di fargli confessare il suo revisionismo vero o presunto, allorquando i suoi colleghi che chiedono parimenti l'onorariato e che professano un marxismo virulento non sono mai stati interrogati sul proprio impegno politico. Rifiutando ai suoi ex colleghi questa prerogativa inquisitoria, Eric Delcroix ha finito col ritorcere contro un avvocato particolarmente indiscreto la seguente obiezione: "Lei tollererebbe che le domandassi a mia volta se tradisce il proprio coniuge?" Dell'arte di farsi degli amici...

Il 18 Marzo, il nostro amico è stato dunque avvertito che l'onorariato gli è stato rifiutato. Si tratta di un grande precedente: solo gli avvocati che hanno commesso delle malversazioni sono stati finora ricusati. Da cui risulta che, nella nostra bella democrazia francese, un delitto d'opinione è più grave di una sottrazione di fondi.

Abbiamo spesso sottolineato in questa sede la decadenza e l'asservimento della magistratura al pensiero dominante. Il caso di Delcroix - che non ha fatto appello, prova che anche il Foro è allineato. E' proprio finito il tempo in cui un Georges-Paul Wagner poteva farsi eleggere al Consiglio dell'Ordine.

Ironia dell'attualità: lo stesso giorno in cui Eric Delcroix è stato avvertito del rifiuto della sua domanda, si poteva leggere sul blog di Pierre Assouline, pezzo grosso del Monde e uno dei principali opinionisti dei tempi correnti: "(...) Intendiamoci bene: il revisionismo storico è una buona cosa. Sana, e persino indispensabile. Su tutti gli argomenti senza esclusione".

C. M. G.


Il blog di Pierre Assouline è: http://passouline.bloglemonde.fr/
Fonte: Bocage.

Chi l'ha sparata più grossa?


COME FUGGIRE DA UNA CAMERA A GAS OMICIDA

Di Thomas Kues (2008)[1]

La maggior parte di noi conosce bene il particolare destino di Moshe Peer, il bambino che sopravvisse a sei gasazioni in una camera a gas di Belsen (come riferito dal giornale di Montreal The Gazette il 5 Agosto 1993) o di Arnold Friedman, l’uomo che sopravvisse alla camera a gas di Flossenburg (camera a gas parimenti ignota agli storici) respirando dal buco della serratura (vedi il libro Death Was Our Destiny, Vantage Books, 1972). Esiste tuttavia un’altra rara sottospecie di sopravvissuti alle camere a gas: si tratta di quei pochi fortunati che sono fuggiti da una camera a gas hitleriana prima o durante una gasazione. Questo articolo racconta brevemente le loro storie sorprendenti.

La prima degli artisti della fuga da una camera a gas a testimoniare la propria esperienza è stata Sophia Litwinska. Al processo di Belsen contro Josef Kramer, che era stato anche il comandante di Auschwitz, la signora Litwinska testimoniò:

“Alle cinque e mezzo circa della sera arrivarono dei camion e fummo caricati dentro di essi, praticamente nudi come animali, e fummo condotti al crematorio. (…) L’intero [carico del] camion venne rovesciato nello stesso modo in cui si fa talvolta con le patate o con i carichi di carbone, e fummo portati in una stanza che mi diede l’impressione di una doccia. C’erano asciugamani appesi in giro, e docce, e persino specchi. Non posso dire quante persone stavano nella stanza, perché ero così terrorizzata, e neppure sapevo se le porte erano chiuse. La gente era in lacrime; le persone gridavano l’una contro l’altra; e si colpivano fra di loro. C’erano persone sane, persone forti, persone deboli e persone malate, e improvvisamente vidi dei vapori provenire da una finestra molto piccola che stava in cima. Fui costretta a tossire molto violentemente, le lacrime uscivano dai miei occhi, ed ebbi una sorta di sensazione in gola come se venissi asfissiata. (…) In quel momento sentii chiamare il mio nome. Non avevo la forza di rispondere ma sollevai il braccio. Allora sentii qualcuno afferrarmi e gettarmi fuori della stanza. Hoessler mi mise addosso una coperta e mi portò su una motocicletta all’ospedale, dove rimasi sei settimane.”

Riguardo al modo curioso in cui le vittime venivano portate nella camera a gas, la Litwinska affermò in un precedente affidavit che lei e gli altri “passavano per uno scivolo giù attraverso qualche porta in una grande stanza”.

La testimone Regina Bialek raccontò un incidente assai simile in un affidavit preparato per lo stesso processo:

“C’erano sette camere a gas ad Auschwitz. Questa in particolare stava sottoterra e il camion poteva scendere lungo il pendio direttamente dentro la stanza. Qui venivamo rovesciati senza complimenti sul pavimento. La stanza misurava circa dodici iarde quadrate [poco più di dieci metri quadrati] e delle piccole luci sul muro la illuminavano debolmente. Quando la stanza fu piena si sentì provenire un suono sibilante dal punto centrale del pavimento e il gas entrò nella stanza. Dopo circa dieci minuti alcune delle vittime iniziarono a mordersi le mani e a schiumare dalla bocca, il sangue usciva dalle orecchie, dagli occhi e dalla bocca, e i loro visi diventarono blu. Mi trovavo in uno stato di semi-incoscienza quando il mio numero venne chiamato dal dottor Mengele e fui portata via dalla stanza”.

La testimone poi attribuisce la sua sbalorditiva sopravvivenza al fatto che, come prigioniera politica, “serviva più da viva che da morta”. Certamente, questo è il motivo per cui i guardiani si presero volentieri il rischio di entrare nella camera della morte mentre era in corso una gasazione.

La somiglianza sbalorditiva tra le testimonianze della Litwinska e della Bialek deve essere quella che Pressac ed altri chiamano una “convergenza di prove”!

Le fughe dalle camere a gas non hanno avuto luogo solo ad Auschwitz. Vi sono anche due casi conosciuti riferiti a Majdanek. Il primo riguarda Mietek Grocher, un ebreo polacco che dopo la guerra si stabilì in Svezia, dove passa ora la maggior parte del suo tempo da pensionato parlando ai bambini delle scuole sulla zuppa scipita con una rapa guasta gettatavi dentro e sui guardiani delle SS che facevano a pezzi i bebé. Secondo un’intervista al giornale locale svedese Östgöta-Correspondenten dell’8 Dicembre 2004, Grocher riuscì a fuggire da una camera a gas di Majdanek:

“Quando stavo lì capii quello che aspettava me e gli altri all’interno di quello spazio. Istintivamente incominciai a muovermi un po’ all’indietro, senza realmente pensare che stavo riuscendo a scappare. Per caso ci riuscii. Un ufficiale iniziò a parlare a un altro ufficiale e si mosse di pochi passi. In quel momento riuscii a scappare e a ricongiungermi con i miei genitori nel campo”.

Secondo un altro articolo su Grocher che apparve nel giornale locale Katrineholms-Kuriren il 15 Maggio del 1998, il guardiano scoprì il giovane Mietek che se la svignava e sparò tutti i sei colpi del suo revolver contro di lui, mancando il fuggitivo ma colpendo sei altri martiri di Majdanek. Tanto basti della precisione di tiro tedesca!

Il signor Grocher dice al reporter dell’Östgöta-Correspondenten riguardo alla sua impresa: “Direi che sono il solo che è riuscito a fare questo”. Ma, come sappiamo, vi sono altri che hanno avuto la stessa fortuna!

Il secondo caso di Majdanek riguarda una certa Mary Seidenwurm Wrzos. Alla fine della guerra, questa ebrea polacca, venne salvata e si ritrovò in Svezia. Lì ella lasciò la seguente testimonianza per un libro intitolato De dödsdömda vittnar [“Il condannato testimonia”, edito da Gunhild e Einard Tegen, Stoccolma, 1945]:

“Camminammo per tre chilometri dal campo di lavoro di Lublino al vero campo di concentramento [Majdanek], sorvegliati da uomini delle SS pesantemente armati. Venimmo portati in stanze sotterranee che erano lucidate in modo assai vistoso. Ognuno di noi ricevette un appendiabiti per riporvi le proprie cose. Le scarpe dovevano essere accuratamente legate insieme.”

“Andammo in una “sala docce” completamente nudi, portando solo un asciugamano e un pezzo di sapone. Immediatamente notai che le porte erano fatte di un ferro insolitamente spesso. Poiché non potevo andare avanti, accadde che fui l’ultima a entrare nella camera a gas. Guardai al soffitto. Oltre ai soliti spruzzatori delle docce, potei vedere tre grandi buchi neri. Ora sapevo dove mi trovavo! La pesante porta di ferro iniziò a chiudersi, ma lentamente, molto lentamente. E circa nello stesso tempo il gas iniziò a fluire dai tre grandi buchi neri!”

“Con una forza sovrumana iniziai a picchiare sulla porta, che non era ancora completamente chiusa. “Sono tedesca. Sono una poliziotta del campo, sono una guardiana dei trasporti”. Urlai queste parole più volte e nello stesso tempo colpivo la porta come una pazza. Iniziò ad aprirsi ma molto lentamente. Il sangue mi stava uscendo dalla fronte, dalle braccia, dalle ginocchia. Giacevo lì, con tutto il mio peso riversato contro la porta, in cerca d’aria, mentre essa si aprì lentamente davanti a me (mi sembrò un’eternità). Tutto il mio corpo era coperto di sudore freddo. Stavo iniziando a soffocare. Poi la porta si aprì. Degli uomini che indossavano maschere anti-gas mi spinsero fuori della stretta apertura. Ascoltai un paio di colpi sparati addosso alle donne che cercavano di passare dietro di me. Aria. Aria. Aria, finalmente. Ogni cosa gira vorticosamente. Poi persi conoscenza.”

“Quando mi svegliai la donna kapò ebrea-tedesca stava davanti a me. Mi aiutò ad alzarmi e a ricompormi (l’operazione prese meno di mezzo minuto). Quando mi guardai allo specchio il giorno dopo, vidi che avevo una striscia grigia di capelli sul lato sinistro”.

Sfortunatamente, oltre a non essere riuscita a indicare esattamente dove fosse ubicata questa camera a gas sotterranea, sconosciuta agli storici di Majdanek, la testimone non riesce a raccontarci quale fu la reazione delle SS quando scoprirono che non era una guardiana tedesca. A quanto pare né la fucilarono, né la inserirono nel gruppo della gasazione successiva!

Storie come quelle suddette hanno poca attinenza con la narrazione ordinaria delle camere a gas, e vengono citate raramente, se non ignorate del tutto, dagli “storici seri”. E’ tuttavia un fatto significativo e inquietante che persone come Mietek Grocher, David Faber o Misha Defonseca (“la ragazza dei lupi”) continuino ad arruffianarsi i bambini delle scuole e i media con i loro racconti bizzarri, lasciati completamente indisturbati e incontestati da storici e giornalisti. Qui non stiamo parlando di generici sopravvissuti di Auschwitz, che parlano ai bambini della persecuzione e delle miserie del campo - cose che senza dubbio hanno un fondamento nella realtà - e che fanno qualche riferimento ai camini fiammeggianti e a Mengele per buona misura. A tali persone può essere concesso il beneficio del dubbio e si può ritenere che credano sinceramente nell’esistenza delle camere a gas in base alle dicerie e alle voci del campo. Grocher e i suoi consimili tuttavia sembrano essere degli esperti mentitori, anche se rimane la possibilità che costoro abbiano finito col credere alle proprie menzogne.

Il silenzio degli storici, la loro riluttanza a smascherare le imposture, è naturalmente facile da capire. Se avessero denunciato apertamente questi patenti impostori, rischierebbero di risvegliare l’attitudine critica dell’opinione pubblica, la cui attenzione si rivolgerebbe alla veracità delle testimonianze lasciate dai testimoni-chiave delle camere a gas omicide. A quel punto, i nostri storici dovrebbero affrontare un gran numero di questioni scomode.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrtkescape.html

domenica 20 aprile 2008

Furor Iudaicus


La dichiarazione di guerra di Zeev (Vladimir) Jabotinsky contro la Germania


Tratta dal fascicolo di Gennaio del 1934 della rivista Natcha Retch:


La lotta contro la Germania viene condotta da mesi da tutte le comunità ebraiche, da tutte le Conferenze e Congressi, da tutte le Associazioni commerciali, e dagli ebrei di tutto il mondo.

C'è motivo di credere che la nostra partecipazione a questa lotta sarà di utilità generale.

Poiché noi scateneremo la lotta di tutto il mondo contro la Germania, tanto spiritualmente quanto fisicamente.

L'ambizione di essa è di ridiventare una grande nazione, di riacquistare i suoi territori e le sue colonie perdute.

Ma i nostri interessi impongono la distruzione definitva della Germania.

Il popolo tedesco nel suo insieme e negli individui che lo compongono è un pericolo per noi.

La Germania è sempre stata retta - salvo nel periodo di tempo in cui era sotto l'influenza ebraica - da elementi che si dimostrarono ostili al popolo ebreo.

Non possiamo perciò assolutamente permettere che essa diventi potente sotto l'attuale governo.


Fonte: Giovanni Preziosi, Giudaismo, Bolscevismo, Plutocrazia, Massoneria, Mondadori, 1943, p. 77 (nota).

sabato 19 aprile 2008

Parla Hamas


NIENTE PACE SENZA HAMAS

Di Mahmud al-Zahar, The Electronic Intifada, 17 Aprile 2008[1]

Il progetto ragionevole, da parte dell’ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, di incontrare questa settimana i capi di Hamas, porta un contributo di onestà e di pragmatismo alle vicende del Medio Oriente e, nello stesso tempo, evidenzia il fatto che la politica americana è giunta ad un punto morto. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice agisce come se pochi ritocchi qui e lì rendessero meno odiosa la camicia di forza dell’apartheid. Mentre la Rice persuade le forze di occupazione israeliane a tagliare poche dozzine di insignificanti blocchi stradali dai più di 500 posti di blocco della Cisgiordania, queste stesse forze strangolano i rifornimenti di carburante di Gaza; tengono sotto assedio un milione e mezzo di persone; approvano progetti di insediamenti illegali in Cisgiordania; e attaccano Gaza City con gli aerei F-16, uccidendo uomini, donne e bambini. Tristemente, è la “solita storia” dei palestinesi.

L’attacco della scorsa settimana al deposito di carburante di Nahal Oz, non dovrebbe sorprendere gli osservatori occidentali. I palestinesi stanno combattendo una guerra totale intrapresa contro di noi da una nazione che si mobilita contro il nostro popolo con ogni mezzo a sua disposizione – da un esercito ad alta tecnologia allo strangolamento economico, dalla falsificazione della storia ad una magistratura che “legalizza” le infrastrutture dell’apartheid. La resistenza rimane la nostra sola opzione. Sessantacinque anni fa, gli ebrei coraggiosi del ghetto di Varsavia si sollevarono a difesa del proprio popolo. Noi cittadini di Gaza, che viviamo nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, non possiamo essere da meno.

L’alleanza Stati Uniti-Israele ha cercato di negare i risultati delle elezioni del Gennaio del 2006, quando il popolo palestinese ha affidato al nostro partito il compito di governare. Centinaia di osservatori indipendenti, tra cui lo stesso Carter, hanno dichiarato che queste sono state le elezioni più regolari mai avvenute nel Medio Oriente arabo. Tuttavia gli sforzi di sovvertire la nostra esperienza democratica comprendono anche il colpo di stato americano che ha creato il nuovo modello settario di Fatah e la guerra permanente - assieme al rafforzamento dell’assedio - contro i cittadini di Gaza.

Ora, finalmente, abbiamo il sostegno benaccetto di Carter, che dice quello che direbbe ogni pensatore indipendente e integro: che nessun “piano di pace o “road map” possono avere successo, a meno che ci venga permesso di sedere al tavolo dei negoziati senza pre-condizioni.

L’escalation di violenza attuata da Israele a partire dalla “conferenza di pace” di Annapolis dello scorso Novembre, è stata coerente con la sua politica di illegale, e spesso mortale, punizione collettiva – in violazione delle convenzioni internazionali. Gli attacchi aerei degli israeliani contro Gaza hanno ucciso da allora centinaia di palestinesi con l’approvazione risoluta della Casa Bianca; solo nel 2007 la proporzione tra palestinesi e israeliani uccisi è stata di 40 a 1, da quella di 4 a 1 durante il periodo dal 2000 al 2005.

Solo tre mesi fa ho seppellito mio fratello Hussam, che studiava finanza al college e che voleva diventare commercialista; egli è stato ucciso da un attacco aereo. Nel 2003, ho seppellito Khaled – il mio primogenito, dopo che un aereo F-16 che voleva colpirmi ferì mia figlia e mia moglie e distrusse l’edificio dove vivevamo, ferendo e uccidendo molti dei nostri vicini. L’anno scorso, è stato ucciso mio genero.

Hussam aveva solo 21 anni ma, come la maggior parte dei giovani di Gaza, era cresciuto prima del tempo. Quando avevo la sua età, volevo diventare un chirurgo; negli anni ’60 eravamo già profughi ma allora non c’erano blocchi umilianti. Ma adesso, dopo decenni di incarcerazioni, uccisioni, vita da apolidi e povertà, ci domandiamo: che pace può esserci se prima non viene riconosciuta la nostra dignità? E da dove viene la dignità se non dalla giustizia?

Il nostro movimento continua a lottare perché non possiamo permettere che il crimine fondatore che sta alla base dello stato ebraico – l’espulsione violenta dalle nostre terre e dai nostri villaggi che ci ha fatto diventare dei profughi – scivoli via dalla coscienza del mondo, e venga dimenticato o escluso dai negoziati. Il giudaismo – che ha dato così tanto alla cultura umana grazie ai suoi antichi legislatori e ai moderni fautori del tikkun olam[2], ha corrotto sé stesso degenerando in sionismo, nazionalismo e apartheid.

Un “processo di pace” con i palestinesi non può fare neppure il più piccolo passo in avanti fino a quando Israele non si ritirerà nei suoi confini del 1967; non smantellerà tutti gli insediamenti; non rimuoverà tutti i soldati da Gaza e dalla Cisgiordania; non ripudierà la sua illegale annessione di Gerusalemme; e non toglierà in modo permanente il blocco ai nostri confini internazionali, alle nostre coste e al nostro spazio aereo. Questo fornirebbe il punto di partenza per giusti negoziati e getterebbe le basi per il ritorno di milioni di profughi. Considerato quello che abbiamo perso, si tratta del solo punto di partenza per tornare ad essere di nuovo integri.

Sarò eternamente orgoglioso dei miei figli, e ne sento la mancanza ogni giorno. Li immagino come [futuri] padri ovunque, anche in Israele, e penso ai loro figli – come ragazzi innocenti, come studenti curiosi, come giovani uomini di illimitato potenziale – non come “banditi” o come “militanti”. Ma meglio che siano i difensori del proprio popolo che complici della propria finale espropriazione; meglio che siano attivi nella lotta palestinese per la sopravvivenza che testimoni passivi del loro soggiogamento.

La storia ci insegna che ogni cosa è in divenire. La nostra lotta per sanare i crimini del 1948 è appena iniziata, e le avversità ci hanno insegnato la pazienza. Mentre per quanto riguarda lo stato israeliano e la sua cultura spartana della guerra permanente, esso è fin troppo vulnerabile al tempo, alla fatica e alla demografia; alla fine è sempre un problema di posterità: i nostri figli, e coloro che verranno dopo di noi.

Mahmud al-Zahar, chirurgo, è uno dei fondatori di Hamas. E' il Ministro degli Esteri del governo del Primo Ministro Ismail Haniyeh, che è stato eletto nel Gennaio del 2006. Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Washington Post.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9469.shtml
[2] Il tikkun olam è un’espressione ebraica che può essere tradotta con “riparare il mondo” o “perfezionare il mondo”. Nel pensiero ebraico, è “l’impegno affinché il mondo non sia guidato dai valori dell’ego, malvagi e materialisti, ma dalla rivelazione spirituale secondo la quale siamo un tutto indivisibile” (http://www.gazzettadisondrio.it/14898-mai_insieme__1_.html ).