lunedì 31 marzo 2008

Una precisazione sul processo Irving-Lipstadt


HITLER, LA SOLUZIONE FINALE E IL MEMORANDUM LUTHER: UNA RISPOSTA A EVANS E LONGERICH

Di Paul Grubach (2000)[1]

Nella recente azione giudiziaria promossa dallo storico David Irving contro Deborah Lipstadt, uno degli aspetti più interessanti del processo è stato il dibattito sul famoso “documento Schlegelberger”. In questo memorandum, del Marzo 1942, il segretario di stato Franz Schlegelberger afferma che il capo della cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo ha informato che “…il Führer gli ha ripetutamente detto [a Lammers] che egli vuole che la soluzione della questione ebraica venga posticipata dopo la fine della guerra”.

Irving ha argomentato che questo documento mostra che Hitler non aveva un piano di sterminio contro l’ebraismo europeo. Il professore inglese Richard Evans e il professore tedesco Peter Longerich, testimoniando in favore della Lipstadt, hanno cercato entrambi di ridimensionare il significato del memorandum. Mentre Longerich lo ha semplicemente liquidato come “insignificante”, Evans ha cercato di “giustificarlo”.

Nei paragrafi 5.155 e 5.161 della sentenza del giudice Gray, si osserva che il professor Evans ha espresso l’opinione che il soggetto della “nota Schlegerberger” non era probabilmente la questione ebraica in generale, ma piuttosto la questione più ristretta dei matrimoni misti tra ebrei e non ebrei e dei figli di tali matrimoni. Di conseguenza, questo documento non può essere utilizzato dagli storici revisionisti per provare che non c’era una politica di sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, perché esso non si riferisce a tutti gli ebrei, ma solo a una piccola categoria di essi.

Nel volume 13 delle pubblicazioni del tribunale militare di Norimberga (IMT), c’è una discussione riguardante la politica nazista. La prima parte, NG-2586-J, costituita da un memorandum scritto dal funzionario nazista Martin Luther, datata 21 Agosto 1942, è un riassunto di questa politica.[2] Al punto n°8 troviamo questa affermazione estremamente significativa: “All’occasione di un ricevimento del ministro degli esteri del Reich, il 26 Novembre 1941, il ministro degli esteri della Bulgaria Popoff ha toccato la questione di quale trattamento riservare agli ebrei di nazionalità europea e ha fatto notare le difficoltà che i bulgari avevano nell’applicazione delle loro leggi ebraiche verso gli ebrei di nazionalità straniera.”

“Il ministro degli esteri del Reich ha risposto che pensava che questa questione posta da Popoff non era priva di interesse. Già ora poteva rispondergli così, che alla fine della guerra tutti gli ebrei avrebbero dovuto lasciare l’Europa. Questa era la decisione immutabile del Führer e anche il solo modo di controllare questo problema, come la sola soluzione globale ed esauriente che poteva essere applicata, in quanto le misure individuali non sarebbero state di grande aiuto.”

Chiaramente, questo passaggio sostiene la tesi di Irving e mina la tesi rivale di Evans e Longerich. Gli ordini di Hitler sono perfettamente chiari. Riferendosi agli ebrei in generale (contraddicendo in tal modo l’affermazione di Evans) il dittatore tedesco affermò che gli ebrei si sarebbero trovati ancora in circolazione alla fine della guerra (poiché non aveva piani per sterminarli in massa) ed essi avrebbero dovuto emigrare fuori dall’Europa. Questa decisione era “immutabile”, vale a dire che non era soggetta a cambiamenti. Inoltre, questo memorandum di Luther non fornisce nessuna indicazione che ci fosse stato un cambiamento di tale politica nel periodo di tempo tra l’enunciazione della politica ebraica di Hitler al ministro bulgaro nel Novembre del 1941 e la redazione del detto memorandum nell’Agosto del 1942.

Né ci si può trincerare dietro l’opinione di Longerich che il memorandum “Schlegelberger” è “insignificante”, perché abbiamo qui un importante memorandum del 1942 che sottolinea gli ordini di Hitler della “nota Schlegelberger” del Marzo 1942.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è consultabile all’indirizzo: http://www.codoh.info/viewpoints/vppgluther.html
[2] Tale documento è stato anche pubblicato nel libro di Arthur Butz, The Hoax of the Twentieth Century [L’imbroglio del ventesimo secolo], Institute for Historical Review, 1976, pp. 205-206, 208-210.

domenica 30 marzo 2008

Atrocità Alleate V


STATI UNITI: ABBIAMO BOLLITO LA CARNE DEI TESCHI DEI NOSTRI NEMICI

“I teschi dei giapponesi erano trofei molto invidiati tra i marine statunitensi sul fronte del Pacifico durante la seconda guerra mondiale. La consuetudine di collezionarli iniziò a quanto pare dopo il sanguinoso conflitto del Guadalcanal, quando le truppe installavano i teschi come ornamento o totem in cima ai pali come avvertimento. I marine bollivano i teschi e poi utilizzavano la lisciva per staccare la carne residua in modo da renderli adatti come souvenir. I marinai statunitensi pulivano i loro teschi-trofei mettendoli dentro delle reti e trascinandoli dietro le loro navi. Winfield Townley Scott scrisse un poema di guerra, Il marinaio americano con il teschio giapponese, che descrive tutta la tecnica per conservare i teschi come souvenir. Nel 1943 la rivista Life pubblico la foto della fidanzata di un marinaio statunitense mentre contempla un teschio di un giapponese che le era stato inviato in regalo – con un messaggio scritto in cima al teschio. Riferendosi a questa consuetudine, Edward L. Jones, un corrispondente di guerra statunitense dal Pacifico, scrisse nel numero del Febbraio 1946 dell’Atlantic Magazine: “Abbiamo bollito la carne dei teschi dei nemici per metterli come ornamenti sulle tavole degli innamorati, e abbiamo intagliato le loro ossa per farne dei tagliacarte.” Talvolta questi “trofei giapponesi” hanno confuso la polizia quando sono saltati fuori durante delle indagini per omicidio. E’ stato riferito che quando i resti dei soldati giapponesi vennero rimpatriati dalle isole Mariana nel 1984, il 60% erano privi dei loro teschi”

Fonte: Kenneth V. Iserson, M. D., Death to Dust: What happens to Dead Bodies?, Galen Press, Ltd., Tucson, AZ, 1994, p. 382

Ritratti revisionisti: Harry Elmer Barnes


RITRATTI REVISIONISTI: HARRY ELMER BARNES

Harry Elmer Barnes (1889-1868), storico e sociologo, è stato uno dei più autorevoli storici americani del ventesimo secolo. Egli è stato una figura-chiave nella crescita della corrente storiografica conosciuta come “revisionismo”, vale a dire il lavoro di verifica, critica ed erudita, della storia ufficiale o “ortodossa”, specialmente di quella riguardante le origini e le conseguenze delle due guerre mondiali.

Il revisionismo, scriveva Barnes nel 1958, “implica una ricerca onesta della verità storica e lo sbugiardamento di quei miti ingannevoli che costituiscono una barriera contro la pace e la benevolenza tra le nazioni. Nella mente dei nemici del revisionismo tale termine equivale a malignità, a spirito di vendetta e a un desiderio sacrilego di calunniare i salvatori del genere umano. In realtà, il revisionismo non significa nulla di più o di meno che lo sforzo di correggere la documentazione storica [ordinaria] alla luce di un numero più completo di fatti storici, di un clima politico più sereno e di un atteggiamento più obbiettivo”.

Insegnò scienze economiche, sociologia e storia in vari istituti d’istruzione superiore, inclusi la New School for Social Research, lo Smith College, e la Columbia University. La sua produzione di libri, saggi, recensioni e conferenze fu prodigiosa. La sua prosa invariabilmente chiara, efficace e bene informata gli guadagnò la stima del pubblico colto e gli elogi degli storici.

Riguardo a Barnes, la Columbia Encyclopedia osserva: “I suoi ampi interessi si sono in genere concentrati sui temi principali dello sviluppo della cultura e del pensiero occidentale. La sua capacità di sintetizzare informazioni provenienti da diversi ambiti in uno schema comprensibile, mostrando l’evoluzione della civiltà umana, ha influenzato profondamente l’insegnamento della storia”.

Durante gli anni ’20 Barnes esercitò un ruolo fondamentale nello sfatare il mito dell’esclusiva o almeno della primaria responsabilità tedesca per lo scoppio della prima guerra mondiale. Egli rimase fedele ai propri principi anche dopo la seconda guerra mondiale quando il clima intellettuale americano diventò molto più retrivo e conformista. Il suo scetticismo sulla versione ufficiale di questo grande conflitto, e in particolare delle sue origini e del ruolo avuto in esso dagli Stati Uniti, insieme alla sua aperta critica degli “storici di corte”, fece di lui una figura sempre più emarginata durante i suoi ultimi vent’anni di vita.

Nel corso della sua carriera egli fece molto per incoraggiare altri studiosi. Ad esempio, aiutò David Hoggan a scrivere e a pubblicare il suo dettagliato studio revisionista sullo scoppio della guerra in Europa nel 1939 (il libro di Hoggan, inizialmente pubblicato in lungua tedesca nel 1961, apparve finalmente in inglese nel 1989 sotto il titolo di The Forced War).

Poco dopo la morte di Barnes, avvenuta il 25 Agosto 1968, lo storico ed economista Murray Rothbard gli dedicò un tributo che apparve in Left and Right: A Journal of Libertarian Thought (volume 4°, 1968).

“…Harry Elmer Barnes fu l’ultimo degli storici davvero eruditi. In un campo di studi in cui le competenze sono sempre più anguste e ristrette, dove l’esperto della Francia degli anni ’30 dell’ottocento probabilmente non sa quasi nulla di quello che accadde in Francia nel decennio successivo, Harry Barnes spaziava sull’intero orizzonte degli studi e della visione storica. Era lo Storico Completo, ed era l’approccio storico che informava il suo lavoro in tutte le altre discipline di scienze sociali in cui era così straordinariamente produttivo: sociologia, criminologia, religione, e scienze economiche. Sicuramente la sua produzione scientifica è stata e continuerà a rimanere senza paragoni, come anche un semplice sguardo della sua bibliografia può mostrare…Egli fu una vera rarità tra gli studiosi: un uomo ardentemente impegnato. Per lui non era abbastanza scoprire e spiegare la verità; doveva anche impegnarsi attivamente e appassionatamente, nel mondo, in favore di tale verità…Credeva, correttamente - ma in una crescente solitudine - che lo scopo ultimo del vasto e sempre più complesso sapere scientifico è quello di fornire una vita migliore al genere umano…E’ stata l’appassionata dedizione di Harry alla verità che gli ha precluso l’applauso degli studiosi, come pure del pubblico e lo ha relegato, negli ultimi due decenni della sua vita, in un’estrema oscurità…Altri uomini possono diventare più conservatori, timidi e accomodanti con l’autorità costituita man mano che invecchiano e maturano; ma Harry mai. Questo doveva essere il suo grande fardello durante gli ultimi anni della sua vita; ma questa è anche la sua gloria imperitura.”

Una bibliografia sommaria delle opere di Harry Elmer Barnes è consultabile all’indirizzo: http://www.revisionists.com/revisionists/barnes.html

sabato 29 marzo 2008

Un articolo del professor Daniel McGowan


COSA SIGNIFICA DAVVERO IL TERMINENEGAZIONISMO DELL’OLOCAUSTO”?

Di Daniel McGowan[1]

Il termine Olocausto (scritto con la O maiuscola) viene riferito di solito all’uccisione di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Si presume che fosse questa la “Soluzione Finale” attuata dalla Germania della questione ebraica. Gran parte di questo sterminio sistematico si ritiene che abbia avuto luogo nei campi di concentramento: fucilando, gasando e bruciando vive le vittime innocenti del Terzo Reich.

Germar Rudolf, Ernst Zündel, Robert Faurisson e altri che non credono a questa descrizione e che osano dirlo in pubblico vengono insultati come fanatici, antisemiti, razzisti e peggio ancora. Le loro ricostruzioni storiche alternative non vengono definite semplicemente “revisioniste” ma vengono sminuite come “negazionismo dell’Olocausto”.

I politici che cercano di arruffianarsi i voti degli ebrei o dei cristiani-sionisti etichettano gli scritti e i convegni dei revisionisti come “oltre tutti i limiti del discorso internazionale e del comportamento accettabile”. Gli ebrei non sionisti, come il rabbino Dovid Weiss del movimento “Neturei Karta”, vengono bollati come “odiatori di sé stessi”e vengono evitati e scacciati. Anche il professor Norman Finkelstein, i cui genitori erano entrambi sopravvissuti dell’Olocausto, e che ha scritto il libro “L’industria dell’Olocausto”, è stato stigmatizzato come negazionista. Ma mettendo da parte l’odio contro quelli che mettono in dubbio la veridicità delle tipiche narrazioni dell’Olocausto, cos’è che queste persone credono e affermano rischiando la galera e persino la propria incolumità fisica? Per la maggior parte dei revisionisti dell’Olocausto, o dei negazionisti – se preferite questo termine – i loro ragionamenti sono riassumibili in queste tre semplici tesi:

La “Soluzione Finale” di Hitler era finalizzata alla pulizia etnica, non allo sterminio;
Non vennero mai utilizzate camere a gas omicide sotto il Terzo Reich;
Dei presunti 55 milioni di persone che morirono nella seconda guerra mondiale gli ebrei uccisi furono meno di 6 milioni.

Tali tesi revisioniste sono così odiose da giustificare che quelli che le propugnano vengano ingiuriati, picchiati, e imprigionati? E, quel che più conta, non è possibile che le tesi revisioniste siano vere, o anche parzialmente vere, e che vengano disprezzate perché contraddicono la storia dell’Olocausto, una storia che è stata elevata a livello di religione in centinaia di film, monumenti, musei, e documentari?

E’ sacrilego chiedere - se davvero Hitler era intento allo sterminio - come hanno fatto Elie Wiesel, suo padre, e due delle sue sorelle a sopravvivere al peggior periodo di reclusione ad Auschwitz? Wiesel afferma che le persone venivano gettate vive in fosse fiammeggianti, e tuttavia persino le guide indottrinate di Auschwitz non confermano quest’affermazione.

E’ veramente “oltre tutti i limiti del discorso internazionale” mettere in discussione l’efficacia e le prove documentarie delle camere a gas omicide? Se altri miti, come l’estrazione del sapone dal grasso umano, sono stati accantonati come propaganda di guerra degli Alleati, perché mai sarebbe un “comportamento inaccettabile” chiedere se la camera a gas di Dachau non è stata [effettivamente] ricostruita dagli americani in quanto non è stato possibile trovare e utilizzare come prova nessun’altra camera a gas omicida ai processi di Norimberga?

Per più di cinquant’anni gli studiosi ebrei hanno speso centinaia di milioni di dollari per documentare ogni vittima dell’Olocausto nazista. I nazisti erano tedeschi, ossessionati dalla registrazione dei dati. Tuttavia sono stati raccolti solo 3 milioni di nomi e molti di loro morirono per cause naturali. E allora perché è cosi sbagliato dubitare che vennero uccisi meno di 6 milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale?

Il “negazionismo dell’Olocausto” potrebbe essere non più stravagante o non più criminale che affermare che la terra è piatta, se non fosse che l’Olocausto stesso è stato utilizzato come la spada e lo scudo nella costruzione di uno stato ebraico tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano, dove anche oggi oltre metà della popolazione non è ebraica.

La narrazione dell’Olocausto fa diventare gli ebrei le vittime supreme, non importa quanto essi esproprino o degradino o epurino etnicamente il popolo palestinese. La narrativa dell’Olocausto permette allo Yad Vashem, il più raffinato museo dell’Olocausto del mondo, di ripetere il mantra del “non dimenticare”, mentre esso è situato su una terra araba rubata a Ein Karem e guarda sulle fosse comuni dei palestinesi massacrati dai terroristi ebrei a Deir Yassin. La storia dell’Olocausto cancella ogni confronto tra Ketziot o Gaza e il concetto di campo di concentramento, quali esse sono in realtà.

L’Olocausto viene utilizzato per tacitare i critici d’Israele in quello che lo studioso ebreo, Marc Ellis, ha definito il patto ecumenico: voi cristiani guardate da un’altra parte mentre noi bastoniamo i palestinesi e costruiamo il nostro stato ebraico e non vi ricordiamo che Hitler era un buon cattolico molto tempo prima di diventare un buon nazista.

La narrazione olocaustiana di uno sterminio sistematico e industrializzato è stata anche una chiave importante per portare gli Stati Uniti in Iraq e ora contro l’Iran. Il titolo del recente convegno israeliano dello Yad Vashem rende tutto ciò di una chiarezza cristallina: “Negazionismo dell’Olocausto: spianare la strada al genocidio”.

“Ricordare l’Olocausto” sarà il grido di battaglia del prossimo grande scontro tra il bene (valori giudeo/cristiani) e il male (l’aggressione dell’islamismo radicale) e quelli che lo mettono in discussione devono essere demonizzati se non bruciati sul rogo.

Daniel McGowan è professore emerito dei College Hobart e William Smith.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.info/newrevoices/nrdenial.html

venerdì 28 marzo 2008

Il primo propagandista di Auschwitz


Non ho una particolare simpatia per il revisionista americano Samuel Crowell (pseudonimo): l'affermazione introduttiva di questo studio, quella cioè secondo cui "la documentazione delle atrocità naziste" [e qui si intende la documentazione ufficiale, quella che fa testo nelle Università da Norimberga in poi] sarebbe "basata senza dubbio su fatti reali" mi sembra una forma di larvata captatio benevolentiae nei confronti degli storici di regime. Il piatto forte di tale documentazione è infatti costituito ancora oggi dalle presunte "camere a gas" omicide di Auschwitz, il cui carattere menzognero è stato meritoriamente dimostrato dagli storici revisionisti con argomenti sempre più esaustivi. Con questa riserva, va riconosciuto che in questo caso Crowell ha fornito un utile contributo traducendo dal russo questo articolo del propagandista sovietico Boris Polevoi, assai imbarazzante per la vulgata olocaustica.

Andrea Carancini




IL PRIMO SERVIZIO GIORNALISTICO SU AUSCHWITZTradotto dal russo con note di Samuel Crowell[1]

La disputa tra revisionisti e non-revisionisti consiste nel fatto che la documentazione delle atrocità naziste, sebbene basata senza dubbio su fatti reali, contiene una quantità significativa di fantasie. Ne consegue perciò che dovremmo analizzare la documentazione di queste presunte atrocità non solo come composte da fatti, ma anche da fantasie. Sia che si tratti di fatti, oppure di fantasie, ogni diceria riguardante le atrocità naziste dovrebbe essere collocata nel suo contesto storico appropriato, in modo tale che il ricercatore possa capire sia come i fatti sono stati accertati che il modo in cui le fantasie si sono sviluppate nella memoria popolare.

Il primo servizio giornalistico sul campo di Auschwitz Birkenau è perciò destinato ad interessare gli storici, a prescindere da come essi considerano le dicerie di Auschwitz. L’articolo seguente, di Boris Polevoi, venne inizialmente pubblicato venerdì 2 Febbraio del 1945 sul quotidiano nazionale sovietico Pravda, meno di una settimana dopo che il campo era stato liberato (il 27 Gennaio 1945), e almeno tre mesi prima della formulazione del rapporto sovietico ufficiale su Auschwitz (il 6 Maggio 1945), conosciuto in base alla sua classificazione al Tribunale di Norimberga come documento siglato USSR-08.

Quello che colpisce di più di questo servizio giornalistico è che è totalmente in contrasto con la versione di Auschwitz che ci è stata fornita in seguito, in quanto sostituisce il quadro abituale delle atrocità con un altro, completamente immaginario. Il fatto che il primo osservatore non anonimo del campo di Auschwitz abbia potuto allontanarsi così tanto dalla narrazione abituale dimostra non solo l’inesattezza di questo resoconto iniziale, ma anche il carattere artificioso dei successivi.

LA FABBRICA DELLA MORTE DI AUSCHWITZ

Di Boris Polevoi

Ci vorranno settimane di indagini lunghe e attente da parte delle commissioni speciali prima che si formi un quadro completo dei crimini, davvero senza paragoni, dei tedeschi ad Auschwitz. Quelli che vengono qui annotati sono solo i punti principali risultanti da una conoscenza sommaria del luogo in cui sono state perpetrate le mostruose atrocità dei boia hitleriani.

Il nome della città di Auschwitz è stato a lungo sinonimo delle sanguinose atrocità tedesche nel vocabolario dei popoli di mondo. Pochi dei suoi prigionieri sono scampati alle fiamme dei suoi forni famigerati. Dalle labbra delle migliaia di prigionieri era filtrata solo un’eco fantasma dei lamenti [provenienti] da dietro la rete dei suoi numerosi [sotto] campi. Solo adesso, dopo che le truppe del Primo Fronte Ucraino hanno liberato Auschwitz, è stato possibile vedere con i propri occhi questo terribile campo nella sua interezza, in cui molte delle sue decine di chilometri quadrati sono sature di sangue umano, e letteralmente concimate con ossa umane.[2]
La prima cosa che colpisce di Auschwitz, e che lo distingue da altri campi conosciuti, è la sua enorme estensione. Il territorio del campo occupa decine di chilometri quadrati e in anni recenti era cresciuto fino ad assorbire le città di Makowice, Babice, e altre.

Era un enorme complesso industriale, con le sue diramazioni, ognuna delle quali aveva ricevuto il suo speciale incarico. In una aveva luogo il trattamento dei nuovi arrivati: quelli che, prima di morire, potevano essere messi a lavorare venivano imprigionati mentre gli anziani, i bambini e gli ammalati venivano condannati allo sterminio immediato. In un’altra, destinata a quelli che erano talmente logori e sfiniti da non essere più abili al lavoro fisico, era stato assegnato il compito di smistare i vestiti degli sterminati, e di smistare le loro scarpe, mettendo da parte le tomaie, le suole, le fodere. Va detto che tutti i prigionieri che entravano nei reparti del complesso industriale sarebbero stati [prima o poi] uccisi e bruciati, sia uccisi immediatamente che per mezzo delle incombenze della reclusione.

Intorno a questo complesso industriale vennero impiantati enormi campi e terreni recintati nelle valli dei fiumi Sola e Vistula. Ai prigionieri rimanenti, bruciati nei “forni”, venivano triturate mediante macine le ceneri e le ossa, convertite poi in farina, e questa farina finiva nei campi e nei terreni.

Auschwitz! Commissioni imparziali stabiliranno il numero preciso delle persone ivi uccise o torturate a morte. Ma già possiamo affermare, basandoci su discussioni avute con i polacchi, che nel 1941-42 e all’inizio del 1943 da cinque a otto treni pieni di prigionieri arrivavano ogni giorno, e in certi giorni [i prigionieri] erano così tanti che la stazione non riusciva a gestirli.

I prigionieri provenivano dai territori circostanti occupati dai tedeschi, dall’USSR, dalla Polonia, dalla Francia, dalla Iugoslavia e dalla Cecoslovacchia. I vagoni erano assiepati di persone ed erano sempre piombati. Alla stazione, i ferrovieri polacchi venivano rimpiazzati da una squadra di lavoro del campo, che includeva diversi distaccamenti speciali. I vagoni scomparivano dietro i cancelli e tornavano indietro vuoti. Nei primi quattro anni di esistenza del campo i ferrovieri non videro nemmeno un vagone tornare indietro dal campo con dentro delle persone.

Lo scorso anno, quando l’Armata Rossa rivelò al mondo i segreti abominevoli e terribili di Majdanek, i tedeschi iniziarono a nascondere[3] ad Auschwitz le tracce dei loro crimini. Spianarono le collinette delle cosiddette “vecchie” tombe nella zona orientale[4] del campo, strapparono e distrussero le tracce del tapis roulant elettrico,[5] sul quale centinaia di persone venivano fulminate simultaneamente, dal quale poi cadevano sul nastro trasportatore che le portava in cima all’altoforno[6] dove, dopo esservi precipitate, venivano completamente bruciate, mentre le loro ossa venivano trasformate in farina con delle macine, e poi inviate nei campi circostanti.

Con la ritirata [delle truppe tedesche] vennero portati via gli speciali apparati mobili[7] per l’uccisione dei bambini. Le camere a gas fisse[8] nella zona orientale del campo vennero ristrutturate, vennero aggiunte persino piccole torrette e altri abbellimenti architettonici in modo da farle sembrare degli innocui garage.

Ma anche così si possono vedere le tracce dello sterminio di milioni di persone! Dai racconti dei prigionieri, liberati dall’Armata Rossa, non è difficile scoprire tutto quello che i tedeschi hanno cercato in modo tanto accurato di nascondere. Questa gigantesca fabbrica della morte era equipaggiata con le ultime novità della tecnologia fascista ed era fornita di tutti gli strumenti di tortura che i mostri tedeschi potevano escogitare.

Nei primi anni del campo, i tedeschi mantennero solo un’industria approssimativa della morte: essi semplicemente conducevano i prigionieri davanti a una grande fossa aperta, li costringevano a sdraiarsi e sparavano loro alla nuca. Quando il primo strato era ultimato, il successivo veniva formato costringendo i prigionieri a sdraiarsi sullo strato sottostante. E così era stato riempito il secondo strato, e il terzo e il quarto…Quando la fossa era piena, per assicurarsi che tutte le vittime erano morte, veniva fatto fuoco con la mitragliatrice svariate volte, mentre quelli per i quali non c’era più posto nella fossa venivano coperti. Così vennero riempite centinaia di enormi fosse nella zona orientale del campo, che portano il nome di “vecchie” tombe.

I boia tedeschi, notate la rozzezza di questo metodo di uccisione, decisero di aumentare la produttività della fabbrica industriale della morte meccanizzandola, con le camere a gas, il nastro trasportatore elettrico, la costruzione dell’altoforno per bruciare i corpi e i cosiddetti “forni”.

Ma per i prigionieri di Auschwitz la stessa morte non era la cosa più terribile. Gli aguzzini tedeschi, prima di uccidere i loro reclusi, li tormentavano con la fame, il freddo, turni di lavoro di 18 ore giornaliere,e mostruose punizioni. Mi sono state mostrate le sbarre d’acciaio coperte di cuoio che utilizzavano per picchiare i reclusi. Sull’impugnatura – il marchio della fabbrica Krupp di Dresda. Questi attrezzi venivano prodotti su scala industriale. Ho visto, in edifici nella zona meridionale del campo, panche con cinghie, sulle quali le persone venivano picchiate a morte. Esse erano ricoperte di zinco, in modo tale che il sangue dei prigionieri poteva essere lavato: i boia avevano cura dell’igiene! Ho visto una sedia di quercia costruita in modo speciale, sulla quale le persone venivano uccise, dopo che gli era stata spezzata la schiena. Ho visto massicci manganelli di gomma, tutti con il marchio della fabbrica Krupp, con in quali i reclusi venivano colpiti sulla testa e sui genitali.

Ho visto migliaia di martiri ad Auschwitz – persone così sfinite che ondeggiavano come fantasnìmi nel vento, persone, la cui età era impossibile da stabilire.

L’Armata Rossa li ha salvati, e li ha tratti dall’inferno. Essi onorano l’Armata Rossa come i vendicatori di Auschwitz, Majdanek, per tutte le pene e le sofferenze che i boia fascisti hanno portato ai popoli d’Europa.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.info/incon/inconosven2.html
[2] Il concetto in qualche modo fantastico della concimazione del terreno con le ossa dei cremati era comune all’epoca, vedi il Brave New World di Huxley, ed era solitamente connesso con il rifiuto della cremazione come mezzo di smaltimento dei morti, un mezzo che stava gradualmente riemergendo in quest’epoca. Nella propaganda della seconda guerra mondiale, [tale concetto della concimazione del terreno] sembra sia stato menzionato per la prima volta dai sovietici in occasione della liberazione di Majdanek nell’Agosto del 1944.
[3] Il concetto dei tedeschi che “nascondono le tracce dei loro crimini” riporta, paradossalmente, alle rivelazioni sulla foresta di Katyn del 1943, quando i tedeschi riesumarono i corpi di 4.400 ufficiali polacchi uccisi lì dai russi. All’epoca i sovietici affermarono che i tedeschi avevano riesumato i resti degli ufficiali polacchi, li avevano portati a Katyn, avevano frugato le loro tasche, vi avevano inserito dei documenti, li avevano seppelliti di nuovo, vi avevano piantato sopra degli alberi, e li avevano nuovamente riesumati, il tutto per mettere in difficoltà l’Unione Sovietica (queste affermazioni dei sovietici vennero in seguito introdotte “come un fatto risaputo” al Tribunale di Norimberga).
[4] Avendo così stabilito il principio dell’astuto complotto tedesco, i sovietici avrebbero applicato lo stesso schema a molti altri casi per spiegare, non la presenza di tracce forensi, ma piuttosto la loro assenza: a Krasnodar (Luglio 1943), Kharkov (Settembre 1943), Babi Yar (Novembre 1943), e Majdanek (Agosto 1944).
[5] Non c’è quasi bisogno di osservare che il “nastro trasportatore elettrico” non comparirà più in nessuna narrazione successiva di Auschwitz, ma all’epoca si credeva comunemente che i tedeschi avessero massacrato milioni di persone in grandi camere elettriche a Belzec e altrove.
[6] L’”altoforno” in cui le persone cadevano e venivano bruciate non appare in nessun precedente resoconto propagandistico, a quanto ci risulta. Tuttavia, viene menzionato in una versione del “Rapporto Gerstein”, scritto da un ex igienista delle SS (e perciò anche manipolatore di barattoli di Zyklon B) tre mesi più tardi, tra la fine di Aprile e l’inizio di Maggio del 1945. L’immagine dell’altoforno probabilmente rimanda a sua volta a metafore anti-industriali come la scena del “Moloch” nel classico film muto di Fritz Lang “Metropolis” (1925).
[7] La menzione degli “speciali apparati mobili per l’uccisione dei bambini” è probabilmente un’allusione ai camion a gas, il cui speciale utilizzo a scopo omicida viene attestato per la prima volta nei processi di Krasnodar-Kharkov del 1943 [Nota del traduttore: anche qui però in modo del tutto truffaldino]…Gli storici oggi non ne attestano l’utilizzo ad Auschwitz.
[8] Le “camere a gas fisse” sono a quanto pare un’allusione sia alle camere a gas di disinfestazione BW 5/A e 5/B di Birkenau, che ai Crematori IV e V…Se l’allusione riguarda i Crematori IV e V, questa contraddice la versione corrente, secondo cui i tedeschi distrussero i crematori prima di ritirarsi per “nascondere le tracce dei loro crimini”.

giovedì 27 marzo 2008

La cura dell'acqua

Il testo che segue è molto interessante ma non è completamente onesto. L'articolista parla in termini corretti delle mene imperialiste degli Stati Uniti e delle brutalità che ad esse si accompagnarono nella guerra contro gli insorgenti filippini alla fine dell'ottocento. Tuttavia verso la fine dell'articolo l'autore, forse imbarazzato dalle atrocità ivi descritte, ha cercato in qualche modo di sminuire l'inchiesta giornalistica di Herbert Welsh definendola "eccentrica" (idiosyncratic), e mettendo tra virgolette la parola cruelties (crudeltà), che in realtà è l'espressione minima per definire il comportamento dei torturatori americani. Detto questo l'articolo, ripeto, è interessante e merita di essere letto.


Andrea Carancini

LA CURA DELL’ACQUA

Di Paul Kramer, 25 Febbraio 2008[1]

Molti americani rimasero sconcertati dalla notizia, nel 1902, che i soldati degli Stati Uniti torturavano gli abitanti delle Filippine con l’acqua. Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro manifestazione come potenza mondiale, avevano espresso parole di liberazione, emancipazione e libertà. Questo fu il linguaggio che, associato all’espansione militare e alle ambizioni commerciali, aveva aiutato a sferrare due guerre assai differenti. La prima era stata nel 1898, contro la Spagna, il cui impero residuo si stava sgretolando di fronte alle rivolte popolari in due delle sue colonie, Cuba e le Filippine. La breve campagna militare venne raccontata al pubblico americano in termini di libertà e di onore nazionale (la nave da guerra Maine era misteriosamente affondata nel porto dell’Avana), piuttosto che di zucchero e di basi navali, ed ebbe come esito una Cuba formalmente indipendente.

Gli americani non avevano agito da liberatori. Il commercio crescente nell’Asia Orientale aveva suggerito agli imperialisti che le Filippine, la più grande colonia della Spagna, poteva fungere da efficace gradino verso i mercati cinesi. I piani navali americani includevano preparativi per un attacco contro la marina spagnola in caso di guerra, e condussero ad una vittoria decisiva contro la flotta spagnola nella Baia di Manila nel Maggio del 1898. Poco dopo, il Commodoro George Dewey riportò in patria il rivoluzionario filippino esiliato Emilio Aguinaldo. Aguinaldo sconfisse le forze spagnole di terra, dichiarò in Giugno l’indipendenza delle Filippine, e organizzò un governo guidato dall’elite filippina.

Durante i successivi sei mesi, divenne chiaro che la visione degli americani e quella dei filippini sul futuro delle isole erano incompatibili. Le forze statunitensi strapparono Manila alla Spagna – impedendo alle truppe del loro apparente alleato Aguinaldo di entrare in città – e il Presidente William McKinley rifiutò di riconoscere le richieste d’indipendenza filippine, spingendo i suoi negoziatori a esigere che la Spagna cedesse la sovranità delle isole agli Stati Uniti, mentre parlava contestualmente del bisogno dei filippini di un’”assimilazione benevola”. Aguinaldo e alcuni suoi consiglieri, che avevano guardato agli Stati Uniti come ad una repubblica-modello e avevano accolto i suoi soldati come liberatori, diventarono sempre più sospettosi delle motivazioni americane. Quando, dopo un periodo di tensioni crescenti, una sentinella statunitense aprì il fuoco contro dei soldati filippini fuori Manila - nel Febbraio del 1899 - scoppiò la seconda guerra, solo pochi giorni prima che il Senato ratificasse un trattato con la Spagna assicurandosi la sovranità sulle isole in cambio di venti milioni di dollari. Nei tre anni successivi, le truppe statunitensi intrapresero una guerra per “liberare” la popolazione delle isole dal regime che Aguinaldo aveva costituito. Il conflittò costò la vita a centinaia di migliaia di filippini e a circa quattromila soldati statunitensi.

Durante il primo anno di guerra, notizie di atrocità compiute dalle forze statunitensi – villaggi messi a fuoco, prigionieri uccisi – iniziarono ad apparire sui giornali americani. Sebbene l’esercito statunitense censurasse i cablogrammi, i messaggi attraversarono il Pacifico tramite la posta, che non era censurata. Vi furono dei soldati che, nelle loro lettere alle famiglie, scrissero di violenze estreme compiute contro i filippini, insieme alle lamentele sul tempo, sul cibo, e sui loro ufficiali; e alcune di queste lettere vennero pubblicate sui giornali. Una lettera di A. F. Miller, del 32° reggimento volontari della fanteria, pubblicata sul World-Herald di Omaha nel Maggio del 1900, parlava di come il reparto di Miller scoprisse armi nascoste sottoponendo i prigionieri a quella che egli ed altri chiamavano la “cura dell’acqua”. “Ora, questo è il modo con cui facciamo loro fare la cura dell’acqua”, egli spiegò. “Li facciamo stendere sulla schiena, con un uomo ritto in piedi su ogni mano e su ogni piede, poi gli mettiamo un bastone in bocca e versiamo un secchio d’acqua in bocca e nel naso, e se non si arrendono versiamo un altro secchio. Si gonfiano come rospi. Vi dico che è una tortura terribile.”

Una volta, qualcuno – un pacifista, si sospetta – inviò questi ritagli di giornale a degli editori antimperialisti del Nordest. Ma questi critici della guerra furono all’inizio titubanti sul loro utilizzo. Si trattava di materiale difficile da verificare, e avrebbe esposto, così si temeva, gli editori all’accusa di antiamericanismo. Questo fu vero specialmente quando la politica imperialista entrò in ballo nelle elezioni presidenziali del 1900. Mentre il candidato democratico, William Jennings Bryan, si scontrava con il presidente il carica sulla questione dell’imperialismo, che i democratici definirono “questione d'importanza capitale”, i critici della guerra dovevano difendere sé stessi dalle accuse di aver proditoriamente ispirato i rivoltosi, di aver prolungato il conflitto, e di aver tradito i soldati americani. Ma, dopo che McKinley ottenne il secondo mandato, i critici potevano pensare di aver poco da perdere.

Infine, i dissidenti oltraggiati – il più importante dei quali era l’inflessibile riformatore [protestante] di Philadelphia Herbert Welsh – riuscirono a far venire alla luce le atrocità statunitensi. Welsh, che discendeva da una ricca famiglia di mercanti, poteva sembrare un improbabile investigatore di violenze militari ai margini dell’impero. I suoi principali antagonisti erano stati in precedenza i boss di partito di Philadelphia, le cui sordide macchinazioni erano state abbondantemente descritte nel serio settimanale, venuto dal nulla, di Welsh: City and State. Tuttavia egli era stato anche il fondatore del movimento per i diritti degli indiani, che cercava di ridurre la violenza e le truffe dei bianchi perseguendo al contempo la “civilizzazione” dei nativi americani mediante il cristianesimo, il conferimento della cittadinanza americana, e la proprietà individuale della terra. Un’urgente sollecitudine contro lo spargimento di sangue e la corruzione ai confini della nazione fu forse quello che attirò l’interesse di Welsh dai Dakota all’Asia sudorientale. Egli era stato inizialmente scettico sui resoconti dei comportamenti riprovevoli delle truppe statunitensi. Ma dalla fine del 1901, messo di fronte a quelle che considerò prove “schiaccianti”, Welsh emerse come un attivista risoluto in favore della denuncia e della punizione delle atrocità, conducendo un’indagine assai eccentrica fuori dei suoi uffici di Philadelphia. In quanto persona che “professa di credere nel Vangelo di Cristo”, egli dichiarò che si sentiva obbligato a condannare “le crudeltà e la barbarie che erano state perpetrate sotto la nostra bandiera nelle Filippine”. Solo il vigoroso perseguimento della giustizia poteva restaurare “il credito della nazione americana agli occhi del mondo civilizzato”. Dall’inizio del 1902, tre assistenti di Welsh si misero a rintracciare i soldati di ritorno in patria per ottenerne la testimonianza, e le "crudeltà" filippine iniziarono ad incalzare i boss di partito di Philadelphia dalle pagine di City and State.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.newyorker.com/reporting/2008/02/25/080225fa_fact_kramer

mercoledì 26 marzo 2008

Per non dimenticare Rachel Corrie



IL DIRITTO DI RACHEL CORRIE AD AVERE GIUSTIZIA

Di Tom Wright e Therese Saliba, The Electronic Intifada, 20 Marzo 2008[1]

L’oscurità è infinita
Mentre lascio il limitare della cortina
E' piena di osservatori
Giudici silenziosi

Rachel Corrie – quando aveva 11 anni

Mentre il loro aereo atterrava recentemente a Tel Aviv, Cindy e Craig Corrie hanno segnato il quinto anno dalla morte della loro figlia. Il 16 Marzo 2003, Rachel Corrie, 23 anni, venne schiacciata a morte sotto un bulldozer israeliano. I Corrie si trovano a poca distanza da Gaza, dove Rachel venne uccisa, e dove nelle ultime settimane appena trascorse un’incursione militare israeliana ha ucciso oltre 100 palestinesi, inclusi molte donne e bambini.

Questa settimana, i Corrie sono venuti in Israele per assistere alla prima rappresentazione in lingua araba dell’acclamato monologo My Name is Rachel Corrie. Per quanto la sua storia fosse avvincente – una pacifista americana uccisa mentre cercava di bloccare la demolizione della casa della famiglia palestinese che la stava ospitando, uccisa dall’esercito del più importante alleato regionale del proprio governo – la storia di Rachel avrebbe potuto scomparire rapidamente, assorbita dal ciclo settimanale delle notizie proprio tre giorni prima dell’operazione “Shock and Awe” dell’attacco americano all’Iraq. Ma l’istinto della sua famiglia, anche nelle prime ore del dolore e dello smarrimento, fu imperioso: “dobbiamo diffondere le sue parole”. I messaggi di posta elettronica che Rachel aveva inviato a casa durante il mese da lei passato nella città di confine di Rafah nella Striscia di Gaza, come volontaria del Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), avevano appassionato e commosso la sua famiglia e gli amici. Avendo lasciato la propria vita confortevole nella sua città di Olympia, Washington, ella stava seduta fumando fino a tardi nel corso della notte, raccontando le scene da “altro mondo” di violenza e di distruzione dell’occupazione militare intorno a lei.

Dall’abitudine di Rachel, sin dall’infanzia, di tenere un diario e di scrivere poesie, i suoi genitori la conoscevano per essere una promettente scrittrice di talento e di grande originalità, ed essi intuirono che i suoi dispacci da Gaza meritavano un pubblico più vasto. I redattori del Guardian di Londra la pensavano allo stesso modo, e dissero ai Corrie che le parole di Rachel “coinvolgevano i lettori nelle vicende dell’occupazione più di qualsiasi cosa avessero letto da molto tempo”. I Corrie concessero al giornale londinese il permesso di pubblicare quasi tutte le email e tuttavia, per quanto ne sapevano, nessun giornale americano le prese in considerazione.

Da qui, gli scritti di Rachel giunsero all’attenzione dell’attore inglese Alan Rickman (meglio conosciuto come lo “Snape” dei film di Harry Potter), la cui collaborazione con Katherine Viner del Guardian portò al lavoro teatrale My Name is Rachel Corrie, prodotto dal Royal Court Theater di Londra. Questo progetto, che nacque e crebbe a Londra, raggiunse in seguito un pubblico più vasto negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Nei giorni successivi alla morte di Rachel, tutto il mondo dei Corrie venne rovesciato. Poco avvezzi alle questioni mediorientali, essi si ritrovarono “catapultati nel mezzo di un conflitto e di una controversia internazionale”. Tornarono a Olympia, Washington, e si immersero nel lavoro, dalle campagne di “base” all’attività nazionale e internazionale in favore della pace tra Israele e la Palestina. Fu l’inizio di un percorso.

La ricerca delle responsabilità

La famiglia avrebbe voluto l’aiuto del proprio governo nel compito penoso di assicurare il ritorno del corpo di Rachel, come pure nell’accertare le responsabilità e nell’ottenere i dovuti risarcimenti. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il giorno successivo alla morte di Rachel, il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon promise al Presidente Bush un’indagine “attenta, credibile e trasparente”. Il portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher assicurò: “Quando siamo di fronte alla morte di un cittadino americano, vogliamo che venga pienamente indagata. Questa è una delle nostre responsabilità cruciali all’estero per scoprire quello che è successo in situazioni come questa.” Il deputato Brian Baird, il cui distretto include la città natale di Rachel, Olympia, presentò la Risoluzione n°111 chiedendo al governo americano un’indagine approfondita sulla sua morte.

Quando dei funzionari israeliani dissero che prima di restituire il corpo sarebbe stata eseguita un’autopsia, la famiglia Corrie insistette che fosse presente un funzionario dell’ambasciata americana. Essi chiesero anche che non venisse eseguita da nessuno che fosse legato all’esercito israeliano poiché, dopo tutto, si trattava delle stesse persone che l’avevano uccisa. Anche un tribunale israeliano ordinò che fosse presente come testimone un funzionario americano, e con questo accordo i Corrie acconsentirono. Non è stato se non nel 2007 che la famiglia ha appreso che le proprie richieste, insieme all’ordine del tribunale, non erano state ottemperate. Sebbene il Dipartimento di Stato sapeva da quattro anni che nessun americano era stato presente, i Corrie sono riusciti a scoprirlo solo mediante una legge denominata Freedom of Information Act. Inoltre l’autopsia è stata eseguita proprio da personale dell’esercito israeliano.

I risultati dell’indagine israeliana vennero annunciati nel Maggio del 2003. Testimoni oculari avevano riferito che Rachel era chiaramente visibile, ad altezza d’uomo, ai due guidatori del bulldozer Caterpillar D 9, cosa sicuramente plausibile considerato il giubbotto antiproiettile da lei indossato, e il contesto carico di tensione a causa delle schermaglie con i pacifisti durante quella giornata (Un soldato, riferendosi ai pacifisti, quel giorno disse: “Questi stranieri dovrebbero essere affrontati e il loro ingresso nella Striscia di Gaza proibito. Inoltre, le regole d’ingaggio devono dichiarare (illeggibile) che ogni persona adulta dovrebbe essere uccisa “). Ma il rapporto militare ha semplicemente dichiarato che essi non l’hanno vista.

Il caso venne chiuso e non venne formulata nessuna accusa. Il rapporto non venne rilasciato neppure al governo degli Stati Uniti, i cui miliardi di annuale munificenza permettono di classificare Israele come il più grande beneficiario degli aiuti americani. Pressato dai Corrie, il capo di stato maggiore dell’ex Segretario di Stato Colin Powell, Lawrence Wilkerson, riconobbe che riguardo al rapporto dell’esercito israeliano, “La vostra domanda fondamentale, tuttavia, è valida, vale a dire se noi riteniamo oppure no che quel rapporto rifletta un’indagine “attenta, credibile e trasparente”. Posso rispondere alla vostra domanda in modo inequivocabile. No, non lo riteniamo tale.” Ma il governo degli Stati Uniti rinunciò a condurre proprie indagini, e affermò che non poteva costringere gli israeliani a fornire un’inchiesta “attenta, credibile e trasparente”. La risoluzione del deputato Baird, che chiedeva un’indagine, raccolse 77 adesioni, e tuttavia venne bloccata in commissione quello stesso anno senza essere esaminata.

I Corrie insistettero. Passarono circa due anni prima di avere un contatto al Dipartimento della Giustizia, e di riuscire a incontrarsi con il Procuratore di Seattle, John McKay. Egli spiegò che uno degli elementi necessari per poter aprire un procedimento penale era una dichiarazione del Procuratore Generale degli Stati Uniti che l’uccisione era stata attuata per “costringere, intimidire o per vendicarsi di una popolazione civile o di un governo”. Questa legge contro il terrorismo venne utilizzata contro l’Indonesia, quando l’FBI indagò sull’uccisione di un cittadino americano, Rick Spier. Cindy ha spiegato quello che McKay le disse: “Vi darò tutto il tempo di cui avete bisogno, ma vi dico subito che nessun Procuratore Generale del passato, del presente e del futuro presenterà mai dichiarazioni contro Israele”. “Forse questa è la cosa che mi ha scioccato di più”, ella ha detto. “Non potevo credere che McKay fosse così esplicito. Ero ammutolita.”

Il 17 Marzo 2005, la famiglia si incontrò con Barry Sabin, capo della sezione antiterrorismo al Dipartimento della Giustizia. Sabin disse loro che le leggi penali applicabili potevano essere applicate contro un militare di un paese straniero e che l’uccisione di Rachel poteva rientrare nei criteri di “costringere, intimidire o vendicarsi”, se c’erano prove adeguate in merito.

I Corrie dissero che tali prove erano abbondanti, citando l’uccisione di Rachel e due altri osservatori internazionali per i diritti umani che avevano controllato il comportamento dell’esercito israeliano in un periodo di sette settimane a Rafah, i quali avevano documentato la demolizione di abitazioni civili al confine tra Gaza e l’Egitto. Essi [i Corrie] indicarono l’intimidazione degli osservatori internazionali e dei lavoratori municipali palestinesi che cercavano di riparare i pozzi d’acqua distrutti dagli israeliani a Rafah; infine, la demolizione indiscriminata di abitazioni civili a Rafah costituiva in sé stessa la prova delle dette intimidazioni e coercizioni. Ma, facendo eco al procuratore McKay, Sabin disse loro che non ci sarebbe stata indagine senza la possibilità di procedere a delle incriminazioni, per la qual cosa era necessaria la dichiarazione del Procuratore Generale.

La famiglia si incontrò ancora una volta con i funzionari del Dipartimento della Giustizia Sabin e Michael Mullaney, più di un anno dopo, quando essi vennero debitamente informati che la sola legge applicabile era il Titolo 18, 2332, che richiedeva che l’uccisione di Rachel venisse catalogata come “un attacco serio e violento contro un cittadino americano o contro gli interessi americani”. Ma la giustizia non avrebbe intrapreso un’indagine in base al Titolo 18 perché, come Mullaney spiegò, essi avrebbero dovuto attenersi alla funzione originale attribuita dal Congresso a quella legge, il che significava che essa si applicava solamente agli attacchi “terroristici” contro cittadini americani.

Cindy racconta che “Feci la domanda due volte: state dicendo che non importa quante prove vi portiamo ma non ci sarà mai un’indagine sull’uccisione di Rachel?” E Barry Sabin disse: “Non ho mai detto mai, ma la risposta è no”. E nostra figlia Sarah disse: “Anche se possiamo dimostrare l’intenzione [omicida]?” Ed egli annuì. Sabin suggerì che le vie legali non erano il mezzo per risolvere il problema. Egli suggerì alla famiglia che forse il monologo, My Name is Rachel Corrie, era il modo migliore per affrontare la questione.

Il caterpillarla questione della responsabilità

Pesando, con la sua armatura, più di 60 tonnellate, il bulldozer Caterpillar D 9 che uccise Rachel Corrie è costruito per demolire una casa in cemento armato in pochi minuti. Più di 70.000 palestinesi hanno visto le proprie case distrutte dall’esercito israeliano da quando l’occupazione è iniziata, e circa 1.600 di queste case sono state demolite nella sola Rafah, tra il 2000 e il 2004. La distruzione di interi quartieri in base a pretesti quantomeno deboli, ha attirato da molto tempo la condanna delle più importanti organizzazioni per i diritti umani e i manager della Caterpillar Corporation possono difficilmente reclamare la propria innocenza riguardo a tale controversia. I gruppi in favore dei diritti umani hanno passato gli ultimi vent’anni a riempire le cassette delle lettere della Caterpillar con appelli sulle gravi violazioni della quarta Convenzione di Ginevra, senza esito.

Nell’Aprile del 2002, la casa di Mahmud Omar Al Sho’bi venne ridotta in macerie in piena notte, senza preavviso, nella città di Nablus in Cisgiordania. A morire all’interno di essa furono suo padre Umar, le sue sorelle Fatima e Abir, suo fratello Samir e sua cognata in cinta Cabila, e i loro tre figli, Anas, Azzam e Abdallah, rispettivamente di 4, 7 e 9 anni.

Nel 2005, i Corrie si unirono a Mahmud e ad altre quattro famiglie palestinesi come querelanti in una importante causa contro la Caterpillar.

La querela accusava [la Caterpillar] non solo di morti inique, di danno pubblico e di negligenza ma [asseriva] anche che la Caterpillar aveva violato il diritto internazionale e la legge federale vendendo i bulldozer all’esercito israeliano nonostante fosse a conoscenza del loro utilizzo premeditato e illegale. Così facendo, affermava la querela, la Caterpillar si era resa complice di favoreggiamento in crimini di guerra quali la punizione collettiva e la distruzione di proprietà civili.

Il giudice Franklin D. Burgess del Distretto Occidentale del Tribunale di Washington respinse l’istanza senza permettere la valutazione degli argomenti, sia scritti che orali. Il suo giudizio includeva l’inquietante interpretazione che una compagnia non può essere ritenuta responsabile della vendita dei suoi prodotti in base alla mera conoscenza che essi aiuteranno l’esecuzione di crimini di guerra – a meno che non ci sia una reale volontà che i detti crimini vengano commessi. E’ difficile immaginare una causa contro gli atti illeciti di una compagnia che possa superare un ostacolo di questo genere.
I Corrie e i loro alleati fecero allora appello alla Nona Circoscrizione. Appena prima che la corte si riunisse per prendere la propria decisione, il governo si intromise pesantemente nella causa con una tardiva dichiarazione [detta “amicus brief”] in favore della Caterpillar e contro i querelanti. Nella dichiarazione, dapprima il governo si abbassò ad argomentare che non avrebbe dovuto esservi responsabilità per aver aiutato e favorito la violazione dei diritti umani in base alle leggi pertinenti al procedimento in corso, vale a dire l’Alien Torts Statute [legge sulle malversazioni all’estero] del 1789, e il Torture Victims Protection Act [legge per la protezione delle vittime della tortura] del 1992 (queste leggi fanno parte della base giuridica che permette il ricorso dei cittadini ai tribunali americani nei processi per violazione dei diritti umani).

Quindi, nella stessa dichiarazione, il governo asserì (senza fornire le prove) di aver rimborsato Israele per il costo dei bulldozer. Perciò, così veniva argomentato, ritenere responsabile la compagnia significava coinvolgere la stessa politica estera americana nelle accuse. Essendo la politica estera in gran parte prerogativa dell’Esecutivo, il tribunale mancava di giurisdizione. Dare seguito alla causa avrebbe costituito una rottura del principio di separazione dei poteri.

Incredibilmente, la Nona Circoscrizione fece proprio questo argomento di “politica estera” e, nel Settembre 2007, rifiutò di dar corso alla causa.

Le ricusazioni del genere “politica estera”, basate sulla dottrina della cosiddetta “questione politica”, arrivano davanti ai tribunali, ma di solito vengono rigettate, spiega Maria LaHood, procuratrice presso il Centro per i Diritti Costituzionali, e capo del team di legali [della querela]. Non è il genere di controversia che si ritiene possa implicare un autentico “conflitto di poteri”, ella argomenta. “In questo caso abbiamo delle parti in causa costituite da privati che citano la Caterpillar per crimini di guerra e altre violazioni e, abbastanza fuori luogo, abbiamo la possibilità che gli Stati Uniti abbiano pagato i bulldozer. Quello che è’ stato finora sottaciuto è che è un abuso parlare di “questione politica”. Noi presumiamo che vi siano state violazioni del diritto internazionale. Questo è quanto la corte deve giudicare. Estendiamo questo argomento alle sue conseguenze logiche: voi fate causa alle compagnie, a funzionari stranieri, a governi stranieri, e ogni volta può trattarsi di un soggetto che riceve aiuti dal governo degli Stati Uniti, questo in qualche modo interferisce con la politica estera degli Stati Uniti? Questo proprio non può essere.”

I querelanti ora stanno aspettando una risposta alla loro istanza per un riesame dell’appello.

La portata della vicenda di Rachel

Nel caso di Rachel, tutti e tre i rami del governo americano hanno preso posizione – contro di lei, e a favore dell’impunità di Israele e della compagnia. I Corrie non sono scoraggiati. “Il senso d’impotenza all’interno del governo su tutta questa questione, dopo cinque anni dall’inizio del caso di Rachel”, dice Cindy, “indica il bisogno da parte della gente, al livello di base, di trovare altri canali, altri modi di tenere aperta la comunicazione, di costruire quelle relazioni che dovranno infine portare a qualche cambiamento nel mondo”.

I genitori di Rachel, insieme a molti attivisti della società civile, hanno fondato la Rachel Corrie Foundation for Peace & Justice e l’Olympia-Rafah Sister City Project (ORSCP), iniziative locali per intraprendere scambi e progetti con i palestinesi. Con Gaza sotto assedio, e Hamas definita un’”organizzazione terrorista”, l’ORSCP si trova ad affrontare ostacoli finanziari, e i rappresentanti di parte sia americana che palestinese devono fronteggiare la difficoltà di entrare e uscire da Gaza. Cindy afferma che queste difficoltà estreme “rendono della massima importanza il continuare a cercare di fare il [nostro] lavoro. Proprio perché è così dura è fondamentale per noi non tirarci indietro dicendo che è troppo dura”.

Tuttavia anche a livello locale, il governo è un ostacolo da superare. Il consiglio comunale di Olympia ha rifiutato il gemellaggio ufficiale delle due città nell’Aprile del 2007 dopo una campagna condotta da attivisti locali. A dispetto di un largo sostegno popolare, e dell’appoggio dell’associazione Sister Cities International, il consiglio comunale ha contrastato l’iniziativa, rimettendosi all’opinione di coloro che considerano i palestinesi come “terroristi” e il progetto come “foriero di divisioni”. Come ha scritto un organizzatore da Portland: “Se la città di Rachel Corrie non ottiene un riconoscimento ufficiale, allora chi può ottenerlo?” Tuttavia, il progetto di gemellaggio Olympia-Rafah non verrà abbandonato. Il mese scorso, due rappresentanti locali del comitato sono andati a Rafah a verificare le condizioni [di vita] sotto l’assedio e la breccia temporanea del muro di confine, e per offrire dei modesti aiuti economici attraverso il commercio equo e solidale dei ricami palestinesi, persino mentre la gente imprigionata a Rafah è priva di generi di prima necessità, quali cotone, latte in polvere e medicinali, per non parlare del cibo, dell’acqua e dell’elettricità.

Se tutte le strade ufficiali sono state chiuse alla causa di Rachel e al bisogno di giustizia, la forza delle sue parole si è dimostrata indomabile a dispetto degli sforzi di tacitarle. E se, come il funzionario del Dipartimento della Giustizia Barry Sabin ha affermato, il monologo è in realtà il modo migliore per ricordare l’uccisione di Rachel, allora tale opera è un atto d’accusa contro l’esercito israeliano per l’omicidio deliberato di Rachel, come pure per l’attacco furibondo contro la capacità dei palestinesi di sopravvivere. My Name is Rachel Corrie, che viene inaugurata questa settimana a Haifa, in arabo, sta raggiungendo un uditorio internazionale. Dalle città di Lima, Montreal, Atene, New York, Des Moines, Seattle, e molte di più, e con spettacoli rappresentati o previsti per l’Europa, e in Sud Africa, in Australia, persino in Islanda, la storia di Rachel continua ad avere quello che Cindy descrive come “un impatto inaspettato”. In diverse città americane, vi sono dei teatri che si sono tirati indietro a causa delle pressioni politiche. “Se le persone non hanno dimestichezza con la politica”, afferma Craig, “possono essere prevenute e facilmente inpaurite dalle pressioni”. Tuttavia vi sono degli artisti e degli attivisti che, offesi dalla censura e dall’imposizione del silenzio, trovano di solito dei modi fantasiosi per mettere in scena il dramma, suscitando anche più attenzione per la storia di Rachel.

Inoltre, questo mese ha visto la diffusione di Let Me Stand Alone: The Journals of Rachel Corrie, un’importante pubblicazione edita da Norton. Qui, come nel dramma, Rachel diventa più di un simbolo politico. Come spiega Cindy: “Qualche volta viene demonizzata; qualche volta viene esaltata, ma per lei è possibile avere un impatto maggiore se le persone la considerano come un essere umano”. La bellezza austera degli scritti e degli sketch di Rachel, e le sue osservazioni incisive sui rapporti personali e globali, dai 10 anni di età fino alla giovane maturità, mostrano una giovane donna che è profondamente premurosa, creativa, stravagante, più matura della propria età, tutt’altro che ingenua. “La gente accusa Rachel di essere ingenua, cosa che naturalmente non era”, dice Craig. “Sebbene possa essere stata ingenua quanto alle [eventuali] pressioni degli Stati Uniti su Israele”. Fino al giorno della sua morte, Rachel lavorò instancabilmente, stabilendo relazioni con gli attivisti palestinesi e israeliani, impegnandosi in azioni dirette, ed elaborando strategie basate sul consenso popolare per fermare la “distruzione massiccia di abitazioni civili” a Rafah. In un comunicato stampa del Marzo 2003, ella scrive: “Possiamo soltanto immaginare cosa significa per i palestinesi vivere qui, la maggior parte dei quali sono già una o due volte profughi, per i quali questo non è un incubo, ma una realtà costante, da cui nessuna immunità internazionale può proteggerli, e da cui non hanno i mezzi economici per fuggire”.

Oggi, i Corrie condividono il senso di urgenza di Rachel, anche quando essi additano l’ipocrisia del governo americano, i superpoteri internazionali, che accampano [una presunta] impotenza e declinano le proprie responsabilità per il caso di Rachel e per la causa della giustizia in favore dei palestinesi. Come Craig dice, “Abbiamo il privilegio di sederci e di discutere su tutto ciò, e tuttavia proviamo una crescente insofferenza. Vogliamo portare a casa il messaggio di Rachel che abbiamo una responsabilità da adempiere”.

Tom Wright ha diretto il documentario, Checkpoint: The Palestinians after Oslo, ed è stato membro fondatore dell’Olympia-Rafah Sister City Project [il progetto di gemellaggio fra le città di Olympia e Rafah]. Therese Saliba è docente di Femminismo Internazionale e di Studi sul Medio Oriente all’Evergreen State College di Olympia ed è membro della Fondazione Rachel Corrie per la Pace e la Giustizia.



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9408.shtml

martedì 25 marzo 2008

Un altro storico articolo di Israel Shahak


LO STATO TERRORISTA D’ISRAELE E I SUOI ASSASSINI DEL MOSSAD

Di Israel Shahak (1998)[1]

Nelle storie di Sir Arthur Conan Doyle, a Sherlock Holmes viene spesso fatto dire che “la cosa importante è che il cane non abbia abbaiato” la notte in cui il delitto è stato commesso. In modo analogo, a dispetto dell’ampia copertura dei media dell’affare di Khaled Meshal, i veri problemi e le giuste domande sono stati deliberatamente evitati. Al contrario, l’affare è stato utilizzato per un altro tentativo di far cadere Netanyahu dal potere. Ironicamente, il contraccolpo provocato da questo tentativo ha accresciuto la sua popolarità.

Non c’è niente di nuovo nel fatto che Israele è uno stato terrorista che, quasi fin dal principio, ha utilizzato uno dei suoi servizi segreti, il Mossad, per praticare la violenza e il terrore – inclusi gli omicidi – che esso ritiene necessari per i propri scopi. Il terrorismo israeliano in Libano si rivelò nelle operazioni “Responsabilità” e “Furore”, ad esempio, quando a moltissime persone venne ordinato di lasciare le loro case, con il preavviso di un giorno, per non essere uccisi dai bombardamenti. Un tale terrorismo di stato fu persino peggiore degli omicidi di particolari individui.

In realtà, tuttavia, tutti i governi israeliani hanno praticato atti terroristici e tutti i partiti d’ispirazione sionista li sostengono in linea di principio. In particolare Shimon Peres, quando era primo ministro, ordinò l’omicidio di Yehya Ayyash nell’area A, che avrebbe dovuto essere sotto l’esclusivo controllo dell’Autorità Palestinese: un atto che, secondo Hamas, provocò come ritorsione gli attentati suicidi del Febbraio-Marzo 1996 (sebbene personalmente dubiti di questa spiegazione di Hamas, vi sono pochi dubbi sul fatto che questi attentati suicidi contribuirono alla striminzita maggioranza di voti che elesse Binyamin Netanyahu e sconfisse Peres nelle elezioni del Maggio 1996).

Pochi mesi prima, Yitzhak Rabin aveva ordinato l’omicidio di Fathi Shikaki, capo dell’organizzazione della Jihad islamica palestinese, a Malta. Si possono citare anche altri atti di terrrorismo che né i partiti israeliani di opposizione né i media israeliani hanno menzionato in rapporto al tentativo di omicidio ad Amman.

Il rifiuto totale di considerare la questione del terrorismo di stato in generale, e l’uso frequente del terrorismo da parte di Israele in particolare, ha portato i critici israeliani - e quelli ebrei americani - di Netanyahu a concentrarsi su aspetti puramente pragmatici e cioè se il tentativo di omicidio ad Amman questa volta era stato “saggio”, e chi doveva essere rimproverato per il suo fallimento. La verità, tuttavia, è che il record dei passati fallimenti del Mossad è molto ampio.

Per citare solo due esempi, nell’”affare Lillehammer” del 1972 in Norvegia, un gruppo di sicari del Mossad uccisero un cameriere marocchino invece della vittima palestinese designata, e in quel caso i membri del gruppo aggravarono il loro fallimento facendosi cogliere in flagrante. Alcuni di loro si rifugiarono nell’ambasciata israeliana di Oslo, come accadde nell’operazione malriuscita di Meshal ad Amman.

Il secondo esempio viene dai primi anni ’50, quando degli agenti israeliani in Egitto, sotto la direzione del servizio segreto militare, invece che del Mossad, misero delle bombe incendiarie in luoghi pubblici (inclusi dei teatri e le sedi diplomatiche americane al Cairo e ad Alessandria) per costringere l’Inghilterra a ripensare alla propria decisione di ritirarsi dalla Zona del Canale di Suez. Il tentativo fu persino più stupido che criminale, e il risultato fu un fiasco colossale, con tutti i responsabili catturati tranne uno.

Entrambi questi atti di terrorismo vennero ordinati da governi laburisti. Perciò, fu facile per i sostenitori di Netanyahu indicare il fatto che quando gli atti di terrorismo ordinati dai governi laburisti falliscono, il partito del Likud e la destra in generale “si comportano in modo responsabile” – vale a dire che non cercano di trarre profitto (o almeno cercano di non trarne troppo) da quelli che sono, dopo tutto, fallimenti della politica israeliana, mentre la “sinistra” non si comporta in questo modo patriottico.

Poiché i critici di Netanyahu sono, in ogni caso, parte di un’elite in decadenza che rivela, nel modo più volgare, la propria convinzione erronea secondo cui “solo noi sappiamo come condurre le faccende”, e poiché è facile connettere tale arroganza con l’abisso persistente che separa gli ebrei europei askenaziti dagli ebrei orientali sefarditi, le violente critiche a Netanyahu hanno provocato una reazione contraria in suo favore che ha mostrato quanto i suoi oppositori “di sinistra” abbiano perso contatto con i sentimenti della maggioranza della gente.

Secondo la mia opinione il detto fallimento è una questione secondaria, di cui sono responsabili innanzitutto il Mossad e il suo capo Danny Yatom (nominato da Peres in modo ambiguo poche settimane prima delle elezioni). In realtà, dopo aver preso conoscenza del fallimento, Netanyahu ha agito nel modo più competente possibile. In ogni caso, il suo favore popolare è aumentato, specialmente presso il “voto fluttuante”. I commentatori più importanti concordano che se le elezioni fossero indette ora Netanyahu vincerebbe di nuovo, e anch’io sono della stessa opinione.

Mentre per quanto riguarda le relazioni di Israele con la Giordania, esse continueranno più o meno come prima, proprio come le relazioni di Israele con l’Inghilterra e la Norvegia non saranno seriamente danneggiate dal coinvolgimento del Mossad negli omicidi compiuti in questi stati. Come dice la stampa ebraica, “secondo informazioni da fonti straniere” la Giordania ha permesso al Mossad di aprire una grossa centrale nel centro di Amman. A mio avviso questo è avvenuto molti anni prima che il trattato di pace venisse firmato dai due paesi. Questa è una prova sufficiente che la Giordania, o il regime ascemita (se si preferisce l’espressione), ha un interesse molto forte nel “avere le mani in pasta” con l’intelligence israeliana per ragioni sue.[2]

Bisogna aggiungere che il ministro israeliano che è riuscito, alla fine, a raggiungere un accordo con Re Hussein è stato Ariel Sharon, il cui potere in Israele si è molto accresciuto grazie a questo successo. Forse in futuro si potranno cogliere alcune sottigliezze. La grande centrale del Mossad potrebbe trovarsi ad operare in un sito più discreto che in passato, ma non ho dubbi che tra Israele e Giordania continuerà a valere lo stesso accordo, non importa quello che viene detto in pubblico.


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revisionisthistory.org/essay8.html
[2] La nota lobby sionista estremista del Centro Simon Wiesenthal ha conferito a suo tempo a Re Hussein di Giordania uno dei suoi “prestigiosi” premi.

lunedì 24 marzo 2008

La repressione in Tibet in una corrispondenza del Times


LA REPRESSIONE ETNICA IN TIBET DIRETTA DA UN TRIO CINESE SENZA VOLTO

Di Michael Sheridan[1]

Gli architetti della repressione cinese in Tibet sono tre burocrati di alto rango poco conosciuti fuori della Cina ma destinati nei prossimi mesi ad essere il bersaglio delle condanne da parte dei gruppi in favore dei diritti umani.

La Cina conserva la facciata di un governo regionale autonomo e ha sfoggiato nelle passate settimane i suoi uomini di paglia di etnia tibetana. I ricercatori cinesi dicono che si tratta di nullità politiche.

Il vero cervello della politica cinese contro le minoranze etniche irrequiete è un funzionario comunista di 67 anni, chiamato Wang Lequan.

Wang si è autodefinito il bersaglio terroristico n°1 in Cina. Ufficialmente, egli guida il partito nel Xinjiang che, come il Tibet, è una regione vasta, lontana e ricca di risorse, e afflitta dal separatismo.

Tuttavia, Wang siede nel potente politburo di Pechino, e ha assunto la direzione globale delle politiche in entrambi i territori. Egli ha escogitato il modello che ha soffocato la cultura musulmana nello Xinjiang, diretto processi politici e condanne a morte, riversato milioni di coloni cinesi e munto risorse minerarie ed energetiche per alimentare l’economia.

Wang non concede quasi mai interviste e opera dietro le quinte, ma il 10 Marzo ha tradito l'ampiezza delle proprie responsabilità dicendo alla China Central Broadcasting [l’emittente nazionale cinese]: “Non importa quale sia la nazionalità, non importa chi siano: i distruttori, i separatisti e i terroristi saranno da noi schiacciati. Non ci sono dubbi su questo.”

Il suo seguace, che sta applicando i metodi del maestro in Tibet, è Zhang Qingli, il segretario di partito dalla lingua tagliente della regione [tibetana]. Zhang è l’uomo che ha definito il Dalai Lama “un lupo con le vesti di un monaco, un diavolo col viso di un uomo”. Egli ha scalato la gerarchia [del partito] nel Xinjiang ed è stato trasferito in Tibet nel 2005 come premio per la propria lealtà.

Egli ha accelerato l’azione contro la cultura e la religione tibetane, ha introdotto un maggior numero di coloni e ha aumentato lo sfruttamento commerciale delle enormi risorse del Tibet in fatto di materie prime.

Zhang è conosciuto per aver detto che “quelli che non amano la madre patria non possono essere considerati esseri umani.”

La terza figura maggiormente influente è Li Dezhu, il teorico razziale del partito. E’ stato fino a poco tempo fa il capo della Commissione – dall’apparenza innocua – per gli Affari Etnici; Li ha scritto il manuale per la distruzione delle culture indipendenti e la disintegrazione delle minoranze religiose attraverso la diffusione del materialismo.

Nel 2007 egli ha elaborato la teoria di quella che ha definito la “sicurezza culturale” per la Cina in un articolo per un giornale di partito chiamato “Cercare la Verità”. In esso egli ha rivelato un cambiamento radicale della politica cinese, affermando che il suo scopo non è più quello di preservare le minoranze culturali ma quello di rimodellarle.

Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, dice che Li è il primo capo ad affermare esplicitamente che il problema delle minoranze sarebbe risolto “definitivamente” con l’immigrazione cinese di massa.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=19996

domenica 23 marzo 2008

Pasqua di Resurrezione


Antonio Capece Minutolo principe di Canosa è ricordato nei testi di storia come ministro di polizia di Ferdinando I re delle Due Sicilie e come il più retrivo esponente dei reazionari italiani durante l'età della Restaurazione. In realtà egli è stato non soltanto un tenace - e meritorio - avversario di carbonari e massoni ma anche un importante - quanto misconosciuto - apologeta del cattolicesimo. Dall'antologia pubblicata a suo tempo da Silvio Vitale (IDEARIO: massime, opinioni e improperi, Catania, 1997) leggiamo il passo seguente:


RESURREZIONE DI GESU' CRISTO (p. 120):


La Resurrezione di Gesù Cristo è una di quelle verità morali la cui evidenza uguaglia e supera in chiarezza quelle più riconosciute tra gli uomini, come le battaglie di Maratona e Salamina, l'esistenza di Cesare e Pompeo, la rotta dei romani avvenuta in Canne, e altre simili. Il numero dei testimoni, infatti, e la loro imparzialità rendono inconfutabili quegli storici avvenimenti e nessuno osa contrastarli. Come riferisce Cirillo, il Nazareno comparve a più di cinquecento persone, altrettanti furono quelli che pubblicamente lo attestarono, andando incontro alla morte senza risparmiarsi: circostanza rilevantissima che non accompagna alcun altro evento storico.

sabato 22 marzo 2008

Un giovane eroe




UN GIOVANE TEDESCO SI RIBELLA ALLA DITTATURA DELLA SHOAH

Lo stesso giorno in cui cominciava il processo all’avvocato tedesco Sylvia Stolz, il 15 Novembre 2007, un giovane tedesco residente a Heilbronn, nel Baden-Württemberg, si è auto-denunciato alla polizia per aver diffuso un testo revisionista a tre destinatari della sua zona: il sindaco, un prete cattolico, un pastore protestante. L’11 Febbraio del 2008 il detto giovane ha ricevuto, come di prammatica, l’atto d’accusa del tribunale cantonale della sua città. Ma bisogna soprattutto registrare la dichiarazione commovente ed eroica dell’imputato che circola da qualche giorno su Internet. Ecco il testo:

Mi chiamo Dirk Zimmermann, ho 36 anni, sono felicemente sposato, ho due bei figli, amo tante cose della vita, e tuttavia mi sono auto-denunciato alla polizia. No, non ho commesso delle truffe, non ho nemmeno commesso dei furti e degli omicidi. Mi sono esposto a una denuncia penale perché ho inviato a tre persone della mia zona, che neppure conosco, degli esemplari di un libro proibito in Germania. Il reato in questione si chiama “Volksverhetzung” [istigazione del popolo, equivalente all’”istigazione all’odio razziale”]. E’ in funzione di questo paragrafo sull’istigazione all’odio razziale che una certa opinione su un certo soggetto della storia recente costituisce un reato passibile di repressione giudiziaria. E’ dunque un reato d’opinione. Il soggetto in questione è quello dell’Olocausto: lo sterminio industriale degli ebrei europei all’epoca del nazionalsocialismo. Il libro che ho divulgato in pubblico s’intitola “Conferenze sull’Olocausto”. Il suo autore è Germar Rudolf, in prigione – dopo il Novembre 2005 – per aver pubblicato questo studio. Laureato in chimica, Germar Rudolf sostiene la tesi secondo cui non c’è stato alcun genocidio degli ebrei, vale a dire nessuno sterminio industriale. Non c’è stato sterminio degli ebrei né prima né durante la seconda guerra mondiale. Le autorità hanno dunque confiscato questo libro. Ma io mi pongo la domanda: quale verità ha bisogno di essere protetta da leggi penali? Ma c’è di più: Sylvia Stolz, avvocato di Germar Rudolf [e in precedenza anche di Ernst Zündel] è stata parimenti accusata di “istigazione all’odio razziale”; ella è stata condannata il 14 Gennaio 2008 a tre anni e mezzo di prigione e, il giorno stesso della sentenza, ella è stata condotta immediatamente in galera. Se persino gli avvocati sono trascinati in tribunale per aver esercitato le proprie funzioni – e imprigionati – bisogna che sorga infine una resistenza contro queste misure arbitrarie! Ho dunque deciso un giorno che era venuto il momento di auto-denunciarmi: è stato il giorno in cui è cominciato il processo a Sylvia Stolz. Lo ripeto ancora una volta: in base alle leggi della repubblica federale di Germania mi sono messo nella condizione di essere processato. Ma allo stesso modo in cui sono un criminale intellettuale sono anche un libero pensatore ed è in modo del tutto consapevole che mi assumo la responsabilità del mio gesto. E’ certo che non so come lo stato reagirà contro di me visto che mi sono auto-denunciato; preferirei, sicuramente, i vantaggi della vita di tutti i giorni e non amo mettere in pericolo la mia famiglia né me stesso. Tuttavia, ho il diritto di pensare con la mia testa e di pormi delle domande. Questo diritto è inviolabile, è intangibile. E’ solamente ponendosi delle domande e cercando di vedere più chiaro nei problemi che ci si può sbarazzare di un dubbio e di giungere alla verità con una decisione libera. E visto che ciò non viene permesso, posso dire questo: la mia posizione, quanto all’Olocausto, è molto chiara. Non credo a quello che mi viene detto e benché il fatto di esprimere pubblicamente dei dubbi sia un delitto, io dubito.




Fonte: Bocage

venerdì 21 marzo 2008

Il culto della Shoah è una minaccia per l'umanità




L’IDEOLOGIA DELL’OLOCAUSTO: UNA MINACCIA TEOLOGICA AL CRISTIANESIMO E ALL’ISLAM

Di Paul Grubach (2007)[1]

Cosa si intende con il termine “Ideologia dell’Olocausto”? Essa comprende le seguenti proposizioni. Il governo nazista formulò un piano generale per uccidere tutti gli ebrei d’Europa. Questo piano generale venne attuato primariamente con l’utilizzo di camere a gas omicide in sei campi di concentramento in Polonia, e con camion a gas mobili sul Fronte Orientale. Inoltre, vennero parimenti impiegate come strumenti di sterminio la denutrizione forzata e le fucilazioni di massa. Infine, circa sei milioni di ebrei vennero massacrati dai nazisti.

Un’altra delle tesi abituali dell’intero pacchetto chiamato l’”Olocausto” è che la Cristianità occidentale creò il clima intellettuale che rese possibile lo sterminio di sei milioni di ebrei.[2] Di conseguenza, il cristianesimo europeo è in larga misura responsabile di questo orrendo massacro.

Questo non è solo un argomento importante di opere classiche sull’Olocausto, come La distruzione degli ebrei europei, di Raul Hilberg, ma è stato un argomento importante di molti convegni sull’Olocausto del passato. Ad esempio, tale argomento ha rivestito un ruolo preminente nel convegno “Remembering the Future” [Ricordare il futuro] di Oxford, in Inghilterra, nel Luglio 1988.

Gli intellettuali dell’Olocausto appartenenti all’establishment non si stancano mai di far notare che il cristianesimo luterano in Germania è stato una forza importante dietro l’ascesa dell’antisemitismo virulento “che portò all’Olocausto”. Lo stesso Martin Lutero viene accusato di essere una delle figure importanti del panteon di demoni intellettuali che propalarono l’odio antisemita in Germania.[3]

Queste sono accuse serie che vengono scagliate contro il cristianesimo occidentale. Prima di valutare tale accusa – “La Cristianità occidentale è in larga misura responsabile dell’Olocausto” – dobbiamo prima stabilire se lo sterminio di sei milioni di ebrei è realmente avvenuto.

Ma questo non è il solo modo con cui l’ideologia dell’Olocausto colpisce il cristianesimo. C’è un modo con cui la questione dell’Olocausto colpisce il cristianesimo mondiale, e non solo quello europeo. Una scuola di filosofia d’avanguardia, molto popolare, afferma che “Dio è morto ad Auschwitz”. Secondo questa linea di pensiero un Dio onnipotente, moralmente perfetto che ama profondamente tutti gli uomini non permetterebbe mai che avesse luogo qualcosa di orrendo e di mostruoso come l’Olocausto. Ma l’Olocausto c’è stato. Quindi, il Dio del cristianesimo probabilmente non esiste.

Ecco l’opinione del teologo ebreo, Amos Finkelstein: “L’ammissione che Dio – o il teismo etico – è morto ad Auschwitz perché Auschwitz sfida ogni senso [possibile] esige, ci è stato detto, un cambiamento radicale delle premesse fondamentali”.[4]

Ecco l’opinione del teologo cristiano, Robert McAfee Brown: “Questa è la crisi della fede a cui Auschwitz ci costringe. Perché chi è – ebreo o cristiano – che può credere in un Dio nel cui mondo avvengono tali cose? Il perenne mistero del male, la fonte della nostra più grande vulnerabilità come credenti, raggiunge un’espressione unica nell’Olocausto. Nessuna teodicea può includere questo evento in modo tale che le ferite siano chiuse o le cicatrici sanate. Esso preclude per sempre la fede semplice in Dio o nell’umanità. Ambedue [Dio e l’umanità] sono sottoposti a giudizio e il verdetto o l’assoluzione non possono essere raggiunti facilmente, ammesso che sia possibile raggiungerli in assoluto, per ambedue.[5]

(Le dichiarazioni di Finkelstein e di McAfee Brown implicano anche che la dottrina dell’Olocausto è una sfida anche per gli ebrei che credono in Dio, ma una trattazione di come tale dottrina colpisca il giudaismo teistico va oltre i limiti di questo breve saggio).

Secondo influenti pensatori ebrei e cristiani, allora, l’intera ideologia dell’Olocausto distrugge, o potrebbe distruggere, la stessa credibilità della religione cristiana o della fede in Dio. Proseguiamo con questa speculazione teologica in relazione all’Olocausto.

L’ardente ebreo-sionista – e Premio Nobel per la Pace – Elie Wiesel, ha affermato che “il sincero cristiano sa che quello che è morto ad Auschwitz non è stato il popolo ebreo ma il cristianesimo”.[6]

Il teologo cattolico – e sionista non ebreo – Harry James Cargas, ha espresso un’attenzione solidale all’affermazione di Wiesel. Poiché ha scritto: “L’Olocausto è, a mio giudizio, la più grande tragedia per i cristiani dal tempo della crocifissione. Nel primo caso Gesù è morto. Nell’ultimo, si può dire che è morto il cristianesimo.”[7]

Se capisco Wiesel e Cargas correttamente, il loro argomento procede nel modo seguente: non è concepibile che una religione ispirata direttamente da Dio possa essere responsabile per qualcosa di orrendo e mostruoso come l’Oloacusto, lo sterminio di milioni di ebrei con le camere a gas e con altri mezzi. Ma l’Olocausto è avvenuto, e la Cristianità lo ha ispirato ed è per esso largamente responsabile. Quindi, il cristianesimo probabilmente non è ispirato da un Essere onnipotente e moralmente perfetto, o questo Essere Supremo potrebbe persino non esistere.

Chiaramente allora, l’intera ideologia dell’Olocausto rappresenta una sfida diretta alla credibilità e all’esistenza stessa del cristianesimo e della fede in Dio, poiché un numero significativo di intellettuali e di laici dà credito a questa teologia della “morte di Dio ad Auschwitz”.

L’ideologia dell’Olocausto ha creato una crisi importante di fede tra i cristiani contemporanei e tra i credenti nel teismo etico. Le speculazioni di teologi come Finkelstein e McAfee Brown sono semplici espressioni di questa crisi. Affinché i cristiani possano affrontare con successo la crisi di fede che l’ideologia dell’Olocausto ha creato, è necessario innanzitutto rispondere alla più ovvia delle domande: l’Olocausto c’è stato davvero? Per rispondere a questa domanda in modo veritiero, si devono esaminare e valutare entrambi i punti di vista – quello tradizionale e quello revisionista – sull’Olocausto in modo equo e obbiettivo.

Ma nella società contemporanea ordinaria questo non è possibile. L’ideologia dell’Olocausto può essere utilizzata per screditare e smentire l’esistenza di Dio, e per attaccare e minare la religione cristiana. Tuttavia, nella nostra società occidentale ordinaria, cercare di mostrare che l’ideologia dell’Olocausto non è vera non è considerato accettabile. Secondo i costumi dominanti, “è malvagio e immorale” smentire l’ideologia dell’Olocausto.

In realtà, secondo i costumi dominanti che regnano incontrastati nel mondo accademico, nella società ordinaria, e negli ambienti cristiani ordinari, è moralmente sbagliato persino tentare di argomentare il punto di vista revisionista. Questo venne affermato molti anni fa dal teologo luterano John Warwick Montgomery in Christian News. Riguardo alle pile di cadaveri trovate in alcuni campi di concentramento alla fine della seconda guerra mondiale, egli affermò: “E’ immorale argomentare che questa gente [gli ebrei] fu vittima non di un programma di sterminio, ma di malattie e di denutrizione provocate dal collasso totale della Germania”.[8]

Anche ad un livello più generale è stato riferito recentemente dai media che il cardinale Cormac Murphy-O’ Connor, l’arcivescovo cattolico di Westminster, ha detto che “la negazione dell’Olocausto è equivalente al “sacrilegio””.

In altre parole, rifiutare il punto di vista tradizionale dell’Olocausto e dire che il revisionismo ha ragione viola presuntamente la morale cristiana.

Porre l’Olocausto oltre l’ambito della critica razionale, considerare peccaminosa e immorale la sua decostruzione, equivale a elevarlo allo status di un dogma sacro. Tuttavia, l’ideologia dell’Olocausto è un’interpretazione umana della storia elaborata da funzionari e da storici umani, che viene diffusa da propagandisti umani e dai loro simpatizzanti. Non c’è niente di “sacro” nell’ideologia dell’Olocausto, non è stata avallata in alcun modo dall’Essere Supremo. Dio non ha consegnato la dottrina dell’Olocausto a Mosè sul monte Sinai insieme ai dieci comandamenti. Si potrebbe argomentare di conseguenza che avvolgere una dottrina totalmente umana in un’aura di sacralità religiosa e santa significa, secondo la morale cristiana, compromettersi con l’idolatria. Come è possibile?

In Esodo 20, leggiamo: “Io sono il Signore tuo Dio…Non avrai dèi stranieri al mio cospetto.” In una parola, nella società occidentale contemporanea, l’ideologia dell’Olocausto ha sopravanzato il concetto di Dio. Si può utilizzare l’ideologia dell’Olocausto per “smentire” e screditare il concetto di Dio, ma è “malvagio e immorale” tentare di smentire l’ideologia dell’Olocausto.

Non vi sono comandamenti nella Scrittura che dicono: “Tu crederai nell’ideologia dell’Olocausto”. Tuttavia, vi sono affermazioni nella Scrittura che ordinano al cristiano di cercare la verità. In Giovanni 8: 31-32 viene affermato: “Se rimarrete nella mia parola, sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. In 1 Giovanni 2: 21, leggiamo: “Io non vi ho scritto come a persone che non conoscono la verità, ma come a persone che la conoscono, e [voi sapete] che nessuna menzogna può venire dalla verità.” Infine, per esemplificare il punto, citiamo Esodo 20: 16: “Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.”

Queste affermazioni implicano chiaramente che coloro che seguono le parole della Bibbia cercheranno la verità e rifiuteranno le menzogne. Un cristiano non trova la verità sul presunto Olocausto ebraico accettando ciecamente quello che i media influenzati dai sionisti gli dicono. Il vero cristiano lotta per la verità. Egli concede al punto di vista tradizionale e a quello revisionista sull’Olocausto un ascolto equanime, e poi cerca di stabilire dove la verità si trova davvero. L’”Olocausto” è un’interpretazione ideologica della storia che viene diffusa nel mondo da varie elite di potere. Deve essere valutata con lo stesso complesso di metodi scientifico-razionali che gli storici e gli scienziati della politica applicano ad altre dottrine di questa natura.

In anni recenti, l’ideologia dell’Olocausto è stata utilizzata in un crescente assalto contro la religione islamica. Consideriamo questo esempio. Nel numero dell’8 Gennaio del 2006 del San Francisco Chronicle, lo scrittore ardentemente pro-sionista Edwin Black ha fatto questa affermazione: “Mahmud Ahmadinejad si è unito alla prima linea della negazione dell’Olocausto con le sue affermazioni demagogiche del mese scorso.” Ma si tratta più di un’autonegazione. Il presidente dell’Iran ha bisogno solo di guardare al passato dell’era hitleriana del proprio paese per scoprire che l’Iran e gli iraniani furono fortemente coinvolti con l’Olocausto e con il regime di Hitler, come lo fu l’intero mondo islamico sotto la guida del mufti di Gerusalemme.” La conseguenza qui è che anche gli iraniani e i musulmani sono “colpevoli del malvagio sterminio degli ebrei.”

Esattamente gli stessi argomenti che in questo saggio abbiamo visto utilizzati contro il cristianesimo possono essere utilizzati molto bene contro la religione islamica. Ad esempio, i musulmani credono che Dio è assolutamente buono e perfetto, e che egli ha ispirato direttamente la religione islamica. Ecco allora come l’argomento procede. L’Islam non può essere ispirato da un Dio infinatemente perfetto e buono perché i suoi seguaci sono coinvolti con qualcosa di orrendo come l’Olocausto.

Il mio punto di vista definitivo è il seguente: la dottrina dell’Olocausto è un attacco teologico e una minaccia contro le religioni cristiana e islamica. Cristiani e musulmani devono affrontare questa minaccia teologica in modo onesto e schietto concedendo un ascolto equanime ai punti di vista tradizionale e revisionista sull’Olocausto, poiché tale atteggiamento è coerente con gli insegnamenti sia della Bibbia che del Corano.





[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.info/viewpoints/vppgtheo.html
[2] Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews: Student Edition (Holmes & Meirer, 1985), passim.
[3] Ivi, pp. 13-15, passim.
[4] Francois Furet, editore, Unanswered Questions: Nazi Germany and the Genocide of the Jews (Schoken Books, 1989) p. 296.
[5] Dimensions of the Holocaust: Lectures at Northwestern University (Evanston, Illinois, 1977), p. 49.
[6] Citato in Hary James Cargas, A Christian Response to the Holocaust (Denver, Colorado, 1981), p. 31.
[7] Ibidem.
[8] Vedi Christian News, 13 Marzo 1989, p. 10; Paul Grubach, “A Response to John Warwick Montgomery: Exterminationists Fallacies”, Christian News, 10 Aprile 1989, p. 14.