martedì 7 febbraio 2012
Contraffatto il massacro di Homs
Gruppi armati
terroristici hanno contraffatto un massacro a Homs[1]
Gruppi armati terroristici hanno contraffatto un massacro a
Homs.
Costoro hanno ucciso dei civili e dei membri dell’esercito e
hanno realizzato un video contraffatto.
La signora Thana al-Mohamad, residente a Homs, ha detto di
aver riconosciuto due cadaveri di suoi parenti – tra quelli mostrati dai canali
satellitari dediti alle falsificazioni – che vennero rapiti 17 giorni fa nel
governatorato di Homs. Khalid al-Shalabi, un altro residente di Homs, ha detto
alla tv siriana che alcuni membri dei gruppi armati terroristici si travestono
con uniformi dell’esercito per sparare a casaccio sui cittadini di Homs.
Decine di civili innocenti sono stati rapiti dai gruppi
armati terroristici in differenti luoghi all’interno della Siria; molti di loro
sono stati torturati, stuprati e uccisi per mano dei terroristi, sostenuti da
paesi come il Qatar, la Turchia, la Francia e molti altri.
Ma i satelliti televisivi delle menzogne e delle
falsificazioni non hanno evidenziato il fatto che se gli uccisi fossero stati
colpiti dai mortai, come essi affermano, i loro corpi sarebbero stati fatti a
pezzettini.
“I satelliti televisivi dell’istigazione, partner dei gruppi
armati terroristici e del cosiddetto consiglio di Istanbul, hanno scatenato una
campagna isterica di provocazione e di incitamento allo spargimento di
ulteriore sangue siriano per influenzare le prese di posizione di alcuni paesi
al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, ha aggiunto la fonte.
FINE
Ed ecco il video su Youtube cui è allegato il commento da me
tradotto:
Homs Massacre a Fake,
Syria 04-02-2012 [Un falso il massacro di Homs, Siria 04-02-2012]
Messaggio dagli amici di Pedro Varela
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| Varela mentre si appresta a entrare in carcere, 12 dicembre 2010 |
Importante messaggio da parte dell’associazione degli amici
di Pedro Varela:
Tenuto conto dell’imminenza della data in cui Pedro Varela
dovrebbe uscire di prigione, è importante sostenerlo e inviargli delle lettere
affinché i funzionari vedano che le persone non l’hanno dimenticato e che
sperano nella sua rapida messa in libertà. Così costoro ci penseranno due volte
prima di provare a comminargli sette mesi supplementari di condanna che,
teoricamente, non gli devono essere contati ma che il Sistema ha la capacità, e
la volontà, di comminargli.
Potete manifestare il vostro sostegno scrivendo a:
Pedro Varela Geiss
CP Can Brians 1,
Módulo MR1 – Celda 109 L
Apdo. Correos 1000
08760 Martorell
Barcelona
lunedì 6 febbraio 2012
Una lettera dal carcere del revisionista tedesco Axel Moller
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| Axel Moller |
Dalla nostra
corrispondente Bocage riceviamo e
traduciamo:
Dalla prigione di Stralsund, dove è entrato il 7 dicembre
scorso, per scontarvi una pena di due anni e mezzo, il revisionista tedesco
Axel Möller,
47 anni, responsabile del sito Altermedia Germania, ringrazia tutti gli amici
francesi che gli hanno inviato dei messaggi. La lettera è datata”Stralsund,
gennaio 2012” (grazie al nostro traduttore per questa bella traduzione):
Cari amici francesi e francofoni di Altermedia,
vorrei ringraziare qui tutti coloro che, dopo la mia
incarcerazione nella prigione di Stralsund, mi hanno inviato per Natale e per
il Nuovo Anno molta posta.
Ho potuto rendermi conto che, malgrado la barriera della
lingua, ci si può capire perfettamente al di là delle frontiere nella battaglia
da condurre per la verità e la libertà, due concetti la cui risonanza è la
stessa in tutte le lingue, anche se cambia il modo di esprimersi. Per tutto ciò
ancora grazie.
Quanto a quelle che sono qui le mie condizioni di vita,
posso dire che, tenuto conto delle circostanze, esse sono accettabili anche se,
ad esempio, mi è proibito procurarmi dei libri fuori dal carcere. È
così che, tra l’altro, la mia richiesta per dei libri di Epitteto, Nietzsche,
Schopenhauer, Seneca e Voltaire è stata rifiutata. Ma, per contro, l’accesso a
una letteratura dove abbondano in tutti i modi violenza, morti e kitsch mi è
concesso senza alcun limite.
Sarò verosimilmente oggetto di un nuovo processo che
riguarderà anch’esso reati d’opinione e che verrà saldato ugualmente con una pena di prigione, per cui non
posso prevedere quando finirà la mia incarcerazione. E ciò, tanto più che non
sono assolutamente disposto a fare delle concessioni a scapito delle mie
opinioni politiche e della mia concezione politica del mondo, concessioni che
mi permetterebbero di ottenere un miglioramento delle mie condizioni detentive,
o una liberazione anticipata. Mi sono state già fatte delle proposte in tal
senso, che ho rifiutato senza discussione.
A tutti i francesi e i francofoni che mi hanno sostenuto e
che mi hanno testimoniato la loro solidarietà in questi ultimi mesi, chiederò
di inviarmi delle cartoline illustrate dei luoghi dove vivono, piuttosto che dei
semplici biglietti di auguri o simili. La vista che ho attualmente dalla
finestra della mia cella è così sinistra e uniforme che preferisco guardare un tabellone
dove si trovano espressi a colori dei saluti provenienti dalla Germania e dal
mondo intero.
[E, in francese] Merci!
FINE
Per scrivere a questo prigioniero di coscienza:
Signor Axel Möller
JVA Stralsund
Franzehöhe 12
D-18439 Stralsund
Germania
“È così che, tra l’altro, la mia richiesta per dei libri di Epitteto, Nietzsche, Schopenhauer, Seneca e Voltaire è stata rifiutata. Ma, per contro, l’accesso a una letteratura dove abbondano in tutti i modi violenza, morti e kitsch mi è concesso senza alcun limite”.
domenica 5 febbraio 2012
Destini paralleli: Raffaele Mattioli e Adriano Olivetti
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| L'ambasciata americana a Roma |
Raffaele Mattioli e Adriano Olivetti.
Due italiani illustri del 900: il grande finanziere e il grande
industriale.
Due umanisti e mecenati con un approccio eretico alla cultura e alla vita (e la cui “eresia” ha suscitato,
non del tutto a torto, la diffidenza dei cattolici, almeno di quelli di un
certo tipo[1]).
Due eccentrici, rispetto
all’establishment italiano, di cui pure hanno fatto a lungo parte.
Ma anche, in ultima analisi, due servitori dello stato, due patrioti con un’idea di Italia e con un
progetto specifico – l’indipendenza nazionale della finanza, per don Raffaele,
l’eccellenza informatica e scientifica, per Adriano – incompatibili con la
mediocrità richiesta dall’establishment suddetto.
Per questo sono
stati spazzati via, sia pure con
tempi e modi diversi (Olivetti sembra sia stato addirittura ucciso, come
vedremo più avanti).
Per evidenziare il parallelismo del loro destino, invece di
scrivere un articolo, mi limiterò alla riproduzione di alcune citazioni.
Utilizzerò come fonte delle mie citazioni due articoli: quello di
don Curzio Nitoglia intitolato RAFFAELE
MATTIOLI ED ENRICO CUCCIA: IL POTERE DELL’ALTA FINANZA[2]
(che recensisce il libro di Giancarlo Galli “Il banchiere eretico. La singolare
vita di Raffaele Mattioli”, Rusconi editore) e quello pubblicato sul sito “BYE BYE
UNCLE SAM” intitolato Adriano Olivetti: l’italiano
“pericoloso”[3]
(le cui informazioni sono tratte dal libro “Il miracolo scippato. Le quattro
occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato,
Donzelli editore). I grassetti nel testo sono miei.
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| Raffaele Mattioli |
Raffaele Mattioli:
«Il nazionalismo fu la sua prima “eresia”, al cospetto dell’establishment. Per esso il banchiere non deve avere una patria, la sua patria è il mondo. “Per Mattioli, invece, la Patria (con la maiuscola) è l’Italia (…), è stato a Fiume con D’Annunzio”.
«Come crociano, Mattioli era liberale, ma seguiva in campo economico la scuola keynesiana, essendo favorevole all’intervento dello Stato nell’economia, una eresia per
i liberisti puri alla von Hayek o alla Milton Friedman. Cuccia in ciò lo
ritiene un liberale anomalo.
«Mattioli favorì, in
contrasto con Giuseppe Toepliz che lo aveva aiutato nella sua scalata delle
cime dell’Alta Finanza, il passaggio della Comit dalla sfera privata all’IRI: la sfera pubblica…Mattioli decise di servire il
regime [fascista] senza perdere la dignità, cercando una motivazione ideologica
elevata: il keynesismo ossia l’intervento dello Stato in economia e
preparandosi ad un imprecisabile ma ineluttabile post-fascismo.
«Mattioli aveva cercato di
trasformare la Comit nella banca “italiana” per eccellenza: invece l’Istituto
di piazza Scala, passata sotto il virtuale controllo di Cuccia-Mediobanca (il
figlio che divora il padre!), scivolerà lentamente nelle mani straniere…della
Banque Lazard di Parigi-Londra-New York.
«Secondo il Galli «che Otto Joel e Giuseppe Toepliz fossero in “odore
di massoneria”, è opinione abbastanza corrente, sebbene da nessuna parte si
trovino precisi riscontri. Quanto a Mattioli il suo nome non compare nemmeno
nei pamphlet più arditi, a differenza di quanto è accaduto ad Enrico Cuccia o
Cesare Merzagora. (…) “Essendo un crociano,
papà non poteva avere per la massoneria che l’atteggiamento di disprezzo del
Maestro”, sottolinea il figlio Maurizio.
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| Cuccia (a destra) con Cesare Romiti |
«Il 22 aprile 1972, Raffaele Mattioli, dopo quarantasette anni di “servizio”, lascia la carica di presidente della Comit. Gli succede Gaetano Stammati. […] Galli commenta: «E qui veniamo al nodo della questione. L’isolamento di Mattioli, non potendo più contare sul sostegno dell’establishment finanziario che fa ormai riferimento alla Mediobanca di Enrico Cuccia…col quale Mattioli è in crescente frizione […] Secondo il Galli, Mattioli non “aveva saputo capire la mutazione genetica in atto nel capitalismo che ha travolto il keynesismo, inteso come primato dell’interesse pubblico su quello individuale, dell’interesse collettivo su quello delle…lobbies”. E non aveva gli appoggi (ebraico-americani) che salveranno Cuccia”.
«Mattioli era un fautore del “capitalismo ordinato”, come lo
chiama Galli, Cuccia invece era fautore di un “capitalismo proteso verso la
rivincita”.
«Sia Mediobanca (Cuccia) che Comit (Mattioli) dipendono dall’IRI,
vale a dire dallo Stato. “Se non che mentre a Mattioli ciò sta bene, a Cuccia
no. E gli sforzi che fa per sottrarsi alla sua tutela sono incessanti.
«Mattioli e Cuccia sono agli antipodi per quanto riguarda la loro
attitudine verso le grandi famiglie imprenditoriali. Mattioli (il dominus della Comit) restò sempre un “servitore dello Stato”, mentre Cuccia (il dominus
di Mediobanca) si schierò subito in loro favore. Così durante il regno
dell’“ultimo Mattioli” i capitalisti “vanno a Cuccia”... o meglio ancora da
Cuccia, poiché il Quartiere Generale della finanza italiana ha cambiato
indirizzo e timoniere.
«Cuccia riesce a portare nel suo “salotto” oltre al fior fiore
dell’imprenditorialità italiana (dagli Agnelli ai Pirelli) la potentissima
Banque Lazard che opera lungo l’asse Parigi-Londra-New York, mettendo a
profitto l’amicizia che ha stretto durante la famosa missione del ‘42 con il
grande banchiere ebreo Andrè Meyer. Da quel momento Mediobanca è, nei fatti,
ben più “internazionale” della Comit. Una connotazione che si farà sentire.
Quando, negli anni Ottanta, alcuni politici tenteranno di estromettere Enrico
Cuccia da Mediobanca, a differenza di quanto si verificò con Mattioli, scendono
in campo a suo sostegno i potentati esteri oltre che quelli nostrani. E
i politici sono obbligati a ripiegare, accettando successivamente (1988) la
“privatizzazione” di Mediobanca. Perché gli “amici” di Cuccia si chiamano
Lazard e Deutsche Bank”».
.
Conclusione?
FINE DELLE CITAZIONI TRATTE DALL'ARTICOLO DI DON CURZIO NITOGLIA
Adriano Olivetti:
«Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta
nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre
più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948,
del Movimento Comunità.
«L’Olivetti – nelle parole del
tesoriere Mario Caglieris – è “una
fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene
destinato prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi
sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.
«La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano
Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati
che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell'informatica moderna, ma si intreccia anche alle dinamiche della guerra fredda.
«A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese
Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di
Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del
Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo
calcolatore elettronico da destinare al mercato.
«Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico –
terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a
transistor commerciale della storia. Con
l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto
novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite
“sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e
proteggere la nascente industria
informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni
nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i
concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti
stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.
«In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.
«Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui
movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano
supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre
l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi,
in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o
perlomeno a primeggiarvi, gli Stati
Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata
cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
«A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che
gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle
ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e
contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.
«Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né,
tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il
voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo
governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al
Laboratorio, spiega che esso “non era di
sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti,
ma di certo si trattava di un modello certamente in controtendenza ai valori di
un’ampia comunità
interna alla DC,
solidale invece ai valori ‘atlantici’”.
«Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom
degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria
e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo
d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale
dell’azienda di Ivrea».
Fiat, Pirelli, Mediobanca…un film già visto. Conclusione?
«Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un
nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento,
viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla
con le parole di Rao – la politica
industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella
ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la
cessione agli americani della restante quota del 25%».
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| Adriano Olivetti |
Molto interessante anche il commento di un lettore al suddetto articolo:
«Mi presento : sono un
pensionato assunto nel 68 presso la Olivetti di Ivrea come impiegato tecnico
elettronico e quindi la realtà che voi presentate l’ho vissuta sulla mia pelle.
A detta dei dipendenti interni, voce di popolo, Adriano Olivetti non è morto
per cause naturali ma è stato lasciato morire dopo un attacco di cuore molto
sospetto, vedi anni dopo un certo Aldo Moro morto in circostanze simili. Quello
che posso affermare con sicurezza, detto in parole povere, per la Olivetti
ciascun dipendente era un ESSERE UMANO da trattare in modo opportuno, per la
Fiat ogni dipendente era un NUMERO e basta da gestire come tale. Concludo
ancora con una nota sugli eporedioti (cittadini di Ivrea) che fino a quando
Berta filava se ne fregavano di tutto compreso il Movimento Comunità e quando i
soliti noti si sono dati da fare per distruggere l’Azienda hanno collaborato da
perfetti burattini. Non ricordo esattamente la data , anni 70 credo, un altro
progettista è morto in un incidente stradale sospetto,se vi possono interessare
altri particolari relativi alla gestione De Maledetti sarò ben lieto di darveli».
FINE DELLE CITAZIONI TRATTE DALL'ARTICOLO DI "BYE BYE UNCLE SAM"
FINE DELLE CITAZIONI TRATTE DALL'ARTICOLO DI "BYE BYE UNCLE SAM"
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| Agnelli, Valletta, Pirelli e Bianchi |
Conclusione generale
Fino a quando l'Italia continuerà a essere "la Bulgaria della NATO" le rimarranno preclusi sia il benessere economico che il progresso scientifico, come già evidenziato più volte su questo blog. Ricordo al riguardo almeno i seguenti post (in questi casi, repetita juvant):
L'Italia dell'Ulivo: lo scemo del villaggio globale
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/09/litalia-dellulivo-lo-scemo-del.html
Dal Rapporto 41 alla cacciata di Rubbia: lo sfacelo del nucleare all'italiana
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/12/dal-rapporto-41-alla-cacciata-di-rubbia.html
Silvio Berlusconi: da Cesare a Piccolo Cesare?
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/07/silvio-berlusconi-da-cesare-piccolo.html
Tutti quei politici che parlano di "innovazione" e "ricerca" e, nel contempo, continuano a sostenere l'attuale collocazione atlantica dell'Italia mentono sapendo di mentire.
Un’ultima annotazione a proposito dei banchieri Lazard. Li abbiamo sentiti aleggiare anche nella – molto più recente – vicenda editoriale del “Fatto Quotidiano”, come ne scrissi nel post del 2 dicembre 2010 (dopo le – ampie – citazioni suddette non mi sembra inopportuna un’autocitazione, per concludere il post di oggi):
Da Antonio
Padellaro ad Antonio Padellaro: la maledizione dell’Italia che non cambia mai
«Lazard..., anche questo nome non mi è nuovo. La
reminiscenza in questo caso non si riferisce tanto al nome in sé, quello
dell’onusta e altolocata banca d’affari, quanto a una certa liason con
certi personaggi di casa nostra. Anche qui, poi mi sono ricordato: ma sì, mi
sembrava che nella proprietà del Fatto Quotidiano il fatidico
marchio c’entrasse in qualche modo. Come ha scritto Luca Telese nel suo blog,
tra i soci promotori del “Fatto” c’è anche la casa editrice Chiarelettere,
con il 16% del capitale. Uno dei soci di quest'ultima è il banchiere Guido
Roberto Vitale, presidente della banca d’affari VITALE &
ASSOCIATI, già presidente di Lazard Italia
dal 1997 al 2001. La presenza, a quanto pare solo indiretta, di Vitale nel
“Fatto” aveva suscitato qualche mese fa il malumore di diversi lettori (che ne temevano un
peso ben più incombente), come si può constatare dai commenti al detto pezzo di
Telese.
È probabile, se non certo che, come asserisce quest’ultimo, l’influenza di
Vitale sul “Fatto” sia “pari a zero”: quello che qui mi preme sottolineare è
l’indubbia comunanza di idee tra questi soggetti
editoriali. Comunque, a leggere i curricula dei membri più autorevoli del team
della banca Vitale, il passaggio alla Lazard sembra un “must”: Orlando Barucci
(Consulente Lazard Parigi dal 1992 al 1993), Daniele Sottile (sino al 2001 Director
e membro del Consiglio di Amministrazione di Lazard Italia), Riccardo
Martinelli (Associate presso Lazard Italia dal 1994 al 1996, Paola
Tondelli (dal 1997 al 2000 Director di Lazard Italia)».
[1] Sugli
aspetti “sulfurei” di Mattioli vedi l’ampio ritratto che ne fa Blondet nel suo
libro Gli Adelphi della dissoluzione:
http://www.ibs.it/code/9788881552344/blondet-maurizio/gli-adelphi-della.html
. Sul “socialismo magico” di Olivetti vedi il volume di Valentino Cecchetti IL «SOCIALISMO
MAGICO» IN G. NOVENTA E ADRIANO
OLIVETTI LETTORI DI RUDOLF STEINER (un grazie per la segnalazione di questo testo a Marco Massignan): http://www.slsi.it/sito/immagini/pubblicazioni%20libri/01-CECCHETTI%20SOCIALISMO%20MAGICO.pdf
[2]
Pubblicato sul n° 51 di Sodalitium,
luglio 2000, pp. 28-45, ripubblicato in rete in forma non integrale, con il
titolo Mattioli e Cuccia, all’indirizzo:
http://www.doncurzionitoglia.com/mattiolcuccia.htm
sabato 4 febbraio 2012
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