martedì 9 febbraio 2010

Ernst Zündel: il più importante prigioniero politico dell'occidente

ERNST ZÜNDEL

Di Mark Weber, 5 Febbraio 2010[1]

Ernst Zündel, editore, autore e attivista dei diritti umani, di origine tedesca, è un’importante figura del movimento revisionista internazionale. Da diversi anni viene tenuto dietro le sbarre, prima in Canada e ora in Germania, per le sue opinioni non conformiste espresse in modo pacifico. Attualmente, è il più importante detenuto per reati d’opinione dell’occidente.

È autore di innumerevoli opuscoli, bollettini, e saggi. Si è fatto un nome come straordinario editore, come uomo-azienda di pubbliche relazioni, e come abile oratore ed organizzatore. Energico, tenace e coraggioso, è impavido nella lotta contro difficoltà apparentemente insuperabili e nemici apparentemente invincibili.

Ernst Zündel è nato il 24 Aprile del 1939, in un piccolo centro della Foresta Nera, nella Germania sudoccidentale. Emigrò in Canada a 19 anni, dove presto si sposò e diventò padre di due bambini. La sua carriera come artista grafico fu un successo: il suo lavoro apparve, ad esempio, sulla copertina sulla rivista canadese a diffusione nazionale MacLean’s.

Accantonando la sua florida carriera, si dedicò al grande compito – quale appariva ai suoi occhi – di riscattare la reputazione infamata dei suoi compatrioti tedeschi. Con la sua casa editrice Samisdat distribuì a livello internazionale una straordinaria quantità di libri, opuscoli, depliant, bollettini, e cassette audio e video. Simon Wiesenthal, il ben noto “cacciatore di nazisti”, definì Zündel il distributore mondiale numero uno di materiale pericoloso.

Zündel, probabilmente, è conosciuto soprattutto per il suo ruolo da protagonista nei “processi dell’Olocausto” del 1985 e del 1988. Venne portato in tribunale a Toronto con l’accusa di aver pubblicato “false notizie”, e in particolare di aver pubblicato la riedizione di un opuscolo intitolato Did Six Million Really Died? [Ne sono morti davvero sei milioni?].

I due lunghi processi di Zündel – il processo del 1985 durò due mesi, e quello del 1988 durò quattro mesi – sono stati la cosa che più si è avvicinata ad un dibattito approfondito sull’argomento dell’Olocausto. Per la prima volta in assoluto, “sopravvissuti dell’Olocausto” e storici dell’Olocausto vennero interrogati attentamente e criticamente, sotto giuramento, sulle loro affermazioni e sulle loro convinzioni.

Per combattere la battaglia legale che gli era stata imposta, riunì un’imponente squadra internazionale di studiosi revisionisti, avvocati, ricercatori e molti altri. Questo gruppo raccolse alla “Zündelhouse”, da numerose biblioteche e archivi dell’America del nord e dell’Europa, una delle più straordinarie collezioni di prove su questo capitolo della storia.

Tra coloro che, in questi processi, testimoniarono in favore di Zündel, vi furono Robert Faurisson, David Irving, Mark Weber, William Lindsey, Udo Walendy e Bradley Smith. Per questi processi, venne presentata in tribunale un’enorme quantità di prove schiaccianti che confutavano la storia dell’Olocausto, prove che entrarono stabilmente a far parte della conoscenza sull’argomento. Forse, la prova più importante fu la storica testimonianza dell’esperto di camere a gas Fred Leuchter sulla sua indagine forense, condotta sul posto, delle presunte camere a gas omicide in Polonia.

Nel processo del 1985, Zündel venne dichiarato colpevole, ma il verdetto venne annullato dalla corte di appello. Essa stabilì che il giudice di quel processo aveva, tra le altre cose, impartito istruzioni scorrette alla giuria, e aveva escluso in modo scorretto delle prove a discarico. Nel Maggio del 1988, alla conclusione del secondo processo Zündel, la giuria lo dichiarò colpevole. Pochi giorni dopo, venne condannato a nove mesi di prigione.

In appello, la Corte Suprema del Canada bocciò la condanna, dichiarando il 27 Agosto 1992 che l’obsoleta legge sulle “false notizie”, in base a cui era stato condannato, era una violazione della Carta dei Diritti del paese. Questo non fu solo un successo personale, ottenuto dal più alto tribunale del Canada; Ernst Zündel ottenne un’importante vittoria per i diritti di tutti i canadesi.

La successiva grande battaglia legale di Zündel venne combattuta a Toronto davanti al Canadian Human Rights Tribunal [Tribunale canadese per i diritti umani] in base all’ accusa, istigata da gruppi ebraici, di promuovere “l’odio o il disprezzo” contro gli ebrei attraverso il sito web “Zundelsite” (http://www.zundelsite.org/ ), diretto da Ingrid Rimland negli Stati Uniti. In questa azione legale, come venne dichiarato dal presidente del tribunale, la verità o la validità dei testi presuntamente propalatori di odio, non venivano prese in considerazione (alla fine, il tribunale sentenziò che il sito “Zundelsite” era illegale ma, poiché la sede del sito si trova negli Stati Uniti, la sentenza era inapplicabile).

Durante i 42 anni in cui visse in Canada, Ernst Zündel non venne mai condannato per nessun reato. Fu lui invece ad essere vittima, ripetutamente, della violenza e dell’odio. Sopravvisse a tre tentativi di omicidio, inclusi l’incendio e l’attentato dinamitardo. Ha anche sopportato un’annosa persecuzione legale e ripetute incarcerazioni.

Dopo più di quarant’anni vissuti in Canada, incluso il fallito tentativo di acquisire la cittadinanza canadese, si trasferì negli Stati Uniti, dove nel Gennaio 2000 sposò Ingrid Rimland.

Sua moglie, dotata scrittrice e rinomata autrice per conto proprio, nacque in Ucraina in una comunità di tedeschi etnici mennoniti. Da bambina, lei e la sua famiglia furono vittime del dominio sovietico e delle devastazioni della seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, visse per qualche tempo in Paraguay e in Canada, e poi per anni in California. Ingrid Rimland è laureata in pedagogia ed è cittadina statunitense naturalizzata.

Il 5 Febbraio del 2003, Ernst Zündel venne arrestato nella loro tranquilla casa nella regione montana del Tennessee orientale. Venne sequestrato con il pretesto che aveva violato le regole sull’immigrazione, o che non si era presentato a una convocazione delle autorità americane preposte all’immigrazione, sebbene fosse entrato negli Stati Uniti legalmente, si fosse sposato con una cittadina americana, non avesse precedenti penali, e si comportasse correttamente, per poter ottenere lo status di residente regolare permanente.

Dopo essere stato tenuto in carcere per due mesi, venne deportato in Canada. Per due anni – dalla metà del Febbraio 2003 al 1 Marzo 2005 – venne tenuto in isolamento nel Toronto West Detention Centre, con il pretesto che rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale.

Il suo arresto e la sua detenzione provocarono una vasta attenzione da parte dei media. Qualche giornale canadese, incluso il prestigioso Globe and Mail di Toronto – e diversi analisti indipendenti – riconobbero l’ingiustizia della sua carcerazione pretestuosa.

Tra coloro che protestarono per l’ingiusto trattamento subìto da Zündel vi fu Bill Dunphy, un veterano del giornalismo d’inchiesta, nonché direttore del quotidiano Hamilton Spectator. Egli passò sei anni a indagare il movimento canadese del “suprematismo bianco”, e riuscì a conoscere Zündel di persona. Sebbene non abbia simpatia per le opinioni di Zündel, in un duro editoriale (Hamilton Spectator, 14 Maggio 2003) disse ai suoi lettori:

“Il nostro governo ha preso Ernst Zündel e lo ha bollato, lo ha privato dei suoi diritti umani, lo ha processato in segreto e lo ha trovato colpevole, e lo consegnerà a un governo straniero voglioso di sbatterlo in prigione…

“…Zündel - che ha fatto un favore a questo paese facendo cancellare le nostre vergognose leggi sulle “False Notizie” – non è mai stato condannato in questo paese per reati penali, né è mai stato trovato colpevole di aver violato le leggi sui reati di opinione che in questo paese soffocano la libertà di espressione.

“Calcolando giustamente che non c’era un costo politico, che non c’erano svantaggi nel buttare con un calcio fuori dal paese un uomo anziano e disprezzato, il nostro governo ha messo insieme il suo miglior repertorio di offese e insinuazioni - e Dio solo sa quali “prove” - e ha bollato Zündel come una minaccia alla sicurezza nazionale.

“Conosco quest’uomo, i suoi contatti locali e internazionali e conosco questo movimento. E dopo aver letto il riassunto non riservato di 58 pagine delle accuse governative, posso assicurarvi che in questo caso non c’è giustizia. Le loro “prove” rigurgitano di errori e di disinformazione, di dicerie e di insinuazioni sanguinose. Abbiamo ricominciato con i “Dead Men Walking”[2], e i pezzi smembrati di servizi segreti screditati ritornano ricomposti e minacciosi molto tempo dopo essere crollati sotto il peso della loro incapacità. È una scemenza vergognosa, disonesta e inattendibile”.

La Canadian Association for Free Expression [Associazione canadese per la libertà di espressione] (CAFE), un’associazione fautrice della libertà di espressione, ha combattuto per la liberazione di Zündel. “Zündel è un prigioniero politico nel senso letterale del termine”, ha detto il direttore della CAFE Paul Fromm, che è stato anche il legale di Zündel durante la detenzione. “Viene tenuto in isolamento soltanto a causa dell’espressione – non violenta – delle sue idee politiche”.

L’accusa che Zündel avrebbe potuto rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale “è una maligna scemenza”, ha detto Fromm. “Zündel è stato politicamente attivo in Canada per 40 anni. È un personaggio pubblico. I suoi scritti e i suoi discorsi sono consultabili in rete. È stato indagato per anni dalla polizia. È un libro aperto. Zündel non ha mai predicato né praticato la violenza, né l’hanno fatto i suoi sostenitori”, ha aggiunto Fromm. “È un pacifista e un editore”.

Zündel è stato detenuto in Canada non perché le sue idee sono impopolari, o perché era “un rischio per la sicurezza”. È stato in prigione perché certi gruppi ebraici lo volevano lì, e perché diffondeva idee che la lobby ebraico-sionista considera dannose per i propri interessi.

Tale lobby costituisce il fattore critico, decisivo, nella campagna in corso da decenni per ridurlo al silenzio. L’unica azione organizzata e istituzionalizzata per mandarlo in galera è venuta da questa lobby, lobby che include il Simon Wiesenthal Center, il Canadian Jewish Congress, la Canadian Holocaust Remembrance Association [Associazione canadese per la memoria dell’Olocausto], e la League for Human Rights of B’nai B’rith (Lega per i Diritti Umani del B’nai B’rith, che negli Stati Uniti ha il suo corrispettivo nella Anti-Defamation League).

Il 1 Marzo del 2005, Zündel venne deportato in Germania, proprio come i gruppi ebraici avevano chiesto. Da allora, viene detenuto nella prigione di Mannheim, dove sta finendo di scontare anni di prigione per il “reato d’opinione” di aver “negato l’Olocausto” (il “negazionismo” dell’Olocausto è illegale in Germania, Francia, Austria, Svizzera, e in qualche altro paese europeo).

Il 29 Giugno del 2005, il pubblico ministero di Mannheim accusò formalmente Zündel di “istigazione all’odio” per aver scritto o distribuito testi che “approvano, negano o minimizzano” il genocidio attuato dal regime nazista, e che “denigrano la memoria dei morti [ebrei]”. Gli scritti citati per primi nella requisitoria sono i testi pubblicati sul sito web “Zundelsite”, che è registrato e diretto negli Stati Uniti da sua moglie, dove tali scritti sono del tutto legali.

Il processo a Zündel, durato tre mesi, si concluse il 15 Febbraio del 2005, quando il tribunale di Mannheim lo condannò a cinque anni di prigione per il reato di “istigazione della popolazione”, in base alla famigerata legge tedesca antinegazionista. I 14 reati specifici citati dal tribunale includevano i “post” pubblicati sul sito web “Zundelsite” ubicato negli Stati Uniti. Il tribunale ottemperò così la richiesta delle autorità tedesche di punire le persone per scritti che sono legali nel paese dove vengono pubblicati. I gruppi ebraici espressero, rapidamente e prevedibilmente, la loro approvazione per il verdetto.

Negli ultimi anni, un crescente numero di studiosi, intellettuali e giornalisti, in Europa e altrove, hanno condannato le leggi di certi stati europei in base alle quali Zündel e altri sono stati imprigionati, multati o costretti all’esilio per aver espresso il proprio scetticismo sull’”Olocausto”. Queste leggi, fanno notare coloro che le criticano, sono selettive, ipocrite e violano i principi basilari della libertà di parola e della libertà di espressione.

Ernst Zündel, che qualche volta si definisce un “contadino svevo”, è un uomo socievole e spiritoso, favorito da una rara combinazione di instancabile ottimismo e di senso pratico. Riesce a conservare quest’attitudine contagiosa anche in condizioni decisamente avverse. È un individuo singolarmente intelligente e sensibile, con un’acuta comprensione della natura umana. Sa come persuadere, convincere e incoraggiare gli altri a esprimere il loro meglio per una causa superiore. Ispira fiducia, lealtà e affetto.

Su quest’uomo straordinario, Robert Faurisson scrisse nel 1988: “Zündel potrà finire in prigione ancora una volta, per le sue ricerche e le sue convinzioni, o venire minacciato di deportazione. Tutto ciò è possibile. Tutto può accadere, quando si verifica una crisi intellettuale e un riassestamento di concetti storici di tali dimensioni. Il revisionismo è la grande avventura intellettuale di questo fine secolo. Qualunque cosa accada, Ernst Zündel è già il vincitore”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revisionists.com/revisionists/zundel.html
[2] “Dead Man Walking!” è l’espressione che usano comunemente i carcerieri americani per annunciare l’ultima passeggiata del condannato diretto dalla sua cella al patibolo.

lunedì 8 febbraio 2010

Erdogan: l'Iran è nostro amico

L’IRAN E' NOSTRO AMICO’, DICE IL PRIMO MINISTRO TURCO RECEP TAYYP ERDOGAN

Di Robert Tait, 26 Ottobre 2009[1]

Con le sue stupende vedute e i palazzi un tempo ottomani, le sponde del Bosforo – lo strategico corso d’acqua che taglia Istanbul a metà e che divide l’Europa dall’Asia – possono essere il luogo perfetto per distinguere l’amico dal nemico e per capire da che parte stanno gli interessi del vostro paese.

E dentro il suo grandioso quartier generale accanto al canale, lungo il simbolo del presunto ruolo della Turchia quale ponte tra est e ovest, Recep Tayyp Erdogan ha pochi dubbi su chi è un amico e su chi non lo è.

Mahmoud Ahmadinejad, il presidente dell’Iran radicale, la cui focosa retorica lo ha reso la bestia nera dell’occidente? “Non c’è dubbio che sia nostro amico”, ha detto Erdogan, il primo ministro della Turchia degli ultimi sei anni. “Come amico, abbiamo avuto finora ottime relazioni e non abbiamo avuto nessuna difficoltà”.

E Nicolas Sarkozy, il presidente francese, che ha guidato l’opposizione europea al tentativo della Turchia di entrare nell’Unione Europea e, incidentalmente, ha avuto toni ostili verso il programma nucleare iraniano? Non è un amico?

“Tra i leader europei vi sono quelli che nutrono pregiudizi contro la Turchia, come la Francia e la Germania. In precedenza, sotto Chirac, abbiamo avuto eccellenti relazioni [con la Francia] e lui aveva un atteggiamento positivo verso la Turchia. Ma durante l’era di Sarkozy non è la stessa cosa. È un atteggiamento ingiusto. L’Unione Europea sta violando le sue stesse regole.

“Se stessimo nella UE, costruiremmo ponti tra il miliardo e mezzo di musulmani e i non musulmani. Dovrebbero pensare a tutto ciò. Se lo ignorano, indeboliranno la UE”.

Amichevole verso un Iran teocratico e religioso, desiderosa e sempre più irritata verso un’Europa secolarizzata ma insopportabilmente sprezzante. Sembra il riassunto perfetto della dicotomia est-ovest della Turchia.

Il debole di Erdogan per Ahmadinejad può sorprendere in occidente coloro che considerano la Turchia una democrazia filo-occidentale stabilmente ancorata dentro la Nato. È membro dell’alleanza dal 1952. Sarà meno sorprendente per i critici interni laicisti di Erdogan, che ritengono che il cuore del primo ministro sia rivolto a oriente e che sospettano da molto tempo che il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), dalle radici islamiche, stia complottando per trasformare la Turchia in uno stato religioso simile all’Iran.

Erdogan nega decisamente l’ultima accusa, ma per i suoi critici lui e Ahmadinejad sono individui dello stesso stampo: dei pii conservatori di umili origini che cercano il favore popolare parlando il linguaggio della strada. Dopo le contestate elezioni presidenziali di Ahmadinejad del Giugno scorso, Erdogan e il suo alleato, il presidente turco Abdullah Gul, sono stati tra i primi leader stranieri a fare telefonate di congratulazioni, ignorando le proteste di massa e le preoccupazioni dei leader occidentali sulla legittimità del risultato.

Parlando con il Guardian, Erdogan ha definito tale mossa “una necessità delle relazioni bilaterali”. “Ahmadinejad è stato dichiarato il vincitore, non ufficialmente, ma con un grande scarto di voti, è poiché lo avevamo già incontrato, lo abbiamo chiamato per congratularci con lui”, ha detto.

“In seguito, la sua elezione è stata dichiarata ufficialmente, ha avuto un voto di fiducia e questa è una cosa alla quale prestiamo un’attenzione particolare. È un principio basilare della nostra politica estera”.

Un gesto che sarà ricordato, quando Erdogan arriverà questa settimana a Teheran per colloqui con Ahmadinejad e con l’Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran, colloqui focalizzati sulle relazioni commerciali, incluso il bisogno della Turchia del gas naturale iraniano. Ahmadinejad ha espresso la sua ammirazione per Erdogan, lodando la recente decisione della Turchia di espellere Israele da un’esercitazione della Nato, per protestare contro il bombardamento di Gaza dello scorso inverno.

Dopo le elezioni, l’Iran ha visto una dura repressione degli esponenti dell’opposizione, che ha portato all’imprigionamento e al processo pubblico di attivisti, studenti e giornalisti. Alcuni detenuti sono morti in prigione, e vi sono state accuse di torture e stupri. Alcuni dei presunti torturati hanno cercato rifugio in Turchia.

Ma Erdogan ha detto che non solleverà la questione della repressione post-elettorale con il suo ospite, dicendo che rappresenterebbe un’”interferenza” con gli affari interni della Turchia.

Ha versato acqua fredda sulle accuse occidentali che l’Iran sta cercando un’arma nucleare, dicendo: “L’Iran non accetta l’accusa che sta preparando un’arma. Lavorano sull’energia nucleare solo per scopi pacifici”.

Erdogan ha dato un grande impulso alle relazioni tra Turchia e Iran, in precedenza fredde, il che è stato visto con sospetto dai vertici del potente esercito turco, di orientamento laicista. L’anno scorso, il commercio tra i due paesi ammontava a circa 5.5 miliardi di sterline, poiché l’Iran è diventato un importante mercato per le esportazioni turche.

Le opinioni di Erdogan attireranno l’attenzione dei responsabili della politica estera americana, che per molto tempo hanno visto il suo governo targato AKP come un modello di “Islam moderato” che potrebbe venire adottato in altri paesi musulmani. Verranno esaminate anche dal Presidente Barack Obama, il quale in Aprile ha sottolineato in una visita l’importanza strategica della Turchia e ha invitato il primo ministro a visitare Washington. È improbabile che influenzeranno Israele, che ha ammonito che le critiche di Erdogan rischiano di danneggiare le relazioni della Turchia con gli Stati Uniti.

Erdogan ha liquidato l’argomento, dicendo: “Non penso che ci siano possibilità in tal senso. La politica dell’America in questa regione non è dettata da Israele”.

Egli ha sostenuto che l’alleanza strategica Turchia-Israele – che secondo qualche esponente dell’AKP è finita – rimane in piedi, ma ha rimproverato il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che aveva minacciato di usare armi nucleari contro Gaza.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/world/2009/oct/26/turkey-iran1

Su Pio XII, Bernard-Henri Levy lettore di Robert Faurisson?

Dal professor Faurisson ricevo e volentieri pubblico:

Bernard-Henri Levy aderirebbe più o meno a certe opinioni e a certi argomenti esposti da Robert Faurisson nel suo opuscolo Le Révisionnisme de Pie XII[1]? Questo è l’interrogativo che si pone un revisionista, G. D., che ha scoperto in Le Journal du dimanche del 7 Febbraio 2010 (p. 32) le seguenti affermazioni di BHL su Papa Pio XII:

“Quanto a Pio XII, chiedo semplicemente che ci si attenga ai fatti. Il fatto è che, contrariamente a quanto ripetono in modo ciclico i cretini, la maggior parte degli archivi sono aperti e consultabili. Il fatto è che, nel silenzio assordante del mondo intero sulla Shoah, lui è stato casomai il meno silenzioso di tutti. Il fatto è che lui, senza aerei né cannoni, ha detto di più e ha fatto di più di Churchill, Roosevelt e De Gaulle. Sicuramente avrebbe potuto dire e fare di più. Tutto il mondo può sempre dire e fare di più. Ma presentarlo come ‘il papa di Hitler’, ricamare instancabilmente su questo famoso ‘silenzio di Pio XII’ è assurdo e assai schifoso”[2].

[1] Disponibile in edizione italiana: http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-faurisson_robert/sku-12388158/il_revisionismo_di_pio_xii_.htm . Sull’argomento si veda anche il mio “PIO XII PAPA REVISIONISTA? Una postilla al libro di Faurisson”: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/07/pio-xii-e-le-camere-gas.html
[2] “Quant à Pie XII, je demande simplement qu’on s’en tienne aux faits. Le fait est que, contrairement à ce que répètent en boucle les crétins, la plupart des archives sont ouvertes et consultables. Le fait est que, dans le silence assourdissant du monde entier sur la Shoah, il a été plutôt le moins silencieux de tous. Le fait est qu’il a, sans avions ni canons, plus dit et plus fait que Churchill, Roosevelt et de Gaulle. Bien sûr qu’il aurait pu dire et faire davantage. Tout le monde peut toujours dire et faire davantage. Mais le présenter comme le ‘pape d’Hitler’, broder inlassablement sur ce fameux ‘silence de Pie XII’ est absurde et assez dégueulasse”.

domenica 7 febbraio 2010

Erdogan: lo statista che l'Italia non avrà mai

Ho trovato stamane questo interessante articolo di Al Jazeera: non è recentissimo ma lo posto lo stesso vista la sua attualità, perchè - alla luce delle recenti dichiarazioni contro l'Iran (e contro gli stessi interessi nazionali italiani...) dei nostri governanti - permette di misurare la distanza siderale tra uno statista come Erdogan e la classe politica italiana TUTTA.

L’IRAN APPREZZA IL SOSTEGNO NUCLEARE DELLA TURCHIA[1]

28 Ottobre 2009

Mahmoud Ahmadinejad, il presidente dell’Iran, ha detto di “apprezzare” il sostegno espresso da Recep Tayyp Erdogan, il primo ministro della Turchia, al programma nucleare iraniano.

Erdogan, giunto a Teheran martedì per colloqui bilaterali, ha accusato le nazioni occidentali di ipocrisia per le loro critiche al programma dell’Iran di arricchimento dell’uranio, mentre stanno zitte su Israele, che si ritiene abbia un arsenale nucleare non dichiarato.

Ahmadinejad ha detto a Erdogan: “Quando un regime illegittimo possiede armi nucleari, non può pretendere di privare altre nazioni di un programma nucleare pacifico”.

“La vostra chiara presa di posizione nei confronti del regime sionista ha avuto nel mondo un effetto positivo, specialmente nel mondo islamico, e sono sicuro che tutti l’hanno apprezzato”, ha detto, secondo il sito web presidenziale iraniano.

Un programma pacifico

Erdogan ha detto ai giornalisti che sono andati con lui in Iran che il programma nucleare iraniano, che a detta delle nazioni occidentali potrebbe occultare la costruzione di armi, “è un progetto energetico dagli scopi pacifici e umanitari”.

Ha detto che i colloqui tra Teheran e le potenze internazionali avvenuti il 1 Ottobre a Ginevra hanno mostrato che “si può lavorare” con gli Stati Uniti e la Russia all’arricchimento dell’uranio.

“Se il loro atteggiamento positivo è corrisposto da un atteggiamento positivo, tutto ciò porterà il percorso nella giusta direzione”, ha detto Erdogan.

Le sue ultime osservazioni giungono dopo un’intervista al giornale inglese The Guardian, in cui ha accusato le potenze occidentali di trattare l’Iran in modo ingiusto, e ha definito Ahmadinejad “un amico”.

I legami tra Israele e la Turchia si sono deteriorati a partire dalla guerra di Dicembre-Gennaio contro Gaza.

Ankara aveva in precedenza cercato di mediare nelle relazioni tra Israele e altre nazioni del Medio Oriente, ma all’inizio del mese la Turchia ha messo al bando Israele da un’esercitazione aerea internazionale a causa del conflitto di Gaza.

La cooperazione sul gas

Il primo ministro turco ha portato in Iran una delegazione di 200 membri, che comprende ministri, membri del parlamento e industriali, per discutere una vasta gamma di questioni bilaterali, regionali e internazionali.

L’Isna, l’agenzia di notizie degli studenti iraniani, ha riferito che Ahmadinejad ha detto a Erdogan che non vi saranno limiti alla cooperazione irano-turca.

Taner Yildiz, il ministro turco dell’energia, ha detto che uno dei settori in cui i due vicini lavoreranno insieme è l’esplorazione del gas.

Egli ha detto che la Turchia inizierà l’attività esplorativa nel giacimento di gas iraniano South Pars il mese prossimo, come parte di un progetto finalizzato alla vendita di gas all’Europa, ha riferito l’agenzia di notizie governativa Anatolian.

“Turkish Petroleum condurrà le sue esplorazioni nel giacimento South Pars…L’attività inizierà la prima o la seconda settimana di Novembre”, ha detto Yildiz.

Non è chiaro se il gas passerà attraverso il previsto gasdotto Nabucco - finanziato con 11.76 miliardi di dollari e sostenuto dall’Unione Europea - che è stato concordato con Ankara nel Luglio scorso.

Martedì, Erdogan ha detto di aver caldeggiato la presenza dell’Iran nel progetto Nabucco, e ha aggiunto: “Credo che presto o tardi i responsabili del progetto capiranno l’importanza della partecipazione dell’Iran”.

Gli scambi commerciali irano-turchi ammontano circa a 12 miliardi di dollari l’anno, e i due paesi pensano di portarli a 20 miliardi nei prossimi due anni.

Erdogan durante la sua visita è anche atteso a colloquio con con l’Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran, e con Ali Larijani, il presidente del parlamento.

[1] http://english.aljazeera.net/news/europe/2009/10/2009102711739736523.html

sabato 6 febbraio 2010

Van Pelt su Auschwitz: "per il 99% non abbiamo prove materiali"

Il più celebre esperto di Auschwitz, quello che ricevette ponti d’oro per studiare Auschwitz e confondere i revisionisti, quello che venne citato come testimone n°1 nel processo intentato da David Irving (qui ritratto in un sopralluogo sul sito in questione) a Deborah Lipstadt (e perso da David Irving), Robert Jan van Pelt, propone oggi di abbandonare il campo di Auschwitz perché…, in fin dei conti, non ci sono prove…Naturalmente, egli presenta una tale affermazione non come un abbandono ma come un atteggiamento pieno di rispetto verso i morti…
Ecco cosa si legge, tra l’altro, in data 27 Dicembre 2009, in questo articolo del giornalista Brett Popplewell, del Toronto Star, che l’ha intervistato (traduzione molto rapida):

BISOGNA LASCIARE CHE LA NATURA, AD AUSCHWITZ, RIPRENDA I SUOI DIRITTI[1]

(…)
Domanda: Permettendo alla natura di impadronirsi del sito, non corriamo il rischio di permettere all’umanità di dimenticare quello che è accaduto e di porre le premesse per future contestazioni dell’Olocausto?

Risposta: Per il 99% di ciò che sappiamo non abbiamo in realtà le prove fisiche per dimostrarlo…È diventato parte della conoscenza che abbiamo ereditato. Non penso che l’Olocausto, in tal senso, sia un caso eccezionale. Noi, in futuro – ricordando l’Olocausto – ci regoleremo esattamente come ci regoliamo per la maggior parte degli avvenimenti del passato. Avremo conoscenza di esso dalla letteratura e dalle testimonianze oculari…Riusciamo molto bene a ricordare il passato in questo modo. Ecco come sappiamo che Cesare venne ucciso nelle Idi di Marzo. Mettere l’Olocausto in una categoria a parte e chiedere che rimanga lì – chiedere di avere più prove materiali – equivarrebbe da parte nostra a una sorta di cedimento nei confronti dei negazionisti fornendo delle prove speciali.
(…)
[1] http://www.thestar.com/printarticle/742965

venerdì 5 febbraio 2010

Dieudonné fa piegare il sindaco di Orvault

Letto oggi sul sito “20minutes.fr” (traduzione rapida): http://www.20minutes.fr/article/382478/Nantes-Dieudonne-fait-plier-la-mairie-d-Orvault.php

DIEUDONNÉ FA PIEGARE IL SINDACO DI ORVAULT - 5.02.2010

Il tribunale amministrativo di Nantes ha ordinato ieri al sindaco di Orvault di “rispettare il contratto di affitto” dell’Odyssée, firmato con il produttore dell’umorista Dieudonné. Costui, che deve andare in scena l’11 Marzo, aveva ricevuto il permesso dei servizi municipali, prima che Joseph Parpaillon opponesse il proprio veto. “Le sue prese di posizione personali, specialmente nei confronti della comunità ebraica, non possono essere dissociate dalla sua prestazione”, si giustifica il sindaco per spiegare la propria decisione. Joseph Parpaillon presenterà appello al Consiglio di Stato.

Prima di Orvault, il controverso umorista aveva cercato senza successo di recitare a Nantes e a Carquefou. “La reazione del sindaco di Orvault è quella di un piccolo despota: cancella lo spettacolo perché non gli va a genio”, reagisce Jacques Verdier, l’avvocato di Dieudonné. “Ma bisogna rispettare gli spettatori di Dieudo che apprezzano il suo umorismo non conformista”.

giovedì 4 febbraio 2010

La "Repubblica" del delirio

LAREPUBBLICADEL DELIRIO O I TEPPISTI DELLA DISINFORMAZIONE

Di Carlo Mattogno

Nel numero del 29 gennaio 2010 La Repubblica di Milano ha pubblicato un articolo di un tale Davide Romano intitolato “Quasi sconfitti i teppisti della storia”. L’articolo è stato ripreso dall’autore nel suo blog[1] e, data la sua brevità, vale la pena di riproporlo integralmente:

«Quest’anno il Giorno della Memoria lo vivrò con serenità. Se non rappresentasse la celebrazione di un avvenimento così grave, avrei addirittura scritto che sto per affrontarlo con il sorriso. Spero sarete in tanti a fare come me. Personalmente infatti, credo che la battaglia culturale per affermare la verità sulla Shoah sia arrivata ad un punto soddisfacente. Sì, lo so, bisogna sempre dire – ed è giusto farlo – che c’è ancora tanto da fare, che c’è ancora molta ignoranza, e che i gruppi negazionisti sono ancora combattivi. Tutto vero, ma mi pare anche giusto riconoscere che stiamo vincendo.
Almeno in occidente – poiché da alcune dittature mediorientali spira una pessima aria – il cinema, la televisione e la carta stampata sono tutti schierati dalla parte della verità storica. E’ insomma lecito, anzi doveroso, dire che i teppisti della storia stanno perdendo il confronto. I loro tentativi pseudostorici di cancellare l’uccisione di sei milioni di ebrei sono stati vani. Si erano illusi, dopo la sconfitta militare del nazi-fascismo, di potersi giocare una rivincita nel dibattito storico provando nelle maniere più assurde ad imbrogliare le carte. Anche questo tentativo è gli andato male. A parte singoli personaggi palesemente squilibrati, non esiste storico che prenda in considerazione le loro deliranti bugie. Non esiste testo scolastico che riporti le loro tesi, peraltro unanimemente condannate nel dibattito pubblico, tanto da fare notizia solo per la loro insensatezza.
In questi giorni in tutta Italia vengono organizzate manifestazioni per ricordare la Shoah, e a Milano in particolare, le numerose e commoventi iniziative della società civile testimoniano una città che ha memoria e attenzione; non solo per la comunità ebraica, ma soprattutto per se stessa, per la propria storia, per quello che è stato e non deve più accadere. So che di fronte a quanto ho appena scritto qualcuno storcerà il naso, temendo un effetto di “rilassamento”. Credo invece sia vero il contrario, la vittoria ci deve caricare: affermare che stiamo vincendo la guerra culturale contro il negazionismo nazistoide vuole dire che tutto il lavoro fatto sino ad ora sta funzionando. Significa dire che i molti sforzi e le tante fatiche fatte per perpetrare la memoria non sono state inutili. Solo se riconosciamo di aver vinto questa battaglia – che non è la guerra – possiamo onorare l’impegno di tante personalità della politica, della cultura e del mondo del lavoro. Dichiarare che stiamo vincendo la guerra al negazionismo significa anche rendere merito ai tanti sconosciuti che nel completo anonimato – senza l’ambito premio dell’intervista televisiva o comunque della celebrità – si muovono da decenni sul territorio, nel loro piccolo, come formiche operaie della memoria. Soprattutto a costoro va tutta la nostra riconoscenza, e sempre a loro dedichiamo questa vittoria della verità contro la menzogna».

L’argomento è davvero impressionante: la fulgida vittoria sul revisionismo è dimostrata dal fatto che tutti gli antirevisionisti ne parlano male! E non perché sappiano qualcosa di esso, ma perché questa è la parola d’ordine che hanno ricevuto. Ma crearsi un “nemico” e dipingerlo secondo i propri insani vagheggiamenti, a spregio della realtà, non è una “vittoria”, è delirio.
E, di grazia, in Italia chi avrebbe conseguito questa gloriosa “vittoria”? Valentina Pisanty? Francesco Rotondi? O altri polemisti usa-e-getta di tal fatta che, assolto il loro compito, sono scomparsi immediatamente dalla scena, ma non prima di aver ricevuto il giusto carico di legnate storico-critiche?[2]. Oppure Marcello Pezzetti, l’uomo che è stato “più di cento volte ad Auschwitz”? (Ma che c’è andato a fare? A cercare asparagi nel bosco di Birkenau?).
È veramente grottesco che, nel Paese in cui si sproloquia di più di Olocausto e di revisionismo, non esista un solo specialista degno di questo nome, che regga il confronto con i pur mediocri colleghi europei. Vuoto assoluto. Superficialità e ignoranza dilaganti. Unica eccezione: Valentina Pisanty, che, essendo esperta in favole (con specializzazione in Cappuccetto Rosso), di Olocausto se ne intende davvero!
Ciò che questi shammashim (chiedano il significato del termine ai loro padroni) stanno vincendo, non è la «battaglia culturale», ma quella giudiziaria, imprigionando e multando a destra e a manca per delitto di “leso Olocausto”.
Questa vittoria giudiziaria si traduce però in una piena sconfitta culturale: essendo impotenti su questo piano, i ringhiosi apostoli dell’olocaustismo reclamano con tanta più foga l’intervento di leggi liberticide: bisogna proibire legalmente ciò che non si riesce a confutare storicamente. Davvero una bella vittoria.
In tema di “Giornata della Memoria”, ricordo a tutti gli smemorati i miei studi principali su Auschwitz:
Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190 pp.
Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassing. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp.
The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp.
Sonderbehandlungad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, Padova, 2001. 188 pp.
Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. 131 pp.
Auschwitz: 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5. Effepi, Genova, 2005. 60 pp.
LaZentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”. Edizioni di Ar, Padova, 1998. 221 pp.
Sono oltre 1.900 pagine, che superano le 2.600 con quelle dell’opera menzionata sotto.
E un’altra, non meno solida, è in arrivo.
Che cosa possono confutare questi poveri derelitti? Nelle prime tre opere elencate sopra ho trattato in 750 pagine olo-argomenti che il massimo esperto mondiale, lo storico del Museo di Auschwitz Franciszk Piper, nello studio più approfondito che esista su di essi, ha sviscerato in 33 pagine![3]
La quarta analizza in 188 pagine ciò che gli storici olocaustici più competenti liquidano in un paio di righe (ma F. Piper in ben tre)[4]. La quinta espone in 131 pagine il tema che F. Piper, superandosi, ha vagliato in ben 12 righe![5]
E se questi sono i loro esperti, a chi si rivolgeranno per confutare i libri sopra elencati? A Babbo Natale? Meglio introdurre il delitto di “leso Olocausto”!

Agli olo-sproloquiatori di casa nostra, che non sanno neppure com’è fatto un archivio e non hanno mai visto un documento tedesco originale, rinnovo l’ invito:
Il mio studio di oltre 700 pagine Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugliindizi criminalidi Jean-Claude Pressac e sullaconvergenza di provedi Robert Jan van Pelt. (Effepi, Genova, 2009), fresco frutto della mia “sconfitta” culturale, è a disposizione di tutti. Se è pseudostorico, se imbroglia le carte, se contiene deliranti bugie, se è insensato, DIMOSTRATELO. Se avete ragione, sarà semplicissimo sbugiardarmi pubblicamente, in più otterrete anche la vostra “vittoria” definitiva. Ma se non lo fate, dimostrerete, altrettanto pubblicamente, di essere soltanto degli EMERITI BUFFONI.

Dopo
LaRepubblicadella disinformazione,
http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/02/carlo-mattogno-la-repubblica-della.html
dopo
LaRepubblicadel linciaggio
http://andreacarancini.blogspot.com/2009/10/la-repubblica-del-linciaggio.html
ci mancava LaRepubblicadel delirio.

Carlo Mattogno

4 febbraio 2010
[1] http://blog.libero.it/DavideRomano/8336368.html
[2] Si vedano al riguardo i miei scritti L'irritante questionedelle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata, 2009:
http://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo-in-grande-emozione-con-veltroni-e.html
Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattognodi Francesco Rotondi, 2007,
http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf
[3] F. Piper, «Die Vernichtungsmethoden», in: W. Długoborski e F. Piper (a cura di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau. Oświęcim, 1999, vol. III, pp. 137-169.
[4] Idem, p. 123.
[5] Idem, p. 165 (10 righe), p. 169 (1 riga), p. 183 (1 riga).