venerdì 29 febbraio 2008

Shylock non abbandona le sue prede...


Letto sul quotidiano Le Figaro in data 28 Febbraio: La corte d'appello di Lione ha confermato la condanna a tre mesi di prigione con la condizionale e a 5.000 euro di multa contro il professor Bruno Gollnisch, numero due del Front National per delle affermazioni riguardanti le camere a gas.


Per aver sostenuto nel 2004 che "nessuno storico serio aderisce integralmente alle conclusioni del processo di Norimberga" e che bisogna "lasciar discutere gli storici delle camere a gas", il professor Gollnisch era stato condannato in primo grado nel 2007. La corte d'appello ha però ridotto i danni chiesti dall'accusa: nel Dicembre scorso il pubblico ministero aveva chiesto che Gollnisch pagasse 55.000 euro alle otto associazioni che si erano costituite contro di lui parte civile ma giovedì scorso il tribunale ha ritenuto che due di queste associazioni (SOS Racisme e MRAP) non avevano titolo a costituirsi e ha finalmente imposto al professore di pagare "solo" 3.000 euro di danni. L'associazione MRAP ha comunicato che farà appello in Cassazione per non essere stata riconosciuta come "parte civile".

A tutto ciò va aggiunto un'altro provvedimento, ulteriormente vergognoso, a carico di Gollnisch: egli è stato sospeso, a causa delle predette affermazioni, dall'insegnamento per cinque anni (!) dall'Università di Lione III. E questo nonostante il fatto che il professore di lingua e civiltà giapponese avesse precisato, nel corso della conferenza stampa incriminata, di non voler rimettere in discussione né le deportazioni né i "milioni di morti" dei campi nazisti né di voler "negare le camere a gas omicide", essendosi solo limitato ad aggiungere che "quanto al modo in cui la gente moriva il dibattito deve aver luogo".

Non è finita: lunedì scorso il tribunale di Anversa ha rigettato il ricorso presentato dall'ex senatore ed ex presidente del partito Vlaams Blok, Roeland Raes, contro il provvedimento di rinvio a giudizio per fatti di "negazionismo". Il processo dunque ci sarà: a Bruxelles. L'affare ebbe inizio da una trasmissione del programma televisivo "Netwerk", andata in onda in Olanda nel 2001. Durante un'intervista, il politico in questione aveva espresso dei dubbi sulla persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, sull'autenticità del diario di Anna Frank. Il Forum delle organizzazioni ebraiche (FOJ) aveva allora presentato denuncia presso un giudice istruttore di Anversa, che aveva aperto un fascicolo. Il tribunale aveva poi trasferito la pratica a Bruxelles senza avvertire, a detta dell'avvocato difensore, l'imputato, il quale aveva presentato ricorso. Il tribunale dovrà esaminare il dossier il prossimo 14 Marzo.




Fonte: Yvonne Schleiter.

Gaza: catena umana contro l'assedio


UNA CATENA UMANA CONTRO L’ASSEDIO

Di Rami Almeghari, 28 Febbraio 2008[1]

Il 25 Febbraio, il popolo sotto assedio di Gaza ha parlato chiaro contro la chiusura, imposta da Israele, del proprio territorio: migliaia di palestinesi – uomini, donne e bambini e membri del parlamento – hanno formato una catena umana sulle strade principali vicino al confine con Israele.

I manifestanti hanno lanciato slogan contro il paralizzante assedio israeliano, che è stato stigmatizzato dalle organizzazioni per i diritti umani e da molti governi occidentali come una forma di punizione collettiva contro la popolazione di Gaza (un milione e mezzo di abitanti).

Mosheera, un’insegnante, stava con i suoi allievi, schierati con dei poster al raccordo di Zemo, vicino al campo profughi di Jabalia, nella zona Nord della Striscia di Gaza.

“Viviamo sotto assedio, nessuno ci ascolta. Perciò, abbiamo deciso come un unico popolo di venire qui oggi con questa catena per mandare un messaggio al mondo intero: basta col silenzio sull’assedio di Gaza, basta col silenzio sulle uccisioni dei palestinesi, basta col silenzio sulla morte dei malati a causa del blocco”, ha detto Mosheera, con rabbia.

All’inizio della settimana, una campagna popolare per chiedere la fine dell’assedio ha lanciato una protesta della durata di una settimana, a livello locale e internazionale, con molti negozi di Gaza che hanno chiuso per tre ore.

La catena umana di Lunedì scorso è avvenuta per il perdurante, e paralizzante, blocco israeliano iniziato nel Giugno 2007, immediatamente dopo che il partito – regolarmente eletto – di Hamas prese il controllo del territorio costiero, nel mezzo della lotta per il potere con il partito rivale Fatah di Mahmud Abbas.

Rami Abdo, organizzatore della catena umana e coordinatore della campagna, ha parlato delle gravi conseguenze dell’assedio che dura da otto mesi: “Ogni mese, 600 pazienti fanno domanda per essere curati fuori Gaza, e secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, dal 20 al 25% di tali richieste vengono respinte [da Israele].”

“Questo significa che Israele ha già condannato questi malati a morte, la maggior parte dei quali sono bambini”, ha detto Abdo, riferendosi ai malati già morti dopo l’inizio del blocco per non aver potuto ricevere le cure necessarie. Rifiutandosi di rilasciare i permessi di trasferimento, ha aggiunto Abdo, “Israele ha già condannato a morte 1.200 malati negli otto mesi appena trascorsi.”

Il Centro al-Dameer per i diritti umani, con sede a Gaza, dove le cure specialistiche sono spesso non disponibili e dove l’assedio ha avuto un impatto devastante sui servizi medici, ha riferito che dallo scorso mese di Giugno 100 malati che avevano bisogno di cure mediche fuori Gaza sono morti dopo che le loro richieste erano state respinte o dilazionate.

Inoltre, il Ministro palestinese dell’Economia di Gaza ha riferito che più del 90% degli impianti industriali di Gaza sono stati costretti a chiudere, lasciando senza lavoro 70.000 lavoratori.

I registri delle Nazioni Unite indicano che più dell’80% del milione e mezzo di abitanti di Gaza dipendono ora totalmente dall’assistenza alimentare fornita dall’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, la UNRWA, poiché il blocco ha accelerato il crollo della già fragile economia palestinese.

La catena umana è terminata con una conferenza-stampa dei parlamentari di Hamas a solo poche centinaia di metri di distanza dal valico di Erez, nella parte settentrionale di Gaza. I funzionari di Hamas hanno letto un comunicato di forte protesta contro il blocco, attuato secondo molti per erodere il sostegno popolare al partito islamico.

“Oggi i palestinesi stanno mandando un messaggio al mondo: noi siamo contro l’assedio, contro le minacce del nostro nemico che cerca di ucciderci, di uccidere il nostro spirito. Ma noi oggi siamo qui per dire al mondo che siamo ancora vivi, che siamo tenaci e che niente ci ucciderà”, ha detto Jamila al-Shanti, parlamentare e presidente di un comitato di donne palestinesi all’Electronic Intifada.

Un altro partecipante alla catena umana, uno studente di liceo chiamato Samar, ha affermato: “Mi piacerebbe fare una domanda ai capi arabi che ci circondano: quando vi sveglierete? Vi sveglierete dopo che tutto il popolo palestinese sarà già morto?”

Rami Almeghari

Rami Almeghari collabora attualmente a diversi media, compresi il Palestine Chronicle, l’IMEMC, l’Electronic Intifada e Free Speech Radio News.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9343.shtml

giovedì 28 febbraio 2008

Auschwitz all'ombra della croce


AUSCHWITZ ALL’OMBRA DELLA CROCE

Di Joseph P. Bellinger[1]

Nel 1984 ebbe luogo un incidente internazionale di rilievo, che mise in discussione tutta la questione riguardante Auschwitz e la persecuzione [degli ebrei]: l’attenzione del mondo si concentrò sulla Polonia quando un gruppo di suore carmelitane annunciarono la decisione di costruire un convento sul terreno dell’ex campo di concentramento. La zona scelta per il convento era attigua all’ex sito di Auschwitz I, dove molti polacchi e russi erano stati imprigionati ed erano morti in gran numero. Quando le suore annunciarono la loro intenzione di offrire preghiere e penitenze in suffragio dei morti, le organizzazioni ebraiche espressero la loro ostilità lanciando una protesta internazionale.

I media riferirono che l’edificio scelto per fungere da sito per il convento, il Theatergebauede [edificio del vecchio teatro] ubicato ad Auschwitz I, era stato utilizzato a suo tempo per ospitare non solo gli averi di quelli che venivano gasati, ma anche i barattoli di Zyklon B, l’insetticida presuntamente utilizzato come agente omicida a Birkenau, distante circa sei chilometri. Secondo lo storico polacco Wladyslaw Bartoszewski, queste accuse erano completamente infondate. Inoltre, i commentatori lamentarono il fatto che le autorità polacche e la Chiesa non avevano consultato la comunità ebraica prima di intraprendere la costruzione di un convento in quel luogo. Tuttavia, non venne mai spiegato in modo soddisfacente perché avrebbero dovuto, più di quanto avrebbero fatto le autorità ebraiche con la Chiesa se avessero deciso di erigere un piccolo tempio commemorativo nel sito di Birkenau. Nondimeno, la decisione di costruire un convento all’interno del perimetro di Auschwitz spinse Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico [World Jewish Congress], a visitare nel Dicembre del 1985 il Ministro [polacco] degli affari religiosi.

Le intenzioni delle suore sotto assedio erano nobili e giuste, ma gli ebrei si adombrarono per quella che considerarono un’intrusione nel loro territorio privilegiato, senza considerare poi il fatto che il convento era ubicato sul terreno di Auschwitz I e non a Birkenau, essendo quest’ultima la parte del campo dove gli ebrei e gli zingari venivano principalmente reclusi.

La visita di Bronfman precedette il cosiddetto accordo di Ginevra, in cui le autorità della Chiesa cedettero alle richieste ebraiche di trasferire il convento. Durante il corso di tale incontro, Theo Klein, presidente degli ebrei francesi, dichiarò minacciosamente alla delegazione cattolica appena arrivata che i cattolici avevano solo due possibilità: “o sostenere le suore carmelitane o continuare il dialogo con gli ebrei.” Dialogo in questo caso significava piena arrendevolezza alle richieste unilaterali ebraiche.

Sotto la grande pressione del Congresso Mondiale Ebraico e dei media, la delegazione cattolica si arrese alle richieste ebraiche e accettò di trasferire il convento. Tuttavia, per motivi finanziari e per altre cause di forza maggiore, il convento rimase dov’era per altri due anni. Durante una visita al Museo di Auschwitz del noto attivista ebreo, Serge Klarsfeld, il 23 Marzo 1988, egli notò con malcelata irritazione che il convento non era ancora stato sgombrato. Il viaggio [di Klarsfeld] era stato sponsorizzato dall’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico, e Klarsfeld era accompagnato da 140 scolari. Venne detto in seguito che la ragione della visita era educativa, ma nello stesso tempo una delegazione chiese udienza alla sostituta della Madre Superiora, chiedendo perché il convento non era stato trasferito.

Dopo che ella informò i delegati di non essere mai stata informata della decisione di trasferire il convento, gli animi si infiammarono.

Alla fine del Dicembre del 1988, degli esponenti ebrei si riunirono a Parigi per discutere dell’evidente riluttanza della Chiesa a trasferire il convento. Il rabbino Wolfe Kelman, presidente del ramo americano del Congresso Mondiale Ebraico, disse che il fallimento [delle trattative] costituiva una seria rottura dell’accordo di Ginevra, mentre il rabbino Zvi Zakheim, rappresentante degli ebrei ortodossi in seno alla medesima organizzazione, gridò in modo irritante: “Ve lo avevo detto, di non andare dietro ai goym.”

Il Presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Edgar Bronfmann, si lamentò che “la questione non riguarda solo il convento di Auschwitz, ma le più vaste implicazioni del revisionismo storico in cui l’unicità dell’Olocausto e l’assassinio del popolo ebreo vengono soppressi.”

Definendo l’episcopato polacco come “antisemita”, il dr. Gerhard Riegner, un esponente del Congresso Mondiale Ebraico, minacciò di sospendere ogni dialogo tra l’ebraismo mondiale e il Vaticano fino a quando le suore non sarebbero state rimosse dal convento.

La tensione continuò ad aumentare tra il Congresso Mondiale Ebraico e la controparte cattolica, accusata dagli ebrei di tirarla per le lunghe.

Il 30 Maggio 1989, 300 donne in rappresentanza dell’Organizzazione Sionista Internazionale delle Donne inscenò una rumorosa manifestazione davanti al convento, agitando cartelli aggressivi e bandiere israeliane, e gridando slogan provocatori.

Sulla scia di numerosi incidenti spiacevoli provocati da forze ostili non meglio identificate fuori del convento, le suore iniziarono a ricevere minacce di morte anonime. Temendo per la loro sicurezza, le suore installarono delle serrature di sicurezza per scoraggiare gli intrusi.

Il tentativo di Giovanni Paolo II di controbilanciare le critiche ebraiche beatificando Edith Stein [dal 1998, Santa Teresa Benedetta della Croce] si rivelò una cantonata colossale, perché la Chiesa non riuscì a capire che per gli ebrei ortodossi, Edith Stein aveva cessato di esistere nel momento in cui si era convertita al cattolicesimo romano. La Stein è stata variamente descritta come una filosofa ebrea, una convertita alla fede cattolica, una suora carmelitana, e una martire di Auschwitz, ma agli occhi degli ebrei ortodossi ella era già morta prima che mettesse piede ad Auschwitz.

Il 14 Luglio 1989, un rabbino alquanto turbolento di New York, Avraham Weiss, intraprese dei preparativi per provocare un incidente internazionale. Accompagnato da un gruppo di sei uomini con le stesse idee, Weiss partì per la Polonia per dare vita ad uno scontro con le ignare e inermi suore.

Una volta arrivati ad Auschwitz, gli intrusi, indossando uniformi a strisce da detenuti, scavalcarono il cancello, entrando illegalmente, e iniziarono a battere rumorosamente sulle porte e sulle finestre del convento, urlando contro le suore che stavano dentro. I resoconti di quello che accadde subito dopo variano, ma il disegno premeditato di spaventare le suore fu così efficace che un gruppo di preoccupati lavoratori polacchi ritenne opportuno accorrere a difesa delle suore e cacciare gli intrusi buttando loro addosso secchi d’acqua e accompagnandoli fuori del convento.

Due giorni più tardi, Weiss e i suoi accoliti, inscenarono una dimostrazione di fronte alla residenza dell’arcivescovo di Cracovia, attaccando il seguente messaggio sul portone d’ingresso:

“Caro Cardinale Macharski, noi veniamo in pace ma allo stesso tempo non abbiamo paura…Come ebrei orgogliosi annunciamo: smettete di pregare per gli ebrei che vennero uccisi nella Shoah, lasciateli riposare in pace come ebrei.”

Per il vice-cancelliere della curia di Cracovia, padre Jan Dyduch, la dichiarazione delle proprie intenzioni pacifiche – da parte dei protestatari – suonò insincera. Dyduch fece amaramente notare che “la popolazione locale è stata offesa dal comportamento dei manifestanti”, che avevano maltrattato le suore.

In seguito, in quello stesso mese, gruppi di ebrei continuarono a inasprire il problema: 100 ebrei, in rappresentanza dell’Unione degli studenti del Belgio e del Congresso Mondiale Ebraico, sfilarono intorno al perimetro esterno di Auschwitz I, suonando degli shofar[2] come gesto simbolico per evocare il crollo delle mura del convento.

Gli abitanti locali di Oswiecim (Auschwitz) organizzarono una contro-dimostrazione durante la quale diedero sfogo alla loro rabbia per quella che consideravano un’interferenza ebraica negli affari polacchi. I seguenti sono esempi significativi dei tipici commenti espressi dalla cittadinanza locale quando gli eventi ebbero luogo:

“Se voi andaste nel loro paese ed entraste in una sinagoga senza cappello comportandovi nel modo in cui loro si comportano qui, vi ucciderebbero sul posto, senza neppure fare domande.”

“Quella troupe televisiva è probabilmente anch’essa ebrea. Perché non fanno vedere quello che fanno a casa loro? Essi uccidono proprio come Hitler, stanno combattendo una guerra.”

“Le sorelle pregano per tutti coloro che vennero uccisi nel campo dai tedeschi. Anche per i crumiri. Che cosa vogliono questi?”

In realtà, il dibattito riguardante la reazione negativa degli ebrei alle preghiere cristiane ad Auschwitz era sconcertante per i cristiani di tutte le confessioni. Pochi cristiani riuscirono a capire la durezza con cui gli ebrei in generale rispondevano alle preghiere cristiane.

A questo riguardo, le allocuzioni di Giovanni Paolo II, che probabilmente fece più di qualunque altro Papa dei tempi moderni per promuovere il dialogo e migliorare i rapporti con l’ebraismo mondiale, erano letteralmente impregnate di nobili espressioni quali “riconciliazione, perdono reciproco per gli errori passati”, arrivando al punto di definire gli ebrei quali “i nostri fratelli maggiori nella fede”; ma, come lo scrittore Wladyslaw Bartoszewski fa notare,

“…pochi ebrei considerano il cristianesimo come una religione che condivide il loro retaggio”.

A sottolineare le differenze fondamentali tra cristiani ed ebrei fu il rabbino di Londra Jeffrey Cohen, che descrisse il tentativo del Papa di fare paragoni tra la cristianità e il giudaismo come “particolarmente offensivo”. Ad irritare maggiormente Cohen fu la dichiarazione del Papa che una nuova alleanza era stata stabilita tra i cristiani e Dio come frutto del sacrificio redentore di Gesù Cristo, cosa che Cohen considerò – alla luce dell’Olocausto – come “un’oscenità e un insulto di proporzioni massime”.

Forse i più illuminanti di tutti furono i commenti della Madre Superiora del convento carmelitano, suor Teresa che, quando era bambina, aveva rischiato la vita per procurare cibo agli ebrei affamati del ghetto di Varsavia. In un’intervista concessa a Francis Winarz, un ufficiale in pensione dell’aviazione americana di origini polacche, suor Teresa espresse sbalordimento e perplessità per il fatto che gli ebrei avevano reagito così violentemente alla presenza di un convento poiché “le suore hanno offerto preghiere anche per le vittime ebree di Auschwitz.”

Suor Teresa si rammaricò del fatto che gli ebrei stavano creando tali problemi per la Polonia in un’epoca in cui il paese stava cercando di diventare nuovamente democratico. Ella si indignò per le accuse di antisemitismo rivolte ai polacchi e disse che “Israele riceve tre miliardi di dollari dagli Stati Uniti solo perché sta costruendo un paese democratico; tuttavia la stampa quotidiana riporta in dettaglio come gli israeliani maltrattano gli arabi. E’ difficile trovare antisemiti più grossi.”

In conclusione, suor Teresa descrisse il regime comunista postbellico in Polonia come totalmente dominato dagli ebrei, che avevano devastato il paese, chiuso le chiese e tentato di introdurre l’ateismo in Polonia.

Alan Dershowitz, tipicamente, snobbò le osservazioni della suora dipingendola come una “irriducibile antisemita”, che doveva “pregare per la propria anima fanatica”.

Era completamente sfuggito ai cristiani il fatto, semplice ma scoraggiante, che l’ebraismo ortodosso aborre le preghiere offerte a Gesù Cristo, le cui chiese, altari, santi e martiri rappresentano per costoro una rancida idolatria, non più efficace delle preghiere a Zeus, Atena, Baal, Budda, o a qualunque altro essere umano con pretese di divinità.

A parte le obiezioni politiche degli ebrei alla presenza di un convento nel perimetro di Auschwitz, la loro avversione teologica era di fondamentale importanza e un fattore primario nella loro determinazione di sfrattare le suore dall’edificio.

In seguito all’incidente di Weiss, molti commentatori ebrei sfruttarono pienamente l’opportunità di attaccare non solo la Chiesa cattolica ma anche il popolo polacco. Inevitabilmente, e a dispetto delle schiaccianti prove contrarie, il verdetto prevalente dei media fu prevedibile: l’espulsione di Weiss e dei suoi accoliti costituiva un atto di “antisemitismo”.

I giornali polacchi esaminarono l’incidente da un’angolazione differente e descrissero gli ebrei di New York responsabili dell’irruzione nel convento come “aggressori”, colpevoli di avere inscenato una “provocazione organizzata” portando cartelli e gridando alle suore di sgombrare il convento immediatamente.

Peter Simple, un giornalista che scrive per il Daily Telegraph, si unì al coro di quelli che criticavano Weiss e opinò:

“Alcune delle espressioni di questi attivisti ebrei sono terrificanti nel loro fanatismo e nella loro facinorosa sete di vendetta. Le proteste contro le suore continueranno fino a quando queste saranno scacciate, dice Eli Steinberg, del Congresso Mondiale Ebraico di New York…questi fanatici ebrei, nel loro estremismo, sembrano quasi essere riusciti a persuadere sé stessi che gli ebrei furono il solo popolo che venne massacrato nella seconda guerra mondiale.”

Il cardinale Franciszek Macharski, arcivescovo di Cracovia, si trovava in evidente accordo con la valutazione suddetta, e rilasciò una dichiarazione in cui descrisse gli eventi relativi alla controversia montante come “una violenta campagna di accuse e diffamazioni, e un’aggressione – non solo verbale – offensiva, che risuonava fino ad Auschwitz…”

Macharski attribuì la responsabilità specifica per lo scontro in atto a “certi circoli ebraici occidentali” – un’ovvia allusione ad organizzazioni ebraiche quali l’Anti-Defamation League [Lega anti-diffamazione] of B’nai B’rith, il Centro Simon Wiesenthal e l’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico.

Le forze ebraiche contrattaccarono definendo il convento come una sgradita “intrusione” in quello che esse consideravano un luogo strettamente ebraico, poiché “la maggioranza delle vittime del campo erano ebree e Auschwitz è il luogo più simbolico dell’Olocausto nazista, in cui vennero uccisi sei milioni di ebrei.”

La controversia raggiunse il suo amaro culmine quando il cardinale Jozef Glemp, il primate cattolico della Polonia, parlò dell’irruzione illegale [nel convento] come di “un’offesa a tutti i polacchi e una minaccia alla sovranità polacca.”

Il primo ministro d’Israele, Yitzhak Shamir, rispose alla dichiarazione del cardinale Glemp rimarcando rozzamente che i polacchi “succhiano l’antisemitismo nel latte della madre.”

In un’omelia altamente controversa tenuta il 26 Agosto del 1989, nel monastero Jasna Góra a Czêstochowa, il cardinale Glemp accusò gli ebrei di complicità nell’indurre i contadini polacchi a bere, di diffondere il comunismo e di collaborazionismo con i nazisti. Gli animi ebraici si infiammarono quando egli lamentò il controllo ebraico sui media finalizzato a fomentare sentimenti anti-polacchi.

Riferendosi in particolare agli avvenimenti che avevano scatenato il furore internazionale, il cardinale Glemp asserì:

"Di recente, un gruppo di sette ebrei provenienti da New York ha attaccato il convento di Auschwitz. E’ vero che le suore non sono state uccise e che il convento non è stato distrutto (perché costoro sono stati tenuti a freno) – ma non consideriamoli degli eroi…Distinguiamo tra Oswiecim-Auschwitz, dove morirono soprattutto polacchi e persone di altre nazioni, e Brzezinska-Birkenau – distante pochi chilometri – dove la maggior parte delle vittime furono ebree. Distinguiamo poi tra il piano secolare e quello teologico. Lasciamo che la nuova dottrina sulla presenza o sull’assenza di Dio al posto del sacrificio venga spiegata e resa chiara a tutti quelli che credono in Dio, e non facciamola diventare uno strumento politico nelle mani delle persone, in particolare dei non credenti.”

Le legittime preoccupazioni del cardinale per l’incolumità delle suore alla mercè di assalitori sconosciuti e imprevedibili erano pienamente giustificate, come pure la preoccupazione dei soccorritori di prevenire ogni possibile scoppio di violenza o imprevedibili atti di vandalismo contro il convento. Sebbene i dimostranti dissero in seguito che le loro intenzioni erano state interamente pacifiche, era impossibile per i soccorritori indovinare tali intenzioni.

I critici insoddisfatti, pieni di risentimento, accusarono il cardinale di complottare per restaurare il primato della Chiesa cattolica in Polonia e trovarono da ridire sulla sua opposizione contro l’accordo di Ginevra firmato nel 1986 e nel 1987 dagli ebrei e da membri del clero cattolico, e riguardante il trasferimento del convento carmelitano. Questi critici lamentarono, in modo decisamente ingiustificato, che il convento violava la dichiarazione delle Nazioni Unite che definiva Auschwitz un “monumento internazionale del martirio”, senza rispondere pertanto alla domanda: i morti non ebrei di Auschwitz sono meno titolati degli ebrei nel meritare lo status di martiri?

Mentre queste questioni venivano dibattute dalla stampa internazionale, Avraham Weiss fece causa al cardinale presso un tribunale polacco, ma la corte stabilì che Glemp aveva tutto il diritto di parlare a difesa delle suore, i cui diritti erano stati violati dal raid illegale del rabbino. Scontento del verdetto, Weiss intentò un’altra causa per diffamazione a New York dopo essersi consultato con il controverso avvocato Alan Dershowitz, in un tentativo di “accertare quali mosse legali potessero essere intraprese contro Glemp per le sue affermazioni.” I cattolici videro nella risposta di Weiss una provocazione premeditata volta a perseguitare il prelato. Dershowitz, d’altro canto, accusò il tribunale polacco di aver emesso “una sentenza molto unilaterale”, e di aver applicato in favore del cardinale un doppio metro di giudizio.

Quando il cardinale visitò in seguito gli Stati Uniti, Weiss tentò ripetutamente di citarlo in giudizio, ma alla fine non riuscì a convincere la corte che gli ufficiali giudiziari avevano agito correttamente.

Il processo venne tenuto dal giudice Patterson, che concluse - dopo un’udienza durata un’intera giornata in un tribunale di Manhattan - che i due ufficiali giudiziari del rabbino Weiss – Aline Frisch e Renee Lewis – avevano deliberatamente reso false dichiarazioni alla corte. Anche Alan Dershowitz si prese un duro rimprovero dal giudice, che fece notare le contraddizioni delle sue dichiarazioni alla corte e quelle dei commenti pubblicati nella sua autobiografia, “Chutzpah”.

In un sorprendente atto di Chutzpah [faccia tosta], Dershowitz borbottò la minaccia che il cardinale sarebbe stato citato in giudizio se e quando fosse ritornato negli Stati Uniti, a meno che non facesse le proprie scuse a Weiss per averlo molestato.

Nel corso di un’intervista tenuta ad Albany, New York, il rabbino Weiss, a quanto pare agendo d’accordo con il suo legale, accusò irresponsabilmente il Vaticano di volere l’erezione del convento di Auschwitz come parte di un “programma nascosto” volto a “cristianizzare” l’Olocausto, mentre Dershowitz gli faceva eco definendo il cardinale un “fanatico”.

David Scott, un giornalista che scriveva per il settimanale cattolico Our Sunday Visitor [L’ospite della nostra Domenica] capì rapidamente il contrasto tra i cristiani e gli ebrei riguardo al cardinale Glemp, scrivendo:

“Il vescovo Hubbard di Albany, come altri leader ecclesiastici americani, ha dato il benvenuto al cardinale Glemp accogliendolo come il leader coraggioso dell’opposizione del suo paese al “comunismo senza dio” e del trionfo polacco sulla “tirannia e l’oppressione”.

Per contrasto, Scott attirò l’attenzione sul fatto che “Seymour Reich rassegnò le dimissioni da capo del Comitato Ebraico Internazionale [International Jewish Committee] per le relazioni interreligiose a causa di questi contrasti. Egli disse che i leader ebrei non si sarebbero dovuti incontrare con il cardinale fino a quando il prelato non avesse ritrattato le proprie offese antisemite e avesse chiesto scusa.

Dopo lunghe sedute di “dialogo” con ebrei e prelati cattolici, il cardinale Glemp cedette alle pressioni e venne indotto a rilasciare una dichiarazione contraria alla sua stessa scienza ed esperienza. Un comunicato ufficiale frutto di queste riunioni rivelò tranquillamente che i commenti del cardinale “erano basati per molti aspetti su informazioni erronee”. Curiosamente, non venne mai fornita nessuna ulteriore informazione, a parte un riferimento piuttosto ambiguo all’annuario ebraico americano del 1991, secondo cui il cardinale “può essere stato influenzato dal coinvolgimento di un uomo d’affari tedesco occidentale, Zygmund Nissenbaum, che si incontrò con Glemp alla metà di Settembre e che, presuntamente, si offrì di aiutare a pagare il trasferimento del convento.”

Glemp venne successivamente richiamato in Vaticano e ricevette istruzioni per trasferire il convento fuori dei confini di Auschwitz. Roma locuta, causa finita. Roma aveva parlato, fine della discussione. Il blitz dei media aveva avuto successo.

L’umiliazione e le concessioni sotto pressione fatte dal cardinale Glemp alleviarono solo temporaneamente la tensione nelle relazioni tra ebrei, polacchi e cattolici e la controversia di Auschwitz scoppiò nuovamente nel 1995, quando un gruppo di boyscout polacchi piantarono innocentemente una croce sul terreno di Auschwitz I. Ancora una volta, i soliti gruppi ebraici balzarono in prima linea, lanciando alte grida dalle colonne della stampa mondiale.

Apparve un articolo sulla National Review che arrivò ad affermare:

“…L’opinione ebraica vede Auschwitz in tutta la sua terribile ambiguità, come un luogo precipuamente ebraico, dove una presenza cattolica sarebbe stridente come una yeshiva[3] nel santuario di Nostra Signora di Czestochowa.”

Il tentativo di forzare un paragone tra Auschwitz e il Santuario di Czestochowa era improprio, irriverente e irrilevante, per la semplice ragione che il Santuario non ha mai funto da campo di concentramento. Né la mal concepita analogia prendeva in considerazione i tre milioni di polacchi che si ritiene morirono durante la seconda guerra mondiale, né quelle persone di nazionalità polacca che soccombettero ad Auschwitz.

Descrivendo gli ebrei come i “martiri principali” di Auschwitz la National Review e pubblicazioni analoghe aprirono un vaso di Pandora di errori statistici che erano stati in precedenza rilevati dai revisionisti e implicitamente riconosciuti dal curatore del museo di Auschwitz Jerry Wrobleski, il quale, nel 1992, abbassò ufficialmente il tasso di mortalità di Auschwitz da quattro milioni [di morti] a “circa” un milione e mezzo.

Le cifre rivedute dei morti sarebbero state scritte in 18 lingue e installate vicino al monumento principale di Auschwitz-Birkenau. La nuova iscrizione recitava:

“Questo luogo rimanga per l’eternità come un grido di disperazione, e come un monito all’umanità. Circa un milione e mezzo di uomini, donne, bambini, e neonati, principalmente ebrei da differenti paesi d’Europa, vennero uccisi qui. Il mondo stava in silenzio. Auschwitz-Birkenau, 1945.”

Secondo un articolo pubblicato dal Centro Wiesenthal,

“Questo nuovo testo sostituirà la vecchia targa, che recitava: “Questo è il luogo del martirio e della morte di quattro milioni di vittime uccise dal genocidio nazista, 1940-1945.””

La singolare esegesi del Centro Wiesenthal rispetto a questa drastica riduzione del totale delle vittime fu alquanto deludente. “In realtà”, essi asserirono, “la cifra dei “4 milioni” fu opera delle autorità comuniste postbelliche che cercarono di attenuare l’unicità dell’esperienza ebraica durante l’Olocausto.”

Sfortunatamente, il Centro omise di identificare queste presunte autorità comuniste per nome. Né fornì una spiegazione ragionevole del perché tali autorità avrebbero dovuto cercare di attenuare l’unicità dell’Olocausto ebraico. E’ assai significativo il fatto che il Centro non riuscì a fornire prove convincenti per confutare la deduzione che le perdite ebraiche erano sempre state incluse nella cifra dei quattro milioni, le cui origini possono essere rintracciate meticolosamente nelle fonti contemporanee durante la guerra, piuttosto che dopo.

Inoltre, i dati storici relativi al numero totale dei morti ad Auschwitz non sono mai stati coerenti e gli storici non sono riusciti a mettersi d’accordo su una cifra definitiva. In pratica, la controversia rimane irrisolta ed è prevedibile che il numero totale delle vittime diminuisca alla luce di nuove ricerche.

Mentre la campagna orchestrata per aggredire la Chiesa cattolica prendeva slancio, diversi giornalisti ebrei decisamente perturbatori si aggregarono agli assalitori cercando di fomentare il disprezzo contro la Chiesa paragonando l’immagine della croce cristiana con la svastica nazista. Ma nel 1995, Leon Wieseltier, uno scrittore del New York Times, giudicò che “l’ombra della croce ad Auschwitz era, con tutto il rispetto, ripugnante” e dichiarò irresponsabilmente che “l’Olocausto venne perpetrato da cristiani che si definivano cristiani”.

Tuttavia, durante e prima dello scoppio della guerra in Europa nel 1939, i propagandisti ebrei avevano dipinto la svastica come un crocifisso sul quale Gesù Cristo era stato appeso per ottenere il sostegno dei cristiani.

Tempora mutantur, nos et mutantamur in illis.

Perciò, le organizzazioni ebraiche stavano mandando un messaggio subliminale ai sopravvissuti non ebrei, e alle loro famiglie, consistente nel fatto che le vite dei loro cari erano di minor valore delle vite degli ebrei: negando così la loro stessa umanità. In pratica, alle vittime non ebree del nazionalsocialismo veniva detto non di “salire sui posti in fondo del bus”, ma di uscirne totalmente. Rigettando le vittime non ebree di Auschwitz, i sostenitori dell’esclusivismo ebraico stavano in realtà dicendo che,

“Non ci importa quale altro bus prenderete, o dove lo prenderete, ma una cosa è certa: voi non prenderete questo bus, che è stato riservato ai soli ebrei.”

Come se volesse sottolineare questo punto, il rabbino Martin Hier del Centro Simon Wiesenthal volò a Roma per fare pressioni sul Vaticano affinché si sottomettesse alle richieste ebraiche, dicendo loro:

“Ad Auschwitz la Chiesa sta rivendicando il proprio diritto esclusivo su un simbolo che non le appartiene. Ci sono altri campi da rivendicare per Cristo, ma questo non è uno di quelli…”

Jack Reich, un sedicente sopravvissuto di Auschwitz, calunniò pubblicamente la Chiesa cattolica quando disse:

Non c’erano vescovi o suore a pregare con le loro croci per i miei cari quando venivano umiliati, affamati e uccisi. Questa non è nient’altro che una dissacrazione di quello che è stato soprattutto un massacro di ebrei.”

Lo storico inglese “ufficiale” dell’Olocausto Martin Gilbert fece eco a queste affermazioni dicendo che “quello che la Chiesa cattolica sta facendo è scandaloso e grottesco.”

Nel suo periodico illustrato, Response, il Centro Wiesenthal giudicò che “la chiesa ubicata sul terreno dell’ex campo di sterminio di Birkenau è offensiva per gli ebrei.”

Senza usare mezzi termini, il rabbino Hier, decano del Centro, si lamentò:

“Innalzare una croce torreggiante sopra le famiglie delle vittime che vengono in pellegrinaggio in questo luogo è una provocazione gratuita. La chiesa di Birkenau è anche più offensiva del convento di Auschwitz perché Birkenau è il più grande cimitero ebraico del mondo.”[4]

Gli ingiustificabili tentativi messi all’opera dalle organizzazioni ebraiche per equiparare o correlare la persecuzione razziale degli ebrei da parte dei nazisti con il presunto “antisemitismo” della Chiesa cattolica e della cristianità in generale non è solo ingiustificabile, insincero e intellettualmente disonesto, ma tradisce anche un’ignoranza abissale della teologia cristiana e di duemila anni di interrelazione ebraico-cristiana storicamente documentata.

Sfortunatamente, la controversia sulla croce ri-esplose nel 1998, quando i sopravvissuti del campo polacco, insieme alle loro famiglie e a vari nazionalisti polacchi, si unirono temporaneamente sotto la leadership di Kzimierz Switon. Sfidando apertamente la messa al bando delle croci, essi ne piantarono duecento sul terreno di Auschwitz I tra lo sbalordimento del mondo intero. Switon e i suoi sostenitori annunciarono la loro intenzione di non lasciare il campo fino a quando dei rappresentanti della Chiesa cattolica non avessero fornito loro una garanzia scritta che le croci non sarebbero state rimosse.

Le vigili organizzazioni ebraiche, capeggiate da elite come quella costituita dal Centro Simon Wiesenthal, intervennero immediatamente, orchestrando una serie di rumorose proteste pubbliche e private, attentamente inscenate, che denunciavano il “sacrilegio”, mentre l’irrefrenabile rabbino Weiss salmodiava in stile vampiresco che “gli ebrei non avrebbero negoziato all’ombra della croce.”

Alla fine il gruppo di Switon non riuscì a raggiungere il suo obbiettivo e, quando le croci vennero rimosse, manifestò la propria delusione per quello che venne percepito come il tradimento della Chiesa del popolo polacco.

Questi nazionalisti polacchi erano dolorosamente consapevoli del fatto che durante l’occupazione sovietica della Polonia durante la seconda guerra mondiale, oltre un milione e mezzo di polacchi etnici vennero deportati in Unione Sovietica, tra cui oltre 250.000 bambini di età inferiore ai 14 anni. Del suddetto milione e mezzo, oltre mezzo milione venne inviato nelle galere e nei campi di concentramento, da cui la maggior parte non ritornarono più, e la stragrande maggioranza di queste vittime erano cattolici. A inasprire questa questione c’era il fatto che un numero significativo di ebrei avevano attivamente collaborato con i sovietici nella loro oppressione della popolazione polacca.

Questo fatto venne in seguito riconosciuto e confermato da due storici ebrei, che osservarono che “i giovani ebrei e il proletariato esercitarono un ruolo importante nell’apparato repressivo, e attuarono la “lotta di classe” direttamente in primo luogo contro i polacchi con “intransigenza rivoluzionaria.”

Un testimone ebreo di questi tragici eventi osservò in seguito,

“Il benvenuto esteso ai bolscevichi era soprattutto una dimostrazione di identità separata, di essere diversi da quelli contro cui i sovietici stavano combattendo una guerra – dai polacchi – un rifiuto a essere identificati con lo stato polacco. Non dobbiamo pretendere di non capire tutto ciò, o non riusciremo ad ammettere che questo fu il risultato della nostra politica.”

Sviluppando questo punto di vista, Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Stefan Batory, ha affermato che,

“In nessun altro paese europeo durante la guerra ci fu un conflitto di interessi e di idee così drammatico tra gli ebrei e la nazione in cui vivevano, come durante l’occupazione sovietica degli anni 1939-1941. Altrove gli ebrei avevano interessi divergenti rispetto a una parte della società che li circondava, ma in un quadro di solidarietà complessiva e di relazione con il resto della società. Nella Polonia orientale, tuttavia, furono gli ebrei a essere percepiti come collaborazionisti.”

Perciò, le legittime preoccupazioni del popolo polacco vennero assolutamente ignorate dai gruppi ebraici critici verso i polacchi e la Chiesa cattolica, come pure dagli stessi rappresentanti del Vaticano.

Vantandosi del ruolo eccezionale avuto dalla propria organizzazione nell’aver provocato l’escalation della controversia di Auschwitz, il Centro Wiesenthal proclamò,

“Durante i due decenni passati, il Centro è stato in prima linea nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocausto – un movimento guidato da antisemiti professionisti e da pseudo-intellettuali. Ma cosa accade quando degli estremisti, inclusi i membri di un’istituzione importante – in questo caso la Chiesa cattolica polacca – decidono di monopolizzare la memoria e di riscrivere la storia per seguire i propri programmi teologici e nazionalisti? La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1992 che designava il sito di Auschwitz-Birkenau come “integro”, non significa nulla per quelli che cercano di assumere il controllo postumo del più grande cimitero ebraico del mondo…”

Non solo il Centro Wiesenthal insinuava irresponsabilmente un’affinità esistenziale tra la Chiesa cattolica e i “negazionisti dell’Olocausto”, ma le sue accuse sarcastiche costituirono un atto di incredibile, egoista elitarismo alla luce del fatto che, riguardo ad Auschwitz, nessun altro gruppo, nazione, o organizzazione ha mai cercato di “monopolizzare la memoria e riscrivere la storia” o di “assumere il controllo postumo” in modo più risoluto di quelle agenzie ebraiche impegnate così attivamente nel mantenere e salvaguardare gelosamente il loro predominio su Auschwitz. Anche concedendo il fatto che ad Auschwitz morirono più ebrei che non ebrei tutto ciò non sminuisce in alcun modo il diritto delle vittime non ebree di rivendicare uno status uguale a quello degli ebrei. E’ palesemente ingiusto che un gruppo di vittime si arroghi un privilegio esclusivo nei riguardi di un campo di concentramento dove ebrei e non ebrei morirono allo stesso modo in gran numero. Nella morte tutti gli uomini sono uguali. Inoltre, persino a Birkenau, gli ebrei hanno il dovere di condividere le loro memorie con gli zingari, che vennero parimenti seppelliti in quel sottocampo. Come gli analisti polacchi hanno fatto rapidamente notare, se è un diritto di esclusiva quello che le organizzazioni ebraiche stanno chiedendo, i loro sforzi sarebbero meglio diretti se venissero concentrati su Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, poiché sono questi ad essere noti come campi esclusivamente “ebraici”.

Similmente, le lamentele ebraiche secondo cui i polacchi e la Chiesa cattolica furono in qualche modo manchevoli nel loro avvertito dovere di salvarli [gli ebrei] durante la guerra non possono essere sostenute o convalidate né da un punto di vista storico né da un punto di vista morale, perché i cattolici polacchi morirono in numero uguale o superiore a quello dei cittadini ebrei che vivevano in Polonia in quel tempo. Sia che le vittime venissero gasate o fatte morire di fame, fucilate o fatte lavorare fino a provocarne la morte, il risultato finale rimane lo stesso. Considerando tutti i fatti conosciuti, non è quindi ragionevole sollevare interrogativi pertinenti al silenzio dei leader ebrei all’epoca dei fatti?

E’ irragionevole chiedere perché influenti leader ebrei non accorsero in aiuto dei cattolici polacchi o almeno non pubblicizzarono, protestarono o attirarono l’attenzione sui maltrattamenti subiti da questi ultimi per mano dei comunisti? Inoltre, il primo dovere del Papa non è quello di prendersi cura dei bisogni spirituali e temporali del proprio gregge.

Presi tra due fuochi, i polacchi soffrirono sia ad opera dei nazisti che dei sovietici, e il loro stato di servitù sotto la tirannia durò per decenni dopo la guerra. Similmente, la Chiesa non ha né colpa né responsabilità per la persecuzione nazista degli ebrei, poiché i due Papi dell’epoca, Pio XI e Pio XII, condannarono le misure antiebraiche prese dai nazisti in numerose occasioni. Come lo scrittore – ed ex console – Pinchas E. Lapide osserva, la Chiesa cattolica riuscì a salvare più ebrei durante tutta la guerra di ogni altra organizzazione, incluse le organizzazioni ebraiche. Non ci sono assolutamente giustificazioni di sorta per le critiche ebraiche riguardo al ruolo presuntamente inattivo avuto dal Vaticano o da Papa Pio XII durante la guerra. A parte marciare su Berlino alla testa delle proprie guardie svizzere e arrestare il più potente dittatore del mondo, i critici ebrei non realistici non hanno mai spiegato in modo soddisfacente cosa si aspettavano che il Papa facesse, considerando i margini limitati di manovra che aveva. Inoltre, il Vaticano non poteva impedire l’arresto di Maximilian Kolbe né la deportazione di Edith Stein. Né gli stessi polacchi né alcuno dei pontefici e dei vescovi della Cristianità si trovavano in una posizione tale da poter liberare i paesi occupati dal potere draconiano di Hitler e Stalin. Alla luce del fatto che il Papa non poteva salvare i suoi stessi correligionari, come possono i critici ebrei aspettarsi che fosse in suo potere salvare gli ebrei d’Europa dalle grinfie della Gestapo?

Nei cinquant’anni trascorsi, i Papi in successione hanno, nei termini più accorati, ripetutamente diretto l’attenzione del mondo sul fatto che dieci milioni di nascituri sono stati uccisi come risultato dell’aborto legalizzato, facendo appello ai governi per abrogare le leggi in questione, e tuttavia nessuna nazione ha risposto ai moniti papali in termini positivi. Senza considerare le opinioni espresse col senno di poi dai soliti critici, un annuncio pubblico del Papa Pio XII rispetto alla persecuzione della Germania nazista degli ebrei si sarebbe risolta in un nulla di fatto.

Perciò, i rumorosi e irritanti attivisti ebrei che rivendicano il diritto esclusivo sull’intero complesso di Auschwitz non agiscono solo in senso simbolico ma anche letterale. Sfrattando e allontanando tutti gli ex detenuti non ebrei dai luoghi in questione e cancellando la loro memoria, le organizzazioni ebraiche, a prescindere dalle loro intenzioni, relegano tutti gli altri morti nella spazzatura della storia. Per gli imbonitori dell’industria dell’Olocausto, le sofferenze patite dalle vittime non ebree di Auschwitz diventano solo una nota a piè di pagina di minore importanza.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrbelling/nrbelcross.html
[2] Nota del traduttore: lo shofar è un piccolo corno di montone utilizzato come strumento musicale. Viene utilizzato durante alcune funzioni religiose ebraiche, in particolare durante lo Yom Kippur.
[3] Nota del traduttore: la yeshiva è una scuola per lo studio della Torah.
[4] Nota del traduttore: in realtà alla fine del 2005 la chiesa di Birkenau era ancora al suo posto, come dimostra una delle foto consultabili all’indirizzo seguente: http://www.scrapbookpages.com/Poland/Crosses/Crosses.html

mercoledì 27 febbraio 2008

Antonio Caracciolo: il binario morto


Vorrei esporre brevemente i motivi che mi hanno indotto, nelle scorse settimane, a lasciare il blog "Civium Libertas" e a scrivere un blog tutto mio. I motivi del mio abbandono sono essenzialmente due: il fatto che la mia collaborazione al blog era ormai indigesta al proprietario Antonio Caracciolo, e il fatto che il medesimo proprietario avesse aderito ad una manifestazione del partito radicale (una manifestazione, per giunta, di chiaro stampo anticlericale, con tanto di cartelli anti-Vaticano sotto la statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori a Roma).


Per quanto riguarda il primo punto è venuto fuori, dopo mesi di collaborazione, che a Caracciolo il revisionismo storico sta alquanto sullo stomaco. Viene quindi da porsi qualche domanda: se le cose stanno così perchè Caracciolo ha accettato la mia collaborazione, sapendo benissimo che avrei parlato diffusamente di questo argomento? Perchè Caracciolo si è preso l'impegno (abbandonato ormai da mesi) di tradurre un libro del revisionista Jürgen Graf? Perchè, soprattutto, Caracciolo si è inserito mani e piedi, l'anno scorso, nel dibattito susseguente alla mancata conferenza del professor Faurisson a Teramo, dibattito scaturito proprio dalla necessità di far conoscere al pubblico quello che i revisionisti dicono davvero, al di là delle immancabili deformazioni giornalistiche?


Per quanto riguarda la comunella con i radicali, penso che Caracciolo abbia mandato un messaggio gravemente fuorviante ai lettori del suo blog, che sono in maggioranza - presumo - simpatizzanti della causa palestinese. Come si può scrivere per mesi, come ha fatto Caracciolo, in favore di Gaza e poi farsi fotografare insieme a personaggi che considerano da sempre il popolo palestinese come formato indistintamente da terroristi? E poi, Caracciolo scrive da mesi contro l'agenzia "Informazione Corretta" lamentando il fatto che il suo responsabile Angelo Pezzana riceve immeritatamente una lauta pensione da parlamentare e poi va a braccetto con chi quella pensione gliel'ha fatta avere? E tutto ciò naturalmente in nome del comune astio verso la Chiesa cattolica! Caracciolo mi ha tacciato di clericalismo, termine che considero tutt'altro che offensivo, soprattutto se proveniente da un anticlericale fanatico come lui, ma non è questo il punto: il punto è l'azione in atto, anche in Italia, contro la libertà di parola e di ricerca storica, un'azione promossa innanzitutto da una forza potente come la Israel lobby nostrana. Ebbene, in questo contesto così preoccupante Caracciolo rivolge i suoi strali proprio contro la Chiesa, contro quindi una delle poche realtà che, guarda caso, difendono proprio - e a livello internazionale - la libertà di parola e di ricerca storica. Politicamente questo sarebbe un vero autogol, se Caracciolo fosse sincero ma lo è, sincero? Mi sono posto più volte la domanda nelle scorse settimane e ho concluso che non lo è. Anche su questo c'è bisogno di un chiarimento: come si sa il movimento d'opinione scaturito l'anno scorso dai fatti Teramo è stato funestato fin dall'inizio dallo scontro tra Claudio Moffa (il professore che aveva invitato Faurisson a Teramo) e il detto Caracciolo. Ho sperato per mesi che la frattura si ricomponesse ma mi sono infine reso conto che la frattura non era ricomponibile. Mi è venuto quindi spontaneo ripensare a dei comportamenti che già l'anno scorso non mi avevano convinto ma che avevo messo tra parentesi sperando appunto in una impossibile riconciliazione. Uno di questi comportamenti è stato quello della lettera aperta, redatta anche con la mia collaborazione e spedita la scorsa estate, diretta al professor Brunello Mantelli (l'antinegazionista fanatico autore dell'appello contro Faurisson) e firmata da un sedicente "Comitato contro la Repressione della Libertà di Parola e di Pensiero" (il testo della lettera è disponibile qui: http://www.israelshamir.net/Italian/It8.htm ). In realtà il costituendo comitato all'epoca era stato promosso proprio dal professor Moffa, e venne presieduto per qualche tempo dal magistrato Francesco Mario Agnoli. Ebbene, la detta lettera venne redatta da Daniele Scalea (su imput di Caracciolo e utilizzando la sua mailing list) lasciandone totalmente all'oscuro proprio Moffa e Agnoli. Perchè questo comportamento? Ho posto più volte la domanda a Scalea senza mai ricevere risposta.


Ma c'è di più: più volte giunse l'anno scorso l'invito a Caracciolo, da parte di membri della sua mailing list - nella quale, va ricordato, all'inizio figuravano anche numerosi corrispondenti di Moffa - a utilizzare lo strumento della lista per indire degli incontri pubblici, proprio per dar vita al famoso comitato. Ebbene, Caracciolo ha sempre scoraggiato i tentativi di formalizzazione del comitato, dicendo che non c'era bisogno di tenere nessuna riunione. Tutto doveva essere affidato alla realtà virtuale (e a quella dei propri comodi, come si è visto).


Adesso, dopo mesi di comportamenti di questo tipo, qualcuno ventila il sospetto che Caracciolo sia un infiltrato. Non so se lo sia davvero ma una cosa è certa: un infiltrato non avrebbe fatto più danni di quanti ne ha fatti Caracciolo. Egli infatti si è inserito in un'iniziativa che non era partita da lui e l'ha condotta su un binario morto. Tralascio poi le polemiche non solo sterili, ma decisamente dannose intraprese da Caracciolo nel corso di questi ultimi mesi contro le iniziative di Moffa, iniziative innegabilmente di prestigio, se esaminate in modo non fazioso.


Un'ultima cosa: perché anche Daniele Scalea si è messo fin dall'inizio di traverso nei confronti del comitato? Che legame c'è tra lui e Caracciolo? Penso che a questo punto un chiarimento potrebbe e dovrebbe darlo il prof. Claudio Mutti, visto che Scalea è un redattore della sua rivista.

martedì 26 febbraio 2008

Atrocità degli Alleati III


POLONIA 1939: TEDESCHI MASSACRATI

Il rapporto di tre giudici (Hans Boetticher, Georg Hurtig e Horst Reger) del tribunale militare di Praga – datato 29 Settembre 1939 – descrive il loro operato nella provincia di Posen tra il 18 e il 28 Settembre:

“Le deposizioni dei testimoni non furono limitate ai tedeschi etnici ma riguardarono anche i polacchi. I soldati polacchi, specialmente della fanteria, furono decisamente coinvolti negli omicidi. Nella maggioranza dei casi le vittime vennero prima arrestate con qualche pretesto…soprattutto dopo gli attacchi aerei tedeschi. Le motivazioni per gli arresti, nei casi in cui vennero fornite, sono le seguenti: presunto possesso di armi, munizioni, e trasmettitori segreti; aver lanciato segnali luminosi agli aerei tedeschi; spionaggio; e aver fornito rifugio alle spie. Ma in molti casi fu sufficiente per l’arresto il fatto che la vittima aveva risposto in modo affermativo alla domanda se era tedesca e di fede luterana. Da tutta la provincia di Posen i tedeschi etnici, che erano stati evidentemente arrestati in base a una lista speciale, vennero condotti in direzione di Kutno. Durante la marcia vennero compiute continue violenze da parte dei militari…soprattutto contro coloro che non potevano marciare abbastanza velocemente, a causa della debolezza, dell’età avanzata o delle malattie.

Oltre alle vittime di queste deportazioni vi furono uccisioni di tedeschi etnici in altre zone della provincia, specialmente nei distretti orientali e meridionali, dove vennero compiuti degli omicidi straordinariamente brutali. Vennero liquidate intere famiglie. Gli uomini non sempre venivano semplicemente fucilati bensì spesso massacrati con ogni sorta di strumenti davanti agli occhi dei loro parenti, i quali erano stati anch’essi avvisati della loro prossima morte. Molti dei cadaveri vennero ritrovati con gravi mutilazioni. A Tarlova, vicino Kolo, i soldati polacchi diedero la caccia con i mitragliatori a un gran numero di tedeschi. I testimoni riferirono di 130 cadaveri sparsi sul terreno come lepri dopo la caccia.

Venne accertato in tre casi che l’esercito polacco non trattò i membri della Lutwaffe che erano balzati fuori dai loro aerei abbattuti come prigionieri di guerra ma li fucilò sul posto. Finora sono stati interrogati solo alcuni dei testimoni, perché molti di essi - che hanno vissuto esperienze particolarmente macabre – sono così scossi che non è stato ritenuto opportuno interrogarli.

(Alfred De Zayas, The Wehrmacht War Crimen Bureau, 1939-1945, University of Nebraska Press, Lincoln and London, 1989, pp. 133-134).

lunedì 25 febbraio 2008

Churchill e gli ebrei


IL GIUDIZIO DI WINSTON CHURCHILL SUL RUOLO DEGLI EBREI NELLA RIVOLUZIONE RUSSA[1]

Tratto dall’articolo Sionismo contro Bolscevismo, pubblicato l’8 Febbraio 1920 sull’Illustrated Sunday Herald

In quest’epoca fatale vi sono tre concezioni politiche principali tra gli ebrei, due delle quali sono di grande aiuto e speranza per l’umanità, mentre la terza è assolutamente distruttiva.

Per primi vengono gli ebrei che, vivendo in ogni nazione del pianeta, si identificano con la propria nazione, partecipano alla sua vita pubblica e, professando fedelmente la propria religione, si considerano pienamente cittadini dello Stato che li ha accolti. Un ebreo di questo tipo, che vive in Inghilterra, direbbe: “Sono un cittadino inglese che pratica la fede ebraica.” Questo è un pensiero degno di lode, e vantaggioso al massimo grado. Noi in Gran Bretagna sappiamo bene che, durante la grande guerra, in molti paesi, l’influenza di quelli che possono essere definiti “ebrei nazionali” venne esercitata in modo preponderante a fianco degli Alleati; e nel nostro esercito i soldati ebrei hanno avuto un ruolo di rilievo, taluni raggiungendo posti di comando, altri meritando la Croce della Vittoria per il proprio valore.

Gli ebrei russi nazionali, a dispetto delle discriminazioni da loro sofferte, sono riusciti a esercitare un ruolo onorevole ed efficace nella vita nazionale, persino in Russia. Come banchieri e industriali hanno promosso strenuamente lo sviluppo dell’economia russa, e sono stati i primi a realizzare queste organizzazioni straordinarie, le cooperative russe. In politica, il loro sostegno è andato, per la maggior parte, ai movimenti liberali e progressisti, e sono stati tra i sostenitori più fedeli dell’alleanza con la Francia e la Gran Bretagna.

In opposizione violenta a tutto ciò si pongono i programmi degli ebrei internazionali. Gli aderenti di questa sinistra confederazione provengono in maggioranza dalle infelici popolazioni dei paesi dove gli ebrei vengono perseguitati per la loro razza. La maggior parte di loro, se non tutti, hanno abbandonato la fede dei loro padri, e ripudiato tutte le speranze spirituali nel mondo venturo. Questo movimento, tra gli ebrei, non è nuovo. Dai giorni di Spartacus-Weishaupt a quelli di Karl Marx, fino a Trotsky (Russia), Bela Kun (Ungheria), Rosa Luxembourg (Germania) ed Emma Goldman (Stati Uniti), questa cospirazione internazionale per la sovversione della civiltà e per la ricostituzione di una società basata su uno sviluppo bloccato, improntata a un’ invidiosa malvagità e a un’impossibile uguaglianza, è in continua crescita. Essa ha esercitato un ruolo riconoscibile, come è stato mostrato in modo così abile da una moderna scrittrice, la signora Webster, nella tragedia della rivoluzione francese. E’ stata la molla di ogni movimento sovversivo durante il diciannovesimo secolo; ed ora, infine, questa banda di personalità straordinarie [provenienti] dalla malavita delle grandi città d’Europa e d’America hanno afferrato il popolo russo per i capelli e sono diventati praticamente i maestri indiscussi di quell’enorme impero.

Non c’è bisogno di esagerare il fatto che il ruolo esercitato nella creazione del bolscevismo e nello scoppio effettivo della rivoluzione russa, da parte di questi ebrei internazionali e - per la maggior parte - anche atei, è certamente molto grande; probabilmente supera ogni altra componente. Con la notevole eccezione di Lenin, la maggioranza delle figure dominanti sono ebree. Inoltre, l’ispirazione principale e la forza di comando viene dai capi ebrei. Così Tchitcherin, un puro russo, è stato eclissato dal suo - in teoria - subordinato Litvinoff, e l’influenza di russi come Bukharin o Lunacharski non può essere paragonata al potere esercitato da Trotsky o da Zinovieff, il dittatore della Cittadella Rossa (Pietrogrado), o da Krassin o da Radek – tutti ebrei. Nelle istituzioni sovietiche la predominanza degli ebrei è ancora più sbalorditiva. E la parte più importante, se non addirittura la principale, nel terrorismo messo in atto dalle Commissioni Straordinarie per la Lotta alla Controrivoluzione, è stata esercitata da ebrei e, in qualche caso degno di nota, da ebree. Lo stesso ruolo malvagio è stato esercitato da ebrei nel breve periodo di terrore nel quale Bela Kun ha dominato in Ungheria. Lo stesso fenomeno si è verificato in Germania (specialmente in Baviera), fino a quando è stato permesso a questa pazzia di sfruttare la prostrazione temporanea del popolo tedesco. Sebbene in tutti questi paesi vi siano molti non ebrei pessimi come i peggiori rivoluzionari ebrei, il ruolo esercitato da questi ultimi in proporzione al loro numero è sbalorditivo.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale, nella sua versione integrale, è disponibile all’indirizzo: http://www.fpp.co.uk/bookchapters/WSC/WSCwrote1920.html

domenica 24 febbraio 2008

L'opinione di Sara Flounders sulla crisi del Kosovo


WASHINGTON SI PRENDE UNA NUOVA COLONIA NEI BALCANI[1]

Di Sara Flounders, 21 Febbraio 2008

Valutando la recente “dichiarazione d’indipendenza” del Kosovo, già provincia della Serbia, e il suo riconoscimento immediato come stato da parte degli Stati Uniti, della Germania, dell’Inghilterra e della Francia, è importante sapere tre cose.

Primo, il Kosovo non ha raggiunto l’indipendenza e neppure una forma minima di autogoverno. Verrà governato da rappresentanti designati dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla Nato. Un vicerè e degli amministratori imperialisti, secondo il vecchio stile coloniale, ne controlleranno la politica estera e interna. L’imperialismo americano ha semplicemente consolidato il suo controllo diretto su una colonia totalmente subalterna nel cuore dei Balcani.

Secondo, il riconoscimento immediato, da parte di Washington, del Kosovo conferma una volta di più che l’imperialismo americano è disposto a rompere qualsiasi trattato o accordo internazionale che abbia pur firmato, inclusi gli accordi redatti e imposti ad altri con la forza e la violenza.

Il riconoscimento del Kosovo avviene in violazione diretta della legge – nello specifico la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n°1244 - che i capi della Iugoslavia vennero costretti a firmare alla fine dei 78 giorni dei bombardamenti del loro paese, effettuati dalla Nato nel 1999. Anche questo accordo forzato affermava l’impegno di tutti gli Stati Membri a rispettare l’integrità territoriale e la sovranità della Serbia, già repubblica della Iugoslavia.

Il riconoscimento illegale del Kosovo, avvenuto questa settimana, è stato condannato dalla Serbia, dalla Russia, dalla Cina e dalla Spagna.

Terzo, il dominio imperialista americano non va a beneficio delle popolazioni occupate. Il Kosovo, dopo nove anni di occupazione militare diretta, da parte della Nato, ha uno sbalorditivo tasso di disoccupazione del 60%. E’ diventato un centro del traffico internazionale di droga, e delle tratte della prostituzione in Europa.

Le miniere, le fabbriche, le fonderie, le raffinerie, e le ferrovie, una volta operose, di questa piccola area industriale ricca di risorse sono tutte ridotte al silenzio. Le risorse del Kosovo sotto l’occupazione della Nato sono state forzosamente privatizzate e vendute alle grandi multinazionali occidentali. Ora l’unica – o quasi – possibilità d’impiego rimasta è quella di lavorare per l’esercito di occupazione americano e della Nato, o per le agenzie delle Nazioni Unite.

La sola costruzione importante in Kosovo è quella di Camp Bondsteel, la più grande base americana costruita in Europa nell’ultima generazione. Halliburton, naturalmente, ha preso l’appalto. Bondsteel sorveglia le vie strategiche del petrolio e dei trasporti dell’intera regione.

Oltre 250.000 serbi, zingari e esponenti di altre nazionalità sono stati espulsi da questa provincia serba da quando è finita sotto il controllo degli Stati Uniti e della Nato. Quasi un quarto della popolazione albanese è stata costretta ad andarsene per trovare lavoro.

Stabilire un’amministrazione coloniale

Consideriamo il piano in base al quale l’”indipendenza” del Kosovo deve essere attuata. Non solo viola le risoluzioni dell’ONU ma è anche indice di una struttura totalmente coloniale. E’ simile ai poteri assoluti detenuti da Paul Bremer nei primi due anni dell’occupazione americana dell’Iraq.

Come si è arrivati a questo piano coloniale? Esso è stato proposto dalle stesse forze responsabili del frazionamento della Iugoslavia, dei bombardamenti Nato, e dell’occupazione del Kosovo.

Nel Giugno del 2005, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nominò l’ex Presidente finlandese Marti Ahtisaari come inviato speciale per condurre i negoziati sullo status finale del Kosovo. Ahtisaari non è certo un arbitro imparziale rispetto all’intervento americano in Kosovo. E’ infatti il presidente emerito del Gruppo Internazionale di Crisi (ICG), un’organizzazione fondata dal multimiliardario George Soros che promuove l’espansione e gli interventi della Nato, insieme alla costituzione di mercati aperti agli investimenti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Il consiglio dell’ICG include due funzionari-chiave statunitensi responsabili del bombardamento del Kosovo: il generale Wesley Clark e Zbigniew Brzezinski. Nel Marzo del 2007 [Ahtisaari] ha consegnato la sua Proposta Globale di accordo sullo status del Kosovo al nuovo segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon.

I documenti che mostrano la nuova amministrazione del Kosovo sono consultabili all’indirizzo www.unosek.org/unosek/en/statusproposal.html . Un riassunto è disponibile sul sito web del Dipartimento di Stato americano: www.state.gov/p/eur/rls/fs/100058.htm .

Un Rappresentante Civile Internazionale (ICR) verrà designato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea per sovrintendere al Kosovo. Questo funzionario designato potrà annullare qualsiasi provvedimento, annullare qualsiasi legge e rimuovere chiunque dal proprio incarico. Il Rappresentante avrà pieno e definitivo controllo dei dipartimenti della dogana, delle tasse, del tesoro e delle attività bancarie.

L’Unione Europea costituirà una Missione per le Politiche Europee della Sicurezza e della Difesa (ESDP) e la Nato costituirà un presidio militare internazionale. Entrambi questi enti avranno il controllo della politica estera, della sicurezza, della polizia, della giustizia, dei tribunali e delle carceri. Ad essi è permesso l’accesso completo e immediato ad ogni attività, procedimento o documento.

Questi enti e il detto Rappresentante avranno l’ultima parola su quali crimini potranno essere perseguiti e contro chi; potranno capovolgere e annullare ogni decisione presa. La prigione più grande del Kosovo si trova nella base americana di Bondsteel, dove i prigionieri vengono detenuti senza accuse, senza controllo giudiziario e senza legali.
Il riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo è solo l’ultimo passo della guerra di riconquista americana che viene portata avanti implacabilmente da decenni.

Dividi e impera

I Balcani sono stati un mosaico pieno di vita composto da molte religioni, culture e nazionalità oppresse. La federazione socialista di Iugoslavia, costituita dopo la seconda guerra mondiale, comprendeva sei repubbliche, nessuna delle quali aveva il predominio. La Iugoslavia nacque ereditando gli antagonismi che erano stati incessantemente fomentati dai turchi ottomani, dall’impero austroungarico, e dalle interferenze dell’imperialismo inglese e francese, seguiti dall’occupazione nazista e fascista durante la seconda guerra mondiale.

Gli ebrei e i serbi soffrirono in quella guerra le perdite più grandi. Un forte movimento di resistenza guidato dai comunisti, composto da tutte le nazionalità – che avevano variamente sofferto – venne formato contro l’occupazione nazista e contro tutti gli interventi esterni. Dopo la liberazione, tutte queste nazionalità cooperarono e vennero a compromesso per costruire la nuova federazione socialista.

In 45 anni la federazione iugoslava diventò – dalla regione impoverita, sottosviluppata e subalterna che era – un paese stabile con una solida base industriale, pienamente alfabetizzato e con l’assistenza sanitaria accessibile a tutta la popolazione.

Con il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90, il Pentagono elaborò immediatamente dei piani per un’espansione aggressiva della Nato nei paesi dell’Est. “Dividi e impera” divenne la politica americana nell’intera regione. Dovunque vennero finanziate e incoraggiate forze di destra favorevoli al capitalismo. Mentre l’Unione Sovietica si frantumava in una serie di repubbliche subalterne, instabili, indebolite e separate, la federazione iugoslava cercava di resistere a quest’onda reazionaria.

Nel 1991, mentre l’attenzione del mondo era concentrata sul devastante bombardamento americano dell’Iraq, Washington incoraggiava, finanziava e armava movimenti di destra separatisti nelle repubbliche croata, slovena e bosniaca della federazione iugoslava. In violazione degli accordi internazionali la Germania e gli Stati Uniti riconobbero velocemente questi movimenti secessionisti e approvarono la creazione di diversi mini-stati capitalisti.

Nello stesso tempo gli americani imposero dure sanzioni economiche contro la Iugoslavia per distruggere la sua economia. Washington presentò in quel frangente la Nato come la sola forza capace di portare stabilità nella regione.

L’armamento e il finanziamento dell’UCK nella provincia serba del Kosovo iniziò in quello stesso periodo. Il Kosovo non era una repubblica distinta all’interno della federazione iugoslava ma una provincia della repubblica serba. Storicamente, era stato un centro dell’identità nazionale serba, ma con una crescente presenza albanese.

Washington iniziò una feroce campagna propagandistica affermando che la Serbia stava attuando un massiccio genocidio contro la maggioranza albanese del Kosovo. I media occidentali erano pieni di storie di fosse comuni e di stupri di massa. I funzionari americani affermarono che erano stati massacrati dai 100.000 ai 500.000 albanesi.

I funzionari USA/Nato, sotto l’amministrazione Clinton, lanciarono un oltraggioso ultimatum affinché la Serbia accettasse immediatamente l’occupazione militare e rinunciasse a ogni forma di sovranità: altrimenti avrebbe dovuto fronteggiare i bombardamenti delle sue città e delle sue infrastrutture. Quando, durante una sessione dei negoziati a Rambouillet, in Francia, il parlamento serbo votò per rifiutare le richieste della Nato, il bombardamento iniziò.

In 78 giorni il Pentagono lanciò 35.000 bombe a grappolo, utilizzò migliaia di proiettili all’uranio impoverito, insieme a bombe anti-bunker e a missili cruise. Il bombardamento distrusse più di 480 scuole, 33 ospedali, numerose cliniche, 60 ponti, come pure i complessi industriali e chimici e la rete elettrica. Il Kosovo, la regione che Washington voleva presuntamente liberare, conobbe la distruzione più grande.

Finalmente, il 3 Giugno del 1999, la Iugoslavia fu costretta a concordare un cessate-il-fuoco e l’occupazione del Kosovo.

Aspettandosi di trovare corpi ovunque, i gruppi di esperti forensi provenienti da 17 paesi della Nato, sotto la supervisione del tribunale dell’Aja per i crimini di guerra, setacciarono il Kosovo per tutta l’estate del 1999 ma trovarono un totale di soli 2.108 corpi, di varie nazionalità. Qualcuno era stato ucciso dai bombardamenti della Nato e qualcuno a causa della guerra tra l’UCK e l’esercito e la polizia serbi. Essi non trovarono nessuna fossa comune e non riuscirono a produrre nessuna prova dei massacri o del “genocidio”.

Questa sbalorditiva confutazione della propaganda imperialista venne da un rapporto diffuso dal procuratore capo del tribunale militare internazionale per la ex Iugoslavia, Carla Del Ponte. Tale rapporto venne esaminato, ma senza clamore, nel numero del New York Times dell’11 Novembre del 1999.

La propaganda selvaggia del genocidio e le storie delle fosse comuni erano false, come le affermazioni successive che l’Iraq aveva – e si stava preparando a utilizzare – le “armi di distruzione di massa.”

Attraverso guerre, omicidi, colpi di stato e lo strangolamento economico, Washington è riuscita per ora a imporre politiche economiche neo-liberiste in tutte le sei ex repubbliche iugoslave e a ridurle in mini-stati instabili e impoveriti.

La grande instabilità e la dolorosa povertà che l’imperialismo ha portato nella regione sarà la causa, nel lungo periodo, di ulteriori rovine. La storia dei traguardi raggiunti quando la Iugoslavia godeva di una vera indipendenza e di una vera sovranità, grazie all’unità e allo sviluppo socialista, riuscirà in futuro ad affermarsi.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.workers.org/print.php

sabato 23 febbraio 2008

Atrocità degli Alleati II


INGHILTERRA: TIRO AL BERSAGLIO CONTRO I GOMMONI

Dichiarazione del caporale Walter Segel di fronte al giudice Sauermann:

“Insieme alle mie truppe salii su una lancia greca il 17 Maggio 1941 e salpammo dal Pireo per sbarcare sulla riva occidentale di Creta il 20 Maggio, per dare sostegno ai paracadutisti. Salpammo su un convoglio di 21 navi che venne attaccato dalle navi da guerra inglesi vicino Creta la notte tra il 20 e il 21 Maggio, dalle 22.10 della notte fino alle 3.30 del mattino seguente. Gli inglesi perlustrarono le acque con i riflettori, attaccarono le singole navi con il fuoco dell’artiglieria, e dopo averle affondate, accesero riflettori più piccoli per individuare i naufraghi, che stavano aspettando i gommoni, e aprirono il fuoco contro di loro con mitragliatrici e cannoni di piccolo calibro. Potei osservare gli spari chiaramente…gli uomini sui gommoni improvvisamente affondarono. Gli inglesi non cercarono neppure di salvarne qualcuno. Vidi almeno venti gruppi di sopravvissuti che venivano illuminati dagli inglesi e poi colpiti dai proiettili. La mia nave, che aveva il numero 107 o 103, venne danneggiata solo leggermente.”

(Alfred M. de Zayas, The Wehrmacht War Crimes Bureau, 1939-1945 [L’Ufficio per i crimini di guerra della Wehrmacht, 1939-1945], University of Nebraska Press, Lincoln and London, 1989, p. 254)

Atrocità degli Alleati


GUAI AI VINTI: “15 MILIONI DI PERSONE SONO STATE DEPORTATE”

“Dalla fine della guerra circa 3 milioni di persone, per la maggior parte donne, bambini e anziani, sono state uccise nella Germania orientale e nell’Europa sud-orientale; circa 15 milioni di persone sono state deportate o hanno dovuto abbandonare le loro case e stanno sul lastrico. Circa il 25% di queste persone, oltre 3 milioni, sono morte. Circa 4 milioni di uomini e donne sono stati deportati in Europa orientale e in Russia come schiavi. Sembra che l’eliminazione della popolazione tedesca dell’Europa orientale – almeno 15 milioni di persone – sia stata pianificata secondo le decisioni prese a Yalta. Churchill aveva detto a Mikolajczyk, quando quest’ultimo protestò durante i negoziati a Mosca contro la decisione di costringere la Polonia a inglobare la Germania orientale: “Non pensare ai 5 o più milioni di tedeschi. Di loro si occuperà Stalin. Non avrai problemi a causa loro: essi cesseranno di esistere.”

Da un discorso del senatore Homer Capehart al Senato degli Stati Uniti, il 5 Febbraio del 1946.

Fonte: http://www.codoh.com/atro/atrap1.html

venerdì 22 febbraio 2008

Antisemitismo

ANTISEMITISMO (dal Dizionario dell'Omo Salvatico, di Domenico Giuliotti e Giovanni Papini, Firenze, 1923):

Come tutti gli "anti" è generato e rafforzato dagli ebrei stessi. Questa razza divina e immonda, la cui punizione consiste nell'obbligo di punire i cristiani, ha talmente sopraffatto tutti i popoli dov'è sparpagliata, ch'è divenuta, benché non abbia una terra propria, una delle nazioni dominanti della terra. I cristiani si difendono; male, però: con i sistemi ebraici. Gli ebrei non avrebbero preso il posto che hanno, e non avrebbero tanta tracotanza, se i cristiani fossero veramente cristiani e non avessero adottato gli stessi valori giudaici: l'amore della potenza, della moneta, della quantità ecc.
La conversione dei cristiani al Cristianesimo porterebbe la fine del semitismo - e perciò dell'antisemitismo - e forse la conversione degli stessi giudei alla Verità crocifissa in Giudea.

giovedì 21 febbraio 2008

Processo di Norimberga: il giudizio dei gesuiti (e di Pio XII)







DIRITTO E POLITICA NEL PROCESSO DI NORIMBERGA

Di Salvatore Lener S. J.

Articolo tratto da La Civiltà Cattolica del 20 Luglio 1946

I

L’espressione corrente “crimini di guerra” unifica nominalmente, come già fu detto,[1]
nozioni disparate. Una trattazione unitaria, limitata ai soli principii fondamentali, si è rivelata possibile ed opportuna pei crimini di guerra propriamente detti e pei delitti contro l’umanità.[2] Relativamente a tali categorie di atti, invero, l’indagine, pur svolgendosi spesso in apicibus juris, ha potuto mantenersi sostanzialmente sul terreno giuridico: e, concludendo per l’applicabilità quanto meno analogica del diritto penale comune, superare l’obiezione della inesistenza di una fonte di diritto qualificante reati i fatti in esame.
Ma per le rimanenti categorie di atti, vale a dire pei crimini contro la pace e pel cosiddetto piano comune o complotto nazista per la conquista dei pieni poteri all’interno e della supremazia mondiale con mezzi delittuosi (rispettivamente count two e count one dell’Indictment pel processo di Norimberga), una semplice occhiata agli stessi titoli rivela un terreno di natura profondamente diverso, dove sceverare le parti del diritto da quelle della politica sarà ormai cosa ben ardua. Attenendoci ai dati concreti dell’anzi detto giudizio, destinato certamente a costituire il tipo di ogni consimile procedimento, considereremo distintamente da prima l’oggetto del secondo capo di accusa, serbando per ultimo il count one, riassuntivo di tutta la complessa attività criminale del movimento nazista.

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Leggiamo la breve relazione dichiarativa del titolo “crimini contro la pace”: “Tutti gli imputati, con diverse altre persone, durante un periodo di anni anteriore all’8 Maggio 1945, partecipavano alla progettazione, preparazione, inizio ed esecuzione di guerre di aggressione, che erano pure in violazione di trattati, accordi, assicurazioni internazionali…(Tali guerre): contro la Polonia, il Regno Unito e la Francia, la Danimarca e la Norvegia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo, la Jugoslavia e la Grecia, la U. S. S. R. e gli Stati Uniti d’America”. Per la dimostrazione che si trattò deliberatamente di guerre di aggressione, si rinvia al count one; pei particolari dei singoli addebiti (trattati violati ecc.), alla minuziosissima Appendice C dell'Indictment. La specificazione dell’attività propria dei vari imputati (individui, gruppi, organizzazioni) forma oggetto delle Appendici A e B.
Limiteremo l’esame critico di questa categoria di atti a due quesiti fondamentali: 1) la guerra, e più precisamente la guerra d’aggressione o in violazione di trattati internazionali, può essere considerata per sé stessa crimine penalmente perseguibile? 2) contro chi va diretta la pretesa punitiva?

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Sulla questione della guerra ingiusta e su quella della relativa responsabilità sono stati profusi mari d’inchiostro e fiumi di eloquenza. Una delle ragioni degli scarsi risultati pratici di tanti e sì nobili sforzi deve essere probabilmente riposta nella frequentissima confusione dei diversi aspetti – politico, morale e giuridico – sotto cui questi eterni problemi possono venire considerati. Le aspirazioni ideali, in cui il possibile non sempre è distinto dall’utopistico, influenzano sovente l’analisi dei dati concreti. Il diritto ideale è presentato spesso come legge vigente. Ne consegue una sì larga varietà di opinioni nella stessa interpretazione delle norme positive, che gli elementi sicuri appaiono relativamente pochi.
La precisa formulazione dei nostri quesiti limita rigorosamente la sfera dell’attuale indagine al campo del diritto e, più determinatamente ancora, a quello del diritto penale. Ogni guerra che non sia di legittima difesa per sé, è moralmente illecita, contraria cioè al diritto naturale: ma non si tratta di ciò. La massima “non omne quod licet honestum est” vale già a fondare l’ipotesi di una guerra ingiusta per la morale, ma lecita secondo il diritto positivo. D’altra parte non ogni azione proibita da una legge è delitto punibile. Vi sono, pel diritto, illeciti civili e illeciti penali. Quando la sanzione del divieto consiste nella restituzione dello stato preesistente, nel risarcimento dei danni e persino nell’adozione di cautele dirette a impedire il ripetersi dell’azione vietata, non siamo punto in presenza di crimini. Delitto è soltanto l’azione proibita da una legge penale, da una norma cioè che ne connetta la commissione con la irrogazione di una pena.
Per potersi parlare perciò di crimini contro la pace, occorre una norma che tuteli questo supremo interesse dei popoli mediante la comminazione di sanzioni penali contro coloro che vi attentano, Stati o persone singole che siano.

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Il principio dell’assoluta sovranità statale, assurto dopo la pace di Westfalia a presupposto dogmatico caratteristico del moderno diritto internazionale, importa logicamente l’impossibilità di concepire e attuare mezzi idonei a risolvere le più gravi controversie fra gli Stati in maniera diversa dal ricorso alla guerra. Coerentemente, gli sforzi della politica dopo quell’epoca furono diretti a concretare sistemi di sicurezza mediante alleanze e garanzie fra gruppi di potenze, mentre quelli del diritto intesero a contenere l’uso della violenza bellica nei limiti di una disciplina ognor più rigorosa ed umana. A dimostrare l’assoluta insufficienza e la grave pericolosità del sistema fu necessaria la severa lezione della prima guerra mondiale. Pertanto, da una parte si tentò negli stessi trattati di pace di dar vita a una nuova organizzazione delle relazioni fra gli Stati, al fine di limitare appunto quanto possibile l’evento di nuove conflagrazioni (Società delle Nazioni); sorsero, dall’altra, e si moltiplicarono generosi movimenti di dottrina e di opinione pubblica (associazioni, leghe, conferenze, ecc.) diretti a conseguire la totale eliminazione della guerra come mezzo giuridico per la risoluzione delle controversie interstatali. Alcuni trattati parvero inaugurare senz’altro questa nuova strada. Tuttavia, per quanto gli ottimisti ritenessero, e i discorsi celebrativi di ogni nuovo accordo di tal genere presentassero la mèta già raggiunta, è d’uopo riconoscere che ancora alla vigilia del secondo conflitto mondiale l’evoluzione dell’ordinamento internazionale nel senso anzi detto, come fatto positivo, era ben lungi dalla solidità e completezza necessarie a garantire lo scopo agognato dai popoli.
Giova, per provvedere insieme alla chiarezza ed alla brevità della dimostrazione, precisare anticipatamente il termine ideale del processo evolutivo di cui sopra. Lo scarto fra il jus condendum e quello effettivamente conditum risulterà in piena evidenza.

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Una proposizione che incontra l’incondizionato favore dei pacifisti ed ha ormai larga ospitalità anche nelle trattazioni giuridiche è quella che afferma la guerra essere per sé stessa un delitto. La necessità di mettere risolutamente la guerra fuori legge viene caldeggiata specialmente in America (outlawry of the war) come il solo mezzo idoneo ad assicurare la pace. Che cosa si intende esattamente con questa formula?
Anzitutto, essa importa pel diritto il superamento di qualsiasi distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra guerra d’aggressione e guerra di difesa. Anzi, secondo il Moore, il diritto internazionale deve eliminare completamente la stessa parola “guerra”, giacchè “il diritto di difendersi è inerente a ogni soggetto, ma non è guerra. La difesa di sé stesso da parte di un individuo è qualcosa di diverso da un duello; non è neppure omicidio. Così la difesa da parte di una nazione non è guerra”. Orbene, se non è guerra la violenza esercitata da uno Stato per sua legittima difesa, che cosa sarà quella dello Stato che aggredisce? Non guerra, vale a dire unico stato di violenza regolato dal diritto internazionale bellico; ma serie di delitti distinti: omicidi, stragi, lesioni, devastazioni, furti ecc. Contro tali violenze è lecito reagire con qualsiasi mezzo proporzionato ed è esercitatile con tutta severità l’ordinario magistero punitivo. A quel modo, invero, che il diritto di uno Stato non può regolare le rivoluzioni, ma legittima misure anche eccezionali di repressione, così il diritto degli Stati non deve regolare la guerra. Il delitto non è un istituto giuridico, anche se degli istituti giuridici (di prevenzione e di punizione) si occupano di esso.
Innegabilmente questa concezione rappresenta quanto meno sotto il profilo logico, una soluzione radicale del problema. Ai fini della nostra indagine, tuttavia, essa suscita tre gravissimi dubbi: 1) il diritto internazionale positivo, generale o particolare, contiene già formalmente una norma che tratti la guerra come delitto? 2) qualora un trattato particolare enunciasse un principio di questo genere, sarebbe esso sufficiente, senza un’adeguata trasformazione dell’intero ordinamento internazionale, a raggiungere l’effetto voluto? 3) si può giustificare, comunque, vale a dire anche alla stregua di criteri non strettamente positivistici, una punizione dei responsabili dell’ultima guerra in base al criterio su detto?

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Pel primo dubbio la risposta è negativa. Vale anzitutto un decisivo argomento a fortori. Il diritto internazionale generale o consuetudinario, secondo la più solida interpretazione dottrinale e la pratica costante degli ultimi secoli, non considera mai illecito il ricorso alla guerra, sia per la tutela di veri e propri diritti (controversie giuridiche), sia per la soddisfazione di interessi vitali per uno Stato eventualmente in contraddizione col diritto esistente (così dette controversie politiche);[3] ma ciò che pel diritto non è neppure genericamente illecito non può, a maggior ragione, essere considerato penalmente illecito; dunque secondo il diritto internazionale consuetudinario la guerra non è un delitto.
Sussistono bensì per gli Stati impegni convenzionali sempre più ampi e più precisi di non ricorrere alla guerra. Senonché: a) trattasi di limitazioni oggettivamente e soggettivamente parziali, non di proibizione assoluta e generale; b) le sanzioni previste pel caso d’infrazione non hanno propriamente natura penale; c) non esiste fino ad oggi nessun trattato che proscriva la guerra nella maniera postulata dalla concezione della guerra-delitto. Diamo una breve dimostrazione di questi assunti.
Ad a). Il patto della S. D. N. [Società delle nazioni] rappresenta sì un primo e notevole passo nel senso di una nuova organizzazione dei rapporti internazionali diretta a “realizzare…la pace e la sicurezza fra gli Stati”. Pure, mentre fin dal principio alcune grandi potenze rifiutavano di aderirvi e altre in seguito ne recedevano, lo stesso preambolo dichiara che i membri assumevano “l’impegno di non ricorrere in alcuni casi alle armi”. Dunque fuor di questi casi ed anche in quelli previsti, ma dopo certi procedimenti, la guerra rimane pienamente lecita. Invero, accanto all’ideale della pace, i fondatori della S. D. N. ebbero presente anche quello della giustizia, a soddisfare il quale il patto restava insufficiente, mentre gli Stati mostravano ancora tanta ripugnanza a vincolare la propria libertà d’azione per la tutela di interessi ritenuti essenziali. Di qui l’errore politico di certe potenze le quali, mentre riconoscevano espressamente nel patto l’insufficienza dell’ordinamento creato a realizzare una vera giustizia internazionale, si ostinarono poi con ogni sforzo a “cristallizzare un così deficiente e lacunoso sistema”.[4]
Un congegno molto più efficace ai fini della pace è quello delineato dal Protocollo di Ginevra del 1923, che presenta una definizione altrettanto originale quanto pratica della guerra di aggressione. La maggioranza dei membri della S. D. N., però, non volle aderirvi. Il Trattato di Locarno dà vigore, invece, fra gli Stati contraenti a un divieto del ricorso alla guerra notevolmente più severo e generale, consentendolo solo nell’ipotesi di legittima difesa. Per la sua portata soggettivamente limitata, l’atto, tuttavia, non valeva a impedire che l’incendio, scoppiando fuori della zona renana da esso protetta, si propagasse fatalmente anche ad essa, attraverso il sistema di alleanze ancora vigenti.
Veniamo al Patto Kellog (27 Agosto 1928). Mentre in Europa gli sforzi per assicurare la pace tendevano a proibire sempre più efficacemente la guerra d’aggressione, in America assumevano la tendenza più radicale di eliminare completamente la guerra dal diritto internazionale. Il patto Kellog sembrò consacrare appunto il trionfo della concezione americana. In realtà, “le esigenze politiche e le pretese degli Stati europei finirono per renderlo ondeggiante fra i due opposti sistemi, così da dar luogo a un sistema ibrido ed incerto”.[5] Sostanzialmente esso non contiene (art. 1) che “una solenne condanna del ricorso alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali” e la rinuncia alla stessa come “strumento di politica nazionale” (non assoluta, dunque). D’ora in avanti, la risoluzione di ogni conflitto, di qualsiasi natura e origine, non dovrà essere ricercata che con mezzi pacifici (art. 2). Questo è tutto.
La portata dell’accordo, esaltato dagli uni e denigrato dagli altri, è controversa. Sotto il profilo del diritto positivo, non sembra possibile prescindere, almeno come mezzo d’interpretazione, dalle dichiarazioni degli Stati firmatari, con cui si introducono importantissime limitazioni. Tipica, ad esempio, è la dichiarazione inglese, ove si osserva che “vi sono certe regioni del mondo il cui benessere e la cui integrità sono di speciale importanza e vitale interesse per la pace e la sicurezza”…inglese; “deve essere chiaramente inteso che…(l’Inghilterra) accetta il nuovo trattato con la esplicita intesa che esso non pregiudica la sua libertà d’azione a questo riguardo”.[6] E’ chiaro qui che la possibilità di guerra per controversie politiche (giacchè non sussisteva nessun diritto internazionale dell’Inghilterra a sorvegliare regioni non soggette alla sua sovranità) cacciata dalla porta (trattato) veniva riammessa dalla finestra (dichiarazione). A loro volta, gli Stati Uniti dichiaravano che ogni azione promossa in base alla dottrina di Monroe non doveva ritenersi vietata dal patto. In una nota al Governo tedesco, poi, essi specificavano che il trattato non limitava punto il diritto di legittima difesa “inerente a ogni Stato sovrano e implicito in ogni trattato…Ogni nazione è libera in qualsiasi tempo e malgrado le disposizioni dei trattati di difendersi…ed è essa solo competente a decidere se le circostanze richiedano il ricorso alla guerra”. (Nota del 25 Giugno 1928). Anche la Francia si riservò libertà d’azione pel caso di violazione della neutralità di certi Stati, che essa aveva garantita. Breve: con eccezioni e limitazioni così gravi e indeterminate, che cosa restava delle assolute proclamazioni del patto?
Consideriamo soltanto quella relativa alla legittima difesa. Dalle esplicite dichiarazioni sopra riportate risulta che gli Stati non intesero salvaguardare la sola reazione a una aggressione attuale e ingiusta ai rispettivi territori e popolazioni, ma anche la libera tutela (intendi: persino preventiva) di interessi sovranamente considerati vitali (“certe regioni”…dottrina di Monroe, neutralità degli Stati-cuscinetto ecc.). Lungi dunque dal proscrivere la guerra come un delitto, i firmatari del patto Kellog conservano la convinzione che in certi casi, che essi solo si riservano di giudicare, si potesse ricorrere alle armi anche per un interesse non giuridico, anzi antigiuridico (controversie politiche). La concezione americana della outlawry of the war potrà forse essere intravista nelle parole del patto; in concreto, essa risulta nettamente abbandonata.

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Ad b). Le sanzioni previste dal Patto della S. D. N. e dagli altri successivi (il patto Kellog non ne menziona punto) non hanno certamente natura penale. Anzitutto esse si applicano agli Stati. Ora, per quanto molti profani e qualche giurista si dilettino a parlare di Stato criminale e a formulare variabili elenchi di pene per gli Stati, sembra chiaro che trattasi di mere analogie esterne, d’ingenua e superficiale identificazione di realtà disparate, senza vero costrutto positivo. Nessuna delle sanzioni previste dal diritto positivo o progettate dal jus condendum ripugna a una interpretazione, diciamo così, strettamente civilistica (non penale).
La sanzione massima, infatti, è la guerra. Ma la guerra in reazione a un giusto attacco è necessità di legittima difesa, è obbligo di alleanza o garanzia internazionale, non è pena. Se l’aggressore vince, non si ha neppure danno per lui. Se perde, la misura del suo danno è tassata non da un codice penale internazionale, ma dagli interessi politici del vincitore. Ricordiamo che la restituzione dello status quo, il risarcimento dei danni, le misure cautelative (smilitarizzazioni, distruzione di industrie pesanti, ecc.) e persino gli ingrandimenti territoriali a favore degli Stati vincenti non sono pena. Questi ultimi, invero, sogliono essere giustificati in base ad altri principii (nazionalità, sicurezza); mentre persino per la perdita delle colonie l’istituto del mandato cercò di ricoprire, almeno in apparenza, interessi e cupidigie ritenuti non apertamente confessabili e perciò non giusti.

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Ad c). Poco vi è da aggiungere a quanto detto sub a). Nel primo articolo ricordammo già il meschino riconoscimento fatto dalla S. D. N. a proposito del mal progettato processo del Kaiser, che “non esiste nessuna legge penale vigente fra gli Stati”.[7] Nel 1925 il delegato spagnolo alla IV Assemblea propose che il Consiglio convocasse una nuova conferenza pel disarmo e che in essa si proclamasse “che la guerra d’aggressione costituisce un delitto internazionale”. La mozione fu bensì approvata, ma con una…lieve rettifica: “la guerra d’aggressione deve costituire…”. Deve, pel futuro, s’intende: jus condendum!
In realtà ancor oggi quell’imperativo non è stato tradotto in nessun testo positivo; anzi il sistema dei trattati vigenti, come si è visto, vi ripugna, come pur vi ripugna nettamente la pratica internazionale. Persino nelle guerre manifestamente ingiuste (si pensi all’aggressione al Belgio del 1914) gli stessi Stati che vi reagivano non hanno mai cessato d’invocare il diritto internazionale bellico come disciplina della violenza armata, riconoscendo implicitamente con ciò che anche la dichiarazione di guerra ingiusta valeva a far sorgere lo status belli, una situazione cioè per sé stessa regolata dal diritto (dunque non costituente delitto). Ma c’è di più. Gli stessi atti, in base ai quali si svolge l’attuale processo di Norimberga (Agreement di Londra, Charter del Tribunale, Indictment), mostrano, con singolare contraddizione, il perdurare della medesima mentalità. Formulandosi invero, come distinto capo d’accusa, un titolo di crimini di guerra propriamente detti (violazione del diritto bellico), ci si poneva nella impossibilità logica di colpire la guerra in sé stessa come delitto. La categoria dei crimini contro la pace è dunque non sono infondata, ma contraddittoria!

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Il secondo dubbio (sopra, p. 3) permette di costruire un ulteriore importante argomento a fortori. Supponiamo pure che a norma di qualche trattato (per es. il Patto Kellog) la guerra (simpliciter o d’aggressione) sia senz’altro qualificabile come delitto: una dichiarazione del genere può ritenersi per sé sufficiente a fondare concrete pretese punitive, senza l’organizzazione di un vero e proprio ordinamento penale internazionale?
Con la solita antica saggezza scrive il Taparelli: “Le autorità supreme di Società minori (Stati) hanno diritto a far guerra, finchè la maggiore Società (internazionale) non giunge a tal perfezione di mente, di volontà, e di forza da conoscere, volere ed ottenere una esatta giustizia fra gli associati. Dunque finchè l’etnarchia non sarà rettamente e sodamente costituita, le nazioni potranno, ed anche lecitamente, guerreggiare per farsi ragione.”[8] Ora tutto il diritto internazionale, consuetudinario e convenzionale, proclama che questo stadio non è ancora raggiunto. Le limitazioni apposte nel patto della S. D. N. e le dichiarazioni aggiunte allo stesso patto Kellog che cosa altro significano se non, ed espressamente, che gli Stati sono convinti non esistere ancora un sistema idoneo a realizzare la giustizia internazionale? Ma se l’ordine internazionale non è in grado di provvedere alla giustizia fra gli Stati neppure in sede preventiva o, diciamo così, civilistica, una giurisdizione penale repressiva non è ancora in condizione di proscrivere la guerra dal novero degli istituti giuridici, questa non è delitto.
Quando si deve amaramente riconoscere che anche oggi, dopo i tremendi disastri della seconda guerra mondiale e nonostante l’organizzazione della società internazionale su nuove basi (O. N. U.), le grandi potenze che vi spadroneggiano non riescono ad assicurare ai popoli l’agognatissima pace, ma continuano a patteggiare provvisori compromessi a prezzo di flagranti ingiustizia contro i vinti e le potenze minori, viene fatto di domandarsi con quale coerenza, e soprattutto con quale diritto, siansi assise a Norimberga per condannare la Germania per un atto, che esse medesime non mancheranno di fare al momento opportuno, quando lo riterranno inevitabile pei loro interessi!
Concludendo: poiché nell’ordinamento internazionale la guerra non è, né può essere ancora, allo stato presente, delitto punibile, la questione della direzione soggettiva della pretesa punitiva, secondo lo stesso diritto, non è neppur formulabile. Dove non c’è delitto, non vi sono delinquenti.

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Per rispondere al terzo dubbio (sopra, p. 3) abbandoniamo ormai il terreno del diritto internazionale positivo. Si sostiene da alcuni che nello ordine umano ogni guerra, che non sia imposta dall’ingiusta aggressione altrui, è sempre illecita, e penalmente illecita. Responsabili, in detto ordine, sarebbero non gli Stati (come è ovvio), ma i governanti.[9] Non crediamo di poter accettare questa dottrina. Anzitutto, sotto il profilo soggettivo, parrebbe necessario distinguere tra regimi assoluti e regimi democratici. Se in uno Stato veramente democratico la guerra (illecita) è voluta dal popolo, come si possono punire i soli governanti, che pure agirono ubbidendo alla volontà collettiva? Ma il consenso del popolo (per es. a una guerra di rivincita dopo gravi ingiustizie subite) può aversi, teoricamente, anche in regime assoluto; anzi la storia insegna che i popoli sogliono ricorrere alle dittature precisamente per necessità del genere. Sappiamo anche noi che una nazione civile, per sé, quasi mai consentirà alla guerra, ove non sussistano ragioni d’onore e di giustizia altrimenti non soddisfacibili. Ma qui sta appunto il nocciolo della questione, onde dal momento soggettivo di essa (determinazione delle responsabilità personali) si ritorna a quello oggettivo (giustizia e inevitabilità del conflitto armato). Anche gli autori da cui dissentiamo riconoscono essere “evidente cje il giudizio sulle condizioni di fato, per cui una guerra debba ritenersi o meno imposta, è giudizio assai complesso; e che, pertanto, se si prescinde da qualche caso macroscopico, non è possibile formulare un’affermazione di responsabilità pei governanti. Anche nella ipotesi…di mancanza di una dichiarazione formale di guerra, non è sempre facile esprimere un giudizio di condanna, soprattutto quando sia evidente che la sorpresa costituisca l’unica arma di difesa contro un’aggressione già preparata”. Ma – essi aggiungono – “questo è un problema di fatto…in linea di principio, la responsabilità va affermata”.[10]
A noi sembra che tale distinzione costituisca una vera scappatoia intesa a dissimulare l’insormontabile difficoltà del problema. Trattasi, invero, dello stesso errore per cui tanti principii, ottimi in teoria, si rivelano all’atto pratico inefficiente utopia. Occorre, infatti, risolutamente stabilire la seguente verità: ogniqualvolta, fermi restando i principii, sussiste o è possibile un conflitto nella valutazione dei fatti, e manca qualsiasi mezzo oggettivo per decidere il conflitto medesimo, nell’ordinamento in cui tale situazione può verificarsi, la controversia non già soltanto “difficilmente risolubile” (difficoltà di fatto) ma non è “affatto risolubile (impossibilità di diritto). In una situazione siffatta, pertanto, ciascuna delle parti è libera di agire secondo il proprio convincimento. E la contraddizione non consente di affermare che ciò che è giuridicamente libero sia anche, dopo, giuridicamente punibile.
Quando si tarta di distinguere tra guerra giusta e guerra ingiusta, di solito, i principii non sono mai in discussione. La controversia si accanisce, invece, sui fatti (singoli, o a catena) e sulla interpretazione di essi. Onde con vera saggezza è stato detto che, a risolvere il problema della pace, nulla sarebbe più idoneo di una giurisdizione internazionale capace di giudicare obiettivamente i fatti.
Anche il principio della outlawry of the war, impeccabile nel suo rigore logico, suscita in concreto gravi perplessità. Anzitutto la distinzione tra guerra d’aggressione e guerra di difesa viene usata nel sistema europeo (tutt’ora ancorato alla politica delle alleanze e garanzie) non tanto fra le parti in conflitto, quanto tra ciascuna di esse e i rispettivi alleati, sicché nulla impedisce una definizione meramente formale e anche arbitraria, purché idonea a funzionare automaticamente all’occorrenza (si pensi al protocollo di Ginevra del 1923). In secondo luogo, e l’osservazione vale specialmente per l’opinione che qui si combatte, è innegabilmente vero che la guerra moderna coi suoi apocalittici mezzi di sterminio pone in gravissimo discrimine non tanto la pacifica coesistenza dei popoli, quanto la stessa esistenza di alcuni di essi, onde sorge spontaneo il ricorso a concetti propri del diritto penale. Ma, ripetiamolo ancora, finché la società umana non perverrà a eliminare un male peggiore amcora della guerra, l’ingiustizia, e fin tanto che la guerra potrà presentarsi non solo ai governanti ma agli stessi popoli come l’unico disperato mezzo di soddisfare essenziali esigenze di giustizia, neppure il diritto umano potrà proscriverla come un delitto. Non fosse altro, il dolo sarà o escluso o presso che impossibile a provarsi. Scrive efficacemente il Del Vecchio:
“E’ un grave e funesto errore, che si commette dagli irenisti, quando si attribuisce alla pace in sé stessa un valore che essa, disgiunta dall’ideale della giustizia, non ha e non può avere; quando si esige l’abolizione della guerra sic et simpliciter, e si vitupera quasta come il supremo dei mali, per ciò che essa produce morte e dolore, quasi che non fosse al mondo un male assai più grave e vituperevole, un male che la guerra medesima può concorrere per sua parte ad eliminare, cioè l’ingiustizia in tutte le sue forme, l’oppressione degli individui e delle nazioni.”[11] Concludiamo. Neppure in base al diritto umano, almeno secondo il nostro modo di concepirlo,[12] la guerra ingiusta può essere considerata delitto, poiché difetta un criterio universalmente valido per distinguerla da quella giusta e manca, comunque, ogni legittimo mezzo per formulare in tal proposito un giudizio obbiettivo e tempestivo. Vuol dire che tra valutazione morale e valutazione storico-giuridica sussiste un grave sfasamento, che è urgente eliminare nell’interesse dell’umanità, ma che gli Stati non sono ancora in grado di superare con provvidenze efficaci. Tra le quali, non può essere certo compresa la retroattiva incriminazione dei voluti responsabili dell’ultima guerra.

II

Il Count one dell’Indictment presenta l’intera attività del nazismo, all’interno e all’estero, come lo sviluppo di un unico disegno criminale, per sé stesso perseguibile. Riassumiamo brevemente la fierissima relazione d’accusa: “Tutti gli imputati, con diverse altre persone, in un periodo di anni anteriore all’8 Maggio 1945 partecipavano come leaders, organizzatori, istigatori o complici alla formulazione o esecuzione di un piano comune o complotto per commettere, o importante comunque la commissione di, crimini contro la pace, crimini di guerra e delitti contro l’umanità, e, in conformità dei principii fissati nel Charter, sono individualmente responsabili per i loro propri atti e per quelli commessi da ogni altra persona in esecuzione di siffatto piano comune o complotto.” Invero, dopo l’assunzione di Hitler a capo del partito nazista (1921), questo divenne, insieme alle organizzazioni sussidiarie, il centro di coesione fra gli imputati e lo strumento idoneo all’attuazione delle loro mire e progetti, vale a dire: 1) abrogazione del Trattato di Versailles e di tutte le relative restrizioni imposte alla Germania; 2) riacquisto dei territori perduti e di ogni altra regione abitata da popolazioni di lingua tedesca; 3) conquista dello spazio vitale (Lebensraum) necessario al benessere del popolo tedesco. Questi obbiettivi, che si andarono via via determinando, furono perseguiti da prima, secondo l’opportunità dei tempi, con mezzi frodolenti, inganni, intimidazioni, quinte colonne, corruzioni e propaganda; quindi, quando divennero così enormi che solo col ricorso alle armi sarebbe stato possibile raggiungerli, i cospiratori progettarono senz’altro guerre di aggressione, da condursi rapidissimamente e perciò senza nessun rispetto delle leggi internazionali e umane.
A tale effetto, fu necessario conquistare il controllo più completo, sicuro e incondizionato del paese. Di qui le dottrine razziste, militariste, supernazionaliste; di qui le varie organizzazioni militari e poliziesche del partito, le persecuzioni politiche, razziali e dei lavoratori; di qui la concentrazione dei più illimitati poteri nel Führer, arbitro assoluto dei destini del popolo tedesco (Führerprinzip). Finanza, industrie ed esercito si mobilitano in vista delle guerre imminenti. S’inizia quindi la marcia nazista fuori dei confini del Reich. Sotto la violenza, Austria e Cecoslovacchia soccombono. L’attacco contro la Polonia, freddamente preparato, precipita il mondo nella guerra voluta dalla Germania.

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L’ampiezza della trattazione riservata agli altri capi d’accusa ci consente, e la tirannia dello spazio c’impone, di limitarci per questo capo ad accennare soltanto le censure più decisive. Trattasi in realtà di una costruzione macchinosa, la cui apparente implacabilità logico-giuridica non riesce a dissimulare neppure per i profani[13] i molteplici vizi di struttura e l’indole sostanzialmente politica dell’imputazione. A fondare la condanna, anche severissima, di molti degli accusati sarebbe stato più che sufficiente il diritto comune, la cui applicabilità fu già dimostrata in relazione ai delitti contro l’umanità. A quel modo che, per essi, la responsabilità degli esecutori e, in genere, dei subordinati ufficiali, viene regolata coi normali criteri di giustizia, negandosi efficacia di diritto alle norme eccezionali e alle istruzioni poste in essere dal nazismo, così per gli autori principali (ministri, comandanti militari, leaders politici e organizzatori) bastava escludere ogni immunità inerente a cariche e funzioni (anche supreme) e fissare il normale gioco delle corresponsabilità, indipendentemente da qualsiasi inceppo formale eventualmente opponibile.
A battere la pericolosa strada segnata dal count one ha indotto forse (oltre l’evidente proposito di un processo spettacolare, da servir di mònito al popolo tedesco e a ogni altro possibile imitatore) l’intento di facilitare il compito dell’accusa quanto alla rigorosa prova delle singole responsabilità. Ma appunto per ciò si sono dovuti presentare come delitti fatti e obbiettivi politici che, per quanto riprovevoli, delitti non sono; ovvero, se delitti, non da altri che dal solo popolo tedesco erano giudicabili.
Che la guerra, per quanto illecita, non sia delitto si è già dimostrato ampiamente. Tanto meno, allora, può essere considerato delitto il semplice proposito di far guerra. Nella specie, poi, il popolo tedesco ha marciato compatto; ha sostenuto per anni terribili bombardamenti indiscriminati, conservando una tenace disciplina; ha resistito fino all’ultimo senza defezioni: dunque gli obiettivi del così detto common plan or conspiracy sono stati condivisi e convalidati da tutto il popolo tedesco. Anzi, il sentimento dell’onta e delle ingiustizie subite a Versailles dalla Germania è stata la molla possente e fatale, che ha permesso a Hitler e ai suoi segugi d’impadronirsi del potere e di consolidarvisi tirannicamente. Pertanto: o si condanna l’intero popolo tedesco, o è assurdo parlare di complotto, di associazione a delinquere, di cospirazione contro la pace, come delitto di alcuni tedeschi soltanto.
La concezione del processo di Norimberga ha oscillato tra questa alternativa. Da ultimo il rappresentante americano dell’accusa, in un’arringa, ha dichiarato: “Se la nazione tedesca avesse volontariamente accettato il programma dei nazisti, allora non ci sarebbe stato bisogno dei campi di concentramento né della Gestapo”. Agli italiani, invece, è stato fatto tutt’altro discorso. “Voi (han detto specialmente uomini politici inglesi in discorsi ufficiali e sulla stampa) non siete responsabili per aver voluto la guerra, imposta dal fascismo: ma siete responsabili di aver voluto il fascismo che ha voluto la guerra”. Ora i tedeschi, la guerra han dimostrato di volerla, come si è visto, anche se in parte male sopportarono la tirannide nazista. Ma questa è tutt’altra faccenda. Se il delitto-base per gli accusatori, è la stessa tirannide nazista, a giudicare i suoi tiranni era competente solo il popolo tedesco; mentre a Norimberga, in un giudizio impostato essenzialmente su tale delitto, non siede un solo giudice, un solo accusatore germanico! Non si ruba il mestiere ai profeti giudicando che la sentenza, lungi dal fare stato pel popolo tedesco, sarà ricevuto come un sopruso intollerabile, onde coloro che, se colpiti pei soli delitti contro l’umanità, sarebbero stati messi alla gogna di fronte alla storia diverranno invece nuovi eroi nazionali.
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Sul terreno politico-giuridico, poi, che è il terreno proprio del count one, le osservazioni potrebbero moltiplicarsi. Tutte le violazioni di trattati addebitate alla Germania fino all’aggressione della Polonia, gli Stati che vogliono ora condannarne gli autori le hanno sopportate, ratificate, legittimate. Si pensi all’accordo anglo-germanico per la limitazione degli armamenti navali; si ricordi il convegno di Monaco…L’argomento usato dagli inglesi contro gli italiani può facilmente ritorcersi contro i vincitori: voi, si potrebbe dire, non siete responsabili della guerra, voluta da Hitler; ma siete responsabili di aver permesso a Hitler fin dal 1921 di bandire propositi di rivincita, e poi di riarmarsi, di prepararsi alle aggressioni, di annettersi l’Austria, parte della Cecoslovacchia ecc. Di più: ad aggredire la Polonia non è stata solo la Germania, ma anche la Russia, la quale aveva già compiuto una simile prodezza contro la Finlandia. Eppure a Norimberga, la Russia non siede fra gli accusati, ma fra i giudici! Ancora: mentre Francia e Inghilterra sono entrate in guerra per la libertà della Polonia, le Nazioni Unite han detto di combattere pei principii della Carta Atlantica. A guerra vinta, la Polonia non è libera e la Carta è sepolta in un abisso di nuove ingiustizie internazionali. Politica? Benissimo, ovverosia malissimo! Ma la politica non è diritto. Nei rapporti internazionali, anzi, essa è spesso notoriamente la negazione del diritto e, quel che è peggio, della giustizia.
L’avere riunito, pertanto, in un unico procedimento penale, contro i medesimi imputati, capi d’accusa certamente fondati sul diritto (delitti contro l’umanità) con altri affatto privi di fondamento giuridico (delitti contro la pace) e fuso il tutto in un sistema generale schiettamente politico (count one) è un errore basilare che vizia l’intero processo di Norimberga. La condanna, infatti (come la conclusione del sillogismo, che “sequitur sempre peiorem partem”) non potrà avere un valore superiore a quello del più debole dei capi d’accusa: sarà, dunque, necessariamente una condanna politica. Il che, mentre è proprio ciò che si voleva evitare di fronte all’opinione pubblica mondiale, rende assolutamente insormontabile la seconda obiezione solita a muoversi contro questo genere di giudizi, obiezione di cui dobbiamo ora finalmente occuparci

III

Per infliggere a qualcuno una pena, a cagione di azione od omissione a lui imputabile, non basta che quel comportamento sia incriminato in una norma di diritto penale, ma è necessario altresì e soprattutto un giudice.
A proposito del mancato processo contro il Kaiser, scrive l’Orlando: “Questa terza ragione che rendeva impossibile il giudizio (mancanza del giudice) è quella che il sentimento non solo dei tendini ma dell’universale avverte subito come assolutamente ripugnante. Ad ogni uomo dotato di un mediocre sentimento di giustizia apparirebbe intollerabile che un reato possa essere giudicato dall’accusatore e la condanna pronunciata dalla stessa parte offesa”. Che vale, poi, promettere all’accusato le più ampie garanzie di difesa, “quando si dimentica che la prima e più essenziale garanzia è quella dell’imparzialità del giudice?”[14]
Sembra davvero singolare, a chi sappia mantenersi al di sopra delle passioni suscitate dalla guerra, che giuristi d’indiscusso valore non abbiano avvertito, in relazione al nuovo processo contro i capi tedeschi, quella “ripugnanza” che risponde innegabilmente al più elementare senso di giustizia, almeno fra noi latini. Ma la moderna scienza del diritto processuale, cui la giovane scuola americana ha dato pure notevole contributo, ha posto in luce le ragioni profondamente razionali di quel sentimento, che appare in piena armonia coi principii del diritto naturale. In base a tali criteri, è lecito affermare con tutta certezza l’illegittimità del Tribunale di Norimberga, così come è stato costituito in base all’accordo di Londra. Non trattasi semplicemente di legittima suspicione contro il Collegio giudicante, a cagione della sua composizione,[15] il che sarebbe già sufficiente a porre in dubbio la sua capacità a compiere opera di giustizia anzi che di vendetta politica. Il vizio è più grave e radicale in quanto, secondo i principii generali del diritto, vale a dire secondo la nozione stessa di giurisdizione, quel Tribunale non può essere riconosciuto come giudice.
E’ merito grandissimo di un nostro maestro, il Chiovenda, l’aver precisato con termini scultorei e definitivi l’essenza caratteristica della funzione giurisdizionale. Qualunque organo pubblico, che agisca rettamente secondo il diritto, pone in essere un’attuazione della legge, formulando un giudizio (di fatto e di diritto) relativamente alla situazione (e agli eventuali interessati) cui deve provvedere. Ma la funzione propria del giudice, o giurisdizione, “consiste nell’attuazione della legge mediante la sostituzione della attività di organi pubblici all’attività altrui, sia nell’affermare l’esistenza di una volontà di legge, sia nel mandarla ulteriormente ad effetto”.[16] In altri termini, l’organo giurisdizionale, a differenza di ogni altro, non è mai e non può essere, per la stessa natura della funzione esercitata, giudice in causa propria (nemo iudex in sua causa). Pertanto, colui che giudica in causa propria sarà parte, sarà organo amministrativo, politico, sovrano: non giudice. Ripetiamo: colui che giudica in causa propria non è soltanto un giudice sospetto e perciò ricusabile (come avviene se egli ha interessi connessi con una delle parti, o rapporti di sangue o intima amicizia ecc.); egli, semplicemente, non è giudice. Onde, se di fatto funziona ugualmente da giudice, l’illegittimità del processo e la nullità della sentenza, secondo i principii generali del diritto, sono assoluti e insanabili. Ecco perché il Taparelli avverte che nei rapporti internazionali, secondo lo stesso diritto naturale, o si ricorre a un Tribunale legittimamente costituito da potenze veramente neutrali, o si è costretti a riconoscere, che “il cannone è l’ultima ragione dei Re”.[17]

***

Relativamente alle accuse formulate nel count one e nel count two, che gli attuali giudici di Norimberga siano parti in causa, sembra affatto evidente. Invero, di fronte alla netta eccezione degli imputati che la guerra mossa dalla Germania alle potenze giudicanti fu giusta, di una giustizia quanto meno sostanziale, pei torti subiti a Versailles e successivamente, come negare che quelle potenze, chiamate direttamente in causa come accusate (reus in excipiendo fit actor), sian poste nella necessità di giudicare in causa propria? Non asseriamo punto, con ciò, che l’eccezione sia fondata in fatto e in diritto. Soltanto, l’incertezza dei fatti in controversia e il già illustrato imperfetto stadio del diritto internazionale dimostrano che quella eccezione è quanto meno ammissibile; vale a dire, che essa deve essere giudicata. Ora la stessa persona non può cumulare in giudizio le parti del giudice e dell’accusato.
Ma anche in relazione ai delitti contro l’umanità e ai crimini di guerra troviamo avanzata ed ammissibile una eccezione della stessa natura ed efficacia. Il mondo è stato bensì inorridito dai molteplici crimini perpetrati dalle armate naziste; ma lo è stato anche da quelli commessi o comunque addebitati all’altra parte. Già, di delitti contro l’umanità in epoca moderna si è cominciato a parlare precisamente in seguito ai massacri, alle persecuzioni politiche e religiose, alle riduzioni in schiavitù di lavoro verificatesi in uno degli Stati, che ora fa da giudice in Norimberga.[18] Ancora durante la guerra, maltrattamenti di prigionieri si sono avuti dappertutto. In Russia e in Algeria specialmente, la fame ha fatto stragi; e non solo la fame. In certi domini inglesi, l’onore dei prigionieri è stato vilipeso oltre ogni limite umano. E le fosse di Katin? Qui l’accusa era precisa e documentata. E gli stessi bombardamenti aerei anglo-americani non hanno superato evidentemente ogni limite di rappresaglie? Si pensi alle innumeri città italiane semidistrutte in pretesa rappresaglia dei duecento in efficientissimi apparecchi, che avrebbero dovuto bombardare Londra. Si ricordino i mitragliamenti a bassa quota di civili e persino di fanciulli intenti a giochi innocenti (chi può dimenticare la “giostra” di Grosseto?) e gli aviatori ubriachi e l’ignominia delittuosa di certe truppe di colore (marocchini), e le ruberie e le violenze dei singoli… Ma il colmo atroce dell’inumanità resta fissato nei secoli dalle bombe atomiche lanciate su città popolarissime e civili, quali Nagasaki e Hiroshima (secondo certa stampa, già dopo l’offerta di resa incondizionata e non solo per ragioni militari). Altro che “terra bruciata”, altro che “distruzioni indiscriminate” (capi di accusa contro i tedeschi), altro che mezzi di offesa sproporzionati, non limitabili e perciò vietati dal diritto internazionale bellico e da quello naturale!
Si parlerà di rappresaglie? Di necessità logistiche e militari? Noi non sappiamo se e come la Storia potrà accogliere questi argomenti, né come i posteri li giudicheranno. Sappiamo solo che a Norimberga gli imputati hanno assunto a difesa gli stessi principii e avanzate in tal senso analoghe eccezioni (diritto di rappresaglia, diritto di necessità oggettiva o determinata da analoga condotta dei nemici). Sappiamo che queste eccezioni pongono direttamente in stato di accusa le stesse potenze giudicanti tal che, secondo i principii generali del diritto, i giudici non sono più giudici ma parti in causa. In queste condizioni, essi non possono giudicare.
Se taluno o tutti gli accusati rappresentano una minaccia per la pace futura, è lecito ai vincitori adottare contro di essi misure di sicurezza. Ma se si vogliono punire come delinquenti, le parti lese (tutte e prima di tutte la Polonia) facciano magari da accusatori, non da giudici. Per il giudizio, ci si rivolga a un Tribunale di neutri, per esempio all’Alta Corte di giustizia internazionale. Secondo giustizia, però, quelle quattro potenze non possono giudicare, non possono condannare.

***

Ciò che vi ha di più tragico nella situazione attuale dell’umanità, uscita di recente da un abisso e già sull’orlo di un baratro peggiore, è forse il contrasto fra la maturità e la diffusione di alte concezioni morali nei singoli e nei popoli e l’impotenza della politica a soddisfare le esigenze che ne derivano. Nel dolore, i popoli e le stirpi hanno imparato che l’identità della natura umana postula necessariamente un’unità morale ed effettiva, cui gli egoismi, le ambizioni e le diffidenze reciproche fra gli Stati pongono ostacoli, che devono essere urgentemente superati. Ora questo superamento non è possibile che nella giustizia e nella carità.
Ma contro la giustizia e la carità tutti hanno peccato. Tutti hanno qualche responsabilità pei disastri dell’ultima guerra. Riconosciamolo sinceramente, umilmente, senza ipocrisie di processi unilaterali. Chiunque ha perpetrato volontariamente i delitti più gravi sia esemplarmente punito. Ma non si eriga a giudice implacabile chi ha peccato a sua volta contro la giustizia e contro l’umanità.
“Il giudizio morale del mondo è interessato a questi processi”: ha detto l’accusatore americano, sig. Jackson. Verissimo. Ma è un giudizio che non investe soltanto gli accusati. Come il supremo giudizio divino, esso controlla anche giudici e accusatori: “Propter quod – ammonisce l’Apostolo delle genti (Rom. 2, 1) – inexcusabilis es, o homo omnis, qui iudicas. In quo enim iudicas alterum, teipsum condemnas”.



[1] Dal mancato giudizio del Kaiser al processo di Norimberga, in Civiltà Cattolica, 1946, I, 332.
[2] Loc. cit., p. 341 e successivamente Civ. Catt., 1946, II, p. 186 e 404.
[3] Per una ampia, solida, lucidissima dimostrazione di questa maggiore, si confronti il trattato di Balladore Pallieri, La guerra, Padova, Cedam, 1936, p. 35 ss.
[4] Balladore Pallieri, op. cit., p. 90.
[5] Balladore Pallieri, op. cit., p. 99.
[6] Nota del 19 Maggio 1928 del ministro degli Esteri britannico all’ambasciatore americano a Londra.
[7] Civ. Catt., 1946, I, quad. 2306.
[8] Taparelli, Trattato di diritto naturale, II, n. 1377.
[9] P. Nuvolone, La punizione dei crimini di guerra, p. 83 ss.
[10] Nuvolose, op. cit., p. 85.
[11] G. Del Vecchio, Il fenomeno della guerra e l’idea della pace, Torino, 1911.
[12] Vedi l’articolo precedente in Civ. Catt., 1946, II, p. 404 e ss., specialmente 410 e 411.
[13] Vedi l’inchiesta di cui riferisce il Risorgimento liberale del 4 Luglio 1946.
[14] Orlando, Il processo del Kaiser, p. 106 della raccolta citata.
[15] E’ noto che il Tribunale militare internazionale di Norimberga si compone dei rappresentanti degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia e della Russia. E’ detto bensì che tali nazioni agiscono per conto dell’O. N. U.: ma che cosa è questa, ancora, se non l’organizzazione delle sole potenze in lotta con l’Asse?
[16] Chiovenda, Principii di diritto processuale civile, IV edizione, p. 301.
[17] Op. cit., n. 1337.
[18] Mandelstam, La protection international des droits de l’homme, in Recueil des cours de l’Acad. De dr. Int., 1931, IV, p. 146 ss.